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Gaza, il baratto della morte: è la tregua dei resti umani

Gli Stati Uniti hanno offerto a Hamas un «passaggio sicuro» da Gaza verso le zone ancora sotto il suo controllo, scrive Axios. Non è un gesto umanitario: è l’ammissione che dopo due anni di guerra Israele non ha il controllo della Striscia di Gaza e che Washington preferisce un ordine negoziato a una sconfitta proclamata. La tregua si regge così, su un equilibrio tra il fallimento militare e la convenienza politica.

Nelle stesse ore, il Washington Post rivela che un rapporto interno del Dipartimento di Stato documenta «centinaia di possibili violazioni dei diritti umani» commesse da unità israeliane. Centinaia, ma nessuna conseguenza. La legge Leahy vieta di fornire armi a chi viola sistematicamente i diritti umani, ma per Israele si sospende anche la legge. È l’ipocrisia codificata: gli Stati Uniti registrano le prove dei crimini e allo stesso tempo continuano a fornire munizioni e copertura diplomatica.

Sul terreno, la tregua è uno scambio di cadaveri. Hamas ha restituito le salme di due ostaggi israeliani, Israele ha risposto consegnando trenta corpi palestinesi. Sacchi neri senza nome, depositati negli ospedali di Khan Yunis che non hanno nemmeno gli strumenti per identificarli. Finora sono oltre duecento i corpi restituiti in questo baratto di morte. Ogni consegna diventa un atto politico: più corpi passi, più tregua compri. È l’esatto contrario del diritto umanitario.

E l’Europa Il governo italiano si accoda, parla di «stabilità» e tace sul meccanismo che produce questi scambi, perché metterlo in luce significherebbe ammettere che non c’è un processo di pace, c’è un’amministrazione del conflitto. È questa la tregua che ci raccontano: una tregua di resti umani, mentre Washington prepara la forza internazionale che dovrà amministrare le rovine. La guerra finisce, dicono. In realtà, cambia solo chi conta i morti.

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Cori fascisti nella sede di Fratelli d’Italia a Parma, commissariata Gioventù Nazionale

Il video inizia a circolare la notte del 28 ottobre, la stessa data della marcia su Roma. Dentro la sede di Fratelli d’Italia a Parma, in Borgo del Parmigianino, un gruppo di ragazzi canta «Me ne frego», poi «camicia nera trionferà» e infine «Duce, Duce». Sullo sfondo il tricolore, le risate, un brindisi. La scena, ripresa e pubblicata su Instagram, mostra chiaramente l’insegna del partito. È la sede provinciale del movimento giovanile di FdI, Gioventù Nazionale, oggi commissariata «per incompatibilità politica» dal coordinamento regionale.

Il sindaco Michele Guerra parla di «squallida propaganda», ricordando che Parma «non ha mai ceduto all’odio che ottant’anni fa cercò di travolgerla». Il Pd locale aggiunge: «Questa città non dimentica, nel 1922 alzò le barricate contro i fascisti». E dai vertici democratici arriva la richiesta a Meloni di una condanna esplicita: «Presidente, questa volta tace o condanna» chiede l’europarlamentare Sandro Ruotolo.

Il partito e la memoria selettiva

L’episodio di Parma non è un’anomalia. È il più recente sintomo di una nostalgia che riaffiora ciclicamente nelle sezioni giovanili e locali di Fratelli d’Italia. Nel giugno 2024 l’inchiesta di Fanpage aveva documentato saluti romani, cori e inni al Duce tra gli iscritti di Gioventù Nazionale. La premier reagì denunciando il “metodo d’infiltrazione” dei giornalisti, più che i contenuti dei video.

Un anno prima, il 25 aprile 2023, alcuni militanti di FdI a Grosseto avevano celebrato la “festa della libertà” postando la foto di Mussolini con la scritta «onore al Duce». A Roma, nel 2022, durante il congresso giovanile del partito, circolavano magliette con il motto «Boia chi molla» e un busto del fondatore del MSI Giorgio Almirante campeggiava sul palco.

