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La “potenza geopolitica” che arriva sempre dopo la fuga di notizie

È curioso come la storia si ripeta senza nemmeno lo sforzo di cambiare la scenografia. Stati Uniti e Russia si scambiano bozze di un piano di pace in 28 punti, l’Ucraina viene convocata solo quando tutto è già impostato, e l’Unione europea arriva dopo, brandendo «principi irrinunciabili» che nessuno aveva chiesto. È la diplomazia ridotta a post-produzione: aggiustare il copione scritto da altri.

La bozza fatta filtrare da Washington porta l’impronta di Mosca più di quanto l’UE voglia ammettere: cessioni territoriali, neutralità permanente, limiti all’esercito ucraino, alleggerimento graduale delle sanzioni. Zelensky la definisce un bivio «tra dignità e sopravvivenza degli aiuti». Trump la presenta come un’offerta di pace e, nella stessa frase, come un ultimatum mascherato. A Bruxelles, invece, ci si accorge del processo solo quando i dettagli diventano pubblici.

Il ruolo europeo al tavolo di Ginevra è la fotografia di tutto il resto: non capi di Stato, non leader politici, ma un funzionario della Commissione accanto alle delegazioni ufficiali. L’immagine è quella di un continente chiamato a garantire i fondi della ricostruzione senza avere voce sulla cornice geopolitica. È la forma moderna della marginalità: pagare il conto di una pace decisa altrove.

E allora la domanda è semplice: che fine ha fatto l’«Europa geopolitica» promessa dopo l’invasione del 2022? Se non riesce a produrre un suo piano, se interviene solo per correggere gli eccessi dei piani altrui, se reagisce invece di guidare, la sua irrilevanza non è un destino ma una scelta quotidiana. E ogni scelta, alla lunga, presenta il conto.

Buon lunedì. 

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La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta – Lettera43

Smartphone, notebook e caricabatterie contengono materie prime strategiche. Ma noi non li ricicliamo correttamente, alimentando i canali illegali. E così ci condanniamo alla dipendenza tecnologica dall’estero.

Il centro di raccolta riapre alle nove, ma alle nove e trenta la sbarra è ancora immobile. Dentro, file di televisori, lavatrici, piccoli apparecchi. Fuori, nessuno. È l’immagine più fedele di un Paese che parla di autonomia tecnologica e poi lascia marcire le sue materie prime in cantine, cassetti e traffici paralleli. L’Italia resta stabilmente sotto il 30 per cento di raccolta dei rifiuti elettronici rispetto all’immesso sul mercato, contro il 65 per cento richiesto dalla direttiva europea. I dati di Eurostat confermano che in media negli Stati membri si recuperano 11-12 chili pro capite l’anno, mentre da noi a malapena si superano i 6. È la prova che il sistema non intercetta ciò che dovrebbe: smartphone, notebook, caricabatterie e microelettronica che contengono le materie prime più strategiche del nostro tempo.

Un deposito parallelo che nessuno riesce a svuotare

È qui che il ritardo italiano assume una forma precisa. Secondo gli studiosi che da anni monitorano il settore, milioni di cittadini accumulano apparecchi elettronici inutilizzati per anni, trasformando le abitazioni in un deposito parallelo che nessuno riesce a svuotare. Un comportamento personale che diventa fragilità industriale: quelle schede elettroniche contengono terre rare, cobalto, litio, materiali che l’Europa importa quasi totalmente da Cina, Congo e Sudamerica. La Commissione europea li definisce indispensabili per la transizione digitale ed energetica, ma in Italia restano immobilizzati negli armadi. L’altra metà scompare nella spazzatura indifferenziata, rendendo impossibile ogni recupero.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
Microchip (foto Unsplash).

Troppi ostacoli per chi prova a smaltire

Chi prova a smaltire correttamente incontra ostacoli evidenti. I centri comunali sono pochi, lontani, con orari ridotti. I servizi su chiamata richiedono giorni di attesa. Il ritiro nei negozi – l’uno contro uno o l’uno contro zero – funziona sulla carta, meno nella realtà: informazione scarsa, resistenze dei commercianti, diffidenza dei clienti. La conseguenza è una rete di raccolta che si svuota proprio dove dovrebbe caricarsi.

