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La tregua che amministra la morte a Gaza

Israele ha ricevuto i resti di tre ostaggi, mentre da Erez sono arrivati a Gaza trenta corpi palestinesi «in gran parte solo ossa», come denuncia il ministero della Sanità. Dal 26 ottobre sono stati restituiti 255 cadaveri, ma solo 75 hanno un nome, 120 già sepolti in fosse numerate. Le famiglie cercano indizi nelle scarpe, nei brandelli di tessuto, nei segni lasciati dai bulldozer che hanno schiacciato case e corpi. È la tregua che amministra la morte e non la interrompe.

A Tel Aviv è scoppiato un terremoto giudiziario. L’ex procuratrice generale dell’esercito Yifat Tomer-Yeroushalmi è stata arrestata nell’inchiesta sul video girato nel centro di detenzione di Sde Teiman, dove un prigioniero palestinese appare nudo, con costole fratturate e un polmone perforato. Cinque riservisti erano già stati incriminati per torture sistematiche. Secondo Haaretz, la magistrata avrebbe tentato di bloccare la diffusione delle immagini. È la crepa di un sistema che resiste finché l’orrore resta invisibile.

Sul terreno, la tregua è una parola di carta. Le ultime 24 ore hanno visto nuovi bombardamenti su Khan Yunis e Rafah, almeno 17 morti secondo le autorità locali. L’ONU chiede accesso ai depositi forensi e ai centri di detenzione, ma Israele tace. Restano due verità: quella contabile degli scambi e quella materiale dei cadaveri. Finché nessuno potrà verificare cosa è accaduto a quei corpi – con autopsie indipendenti, accesso ICRC e catena di custodia trasparente – la tregua resterà solo una pausa nel rumore della menzogna.

Intanto circolano nuovi filmati di detonazioni a est di Gaza e l’accusa del direttore Munir al-Bursh su giocattoli trappola lasciati tra le macerie: materiale da verificare con missioni terze e controllo ONU. Anche questo racconta il buio informativo in cui si chiede ai civili di sopravvivere.

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Cop30, a Belém va in scena la crisi globale e l’irrilevanza europea

A Belém, dal 10 al 21 novembre 2025, il mondo celebrerà la trentesima Conferenza delle Parti dell’Unfccc. Ma non ci sarà nulla da festeggiare. Dieci anni dopo l’Accordo di Parigi, venti dal Protocollo di Kyoto, la Cop30 arriva con il mandato più fragile della storia: un’eredità di promesse non mantenute, di bilanci vuoti e di leadership evaporate.

La “transizione dai combustibili fossili”, proclamata a Dubai, si è arenata sulle sabbie dell’Azerbaijan. La Cop29, a Baku, ha stabilito un obiettivo finanziario vincolante di soli 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035, mentre i bisogni reali per l’adattamento al clima nei paesi più vulnerabili superano già i 365 miliardi. La matematica dell’ingiustizia climatica è semplice: il Nord globale paga meno del necessario per mantenere l’apparenza del proprio impegno.

Il paradosso del Brasile e la farsa sul “fine dell’era fossile”

A rendere più ipocrita il vertice è il paradosso dell’ospite. Il Brasile di Lula si presenta come custode dell’Amazzonia e portavoce del Sud globale, ma poche settimane prima dell’apertura ha autorizzato Petrobras a trivellare alla foce del Rio delle Amazzoni. Gli ambientalisti parlano di “sabotaggio”, e il simbolismo di Belém — città sul grande fiume, polmone del pianeta — si trasforma in un palcoscenico di contraddizioni.

La crisi di credibilità non riguarda solo il Brasile. La maggior parte dei nuovi piani climatici nazionali (Ndc 3.0) è già giudicata inadeguata. Secondo il rapporto di sintesi dell’Unfccc, la riduzione globale delle emissioni si fermerà attorno al 10% entro il 2035, quando la scienza chiede un taglio del 60%. Un terzo dei piani nazionali prevede la “transizione dai fossili”, ma quasi nessuno riduce la produzione di carbone, petrolio o gas. Alcuni paesi, anzi, ne pianificano l’aumento.

È il prodotto dell’ambiguità introdotta a Dubai: “transitioning away from fossil fuels in energy systems”. Una clausola che consente di eliminare il carbone sostituendolo con il gas, il “combustibile di transizione” che blocca nuove infrastrutture fossili per decenni.

L’Europa che scrive le note a pie’ di pagina

Nel nuovo disordine climatico mondiale, l’Unione Europea è passata da guida morale a spettatrice amministrativa. Arriva a Belém senza un Ndc aggiornato, bloccata dalle dispute interne sull’obiettivo 2040 e da un Green Deal sotto assedio politico. La destra europea, le lobby agricole e industriali hanno svuotato la strategia comune.

