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I leccapiedi dei ricchi

In fondo la manovra è tutta qui: un governo che si toglie il cappello davanti ai più ricchi e volta le spalle a chi lavora. I numeri lo hanno detto prima della piazza: Istat, Bankitalia e Corte dei Conti hanno definito la legge di bilancio socialmente ingiusta. Il taglio dell’Irpef premia soprattutto l’8% dei contribuenti con redditi più alti: secondo l’Ufficio parlamentare di Bilancio, il 50% dei benefici finisce nelle tasche di uno su dieci. Agli operai arrivano in media 23 euro l’anno, agli impiegati 123, ai pensionati 55. Ai dirigenti 408. È la fotografia di un Paese che viene raccontato come “medio”, ma in cui la maggioranza scivola verso il basso mentre una minoranza viene protetta dal potere.

La Cgil ha proclamato lo sciopero generale del 12 dicembre. Chiede di finanziare sanità, scuola e salari, la carne viva della vita quotidiana. Propone una patrimoniale leggera: un contributo dell’1% sui patrimoni sopra i due milioni di euro. Parliamo di circa 500 mila persone per 26 miliardi di euro. Risorse reali, senza magie contabili, per pagare asili, medici, rinnovi contrattuali, liste d’attesa che non finiscono.

La risposta del governo è stata una risatina: «Scioperano di venerdì». La battuta al posto della politica. La stessa ironia disinvolta di chi non ha mai dovuto guardare il prezzo del dentifricio o del pane.

C’è una metro di distanza tra chi deve scegliere se pagare l’affitto o il dentista e chi governa come se il Paese fosse un club ad accesso riservato. In questa manovra lo Stato non redistribuisce: accompagna chi sta già in alto e lascia che il resto scivoli. È una scelta. Consapevole. E quella scelta è contro la maggioranza degli italiani. Lo dicono i numeri, mica i giornalisti. 

Buon lunedì. 

Consiglio dei ministri foto gov

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Garantire il non-digitale è un diritto, non un ritorno al passato – Lettera43

È vero: la digitalizzazione semplifica, velocizza, uniforma procedure. Ma solo per chi riesce a starci dentro. Per tutti gli altri il futuro è una porta chiusa.

La modernità ci è arrivata addosso con la forma di una finestra blu: “Accedi con SPID”. L’innovazione amministrativa italiana si gioca ormai tutta lì: piattaforme, codici temporanei, app, autenticazioni a due fattori. Ci hanno detto che è progresso, che «così funziona meglio», che «il futuro è digitale». È vero: la digitalizzazione semplifica, velocizza, riduce code, uniforma procedure. Ma solo per chi riesce a starci dentro. Per tutti gli altri, per quelli che davanti allo schermo si perdono, il futuro ha preso la forma di una porta chiusa. Senza nemmeno il cartello “spingere”.

La metà degli italiani ha difficoltà ad accedere ai servizi pubblici via web

In Italia questo non è un dettaglio sociologico: è una frattura. Secondo l’Istat, nel 2024 solo il 45,9 per cento delle persone tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno adeguate. Significa che più della metà della popolazione vive in difficoltà quando deve accedere ai servizi pubblici via web. Tra gli over 65, il divario è ancora più netto: non si tratta solo di avere il telefono o avere Internet. Si tratta di sapere cosa farne nel momento in cui devi prenotare una visita, scaricare una certificazione, iscrivere un nipote a scuola, presentare un’istanza, chiedere un sussidio. La cittadinanza oggi passa da uno schermo. Chi non sa attraversarlo, resta fuori.

Garantire il non-digitale è un diritto, non un ritorno al passato
(foto di Vitaly Gariev via Unsplash).