Rifiuti elettronici dirottati verso Africa e Asia

Il vuoto lasciato dal sistema ufficiale diventa terreno fertile per i canali informali. Non si tratta solo di piccoli rottamatori: una parte consistente dei Raee (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) che risultano “per il riuso” viene dirottata verso Africa e Asia, dove gli apparecchi vengono smontati a mani nude, in discariche a cielo aperto, senza tutele ambientali. Il fenomeno del “falso riuso” è ben noto: la rigenerazione è il paravento che permette di esportare ciò che in realtà andrebbe trattato come rifiuto, aggirando i controlli e abbassando i costi a scapito della salute di altri Paesi.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
L’Italia non sfrutta adeguatamente la miniera di rifiuti elettronici che giace nei cassetti delle case (foto Unsplash).

L’Italia non recupera nulla di ciò che conta davvero

Le agenzie europee che monitorano il settore rilevano che il valore di mercato delle frazioni elettroniche recuperabili è troppo basso per rendere sostenibile un riciclo a norma, ma abbastanza alto da alimentare l’economia illegale. La filiera ufficiale, vincolata a burocrazia e costi crescenti, perde terreno a favore di operatori che aggirano regole e normative. È una distorsione che permette all’Italia di liberarsi dei suoi rifiuti, senza però recuperare nulla di ciò che conta davvero: oro, palladio, terre rare.

Mancano incentivi economici e una politica industriale

Il Decreto legge 131/2024, il cosiddetto “Salva infrazioni”, prova a intervenire in questo scenario. Obbliga i produttori a destinare il 3 per cento del fatturato a campagne informative sul corretto conferimento, estende gli obblighi di ritiro ai venditori online e semplifica alcune procedure di tracciabilità. Sono passi in avanti, ma insufficienti. La procedura d’infrazione avviata da Bruxelles riguarda proprio la scarsa efficacia del sistema italiano di raccolta e recupero, e il decreto non affronta il nodo centrale: l’assenza di incentivi economici per restituire un dispositivo elettronico. Nessun deposito cauzionale, nessun premio per il conferimento, nessuna politica industriale dedicata alle materie prime critiche, nonostante il nuovo atto europeo sul tema indichi nel riciclo interno uno dei pilastri della sicurezza tecnologica.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
Rifiuti elettronici non smaltiti correttamente (foto Unsplash).

Continuiamo a dipendere da fornitori esteri e da mercati instabili

Gli esperti suggeriscono obiettivi più mirati: target specifici per le singole frazioni critiche, certificati di riciclo che garantiscano un prezzo minimo ai recuperatori, tracciamento digitale dei flussi per bloccare l’export illegale. Senza questi strumenti, l’Italia continuerà a far dipendere la sua industria – dall’auto elettrica all’elettronica di consumo – da fornitori esteri e da mercati instabili.

Cassetto pieno di vecchi telefoni: una miniera urbana

Oggi il Paese rimane intrappolato in una contraddizione evidente. Raccoglie metà della media europea, non recupera quasi nulla dei materiali strategici, non costruisce una filiera capace di ridurre la dipendenza dall’estero. Nei centri di raccolta si vede il risultato: cassoni mezzi vuoti, apparecchi che arrivano a singhiozzo, operatori che parlano di procedure complesse e controlli sporadici. Fuori, nelle case, resta l’altra metà dell’immagine: milioni di dispositivi che nessuno restituisce. Finché quel cassetto pieno di vecchi telefoni non sarà trattato per ciò che è – una miniera urbana che altri Paesi sfruttano al posto nostro – l’Italia continuerà a perdere sia autonomia sia valore.

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La tregua come anestetico: riscritta la mappa di Gaza

Basta, davvero. A Gaza la parola “tregua” continua a funzionare come un anestetico. L’Unicef conta almeno 67 bambini uccisi dall’inizio del cessate il fuoco, quasi due al giorno. Medici Senza Frontiere racconta un raid del 19 novembre: sei feriti, una bambina di nove anni colpita al volto, un quindicenne, un uomo di 71 anni. Nei comunicati ufficiali tutto questo diventa “incidente”, come se bastasse un sinonimo gentile per cancellare la scena.

Intanto la mappa della Striscia viene riscritta. L’area gialla controllata dall’esercito supera metà del territorio. A Gaza City i militari avanzano verso Shujaiya, spingendo le famiglie più a ovest dentro quella che le fonti locali chiamano «gabbia». Un uomo sfollato è stato ucciso fuori dalla zona militare, nel punto che l’accordo indicava come relativamente sicuro. Anche questo, nel linguaggio diplomatico, rientra nella “tregua”.

