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L’altrove per gli abitanti di un paese terremotato è il sinonimo della resa e dell’abbandono

Non è una bazzecola quella di pretendere che i funerali delle vittime delle vittime di Amatrice si svolgano a Amatrice e non a Rieti come sconsideratamente deciso dalla Prefettura che poi, sotto la pressione dei sopravvissuti appoggiati da Renzi, ha dovuto fare marcia indietro. E non è nemmeno una questione di pelosa organizzazione di sicurezza, atterraggi di governo e nemmeno di condizione atmosferiche: il funerale a Amatrice è la prima pietra della ricostruzione.

L’antidoto al terremoto (e più vastamente alla disperazione) è la speranza, ma non la speranza che uccise Monicelli («la speranza è una trappola inventata da chi comanda» ebbe a dire il maestro) quanto piuttosto la speranza che mai come dopo un terremoto assume la forma tattile della ricostruzione. Dopo la paura, il dolore e la conta delle vittime un paese terremotato ha diritto di sentire, presto e bene, un vigoroso progetto di ricostruzione. La speranza post terremoto è un credibile progetto di rivivere (dopo essere sopravvissuti) nella propria comunità fedele alla memoria e progredita nella sicurezza.

L’altrove per gli abitanti di un paese terremotato è il sinonimo della resa e dell’abbandono: c’è un’enorme dignità nel rivendicare il diritto di contare e raccogliere le macerie e vigilarle per ciò che erano. Per questo la decisione di celebrare i funerali a Rieti (e soprattutto di spostare le bare) è violenta oltre che stupida: qui non stiamo parlando di un assembramento abitativo abusivo accrocchiato in cima a qualche montagna ma di comuni che la storia ha insediato qui. La differenza, attenzione, è sostanziale.

La decisione di Renzi di riportare il momento del pianto “a casa” è quindi una decisione pienamente politica poiché se la cura e l’attenzione si pesano dai gesti oltre che nei numeri gli amatriciani hanno avuto il sentore di essere confortati nelle proprie esigenze. I cittadini di Amatrice (e dei paesi vicini colpiti dal sisma) hanno la preoccupazione di dover diventare “altro” per ipotizzare un futuro; di doversi sbriciolare anche loro per radicarsi altrove. L’altrove è la soluzione peggiore che si possa prospettare a chi è accampato tra i frammento del suo passato.

(il mio editoriale continua qui su Fanpage)

Eppure oggi Libero Grassi sarebbe un ostacolo al Pil

Ogni tanto le circostanze giocano brutti scherzi per uno strano incastro di tempi e così succede, com’è successo ieri, che in giro si ricordassero tutti di Libero Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso da Cosa Nostra per essersi ribellato al pizzo il 29 agosto del 1991.

Commemorare la memoria, si sa, è una pratica salutare se i ricordati sono persone che, proprio come Libero Gassi, hanno pagato con la vita il coraggio di osare le regole. Regole e giustizia. A costo di fare arrabbiare i prepotenti e, soprattutto, essere isolati dai buoni.

Nei Paesi stanchi si infila l’idea che sia giusto ciò che è comodo, produttivo e che riesce a non sforare le regole. Tutto ciò che non è illegale è quindi giusto? No, certo, risponderebbero tutti d’acchito, eppure pullulano le articolesse che demandano ai giudici la parola definitiva tanto per la giustizia quanto per l’opportunità, la valenza sociale e politica di tutte le umane azioni. Il “primato della politica” arriva sempre dopo la giustizia e così è diventato un primato secondario. Per dire.

Libero Grassi dal momento in cui decise di rendere pubblico il proprio rifiuto di non sottostare al racket di Cosa Nostra fu considerato pericoloso sia dai cattivi che dai buoni. Ma qui sono i buoni ad interessarci: gli industriali palermitani ritennero che la ribellione di Libero Grassi potesse mettere a rischio i propri affari poiché pretendere una rivoluzione così improvvisa avrebbe sconquassato gli equilibri cittadini. Libero Grassi, in fondo, è stato un “improduttivo” che ha messo davanti gli interessi collettivi alla crescita del fatturato locale e così non potendogli dare dell’egoista finì che lo bollarono come cattivo esempio di protagonismo.

