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Due o tre risposte a Matteo Renzi

Il bullo s’è incattivito. Succede sempre così quando si sente odore di sangue in giro e s’ha di fronte una platea ammaestrata più a far sì con la testa che a curare la cottura delle salamelle. Le feste dell’Unità (mica più d’intenti, ora di interessi) ormai sono il mantello del sovrano e ogni occasione è buona per un’iperbole di menzogne. E tutti a dire sì come i pupazzetti che regalano con le schede punti dei ristoranti cinesi. Allora conviene puntualizzare, forse. Conviene.

Dice Renzi: “Lo dico ai tanti che trovano qualcosa che non va, a chi dalla mattina alla sera si lamenta: fuori dal Pd non c’è una sinistra migliore, la rivoluzione del proletariato, fuori dal Pd e da questo Pd c’è l’Afd in Germania, la Le Pen in Francia, Farage in Inghilterra e in Italia il qualunquismo e la demagogia in camicia verde.”

Allora è utile fermarsi un secondo. Primo: ormai inserire nella stessa frase sinistra e PD è un’analisi politica a livello della capra che sopra la panca campa ma, al di là di questo, non s’è mai visto un becchino dare lezioni di guarigione. La sinistra “fuori dal PD” è quell’ossessione che sta in tutti gli sms, i bisbigli e i sussurrii dei caporali renziani: la sinistra fuori dal PD sono le madri che forse avete visto salutare i propri figli in stazione mentre fingevano gratitudine per una cattedra ottenuta dall’altra parte del Paese; la sinistra fuori dal PD sono i disoccupati troppo anziani, troppo improduttivi, troppo poco specializzati nell’esser servi o troppo poco moderni per credere nella svendita dei diritti; la sinistra fuori dal PD sono gli avanzi (uomini, con le loro famiglie) che in nome di una delocalizzazione cercano le parole per raccontarlo in tavola alla famiglia, trovare un senso al sentirsi finiti; la sinistra fuori dal PD sono i giovani che scoprono il merito della prossimità alle persone giuste piuttosto che ai talenti; la sinistra fuori dal PD sono coloro che sgomitano per trovare l’occasione di raccontare le regole e di descrivere le loro opportunità piuttosto che dipingerle come intralci; la sinistra fuori dal PD sono le persone che si innamorano dei diritti degli altri oltre che la feroce difesa dei propri; la sinistra fuori dal PD sono gli stanchi dei proclami, dei polsini a posto, delle luci studiate e delle frasi da motivatore bullo; la sinistra fuori dal PD sono i fregati dalle banche, Etruria in testa, che non avrebbero mai pensato di elemosinare i soldi, i propri; la sinistra fuori dal PD è un pezzo consistente del Paese. Quello che a Renzi e renzini pesa perché poco interessato a monoteismi politici di passaggio.

Dice Renzi: “”Noi non raccontano storielle e non viviamo nella realtà virtuale, noi la trasparenza la scriviamo nella nuova costituzione”.

E la trasparenza della (loro) nuova Costituzione è un accrocchio di politichese artefatto, insulso e illeggibile. Non ha mentito. Qui. No.

“E’ finito il tempo – va avanti il premier – in cui in Europa facevano i sorrisini sull’Italia, bisogna portarci i nostri valori, bisogna provarci, bisogna faticare, questo è ciò che abbiamo bisogno di fare come Pd e questo è ciò che ci differenzia dagli altri: a fischiare e mandare a quel paese sono bravi tutti, ma a prendersi le responsabilità siamo noi”. 

Quell’Europa che ha sfilato nel suo happy hour paramilitare a Ventotene che citava in bella mostra il manifesto di Spinelli. E non hanno nemmeno sparecchiato la portaerei che intanto Hollande, tornato in patria, s’è messo a costruire muri. Chissà Spinelli quanti calci nel culo, se fosse vivo.

