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L’era in cui tutti siamo a sinistra sui nostri diritti e a destra dei diritti altrui

Demetrio aveva deciso di diventare il padre di sua sorella. Dopo la morte del padre ha pensato che, da fratello maggiore, dovesse occuparsi di Marisa, prendersene cura. Già, prendersi cura è un verbo di cui s’è persa la forma a forza di stritolarlo tra le devianze di un tempo in cui il controllo è diventato sinonimo di possesso e la violenza è diventata semplicemente una modalità estrema. Così Demetrio quando ha visto la sorella indossare una gonna a suo dire troppo corta dentro al bar ha pensato di punirla imbracciando il fucile e sparandole alle gambe.

Si potrebbe scrivere uomo, italiano, mica arabo e si potrebbe tirare in ballo l’islam e l’Isis e tutto quello che gocciola dal brutto giornalismo di queste settimane e invece no, non è questo il punto: non è la gara tra le violenze semite che dipana la ferocia. Non interessa nemmeno che sia successo in Calabria perché davvero, c’è da scommetterci, qualche milanese avrà già scritto da qualche parte che su al nord non sarebbe mai successo. È la questione femminile che passa ancora una volta dal maschilismo: perché la questione femminile, che piaccia o no, è roba da uomini. Dagli uomini.

Lei, Marisa, dal letto di ospedale incorre nel solito errore di una società sclerotizzata: si discolpa. Le gonne, le sigarette, quel suo fermarsi a parlare con uomini troppo adulti e quel suo fidanzato che non piace al fratello sono tutti i particolari che si sente in dovere di raccontare. Anche lei prova quindi l’irrefrenabile impulso di raccontare a tutti che non se l’è andata a cercare e che no non se l’è meritata la sfuriata del fratello. Sotto la pelle di questo tempo forse il delitto d’onore è ancora giustificabile se non davanti alla legge almeno per le opinioni di molti e così lei, la femmina, questa volta si chiama Marisa, si sente in obbligo di chiarire, puntualizzare. Discolparsi, sostanzialmente.

Ci sarebbe da chiedersi, ad esempio, quando s’è persa la forza di proteggere qualcuno senza bisogno della violenza; sarebbe da scoprire quando abbiamo deciso che la difesa di una persona è più importante della persona stessa come se fosse un gioco del protettore, per il protettore o un esercizio di virilità. Demetrio è l’ennesimo uomo che ha bisogno di ribadire le debolezze di una donna per masturbare il proprio machismo: Demetrio è un invertito in una società sempre in cerca di perversioni.

(il mio editoriale continua qui)

L’oro nero e la Basilicata che brucia

Ferragosto a Viggiano, nello stabilimento dell’Eni dissequestrato da poco (dopo l’inchiesta della Procura di Potenza sugli impianti Eni e Total in Basilicata che ha portato alle dimissioni della ministra Guidi) si sono levate in cielo lingue di fuoco. Sì, fuoco: il cielo della Val d’Agri è stato appestato dalle fiamme provenienti dallo stabilimento nel quale viene trattato il petrolio appena estratto dal territorio lucano.

L’inchiesta che ha messo sotto scacco l’impianto produttivo della Basilicata (ne scriveva Ilaria Giupponi qui)  e i signori del petrolio si è insabbiata nel silenzio viscido dei poteri che pretendono il silenzio. È rimasto anche sotto silenzio il fatto che il consigliere regionale della Basilicata (del PD) Vincenzo Robortella sia stato rinviato a giudizio (il 5 agosto scorso) insieme ad altre 57 persone e 10 società.

E forse è sfuggito a molti che i magistrati siano convinti che la società Outsourcing s.r.l, di cui il consigliere regionale era proprietario, avrebbe ricevuto un finanziamento europeo relativo ai lavori del centro oli Tempa Rossa della Total pur non avendone i requisiti di legge. Ah, Robortella è stato nominato presidente della commissione attività produttive, ambiente e territorio della Regione Basilicata.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Qui, in Italia, dove si taglia l’assistenza alle vittime di tratta

Annalisa Camilli ne scrive qui per Internazionale:

In cinque regioni italiane dal 1 settembre non saranno più disponibili i servizi contro la tratta di esseri umani: le ragazze che vorranno sottrarsi alla rete criminale che le obbliga a prostituirsi in alcune aree dell’Italia come la Sardegna, la Basilicata, il Piemonte, la Valle d’Aosta, la Liguria e in alcune zone della Sicilia, non potranno più rivolgersi ai servizi di assistenza, presenti da anni sul territorio.