Ecco perché tutto questo trastullarsi la memoria di Libero Grassi di ieri forse stona un po’, oggi: oggi mentre l’ammorbidimento della regole (che nel lavoro si chiamano spesso diritti) sembra la soluzione unica per la ripresa dell’economia. Oggi mentre ancora rimbombano le parole di Marchionne che ha goffamente tentato di insegnarci che il troppo profitto diventa avidità. Marchionne. Lui e l’etica del lavoro.   Da non credere.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Tutti ai piedi di Zuck. Senza le domande giuste.

Pienamente d’accordo con Christian Raimo che scrive (qui):

«Per chi vuole vedere tutto l’incontro, qui c’è la registrazione – a essere sinceri, davvero una serie di banalità da retorica motivazionale, a cui non sarebbe interessante nemmeno dare rilievo; se non fosse che Facebook è così presente nelle nostre vite, e un confronto serio e reale con chi ne ha il controllo sarebbe stato utile.

Per esempio, gli si poteva chiedere come mai Facebook nel 2015 ha incassato dipubblicità in Italia 350 milioni di euro ma ha pagato solo 200mila euro di tasse (ossia un’aliquota dello 0,057 per cento) oppure ragionare con lui del funzionamento dell’algoritmo (ieri è uscito questo articolo su come la mancanza di controllo umano possa creare non pochi problemi), del rapporto con i mezzi di informazione eccetera.

L’impressione invece era quella di una visita quasi tutta sotto copyright (Luca De Biase ha raccontato i suoi problemi a postare un’innocua foto), e soprattutto di un’università ridotta a un gruppo di fan, e nelle file in fondo i giornalisti che non potevano fare domande: un enorme spot pubblicitario per Facebook durato un intero giorno.

Zuckerberg sembrava un patrizio romano che visita la Cilicia e parla dell’invenzione dell’anfiteatro. Sarebbe bastato che rimanesse a Roma altre ventiquattr’ore ed è probabile che sarebbe riuscito a venderci il Colosseo, il che – a pensarci bene – è quello che fa ogni giorno.»

Provare, con pazienza artigianale, a ricostruire i fatti

Sì lo so che rischia di sembrare noioso e inascoltato. Ma a noi piace così. Come dice Pippo (qui):

«Il lavoro di un anno ha dato ottimi frutti di analisi e di decostruzione (debunking) delle cose fatte in questi mesi e in questi anni dal governo italiano.

Qui di seguito una breve rassegna, in costante evoluzione, grazie soprattutto al lavoro di Davide Serafin:

Per incominciare, la Gattoparda, ovvero un’analisi sugli 80 euro e sulla disuguaglianza.

Poi i voucher e la loro crescita senza limiti.

Ancora, sulla decontribuzione, le anatre di Poletti, il doping (che non fa più effetto) e i suoi costi.

Infine, sull’accoglienza, le parole del premier, quelle di un suo fan e la ruspa che cozza con i dati.»

Prendere la politica terribilmente sul serio. Ad esempio.

Rimuovere De Berardinis, almeno quello

Faccio mie le parole del Comitato Possibile “Leone Ginzburg” L’Aquila:

«Sapere della inquietante presenza di Bernardo De Bernardinis nel Comitato nazionale operativo della Protezione civile è un’indecente vergogna che il governo deve cancellare immediatamente. Ex vice capo del Dipartimento e numero due di Guido Bertolaso, De Bernardinis è stato condannato a due anni per omicidio colposo e lesioni a causa del disastro de L’Aquila, condanna resa definitiva nello scorso novembre dalla Corte di Cassazione.

Lo stesso è, peraltro, tuttora presidente del consiglio di amministrazione di Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. E anche in questo caso si dovrebbe seguire la medesima decisione immediata.

Si tratta di scelte da fare immediatamente per decenza e per rispetto ai tanti morti, ai feriti, e a tutta la popolazione colpita dal terremoto dello scorso 24 agosto e a quella colpita dal terremoto del 2009 a L’Aquila e relativo cratere sismico. Quella presenza in quel particolare organismo è l’ennesima ferita.»

(clic)

La ‘ndrangheta piemontese trema: “Max il lavandaio” comincia a parlare

«Se iniziassi a collaborare quali vantaggi avrei? Ci sto pensando da un po’…». Con queste poche parole, dopo aver chiesto di essere sentito in procura, Massimiliano Ungaro, «Max il lavandaio», arrestato all’inizio dell’anno in una maxi operazione dei carabinieri contro un gruppo ’ndranghetista specializzato in estorsioni e droga con base nel bar Gran Galà di piazza Sabotino, ha deciso poco più di un mese fa di collaborare con la giustizia.