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Un granello tra il ginocchio e il naso

Sto scrivendo il mio nuovo romanzo. E faccio una fatica blu. Un po’ perché dentro dovrei parlare di me, o almeno di quello che mi sono visto fare, e un po’ perché mi sanguinano gli occhi ogni volta che mi ci metto a pensare. C’è un lato della mia vita che ho sempre trovato indicibile. Mi hanno detto che è perfetto per scriverci una storia. Così navigo in acque melmose costretto a separare l’acqua dal fango. Io credo di fare un lavoro bellissimo, di essere sfacciatamente fortunato nel raccontare storie che siano lette e ascoltate ma ho creduto sempre, sempre, di avere il dovere di scendere nei miei inferi per rispettare questo privilegio. Alla fine mi ritrovo a visitare le mie stanze disabitate, quelle che non ho avuto nemmeno il coraggio di chiudere per davvero a chiave.

E quando scrivo in testa, correggo ma poi non riesco a scrivere con le dita mi sembra di avere in circolo qualcosa, piccolo, come un calcolo, un granello, che mi nuota tra le ginocchia su per il naso fino alle molle delle dita e mi tiene bloccato come quelle patetiche macchine enormi industriali che si fermano per un po’ di polvere. E alla fine lo amo anche tantissimo il granello. Davvero. Perché è quello che sto impazzendo a trovare. Cerco lui, il granello. Ed è lui che vorrei riuscire a scrivere.

Quando scappa una foto

E bravi i titolisti di Repubblica. Femmina, bella, guerra, qualche lacrima: un condensato di pop della peggiore specie. E poi sono quelli che attaccano i populisti. Per dire. via Instagram http://ift.tt/2cb3yK8

E se avessimo semplicemente sopravvalutato Di Maio?

Il caos su Roma, anche se spiacerà agli squali del PD, non tanto il fallimento di Virginia Raggi (che deve ancora iniziare a amministrare, persa e incartata tra brutti giochi di poteri ostili e correnti amiche) ma è soprattutto il doloroso ritorno sulla terra di Luigi Di Maio. Il democristiano grillino, bravissimo a indossare il grigio pur con movenze populiste, ha giocato in tutti questi mesi a fare il geneticamente diverso rispetto ai suoi compagni di partito. Di Maio il moderato, Di Maio il dialogante, Di Maio con le stigmate dello statista: il secchione grillino che avrebbe dovuto insegnarci la rettitudine cade sulla mancata comprensione di una mail che l’avrebbe avvisato dell’indagine in corso sull’assessore Muraro.

Ma lui, andreottiano nell’emulazione, ha finto la solita calma olimpica quando gli hanno chiesto di dare la sua opinione. «Non rispondo sui se» ha dichiarato alla festa de Il Fatto Quotidiano con quel suo solito piglio saccente da destrorso capacissimo di fare il moderato. Ed è proprio questa risposta che, speriamo, lo taglia fuori dal gioco grande dei papabili candidati alla presidenza del Consiglio: troppo bravo a fingere di non sapere, troppo svelto nel far sapere di non sapere e troppo pronto a raccontare balle.

L’essere fortemente politico nel partito dell’antipolitica è un rischio che andrebbe calcolato con cura e Di Maio, invece, ha dimostrato un mestiere che non può certo piacere alla sua base. «Ho sbagliato in buonafede» ha dichiarato Di Maio ieri sera sul palco con Grillo. Noi gli crediamo, per carità.

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A Siracusa il concerto in parrocchia lo organizza il boss

(L’articolo di Saul Caia per Il Fatto Quotidiano)

Due serate con canzoni neomelodiche, balli e raccolta fondi. Sembra un evento comune, se non fosse che ad organizzarlo sono due pregiudicati del clan mafioso locale condannati per estorsione, e la location è il campo di calcetto di una chiesa cittadina.

Succede a Siracusa dove i nomi di Concetto e Sebastiano Garofalo compaiono addirittura nella locandina che pubblicizza il concerto del neomelodico Daniele De Martino. I Garofalo, padre e figlio, sono stati arrestati per estorsione nel 2013 dopo le denunce di Marco Montoneri, titolare di un rivenditore di moto. Facendo leva sull’appartenenza al clan mafioso Urso-Bottaro, i Garofalo insieme ad altri affiliati ottenevano macchine e moto senza pagarle.