Appuntamenti, certificati, esenzioni: senza web si è esclusi

Lo si vede ogni giorno nelle storie piccole, che non fanno notizia. L’anziana che prende l’autobus alle sei del mattino per andare in Comune, ma il Comune ormai riceve solo su appuntamento, e l’appuntamento si prende online. Il padre migrante che ha bisogno di un certificato scolastico, ma la scuola usa solo una piattaforma digitale con accesso SPID. Il pensionato che deve rinnovare l’esenzione sanitaria ma la pagina “non risponde, riprova più tardi”. Non si tratta di resistenza al cambiamento. È la constatazione che una parte del Paese non ha avuto il tempo, le condizioni o l’età per imparare un linguaggio nuovo.

In Belgio il digitale non può essere l’unico canale

Il digitale è una lingua. E ogni lingua, per essere inclusiva, deve essere insegnata. Non presupposta. Il Belgio, qualche mese fa, ha detto una cosa che sembra banale e invece è rivoluzionaria. La Corte costituzionale di Bruxelles ha stabilito che la pubblica amministrazione non può imporre l’accesso digitale come unico canale. La sentenza del 25 settembre, nata da un ricorso di 24 organizzazioni civiche, afferma che perché la cittadinanza sia universale, deve esistere sempre anche una via non digitale: uno sportello, un telefono che risponde, modulistica su carta. Non per bloccare il digitale. Ma per non perdere le persone. A Bruxelles quel principio nasce da un dato: il 36 per cento dei residenti è in vulnerabilità digitale. Non si tratta solo di tecnologia. Si tratta di diritti. La digitalizzazione, se non accompagnata, produce esclusione. E l’esclusione non si vede più in fila davanti a un ufficio: si disperde silenziosa, invisibile, nel clic che non arriva.

Garantire il non-digitale è un diritto, non un ritorno al passato
(foto di Jon Tyson via Unsplash).

Volete fare qualcosa di sinistra? Garantite un’alternativa

In Italia nessuna Corte lo ha ancora detto con quella chiarezza. Eppure l’evidenza è lì: l’innovazione della PA sta correndo senza corrimano. Le iscrizioni scolastiche avvengono solo online. Le prenotazioni sanitarie si spostano sulle piattaforme regionali. I servizi di welfare territoriale chiedono credenziali elettroniche. L’idea è che «prima o poi impareranno tutti». Ma questo è l’inganno più crudele: non tutti possono imparare. Non alla stessa età, non nelle stesse condizioni, non con lo stesso supporto. Ci sono intere generazioni per cui l’alfabetizzazione digitale non è più un traguardo realistico. E allora sì, qui la questione diventa politica. Volete fare qualcosa di sinistra — non nei discorsi, non negli slogan — ma nella vita reale delle persone fragili? Garantite per legge il diritto a un canale umano. Stabilite che per ogni servizio digitale deve esistere sempre un’alternativa fisica o telefonica funzionante. Non come gentile concessione, non come “servizio ridotto”, ma come diritto pieno.

Il progresso non può diventare un nuovo censo

Questo non è essere contro il progresso. È impedire che il progresso diventi un nuovo censo. È riconoscere che modernità significa includere, non selezionare. È dire che l’innovazione vale solo se nessuno resta indietro. La sinistra, se vuole tornare dove si è sempre collocata — dalla parte di chi rischia di essere escluso — ha qui un terreno concreto, misurabile, verificabile. Non un progetto astratto, non una bandiera simbolica. Un diritto. Semplice. Radicale. Umano. Garantire il non-digitale non è tornare al passato. È impedire che qualcuno venga cancellato dal presente.

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Il premio a chi compra da Israele: così la cybersicurezza diventa geopolitica

Il 3 novembre sono entrate in vigore le Linee guida dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale che rendono operativa la “premialità” negli appalti pubblici per tecnologie digitali con rilevanza strategica. La norma prevede che nelle gare le aziende che utilizzano sistemi di difesa informatica prodotti in Italia, nell’Unione Europea, nei Paesi Nato oppure in un gruppo ristretto di Stati considerati “affidabili” ottengano un vantaggio diretto nella valutazione: otto punti in più rispetto ai concorrenti. Nell’elenco dei Paesi partner, accanto a Giappone, Australia, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Svizzera, figura anche Israele, unico Stato extra-Nato ed extra-Ue con una filiera industriale dominante nel settore della sorveglianza e della sicurezza digitale.