Mentre gli Stati Uniti di Trump disertano il vertice e la Cina rafforza il proprio dominio sulle tecnologie pulite, l’Europa si rifugia nella burocrazia. Promuove il “Just Transition Work Programme” e la “Coalition for High Ambition Multilevel Partnerships”, ma sono vittorie di forma, non di sostanza. È la “guardiana delle note a piè di pagina”, scrive un analista, mentre altri decidono il testo principale.

La marginalità europea è anche logistica: alcuni paesi membri non invieranno nemmeno delegati a Belém per motivi di costo. L’Unione che sognava di guidare la transizione si ritrova a osservare la battaglia tra Washington e Pechino, ridotta a moderare tavoli tecnici mentre si decide la sorte del pianeta.

L’Italia del Piano Mattei: fondi verdi per il gas

Nessun Paese rappresenta la crisi di coerenza europea meglio dell’Italia. Il governo Meloni arriva a Belém con la retorica della “transizione che non penalizza l’industria”, ma un’azione climatica tra le peggiori del continente: 43ª posizione nel Climate Change Performance Index 2025.

Il Piano Nazionale Energia e Clima è stato giudicato “poco credibile” da Bruxelles; quello di adattamento è privo di fondi adeguati. Nel frattempo, il “Piano Mattei” viene presentato come modello di cooperazione con l’Africa, ma i suoi numeri raccontano altro: dei 5,5 miliardi di dotazione, 3 provengono dal Fondo Italiano per il Clima, nato per sostenere l’adattamento dei paesi poveri. Quei soldi finanziano invece infrastrutture per il gas destinate a fare dell’Italia un hub energetico europeo.

È una deviazione di scopo, non un errore. Lo stesso governo che dichiara di voler guidare la transizione usa i fondi verdi per consolidare la dipendenza fossile. In Italia, la lobby fossile non influenza la politica climatica: la occupa.

La Cop dei popoli e il fallimento del sistema

Belém sarà ricordata anche per la sua doppia anima. Accanto alla “Blue Zone” dei negoziati ufficiali, nascerà la “Cop dei Popoli”, con la più grande partecipazione indigena della storia e una domanda semplice: “Amazzonia libera dall’estrazione”. Ma il dialogo tra la foresta e i palazzi del potere sarà impossibile.

L’intero processo Unfccc è in crisi di legittimità. A Dubai si contavano 2.456 lobbisti fossili accreditati, a Baku 1.700: i piromani che scrivono le regole antincendio. L’Italia è tra i paesi che più hanno aperto loro la porta.

Belém non sarà l’ultima chance del pianeta, ma il luogo in cui si vedrà chi ha deciso di non provarci più. Nel silenzio di un’Europa burocratica e di un’Italia fossilizzata, la Cop30 rischia di diventare la conferenza che ha formalizzato la resa.

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Immigrazione in calo quest’anno in Italia secondo l’Ocse. Ma la propaganda del governo continua a parlare di invasione

Nel 2024 gli ingressi permanenti in Italia sono stati 169 mila, -16% sul 2023. Lo scrive l’International Migration Outlook 2025 dell’Ocse, che confronta i dati tra Paesi con lo stesso metro statistico. Se bastasse il numero, l’“invasione” finirebbe qui. Ma nella comunicazione di governo il contatore degli sbarchi diventa l’unico termometro, mentre gli ingressi stabili — quelli che cambiano davvero la società, l’economia e i servizi — vengono messi tra parentesi.

Immigrazione, come si fabbrica l’emergenza

La prima torsione è lessicale: si parla di “clandestini”, ma la struttura dei flussi è regolare. L’Ocse indica che il 61% arriva per ricongiungimento familiare, il 23% esercita la libera circolazione Ue, il 10% entra con permessi di lavoro e solo il 5% per motivi umanitari. Nello stesso rapporto i principali Paesi d’origine verso l’Italia sono Ucraina, Albania, Romania: un quadro euro-balcanico, non la caricatura di un assalto africano. La seconda torsione è selettiva: si brandiscono le domande d’asilo — 151 mila nel 2024 — ma si tace che sulle 79 mila decisioni l’esito positivo è 36%. Esiste quindi un filtro, non un automatismo.

La terza torsione è contabile: il Viminale aggiorna gli sbarchi a cadenza quasi quotidiana; gli ingressi permanenti vengono citati di rado, benché dicano che nel 2024 l’Italia ha ridotto la platea di chi rimane stabilmente. A livello Ocse, i flussi permanenti calano del 4% ma restano sopra il 2019; cresce la componente umanitaria per effetto delle guerre, non per presunte “porte spalancate”.

La retorica funziona perché sorvola sull’altra metà dell’equazione: nel 2023 sono 152 mila gli italiani emigrati (soprattutto verso Spagna, Germania, Svizzera). Un Paese in deficit demografico seleziona gli allarmi e rimuove l’emorragia di capitale umano che l’Ocse e la Commissione Ue collegano all’invecchiamento e alle carenze di competenze.