Da alcune settimane gli investigatori stanno raccogliendo le sue dichiarazioni. Rivelazioni, ad esempio su nuove strutture territoriali della ’ndrangheta, affari illeciti, retroscena di estorsioni e minacce. Prima di finire in carcere Ungaro aveva una doppia vita. La prima come titolare del ristorante «Babylon», di fronte alla porte Palatine e della lavanderia alle spalle della Gran Madre, da qui il suo soprannome. La seconda tutta criminale, anche se incensurato: amico di boss, complice di estorsioni, sospettato in passato di essere un usuraio. Personaggio oscuro: in questa inchiesta, giunta ormai a chiusura, è accusato di essere un «partecipe» dell’associazione mafiosa con a capo la famiglia Crea, già tirata in ballo nell’inchiesta Minotauro di pochi anni fa, che ha svelato le ramificazioni della ’ndrangheta in Torino e in alcuni comuni della cintura. Ungaro è amico fidato di Aldo Crea, fratello di Adolfo, due «padrini» di rango della criminalità radicata da anni in città. Nelle ramificazioni dell’inchiesta Minotauro, i due fratelli erano stati collocati all’interno nella «struttura del Crimine», una sorta di «gruppo» incaricato di «svolgere azioni violente nell’interesse dell’intera compagine», in collegamento con i «locali», le strutture diffuse a livello territoriale. In questo contesto, Ungaro avrebbe svelato l’esistenza di un nuovo «locale» a San Mauro, composto da vari affiliati.

Ma «Max il lavandaio» potrebbe svelare altri segreti. Ad esempio la morte di Paolo Pilla, l’informatico ucciso a Rivalba nell’estate 2011 a colpi di pistola e sepolto nel retro di una villa acquistata all’asta. Pilla era un suo amico e forse aveva condiviso con lui alcuni affari illeciti. Era stato Ungaro ad aiutare l’informatico ad ottenere il mutuo per comprare la villa dove il 2 agosto, tre giorni dopo la sua scomparsa, fu trovato il cadavere. Attorno al corpo furono trovate tre buche abbozzate, la cui utilità non è mai stata decifrata. Ungaro fu interrogato e messo sotto pressione, perché era stato uno degli ultimi a vedere in vita Pilla. «Non so nulla» disse. Ma c’è un’altra storia intrisa di mistero. Il suicidio dell’ex proprietario del «Babylon», Massimiliano Citiulo, trovato impiccato il 2 luglio 2011 nella cantina del ristorante, al tempo conosciuto come «The Club». Citiulo era un commerciante di successo, conosciuto come «Max della Cantinella», il locale di corso Casale di cui era stato proprietario. Per quel gesto si parlò di debiti. Un suicidio misterioso. Chissà se c’è un collegamento tra la morte di Pilla e quella di Citiulo? Ungaro potrebbe saperlo.

(fonte)

Danneggiata la vigna di Vespa. Ora riparte l’economia?

Se davvero Bruno Vespa pensa (ma poi si è scusato o forse no) che il terremoto sia una grande occasione per fare ripartire il PIL non è colpa sua. No. È la naturale involuzione di un capitalismo umano prima ancora che economico: la crescita e la produttività a tutti i costi è il comandamento moderno e alla fine risulta perfino normale che i portatori servili di questo credo finiscano per tradirsi in diretta televisiva. E forse, del resto, non è nemmeno un tradimento consapevole: l’Europa crede nel PIL come metro di misura universale. Il prodotto interno lordo della dignità e della felicità, invece, è solo la curva di una minoranza fastidiosa.

A pensarci bene anche il fatto che Marchionne dia lezioni di etica all’imprenditoria italiana (lui che è vigliaccamente e furbescamente scappato dall’Italia portandosi dietro quel che resta telex Fiat) si inserisce perfettamente in questo percorso. Sono solo i sintomi di una malattia ben più radicata e vasta. E solidale. Ma solidale sul serio. Corporativa ai massimi livelli.

Perché altrimenti si potrebbe pensare che anche il danneggiamento della vigna di Vespa (la notizia è qui) sia semplicemente una piccola occasione per la ripresa dell’economia. O no?

Ma vuoi vedere che salta il Ttip?

