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Rendiamoci conto: con questa crisi si torna a parlare di Berlusconi presidente della Repubblica

La prima conseguenza della crisi di governo del Conte bis si annusa nell’aria, si legge sui giornali e circola tra i social: la destra, ringalluzzita dai problemi del governo, si spinge addirittura dove non ha mai osato e Silvio Berlusconi, quello stesso Berlusconi che negli ultimi anni galleggiava nella sua inconsistenza politica e tra i problemi dati dai suoi processi, improvvisamente si ridesta e diventa addirittura papabile per la presidenza della Repubblica.

Un disastroso capolavoro, non c’è che dire, se non fosse che il rischio è molto più concreto di quello che sembra. Matteo Salvini, interpellato sull’argomento a Non è l’Arena su La7, risponde: “Berlusconi candidato a presidente della Repubblica? Se mi chiede il mio parere personale, le dico di sì: secondo me può ambire al Quirinale“.

Con un anno di anticipo il leader leghista avanza la candidatura del leader di Forza Italia al Colle e in mente ha un piano perfetto: togliersi l’impiccio del Cavaliere decaduto in un centrodestra in cui tutti vogliono essere leader, assicurarsi una presidenza della Repubblica rassicurante e amica e spingere Silvio a non cedere a nessuna tentazione di governi di unità nazionale insistendo su nuove elezioni.

Avrebbe potuto essere solo una boutade (una delle tante) del leader leghista, se non fosse che la palla è stata presa subito al balzo dal deputato di Forza Italia Gianfranco Rotondi, che è corso a dichiarare: “Berlusconi è stato il fondatore della Seconda Repubblica, del bipolarismo, del centrodestra”. “In questo momento – ha continuato Rotondi – il centrodestra è maggioranza elettorale nei sondaggi e nel ‘sentiment‘ del Paese. L’elezione di Berlusconi al Quirinale sarebbe naturale, legittima e pacificatrice. Sarebbe, sarà”.

Così l’ex datore di lavoro del mafioso Mangano, l’amico intimo del condannato Marcello Dell’Utri che per conto di Berlusconi faceva da tramite con Cosa Nostra, un condannato in via definitiva per frode fiscale, l’imputato nel processo Ruby ter, l’indagato dalla procura di Firenze come presunto mandante occulto della stragi mafiose del 1993 di Milano, Roma e Firenze, quest’uomo oggi si ritrova tra i papabili presidenti della Repubblica.

Lega e Forza Italia si dicono già d’accordo, Giorgia Meloni per ora osserva e tace in attesa di prendersi la leadership del centrodestra. E nell’Italia del 2021 si discute di qualcosa che sarebbe stato osceno anche solo ipotizzare fino a qualche mese fa. Un altro piccolo capolavoro, sicuro.

Leggi anche:  1. La malattia morale e politica di chi invoca il ritorno di Berlusconi (di Marco Revelli) / 2. Il governissimo con Berlusconi è il simbolo di una politica marcia voluta da certi salotti e certe redazioni (di Luca Telese)

L’articolo proviene da TPI.it qui

“Trattativa? Ma quale Trattativa? Io ho visto solo la convivenza tra politica, Stato e mafia”: parla il pentito Francesco Onorato.

(ne scrive Giuseppe Pipitone per Il Fatto Quotidiano)

L’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa? “Lo hanno fatto i signori Craxi e Andreotti, che si sentivano il fiato addosso”. Claudio Martelli? “Cosa Nostra lo finanziò con 200 milioni per farlo diventare Guardasigilli”. Salvo Lima? “Il primo nome nella lista dei politici da eliminare, insieme a Giulio Andreotti, Calogero Mannino e Carlo Vizzini”. Il gruppo di fuoco della commissione di Cosa Nostra? “Farne parte era come giocare nella Nazionale di calcio”.

È un fiume in piena Francesco Onorato, collaboratore di giustizia e oggi testimone del processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, in corso a Palermo all’aula bunker del carcere Ucciardone. Il boss aveva cercato di rinviare la sua testimonianza “perché – ha spiegato – non mi sento pronto moralmente e psicologicamente. A causa di un infortunio a mia moglie”. Pochi attimi dopo, però, ci ha ripensato aprendo a giudici e avvocati il libro dei ricordi tra morti ammazzati e rapporti a cavallo tra mafia e istituzioni. Una trentina di omicidi sul groppone, un passato da killer micidiale agli ordini di Saro Riccobono prima, e di Totò Riina poi, Onorato ha spiegato che “fare parte del gruppo di fuoco della Commissione di Cosa nostra era come fare parte della Nazionale di calcio: ci entravano persone con capacità particolari”.

Il 12 marzo del 1992 è suo l’indice che a Mondello preme il grilletto in via Danae: nel mirino c’è la chioma bianca dell’europarlamentare democristiano Salvo Lima, primo politico da eliminare dopo le promesse fatte a Cosa Nostra, e poi non mantenute, sull’annullamento delle sentenze del Maxi processo, divenuto definitivo poche settimane prima. “Non ho fatto l’omicidio Lima perché era nel mio territorio – ha raccontato il pentito collegato in videoconferenza – ma era fuori dal mio territorio, dovevo partecipare anche all’attentato poi fallito del commissario di Polizia Rino Germanà, ma poi ci andò Leoluca Bagarella”.

L’omicidio di Salvo Lima è il primo atto di guerra che Riina rivolge allo Stato, primo pezzo della lunga catena che poi porterà le istituzioni a trattare con la piovra. “I primi politici da eliminare – ha raccontato Onorato – erano Salvo Lima e Giulio Andreotti. Ma c’erano anche Calogero Mannino, Vizzini, i cugini Salvo, Claudio Martelli, Ferruzzi e Gardini”. Secondo il collaboratore di giustizia lo stesso Martelli in passato avrebbe avuto contatti con le cosche. “Io da reggente della famiglia di Partanna Mondello, tra il 1987 e il 1988 presi 200 milioni per finanziare Claudio Martelli perché si diceva che faceva uscire i mafiosi dal carcere: l’abbiamo fatto diventare ministro della Giustizia”. Ed è proprio sui rapporti tra Cosa Nostra e lo Stato in tempi di stragi che Onorato ha concentrato la sua testimonianza. “Perché Riina accusa sempre lo Stato? – ha spiegato il collaboratore – Perché è l’unico che sta pagando il conto, mentre lo Stato non sta pagando niente, per questo motivo Riina tira in ballo sempre lo Stato. Ha ragione ad accusare lo Stato, da Violante ad altri. È lo Stato che manovra, prima ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa i signori Craxi e Andreotti che si sentivano il fiato addosso. Perché Dalla Chiesa non dava fastidio a Cosa Nostra Poi nel momento in cui l’opinione pubblica è scesa in piazza i politici si sono andati a nascondere. Per questo Riina ha ragione ad accusare lo Stato”. Paradigmatica anche la considerazione che l’ex killer dei corleonesi ha fatto sull’oggetto principale del processo. “Trattativa? Ma quale Trattativa? Io ho visto solo la convivenza tra politica, Stato e mafia”.