Il lavoro (malpagato) che regge e l’Italia che non attrae

L’Ocse descrive un sistema produttivo che dipende dall’apporto degli immigrati: sanità e cura, agricoltura, edilizia, alloggio-ristorazione, Ict. Qui la propaganda si piega sulla formula “ci rubano il lavoro”, ma i dati dicono altro: retribuzioni inferiori del 34% rispetto ai nativi a parità di età e sesso, titoli non riconosciuti, segmentazione presso datori che pagano meno. Non è “sostituzione”: è sottotutela.

C’è poi la propaganda dei “costi”. I numeri Ocse mostrano che l’Italia non intercetta la domanda globale di formazione e lavoro: appena 20mila permessi di studio e 17.300 stagionali/temporanei nel 2024, mentre l’area Ocse registra circa 2,3 milioni di permessi di lavoro temporaneo e oltre 1,8 milioni di studenti internazionali. Un Paese che crea pochi canali legali produce più irregolarità, non meno spesa.

Infine il mantra “l’Europa ci lascia soli”: i flussi permanenti si muovono in tutta l’area Ocse, e l’Italia non è tra i Paesi più attrattivi. La quota dominante di ricongiungimenti e libera circolazione segnala che l’Italia partecipa a una mobilità intraeuropea “normale”, mentre la politica sceglie di enfatizzare l’eccezione.

La conclusione dell’Ocse è lineare: senza migrazione l’offerta di lavoro si restringe, le carenze nei servizi di cura peggiorano, l’economia perde resilienza. La conclusione della propaganda è l’opposto: stringere i canali regolari, parlare solo di sbarchi, amministrare la paura. Tra i due poli ci sono i fatti: 169 mila ingressi permanenti in calo, emigrazione italiana persistente, ruolo essenziale dei migranti nell’economia, retribuzioni più basse e canali di attrazione insufficienti. È tutto scritto — nero su bianco — nell’International Migration Outlook 2025 dell’Ocse.

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Degrado del suolo, Rapporto Fao 2025: l’Italia tra i Paesi europei più colpiti

L’ultimo rapporto “The State of Food and Agriculture 2025” della FAO non concede scuse: la degradazione del suolo non è una calamità, è una scelta. Quasi 1,7 miliardi di persone vivono su terre dove il degrado riduce i raccolti; nei sistemi ad alta resa la risposta è stata aumentare fertilizzanti, irrigazione e meccanizzazione.

Funziona nel breve, ma scava il capitale naturale: cala il carbonio organico, cresce l’erosione, si abbandonano campi. Il risultato è un debito che si paga in sicurezza alimentare e spesa pubblica. La Fao avverte: l’effetto “maschera” degli input non elimina il danno, lo rinvia. E quando arriva il conto, non c’è più cuscinetto.

Il Paese che lascia andare la terra

L’Italia è un laboratorio della contraddizione. La retorica della “sovranità alimentare” convive con capannoni e asfalto. Nel 2024 il saldo delle superfici perse è pesante e riguarda per tre quarti terreni agricoli. Dove le rese sono più alte, come in Pianura Padana, la Fao indica i debiti maggiori: l’intensificazione maschera il degrado ma lo aggrava.

Ogni ettaro impermeabilizzato sottrae spugna idrica, alza il rischio a valle, cancella biodiversità utile alle colture. La contabilità della resa premia l’anno e dimentica il decennio. La politica, intanto, continua a rinviare una legge quadro capace di fermare la trasformazione irreversibile e di definire obiettivi, standard, responsabilità.

Servirebbero tre scelte verificabili. Primo: una legge quadro che fissi limiti alla trasformazione, standard di qualità del suolo e priorità d’uso, mettendo in fila interessi oggi dominanti per inerzia. Secondo: un piano pluriennale per ripristinare il carbonio organico con obiettivi misurabili, controlli e premi legati a risultati, non a ettari. Terzo: criteri stringenti per localizzare rinnovabili, logistica e nuovi insediamenti fuori dalle aree agricole di pregio, con compensazioni obbligatorie quando si consuma terra. È la traiettoria che la Fao riassume: evitare, ridurre, invertire. Tradotto: smettere di trattare il suolo come un fondo infinito e iniziare a curarlo come infrastruttura nazionale.

I ritardi dell’Italia

Francesco Lollobrigida promette “un’agricoltura sostenibile e moderna”. Eppure l’Italia è ancora senza una disciplina organica del suolo; i disegni di legge si spengono in Commissione, gli atti attuativi si perdono. L’agrivoltaico “senza consumo di suolo” resiste nei comunicati, ma i testi continuano ad aprire varchi sui campi produttivi. La promessa di premiare chi rispetta le regole non diventa un sistema di condizionalità ambientali che allinei reddito e tutela. Manca un cronoprogramma pubblico, mancano obiettivi territoriali, manca la ricomposizione tra politiche agricole, energetiche e industriali. La “sovranità” resta parola.

