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Dramma in carcere nell’indifferenza, quanti altri ne devono morire?

Non basta la difficile situazione della struttura e le condizioni dei detenuti che per più di un mese sono rimasti senza acqua e energia elettrica nella dodicesima sezione, nel carcere di Sollicciano. L’altro ieri sera intorno alle 22 un detenuto del carcere fiorentino è stato ritrovato morto nella sua cella. La vittima è un tunisino di 43 anni che avrebbe perso i sensi dopo avere infilato la testa nello spioncino della cella riservato al passaggio del cibo.

L’uomo era detenuto nella sezione transito, dove stanno i detenuti appena entrati o trasferiti da un altro istituto o che non devono scontare una pena definitiva. Le prime ipotesi parlano di suicidio o di incidente: spesso i detenuto usano lo spazio per il cibo, largo una decina di centimetri, per vedere il passaggio nel corridoio, un gesto comune anche per chiamare le guardie. Le prime ipotesi parlano di un probabile attacco di panico, dovuto probabilmente al fatto di essersi incastrato e quasi subito avrebbe perso i sensi per poi morire per soffocamento. Certo è che mentre il detenuto era agonizzante nessuno si sarebbe accorto di nulla poiché le guardie erano impegnate in un altra cella dove un detenuto stava dando in escandescenze danneggiando gli interni. La Procura ha aperto un’indagine per cercare di capire come sia successo che quell’are sia rimasta così a lungo incustodita.

“La notizia della morte di un giovane detenuto, avvenuta questa notte nel carcere di Sollicciano, riempie di dolore tutti coloro che hanno come valore primario il rispetto della vita delle persone e l’umanità del carcere. Alla memoria di questo giovane va tutto il nostro pensiero, ed alla sua famiglia tutta la nostra vicinanza di uomini prima che di Istituzioni. A lui auguriamo di riposare con quella pace che probabilmente non ha avuto in vita. Noi attendiamo di conoscere le cause della morte”. Così il Garante dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, appresa la notizia del detenuto trovato morto nella sua cella a Sollicciano. “La sua morte – continua Fanfani – ripropone con durezza rutti i temi inevasi della condizione carceraria che già l’anno passato, con tre suicidi, erano balzati all’attenzione dell’opinione pubblica. In carcere non si muore per caso. Il carcere così come lo conosciamo noi è la precondizione per forme psichiatriche più o meno gravi che quasi sempre portano ad atti autolesionistici, l’anno passato solo a Sollicciano se ne sono contati 700, e spesso portano al suicidio”.

“Se nessuno resta insensibile alla morte di un detenuto, nessuno può esimersi dal denunciare con fermezza che il sistema carcerario quale attualmente è, salvo rare eccezioni, è indegno di un Paese civile”. “In carcere – prosegue il Garante – manca tutto ma soprattutto manca la prospettiva di una vita futura migliore di quella lasciata che non possono garantire da soli né la grande opera del volontariato, né piccoli interventi settoriali delle Istituzioni che rispetto alla dimensione del fenomeno sono piccolissima cosa”. Sollicciano non è da meno, perché accanto ai problemi del sistema carcerario italiano, assomma i difetti di una struttura inadeguata che ormai si pone fuori del tempo”. Il sistema carcerario nel suo complesso, a detta di Fanfani, “avrebbe necessità di una visione umanistica ed antropocentrica che esaltasse il dettato costituzionale, avendo come unica prospettiva il recupero della dignità e umanità dei singoli. Forse in questo modo si eviterebbe qualche morto”.

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Inferno Sollicciano: il carcere di Firenze scoppia, e mancano anche acqua e luce

Nei primi giorni di luglio nel carcere di Sollicciano otto detenuti sono saliti sul tetto della struttura per protestare contro il mancato ottenimento di alcuni benefici richiesti alla magistratura di sorveglianza. Una delle tante proteste che avvengono (con cadenza quasi quotidiana) nelle carceri italiane: Sollicciano ospita mediamente 700 persone di fronte a una capienza regolamentare inferiore ai 490 posti. Rientrata la protesta sono rimasti i danni: l’incendio di lenzuola e coperte hanno danneggiato gli impianti della dodicesima sezione che avrebbe dovuto essere evacuata perché inagibile.

E qui comincia la storia. Per oltre un mese nella cella della sezione i detenuti sono rimasti senza acqua e senza luce. «Di notte parte della sezione era al buio e noi guardie giravano con le torce per sorvegliare i reclusi», racconta gli agenti di polizia penitenziaria. Il sindacato Uil degli agenti penitenziari ha annunciato una denuncia alla Procura della Repubblica per «il mancato rispetto dei diritti umani» e il segretario regionale Eleuterio Grieco ha raccontato che «per quasi due mesi la sezione è stata senza luce e senza acqua ma i reclusi non sono stati trasferiti nonostante la precaria condizione della struttura, pensate cosa succederebbe in un ospedale se accadesse la stessa cosa». Già, Grieco ha centrato il punto: perché all’interno di un carcere ci si permette di accettare situazioni che sarebbero insostenibili in qualsiasi altra struttura pubblica?