Dopo ogni episodio arriva una formula rituale: commissariamento, presa di distanza, silenzio della premier. È accaduto a Verona, dove un dirigente locale di FdI aveva pubblicato un selfie davanti alla tomba di Mussolini; è successo a Catania, dove il vicepresidente del consiglio comunale si era definito «fascista del terzo millennio»; è successo a Roma, quando alcuni iscritti avevano marciato al cimitero del Verano con le braccia tese.

La linea Meloni: condannare senza rompere

Da quando è a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni adotta la stessa strategia: smentire di essere nostalgica, ma senza mai usare la parola “fascismo”. In un’intervista alla Bbc del 2023 spiegò che «la destra italiana ha consegnato alla storia il fascismo da decenni». In patria, però, la fiamma tricolore nel simbolo del partito resta. Quando nel luglio 2024 le opposizioni le chiesero di rimuoverla, rispose che «rappresenta la continuità della democrazia italiana», ribaltando il senso storico di quel segno.

Il risultato è un’ambiguità funzionale: la premier rassicura i moderati e insieme evita di alienarsi quella parte di militanza che ancora considera Mussolini un “padre della patria”. Dopo i cori di Parma, da Palazzo Chigi non è arrivata (ancora) alcuna dichiarazione. L’unica voce ufficiale è stata quella del deputato Giovanni Donzelli, che ha difeso il commissariamento «avvenuto prima della pubblicazione del video» e ha accusato la sinistra di “strumentalizzare”.

Una questione di cultura politica

Il caso di Parma pesa più di un episodio locale. È la prova che, dentro un partito di governo, esiste ancora un’area che non riconosce pienamente la cultura antifascista su cui si fonda la Costituzione. Ogni volta che un militante di FdI urla «Duce» o saluta romanamente, non è solo una provocazione: è una lesione simbolica dell’identità repubblicana.

La differenza, oggi, è che quella cultura nostalgica non vive più ai margini ma all’interno del partito che guida il Paese. E la minimizzazione sistematica della presidente del Consiglio – che preferisce parlare di “ragazzate” o di “strumentalizzazioni” – finisce per legittimare un revisionismo di fatto.

Dopo Parma, il coordinamento di Gioventù Nazionale ha promesso “rigore e chiarezza”. Ma la chiarezza vera resta politica: o si dichiara incompatibile il fascismo con la destra di governo, oppure si accetta che quei cori – «Me ne frego», «camicia nera trionferà» – continuino a risuonare come una colonna sonora non ufficiale della legislatura.

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Dalla loggia al governo: il piano è compiuto

Dalla “paura della firma” all’improcedibilità, dall’abolizione dell’abuso d’ufficio al divieto di pubblicare le ordinanze: il mosaico è completo. Quello che per decenni era stato solo il «piano di rinascita democratica» della P2 oggi è diventato testo normativo, e ciò che fu la rivincita personale di Silvio Berlusconi contro la magistratura è ormai architettura di governo. Non è un incidente: è una linea.

La riforma Cartabia del 30 dicembre 2022 ha aperto la breccia con la mannaia dell’improcedibilità e la compressione delle indagini preliminari. I governi successivi, quello Meloni in particolare, ci hanno infilato dentro tutto il resto: abolizione dell’abuso d’ufficio «per eliminare la paura della firma», restringimento del traffico d’influenze, obbligo di interrogatorio preventivo che avverte l’indagato prima della misura, taglio alle intercettazioni, legge-bavaglio sulla pubblicazione degli atti. È la stessa traiettoria che il procuratore Nicola Gratteri ha definito «premessa per sottoporre il pm al controllo politico». È la stessa constatazione dell’ex procuratore Giuseppe Volpe: le riforme di oggi sono la fotocopia di quelle rivendicate da Licio Gelli nel luglio 1982.