L’assenza di politica è già politica. Senza un target credibile, le Regioni competono al ribasso: varianti, eccezioni, scorciatoie. Ogni deroga è un pezzo di Paese consegnato a rendite che durano più di una legislatura. Il rapporto Fao ricorda che nei sistemi ad alta intensità l’effetto tampone degli input nasconde il danno finché crolla. Si misurano quintali, non la struttura del terreno che li rende possibili. Poi arrivano frane, grandinate, siccità; e i soldi pubblici pagano i sintomi, non la cura. È l’economia della toppa: costosa, inefficiente, miope.

Eppure la cura esiste ed è misurabile. Rotazioni vere invece di monocolture, lavorazioni ridotte per trattenere acqua e carbonio, siepi e fossi come infrastrutture verdi, irrigazione di precisione, pagamenti legati a risultati di ripristino e minore erosione, non a rendiconti formali. Ripristinare anche una quota del degrado restituisce produttività e resilienza. Costa meno del disastro.

Nel 2025 la Fao suona la sveglia. L’Italia risponde con promesse e rinvii. La “sovranità” evocata in conferenza stampa si misura qui, nella concretezza di ogni ettaro salvato. Finché il ministero resterà spettatore, il Paese resterà senza difesa. E la terra — la nostra — continuerà a morire in silenzio.

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L’Italia dei lager altrui: rinnovato il memorandum libico

L’Italia ha scelto ancora il silenzio. Nessun voto, nessun dibattito, nessuna parola pubblica. Il memorandum con la Libia, firmato nel 2017 e rinnovato automaticamente ogni tre anni, continuerà a vivere fino al 2029. È il quarto rinnovo consecutivo di un accordo che affida il controllo dei migranti a milizie e carcerieri, sotto il nome burocratico di “cooperazione contro l’immigrazione illegale”. La clausola dell’articolo 8 bastava a garantire la continuità: se nessuno lo revoca, si rinnova da sé. E infatti, ancora una volta, nessuno ha voluto toccarlo.

Dal 2017 le Nazioni Unite documentano in Libia torture, violenze sessuali e schiavitù sistematica. Eppure l’Italia continua a fornire motovedette, fondi e addestramento alla cosiddetta guardia costiera libica. Una collaborazione che la Corte penale internazionale guarda ormai come un caso da manuale di complicità politica. Lo stesso caso Almasri — l’aguzzino riportato a Tripoli con “tante scuse” dopo un mandato d’arresto dell’Aja — è diventato simbolo di questa alleanza di comodo.

Il governo Meloni ha scelto di lasciare correre, come i precedenti. Ma il rinnovo tacito del memorandum racconta molto più di un atto amministrativo: racconta un Paese che si abitua a delegare i propri confini alla tortura, e la propria coscienza al silenzio.

Il Parlamento ha fatto scadere perfino l’ultima occasione utile per fermare la proroga automatica. Chi ieri lo ha voluto e chi oggi lo difende condividono una responsabilità lineare: i lager restano aperti, le catene restano strette, e l’Italia si limita a timbrare le ricevute, chiamandola strategia.

Buon lunedì.

In foto, l’attacco armato della guardia costiera libica alla ong Mediterranea

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Occhi su Gaza, diario di bordo #62

La guerra d’Israele oggi si racconta più dalle mura delle caserme che dal fronte. La procuratrice generale dell’Idf, Yifat Tomer-Yerushalmi, è stata ritrovata viva dopo ore di scomparsa: la stessa che aveva ammesso di aver fatto diffondere il video delle torture su un detenuto palestinese a Sde Teiman. Quel filmato, secondo Netanyahu, sarebbe «l’attacco di propaganda più grave contro Israele». In realtà mostra il punto di rottura dentro l’esercito: quando la legalità implode, la verità filtra dall’interno.

Nelle stesse ore, Hamas ha consegnato alla Croce rossa tre corpi di israeliani uccisi, mentre le forze israeliane hanno rivendicato nuovi raid a Gaza City e l’uccisione di un «terrorista». Secondo il movimento palestinese, i morti dopo la “tregua” sono già 236. È una pace amministrata da chi occupa, una tregua con diritto di fuoco unilaterale.

Sul fronte nord, Katz annuncia che gli attacchi contro Hezbollah «saranno intensificati», e l’Idf rivendica l’uccisione di quattro miliziani in Libano. Ogni scandalo interno trova una distrazione esterna, ogni verità viene sepolta da un nuovo bombardamento.

Intanto i numeri dicono che la guerra economica è totale: l’Organizzazione internazionale del lavoro calcola un crollo del 29 per cento dell’economia palestinese, con Gaza ridotta dell’87 per cento. È la prova che il cessate il fuoco non sospende la distruzione: la prolunga in silenzio, giorno dopo giorno, vita dopo vita.