Cybersicurezza, il meccanismo della premialità e la valutazione della provenienza

La premialità riguarda firewall, piattaforme di monitoraggio delle reti, sistemi di rilevamento intrusioni, servizi cloud con funzioni di sicurezza, apparati di controllo e filtraggio del traffico dati. La provenienza non è dichiarativa: le aziende devono presentare la Bom o Sbom, l’elenco dettagliato dei componenti hardware e software, con indicazione del Paese in cui sono stati sviluppati, fabbricati o erogati. Il punteggio non è modulabile. È un criterio binario: se la tecnologia è conforme, l’impresa riceve gli otto punti; se non lo è, il punteggio non viene assegnato.

L’impatto è particolarmente significativo per le reti 4G e 5G: per le amministrazioni del comparto sicurezza nazionale l’applicazione della premialità è obbligatoria. In questi casi la scelta della tecnologia non è soltanto una valutazione economica o tecnica. Diventa una questione di allineamento geopolitico. Le Linee guida si limitano a richiamare requisiti di sicurezza della supply chain, ma l’effetto è quello di orientare la spesa pubblica in direzione di un numero ristretto di fornitori già integrati negli accordi di intelligence e difesa.

Israele come fornitore strategico nel perimetro digitale

L’inclusione di Israele nell’Allegato 3 non è un dettaglio tecnico. È il riconoscimento di un rapporto strutturale che negli ultimi anni ha già spostato competenze e risorse verso aziende israeliane attive nei settori del monitoraggio di rete, dell’analisi comportamentale, degli apparati di intercettazione e dei software di controllo remoto. L’ecosistema cyber-militare israeliano si colloca da tempo sul confine tra difesa, sicurezza interna e mercato privato, con una filiera alimentata dall’Unità 8200, incubatore di startup e spin-off in grado di trasformare tecnologie di intelligence in strumenti commerciali.

Con la premialità il vantaggio competitivo diventa istituzionalizzato. Un’impresa italiana che utilizzi tecnologie israeliane (al pari degli altri Paesi indicati) nei propri prodotti parte avvantaggiata nelle gare rispetto a chi si affida a fornitori esterni al perimetro. Il risultato è un incentivo diretto: per rimanere competitivi, gli operatori nazionali sono spinti a integrare piattaforme e componenti provenienti da Tel Aviv. In un settore dove la provenienza della tecnologia coincide con la provenienza delle logiche di sorveglianza, questo significa importare anche modelli di controllo.

Il governo rivendica la scelta come misura di protezione strategica. L’argomento è che la frammentazione delle forniture e la presenza di attori considerati ostili (tra cui Cina e India) espongono la Pubblica Amministrazione a rischi di compromissione. Ma dietro la retorica della sicurezza nazionale si consolida un modello in cui la definizione di “Paese affidabile” coincide con una precisa postura diplomatico-militare. La cybersicurezza viene trattata come un’estensione della politica estera e non come un ambito tecnico.

La conseguenza è che una quota crescente delle infrastrutture digitali pubbliche sarà costruita su tecnologie prodotte in un contesto industriale che risponde a logiche di sicurezza e controllo sviluppate in un quadro di conflitto permanente. È un orientamento che ridisegna la filiera italiana della cybersicurezza, spinge le imprese a dipendere da partner stranieri per essere competitive e limita lo spazio per una reale autonomia tecnologica. Non è una scelta neutrale. È una scelta di campo. E produce effetti difficili da invertire.