In Cisgiordania due ragazzi di 18 e 16 anni sono morti dopo un’incursione a Kafr Aqab. A Nablus e Ramallah gruppi di coloni hanno incendiato magazzini e serre, spesso coperti dall’esercito. La guerra non è ferma: è solo descritta come se lo fosse.

Sul piano politico Israele prepara la “seconda fase” dell’accordo con una task force che include ministri contrari alla tregua stessa. Netanyahu lega la riapertura di Rafah alla restituzione dei corpi degli ostaggi e aggiunge che sarebbe «felice» se l’Egitto permettesse agli abitanti di Gaza di andarsene.

Ecco perché serve restituire senso alle parole. Se chiamiamo “tregua” giorni in cui si muore, se chiamiamo “pace” un dispositivo di controllo territoriale, allora non stiamo raccontando i fatti: li stiamo coprendo. A Gaza oggi non c’è tregua. C’è una guerra che si prende la libertà di farsi chiamare diversamente.

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Amazzonia, con i suoi consumi l’Italia contribuisce alla deforestazione di quattromila ettari l’anno

Alla Cop30 di Belém i numeri pubblicati nel nuovo “Amazon Footprint Report 2025” del Wwf e degli istituti di ricerca Trase, Sei e Chalmers riportano l’Italia al centro della scena. Ogni anno i consumi nazionali corrispondono a quattromila ettari di Amazzonia abbattuti, una superficie pari a cinquemila campi da calcio. 

È un dato strutturale: l’Unione europea genera circa il 20% della deforestazione globale legata alle catene di approvvigionamento e, di quel totale, l’Italia detiene una quota significativa.

Il peso non dipende solo dalla carne bovina importata dal Brasile ma anche dalla soia utilizzata per alimentare gli allevamenti avicoli e suinicoli, dal cacao che sostiene l’industria dolciaria e dal legname tropicale impiegato nei settori dell’arredo e della nautica. È una responsabilità diffusa lungo filiere che raramente arrivano fino al dibattito pubblico nazionale e che mostrano quanto la domanda interna influenzi territori lontani, spesso in conflitto per la gestione della terra e dell’acqua.

Le filiere che spingono la deforestazione

Secondo il dossier, gli allevamenti bovini restano il principale motore della perdita di foresta: rappresentano il 78% della deforestazione amazzonica legata alle materie prime, pari a 6,7 milioni di ettari tra 2018 e 2022. La foresta viene convertita in pascoli soprattutto nel Brasile centro-orientale, nei territori del Pará e del Mato Grosso, dove la crescita delle esportazioni ha accelerato l’avanzamento della frontiera agricola.

La soia, seconda causa con il 4,6%, alimenta in larga parte gli allevamenti europei. In Italia oltre l’80% della soia importata è destinata ai mangimi, un dato che lega indirettamente polli, maiali e bovini alle dinamiche di deforestazione. In Bolivia, Perù ed Ecuador, invece, prevalgono le coltivazioni intensive di mais, palma da olio e cacao, anch’esse connesse ai mercati occidentali. Il rapporto ricorda che la foresta amazzonica ha già perso il 17% della sua estensione storica, avvicinandosi alla soglia in cui il sistema non sarebbe più in grado di rigenerarsi.

Le conseguenze sono molteplici: perdita di biodiversità, aumento degli incendi, erosione del suolo, inaccessibilità all’acqua per le comunità rurali. Nel reportage fotografico che accompagna lo studio, il Wwf documenta gli effetti sulle popolazioni indigene che vivono nelle aree in cui avanzano i pascoli e le coltivazioni industriali.

L’Europa rallenta mentre l’impatto cresce

Mentre a Belém si discute di obiettivi al 2030, l’Unione europea affronta la pressione politica che mira a diluire l’applicazione dell’Eudr (European Union Deforestation Regulation), la normativa che vieta l’ingresso nel mercato europeo di beni legati alla deforestazione. Il Wwf Italia, attraverso il suo responsabile foreste, parla di «rischio di arretramento» e ricorda che il 10% della deforestazione provocata dai consumi europei ricade direttamente sull’Amazzonia.