La scena di oggi è questa: una generale costretta a denunciare le torture del suo esercito, tre bare restituite da Hamas, un confine nord che brucia. Israele cerca di difendere la sua reputazione, ma la verità, come sempre, si difende da sola.

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Lampedusa silenziata, così i morti in mare sono diventati invisibili alla stampa – Lettera43

A fine ottobre sono sbarcati almeno quattro cadaveri e oltre 200 persone. Ma Viminale e Guardia costiera provano a censurare i fatti. E i cronisti parlano di «clima ostile al giornalismo d’inchiesta».

Negli ultimi 10 giorni di ottobre, Lampedusa ha visto sbarcare almeno quattro cadaveri assieme a oltre 200 persone. Le fonti locali lo chiamano «il via vai di morti», e non è un’esagerazione. I dispacci delle agenzie, incrociati con i dati dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, e dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, confermano una serie di sbarchi con vittime tra il 18 e il 29 ottobre. I morti sono uomini partiti dalla Libia, nazionalità tipiche della rotta Corno d’Africa, Bangladesh, Medio Oriente. Ma la frequenza è inedita. Cinque eventi con salme a bordo in meno di due mesi non si vedevano da anni, e questa concentrazione smentisce l’idea di episodi “isolati” che il governo Meloni ripete nei briefing riservati ai cronisti di Palazzo.

Non un bavaglio formale, ma una strategia di “invisibilizzazione selettiva”

Il silenzio denunciato dai giornalisti presenti sull’isola non è un’invenzione. La prefettura di Agrigento non diffonde più note sui singoli decessi, la Guardia costiera pubblica comunicati asciutti e tecnici, e la Capitaneria di porto di Lampedusa tiene transennata l’area del molo Favaloro. I giornalisti non possono documentare gli arrivi. È la “invisibilizzazione selettiva”: non un bavaglio formale, ma una strategia che cancella il dolore dai riflettori e affida il racconto solo alle veline ufficiali. In pratica, se non c’è immagine non c’è nemmeno la notizia. Il risultato è che la morte viene declassata a “evento di gestione”, al pari di un trasferimento o di uno sbarco ordinario.

Lampedusa silenziata, così i morti in mare sono diventati invisibili alla stampa
Operazione di soccorso al largo di Lampedusa.

Meno partenze, più morti: il “paradosso della letalità”

Secondo i dati del Missing Migrants Project dell’Oim, nel 2025 sono già oltre mille i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo, di cui il 70 per cento lungo la rotta centrale. Dal 2022 a oggi la probabilità di morire in mare è più che raddoppiata, passando dall’1,3 al 3 per cento circa per ogni traversata tentata. Meno partenze, più morti: il “paradosso della letalità”. Nel 2023 gli sbarchi erano stati 157.651; nel 2024 sono scesi a 66.617, nel 2025 poco più di 33 mila fino a luglio. Ma la riduzione degli arrivi coincide con l’aumento dei rischi. È l’effetto delle politiche di deterrenza: cooperazione con le guardie costiere libiche e tunisine, ostacoli alle Organizzazioni non governative, porti lontani per le navi umanitarie. La legge 50/2023, il cosiddetto Decreto Cutro, ha reso più difficile il soccorso e quasi abolito la protezione speciale, chiudendo ogni canale legale.

Persone chiuse nel sottocoperta che respirano fumi e perdono la vita

Gli operatori raccontano quasi sempre lo stesso schema: barche a due piani, motore acceso per ore, persone chiuse nel sottocoperta che respirano fumi e muoiono prima di arrivare in vista dell’isola. È una “morte da attesa”, non da naufragio. Ed è una morte direttamente collegata ai ritardi o alla distanza dei soccorsi. Ogni volta che le Ong sono costrette a sbarcare a Ravenna o a Genova, una nave in meno resta dove serve. Ogni volta che la Libia intercetta e riporta indietro, i trafficanti caricano di più. È un effetto domino, non un incidente.

Lampedusa silenziata, così i morti in mare sono diventati invisibili alla stampa
Un frame di un momento del salvataggio di migranti al largo di Lampedusa.

Una censura non dichiarata ma praticata

Dal 2022 la Guardia costiera ha rimosso dal sito i dati di dettaglio delle operazioni Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso). Il ministero dell’Interno pubblica solo un “cruscotto statistico” che somma cifre, ma non nomi né circostanze. I porti di sbarco non vengono più comunicati: «Informazioni utili ai trafficanti», ha detto il Viminale. In realtà è un cambio di paradigma: si toglie al giornalista la possibilità di associare numero di arrivi e numero di morti, cioè la chiave per misurare la letalità delle politiche. Nel frattempo, la classifica di Reporters sans frontières segna la discesa dell’Italia dal 41esimo al 49esimo posto per libertà di stampa, con un peggioramento netto degli indicatori politici ed economici. La Federazione nazionale della stampa parla di «clima ostile al giornalismo d’inchiesta». A Lampedusa, dove il molo è chiuso ai reporter, la censura non è dichiarata ma praticata.