La denuncia è partita da una lettera di don Vincenzo Russo (cappellano del carcere di Sollicciano) e del presidente della Camera Penale di Firenze Luca Maggiora inviata al ministero della Giustizia, al provveditorato regionale e alla direzione del carcere: «La sezione — si legge nella lettera — a differenza di ciò che dovrebbe rappresentare uno spazio vivibile e minimamente accettabile, risulta sprovvista di luce ed acqua corrente dall’11 luglio. Inutile rammentare le condizioni meteo dell’ultimo periodo che sono risultate inadeguate alla stragrande maggioranza della popolazione italiana libera. Inutile ricordarvi le condizioni di assoluta inadeguatezza di tutta la struttura in oggetto, carente sotto molteplici profili e divenuta un contenitore di uomini e donne, private non solo della libertà ma financo del minimo rispetto della dignità umana». «Il carcere di Sollicciano — aggiunge don Russo — vive da anni in uno stato di abbandono nonostante l’impegno del comandante e della direzione per cambiare le cose. Molti reclusi sono rimasti in una sezione inagibile ben oltre il tempo necessario. Inoltre Sollicciano sta diventando un nuovo Opg (ospedale psichiatrico giudiziario, ndr) dove dentro ci sono troppe persone con problematiche psichiatriche in condizioni di grave disagio».

La situazione del carcere di Sollicciano è ingestibile. Lo scorso 10 agosto in un confronto tra il garante regionale dei detenuti per la Toscana, Giuseppe Fanfani, e il presidente dell’associazione `Progetto Firenze´, Massimo Lensi è emerso che il reparto transessuali, «che aveva costituito un’esperienza innovativa rispetto alle ordinarie prassi penitenziarie, è stato chiuso e le detenute trasferite, senza sapere se e quando rientreranno» mentre il reparto giudiziario è infestato dalle cimici. A ottobre del 2020 era stata inaugurata la seconda cucina del carcere ma nel frattempo è stata chiusa la prima. La direzione del carcere è in una situazione di precarietà da quasi un anno dopo continui cambi di direzione intervallati da incarichi ad interim.

Sotto organico sono anche gli operatori Asl e gli educatori. I detenuti con patologia psichiatrica (che dovrebbero uscire dal carcere e scontare la pena all’esterno in luoghi idonei alla loro cura, come ha stabilito chiaramente la Corte Costituzionale con la sentenza 99/2019) a Sollicciano sono in cella nonostante la patologia psichiatrica. Se davvero come diceva Voltaire che la civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri, a Sollicciano la civiltà l’è morta.

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Cosa è successo ad Hakimi? Pestato in carcere è morto ma la salma è sparita…

Il 4 maggio 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere muore il detenuto Lamine Hakimi. È passato solo un mese dai violenti pestaggi e dalle torture degli agenti della Polizia Penitenziaria in seguito alla protesta dei detenuti dopo la notizia di un caso di positività al Covid-19. Per quella violenze sui detenuti sono state notificate le misure cautelari a 52 tra agenti di Polizia Penitenziaria e funzionari accusati a vario titolo di tortura, lesioni aggravate, maltrattamenti aggravati, falso, calunnia, favoreggiamento, frode processuale e depistaggio.

Nell’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere, complessivamente, sono oltre 110 le persone indagate. La politica si è mossa indignata (quasi) tutta e la stessa ministra Cartabia ha definito inaccettabile quanto accaduto. Lamine Hakimi è «stato vittima delle gravissime azioni di violenza commesse dagli agenti di polizia penitenziaria in occasione della “perquisizione”» un mese prima di morire e sulla sua morte il deputato Riccardo Magi, presidente di +Europa, ha presentato un’interrogazione parlamentare a risposta scritta alla ministra di Giustizia Marta Cartabia per fare luce.

Di Hakimi si sa solo quello che raccontano i suoi compagni di cella: era nato in Algeria il 26 giugno 1992, forse soffriva di patologie psichiatriche e subito dopo l’autopsia la sua salma è stata rispedita in fretta e furia in patria. Ma dove è stata mandata? A chi? In che modo? A chi è stato riconsegnato il corpo? Sono tutte domande che Magi pone nella sua interrogazione. E poi: l’autopsia è «stata effettuata alla presenza di un difensore delle persone offese oppure no»? E dopo quel 6 aprile è «stato sottoposto a visita medica, e di quali patologie soffriva»?