La parrocchia scelta per il concerto, invece, è quella di Maria Ss. Madre della Chiesa, sempre nella città aretusea, meglio nota come Bosco Minniti, dove padre Carlo D’Antoni da molti anni ospita migranti e si batte per i diritti rifugiati. Proprio per questo motivo, nel marzo 2015 ha ricevuto da Amnesty International il premio per la “difesa di diritti umani“. Qualche anno prima però, nel febbraio 2010, era finito ai domiciliari con l’accusa di far parte di un’organizzazione che rilasciava falsi permessi di soggiorno a clandestini sfruttando come base logistica proprio la sua parrocchia. L’inchiesta, condotta dalla procura di Siracusa e dalla dda di Catania, si è poi conclusa con il proscioglimento del prete che per ingiusta detenzione ha anche ottenuto un risarcimento di diecimila e ottocento euro.

“È stata strumentalizzata la parrocchia, sono 26 anni che concedo questo spazio a eventi e incontri per iniziative che promuovono il quartiere – racconta a ilfattoquotidiano.it il sacerdote – mi avevano chiesto il permesso di organizzare unafesta di compleanno con musica, poi mi hanno detto se potevano fare una seconda serata e ho acconsentito. Se avessi saputo chi erano, non lo avrei permesso”.

Appena nell’aprile scorso i Garofalo sono stati condannati per estorsione, rispettivamente a otto e tre anni, insieme ad altri cinque componenti del clan, grazie alle denunce di Montoneri. Al momento del concerto però, ‘Cuncittazzu’, come viene chiamato Garofalo senior dagli amici , si trovava in carcere, dopo la richiesta della dda di Catania di aggravare le misure cautelari nei suoi confronti, viste le ripetute evasioni dai domiciliari.

“L’evento non è stato minimamente autorizzato, noi non abbiamo ricevuto nessun preavviso”, spiega Rosalba Stramantino dirigente della Squadra mobile di Siracusa. “In merito alla vicenda stiamo svolgendo due diverse indaginiinsieme con la Procura, – aggiunge la dirigente – per valutare le mancate autorizzazioni e per accertare i profili che hanno organizzato e partecipato all’evento”. Padre Carlo D’Antoni sostiene anche di essere stato tenuto all’oscuro del fatto che si pagasse l’ingresso al concerto e che l’evento fosse stato organizzato con l’obiettivo di raccogliere fondi. La sezione Siae di Siracusa, invece, conferma che sono stati pagati i diritti d’autore dai promotori della serata, ma che “sotto l’aspetto tributario non c’è l’obbligo di certificare niente”, in quanto i “soggetti richiedenti avevano codice fiscale” e non “partita iva”.

A denunciare l’evento era stato il deputato del Pd Davide Mattiello, componente della commissione Antimafia, sul Corriere.it. Tra l’altro l’attrazione principale della serata organizzata dai Garofalo era il cantante De Martino, giovane promessa palermitana del genere neomelodico, balzato agli onori della cronaca nei mesi scorsi per la canzone “U spara spara”, dedicata a Gaetano Castiglione condannato a dieci anni e otto mesi per rapina, detenuto nel carcere Ucciardone di Palermo.

In realtà, la location originale doveva essere il centro sportivotensostatico di Via Lazio nel rione popolare Mazzarrona, ma la serata è stata spostata in parrocchia. Il motivo è spiegato in un video, postato sui social network, in cui Tony Urso, organizzatore dell’evento e cugino di Concetto Garofalo, spiega di non aver avuto le concessioni. “Per colpa di qualcuno, non faccio nomi perché c’è invidia, non ci hanno dato le autorizzazioni. Ci hanno messo i bastoni tra le ruote, – spiega – ma se pensano che Tony Urso e mio cugino Concetto annullano la serata per questo motivo, non hanno capito niente, ho un principio, e una faccia, quando organizzo qualcosa vado fino in fondo”.