Mafia e Expo: il filo che da Milano porta a Messina Denaro

Ci sarebbe un filo rosso che porta da Milano a Castelvetrano, o dovunque si trovi Matteo Messina Denaro. Un legame che, secondo i pubblici ministeri della procura lombarda che indagano sulle infiltrazioni di Cosa nostra a Expo, sarebbe rappresentato da Giuseppe Nastasi, imprenditore originario del paese del boss latitante. Per lui ieri l’accusa ha chiesto nove anni di carcere nel processo abbreviato nato dall’operazione Giotto. Gli contestano i reati di associazione a delinquere finalizzata all’agevolazione della mafia e riciclaggio. Ed è proprio l’imprenditore che, intercettato mentre parla col suo braccio destro Liborio Pace (pure lui accusato di essere trait d’union con Cosa nostra siciliana, in particolare con la famiglia di Pietraperzia), si mostra preoccupato per la latitanza di Messina Denaro.

«Lì – dice Nastasi riferendosi a Castelvetrano – si sono scantati, se Mimmuzzo si mette a parlare… ma non parla Mimmo (…) Eh, ma sono terrorizzati, eh? Vediamo… insomma che hanno arrestato uno, quello più vicino diciamo… Un bordello c’è al mio paese». Mimmuzzo sarebbe Domenico Scimonelli, imprenditore attivo nel settore della viticoltura e dei supermercati. Secondo la direzione distrettuale di Palermo è l’ultimo anello della catena di postini che ha permesso le comunicazioni del boss latitante. L’intercettazione che la procura di Milano ha depositato nell’inchiesta su Expo è stata registrata la sera del 23 agosto del 2015. Venti giorni prima Scimonelli è stato arrestato nell’ambito dell’operazione Ermes e sarà condannato a maggio con rito abbreviato a 17 anni di carcere per associazione mafiosa. Nastasi e Pace parlano a bordo di un’Audi dei timori in merito alle possibili rivelazioni che Scimonelli potrebbe fare agli inquirenti rispetto alla latitanza di Messina Denaro. «Ma a quanto pare – risponde Pace – questo è cristiano muto». «No, Mimmo è a posto», replica Nastasi.

Quest’ultimo, come emerge nell’ordinanza di arresto, è ritenuto vicino alla famiglia di Partanna, la stessa di cui Scimonelli sarebbe tra i vertici, nonché fedele alleata dei Messina Denaro. Un legame, quello tra Nastasi e Cosa nostra, che sarebbe garantito in particolare dal rapporto di amicizia con Nicola Accardo, ritenuto elemento di spicco della famiglia. Quando Accardo va a Milano, Nastasi lo aiuta per il trasferimento dall’aeroporto, gli trova e gli paga l’albergo, gli indica ristoranti. Disponibilità ricambiata quando l’imprenditore torna in Sicilia per le feste. Favori e cortesie che per gli inquirenti non si giustificano solo con un rapporto di amicizia. Ma anche di affari.

Ed è ricco il business che Nastasi avrebbe gestito grazie all’Expo di Milano. L’imprenditore è accusato di essere il reale gestore del consorzio di cooperative Dominus scarl, che all’esposizione universale ha realizzato i padiglioni di Francia, Guinea, Qatar e Birra Poretti, l’auditorium e il palazzo dei congressi. Appalti che in tre anni, dal 2013 al 2015, hanno permesso di ricavare 18 milioni di euro, pagati dalla società Nolostand, una delle controllate da Fiera Milano. Nolostand è stata commissariata e, assieme a Fiera Milano, ha chiesto 800mila euro di danni di immagine come parti civili (un milione la richiesta del Comune di Milano).

Nelle 70 pagine di informativa del Gico della Guardia di finanza depositate ieri dalla procura meneghina, si parla anche di un altro imprenditore con cui Natasi sarebbe entrato in contatto. Si tratterebbe di Antonio Giuliano Mafrici, di origini calabresi ma residente e attivo nella zona del Canton Vallese, al confine con la Svizzera. Secondo quanto annota la Finanza, l’imprenditore di Castelvetrano e il braccio destro Pace vanno a fare visita a Morici il 24 agosto del 2015 nella sua casa a Pedimulera, paesino del Piemonte nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola. Intercettato in auto, mentre torna a Milano, Nastasi direbbe che Mafrici «si è messo a disposizione». L’imprenditore emigrato in Svizzera recentemente è finito nelle cronache perché arrestato per corruzione. L’accusa era di aver pagato delle tangenti per ottenere l’appalto per la ristrutturazione di alcune gallerie sulla strada del Sempione. Mafrici in carcere c’è rimasto solo 40 giorni. Il tribunale amministrativo svizzero ha dato ragione a lui nel ricorso presentato dalle imprese che erano arrivate seconde. E lo scorso luglio l’imprenditore è tornato a guidare la ditta che ha fondato nel 1993, la Interalp Bau, impresa di costruzioni che negli ultimi anni si è aggiudicata diversi appalti pubblici in Svizzera.

Infine, altro elemento presentato dai pm di Milano a sostegno delle accuse a Nastasi è un’altra intercettazione. Nastasi e Pace, prima di essere arrestati, sarebbero andati a casa di un avvocato, manifestandogli l’intenzione di farlo entrare nella cerchia degli uomini vicini a Matteo Messina Denaro. Colloquio che sarebbe stato ascoltato dai militari della Finanza. La procura lombarda ha chiesto la condanna a nove anni per Nastasi. La sentenza dovrebbe arrivare il 3 febbraio, mentre Pace e altri tre imputati sono a processo con rito ordinario.