Secondo le testimonianze degli altri detenuti Hakimi sarebbe stato prelevato dalla cella e poi preso a calci in bocca, pugni e bastonate. Come scrive Magi nella sua interrogazione «altri detenuti hanno riportato alla stampa le seguenti dichiarazioni: “Gli davano calci, cazzotti e manganelli. E l’altro poliziotto mi lasciò a me e andò dietro a dire: “No, no, no, a calci no, non lo uccidiamo perché se no lo paghiamo” e: “È stato picchiato da un agente il quale ha schiacciato la testa di Lamine contro il pavimento, facendogli uscire sangue da occhi, naso e bocca e poi lo colpiva alle costole e gambe». Dopo le violenze, ricostruisce il deputato di +Europa «Lamine sarebbe rimasto sei giorni in cella con un altro detenuto, per poi essere trasferito in un’altra cella, da solo, con la sola compagnia di un piantone per tre ore al giorno. Dopo il 1° maggio sarebbe stato trasferito presso la cella 19 del primo piano del Reparto Danubio; in questo periodo – dal 6 aprile al 4 maggio – Hakimi avrebbe richiesto più volte la presenza fissa di un piantone e lamentato forti dolori alla nuca».

«La storia di Lamine – dice Magi a Il Riformista – è la tragedia più grossa e indicibile di tutta quella vicenda per la sofferenza che viene fuori da tutte le carte dell’inchiesta e dalle testimonianze dei compagni. Quello che noi vediamo è che è scomparso nel nulla, non se ne sa più nulla. Il garante della Campania ha chiesto l’esito dell’autospsia e non ha avuto risposta su questo. Come sempre». Magi rivendica anche il valore politico, oltre che penale, di cui farsi carico: «Noi di solito quando presentiamo un’interrogazione parlamentare – spiega Magi – ci sentiamo sempre rispondere che siccome c’è un’inchiesta non possono dire nulla. Io saluto con grande favore quello che ha detto la Cartabia qualche giorno fa: non c’è stata capacità di indagine e nemmeno la volontà all’interno del Dap. Ha riconosciuto quindi un livello politico e amministrativo parallelo, diverso dal giusto accertamento. Noi vogliamo risposte anche da questo livello? Responsabilità amministrative e politiche, oltre che penali. Leggendo quello che diversi testimoni è qualcosa dal punto di vista umano, sofferenza e dolore nell’ultimo mese di vita ma anche qui: altra domanda perché un ragazzo che soffre di schizofrenia tanto da dover avere una terapia sta in carcere? Anche questa è un’altra questione enorme».

Le carte dell’inchiesta sui pestaggi raccontano che i più massacrati dall’azione della Polizia Penitenziaria sono quelli su cui il medico ha mentito: i referti sono prodotti in serie e dopo l’elenco delle diverse ecchimosi si legge sempre di ferite “procuratesi durante il contenimento da parte delle forze dell’ordine”. Tra quelli c’era Lamine Hakimi. Adesso è morto e non c’è più nemmeno il corpo. E forse oltre a Riccardo Magi una risposta ce le meriteremmo anche noi.

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Sbattuto in carcere per la macchina del fango grillino-leghista, Uggetti assolto dopo 5 anni

Mi sono detto che forse il fatto di essere lodigiano avrebbe potuto condizionare il mio ruolo da giornalista. Anzi, a pensarci bene, ho anche l’onta di essere cresciuto e di avere passato parecchi anni della mia vita fianco a fianco con Simone Uggetti, l’ex sindaco Pd di Lodi che fino a 48 ore fa era uno dei criminali, bocconi sempre ghiotti, da usare come clava contro gli avversari politici e ora è improvvisamente santo. «Non mi sento per niente riabilitato, non ho nessun senso di colpa perché non ho mai fatto nulla di male e oggi sono altri a dover riflettere sui propri errori» mi ha detto ieri al telefono senza nemmeno avere quella naturale voglia di rivalsa che sarebbe perfino una debolezza perdonabile. Poi mi sono detto che forse proprio perché sono “dentro” a questa vicenda questo pezzo sarebbe stato ancora più leale, anche perché ho passato anni a leggere pessimi editoriali di esimi colleghi e direttori che hanno raccontato l’arresto di Uggetti più per confermare se stessi che per analizzare i fatti.

Uggetti finisce in carcere a maggio del 2016. «Quando sono arrivati gli uomini della Guardia di Finanza ho sentito che parlavano di custodia cautelare e ho visto nero. Non avevo minimamente idea per cosa mi stessero arrestando», racconta. L’arresto è perfetto per le telecamere e per i taccuini: prelevato in casa lo hanno portato nel piazzale della Polizia di Stato sfilando davanti a 30/40 poliziotti, poi viene portato in Comune in gran parata nella piazza principale della città mentre si svolgeva il mercato settimanale e infine tradotto nel carcere di San Vittore. L’accusa? Turbativa d’asta. E qui qualcuno si immagina un ricchissimo appalto con chissà quali oscuri interessi: si parla della gestione delle piscine comunali per un valore di 5mila euro. Avete capito bene: 5mila euro. L’inchiesta era partita dalla denuncia di una dipendente comunale, Caterina Uggè, tra le altre cose sorella della presidente di una società sportiva che fino a quel momento era sempre rimasta fuori dalla gestione delle piscine lodigiane.