Il 4 agosto, infatti, il dipartimento per le pari opportunità della presidenza del consiglio ha pubblicato la lista delle associazioni e delle regioni che beneficeranno dei quasi 13 milioni di euro destinati ai servizi contro la tratta a partire da settembre (e per i prossimi 15 mesi), e da questa graduatoria ha escluso delle aree chiave per il contrasto a questa attività, come alcune zone della Sicilia. Eppure nei porti siciliani arrivano ogni anno migliaia di ragazze nigeriane originarie di Benin City e dello stato di Edo, vittime di trafficanti che le costringono a prostituirsi per ripagare il debito contratto prima di partire, che in molti casi supera i trentamila euro.

Alla base della decisione del dipartimento per le pari opportunità di escludere alcune associazioni e regioni dai finanziamenti ci sono motivi diversi. Nel caso della Sicilia alcune associazioni sono state escluse perché i fondi sono stati assegnati fino al loro esaurimento in ordine di posizionamento nella graduatoria. Mentre nel caso del Piemonte c’è stato un errore tecnico nella compilazione del bando da parte della regione; in altri casi, come per la regione Liguria, si è trattato di un ritardo nella presentazione della domanda di finanziamento.

Una risposta nazionale

Le organizzazioni che si occupano dei diritti di migranti e rifugiati in Italia come l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) hanno espresso preoccupazione per l’esito del bando. “In alcune regioni non sarà possibile garantire la continuità di un servizio che in alcuni casi è in piedi da anni”, commenta Salvatore Fachile dell’Asgi.

“Nel momento in cui è stato approvato un Piano nazionale antitratta è stata riconosciuta la necessità di affrontare la questione da un punto di vista nazionale e non locale”, argomenta Fachile che sostiene la necessità di superare il sistema dei bandi annuali, a favore di un piano nazionale di assegnazione dei fondi che ricalchi il modello dell’assistenza ai richiedenti asilo e rifugiati del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).

“Siamo preoccupati dal fatto che dopo tanti anni, quasi venti, non si sia trovato un modo di mettere a regime le azioni delle associazioni contro la tratta e che si dipenda ancora dai bandi”, conclude Fachile, che annuncia una lettera dell’Asgiindirizzata alla ministra delle pari opportunità Maria Elena Boschi per chiedere al governo di trovare una soluzione che minimizzi le conseguenze dei tagli ai fondi per i servizi antitratta in alcune regioni italiane.

“Il rischio di una ricaduta pesante sul contrasto al crimine e sulla protezione delle vittime, nonché su una loro adeguata assistenza, è dunque altissimo tenuto conto anche del fatto che uno dei maggiori limiti del sistema recentemente emerso è la scarsità dei posti disponibili nelle strutture di accoglienza”, è scritto nella letteraspedita alla ministra.

(continua qui)

Mongolfiera mafiosa e il sindaco vuole anche le scuse

Ne avevo scritto per Left qui della mongolfiera intestata alla mafia.

Ora il sindaco, pensa te, vuole le scuse di quelli che hanno denunciato l’accaduto.

“La mafia è un parolone e sono convinto che non ci sia a Valenzano“

Ha detto così, il sindaco Antonio Lomoro. Bravo complimenti. Evviva.

Vietano il burkini e intanto gli vendono le armi

Avere sempre la curiosità di osservare i fatti. Sempre. Un articolo da incorniciare di Fulvio Scaglione. Famiglia Cristiana, per dire:

Il sonno della ragione dei politici europei, impegnati a rincorrere qualunque retorica pur di speculare su qualche voto, produce mostri come la polemica francese sul burkini. A sua volta preziosa perché, letta in controluce, spiega tutto non solo della Francia, afflitta da una classe di governo di rara mediocrità, ma dell’Europa intera e, alla fin fine, di questo Occidente insopportabilmente pigro dal punto di vista morale e ipocrita.