È la versione burocratica della disumanizzazione

Le salme vengono trasferite in fretta da Lampedusa a Porto Empedocle, poi distribuite nei cimiteri agrigentini. Nessuna cerimonia pubblica, nessun rappresentante politico. Le procedure sono amministrative, non commemorative. Il lavoro di identificazione ricade su Ong e Croce Rossa, spesso senza mezzi. Molti corpi finiscono in tombe anonime, archiviati come “non identificati”. È la versione burocratica della disumanizzazione: lo Stato gestisce, ma non riconosce. E più passa il tempo, più le famiglie che chiedono notizie vengono rimandate da una prefettura all’altra, perché nemmeno l’archiviazione è centralizzata. Si perde il corpo e si perde anche la storia.

Lampedusa silenziata, così i morti in mare sono diventati invisibili alla stampa
Bare di migranti morti a Porto Empedocle prima di essere trasferiti per la tumulazione (foto Ansa).

Le immagini della tragedia del 2013 — le bare allineate nell’hangar dell’aeroporto, i ministri in visita, il lutto nazionale — appartengono a un altro tempo. Oggi i morti arrivano all’alba, in silenzio. La loro presenza è filtrata dai comunicati, non dagli occhi. La stessa isola che allora era laboratorio di accoglienza oggi è diventata laboratorio di rimozione.

Barche mai segnalate, corpi non recuperati

Il governo rivendica una riduzione del 60 per cento degli sbarchi, frutto degli accordi con Tunisia e Libia, e attribuisce a questa politica il “successo” di aver salvato vite. Ma i dati internazionali mostrano altro: la rotta centrale resta la più letale al mondo, con oltre 25 mila morti dal 2014 e un numero imprecisato di “naufragi invisibili”. Barche mai segnalate, corpi non recuperati. La narrazione ufficiale parla di ordine; la cronaca di Lampedusa parla di bare.

Lampedusa silenziata, così i morti in mare sono diventati invisibili alla stampa
Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).

Pochi testimoni: crisi dei diritti e dell’informazione

Dietro i numeri ci sono le stesse storie: il ragazzo eritreo morto asfissiato sotto coperta, i bengalesi partiti da Garabulli, i somali recuperati senza nome. A Lampedusa, gli operatori umanitari raccontano un ritmo costante di arrivi con salme a bordo. Ma senza telecamere, senza dati, senza domande. La riduzione dei flussi ha prodotto un effetto collaterale preciso: meno testimoni, più fantasmi. L’Italia comunica “sicurezza”, ma ogni settimana il mare restituisce la prova contraria. Nel silenzio costruito intorno a quei corpi, si misura non solo la crisi dei diritti, ma anche quella dell’informazione.

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Rapporto segreto Usa: centinaia di violazioni dei diritti umani commesse da Israele a Gaza

Un’inchiesta del Washington Post ha svelato l’esistenza di un rapporto classificato dell’Ispettorato generale del Dipartimento di Stato statunitense. Il documento, redatto poche settimane prima della tregua tra Israele e Hamas, riconosce per la prima volta “molte centinaia” di potenziali violazioni delle leggi sui diritti umani da parte di unità dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza. Si tratta della prima ammissione ufficiale, all’interno dell’amministrazione americana, che le operazioni israeliane rientrano nell’ambito delle “Leahy Laws” — la normativa federale che vieta il sostegno militare statunitense a unità straniere coinvolte in abusi gravi come torture, esecuzioni extragiudiziali o altre atrocità.

Secondo due funzionari statunitensi che hanno confermato i contenuti del rapporto, il Dipartimento impiegherà “anni” per esaminare la mole di episodi segnalati. Un arco di tempo sufficiente, osserva l’ex direttore dell’ufficio per i diritti umani Charles Blaha, «perché la memoria dell’opinione pubblica si dissolva mentre l’impunità si consolida».

Una legge disattesa

La Leahy Law, approvata nel 1997 dal senatore democratico Patrick Leahy, prevede il blocco automatico degli aiuti militari statunitensi ai reparti stranieri coinvolti in violazioni documentate. Israele riceve da Washington almeno 3,8 miliardi di dollari l’anno, cui si aggiungono finanziamenti straordinari per decine di miliardi nel biennio successivo al 7 ottobre 2023. La guerra condotta da Tel Aviv, che ha provocato quasi 70.000 morti palestinesi secondo i dati delle autorità sanitarie di Gaza, è considerata il banco di prova più grave per la tenuta della norma.

Eppure, dal 2022 a oggi, gli Stati Uniti non hanno sospeso un solo dollaro di assistenza. Lo ha confermato anche Josh Paul, ex funzionario del Dipartimento di Stato dimessosi in dissenso con la linea di Joe Biden: «Nonostante prove evidenti, nessuna unità israeliana è mai stata dichiarata inammissibile agli aiuti».