Nel documento della P2 c’era tutto: separare le carriere, rendere il Csm dipendente dal Parlamento, responsabilizzare il Guardasigilli sull’operato dei pm. Oggi ci siamo arrivati passando dalla porta presentabile della “presunzione di innocenza” e della “giustizia più veloce”. Ma i cittadini non avranno processi più rapidi: avranno, questo sì, politici e amministratori più protetti, soprattutto con la proliferazione dei reati a querela di parte.

A ogni epoca i suoi padri ispiratori: Calamandrei e Dossetti per costruire l’indipendenza, Gelli e Berlusconi per addomesticarla. Il referendum che arriva serve a dire se quella giustizia deve restare libera o diventare domestica al potere.

Buon venerdì. 

Foto di ALEJANDRO POHLENZ su Unsplash

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Corte dei conti sotto attacco: lo scontro sul Ponte accelera la riforma che smantella i controlli dei magistrati contabili

La miccia è esplosa due giorni fa, quando la Corte dei conti ha negato il visto di legittimità alla delibera Cipess che avrebbe sbloccato 13,5 miliardi per il Ponte sullo Stretto. Ma la reazione del governo ha travolto la decisione. Giorgia Meloni ha parlato di «invasione di campo», Matteo Salvini di «scelta politica». Il diniego è diventato il casus belli per riportare lo scontro sotto i riflettori e rilanciare l’urgenza di un progetto già scritto: la riforma che punta a ridisegnare la Corte dei Conti e a ridurre i poteri di controllo della magistratura contabile.

Corte dei Conti, una riforma che viene da lontano

Non si tratta di un’ira improvvisa. Il disegno di legge S.1457,  era già stato approvato dalla Camera il 9 aprile, mesi prima dello scontro sul Ponte. Le parole della premier — «La riforma della giustizia e quella della Corte dei conti sono la risposta più adeguata a questa intollerabile invadenza» — hanno solo reso esplicito un piano preesistente.

Le prove generali si erano viste due anni prima. Nel 2023 il governo aveva sottratto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza al cosiddetto controllo concomitante della Corte dei Conti, quello che permette di monitorare i progetti mentre vengono realizzati. Raffaele Fitto, all’epoca ministro per gli Affari europei, aveva sostenuto che la vigilanza spettasse soltanto a Bruxelles.

Palazzo Chigi aveva poi istituito un «tavolo di lavoro» con la Corte, trasformando un organo di controllo indipendente in un soggetto concertativo. Nello stesso periodo lo “scudo erariale”, nato in pandemia per proteggere i funzionari che agivano in buona fede, è stato prorogato e reso strutturale. La retorica della “paura della firma” — l’idea che la burocrazia si paralizzi per timore dei giudici contabili — è diventata il grimaldello per ridurre la responsabilità amministrativa.

Il messaggio politico è stato chiaro: chi firma non deve temere le conseguenze, anche se le sue decisioni costano milioni allo Stato. Il principio di legalità si è piegato a quello dell’efficienza, e il controllo è stato ridefinito come intralcio.

L’architettura della riforma

Il ddl porta alle estreme conseguenze quella filosofia. Quattro i pilastri principali. Il primo è la ridefinizione della colpa grave: un funzionario risponderebbe solo per «violazione manifesta della legge» o «travisamento del fatto», cancellando la sanzione per negligenza o incompetenza.

La Corte ha avvertito che così si creerebbe «una zona di impunità». Il secondo è il “silenzio assenso”: se la Corte non esprime un parere entro 30 giorni – termine spesso insufficiente per valutare migliaia di pagine di atti – questo si intende favorevole. Un meccanismo che permetterebbe di inondare la magistratura di richieste per ottenere, di fatto, uno scudo automatico. Il terzo è la riorganizzazione interna: il governo si attribuisce la delega per unificare funzioni di controllo, consultive e giurisdizionali, minando la separazione che garantisce l’indipendenza dei giudici. Il quarto introduce un tetto ai risarcimenti per danno erariale, limitando al 30 per cento il contributo personale del funzionario condannato.