Qualche fatto. Pochi giorni fa il sindaco di Cannes, David Lisnard, ha emesso un’ordinanza per vietare sul territorio del suo comune l’uso del burkini, l’orribile costume da bagno che copra tutto il corpo della dona, capo compreso, ed è usato da certe donne musulmane. Nell’ordinanza, Lisnard si richiama alla necessità di difendere “i buoni costumi” e “la laicità” e “di far rispettare le regole d’igiene e sicurezza”. L’ordinanza, ovviamente, è stata subito replicata dai sindaci di altri comuni della Costa Azzurra ed è poi finita davanti al magistrato per gli altrettanto ovvi ricorsi.

A dispetto del nome, il burkini c’entra poco col burka. In Italia il burka, che copre anche interamente il volto, è fuori legge… per legge: la legge Reale del 1975, che disciplina la tutela dell’ordine pubblico e proibisce, appunto, di rendersi irriconoscibili coprendo il volto. Ma il burkini, che in definitiva somiglia a una muta completa da subacqueo, da noi dovrebbe essere proibito con un provvedimento ad hoc. Detto questo, ci sono alcune ragioni precise che rendono l’operato dei francesi non solo una farsa ma una farsa pericolosa.

LA CANNES DI LISNARD DOVE SI VIETA IL BURKINI

Frequento da anni la Costa Azzurra, alla maniera di tanti altri piccoli borghesi del Piemonte e della Lombardia. Mini appartamento a Mentone (in società con mia madre e mio fratello), poi da lì si va qua e là. In questi anni di burkini ne avrò visti, a dir tanto, tre. Mi sfugge quindi come il sindaco di Cannes (75 mila abitanti, d’estate almeno oltre i 100 mila) possa sentire minacciati, tutti insieme, i costumi, la laicità, l’igiene e la sicurezza del suo ricco Comune. Soprattutto mi pare incredibile che il sindaco non noti una contraddizione. Lui vieta i burkini in spiaggia, ma nel centro si vedono donne abbondantemente velate (le stesse che hanno finito di fare il bagno?) che, pasturando stuoli di bambini e restando disciplinate nell’ombra dei mariti entrano nei ristoranti, escono dalle boutique con mazzi di pacchetti, vanno a curiosare nelle agenzie immobiliare, fanno acquisti in gioielleria e così via. In quei casi, a quanto pare, il sindaco Lisnard non vede alcun pericolo per la laicità e l’igiene, anche se le donne sono coperte proprio come se avessero il burkini. Che sia una questione di quattrini? Veli e coperture vanno bene tra i negozi, perché da sotto quei veli escono gli euro. E non vanno bene in spiaggia, dove qualche turista potrebbe adontarsi e portare i propri euro lontano dal comune di Cannes?

Si diceva prima del magistrati e dei ricorsi che si è trovato a esaminare. L’ordinanza del sindaco Lisnard è stata sdoganata. Anche alla luce, ha sentenziato il magistrato, dello stato di emergenza proclamato dopo la strage di Nizza del 14 luglio. Curioso anche questo: Mohamed Bouhlel, il camionista che uccise 84 persone investendole sul lungomare, era uno piscopatico violento che andava a donne, beveva, non frequentava la moschea e non osservava il Ramadan, il mese del digiuno che è uno dei cinque precetti che definiscono il musulmano.

MANUEL VALLS, IL BURKINI INCOMPATIBILE CON LA FRANCIA E LA “RELAZIONE STRATEGICA” CON L’ARABIA SAUDITA

Quel che è peggio, però, è che sulle stesse posizioni si è allineato anche il premier Manuel Valls, che si è lanciato in frasi importanti. “Il burkini è incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica, ed è l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”. Forse il burkini è incompatibile con la Francia, ma tutto il resto no. Voglio dire: il burkini offende la Repubblica e le donne ma ciò che produce il burkini e, soprattutto, produce quella visione estrema dell’islam, l’asservimento delle donne e molte altre cose al premier Valls va benone. Anzi: lui lo ama, lo ritiene indispensabile.