Secondo la tesi dell’accusa il sindaco di Lodi avrebbe brigato un bando ad hoc per favorire la società a maggioranza pubblica Sporting Lodi per permetterle di compensare le perdite che aveva nella gestione di un’altra piscina. Non c’è nemmeno un centesimo promesso, non ci sono privati pronti ad arricchirsi, niente di niente. C’è la scelta del Comune di affidare la gestione di una piscina comunale a una società di cui il Comune possiede la maggioranza. Un osservatore allora si potrebbe chiedere: perché il carcere? Per il gip di Lodi, Uggetti è «soggetto autoritario che riesce a imporsi su coloro che gli ruotano intorno, ponendoli in soggezione, il che rende oltremodo realistica la capacità di questi di subornare e intimidire i testimoni». Gli indagati «con assoluta spregiudicatezza portano avanti con protervia i loro fini, ma anche attività volte a distruggere le tracce del loro accordo […] manifestando apertamente il fastidio derivante da chi denuncia a gran voce le loro condotte nefaste e contrarie alla legge».

Uggetti avrebbe personalità «negativa e abietta» porta a ritenere «con decisa verosimiglianza» che gli imputati «abbiano potuto sistematicamente gestire la cosa pubblica con modalità illecite, commettendo reati contro la pubblica amministrazione». Racconta Uggetti che durante l’interrogatorio con la Gip lei parla di un appalto da 100mila euro. Lui non capisce, chiede dove abbia letto quella cifra. «Sul giornale locale», risponde lei. In carcere finisce anche un avvocato, Cristiano Marini, che ha compiuto il terribile reato di essere stato generoso: Uggetti si era rivolto a lui per un consulto gratuito, per non spendere soldi pubblici. Quando Marini viene portato in carcere la moglie è incinta al sesto mese.

Il ministro Di Maio si fionda a Lodi per denunciare una città ostaggio del malaffare. Anche la Lega decide di manifestare ma Salvini annusando l’aria all’ultimo momento spedisce al suo posto Calderoli. È il tempo del fango: editoriali, servizi, gogna sui social. Uggetti in primo grado viene condannato a 10 mesi di reclusione e 300 euro di multa. Perfino la condanna sembrava risibile per una vicenda che è stata sulle prime pagine di certi quotidiani per giorni. Ovviamente per Uggetti la carriera politica è finita e intanto a Lodi arriva un commissario e poi alle successive elezioni vince il centrodestra. «Quell’arresto ha cambiato il corso della mia vita e ha stravolto il percorso istituzionale di un’intera comunità». Pochi scrivono che persino nella sentenza della condanna i giudici riconoscono che il sindaco ha agito «per il bene pubblico».

Ora è arrivata l’assoluzione ma come capita sempre ormai chi poteva cogliere l’occasione di quell’arresto ormai ha già raccolto i frutti mediatici e politici. Assoluzione perché “il fatto non sussiste”, assolti anche gli altri coimputati. Eppure al di là dell’assoluzione che questa inchiesta fosse mostruosa era visibile fin dall’inizio. «Io non devo riabilitarmi in niente», dice Uggetti. Altri probabilmente invece sì ma non accadrà come sempre.

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“In carcere temevano mi suicidassi”: l’arresto e l’assoluzione, il calvario dell’ex sindaco Uggetti


“Ho vissuto i miei 10 giorni di carcere in una condizione non normale. Temevano che mi suicidassi, ma non ci ho mai pensato”. Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi, all’indomani della sua assoluzione in appello dall’accusa di turbativa d’asta ripercorre con Fanpage.it il suo calvario durato 5 anni. “Il momento più brutto? L’arresto. Ma la parte più difficile è venuta dopo, perché mi hanno rubato la vita”.
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Le assurde parole con cui Giorgia Meloni giustifica l’astensione di Fdi su Patrick Zaki

Sono 24 ore che mi scervello sulle giustificazioni della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, circa il voto di astensione in Senato per l’ordine del giorno che impegna il Governo “ad avviare tempestivamente le necessarie verifiche” per concedere la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna agli arresti nel carcere egiziano di Tora dal 7 febbraio del 2020.

Ho sperato anche che Giorgia Meloni o qualcuno dei suoi spendesse qualche altra parola, che a qualcuno gli scappasse almeno uno sputo di tweet o una cosa qualsiasi per capire come possa una decisione presa in così larga maggioranza essere “un’ingerenza del Parlamento italiano”.