L’Associazione dei magistrati contabili parla di «illegalità diffusa e caos organizzativo». La Corte stessa, nel parere n. 4/2025, ha sollevato profili di incostituzionalità per violazione degli articoli 28 e 97 della Carta. Ma il governo tira dritto.

La demolizione dall’interno

La battaglia non è soltanto normativa, è simbolica. Meloni e Salvini hanno ripetuto che la Corte dei conti blocca le opere e ostacola il popolo. La narrazione rovescia il senso stesso dei controlli costituzionali, trasformandoli da garanzia a intralcio. È lo stesso schema già sperimentato con la separazione delle carriere e con gli attacchi alla magistratura ordinaria: ridurre il potere dei giudici, rafforzare quello dell’esecutivo, presentare ogni verifica come un gesto ostile verso il “governo del fare”.

Dietro la riforma contabile c’è un mutamento più profondo. Si passa da uno Stato di diritto a uno Stato di risultato, dove la legalità è subordinata all’obiettivo politico. Un sistema in cui un’amministrazione che “realizza” è protetta anche se sbaglia, anche se spreca.

La Corte dei conti, nata per garantire che il potere non spendesse senza rispondere, diventa così l’ultimo baluardo di una legalità che il governo percepisce come fastidio. E il Ponte sullo Stretto, con le sue carte incomplete e le sue regole ignorate, è solo l’occasione perfetta per accelerare la resa dei conti.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #59

Nel giorno in cui Trump e Xi si scambiano elogi per la “tregua riuscita”, a Gaza si contano altri 104 morti, tra cui 46 bambini, in 24 ore di bombardamenti. È la tregua celebrata nei palazzi: il 29 ottobre Washington parlava di «stabilizzazione» e oggi Axios rivela che gli Stati Uniti lavorano a una “forza internazionale” per gestire il dopoguerra, senza spiegare chi controllerà i territori né chi ricostruirà le case distrutte.

Sul terreno la realtà è opposta. Israele ha eretto quasi mille nuove barriere in Cisgiordania dall’inizio della guerra, secondo Peace Now e confermato dall’ANP. Ogni villaggio diventa un’isola, ogni spostamento un atto sospetto. E nel frattempo ottantuno soccorritori turchi restano fermi al valico di Rafah: Israele non ha ancora dato l’autorizzazione all’ingresso dei convogli medici.

A nord, nel Libano, un dipendente comunale è stato ucciso a Blida durante un nuovo attacco israeliano. Il presidente Michel Aoun ha ordinato all’esercito di «reagire a ogni incursione», mentre Hezbollah parla di «violazione della tregua». La missione ONU UNIFIL invita alla calma, ma ammette che la linea blu “non regge più”.

Nel frattempo, Haaretz diffonde un video di un detenuto palestinese torturato in un centro israeliano: l’IDF annuncia un’indagine “interna”, la prima in due anni.

E in Europa crescono le proteste contro le navi israeliane: a Corfù, cittadini bloccano l’approdo di una crociera; a Taranto, la USB denuncia l’arrivo della nave SeaSalvia con “un nuovo carico di morte”.

La guerra, intanto, cambia solo tono: meno visibile, più metodica. Mille barriere, convogli bloccati, prigionieri picchiati. È la pace come architettura dell’assedio.

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Dallo Stretto allo scontro: così il governo costruisce il suo nemico

La Corte dei conti ha bocciato il Ponte sullo Stretto. Non per ideologia, ma perché mancano coperture, dati affidabili e rispetto delle norme europee. Un giudizio tecnico, trasformato in nemico politico. Giorgia Meloni l’ha definito «un atto di invasione» e ha risposto minacciando la riforma della giustizia: una vendetta travestita da efficienza. Salvini, il profeta del cemento, parla di “scelta politica” e giura che andrà avanti comunque, anche senza i requisiti di legge. È l’arroganza del potere che confonde la propaganda con l’amministrazione.