Fu proprio Valls, qualche mese fa, a dire che la Francia ha con l’Arabia Saudita una “relazione strategica”. Quindi importante, anzi irrinunciabile. Eppure Valls sa come sono vestite le donne saudite. Sa che non possono guidare. Sa che per mandare una donna a correre alle Olimpiadi di Rio, anche lei per altro vestita con una sorta di burkini su cui nessuno ha protestato, hanno dovuto trovarne una che fosse accompagnata in Brasile da un parente maschio e avesse il permesso di padre e marito. Sa anche, Valls, che il wahabismo saudita è la forma più radicale e conservatrice di islam oggi praticata nel mondo. E che i wahabiti, usando i petrodollari, propagandano quella visione dell’islam in tutto il mondo, finanziando scuole coraniche radicali, gruppi estremistici, financo gruppi terroristi. Ma ciò che offende e indigna Valls è il burkini.

Di più. La frase sulla “relazione strategica” fu pronunciata subito dopo che il presidente Hollande aveva concesso la Legion d’Onore, massima onoreficenza francese, a Mohammed bin Nayef, principe ereditario della monarchia saudita e ministro degli Interni. In quel momento del 2016 , Bin Nayef aveva già firmato 70 condanne a morte (una fu eseguita due giorni dopo il ritiro della Legione) e, come ministro degli Interni, è responsabile proprio di quel sistema perverso di leggi civili e leggi religiose che tiene le donne saudite nello stato in cui sono, quasi prive di diritti e, ovviamente, obbligate a indossare il burkini. Ma Valls non era turbato dal fatto di onorare un tale personaggio. No, lui si turba per il burkini.

D’altra parte i politici francesi sono tipi particolari. Nel 2015 per ben tre volte i vertici del sistema politico d’Oltralpe si sono recati in Arabia Saudita, il Paese dove l’asservimento delle donne è più palese, a omaggiarne i dirigenti. Due volte Hollande e una lo stesso Valls il quale, il 12 e 13 ottobre, ha firmato contratti per 10 miliardi di euro. Quei soldi coprivano anche un’abbondante fornitura di armi prodotte in Francia. Il che significa solo una cosa:  che per un po’ di denaro, il buonValls e il buon Hollande andavano a rafforzare il regime che da della negazione della laicità e dell’asservimento delle donne due caposaldi della propria visione del mondo. Per non parlare del fatto che molte di quelle armi saranno probabilmente passate a gruppi armati fondamentalisti, per esempio l’Isis. Tutto questo però non è incompatibile con i valori della Repubblica francese. Tutto questo non sconvolge Valls. A lui lo sconvolgono solo i burkini.

Alla fin fine, è sempre la solita storia. Siamo moralmente pigri e miseri, per quattro petrodollari diamo via l’anima e altro. Quindi proprio non possiamo prendercela con le centrali che alimentano nel mondo, concretamente, il fanatismo, il radicalismo islamico, il terrorismo. Così ce la prendiamo coi simboli. Il che è una vera stupidaggine. Perché i simboli appartengono a tutti i musulmani, Il terrorismo e le armi solo a una parte di loro. Per denaro, quindi, preferiamo prendercela indistintamente con l’islam, scontentando quindi tutti i musulmani, e lasciare in pace chi, in definitiva, ci spara addosso.

E’ il marchio di fabbrica di questa Europa imbelle, senza nerbo e senza visione. E il trionfo delle teorie dello “scontro di civiltà” partorite dai neocon americani e da quelli che li hanno seguiti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dal 2000 a oggi le vittime di atti terroristici sono aumentate di nove volte. Come diceve Nanni Moretti. Continuiamo così, facciamoci del male.

Terre spezzate

Un gran reportage proposto da Repubblica, bel giornalismo:

Prima di metterci in viaggio per l’Iraq settentrionale il dottor Azar Mirkhan si cambia, smettendo gli abiti occidentali e indossando il vestito tradizionale del combattente peshmerga curdo: un gilet di lana corto e aderente sulla camicia, pantaloni abbondanti e larga fascia di seta annodata in vita, a mo’ di cintura. Ha anche pensato di portare con sé qualche accessorio, tra cui un coltello da combattimento nascosto nella cintola, un binocolo e una 45 semiautomatica. Per le situazioni più delicate, un fucile d’assalto M-4 adagiato a portata di mano sul sedile posteriore, accanto ad alcuni caricatori extra. Il dottore alza le spalle. “È una brutta zona”.