A cosa serve, secondo Giorgia Meloni, il Parlamento, se non proprio a intervenire in fatti di propria pertinenza? Cosa c’è di più significativo, per un Parlamento, dell’occuparsi di diritti da rispettare nei confronti di uno studente che proprio in Italia è stato libero per l’ultima volta e che è illegalmente detenuto in uno Stato che ha ammazzato poco prima uno studente italiano e con cui commerciamo amabilmente armi?

Mi pare tutto così chiaro, limpido, facile. Ci sono arrivati perfino i leghisti, per dire. Poi mi chiedo come la cittadinanza italiana a Patrick Zaki potrebbe “non aiutarlo” (parole sempre buttate a caso da Giorgia Meloni): ma non è proprio lei che da anni urlaccia sulla sua “patria” che deve farsi rispettare nel mondo? Ma non è proprio lei che da anni se la prende con il governo di turno per lamentare una mollezza sulla politica nazionale che, a suo dire, svergognerebbe tutti gli italiani?

E ora che potrebbe semplicemente schiacciare un pulsante (non le si chiede nulla di eroico, sia chiaro), proprio lei che vorrebbe essere quella del partito dei patrioti senza paura, ora balbetta quattro scuse sconclusionate senza senso?

Poi mi sono detto che forse non è la stessa Giorgia Meloni che, a proposito di “ingerenze”, viaggia in giro per l’Europa e per il mondo per incontrare i peggiori paradittatori sovranisti cercando di coltivare alleanze che mettono in seria crisi la credibilità dell’Italia in Europa e nel mondo. E invece no, è proprio lei.

Eppure Giorgia Meloni si è detta “solidale”. Ma come? Ma quindi non ha nemmeno il coraggio di dire che non gliene frega niente? Almeno sarebbe stata una posizione con una sua logica, qualcosa di comprensibile.

Poi ho pensato che ha un nome l’atteggiamento di Giorgia Meloni, una parola semplice semplice: vigliaccheria politica, condita con un po’ di esigenza di farsi notare.

Leggi anche: Draghi dì qualcosa: ora abbiamo bisogno di una data (e di una soglia) per sapere quando ne usciremo (di Giulio Cavalli)

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Salvini contro i vaccini ai detenuti in Campania e Lazio, ma dimentica che va così anche nelle Regioni leghiste

Ogni giorno Matteo Salvini si sveglia e, dopo essersi fatto una bella foto moscia con Nutella o cibarie varie da spiattellare sui social, decide di sputare contro qualcuno. Capitan Vigliacco ha una predilezione per i deboli, per gli invisibili, per quelli che viene facile mettere nel sacchetto dell’umido delle priorità: lui è fatto così, debole con i forti ma fortissimo con i debolissimi, come nella migliore tradizione di quelli che simulano il pugno di ferro ma poi sono pronti a stringere mani piuttosto losche, se torna utile per il loro tornaconto personale.

Nel mattino di oggi, lunedì 12 aprile 2021, Salvini ha deciso di usare i detenuti come roncola per attaccare Nicola Zingaretti e Vincenzo De Luca (e quindi di sponda il Pd, con cui tra l’altro sta governando) e si è tuffato con la bava alla bocca a twittare: “Lazio e Campania vogliono vaccinare i detenuti prima di anziani e persone disabili. Roba da matti”.

Non perdete troppo tempo a cercare un qualsiasi spessore politico in questa critica, che sembra una frase sputazzata di spritz al bar. “Roba da matti”, “buon senso” o “padre di famiglia” sono i concetti elementari su cui Salvini si basa per esprimere qualsiasi concetto, la banalità è il suo marchio di fabbrica e ogni sua osservazione non punta a niente di più nobile degli sfinteri.

Però, nelle poche miserabili parole di quel tweet, c’è tutto il salvinismo nel suo splendore.

Il ritenere “gli altri” (come sono i carcerati oppure i neri oppure i gay oppure qualsiasi altro tipo che non rientri nel prototipo dell’omaccione italico medio) una categoria che non si deve mai permettere di avere nessuna esigenza, nessuna.

Lo scambiare l’autorevolezza per il tintinnare di manette che Salvini continua a fare annusare ai suoi sostenitori, nonostante diventi poi una pecora se a compiere i reati è qualche colletto bianco.

Il ritenere le carceri il percolato della società in cui rinchiudere tutti i problemi illudendosi (e illudendo) di risolverli.

In più, il prode Salvini, riesce anche a rimediare una delle sue proverbiali figure di palta che costellano la sua misera traiettoria politica, poiché in Lombardia e Veneto (Regioni che stanno al guinzaglio del leader leghista) le vaccinazioni in carcere sono già iniziate da un bel po’, con la differenza che in Lombardia intanto si dimenticano gli anziani.