Per l’Italia, questa discussione è decisiva: la dipendenza da carne bovina, mangimi e cacao rende il nostro sistema produttivo vulnerabile a qualunque indebolimento delle regole sulla tracciabilità. E apre un problema politico sulla distanza tra la narrativa “verde” spesso esibita nei contesti internazionali e la realtà delle importazioni che sostengono la nostra dieta e le nostre filiere.

Il quadro che emerge dal rapporto è netto. Ogni anno la domanda italiana sottrae quattromila ettari di foresta amazzonica, mentre la foresta continua a perdere la sua capacità di assorbire carbonio e di garantire l’equilibrio idrologico dell’intero bacino. Il dibattito europeo sul regolamento Eudr rischia di determinare se questa tendenza potrà invertire rotta o se continuerà, silenziosa, a crescere.

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Gaza, a lezione da Israele: 18 eserciti occidentali studiano il conflitto messo sotto accusa dalla Corte penale internazionale

Dal 16 al 20 novembre 2025, l’Idf ha riunito in Israele 18 eserciti stranieri per illustrare le “lezioni operative” della guerra di Gaza. La notizia è stata resa pubblica dal Times of Israel il 16 novembre e confermata da The National tre giorni dopo: Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania, Finlandia, India, Grecia, Giappone, Marocco e diversi Paesi dell’Europa orientale hanno inviato ufficiali e comandanti per assistere a briefing, esercitazioni con droni, artiglieria e carri, e visite ai comandi militari nel sud del Paese.

Le immagini diffuse da The National mostrano gli ufficiali stranieri affacciati da una collina di Sderot, di fronte alle rovine della Striscia. Il quotidiano ricorda che la guerra iniziata dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 ha provocato “più di 69.400 morti palestinesi” e ha raso al suolo interi quartieri. È il punto in cui diplomazia militare e devastazione coincidono: le delegazioni studiano la campagna mentre sul conflitto pendono indagini internazionali.

Il peso delle accuse e la normalizzazione delle relazioni

Nello stesso resoconto, The National ricorda che il premier Benjamin Netanyahu è destinatario di un mandato di arresto della Corte penale internazionale, che lo accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. È la prima volta che un capo di governo israeliano in carica è ricercato dall’Icc mentre governa. La posizione tocca direttamente molti dei Paesi presenti al seminario, che hanno ratificato lo Statuto di Roma e sono quindi obbligati alla cooperazione con la Corte.

Il calendario aggiunge un ulteriore elemento: proprio il 18 novembre, nel pieno delle attività del seminario, la Germania revoca la sospensione parziale delle forniture militari a Israele, adottata ad agosto. Berlino torna a valutare le licenze “caso per caso”, mentre un suo ufficiale è tra i presenti alle esercitazioni dell’Idf. Un allineamento che mostra come la cooperazione militare e commerciale prosegua anche nei momenti di massima pressione internazionale.

L’Unione europea, pur senza commentare direttamente l’evento, ribadisce pochi giorni prima un punto centrale. In più interventi, Josep Borrell ricorda che i mandati dell’ICC “sono vincolanti per tutti gli Stati membri” che hanno aderito alla Corte e non possono essere elusi dietro scelte politiche contingenti. Una posizione che collide con la presenza di delegazioni europee al seminario israeliano, rendendo visibile la distanza tra la retorica del diritto internazionale e la pratica delle cooperazioni strategiche.

Gli eserciti occidentali a lezione dall’Idf

Il 18 novembre, il Jerusalem Post segue dall’interno una delle sessioni, rivelando un clima meno compatto di quanto appaia nelle foto ufficiali. Alcuni ufficiali stranieri giudicano “molto difficile da accettare” l’entità delle vittime civili palestinesi; altri contestano l’idea che Israele debba poter tollerare livelli così alti di danno collaterale nella guerra urbana. Opinioni espresse lontano dai microfoni, ma che mostrano il disagio reale dietro la partecipazione formale.

Anche il Telegraph segnala una “presenza ridotta e prudente” del Regno Unito, per evitare che la partecipazione al seminario sia interpretata come un sostegno politico incondizionato a Israele. Nessuna smentita ufficiale, ma la cautela britannica evidenzia quanto il tema sia diventato delicato per gli alleati occidentali.