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Occhi su Gaza, la tregua trema e l’artiglieria colpisce

C’è una tregua che trema a ogni ora e un “dopo” che si scrive già prima di seppellire i morti. A New York circola la bozza statunitense per una forza internazionale con mandato Onu e un organismo di transizione che dovrebbe “governare” Gaza per due anni. Washington la presenta come soluzione. Sul terreno, intanto, gli ordini sono di radere al suolo le gallerie rimaste, ripulire i quartieri, premere sugli ultimi nuclei combattenti. Le parole rassicuranti nei corridoi diplomatici e l’artiglieria che ancora si sente nella notte. Tutto insieme. Come se fosse normale.

Dicono che la tregua “tenga”. A Gaza City tornano a muoversi le colonne di sfollati che inseguono l’illusione dell’acqua potabile. Nelle tendopoli del sud ci si scambia la posizione di un pozzo come si scambia una notizia di famiglia. Gli ospedali funzionano a sezioni stanche: reparti che si aprono e si richiudono, generatori che tossiscono. L’Ocha parla del 90% della popolazione costretta a spostarsi almeno una volta. Alcuni due, tre, quattro. La terra che scotta sotto i piedi.

Ma c’è un’altra crepa che oggi faceva rumore nelle agenzie: giuristi militari israeliani avrebbero avvertito i vertici dell’esercito che esistono rischi concreti di responsabilità per crimini di guerra. Una nota interna, cauta, burocratica. Una frase che entra di colpo nella stanza dove fino a ieri dominava il “poi vedremo”. Non è giustizia. È soltanto la consapevolezza che un giorno qualcuno chiederà conto. E questo, in guerra, pesa. Intanto, a Istanbul e Ankara si discute del mandato Onu. Tutti d’accordo sulla cornice, nessuno pronto a firmare il cemento. Forza internazionale, ma chi la guida Chi risponde? Chi indaga Chi ricostruisce?

Le mappe si disegnano in fretta. I bambini non ricrescono così.

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In passerella sulla pelle della gente

Il 12 dicembre sarà giornata di sciopero generale promossa da Cgil contro la legge di bilancio. Nel mezzo di richieste nette – salari “emergenza fondamentale” secondo il segretario generale Maurizio Landini. Nel frattempo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ironizza con un post su X (“In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?”) come se lo sciopero fosse un gioco di calendario e non la rivendicazione di chi fatica. Anche solo evocare uno “sciopero del weekend lungo”, come fa Meloni parlando dello stesso venerdì scelto dai lavoratori, significa sminuire una mobilitazione che avviene su mandato collettivo.

È un gesto che tradisce la pelle – letteralmente – di chi ogni mattina si alza, va a lavorare, paga tasse e vede la propria vita consumarsi fra rincari, fisco pigro, contratti da rinnovo eterno. La Cgil cita in particolare il fiscal drag: lavoratori dipendenti e pensionati hanno versato 25 miliardi di euro in più in tre anni solo perché gli scaglioni fiscali non sono stati adeguati. Eppure, sul gradino più alto delle istituzioni, la frase ironica diventa strategia: trattare la protesta come un dettaglio, un fastidio da calendario. Le rivendicazioni – aumenti contrattuali, detassazione per tutti i lavoratori, investimenti su sanità e servizi – diventano macerie retoriche, mentre si celebra la “normalità” dello status quo. Quando Meloni parla di “gente” – il popolo che la elegge e che “interpreta” – ma ne deride le rivendicazioni, si consuma una disconnessione grave.

Se si considera prioritaria l’immagine della leader ma non la voce concreta di chi conta su un salario e contratti rinnovati, allora l’ideologia del “popolo” diventa solo scenografia. E le scenografie prima o poi crollano. Perché la pelle della povera gente non è una stoffa su cui fare passerella politica. È la superficie sensibile di un Paese che lotta per sopravvivere. Quando i lavoratori scioperano rinunciando allo stipendio, come ricorda Landini, non sono costretti “a regalare” il proprio tempo né i propri diritti. Se si ignora quel corpo sociale alla fine non è la leader a restare “la voce del popolo”: è il popolo che la lascia fuori dal microfono. E allora, la prossima battuta ironica sarà solo il segno di una distanza che non potrà più essere sanata.