La verità è che questo governo non sopporta i limiti. Ogni controllo diventa sabotaggio, ogni rilievo un complotto. La legalità è ridotta a burocrazia, i magistrati contabili a comparse da punire. Perfino l’uso di link nei documenti è diventato pretesto di scherno, come se l’informatica potesse giustificare l’illegalità. In realtà, la Corte ha ricordato solo l’ovvio: non si spendono miliardi per un sogno elettorale.

Nel governo al contrario dove Meloni e soci usano il calpestio delle regole come rumore di propaganda la giornata di ieri diventa un assist. Lo stop al Ponte diventa propaganda per la separazione delle carriere: i giudici “fermano il Paese”, quindi vanno messi al guinzaglio. È la stessa logica che Berlusconi teorizzava trent’anni fa, ma ora è tornata con il timbro istituzionale di Palazzo Chigi. 

Il Ponte non è solo un’opera impossibile: è il simbolo di un potere che non tollera ostacoli, nemmeno quelli della legge. In fondo, è questo il vero progetto: costruire un Paese dove la legittimità si misura in applausi e l’illecito si chiama visione.

Buon giovedì. 

Foto Gov

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Vietato parlare di genocidio, la crociata di Trump non risparmia neppure le parole

ll 6 febbraio 2025, con l’ordine esecutivo 14203, Donald Trump ha inaugurato una stagione nuova e pericolosa: dichiarare «minaccia alla sicurezza nazionale» ogni tentativo della Corte penale internazionale di indagare cittadini statunitensi o israeliani. È la formula che consente di colpire chiunque trasformi Gaza in un fatto giuridico.

A giugno sono stati sanzionati quattro giudici della Corte dell’Aia, a luglio la relatrice speciale Onu Francesca Albanese, accusata di «lawfare» contro Israele, in agosto un nuovo pacchetto ha colpito procuratori e giuristi. Le organizzazioni per i diritti umani parlano di attacco senza precedenti all’indipendenza della giustizia internazionale. Intorno a Washington nasce un lessico nuovo: anti-lawfare strategy. Applicare la Convenzione sul genocidio diventa un gesto sospetto, e difendere il diritto universale a essere giudicati secondo la legge appare come un atto ostile.

Dal tribunale ai testimoni: il caso Lemkin

Nel mirino ora c’è il Lemkin Institute for Genocide Prevention, fra i primi a qualificare come genocidio le condotte israeliane a Gaza. Il 14 ottobre 2025 l’istituto ha denunciato una campagna di delegittimazione partita da un editoriale di Fox News che lo accusava di «sostenere Hamas». Da allora le minacce si sono moltiplicate, insieme ai tentativi di de-platforming e alle pressioni sui donatori.

Non esistono ancora provvedimenti ufficiali, ma il segnale politico è chiaro: chi applica il linguaggio del diritto internazionale rischia di essere trattato come un nemico. Alcuni familiari di Raphael Lemkin, il giurista che coniò il termine “genocidio”, hanno avviato un’azione legale per impedirne l’uso del nome, sostenendo una “distorsione della memoria”. Intanto il Dipartimento di Stato ha annunciato che anche le ONG straniere «direttamente impegnate» nel “targeting illegittimo di Israele” potranno essere sanzionate. Nessun elenco, nessun decreto: basta l’annuncio a produrre un effetto gelo tra università, centri di ricerca e fondazioni.