Quel giorno di maggio del 2015 la nostra destinazione era il luogo del più grande dolore per Azar, un dolore che ancora lo tormenta. L’anno prima i guerrieri dell’Is si erano aperti un varco attraverso l’Iraq settentrionale, spazzando via un esercito iracheno molto più consistente, per poi rivolgere la loro attenzione ai curdi. Azar aveva previsto esattamente dove gli assassini dell’Is erano in procinto di colpire, sapeva che decine di migliaia di civili inermi si trovavano sul loro percorso, ma nessuno aveva ascoltato i suoi avvertimenti. Disperato, aveva caricato le armi sulla sua auto ed era corso nella zona, solo per apprendere a un posto di controllo che era arrivato qualche ora troppo tardi. “Era evidente, evidentissimo”, dice Azar, “ma nessuno mi ha ascoltato “. Quel giorno stavamo tornando nel luogo dove i leggendari guerrieri curdi dell’Iraq del nord sono stati aggirati e messi in fuga, dove il dottor Azar Mirkhan non è riuscito a evitare una immane tragedia; e dove, per molti mesi a venire, avrebbe continuato a combattere l’Is.

Azar è un urologo, ma anche senza le armi e la tenuta da guerriero questo quarantunenne sprigionerebbe un’aura da cacciatore. Cammina con una curiosa andatura a grandi falcate che fa poco rumore e parlando continua a toccarsi il mento e tende a fissarti da sotto le palpebre abbassate, come se stesse prendendo la mira. Con il suo naso pronunciato e la capigliatura nera corvina mostra una vaga somiglianza con un giovane Johnny Cash. Le armi completano la filosofia personale del dottore, espressa in una scena di uno dei suoi film preferiti, Il buono, il brutto e il cattivo, dove Eli Wallach è colto di sorpresa mentre sta facendo il bagno da un uomo intenzionato a ucciderlo. Prima di ucciderlo, il killer si concede un trionfale soliloquio, permettendo a Wallach di fare fuoco prima. “Quando devi sparare, spara, non parlare”, cita Azar da quel film. “Noi curdi lo sappiamo bene. Non è il tempo di parlare, ma di sparare”.

(trovate tutto qui)

Su Corleone

Corleone sciolta per infiltrazione mafiosa ma Fabrizio Feo sottolinea anche altri (brutti) accadimenti recenti:

«Ma c’è qualcos’altro che non va sottovalutato. A Corleone, ancora una volta, negli ultimi mesi qualcuno, al grido di “vogliono criminalizzare una cittadina e una comunità”, ha fatto ricorso prima al vittimismo e poi a vere e proprie bordate contro chi raccontava i fatti. Un fuoco di sbarramento cominciato anche prima dello scioglimento del Consiglio Comunale, in occasione di una processione e della segnalazione fatta alla Procura dalle forze dell’ordine a proposito dell’inchino della statua di San Giovanni Evangelista davanti alla casa di Totò Riina e Ninetta Bagarella. Quando Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica, attento e coraggioso, profondo conoscitore del fenomeno mafioso, aveva pubblicato la cronaca della processione erano fioccate minacce di querela. Quando poi Dino Paternostro, giornalista e dirigente sindacale responsabile della Legalità per la Cgil di Palermo, aveva postato su Facebook l’articolo di Palazzolo erano volati anche gli insulti. Ed era sceso in campo anche il genero di Totò Riina, Tony Ciavarello, che aveva commentato: “Buffone lei e il suo collega che ha scritto l’articolo”. Un’uscita intollerabile, indecente.
E invece il lavoro di Salvo Palazzolo e dei giornalisti che come lui hanno tenuto gli occhi ben aperti su Corleone è un aiuto prezioso e insostituibile proprio per la stragrande maggioranza di cittadini onesti, che in questi anni hanno scelto se non di contrastare il fenomeno mafioso, almeno di prenderne le distanze tagliando i ponti con Cosa Nostra e con i mafiosi, quelli con tanto di pedigree e quelli che mostrano molte maschere, una per ogni occasione.»