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Terzo mandato, la Consulta conferma il divieto: bocciata la legge del Trentino

La Corte costituzionale ha bocciato la legge della Provincia autonoma di Trento che avrebbe consentito al proprio presidente di ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo. La decisione è netta: il limite ai mandati non è una scelta discrezionale dei singoli territori, ma un principio generale dell’ordinamento della Repubblica, valido anche per le autonomie speciali. In altre parole, non c’è spazio per deroghe locali costruite su misura.

Per mesi il tema era diventato una partita politica ad alto tasso simbolico. La maggioranza guardava al caso Trento come a un possibile apripista: se una provincia autonoma fosse riuscita a superare il limite, la discussione si sarebbe inevitabilmente spostata sulle regioni ordinarie. L’effetto sarebbe stato immediato soprattutto nel Nord, dove alcune leadership governano da oltre un decennio e il ricambio rischia di essere più traumatico che fisiologico.

Terzo mandato, la decisione della Consulta

La sentenza colpisce in particolare la Lega, che da tempo rivendica il principio secondo cui chi è eletto direttamente dovrebbe poter essere rieletto senza limiti. Luca Zaia aveva più volte definito “paradossale” che solamente i sindaci e i presidenti di Regione fossero sottoposti a un tetto, mentre incarichi di Governo e Parlamento non lo sono. La Corte però ribadisce un punto che riguarda l’equilibrio dei poteri: la democrazia non è solo espressione della volontà popolare, ma anche garanzia di alternanza.

Le reazioni confermano la frattura interna alla coalizione. Zaia parla di “rispetto della sentenza” ma invita il Parlamento a riaprire il dossier. Matteo Salvini insiste sul principio dell’investitura diretta degli elettori. Fratelli d’Italia, più defilata finora, può ora rivendicare la necessità di una nuova fase, con candidature diverse e leadership rinnovate nei territori.

La decisione della Consulta non chiude il dibattito, ma cambia il perimetro. Da oggi, il terzo mandato non è più una possibilità sospesa, ma una strada sbarrata. Chi governa da anni dovrà misurarsi con la fine del ciclo, non come sconfitta, ma come parte naturale della vita istituzionale. La politica, invece, dovrà trovare nuovi volti e nuovi equilibri, senza cercare scappatoie normative.

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Campania, Mastella lancia la lista per le Regionali. A sostegno del simbolo dell’anti-casta Roberto Fico

In Campania c’è un’immagine, più di altre, che racconta la politica territoriale di queste settimane. È la locandina di un evento a Benevento: sala teatrale, domenica mattina, presentazione dei candidati alle Regionali. Sul palco Marcella Sorrentino, il presidente della Provincia Nino Lombardi e a chiudere l’incontro il sindaco di Benevento, Clemente Mastella. Il simbolo è quello di Noi di Centro – Noi Sud, la formazione del vecchio leader democristiano che negli anni ha attraversato governi, stagioni, alleanze e rotture senza mai perdere la bussola del potere locale.

Eppure quell’immagine, oggi, sta dentro la coalizione che sostiene Roberto Fico, il candidato presidente che viene dall’ala movimentista dei Cinque Stelle, già presidente della Camera e volto di una stagione in cui il nemico da combattere erano i “professionisti della politica”, i sistemi consolidati, le reti personali e familiari di influenza. È un paradosso solo in apparenza. In realtà, dice molto di come si stanno muovendo le alleanze del centrosinistra nel passaggio regionale: larghissime, flessibili, pronte a incorporare mondi che fino a qualche anno fa sarebbero sembrati inconciliabili.