L’istituto, nato per monitorare i segnali di genocidio nel mondo, vede oggi sospesi alcuni finanziamenti privati. Le sue pagine sono state oscurate per ore da attacchi informatici. Un mese fa la direttrice Sara Cobb ha parlato di «clima d’intimidazione senza precedenti». E chi lavora a Washington lo conferma: bastano una parola o un report per essere schedati come “filo-terroristi”. Nel frattempo cresce l’attenzione sulle liste sanzionatorie dell’OFAC e sulle note del Dipartimento di Stato: finché il nome non compare lì, la guerra è soprattutto reputazionale. Ma è proprio questa la leva che incide su inviti accademici, bandi, sponsorizzazioni. Università e think tank si cautelano: convegni rinviati, panel “ribilanciati”, abstracts accettati e poi respinti. È il chilling effect che trasforma la prudenza in autocensura.

Zittire la legalità internazionale

Nel suo ultimo rapporto alle Nazioni Unite, Francesca Albanese ha parlato di «pressione sistemica per silenziare la legalità internazionale». La catena è visibile: prima si colpiscono i giudici, poi i funzionari Onu, infine chi elabora gli strumenti giuridici. La forza non si limita più a violare il diritto: prova a ridefinirlo.

È il rovesciamento della promessa del diritto internazionale. Dove il diritto limitava la forza, ora la forza pretende di limitare il diritto. L’ordine esecutivo 14203 non punisce i crimini, punisce chi li nomina. E il caso del Lemkin Institute mostra che l’offensiva non si ferma ai tribunali, ma scende nel terreno più profondo: la costruzione del linguaggio giuridico.

A un anno dall’assedio di Gaza, l’America trumpiana allarga il perimetro del nemico: non più solo i combattenti, non più solo i giudici, anche i testimoni. La cartina di tornasole sarà se e quando il nome del Lemkin Institute entrerà in un atto amministrativo. Fino ad allora, l’obiettivo resta evidente: rendere costoso nominare i crimini. È qui che si misura la tenuta dell’idea di giustizia universale — nelle parole che resistono, nei luoghi che ancora le ospitano, nella responsabilità di chiamare le cose col loro nome.

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Sette aggressioni neofasciste in un mese: l’ottobre “nero” smentisce la retorica di Giorgia Meloni sulla “violenza della sinistra”

A metà settembre, dal palco della convention di Vox a Madrid, Giorgia Meloni aveva detto che «la violenza è a sinistra». Un refrain ripetuto anche in Italia, dove la premier accusava l’opposizione di “minimizzare l’odio politico”. Un mese dopo, la cronaca le ha risposto da sola: ottobre 2025 è diventato l’elenco più fitto di aggressioni neofasciste degli ultimi anni.

La sequenza delle aggressioni

Il 5 ottobre, nel quartiere Esquilino di Roma, una trentina di uomini con caschi e bastoni irrompe in un bar frequentato da manifestanti appena usciti da un corteo per la Palestina. «Boia chi molla», gridano, picchiano e si dileguano. Pochi giorni dopo, durante un sit-in “Luci per la Palestina”, un medico dello Spallanzani viene colpito alla testa. La Digos definisce entrambi gli episodi «riconducibili a circuiti dell’estrema destra capitolina». Il 6 ottobre, nella stessa zona, un pub in via Leopardi è devastato da un gruppo organizzato: vetri in frantumi, arredi distrutti, scritte fasciste sui muri.

Il 18 ottobre, la violenza si sposta a Cesena. Due ragazzi, uno albanese e uno marocchino, vengono presi a calci e pugni da una quarantina di persone identificate dagli inquirenti come appartenenti a gruppi neofascisti locali. L’aggressione dura pochi minuti ma lascia i due feriti a terra, davanti a decine di testimoni.

Due giorni dopo, a Rieti, un episodio ancora più grave: il secondo autista del pullman degli ultras della squadra ospite viene ucciso, dopo tensioni sugli spalti tra le due tifoserie, con un sasso lanciato contro l’autobus in corsa sulla via del rientro. Alcuni degli arrestati, accusati di omicidio volontario, risultano legati ad ambienti dell’estrema destra.