(fonte)

Intanto hanno arrestato l’imprenditore vicino a Matteo Messina Denaro

Mafia e appalti, vasta operazione a Castelvetrano: due persone sono finite in carcere, perquisiti anche alcune imprese e l’ufficio tecnico del Comune. Due funzionari raggiunti da avvisi di garanzia

Arrestato l’imprenditore Rosario “Saro” Firenze. Per gli investigatori è vicino al boss latitante Matteo Messina Denaro. Stamane i militari del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Trapani e del ROS hanno eseguito ordinanze di custodia cautelare in carcere, nei confronti dell’imprenditore castelvetranese, Rosario FIRENZE, e il suo collaboratore, il geometra Salvatore  SCIACCA per le ipotesi di associazione a delinquere di tipo mafioso, fittizia intestazione di beni, turbata libertà degli incanti aggravata dal metodo mafioso e trasferimento fraudolento di beni. Le due aziende edili di famiglia di Firenze, che valgono sei milioni di euro, sono state sequestrate.

L’operazione si chiama Ebano. Altri quattro imprenditori di Castelvetrano sono stati raggiunti dalla misura cautelare del divieto di esercitare l’attività d’impresa.  Il divieto ad esercitare attività imprenditoriale è stato emesso nei riguardi dei presunti prestanome di Firenze, Giacomo Calcara, 38 anni, Benedetto Cusumano, 68 anni, Fedele D’Alberti 41 anni e Filippo Tolomeo, 38 anni, sarebbero stati loro ad aiutare Firenze per potersi accaparrare degli appalti, lavori di manutenzione stradale, fognari e demolizioni.

C’è stata anche la notifica dell’avviso di garanzia nei confronti di altri 4 indagati, tra cui due funzionari del Comune di Castelvetrano e due fratelli di FIRENZE.

Avvisi di garanzia per i due fratelli di Saro Firenze, Giovanni e Massimiliano di 44 e 41 anni. Saro Firenze raggiunto da una interdittiva antimafia aveva ceduto, fittiziamente, ai fratelli l’impresa, e sempre nonostante l’interdittiva era riuscito a restare iscritto nell’elenco delle imprese di fiducia del Comune di Castelvetrano. Secondo l’accusa Firenze controllava molti appalti al Comune di Castelvetrano, e con il ricavato finanziava anche la latitanza di Matteo Messina Denaro.Fra i lavori al centro dell’inchiesta quelli per la realizzazione della condotta fognaria, per la manutenzione ordinaria di strade e fognature, per la demolizione dei fabbricati fatiscenti all’interno dell’ex area dell’autoparco comunale.

Due avvisi di garanzia sono stati notificati ad ex dirigenti dell’ufficio tecnico comunale, uno di questi è l’architetto Leonardo Agoglitta: avrebbero permesso agli imprenditori di “truccare” gli appalti.

A tenere i collegamenti tra Firenze e il Comune sarebbe stato il geometra Salvatore Sciacca ufficialmente dipendente dell’impresa di Massimiliano Firenze, intercettato per esempio a preoccuparsi se in sede di gara di appalto l’imprenditore Filippo Tolomeo aveva notificato la sua appartenenza, “tu glielo hai detto a chi appartieni? A posto.2

I dettagli saranno resi noti durante la Conferenza Stampa che si terrà alle ore 11:00 presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di Trapani.

La notizia non è proprio un fulmine a ciel sereno, perché già nel 2014 fu revocata l’autorizzazione per lo stoccaggio di inerti in una cava di proprietà di Rosario Firenze, a Castelvetrano. La revoca dell’autorizzazione arrivò dopo le indagini che svelarono i legami del titolare, Rosario Firenze, con la sorella e il cognato del boss Matteo Messina Denaro.

Nei rapporti investigativi  alla base dell’interdittiva della prefettura, e dal successivo provvedimento di revoca si racconta che Rosario Firenze, è «compare» della sorella e del cognato del superiatitante perché «ha battezzato il figlio» e da loro riceveva incarichi di lavoro. Tra le pagine dell’inchiesta c’è anche un’intercettazione in cui due donne parlano del rinvenimento in un fondo agricolo di materiale di risulta proveniente da demolizionl depositato da ignoti su indicazione del «signor Firenze… Saro…», che risulta «legato ai Messina Denaro… sono una cricca». E anche in questa nuova operazione c’è una intercettazione che svela il rapporto stretto tra Saro Firenze e Patrizia Messina Denaro, “idda si sta cazzuliando con Saro”.

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Mafia, operazione “Reset 2”: chiesti 150 anni di condanne per i gestori del pizzo a Bagheria

Quasi un secolo e mezzo di carcere è stato chiesto per 17 imputati, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsioni, favoreggiamento. Si tratta degli arrestati nel corso dell’operazione “Reset 2”, condotta dai carabinieri a Bagheria nel 2015.

Le pene più pesanti sono state chieste per Pietro Liga e Giacinto Di Salvo per cui il pm Francesca Mazzocco ha chiesto venti anni. Chiesti anche 6 anni per Andrea Fortunato Carbone e Francesco Centineo, 7 per Nicolò Eucaliptus, 6 per Silvestre Girgenti e Umberto Gagliardo, 4 per Salvatore Lauricella, 12 per Francesco Lombardo, 6 per Francesco Mineo, 8 per Gioacchino Mineo, 6 per Onofrio Morreale, 12 per Giuseppe Scaduto, 6 per Giovanni Trapani, Gioacchino Tutino, Paolo Liga e Giovanni Mezzatesta. Nel processo si sono costituiti parte civile i Comuni di Bagheria, Altavilla Milicia, Ficarazzi, Santa Flavia, il centro studi Pio La Torre, Confindustria di Palermo, Addiopizzo, Confcommercio e Confesercenti, assistiti – tra gli altri – da Francesco Cutraro e Ettore Barcellona.

Mafia, gestivano il pizzo a Bagheria: chieste condanne per 17 boss e gregari
„Con l’operazione “Reset 2” gli inquirenti avevano evidenziato la “soffocante pressione estorsiva esercitata dai boss che, dal 2003 al 2013, si sono succeduti ai vertici del clan”. Una cinquantina le estorsioni documentate grazie alla dettagliata ricostruzione fornita da 36 imprenditori locali che hanno trovato il coraggio, dopo decenni di silenzio, di ribellarsi al giogo del “pizzo”.