Sul piano giuridico, la questione è ancora più sensibile. Gli Articles on State Responsibility della Commissione di diritto internazionale stabiliscono che uno Stato può essere corresponsabile se fornisce “aiuto o assistenza” a un altro Stato nella commissione di un illecito internazionale, sapendo del rischio concreto che quella cooperazione possa facilitarlo. Negli ultimi mesi, diversi esperti Onu hanno richiamato questo principio analizzando la vendita di armi e le forme di addestramento militare fornite a Israele.

A scuola di campagne militari

Il seminario dell’Idf non costituisce di per sé un atto illecito. Ma costruisce una relazione stabile tra eserciti occidentali e un’operazione militare sotto indagine per violazioni gravi del diritto umanitario. Le delegazioni osservano da vicino la campagna più contestata degli ultimi decenni, apprendono procedure, tattiche, sistemi d’arma, mentre la giustizia internazionale indaga bombardamenti sproporzionati, ostacoli agli aiuti e attacchi in aree densamente popolate. La scena di Sderot, con gli ufficiali stranieri che osservano dall’alto ciò che resta della Striscia, sintetizza il paradosso: una guerra al centro di accuse pesantissime trasformata in un caso di studio per gli alleati.

Una vera e propria scuola di genocidio. Ed è qui che la scena di Sderot assume un valore politico che va oltre il simbolo: eserciti europei e asiatici studiano una campagna militare che la giustizia internazionale sta esaminando per presunte violazioni gravi del diritto umanitario. La distanza tra la retorica dei diritti umani e la pratica della cooperazione militare si consuma in quel punto, alla luce del sole, come se le due dimensioni potessero procedere parallele senza mai toccarsi. In realtà, si stanno già toccando: nella diplomazia, nei tribunali, nelle cancellerie che con una mano chiedono alle Nazioni Unite un’indagine indipendente e con l’altra stringono accordi militari che rendono quella stessa indagine più fragile e politicamente costosa.

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Il codice genetico del governo

Possono lucidare la vetrina quanto vogliono: gli atlantici di cartapesta, i conservatori che si fingono illuminati, perfino i progressisti dell’ultima ora. Ma ogni volta che i ministri del governo provano a parlare di violenza contro le donne, la maschera scivola. È successo ancora alla Conferenza internazionale contro il femminicidio, dove Carlo Nordio ha spiegato che nel “codice genetico” maschile ci sarebbe una resistenza alla parità, un retaggio millenario difficile da estirpare, evocando addirittura psicologi e ipnotisti per “correggere” questa tara.

Accanto a lui, Eugenia Roccella ha rincarato sostenendo che non esiste correlazione tra educazione sessuo-affettiva e calo dei femminicidi, citando la Svezia come esempio e ignorando – come ha fatto notare la responsabile scuola del Pd Irene Manzi – che il tema richiede dati seri e contesto. Per Roccella si può parlarne “lateralmente”, purché non si insista sul ruolo della scuola. Come se il punto fosse proteggere un pregiudizio, non proteggere le donne. 

Davanti a dichiarazioni simili non c’è cerimoniale che tenga. C’è Chiara Appendino che ricorda il curriculum recente del Guardasigilli: “Dopo aver demolito la giustizia, garantito impunità ai soliti noti, liberato uno stupratore di bambini e preso a modello Gelli, Nordio ci regala un’altra perla. La prossima sarà propagandare Lombroso? Se questo è un ministro…“. C’è Angelo Bonelli che saluta l’arrivo nel “Medioevo“, perché un governo che dice che la parità non entra nel Dna e che l’educazione sessuale non serve non sta sbagliando una frase: sta dichiarando il proprio paradigma. E c’è Maria Elena Boschi che definisce tutto “imbarazzante”, perché di questo si tratta: un lessico che degrada, banalizza, arretra. 

E allora la provocazione è semplice: prima ancora delle norme, dei protocolli e delle panchine rosse, servirebbe un governo che non consideri la violenza di genere come una fatalità biologica o una questione “laterale”. Perché nessuna politica pubblica può nascere da ministri che parlano come se la parità fosse un incidente storico e la cultura non servisse a nulla. Qui non è questione di scivoloni: è la natura che riaffiora ogni volta che provano a nascondersi. E tutti la vedono.