Simboli, bersagli e silenzi

Il 25 ottobre, a Roma, il giornalista Alessandro Sahebi viene aggredito in via Merulana mentre cammina con la compagna e il figlio di sei mesi. «Volevano che mi togliessi la felpa con scritto “azione antifascista”», racconta. Lunedì successivo presenta denuncia. L’episodio provoca indignazione tra le associazioni stampa, ma nessuna parola dal governo.

Il giorno dopo, a Genova, una quarantina di uomini con caschi e spranghe entra nel liceo “Leonardo da Vinci”, occupato dagli studenti. Spaccano vetri, imbrattano muri con svastiche e gridano «viva il Duce». Gli investigatori parlano di una spedizione punitiva contro un’occupazione pro-Palestina. È il settimo episodio violento in meno di trenta giorni.

La mappa di ottobre disegna un Paese in cui la violenza politica ha una matrice riconoscibile. Le vittime sono manifestanti, studenti, giornalisti, cittadini stranieri. Gli aggressori agiscono in gruppo, spesso a volto coperto, lasciando dietro di sé un linguaggio preciso: simboli fascisti, slogan, saluti romani. Un repertorio che appartiene a un solo lato della storia.

La distanza tra la retorica e i fatti

Mentre la premier insiste nel rappresentare la sinistra come fonte dell’intolleranza, l’Italia si confronta con una realtà opposta. Le aggressioni non avvengono ai margini ma nei centri urbani, davanti a testimoni, in contesti di impegno civile. Il silenzio politico che le accompagna — nessuna condanna netta, nessun piano di contrasto — finisce per normalizzare una presenza che non è più solo nostalgica.

Ottobre 2025 è stato un mese di nomi, feriti e simboli. E nel racconto di chi lo ha vissuto, l’unico tratto comune è la certezza di essere stati scelti come bersaglio per ciò che rappresentano: antifascisti, palestinesi, stranieri, giornalisti. Tutto il contrario di quella “violenza della sinistra” evocata da Palazzo Chigi.

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L’interruttore della tregua in mano a Israele

A Gaza la tregua è diventata un interruttore. Israele la spegne, la riaccende, la sospende, la rinomina. Stanotte, mentre il governo annunciava la “ripresa” del cessate il fuoco, i raid avevano già ucciso più di cento persone, tra cui trentacinque bambini. Poi, alle nove del mattino, la tregua è tornata in vigore. Così dicono i comunicati. Ma i corpi non hanno avuto il tempo di essere contati.

La giustificazione è sempre la stessa: «Hamas ha violato l’accordo». Un soldato israeliano ucciso a Rafah, un frammento di verità sufficiente a far ripartire i bombardamenti. Poi, quando la polvere si posa, la stessa autorità militare comunica che la tregua è ripristinata. È la pace a orologeria, con un dito solo sul pulsante.

Il premier Benjamin Netanyahu guida un governo che decide unilateralmente cosa significhi “cessate il fuoco”, mentre resta formalmente ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra. Eppure gli Stati Uniti parlano ancora di «diritto alla difesa». Il linguaggio resta sempre lo stesso: amministrare la guerra fingendo la tregua.

Nelle ultime ventiquattr’ore sono morte oltre cento persone, ventiquattro solo bambini, in quello che Israele chiama “azione lecita”. Gli ospedali di Gaza — già distrutti, senza corrente, senza farmaci — continuano a ricevere resti umani.

Ogni volta che il governo israeliano proclama la fine dei raid, lo fa per poche ore, giusto il tempo di rivendicare la calma. Poi ricomincia. E allora ci si chiede cosa resti della parola “accordo”, se un esercito può accenderla e spegnerla come un faro. A Gaza la tregua non è un patto: è un privilegio concesso e revocato da chi bombarda.