Il sistema territoriale: perché Mastella conta

In Campania, la presenza di Mastella non è un dettaglio folcloristico. È un pezzo di territorio, soprattutto nel Sannio, fatto di amministratori, associazioni, dopolavoro, circoli, parrocchie. È quella rete minuta che permette ai candidati di bussare alle porte giuste e di non perdere tempo in quelle sbagliate. Mastella porta voti. E quando qualcuno gli fa notare l’anomalia di sostenere un candidato dei Cinque Stelle, lui sorride e risponde che Fico è «una persona mite», «affidabile», persino «democristiana nel carattere». Ogni parola è calibrata per rassicurare gli osservatori: niente rotture, niente scarti, niente rivoluzioni.

Sul fondo resta Vincenzo De Luca, che non è candidato ma neppure assente. Il suo sistema di governo regionale, dalle aziende sanitarie alle partecipate, resta un’infrastruttura. Il suo è un appoggio che non si vede, ma pesa. E manda un messaggio chiaro agli amministratori: non si cambia cavallo, si cambia solo fantino.

La coalizione M5S-Pd col sistema De Luca-Mastella

La domanda, allora, è un’altra: che cosa significa questa alleanza per il Movimento 5 Stelle? Significa accettare che la vittoria, oggi, passa per l’ibridazione politica Che la purezza dell’anticasta si è consumata nella pratica del governo? Che vincere le regioni non è come vincere in Parlamento? E’ una disciplina di trincea, fatta di fedeltà locali e geometrie di potere?

E non è solo la Campania. In Puglia, Decaro corre con dentro i Cinque Stelle e anche pezzi di Italia Viva. In Veneto, la coalizione con Manildo tiene insieme Pd, M5S, Avs, Volt e Rifondazione. La stagione è questa: coalizioni massimamente inclusive, costruite con pazienza, senza troppo badare alla memoria recente dei conflitti.

Roberto Fico prova a tenere insieme tutto: la sua immagine istituzionale rassicura, evita l’idea che ci sia una resa culturale o politica. Ma la domanda resta sul tavolo: chi governerà davvero il giorno dopo? Chi sceglierà direttori sanitari, assessorati, partecipate, fondi europei?

Per ora resta la fotografia di Benevento. Un palco, una lista, un simbolo. Un sorriso composto. E l’impressione che la politica campana, ancora una volta, ci stia dicendo che le identità contano fino a un punto. Dopo, contano le mani che si stringono. E chi le sa stringere da più tempo.

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Si chiama gerarchia sociale. E continua

Chiamano “riforma fiscale” ciò che è, semplicemente, una scelta politica: premiare chi sta meglio e fingere che sia un premio per tutti. I dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio sono lineari, quasi imbarazzanti per quanto sono nitidi. Ai dirigenti vanno in media 408 euro l’anno. Agli operai 23. Una moneta da un euro e novanta al mese. Come un caffè all’autogrill, senza brioche. Il taglio dell’Irpef sbandierato come “sollievo al ceto medio” si rivela la solita partita truccata: la gran parte delle risorse finisce nel quinto più ricco del Paese. E tutti gli altri restano nella fila, in attesa di una promessa che non arriva mai.

La metafora sportiva del ministro Giorgetti, quella del piccolo che “non può sfasciare il mondo” e quindi deve giocare in difesa, racconta meglio della relazione tecnica il punto politico. Non si governa: si subisce. Non si sceglie: si obbedisce. Il nuovo Patto di Stabilità imposto da Bruxelles stringe il margine di spesa all’1,6% annuo per cinque anni. E allora la manovra diventa un esercizio di miseria contabile: coperture che non coprono, interventi “temporanei” che durano abbastanza per diventare ingiusti, un sistema fiscale che continua a piegarsi su sé stesso fino a spezzarsi.

La Corte dei conti lo dice, Bankitalia lo ripete, l’Istat lo conferma. Ma al governo interessa l’immagine, non la sostanza. La foto del “ceto medio salvato” deve rimanere nitida, anche se nella realtà è un’immagine sfocata dove qualcuno sorride e molti non compaiono nemmeno.
C’è un filo rosso che attraversa ogni scelta di bilancio degli ultimi anni: rendere accettabile la diseguaglianza, trasformarla in normalità, farne persino un merito. Come se fosse inevitabile. Come se fosse la natura delle cose.