Una riforma scritta male perché pensa male

Forse non si è accorto, Matteo, di essere riuscito a condensare in una sola frase molti dei problemi di questa riforma che comincia a non piacere anche ai servi più fedeli oltre che agli stessi estensori: una legge scritta male (ancor di più che si tratti di Costituzione) è il viatico perfetto per una libera interpretazione pro domo sua da parte del potente (e soprattutto del prepotente) di turno. Non ci si può permettere del lassismo lessicale nel comporre le linee guida costituzionali semplicemente perché ciò significa demandarne l’interpretazione e il controllo agli organi giuridici che, di questi tempi ovvero in questi ultimi vent’anni, hanno subito una costante opera di delegittimazione.

Chi scrive male pensa male. Vive male. E amministra ancora peggio. Un legislatore confuso e impreciso lascia (più o meno consapevolmente) un largo spazio di applicazione ad una legge. In sostanza le complicazioni in politica (e la storia ce lo insegna) non sono altro che il condono preventivo per ogni tentativo di legittimazione delle cazzate future.

Renzi sostanzialmente ammette di non essere stato chiaro nella riscrittura del documento cardine della nostra democrazia, dell’insostituibile argine a governanti egoisti o malfattori e delle fondamenta della nostra legislazione. È qualcosa da poco? Decidete voi.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

10 anni fa. Di un padre in una scatola da scarpe.

Il 6 settembre di dieci anni fa moriva Michele Landa, metronotte a Mondragone, padre e nonno.

La sua storia (ne scrive qui Sergio Nazzaro) è il cuore del mio romanzo con cui ormai da un anno giro l’Italia. Ed è una storia che profuma d’amore dall’inizio alla fine. E allora mi sembrava giusto pensarci, oggi.

Povera Roma. Parte seconda.

Cercando di tenere il punto: l’assessora Muraro della giunta Raggi è stata iscritta nel registro degli indagati il 21 aprile di quest’anno nell’ambito di un’inchiesta sui rifiuti romani e ne sarebbe venuta a conoscenza il 18 luglio; il giorno successivo avrebbe avvisato la sindaca Virginia Raggi.

Di per sé, scritta così, è la storia di accertamenti giuridici su personaggi politici come accade ogni giorno in ogni parte d’Italia. Chi fa sbaglia, dicevano i nonni. Ma non è questo che ci interessa, ora. La Muraro da settimane continua a negare di essere indagata. Anzi, ieri, audita in commissione Ecomafie, ha dichiarato di avere risposto alla domanda dei giornalisti che le chiedevano se avesse ricevuto un avviso di garanzia ha rilasciando una dichiarazione da pelle d’oca:

«I giornalisti mi chiedono: hai avuto un avviso di garanzia? questo è quello che mi chiedono. A una domanda così cosa posso rispondere? No, non ho ricevuto un avviso di garanzia. Essere indagato o ricevere un avviso di garanzia sono due cose molto diverse».

“Ci pisciano in testa ma dicono che piove”, scriveva Travaglio qualche anno fa. Ecco, la metafora funziona perfettamente. Solo che qui non siamo di fronte a consumati attori della politica che navigano in acque agitate dai tempi della prima repubblica: qui siamo al cospetto di chi s’è dichiarato “il nuovo” e ha ripetuto mille volte che l’onestà è il prerequisito essenziale per amministrare.

È disonesta la Muraro quando si arrampica su un gioco retorico per tentare di giustificare una bugia? Forse formalmente no ma riesce comunque a fare di peggio: è sleale. Consapevolmente artificiosa nel parlare e nell’agire per modificare la proiezione dei fatti a proprio vantaggio.

(Il mio buongiorno per Left continua qui)

Apriamo noi i nostri teatri agli artisti turchi

La bella idea del Teatro Piccolo di Milano raccontata da Anna Bandettini:

“Apriamo le porte agli attori e ai registi turchi”, dicono rivolti ai teatri europei, “ospitiamo tutti i loro spettacoli”. Inoltre chiedono al Parlamento europeo una pubblica dichiarazione in difesa della libertà della cultura, come unica radice e prospettiva per l’Europa. E proprio a questi valori il Piccolo Teatro dedicherà gli appuntamenti del settantesimo compleanno, il prossimo maggio. “Alla censura di Erdogan bisogna rispondere con gesti concreti”, dichiarano Sergio Escobar e Stefano Massini, rispettivamente direttore e responsabile artistico del primo teatro pubblico italiano da dove è già partita la lettera per i teatri tedeschi, inglesi, francesi, ungheresi… raccolti nell’Ute, Unione Teatri d’Europa, e la richiesta all’Unione Europea di una condanna chiara e netta contro la decisione del governo turco di mettere al bando autori e artisti occidentali, da Shakespeare a Brecht, da Goldoni a Dario Fo fino allo stesso Massini, perchè “rischiosi” e “contrari ai valori del sentire comune”.
Sono queste le inquietanti parole recapitate proprio allo scrittore e drammaturgo fiorentino. “Da mesi ero in contatto con un traduttore e agente per la messa in scena di mie opere in Turchia – racconta Massini- Erano stati individuati quattro miei testi e proposti al Teatro Nazionale turco e ad altri teatri pubblici, Lehman Trilogy sulla crisi economica del 2009, Credo in un sol odio che parla delle tensioni israelo-palestinesi , 7 minuti su questioni del lavoro e Donna non rieducabile sull’assassinio della Politovskaja. Pochi giorni fa invece ricevo una mail in inglese del mio agente, di cui preferisco non dire il nome per non metterlo nei guai, il quale mi scrive che alla luce di una nuova presa di posizione sugli autori stranieri, i teatri finanziati dallo Stato da ora in poi devono occuparsi solo ‘di autori e testi legati all’identità turca, alla lingua e ai valori locali, che preservino l’eredità e le tradizioni del popolo turco’. E, testuali parole, per questo si declina ogni interesse per le mie opere ritenute “pericolose per l’ordine pubblico’, e ‘contrarie ai valori del sentire comune’ ”. Non solo: nella mail l’agente fotografa una situazione drammatica: “potenzialmente i teatri privati potrebbero rappresentare autori occidentali, scrive, ma in realtà hanno anche loro le mani legate” .
“Parole che fanno venire la pelle d’oca, evocano i periodi più bui del secolo scorso”, dice Escobar. E Massini: “Sono stato rappresentato in Algeria , in Marocco, ma è la prima volta che mi succede una simile cosa. Da autore mi vien da dire che ci eravamo illusi di aver lasciato alle spalle un mondo di steccati, muri, cortine di ferro. Torniamo all’autarchia dei regimi totalitari”.

(l’articolo è qui)

Povera Roma

Povera Roma. Appena uscita dalle grinfie di un PD che ha “licenziato” Ignazio Marino come un Pizzarotti qualsiasi mentre Mafia Capitale si infilava nei calzini dell’ultimo eletto di circoscrizione. Povera Roma. Capitale a cui sembravano avere tagliato anche la speranza s’è buttata nelle braccia della Raggi con il voto di chi non sa più dove sbattere la testa e s’è ritrovata le croste di Alemanno, le correnticchie tra uni che valgono uno e sullo sfondo gli impuniti del Pd che vorrebbero fare i moralisti.

Povera Roma. Che a sinistra s’è lanciata su Fassina che s’è lanciato su Roma per posizionarsi per un congresso che non si farà più di un partito (Sinistra Italiana) che traballa anche nel girello. Povera Roma. Una vita a crescere gli intellettuali della storia d’Italia e oggi filosofeggia sulle cinquanta sfumature d’avviso di garanzia.

Povera Raggi. Tutto questo tempo a raccontarci che schifo che fa “il partito” e poi a pagare lo scotto della mancanza di una comunità politica. Partito, in italiano. Immersa nella banda di chi dice che uno vale uno e lasciata sola come l’ultimo attivista di Ceppaloni. «Grillo mi ha mandato un sms», dice. Come se la politica non fosse solidarietà. Come la vita, del resto.

Povero Pd. Tutto intento a twittare i presunti fallimenti degli altri mentre su Roma si litiga per una delega di quartiere. Tutto intento a fare il maestrino dopo essere stato bocciato, bocciato e ribocciato. In attesa di un verbo sbagliato per spammare veleno su twitter. Con il vicepresidente della Camera che per hobby gioca a fare l’opposizione al servizio della compagna di Franceschini, ovviamente eletta. Povero Pd.

(il mio buongiorno per Left continua qui)