(LE INTERCETTAZIONI: VIDEO).

(fonte)

 

Mafia, operazione Monte Reale: i fatti e i nomi

(gran pezzo di Monrealepress, dedicato a chi all’informazione locale con la schiena dritta)

Durante la notte i Carabinieri del Gruppo di Monreale hanno dato esecuzione ad una ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Palermo Guglielmo Ferdinando Nicastro, su richiesta della Procura distrettuale diretta da Francesco Lo Voi, nell’ambito di un’indagine coordinata dal Procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dai sostituti Francesco Del Bene, Amelia Luise e Siro Deflammineis, che ha riguardato 16 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, lesioni gravi, estorsione, illecita detenzione di armi, detenzione di sostanze stupefacenti, tutti delitti aggravati per essere stati commessi al fine di agevolare l’attività di Cosa Nostra.

L’operazione costituisce il compendio delle indagini condotte dal Nucleo Investigativo di Monreale relative al mandamento mafioso di San Giuseppe Jato all’esito delle quali, già lo scorso 16 marzo 2016 a conclusione dell’operazione denominata “QUATTRO.ZERO” – erano stati tratti in arresto numerosi esponenti apicali del sodalizio.

Nell’ambito di tale contesto di indagine, sviluppatosi sino alla fine del 2014, era emerso che nella zona di San Giuseppe Jato la fazione di Gregorio Agrigento, coadiuvato nella gestione del sodalizio mafioso, tra gli altri, da Ignazio Bruno e Antonino Alamia, si era imposta, anche con il ricorso alla forza, dopo un preoccupante periodo di fibrillazione e contrapposizione, sul gruppo costituito da Giovanni Do Lorenzo ed altri affiliati, anch’essi tratti in arresto con il medesimo provvedimento restrittivo. E’ stata anche documentata la riorganizzazione della famiglia mafiosa di Monreale, al cui vertice era stato designato Giovan Battista Ciulla, attivamente coadiuvato da Onofrio Buzzetta, Nicola Rinicello e Giuseppe Giorlando.

Le indagini svolte, a partire dalla fine del 2014 e nei primi mesi del 2015, hanno registrato in presa diretta l’evoluzione delle dinamiche interne dell’organizzazione mafiosa di San Giuseppe Jato e della famiglia di Monreale, con particolare riferimento alle successioni al vertice del mandamento e della dipendente articolazione mafiosa. E’ emerso, infatti, che, in considerazione dell’aggravarsi delle condizioni di salute dell’anziano boss Gregorio Agrigento, più volte ricoverato nei mesi di ottobre e novembre 2014, Ignazio Bruno ha ricoperto la reggenza del mandamento di San Giuseppe Jato, assumendo decisioni importanti sia nella ridefinizione dell’organigramma interno delle varie famiglie mafiose che lo compongono, in particolare quella di Monreale – che continuava a vivere un periodo di fibrillazione interna – sia accreditandosi e partecipando ad incontri e riunioni con esponenti apicali di altre articolazioni territoriali di cosa nostra, segnatamente del mandamento mafioso di Corleone.

Il mutamento di leadership della famiglia di San Giuseppe Jato da Agrigento a Bruno si è reso necessario per garantire la continuità nella gestione del mandamento, che risulta avere grande importanza strategica, in quanto di fatto controlla il cuore di un’importante zona economica della Sicilia occidentale.

LA FAMIGLIA MAFIOSA DI MONREALE
A seguito dell’operazione “NUOVO MANDAMENTO” conclusa nell’aprile 2013, si era venuto a determinare un vuoto nel panorama mafioso monrealese a causa dell’arresto del capo famiglia Vincenzo Madonia e di numerosi altri associati. Tale spazio di manovra veniva colmato con la decisione del nuovo vertice del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato, nel frattempo ricostituitosi, di individuare il reggente della famiglia di Monreale in Giovan Battista Ciulla (poi arrestato il 16 marzo con l’operazione “QUATTRO.ZERO”).

Nel periodo compreso tra gli ultimi mesi del 2014 ed gli inizi del 2015 in seno alla famiglia mafiosa di Monreale venivano registrate fibrillazioni a causa dell’intenzione di Giovan Battista Ciulla e Onofrio Buzzetta di tessere nuove alleanze e di modificare in parte anche le strategie operative della locale famiglia mafiosa. Questa fibrillazione veniva ulteriormente amplificata dalla scarcerazione di Benedetto Isidoro Buongusto, avvenuta il 5 novembre 2014, dopo aver espiato la condanna ad 8 anni di reclusione per associazione di tipo mafioso.

Le indagini permettevano di disvelare le nuove strategie operative perseguite da Giovan Battista Ciulla e Onofrio Buzzetta, prevalentemente finalizzate a ricercare l’appoggio di Benedetto Buongusto e di altri due soggetti a lui vicini. La nascita di questa nuova alleanza, ha aggravato i risentimenti già nutriti dai vertici del mandamento di San Giuseppe Jato nei confronti del Ciulla, sempre più inviso per la cattiva gestione degli affari della famiglia di Monreale, nonché per aver sottratto parte dei ricavi derivanti dalla gestione degli stessi.

In particolare, le indagini hanno permesso di scoprire con precisione i reali motivi delle perduranti tensioni nella: gestione dei proventi di attività illecite perpetrate nel territorio di competenza, per i quali si imputava a Ciulla di avere trattenuto delle somme che sarebbero dovute confluire nella cassa del mandamento, detenuta da Antonino Alamia; mancata presentazione ad appuntamenti fissati per discutere della sua gestione della famiglia mafiosa; relazione extraconiugale con la moglie di un soggetto, all’epoca dei fatti detenuto, in violazione del codice d’onore che disciplina in maniera ferrea la vita di Cosa nostra.

Proprio sulla scorta di tali accuse si delineavano i contorni di un progetto omicidiario, avallato dai vertici del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato, in danno di Giovan Battista Ciulla, Onofrio Buzzetta e Antonino Serio. “I propositi criminali – spiegano dal Comando – non avevano concreta attuazione solo perché il capo famiglia di Monreale, Giovan Battista Ciulla, si allontanò dalla Sicilia l’8 febbraio 2015 e trovando rifugio in un lontano comune della provincia di Udine”.