E, a proposito di condannati (che lui chiamerebbe “criminali”), sarebbe da chiedere a Salvini allora cosa ne pensi del suo quasi suocero Denis Verdini, che proprio per un focolaio di Covid a Rebibbia a gennaio (90 contagi in pochi giorni tra i detenuti) è stato (giustamente) scarcerato. Ma non dirà niente, vedrete, niente.

Leggi anche: Diceva “prima gli italiani” ma ha preferito “prima la famiglia”: sindaco arrestato per migliaia di mascherine sottratte alle Rsa (di Giulio Cavalli)

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Ci sono anche buone notizie

Ieri la neo ministra della Giustizia Marta Cartabia è stata audita dalla commissione Giustizia della Camera sulle linee programmatiche del suo dicastero e si è avuta la netta sensazione di ascoltare finalmente parole nuove rispetto a certa giustizia turboferoce che abbiamo visto negli ultimi anni. Certo, dirà qualcuno, siamo solo alle parole ma le buone parole sono il preludio migliore per le augurabili buone azioni e mentre monta un certo cattivismo che vorrebbe “il carcere a vita” per qualcuno che viene processato direttamente sui social ascoltare un ritorno alla ragionevole umanità non può che essere una buona notizia.

La ministra ha chiarito che è impensabile pensare a una “riforma del sistema” vista l’enormemente larga maggioranza che sostiene questo governo (che sulla giustizia come su molti altri temi ha idee praticamente opposte) ma ha ribadito che vanno messi in campo «tutti gli sforzi tesi ad assicurare una più compiuta attuazione della Direttiva (UE) 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016, sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali». Cartabia ha anche parlato della «necessità che l’avvio delle indagini sia sempre condotto con il dovuto riserbo, lontano dagli strumenti mediatici per una effettiva tutela della presunzione di non colpevolezza, uno dei cardini del nostro sistema costituzionale».

Finalmente si sente anche una ministra che ha il coraggio di dichiarare «opportuna una seria riflessione sul sistema sanzionatorio penale che, assecondando una linea di pensiero che sempre più si sta facendo strada a livello internazionale, ci orienti verso il superamento dell’idea del carcere come unica effettiva risposta al reato». Con un parallelo la ministra ricorda in audizione ala Camera che «la certezza della pena non è la certezza del carcere, che per gli effetti desocializzanti che comporta deve essere invocato quale extrema ratio. Occorre valorizzare piuttosto le alternative al carcere, già quali pene principali. Un impegno che intendo assumere è di intraprendere ogni azione utile per restituire effettività alle pene pecuniarie, che in larga parte oggi, quando vengono inflitte, non sono eseguite. In prospettiva di riforma sarà opportuno dedicare una riflessione anche alle misure sospensive e di probation, nonché alle pene sostitutive delle pene detentive brevi, che pure scontano ampi margini di ineffettività, con l’eccezione del lavoro di pubblica utilità».

Erano anni che non si sentivano parole così, pensateci.

(Ah, per tutti quelli che ci faranno notare che proprio qui sul Buongiorno abbiamo criticato aspramente Cartabia per le sue posizioni oscurantiste sui matrimoni gay e per la sua vicinanza a Cl: sì, lo pensiamo ancora. Ma nel nostro patto con i lettori ci eravamo ripromessi di giudicare i fatti, passo dopo passo. E passare dal giustizialismo a un’ipotesi di giustizia giusta è una buona notizia)

Buon martedì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Fa uccidere l’ex moglie e usa la figlia come alibi: l’orrore del femminicidio di Ilenia Fabbri a Faenza

Contiene tutti i caratteri che ci sono in tanti ex mariti assassini e per questo la storia di Ilenia Fabbri, l’ennesimo femminicidio avvenuto a Faenza lo scorso 6 febbraio, va raccontata. Ieri le forze dell’ordine hanno arrestato Claudio Nanni, 53 anni, ex marito di Ilenia ritenuto mandante dell’omicidio e Perluigi Barbieri, 51 anni, un picchiatore conosciuto lì in zona, un professionista di spedizioni punitive e di vigliaccheria che è già stato condannato per atti di violenza contro un disabile.

Negli atti del gip c’è il solito uomo che ritiene sua moglie, anche se ex, una proprietà privata che non ha nessun diritto di sopravvivere alla fine di un rapporto e che deve essere annientata per espiare la sua colpa di essere libera: Nanni dal 2017 aveva continuato a minacciare e aggredire l’ex moglie, era preoccupato per una causa che lei gli aveva intentato per il lavoro che aveva svolto nella sua officina di famiglia senza mai essere pagata, non versava i 500 euro mensili per la figlia Arianna e aveva deciso che l’omicidio sarebbe stato il modo migliore per risolvere il problema.