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Violenza sulle donne, i nuovi dati Istat descrivono un fenomeno stabile e strutturale

Violenza sulle donne, siamo sempre lì. Le nuove rilevazioni diffuse da Istat, società scientifiche, università, sindacati e organismi internazionali delineano un quadro in cui la violenza maschile non arretra. Secondo il rapporto Istat 2025, 6,4 milioni di donne, pari al 31,9% tra 16 e 75 anni, hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Il dato complessivo appare immobile, ma dentro questa apparente stabilità cresce l’area più fragile: le giovanissime, oggi al 37,6% di vittimizzazione contro il 28,4% del 2014, e le studentesse, che raggiungono il 36,2%. Aumentano soprattutto le violenze sessuali, che nella fascia 16-24 anni sfiorano il 31%.

Un Paese dove la violenza è stabile, la prevenzione no

Nei Pronto soccorso, nel 2024, sono stati registrati 250mila Codici rosa. Per la Società italiana di Medicina d’Emergenza è un «indice drammatico» che si ripete da anni, mentre le risorse restano «insufficienti» per garantire una presa in carico adeguata. A questa fragilità strutturale si aggiunge quella del sistema giudiziario: la Relatrice speciale Onu Reem Alsaleem denuncia «pregiudizi radicati» tra magistrati e periti, che spesso ignorano la violenza psicologica e continuano ad applicare in modo automatico il principio della bigenitorialità, anche quando questo espone donne e minori a rischi ulteriori.

Il sommerso rimane una voragine: solo il 13,3% delle vittime denuncia almeno una delle violenze subite; tra chi convive con il partner violento la quota precipita al 3,8%. Il 22,5% delle donne non racconta a nessuno quanto ha subito, percentuale che sale al 37,8% quando la violenza avviene nella relazione in corso. Le percezioni di pericolo confermano la gravità del fenomeno: il 46,8% delle donne che hanno subito violenze da un ex teme per la propria vita; tra chi ha subito stupri o tentati stupri la quota raggiunge il 55,6%. È un dato che, da solo, basterebbe a definire la natura strutturale del problema.

La richiesta ignorata: educazione, autonomia, prevenzione

Sul fronte sanitario arrivano segnali ancora più allarmanti. L’università di Torino documenta il legame diretto tra violenza nelle relazioni intime e comportamenti suicidari. Le ricercatrici parlano di «disintegrazione psicologica» e mostrano come molte donne, dopo un tentativo di suicidio, vengano dimesse dal Pronto soccorso senza che la violenza venga riconosciuta. Tornano così nella stessa casa da cui cercavano di fuggire, esposte a un rischio che la ricerca definisce «ricorrente e prevedibile». Anche qui emerge la necessità di formazione e protocolli obbligatori per l’identificazione precoce dei segnali.

Sul piano politico, il giudizio è severo. La Cgil parla di un «passo avanti» nella riforma sul consenso, ma affianca al riconoscimento una critica netta alle «politiche sbagliate» del governo: l’assenza di educazione affettiva, l’attenzione quasi esclusiva alle misure di ordine pubblico, il sottofinanziamento dei Centri antiviolenza e l’assenza di investimenti sul lavoro stabile per le donne. «La violenza non si contrasta solo con misure securitarie», ricordano, ribadendo l’urgenza di strumenti strutturali come un Reddito di libertà permanente, percorsi di formazione nei luoghi di lavoro e servizi universali di sostegno.

Le organizzazioni giovanili

In strada, intanto, le organizzazioni giovanili provano a coprire i vuoti lasciati dalla politica. I “quaderni rossi” di Save the Children, con pagine volutamente bianche, denunciano l’assenza di educazione all’affettività nelle scuole. Le loro analisi indicano che più di un’adolescente su due ha vissuto comportamenti aggressivi nelle relazioni sentimentali e che il 30% degli adolescenti considera la gelosia un atto d’amore, non un segnale di controllo. È una normalizzazione della violenza che parte dall’adolescenza e arriva fino alla vita adulta.

Il quadro che emerge dalle fonti ufficiali è univoco: la violenza è stabile, intergenerazionale, riconosciuta, documentata. Quello che manca è una risposta politica all’altezza. L’Italia del 2025 è un Paese che conosce perfettamente la dimensione del problema; resta da capire quando sarà pronta ad affrontarlo davvero.