Con la fuga di Giovan Battista Ciulla nasceva, in capo ai vertici del mandamento jatino, l’esigenza di individuare un nuovo responsabile che si occupasse della gestione della famiglia mafiosa di Monreale. Su segnalazione dei componenti della famiglia Lupo, Domenico (imprenditore edile) ed il figlio Salvatore, veniva individuato Francesco Balsano, nipote del già capo famiglia Giuseppe Balsano, catturato latitante nel 2002 e morto suicida in carcere.

L’investitura di Balsano nasceva dall’esigenza di evitare la diretta esposizione degli appartenenti alla famiglia Lupo e, in particolare, di Salvatore Lupo, per il quale nel recente passato era già stato documentato il legame alla famiglia di Monreale, insieme a Giovan Battista Ciulla e a Onofrio Buzzetta. La formale attribuzione del mandato a Francesco Balsano avveniva nell’ambito di una riunione di mafia, tenutasi nel pomeriggio del 25 febbraio 2015, presso un capannone in agro di Monreale, di proprietà di Domenico Lupo, alla quale partecipavano, quali esponenti del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato, Girolamo Spina (nipote ed autista di Gregorio Agrigento), Vincenzo Simonetti e Ignazio Bruno, mentre per la famiglia mafiosa di Monreale, Salvatore Lupo e Francesco Balsano.

Nel corso dell’incontro, oltre alla citata nomina, si stabiliva che il principale interlocutore di Balsano in seno al mandamento avrebbe dovuto essere Antonino Alamia e, soprattutto, veniva sancito di esautorare e punire i componenti del gruppo legato a Giovan Battista Ciulla. Da qui scaturirono una serie di episodi di intimidazione, aggressioni e minacce, il più eclatante dei quali risultava essere sicuramente, il 28 febbraio 2015, il grave atto intimidatorio ai danni di Buongusto, il quale denunciava di aver rinvenuto, davanti la porta della propria abitazione, una testa di capretto su cui era stata conficcata una pallottola da caccia, con annesso un biglietto recante testualmente la scritta: “Da questo momento non uscire più di dentro perchè non sei autorizzato a niente”.

A tale messaggio dal chiaro contenuto mafioso, Salvatore Lupo e Francesco Balsano, con l’aiuto di Sergio Denaro Di Liberto (il picchiatore “prestato” dai vertici di San Giuseppe Jato) facevano seguire, la sera del 3 marzo 2015, una missione punitiva ai danni di Benedetto Isidoro Buongusto, il quale veniva rintracciato per le vie di Monreale e pestato violentemente con tubi in ferro, riportando diversi traumi e la frattura di una costola e venendo sottoposto d’urgenza ad intervento chirurgico per toracotomia. Ancora, il 6 marzo 2015 Onofrio Buzzetta, braccio destro di Ciulla, venne minacciato nella propria autovettura da Francesco Balsano, il quale gli puntò una pistola in bocca, pronunciando le seguenti parole “Sono autorizzato ad ammazzarti pure ora”.

Onofrio Buzzetta, temendo per la propria vita in relazione al progetto omicidiario di cui si è detto, chiedeva, per il tramite di un amico, un incontro con Rosario Lo Bue, capo mandamento di Corleone, unica persona in grado di intervenire in maniera determinante nei confronti dei vertici del mandamento di San Giuseppe Jato. Per questo motivo il 7 marzo 2015 si recava a Corleone, riuscendo ad ottenere la protezione.

Minacce erano state indirizzate anche a Nicola Rinicella da Balsano, il quale in un duro confronto precisava all’interlocutore “Ti è finita bene perchè dall’altra parte mi avevano detto di spaccarti le gambe”. Nel frattempo, l’intervento dei Carabinieri di Monreale faceva venir meno la reggenza della famiglia mafiosa di Monreale da parte di Francesco Balsano – incarico di fatto ricoperto per 10 giorni, dal 25 febbraio 2015 al 6 marzo 2015 – procedendo al suo arresto per detenzione illegale di una pistola automatica cal. 7,65 e relativo munizionamento, rinvenuta nel corso della perquisizione presso la sua abitazione.

Nel periodo successivo alle richiamate minacce ed azioni violente, fu registrata un’apparente posizione defilata del gruppo legato a Ciulla, a vantaggio della fazione emergente, che aveva ormai assunto il controllo della famiglia mafiosa, sotto la reggenza di Salvatore Lupo, appoggiato dai vertici del mandamento di San Giuseppe Jato. All’inizio del 2016, però, venivano intercettate alcune conversazioni nel corso delle quali Salvatore Lupo ed il capo decina Giovanni Pupella (incaricato della gestione dello spaccio nella piazza di Monreale) facevano riferimento ad una riorganizzazione del gruppo mafioso capeggiato da Benedetto Isidoro Buongusto, che aveva l’obiettivo finale di spodestare a qualsiasi costo i Lupo e di riprendere il controllo della famiglia.

Pupella, preoccupato da tale eventualità, consiglò a Salvatore Lupo di agire per tempo e soprattutto di intervenire mettendo in atto, all’occorrenza, anche atti violenti “TOTO’ LORO DEVONO BUSCARLE, TOTÒ, E BASTA, TOTÒ, A LORO NON DOBBIAMO… NON DOBBIAMO FARE CAPIRE NULLA, O FRATE, NOIALTRI… LORO DEVONO BUSCARLE… LORO DEVONO RIMANERE A PIEDI…”. In quella circostanza, Salvatore Lupo ribatteva che avrebbe immediatamente richiesto al vertice del mandamento di San Giuseppe Jato l’autorizzazione ad agire contro i rappresentanti del gruppo capeggiato da Benedetto Isidoro Buongusto, nel rispetto delle ferree regole gerarchiche di Cosa nostra.