Il rapporto segreto descrive un sistema “su misura” per Israele: un processo di verifica più lento e più politico rispetto a quello applicato ad altri Paesi. Le valutazioni sono affidate a un forum interno — l’“Israel Leahy Vetting Forum” — che include rappresentanti dell’ambasciata americana a Gerusalemme e del Bureau for Near Eastern Affairs, tradizionalmente schierati a difesa di Tel Aviv. Ogni caso viene sottoposto al governo israeliano per ottenere spiegazioni o garanzie di “azioni correttive”. Solo dopo il consenso unanime del gruppo e l’approvazione del Segretario di Stato si può decidere la sospensione degli aiuti.

Gaza, gli episodi al centro delle indagini

Tra gli incidenti citati figurano la strage dei sette operatori di World Central Kitchen, colpiti da un drone israeliano il 1° aprile 2024, e il massacro del 29 febbraio 2024, quando oltre cento palestinesi furono uccisi mentre cercavano cibo da camion umanitari a Gaza City. Entrambi i casi erano stati già segnalati al Congresso, ma senza esiti concreti.

L’Ispettorato generale ammette che la mole di episodi raccolti “rende improbabile una conclusione in tempi utili”. La procedura americana richiede di verificare ogni singola unità coinvolta, e la cooperazione israeliana viene data per necessaria. Di fatto, il Paese accusato è parte integrante dell’inchiesta che lo riguarda.

Un precedente emblematico è quello dell’uccisione di Omar Assad, cittadino statunitense di 78 anni, morto d’infarto dopo essere stato ammanettato e imbavagliato a un checkpoint in Cisgiordania nel 2022. Il Pentagono giudicò l’episodio “un fallimento morale”, ma ritenne sufficienti le misure disciplinari interne adottate dall’IDF. Gli Stati Uniti non sospesero alcun aiuto militare.

L’ombra dell’impunità

Il nuovo rapporto arriva in un contesto politico segnato dall’erosione dei controlli interni. L’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca nel 2025, ha già licenziato diciassette ispettori generali nominati dai predecessori, indebolendo la rete di vigilanza interna sulle violazioni e gli sprechi federali. «Non vedo alcuna differenza tra Biden e Trump su questo fronte», osserva ancora Blaha.

Intanto, mentre il cessate il fuoco regge formalmente, le forze israeliane hanno ripreso i bombardamenti: il 29 ottobre almeno 104 palestinesi sono stati uccisi in una sola giornata, secondo le autorità locali, dopo l’uccisione di un soldato israeliano.

La combinazione tra inerzia amministrativa e pressione politica fa del dossier una bomba diplomatica. Washington riconosce di avere prove di abusi, ma nessun meccanismo effettivo per fermare i flussi di armi verso Israele. Una paralisi che trasforma la legge Leahy in un simbolo vuoto — e che, dietro la retorica dei “valori occidentali”, lascia scorrere la continuità di una politica in cui la parola “accountability” resta classificata.

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Terre rare, parte la corsa all’Artico: la strategia del governo italiano per trasformare in opportunità il cambiamento climatico

«I cambiamenti climatici, lo scioglimento dei ghiacci e le nuove rotte favoriscono la corsa allo sfruttamento delle terre rare e delle materie prime». Isabella Rauti, sottosegretaria alla Difesa, lo dice alla Prima conferenza nazionale sull’Artico al Centro Alti Studi per la Difesa. E’ la formula che racchiude l’intera visione del governo. Il disastro climatico non come minaccia, ma come opportunità geopolitica.

La corsa sul ghiaccio che scompare

L’Artico si scioglie a un ritmo doppio rispetto alla media globale. Ogni estate aumenta il numero di giorni navigabili lungo la Northern Sea Route, la rotta russa che collega l’Asia all’Europa tagliando il tempo di viaggio di due settimane rispetto al Canale di Suez. E dove si ritirano i ghiacci riaffiorano idrocarburi, metalli e terre rare. La Russia ha riaperto basi militari, la Cina investe in ricerca e infrastrutture portuali, gli Stati Uniti rafforzano la Guardia costiera. L’Italia, che di artico non ha neppure un chilometro, non vuole restare spettatrice.

Nel linguaggio della Difesa, l’Artico è «nuovo spazio di competizione globale». Non si parla di cooperazione climatica ma di posture strategiche, e l’espressione ricorre in tutti i documenti ufficiali di quest’anno. Lo stesso linguaggio è usato nei piani Nato sul fronte Nord, dove l’Alleanza immagina una “presenza coordinata” contro la militarizzazione russa. L’Italia si inserisce in questa logica, cercando di coniugare presenza militare e opportunità economiche.