“Avido, paranoico del controllo, privo di scrupoli”, scrive di lui il gip Corrado Schiaretti che ha ripercorso le tappe dell’omicidio: il 10 dicembre Nanni è rinchiuso in casa per Covid e contatta Barbieri per fare “tutte le cose che bisogna fare”, il 20 e il 29 dicembre i due si incontrano, si scambiano le chiavi di casa, pianificano il percorso del killer nell’abitazione e probabilmente fanno un sopralluogo.

All’alba del 6 febbraio Claudio Nanni passa a prendere la figlia Arianna, 21 anni, al mattino presto, ha intenzione di usarla come alibi mentre il killer le uccide la madre. Barbieri entra in camera da letto ma Ilenia combatte, scappa per le scale, lui la massacra di botte e infine la sgozza.

In casa però c’è la fidanzata di Arianna che sente il trambusto, chiama Arianna, padre e figlia tornano indietro, Arianna chiama la polizia e urla al padre di accelerare. Nanni a quel punto, scrive il gip, piange in maniera incontrollata, consapevole di ciò che sta accadendo invita la fidanzata della figlia a non uscire dalla stanza e nascondersi.

Quando arrivano davanti alla casa, Nanni non scende dall’auto, non ha bisogno di vedere, sa già tutto. Manda la figlia. Un uomo che ha usato la figlia come alibi e che l’ha delegata a vedere il corpo morto di sua madre. La sua messinscena di una rapina andata male è fallita. Ora è in carcere e ancora una volta noi siamo qui a scrivere di una donna che prima di Natale aveva confidato alla sua avvocatessa di volere fare testamento. Ed è finita proprio come temeva. Perché l’assassino delle donne, qui in Italia, ha quasi sempre le chiavi di casa della sua vittima.

Leggi anche: 1. Violenza sulle donne, le scarpe rosse di Loredana Bertè a Sanremo non bastano più /2. Massacrata dall’ex, Clara si era pagata il funerale da sola: già sapeva di morire e nessuno ha fatto niente /3. Tremavo, ero un corpo vuoto: vi racconto cosa si prova durante uno stupro” | VIDEO TPI 

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La mattanza non percepita

Provate a immaginare cosa scriverebbero certi giornali se dei terroristi, meglio ancora se islamici ché funzionano meglio, ogni 5 giorni ammazzassero qualcuno in Italia…

Provate a immaginare se dei terroristi, meglio ancora se islamici ché funzionano meglio, ogni 5 giorni ammazzassero qualcuno in Italia. Ogni 5 giorni esce una notizia sulle pagine di cronaca contro questa violenza che, sono sicuro lo scriverebbero così, “mette in pericolo il nostro Paese”. Oppure immaginate un’etnia, preferibilmente nera ché funziona meglio, che ogni 5 giorni uccida una donna, una “nostra” donna come scriverebbero sicuramente certi giornali e provate a prevedere cosa direbbe la politica, certa politica. Oppure immaginate di mettere certe morti tutte in fila, una dopo l’altra. Così:

11 gennaio: Sharon ha 18 mesi e vive a Cabiate, in provincia di Como. Muore per una stufa che le cade addosso in casa. La Procura di Como scopre che la bimba però era stata maltrattata e violentata e ha disposto l’arresto del compagno della madre, Gabrile Robert Marincat, che ora si trova in carcere. La madre nutriva dei sospetti.

16 gennaio: Victoria Osagie, 34 anni, è stata uccisa dal marito nel tardo pomeriggio all’interno della propria abitazione a Concordia Sagittaria in provincia di Venezia. L’uomo l’ha colpita più volte con un coltello al termine di un litigio. I tre figli hanno assistito alla scena.

24 gennaio: Roberta Siragusa. Il corpo della diciassettenne al momento del rinvenimento si presentava parzialmente carbonizzato e nudo nella parte alta, con i pantaloni abbassati, il volto tumefatto, il cranio ferito e parte dei capelli rasati (da stabilire se di proposito o a causa delle bruciature).‍ Per recuperare i resti della ragazza sono dovuti intervenire sul posto i Vigili del fuoco. È stato arrestato Pietro Morreale, 19 anni, fidanzato della vittima. I due litigavano spesso: un mese prima la vittima aveva un occhio tumefatto.