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Ucraina. La resa travestita da accordo: l’Europa applaude e scompare

Il nuovo piano per l’Ucraina arriva come un promemoria del mondo che ci aspetta: la pace è un brand, l’accordo è un ricatto, la giustizia un optional. A Kiev lo hanno ricevuto in silenzio, costretti a fingere che sia una base negoziale mentre a Washington e Mosca si spartiscono il lessico della “fine della guerra” come fosse un affare immobiliare. Lo schema ricorda qualcosa di già visto: una zona grigia calata sulle macerie, un consolidamento dei rapporti tra uomini forti che parlano la stessa lingua, quella dell’estorsione geopolitica.

Trump si presenta come mediatore, ma la sua proposta è la copia carbone delle richieste russe sin dal 2014: cessione di territori, esercito dimezzato, armi riconsegnate. A Kiev lo definiscono «piano assurdo» e «inaccettabile», ma la dipendenza dagli Stati Uniti trasforma ogni protesta in un sussurro formale. Nel frattempo Putin non parla, osserva. La morsa funziona: l’Ucraina può solo scegliere il ritmo della propria umiliazione.

In Europa ci raccontano che il problema è la “guerra ibrida” russa, utile per distribuire patenti di putinismo ai giornalisti non allineati. Eppure l’unico vero ibrido qui è quello tra Trump e Putin: accordi annunciati come “storici” che blindano sfere d’influenza e aprono corridoi estrattivi su un paese stremato. L’Unione europea resta ai margini, il solito due di picche. L’Italia si accontenta della parte comoda: farsi fotografare mentre rivendica la solidarietà, anche se la pace che applaude è la resa di un popolo.

Peccato che tutto questo non abbia niente a che fare con la diplomazia: è la versione aggiornata del ribasso. Una non-pace costruita per mettere tutto a posto tranne la vita degli ucraini. E per consegnarci, ancora una volta, alla geopolitica dei padroni del vapore.

Buon venerdì. 

 

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Nuovo regolamento Ue sui partiti: cosa cambia davvero sulla trasparenza e i finanziamenti

Il Consiglio Affari generali di Bruxelles ha di recente approvato il nuovo regolamento sullo statuto e sul finanziamento dei partiti europei. Il testo, negoziato con il Parlamento, entrerà in vigore tra poche settimane. Secondo Bruxelles dovrebbe essere un salto avanti verso più trasparenza, più controlli, meno interferenze straniere. Ma dentro l’impianto della riforma la tensione si avverte subito: è un sistema più ordinato, non necessariamente più aperto.

Un restyling che lascia intatti i punti deboli

La Commissione aveva chiesto di intervenire già nel 2021, dopo aver documentato che il regolamento precedente conteneva falle sui controlli dei fondi e poca chiarezza sulle attività dei partiti europei nei singoli Stati. Il nuovo testo introduce obblighi formali: dichiarazioni sulla conformità ai valori Ue, regole sulle attività “congiunte” tra partiti europei e nazionali, limiti ai rapporti con soggetti extra-Unione. E conferma il divieto di usare soldi europei nelle campagne referendarie nazionali.

Ma l’impalcatura centrale resta la autodichiarazione. L’Autorità per i partiti europei (APPF) continua ad avere strumenti ridotti, competenze limitate e un mandato pensato più per la verifica documentale che per l’indagine sostanziale. La recente sentenza del Tribunale dell’Ue del 10 settembre 2025, che ha annullato una sanzione contro un partito europeo radicale per presunte informazioni fuorvianti, ha chiarito il perimetro: se la violazione non è formale, il controllo non regge. La trasparenza diventa un esercizio di modulistica.

I soldi: la parte che cambia tutto

Il cofinanziamento europeo sale al 95% per partiti e fondazioni. Le risorse autonome vengono plafonate al 3% per i partiti e al 5% per le fondazioni. È qui che la riforma mostra la sua vera direzione: i grandi gruppi europei – PPE, S&D, Renew, ECR – consolidano la loro posizione. Hanno seggi, personale, fondazioni collegate: anche con regole più rigide sanno come reggere la struttura.

Chi invece volesse nascere oggi come soggetto europeo deve farlo con un margine minimo di autonomia economica. Con il 3 per cento non si costruisce un movimento, non si mobilita un elettorato, non si sfida chi è in campo da decenni. La riforma cristallizza gli equilibri più di quanto li apra.