Le parole di Salvatore Lupo non lasciavano dubbi sul fatto che un’eventuale azione da parte del gruppo retto da Benedetto Isidoro Buongusto, peraltro in cerca di vendetta per il violento pestaggio subito, potesse scatenare una vera e propria violenta faida tra le due fazioni antagoniste, tenuto conto della disponibilità del gruppo retto da Lupo di armi da fuoco, come accertato nel corso dell’indagine. Proprio con riferimento alla disponibilità di armi da fuoco da parte della famiglia mafiosa di Monreale, è importante sottolineare quanto già delineato in precedenza sulle acquisizioni investigative che hanno portato all’arresto di Francesco Balsano, avvenuto il 6 marzo 2015 per detenzione abusiva di una pistola clandestina del relativo munizionamento.

“In merito ai canali di approvvigionamento di armi – aggiungono dal Comando – è utile richiamare anche l’arresto di Umberto La Barbera, ritenuto vicino alla famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato, al quale, il 28 dicembre 2015, nel corso di una perquisizione domiciliare, veniva rinvenuta sostanza stupefacente e 47 cartucce cal. 22 corto”. Lo stesso, poco meno di un mese dopo l’arresto, esattamente il 26 gennaio 2016, veniva denunciato in stato di libertà dal Comando Stazione Carabinieri di San Giuseppe Jato, a seguito del rinvenimento in un appartamento nella sua disponibilità, di un fucile cal. 12 con matricola alterata e diverse munizioni del medesimo calibro.

La disponibilità da parte del sodalizio mafioso di armi da fuoco ha ricevuto ulteriore conferma il 21 marzo 2016, quando in sede di perquisizione vennero rinvenute e sottoposte a sequestro una pistola cal. 9 con matricola abrasa e canna modificata e 122 cartucce di vario calibro, riconducibili a Domenico Lo Biondo, tratto in arresto nell’ambito dell’operazione del 16 marzo scorso “QUATTRO.ZERO”.

Infine, non di minor rilievo è l’arresto in flagranza di reato eseguito dai Carabinieri di Monreale il 29 marzo 2016 a carico di Pietro Lo Presti, appartenente alla famiglia mafiosa di Monreale, dopo il ritrovamento di una pistola marca “Valtro”, con matricola abrasa, modificata per permettere l’utilizzo di munizioni calibro 7,65 browning, nonché di 53 cartucce del medesimo tipo.

Gli approfondimenti investigativi condotti hanno anche consentito di evidenziare una serie di reati fine del programma criminoso della compagine mafiosa, tra cui particolare importanza rivestono certamente le quattro vicende estorsive ai danni di imprenditori del settore edile e di commercianti, ricostruite in modo compiuto nel corso dell’indagine.

Altrettanto rilevanti sono le attività investigative che hanno consentito di comprovare il reimpiego di parte dei proventi delle attività illecite nello spaccio di sostanze stupefacenti e nella realizzazione di una vasta piantagione di marijuana nelle campagne di Piana degli Albanesi. In tale quadro si innesta l’arresto di Michele Mondino e Gaetano Di Gregorio, eseguito dai Carabinieri di Monreale il 3 agosto 2015, con il recupero di 900 piante di cannabis sativa. Le successive analisi hanno evidenziato che dalle piante sequestrate sarebbe stato possibile ottenere circa 150 chuli netti di sostanza, per un totale di oltre 55 mila dosi singole, che – immesse nel mercato – avrebbero potuto garantire un guadagno di quasi un milione di euro.

GUARDA IL VIDEO DELLE INTERCETTAZIONI

I NOMI DEGLI ARRESTATI
Antonino Alamia, 52 anni nato a San Giuseppe Jato, attualmente detenuto;
Sergio Denaro Di Liberto, 42 anni nato a San Giuseppe Jato, già detenuto;
Ignazio Bruno, 43 anni di San Giuseppe Jato, detenuto;
Giovan Battista Ciulla, 35 anni, di Monreale, nato a Palermo e attualmente detenuto;
Onofrio Buzzetta, 42 anni di Palermo, già in carcere;
Vincenzo Simonetti, 56 anni, nato a Palermo;
Domenico Lupo, 57 anni, di Monreale;
Salvatore Lupo, 28 anni, di Monreale;
Giovanni Pupella, 26 anni, di Monreale;
Benedetto Isidoro Buongusto, 66 anni di Monreale;
Antonino Serio, 62 anni, di Palermo;
Pietro Lo Presti, di Monreale di 32 anni;
Alberto Bruscia, 38 anni, nato ad Aqui Terme, residente a Monreale;
Francesco Balsano, 40 anni di Monreale;
Salvatore Billetta, 47 anni, di Monreale;
Giovanni Matranga, 54 anni di Piana degli Albanesi.

Cosa Nostra, operazione “Nuovo mandamento”: condanne per 280 anni. Tutti i nomi.

Per i giudici della prima sezione della Corte d’Assise D’Appello Antonino Sciortino sarebbe stato effettivamente al vertice del supermandamento di Camporeale, quello in cui avrebbe fatto convergere i clan mafiosi di Partinico e di San Giuseppe Jato. Un’accusa ritenuta non provata in primo grado, tanto che Sciortino era stato assolto e liberato, dopo essere stato detenuto al 41 bis, ma che adesso gli è costata invece una condanna a 18 anni di reclusione. Assieme a lui, alla sbarra, nell’aula bunker di Pagliarelli, c’erano altri 39 imputati, tutti presunti boss e gregari delle famiglie mafiose di Camporeale, Monreale, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e Giardinello, finiti nel blitz “Nuovo Mandamento” dell’aprile del 2013 e processati con il rito abbreviato.

I giudici hanno ribaltato il verdetto anche per Sergio Damiani, pure lui assolto dal gup e ora condannato (in continuazione) complessivamente a 11 anni di carcere. In senso opposto è stata invece rivista la sentenza per Demetrio Schirò e Vincenzo Mulè: erano stati condannati a 4 mesi in primo grado e ora sono stati del tutto scagionati.

Gli imputati rispondevano a vario titolo di mafia, estorsione, detenzione di armi e di droga, furto di bestiame e anche di un omicidio, quello di Giuseppe Billitteri, eliminato col metodo della lupara bianca il 22 marzo del 2012. Questa è l’inchiesta che aveva coinvolto anche l’ex sindaco di Montelepre, Giacomo Tinervia, arrestato per estorsione e concussione. La premessa che portò poi allo scioglimento del Comune per mafia. Tuttavia l’ex primo cittadino venne successivamente assolto da ogni accusa e la sentenza è ormai definitiva.