29 gennaio: Teodora Casasanta, 39 anni e il figlio Ludovico di 5 anni sono stati uccisi dal marito e padre Alexandro Vito Riccio a Carmagnola. Il gesto sarebbe stato premeditato, poiché sul posto è stato ritrovato un biglietto su cui il trentanovenne avrebbe espresso l’intenzione di togliere la vita alla coniuge e al bambino. Lei aveva espresso la volontà di separarsi. L’esame autoptico ha rilevato circa 15 fendenti sul corpo della moglie e 8 su quello del figlio. L’aggressore avrebbe prima accoltellato le vittime nel letto, poi si sarebbe accanito su di loro pestandoli con diversi oggetti presenti in casa, tra cui il televisore.‍

1 febbraio: Sonia Di Maggio, 29 anni, è stata uccisa a Minervino di Lecce. La vittima si trovava in strada, nella frazione di Specchia Gallone, insieme al fidanzato quando all’improvviso è stata aggredita da un individuo: era Salvatore Carfora, 39 anni, ex compagno della giovane. Armato di coltello, ha sferrato numerosi fendenti alla ventinovenne. Il fidanzato ha tentato di difenderla, ma nulla ha potuto contro la furia dell’aggressore. Sonia si è accasciata al suolo in un lago di sangue. Vani i tentativi dei sanitari giunti sul posto che hanno provato a rianimarla, ma le lesioni erano troppo gravi.

7 febbraio: Piera Napoli, cantante di 32 anni e madre di tre figli, è stata uccisa la mattina del 7 febbraio 2021 all’interno dell’abitazione in cui risiedeva a Palermo, nel quartiere Cruillas. Il marito della donna, Salvatore Baglione, 37 anni, dipendente di una ditta che trasporta carni, intorno alle ore 13.00 si è costituito dai Carabinieri alla caserma dell’Uditore per confessare il delitto. Circa un mese prima la donna aveva richiesto l’intervento della Polizia dopo un’ennesima lite in casa con il coniuge, ma alla fine non se l’era sentita di sporgere denuncia.

7 febbraio: Luljeta Heshta, 47 anni, è una donna originaria dell’Albania, da 10 anni in Italia e regolare sul territorio, morta nel pomeriggio del 7 febbraio 2021 all’ospedale Humanitas di Rozzano in provincia di Milano. È stato arrestato il convivente della donna. Il gesto sarebbe stato compiuto a causa della presenza di un presunto amante nella vita della donna. La stessa nei giorni precedenti avrebbe lasciato l’abitazione che condivideva con il compagno per separarsi da lui.

12 febbraio: Lidia Peschechera, 49 anni, è stata trovata morta durante il pomeriggio del 17 febbraio 2021 all’interno della sua abitazione in zona Ticinello a Pavia. In carcere c’è il suo ex convivente Alessio Nigro. Il ventottenne, senza fissa dimora, si definiva un clochard e aveva problemi legati alla dipendenza dall’alcol. La donna si era offerta di aiutarlo, ospitandolo anche in casa, ma l’individuo non aveva fornito segnali di ripresa, anzi, in un’occasione lei aveva anche dovuto chiamare la Polizia per sedare una lite, al termine della quale non se l’era sentita di denunciare. Successivamente però la stessa aveva intimato al giovane l’intenzione di volerlo mandare fuori dall’abitazione a causa dei suoi comportamenti violenti, sfociati poi nell’omicidio.

19 febbraio: Genova. Clara Ceccarelli, 69 anni, è stata uccisa dall’ex compagno Renato Scapusi, 59 anni. Si parla di circa 100 coltellate. La donna è stata uccisa al termine del proprio turno di lavoro. All’inizio del 2020 si erano lasciati e da quel frangente sarebbero iniziate una lunga serie di aggressioni e persecuzioni messe in atto dall’uomo. La donna da giorni si era pagata il funerale e aveva provveduto a organizzare l’assistenza per il padre anziano e il figlio disabile. Sapeva di morire.

Ieri, 22 febbraio: Deborah Saltori, 42 anni, è stata uccisa in località Maso Saracini a Cortesano, frazione della città di Trento. La vittima sarebbe stata colpita con un’accetta dall’ex marito Lorenzo Cattoni, 39 anni, in una zona di campagna dove lui stava lavorando. Ad allertare i soccorsi sarebbe stato un passante che, durante il pomeriggio, ha notato i corpi esanimi dei due ex coniugi, riversi al suolo (l’uomo avrebbe infatti tentato di togliersi la vita). Secondo le prime ricostruzioni, Cattoni era già stato ammonito due volte dal questore della città per violenza domestica, anche verso la sua precedente compagna. Lo stesso era sottoposto agli arresti domiciliari a casa dei genitori nel comune di Terre d’Adige (Trento) perché, nel corso degli ultimi anni, era ricorso più volte a violenze fisiche e psicologiche nei confronti della vittima.

Sempre ieri, 22 febbraio: Rossella Placati, 51 anni, è stata trovata morta e sanguinante nel suo appartamento di Bondeno, Ferrara. Per ora non ci son arresti ma il suo compagno si è presentato in caserma raccontando di una discussione avvenuta la sera precedente e di essersi allontanato.

Questo è il punto in cui siamo.

Buon martedì.

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