Interferenze straniere: il divieto formale non basta

Il regolamento vieta contributi e quote provenienti da partiti e organizzazioni di Paesi terzi. È un passo importante, dopo gli scandali che hanno coinvolto formazioni con legami opachi fuori dall’Ue. Ma il divieto colpisce i flussi diretti. Resta l’enorme area grigia delle fondazioni parallele registrate nell’Unione, delle associazioni politiche “amiche”, dei rapporti internazionali che non transitano dai bilanci.

I colegislatori possono scrivere che la riforma “rafforza la difesa dalle interferenze straniere”. Ma i canali che contano davvero sono fuori portata. E l’APPF (Autorità per i partiti politici europei e le fondazioni politiche europee ai fini della loro registrazione, del loro controllo e dell’irrogazione di sanzioni a essi applicabili a norma del regolamento) non ha né strumenti né personale per indagare reti che si muovono tra think tank, fondazioni e soggetti privati.

L’Italia nella nuova geografia europea

In Italia gli effetti si vedono subito. Per Fratelli d’Italia, attore centrale del partito europeo ECR, il nuovo quadro permette di finanziare con fondi europei una parte maggiore delle attività “europee” che però hanno un impatto diretto nella politica italiana. Eventi, forum, incontri internazionali: tutto può rientrare nelle attività congiunte. In un Paese che ha abolito il finanziamento pubblico diretto ai partiti, questa è una leva politica non secondaria.

Per il Pd, dentro il PES, la riforma garantisce stabilità a partito europeo e alla fondazione FEPS. Significa più continuità nelle campagne tematiche, produzione di studi, materiali e iniziative pubbliche. Ma significa anche una maggiore complessità nel tracciare l’origine dei fondi: tra bilancio europeo, 2×1000 nazionale e donazioni alle fondazioni italiane il quadro complessivo non è intuitivo neppure per chi segue la politica da vicino.

Una riforma che ordina, più che aprire

Il nuovo regolamento nasce per rafforzare la democrazia europea. Porta ordine amministrativo, definizioni più chiare e qualche barriera in più contro i finanziamenti esterni. Ma lascia intatti i problemi strutturali: controlli deboli, dipendenza quasi totale dai fondi Ue, limiti reali per chi vuole creare qualcosa di nuovo.

L’Europa dice di voler aprire lo spazio politico. Questa riforma, al contrario, rischia di costruire una democrazia più regolata ma meno accessibile. Un recinto con norme più fitte, dove chi è già dentro trova protezione e chi resta fuori vede una porta sempre più stretta.

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Una pax tra un bomba e l’altra

Chissà se un giorno ci chiameremo di avere visto passare un genocidio e dopo averlo ignorato abbiamo cominciato a chiamarlo tregua. A Gaza i numeri arrivano prima delle giustificazioni: 33 palestinesi uccisi, tra cui dodici bambini, in una serie di raid che il Qatar definisce «una pericolosa escalation» capace di far saltare l’accordo appena scritto. La “pax” imposta dalla diplomazia non regge più di un ciclo di bombardamenti.

Nel frattempo il lessico si muove. L’ambasciatore Usa Mike Huckabee parla di «terrorismo» riferendosi all’ultima ondata di violenze dei coloni in Cisgiordania. È un fatto politico enorme. Ma subito dopo ridimensiona: li chiama «giovani arrabbiati», un modo gentile per non incrinare l’immagine del fronte che la risoluzione dell’Onu vorrebbe trasformare in architrave della nuova Gaza.

E mentre si discute di definizioni, il rapporto Framing Gaza mostra come la parola “terrorista” venga applicata ai palestinesi con una frequenza sistematica, mentre la violenza israeliana continua a essere incorniciata come autodifesa. La tregua, persino nel linguaggio, resta asimmetrica.

Sul fronte umanitario l’Oms riesce a vaccinare diecimila bambini in otto giorni. È una corsa contro il rumore dei droni: si inocula finché il cielo resta fermo, poi si chiude tutto e si aspetta. Le stesse ore consegnano nuovi piccoli morti dalle macerie di Khan Younis e Bani Suheila. Siringhe e bombe convivono dentro lo stesso calendario.

A Bruxelles il gruppo dei donatori discute la “ricostruzione” e l’Italia propone l’addestramento della futura polizia di Gaza fuori da Gaza. Si parla di sicurezza, mai di occupazione.

Non c’è una tregua da interpretare: ci sono fatti che continuano a produrre vittime, e un lessico internazionale che inseguendo gli equilibri finisce per ignorarle.

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