Corsa alle terre rare

Dietro le parole di Rauti c’è un’agenda precisa. La Difesa e il Ministero degli Esteri stanno aggiornando la strategia artica nazionale, ferma dal 2015. Non più un dossier di cooperazione scientifica, ma un capitolo di politica industriale e militare. L’idea è usare la presenza italiana nella ricerca polare come testa di ponte per rivendicare un ruolo nelle nuove rotte, nelle infrastrutture e nei sistemi di sicurezza.

La conferenza di Roma, organizzata dal Casd, aveva un titolo esplicito: «La Difesa e il Sistema Paese nelle nuove sfide della competizione globale». E nella stessa sede il capo di Stato maggiore Luciano Portolano ha riconosciuto che «la Nato non dispone di una capacità artica sufficiente». Tradotto: l’Italia può offrire assetti navali, tecnologia e industria dual use, guadagnando peso politico nell’Alleanza.

Le imprese pronte al Nord

Nella partita ci sono già i grandi nomi dell’economia nazionale. Fincantieri ha linee di costruzione per navi rompighiaccio e mezzi polari. Eni e Saipem portano l’esperienza dell’offshore in acque estreme. Leonardo lavora su radar e sensori per la sorveglianza climatica e militare. Lo scioglimento dei ghiacci diventa così un nuovo mercato: meno un allarme ambientale che una piattaforma di opportunità.

A spingere in questa direzione è anche la prospettiva di fondi europei legati alla sicurezza marittima e alla ricerca sulle rotte artiche. L’Italia vuole accreditarsi per intercettare parte di queste risorse, legandole alla sua rete industriale e universitaria.

La dottrina del disastro

Nel 2026 Roma ospiterà l’Arctic Circle Forum – Polar Dialogue, una vetrina diplomatica organizzata insieme al Ministero degli Esteri e al Mur. L’obiettivo, spiegano fonti interne, è far emergere «la visione italiana dello sviluppo pacifico dell’Artico». Ma la sequenza delle parole parla da sola: prima sviluppo, poi pace.

La “tutela ambientale” arriva solo in coda, mentre al centro resta la “competizione globale”: riconoscere che il cambiamento climatico è irreversibile imparando a sfruttarne gli effetti.

Le Ong artiche avvertono che questa corsa rischia di aggravare la distruzione degli ecosistemi e di cancellare i diritti delle popolazioni indigene. Ma nella nuova grammatica geopolitica, l’Artico è già trattato come uno spazio da contendere più che da salvare.

L’Italia, che a casa frena la transizione ecologica, all’estero scopre la convenienza di un mondo che si scioglie. Nel Paese del Mediterraneo in fiamme, l’Artico diventa il fronte dove il disastro si può finalmente mettere a profitto.

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Un Nobel alla menzogna

Donald Trump sognava il Nobel per la pace. Vincerà forse, il premio nobel per la tregua meno rispettata della storia: quella che ha lasciato scorrere sangue a Gaza mentre i suoi emissari brindavano alla “stabilità” e l’esercito israeliano continuava a bombardare Rafah. Ora il “pacificatore” è pronto a un nuovo spettacolo di forza. Secondo Wall Street Journal e Miami Herald, la Marina americana si prepara a colpire le basi del Cartel de los Soles in Venezuela: tre cacciatorpediniere, una portaerei, 4.500 soldati e 90 aerei da combattimento già schierati. Trump smentisce, ma Caracas chiede aiuto a Putin, alla Cina e all’Iran. È la sua diplomazia: negare l’evidenza per moltiplicare la paura.

Il presidente che si vantava di non aver iniziato guerre ha riscritto il concetto stesso di pace. La tregua, per lui, è solo una pausa utile per ricaricare le armi o ridefinire i confini della minaccia. Ha fatto della menzogna una tecnologia del potere: dalla “verità alternativa” alla guerra preventiva, tutto ciò che non serve alla propaganda semplicemente non esiste. È la sua America, dove i fatti valgono meno del volume della voce, dove l’ideologia si misura in decibel e le istituzioni si piegano al capriccio del leader.

Nel frattempo, il mondo paga il prezzo. I dazi che minacciano l’Europa e la Cina sono la versione economica dei suoi raid: colpire per costringere, ricattare per negoziare. Il dollaro come arma, la paura come dottrina. Il sistema internazionale è diventato un’estensione del suo ego: ogni crisi è un’occasione per ribadire che senza di lui non c’è equilibrio possibile, e che la potenza americana coincide con la sua vanità.

E da lontano, quasi in controluce, c’è Giorgia Meloni. Aveva creduto di potersi costruire un profilo da statista atlantica stando all’ombra di Trump, fingendo che bastasse sorridere accanto al più rumoroso dei presidenti per diventare importante. Oggi, mentre lui prepara un’altra guerra “preventiva” e il mondo trema, la premier italiana sembra la comparsa disciplinata della comitiva: la migliore amica del bullo del gruppo, e pure la più fedele.

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