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Perché in Italia ci sono così pochi laureati e le politiche non hanno funzionato

Nel 2025, mentre il dibattito pubblico si divide su tutto, i numeri sull’istruzione restano muti e implacabili. Lorenzo Ruffino, analista di dati, ha ricordato che tra i giovani italiani di 25–34 anni solo il 32% possiede una laurea, contro il 44% della media europea. Un divario che ci colloca al penultimo posto in Europa, appena sopra la Romania. Ma l’aspetto più grave, scrive Ruffino, è che nessuna regione italiana è oggi vicina all’obiettivo fissato dall’Unione europea per il 2030: il 45% di laureati. Lazio ed Emilia-Romagna sfiorano il 37%, Sicilia e Puglia non raggiungono il 25%. È una geografia della rinuncia, più che del ritardo.

Le radici di un dislivello sociale

Il sistema universitario italiano è cresciuto negli ultimi trent’anni — dal 8% di laureati tra i trentenni nel 1993 al 32% attuale — ma la disuguaglianza resta strutturale. Chi nasce nel Mezzogiorno ha meno probabilità di arrivare alla laurea, e chi proviene da famiglie con basso titolo di studio difficilmente rompe il ciclo. Le politiche di orientamento introdotte dal Pnrr — con moduli obbligatori già nelle scuole superiori — cercano di colmare il divario di partenza, ma senza un reale sostegno economico l’effetto resta modesto.

La laurea continua a essere percepita come un investimento incerto. In un’economia che domanda ancora lavoro a bassa qualifica, il “premio salariale” per i laureati non basta a invertire la tendenza. E il costo della vita universitaria pesa più delle tasse. Le rette, pur calmierate dalla no-tax area introdotta nel 2017 e ampliata nel 2020, restano alte per chi supera i 22mila euro di Isee. Ma il vero ostacolo, osservano gli studi ministeriali, è l’alloggio: 447mila fuorisede per poco più di 54mila posti letto disponibili. Il Pnrr promette 60mila nuovi posti entro il 2026, ma la Corte dei conti ha già segnalato ritardi e appalti bloccati.

Le misure che non bastano

L’aumento delle borse di studio è stato uno dei pochi interventi concreti: nell’anno accademico 2023/24 l’importo per i fuorisede è salito a 6.656 euro, e gli “idonei non beneficiari” si sono ridotti al 2,3%. Un progresso reale, ma insufficiente: l’inflazione degli affitti universitari ha annullato parte del beneficio.

Intanto i tassi di abbandono restano alti. Secondo l’Anvur, il 14,5% degli studenti lascia l’università tra il primo e il secondo anno; dopo tre anni, uno su cinque ha abbandonato. È un’emorragia silenziosa, che non appare nelle statistiche europee ma spiega perché il numero di laureati cresca così lentamente.

Eppure chi si laurea lavora. Il rapporto AlmaLaurea 2025 mostra che il 90% dei laureati triennali trova impiego entro tre anni, e il 93% entro cinque. Il problema, come scrive Ruffino, è che «l’Italia continua a non produrre abbastanza laureati per la sua stessa modernizzazione». È un Paese che si lamenta della bassa produttività, ma non investe abbastanza nell’istruzione che la renderebbe possibile.

Il circolo vizioso del disinteresse

Da anni le riforme inseguono i sintomi senza curare la malattia: si aggiungono corsi professionalizzanti, si riformano gli ITS, si sperimentano nuovi orientamenti, ma non si agisce sulle condizioni materiali che rendono possibile studiare. L’università resta un privilegio di chi può permettersi il tempo e il luogo per farlo.

Ruffino non scrive con toni moralistici, ma la sua fotografia è politica: il deficit di laureati non è un difetto di cultura, è un effetto della disuguaglianza. E senza un investimento stabile in borse, alloggi e didattica di qualità, l’Italia continuerà a formare una classe dirigente piccola e omogenea, incapace di rappresentare la società che pretende di guidare.

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