Sono stati concessi lievi sconti di pena a 14 persone: Salvatore Mulè è stato così condannato a 17 anni (anziché 18), Giuseppe Lo Voi a 18 anni e 2 mesi (19 anni), Giuseppe Marfia a 11 anni e 4 mesi (12 anni), Francesco Vassallo a 10 anni e mezzo, Salvatore Tocco 1 anno e 8 mesi (2 anni e 4 mesi), Vincenzo Madonia a 10 anni e 4 mesi (12 anni), Carmelo La Ciura a 10 anni (15 anni e 4 mesi), Giovanni Rusticano a 7 anni e mezzo (9 anni e 4 mesi), Giovanni Longo a 3 anni e 2 mesi (3 anni e 4 mesi), Sebastiano Bussa a 2 anni e 11 mesi (3 anni), Baldassare Di Maggio a 7 anni e 2 mesi (7 anni e 10 mesi) e Pietro Ficarrotta a 7 anni e 2 mesi (7 anni e 10 mesi), mentre Giuseppe Mulè è stato condannato a 8 anni e 2 mesi. Riduzione anche per il collaboratore di giustizia Giuseppe Micalizzi, da 5 anni a 4 anni e mezzo, che aveva iniziato a parlare con i magistrati poche settimane dopo il suo arresto.

I giudici hanno infine confermato la sentenza di primo grado per altri 22 imputati: assolti anche in appello Santo Abbate, Francesco Abbate, Vincenzo Cucchiara, Giacomo Maniaci, Antonio Badagliacca, Davide Buffa e Francesco Sorrentino, mentre è stata confermata la condanna a 20 anni per Francesco Lo Cascio che rispondeva dell’eliminazione di Giuseppe Billitteri. La colpa della vittima sarebbe stata quella di essersi opposto proprio alla creazione del nuovo mandamento. Altri tre imputati per lo stesso omicidio sono sotto processo con l’ordinario. Sono state anche confermate le condanne per due carabinieri, Francesco Gallo e Giovanni Rammacca, accusati di abuso d’ufficio perché non avrebbero multato Giuseppe Lucido Libranti (presunto boss di Pioppo, sotto processo per l’omicidio Billitteri) trovato alla guida senza patente: le pene sono rispettivamente di 6 e di 8 mesi.

Conferma anche per Giuseppe Speciale (8 anni), Francesco Matranga (10 anni), Salvatore Romano (10 anni e 8 mesi), Santo Porpora (8 anni), Domenico Billeci (10 anni e 8 mesi), Salvatore Lombardo, classe 1969 (8 anni), Salvatore Lombardo, classe 1922 (10 anni e 8 mesi), Giuseppe Abbate (8 anni), Angelo Cangialosi (8 anni), Antonino Giambrone (8 anni), Calogero Caruso (8 anni) e Salvatore Pestigiacomo (6 anni e 8 mesi).

(fonte)

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I Mazzei-Carcagnusi e i loro interessi su Roma. La mafia dei Santapaola sul litorale.

I carabinieri del comando provinciale di  Roma stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere,  emessa dal gip del Tribunale di Roma, su richiesta della locale Procura della Repubblica – Dda, nei confronti di sei persone, ritenute responsabili a vario titolo dei reati di tentata estorsione ed estorsione, aggravati dal metodo mafioso, procurata inosservanza di pena e possesso di documenti di identificazione falsi.

Dalle indagini svolte dal Nucleo Investigativo dei carabinieri di Roma è emerso, inoltre, che uno degli arrestati, di origini catanesi, era  latitante e, utilizzando documenti contraffatti e avvantaggiandosi dell’appoggio logistico di conterranei, aveva stabilito il suo covo nell’area laziale compresa tra Aprilia e Pomezia. L’indagine è stata avviata dal Nucleo Investigativo  carabinieri di via In Selci, a seguito della denuncia presentata il 14 luglio scorso da un imprenditore romano, operante nel settore del noleggio di autoveicoli a medio e lungo termine, nei confronti di un  pregiudicato di origini catanesi, stabilitosi ormai da decenni con la  propria famiglia nel litorale Sud della capitale.

Secondo quanto riferito dalla vittima, il catanese, insieme con la sua convivente romana, di professione agente immobiliare, e ad altri siciliani, facendo ricorso a minacce e violenze, aveva tentato in quattro distinte occasioni, tra il 10 e il 14 luglio 2016, di  estorcergli circa 50.000 euro, riuscendo infine, il 14 luglio, a farsi consegnare 2.000 euro. Le indagini, sviluppate anche con l’ausilio di  intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno consentito di ricostruire in maniera compiuta l’intera vicenda, riuscendo a identificare tutti i partecipanti agli episodi delittuosi descritti  dalla vittima.

In particolare i carabinieri hanno appurato che il pregiudicato di origine catanese, fingendosene legittimo proprietario, nel giugno 2016 aveva ceduto tre autovetture del valore complessivo di circa 60.000 euro al citato imprenditore, che operava nel settore del noleggio di autoveicoli. Dopo aver ricevuto circa 30.000 euro a titolo di anticipo del prezzo complessivo concordato per l’alienazione dei tre veicoli, da saldarsi all’atto del formale passaggio di proprietà, il  pregiudicato catanese aveva preteso la restituzione delle tre vetture o, in alternativa, la dazione di ulteriori 50mila euro da parte della vittima.

Al fine di vincere le resistenze della vittima, il pregiudicato catanese, la sua convivente e altre quattro persone di  origine siciliana, tra il 10 e il 14 luglio, avevano minacciato di morte e malmenato l’imprenditore, e, al fine di incutergli maggiore  timore, lo avevano anche informato di essere appartenenti a un’organizzazione mafiosa attiva nella provincia di Catania. Il 14  luglio 2016, a seguito di reiterate minacce, avevano costretto la vittima a firmare un assegno del valore di 2000 euro, incassato nei  giorni successivi.

I carabinieri precisano che, nel pomeriggio del 18 luglio 2016, due dei sei estorsori, destinatari dell’attuale misura cautelare, erano stati arrestati in flagranza di reato per aver percosso l’imprenditore e per averlo rapinato della somma contante di 1.600 euro, fatti avvenuti presso l’attività commerciale della vittima, nei pressi della stazione ferroviaria Roma-Tiburtina.