La chiamano riforma. Si chiama gerarchia sociale. E continua.
Buon venerdì.

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Occhi su Gaza, anche i morti hanno un nome

Gaza conta ancora i dispersi. Nel quartiere Al-Daraj la Protezione civile parla di un edificio collassato, famiglie intrappolate sotto le macerie, i soccorritori che scavano a mani nude perché non resta più niente da usare. Il Comitato per le persone scomparse stima oltre diecimila corpi ancora sepolti. È una contabilità che non si chiude mai.

Intanto, le storie hanno nomi precisi. Shaaban Mohammed Eid, portiere dell’Academy Al-Hilal, dieci anni, sogno semplice: diventare calciatore. È stato ucciso. “Ha raggiunto suo padre”, dice la famiglia. Un modo per tenere insieme il dolore in un posto in cui non esiste più la grammatica della vita quotidiana.

In Cisgiordania la guerra ha un volto diverso, ma non meno violento. A Beit Rima le forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa dell’ex detenuto Mazen Rimawi: famiglia bendata, fermata, trattenuta in salotto trasformato in stanza degli interrogatori. Alcuni rilasciati, altri arrestati. L’ultimo mese ha contato più di 540 fermi tra Cisgiordania e Gerusalemme, donne e minorenni inclusi. A Qatanna, a nord di Gerusalemme, una casa è stata demolita dai bulldozer, polvere che si posa sui vestiti come una bandiera che non chiede permesso.

A nord, sul confine libanese, il cielo è stato tagliato da nuove ondate di raid. Colonne di fumo alte, abitazioni che tremano. Un conflitto che si accende a intermittenza, ma resta pronto a dilagare.

Sul tavolo della diplomazia, si registra la consegna alla Croce Rossa dei resti di un ostaggio israeliano. Viene chiamato «segnale di progresso» nella tregua firmata il 10 ottobre. Ma la cronaca delle ultime ventiquattr’ore racconta altro: macerie, arresti, case che crollano, un bambino con i guanti da portiere che non potrà più crescere.

Occhi su Gaza, si resta qui.

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Zohran Mamdani ha ribaltato New York, con l’onda dem che ha travolto Trump

La notte del 5 novembre 2025 New York ha avuto l’impressione di assistere per un attimo a un futuro possibile. Quando le proiezioni hanno assegnato la vittoria a Zohran Mamdani, trentiquattro anni, nato a Kampala da una famiglia indiana della diaspora e cresciuto nel Queens, le reazioni sono sembrate più grandi della città. Per alcuni, è l’ascesa di un outsider socialista alla guida della metropoli simbolo del capitalismo globale. Per altri, il ritorno della politica come campo di possibilità collettive: una campagna che non ha cercato la legittimazione dell’establishment e che pure è riuscita a rovesciarne gli equilibri. È il primo sindaco musulmano nella storia di New York, e il più giovane da oltre un secolo, eletto con un’affluenza record.

Una vittoria costruita sull’affluenza

Il dato più rilevante è stato l’affluenza: oltre due milioni di votanti, il livello più alto in un’elezione municipale dal 1969. Non un voto di protesta episodico, ma una mobilitazione strutturata, resa possibile da una campagna ibrida: porta a porta «anni ’70» e regia digitale su TikTok e Instagram, con performance calcolate per tradurre la politica in immagini. Il tuffo a Coney Island per promettere il «congelamento» degli affitti. La maratona documentata in prima persona. Il tormentone «Halal-flation» davanti ai carretti del cibo di strada.

Mamdani ha vinto attivando elettori che da anni non votavano, soprattutto giovani e comunità immigrate, costruendo una coalizione che ha superato la tradizionale geografia del voto progressista. Il centro della sua proposta politica è una parola precisa: affordability, accessibilità economica.