Continua su Liberainformazione qui.

Contro l’ANPI anche le bufale

“Rimosso”, “sostituito”, “deferito”. Le cronache locali e poi i giornali nazionali lo hanno descritto come un caso di censura, un tentativo di punire il dissenso interno all’associazione dei partigiani nel dibattito sul referendum costituzionale. In realtà il presidente dell’Anpi di Ravenna, Ivano Artioli, è ancora al suo posto. E il ruolo da coordinatore regionale dell’Emilia Romagna non è più suo perché era provvisorio: lo aveva assunto nel 2014 dopo la morte del presidente bolognese, William Michelini. Artioli, a ilfattoquotidiano.it racconta: “La mia posizione a favore della riforma è sempre stata chiara. Ma non ho mai ricevuto alcuna lettera di deferimento, e tuttora sono alla guida dell’Anpi di Ravenna, che conta circa 4400 iscritti. Nessuno mi ha mai toccato. Lavoro tutti i giorni”. Nessuna sostituzione. L’Anpi bolognese le ha definite “notizie false con il solo scopo di rinfocolare una sterile polemica sui rapporti con il Pd”.

(la notizia è qui)

Ma secondo voi?

Ma secondo voi, che vi siete spremuti il cuore per la foto di quel bambino bombardato, secondo voi, esattamente, da cosa scappano quei milioni di profughi? E perché non li avete notati? Perché sono usciti mossi?

Vietare la coppola in spiaggia per sconfiggere la mafia

L’eccellenza europea si è riunita in Gran Consiglio. Ovvio che d’agosto il Gran Consiglio si svolga principalmente sulle pagine dei maggiori quotidiani: troppa fatica viaggiare fino ai luoghi deputati quando basta un po’ di bullismo telefonico per meritarsi un quarto di pagina di qualche giornale a corto di notizie.

Ecco quindi che la Suprema Commissione per la Soluzione dei Problemi Inesistenti ha convocato una seduta straordinaria (che detta così fa quasi spavento ma in fondo si tratta di un paio di chiacchierate al massimo) per stabilire che sia giunta finalmente l’ora di sradicare i mali del mondo. I mali e tutte le loro rappresentazioni. O almeno le rappresentazioni.

Ecco quindi le decisioni principali:

  • saranno vietate le coppole in spiaggia. Nessun uomo può davvero apprezzare l’antiestetico berretto che si spiaccica sulla fronte come una pizza molliccia caduta dall’alto. Nessuno nemmeno può accettare il rischio di occlusione della vista da parte della coppola nel caso di improvvise trombe d’aria sulla spiaggia senza considerare che qualche coraggioso giornalista d’inchiesta che ha voluto sperimentare il pericoloso copricapo racconta di enormi difficoltà nelle movenze. Cominciamo dalle coppole per sconfiggere la mafia, ha dichiarato il superministro dell’ecologia indumentale. Tutti felici.
  • saranno vietati tutti i film senza nemmeno una scena di sesso esplicito. Gli intellettuali hanno stabilito che non rispetta la realtà occidentale un protagonista di film (o di romanzo) che non incorra almeno in un amplesso occasionale nel corso di una storia. È innaturale che uno sceneggiatore o drammaturgo rinunci all’eco di una bella trombata in piano sequenza. Basta con l’inutile pudicizia. Liberalizzare obbligatoriamente il sesso sarà il primo passo per sconfiggere l’invecchiamento della popolazione occidentale, ha dichiarato il superministro della proliferazione.
  • saranno vietate in spiaggia le pistole ad acqua. Il gran consiglio degli educatori ha deciso che è innaturale e grave che un bimbo si diverta schizzando acqua quando potrebbe tranquillamente dedicarsi alla pallacorda o all’unduetrestella. Vietare le pistole ad acqua è il primo passo per fermare i bombardamenti nel mondo hanno dichiarato i Paesi uniti per la pace del poter bombardare in pace.

(il mio buongiorno per Left continua qui)