Dice il vice cancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Sigmar Gabriel che il trattato di libero scambio Ttip (per saperne di più potete leggere qui) di fatto sia fallito: “Ritengo che i negoziati con gli Stati Uniti siano ‘de facto’ falliti, anche se nessuno lo vuole ammettere veramente” ha detto Gabriel sottolineando come nei primi 14 incontri non sia datato trovato l’accordo su nessuno dei 27 capitoli che lo compongono.

E sarebbe una gran bella notizia. Già.

«I profughi? Scappano dalla fame e dalle bombe»: parola di Umberto Bossi (giuro)

Salvini non capisce che i profughi non scappano solo dalle bombe, ma anche da un altro tipo di guerra, dalla globalizzazione che ha fatto saltare i loro modi tradizionali di produrre e di vivere. Scappano dalla fame. Se davvero vuoi fermare l’immigrazione la strada è un’altra. Spingere l’Europa a sostenere le economie dei paesi africani, creare e favorire là lo sviluppo di imprese di trasformazione di materie prime, di cui l’Africa è ricca. Se no è una battaglia persa…».

(Umberto Bossi intervistato da Roberto Di Caro qui)

La bellitudine (di Raul Pantaleo)

(L’articolo di Raul Pantaleo, l’architetto di Emergency)
Progettare in zone di crisi secondo l’esperienza che ho maturato con l’organizzazione umanitaria Emergency significa saper coniugare, anche in contesti difficili, etica ed estetica; dare risposte pratiche all’emergenza ma anche porre la questione di cosa l’edificio rappresenti in quei luoghi, quindi si deve parlare di bellezza o meglio di quello che preferiamo definire: «bellitudine» (una parola nata per caso da un errore diventato poi per noi un programma).

La «bellitudine» è qualcosa di diverso dalla bellezza, è una parola «sporca», imperfetta, che accoglie le asperità della vita, non ha l’eterea distanza della bellezza. La «bellitudine» sintetizza quello che per noi significa coniugare etica ed estetica.
Ci si stupisce sempre quando si parla di bellezza in progetti d’emergenza come quelli realizzati da Emergency, in realtà ci si dovrebbe stupire del contrario, del perché un ospedale in Africa, in un luogo di guerra, o in una tendopoli post terremoto non dovrebbe essere bello? Non vi è alcun motivo razionale alcuna giustificazione pratica. È semplicemente una questione di cultura e attenzione.
Per questo ci piace parlare di «bellitudine» perché la parola bellezza è troppo «scivolosa», chi decide cos’è bello o meno, in base a quale criterio?
«Bellitudine», invece, si toglie da questa secolare disquisizione, è qualcosa d’altro, più sottotono, modesto: è semplicemente cura delle cose, dei dettagli, delle proporzioni, amore delle persone, in sintesi rispetto. Dal rispetto non può che nascere qualcosa di bello, non può essere altrimenti.

Si è discusso per secoli di bellezza. Alla fine se ne è parlato talmente tanto che ci siamo dimenticati di cosa sia veramente la bellezza. Allora, inventare una nuova parola ci toglie d’impaccio e ci permette di tornare a parlare di bello senza tanti patemi.
In questa prospettiva i progetti «belli» partono da un principio di giustizia. Partono dal presupposto che stare in un luogo, pulito, curato armonioso, anche creativo sia una sorta di diritto.
Non è una questione di costi ma di cultura. La progettazione in zone di crisi ha a che fare con il futuro e non si può che immaginarlo migliore del presente, non avrebbe senso pensarlo altrimenti.
Il futuro ha il respiro ampio dell’utopia non ha nulla a che fare con l’emergenza, deve superarla e basta.

Sono utopie molto concrete: tre alberi in un campo profughi in mezzo al deserto, una parete colorata nel mezzo del grigio di una periferia, un edificio pulito nel mezzo del degrado che sia il post terremoto o il campo profughi, aiuterà le persone ad uscire dalla crisi, dalla disperazione, l’architettura aiuta ad immaginare un futuro (possibilmente migliore).
La «bellitudine» diventa così pratica concreta nei progetti di Emergency, parte dal rispetto delle persone, dei loro diritti di vivere in un luogo accogliente che sia nell’ultima delle periferie, in un campo profughi, o in mezzo alla nuova povertà.

(Il manifesto, 27 agosto 2016)