In una città dove l’affitto medio supera lo stipendio di un insegnante e dove servizi essenziali sono diventati beni di lusso, Mamdani ha tradotto la crisi del costo della vita in una piattaforma amministrativa: congelamento degli affitti regolamentati, trasporto urbano gratuito, asili nido universali, salario minimo a 30 dollari, supermercati municipali nelle aree a monopolio privato, finanziati tramite una tassazione più alta su grandi patrimoni e corporation.

Gli avversari, in particolare Andrew Cuomo, lo hanno descritto come un radicale irresponsabile. La stampa dei grandi editorial board ha ripetuto la minaccia implicita che ricorre da decenni: se si toccano i molto ricchi, la città collassa. La risposta degli elettori ha dimostrato che quella narrazione non è più egemone.

Il silenzio dei grandi nomi democratici è stato altrettanto significativo: Chuck Schumer non lo ha sostenuto, Barack Obama non lo ha appoggiato pubblicamente, Hakeem Jeffries ha espresso un sostegno tardivo e prudente. Il risultato è stato paradossale: l’assenza dell’establishment lo ha reso più credibile.

La frattura su Gaza e la scelta della chiarezza

Il punto di tensione più forte è stato Gaza. Mamdani non ha modulato il linguaggio: ha parlato di «genocidio» e «apartheid». Ha dichiarato che avrebbe rispettato un eventuale mandato della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu. Sono seguite accuse di fomentare ostilità verso la comunità ebraica, prese di posizione ufficiali dal Consolato israeliano e campagne mediatiche che lo indicavano come un pericolo.

Mamdani però non ha cercato l’aggiustamento. Ha affiancato a quella chiarezza una posizione pragmatica sul piano interno: si è scusato per la retorica del “defund” del 2020, ha proposto una ri-allocazione delle competenze con un Dipartimento per la Sicurezza della Comunità incaricato di rispondere alle chiamate di salute mentale con operatori sanitari, e ha dichiarato di voler mantenere la guida attuale del NYPD nella fase iniziale.

La combinazione fra posizione netta sulla politica estera e prudenza amministrativa locale ha consolidato il sostegno di giovani, comunità migranti e settori progressisti che riconoscono la coerenza come forma politica.

Il significato della vittoria nel contesto politico più ampio

La vittoria di Mamdani è avvenuta nella stessa notte in cui Abigail Spanbergerin Virginia e Mikie Sherrill in New Jersey, entrambe moderate con profili di sicurezza nazionale, hanno vinto le rispettive elezioni. È l’indicazione di una dinamica chiara: il Partito Democratico vince quando adatta il candidato al territorio. Dove prevale l’elettorato suburbano indeciso funziona la moderazione. Dove la crisi della vita quotidiana è sistemica, un programma socialista può diventare maggioritario.

La campagna di Mamdani non ha avuto l’appoggio dell’apparato. I miliardari hanno finanziato PAC contro di lui, e Donald Trump ha appoggiato Cuomo, trasformandolo nel rappresentante del blocco di potere tradizionale. In risposta, la campagna ha costruito una rete autonoma, alimentata da volontari e simboli condivisi. Il tuffo a Coney Island non era folklore: era una sintesi politica.

Il risultato finale dice questo: una campagna può vincere anche senza l’appoggio degli apparati, se riesce a trasformare la condizione materiale di vita in narrativa collettiva. E se assume posizioni chiare, riconoscibili, non difensive.

La domanda che resta non è se Mamdani riuscirà a governare. La domanda è che cosa significa oggi, nelle grandi città occidentali, il diritto di restare, il diritto di non essere espulsi dal costo della vita, dalle rendite, dagli investimenti speculativi.

New York non offre un modello. Offre un indizio: l’entusiasmo non è un’emozione. È una tecnologia politica.

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