Nel corso dell’attività è stato inoltre riscontrato che due dei  soggetti catanesi, resisi responsabili delle condotte estorsive  denunciate dalla vittima e arrestati oggi dai carabinieri, risultano effettivamente appartenenti alla famiglia di mafiosi catanesi  denominata Mazzei-Carcagnusi, legati alla più nota famiglia di Cosa Nostra catanese dei Santapaola. Uno di loro, infatti, annovera condanne definitive per omicidio e associazione di tipo mafioso.

L’altro, invece, figlio di un ergastolano condannato per omicidio e associazione mafiosa, si era reso irreperibile dallo scorso mese di marzo scorso a seguito di una condanna definitiva a otto anni di reclusione per rapina aggravata e porto abusivo di armi. Le  attività investigative hanno permesso di stabilire che costui, sebbene latitante, aveva partecipato agli episodi estorsivi contribuendo, insieme con gli altri correi, a intimidire la vittima.

Lo scorso 8 agosto, individuato nell’ambito delle attività in corso, i carabinieri di via In Selci lo avevano fatto arrestare dai colleghi di Catania mentre si trovava all’interno di un centro commerciale con la moglie per compiere acquisiti, durante una trasferta in terra etnea.

Dalle indagini svolte dal Nucleo Investigativo di Roma è emerso, altresì, che il latitante, utilizzando documenti contraffatti e  avvantaggiandosi dell’appoggio logistico del conterraneo artefice della vicenda estorsiva, aveva ormai stabilito il suo covo nell’area laziale compresa tra Aprilia e Pomezia.

[AdnKronos]

Patrizia Messina Denaro: incastrata la sorella del boss

Il raccordo con la primula rossa di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro sarebbe la sorella Patrizia. Il che dimostra intanto due cose: che in Cosa Nostra le donne continuano a ritagliarsi un ruolo fondamentale e che Messina Denaro, che molti vorrebbero descriverci come un genio del male, all fine si rivelerà un manigoldo banale e ignorantotto alla stregua dei suoi predecessori (Riina e Provenzano in testa) appoggiandosi alla famiglia. Altro che organizzazione.

Ecco l’articolo di Live Sicilia:

«Pena più pesante per Patrizia Messina Denaro e sentenza ribaltata per Antonio Lo Sciuto:assolto in primo grado dall’accusa di mafia è stato ora condannato e arrestato fuori dall’aula della Corte d’appello di Palermo. Ad attendere la sentenza c’erano gli agenti della Direzione investigativa antimafia.

La sorella del latitante in primo grado aveva avuto 13 anni che ora salgono a 14 anni e sei mesi. Lo Sciuto è stato condannato a tredici anni e mezzo. Un anno in più, da tre a quattro, per Vincenzo Torino imputato per intestazione fittizia di beni. Confermati i sedici anni inflitti per mafia a Francesco Guttadauro, nipote del padrino di Castelvetrano.

Il processo nasce da un’indagine del dicembre 2013 che fece luce sulla rete dei colonnelli e dei gregari del boss latitante, svelando il ruolo della sorella che, in assenza del marito detenuto, avrebbe retto le fila dell’organizzazione.

Secondo l’accusa rappresentata dal sostituto procuratore generale Mirella Agliastro, che ha retto al vaglio dei giudici d’appello, da Lo Sciuto sarebbero passati i soldi che servivano al sostentamento della famiglia Messina Denaro. Per conto di Cosa nostra trapanese l’imprenditore avrebbe gestito importanti commesse pubbliche e private nella zona di Castelvetrano.»

Il pizzo è in crisi, Cosa Nostra si sposta sulla droga

Mafia: Vincenzo Giudice  © Copyright ANSA

Mafia: Vincenzo Giudice
© Copyright ANSA

I carabinieri del Comando provinciale di Palermo hanno eseguito 39 misure cautelari, disposti dal gip, nei confronti di esponenti del clan mafioso di Pagliarelli, accusati di associazione mafiosa, traffico di droga, estorsione e corruzione. Nel corso dell’indagine sono stati sequestrati centinaia di chili di droga. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, ha disarticolato i vertici dei clan di Pagliarelli, Corso Calatafimi e Villaggio Santa Rosalia.

La crisi economica che attanaglia i commercianti palermitani spinge i boss a tornare al traffico degli stupefacenti, business attualmente privilegiato rispetto al racket delle estorsioni che, negli ultimi anni, ha rimpinguato le casse dei clan e sostentato le famiglie dei ‘picciotti’ detenuti. Nel corso dell’inchiesta, coordinata dalla Dda, i carabinieri hanno sequestrato oltre 250 chili di droga. Scoperte, comunque, diverse estorsioni: i commercianti continuano a pagare anche se qualcuno trova il coraggio di denunciare. Un imprenditore, che stava effettuando lavori di ristrutturazione al Policlinico, si sarebbe rivolto agli inquirenti raccontando loro di avere ricevuto una richiesta di pizzo di 500 mila euro. Tra gli altri, in cella, sono finiti i tre nuovi capi del mandamento di Pagliarelli, una sorta di triumvirato che, dopo le decine di arresti degli ultimi anni, tentata di riorganizzare il clan.

La cosca sarebbe stata guidata da un triumvirato composto da Alessandro Alessi, Vincenzo Giudice e Massimiliano Perrone. Questi gli arrestati nell’ambito del blitz dei carabinieri che ha disarticolato il clan a Pagliarelli: Alessandro Alessi, Giuseppe Perrone, Vincenzo Giudice, Michele Armanno, Giovan Battista Barone, Salvatore Sansone, Tommaso Nicolicchia, Andrea Calandra, Giosuè Cadtrofilippo, Giovanni Giardina, Alessandro Anello, Carlo Grasso, Antonino Spinelli, Matteo Di Liberto, Rosario Di Stefano, Aleandro Romano, Stefano Giaconia, Giuseppe Giaconia, Concetta Celano, Giuseppe Castronovo. Ai domiciliari sono finiti Vincenzo Bucchieri, Paolo Castrofilippo, Daniele Giaconia, Giovanni Correnti, Antonino Calvaruso, Gaetano Vivirito, Luigi Parolisi, Carmelo Migliaccio, Salvatore Ciancio, Domenico Nicolicchia, Giuseppe Bruno, Pietro Abbate e Antonino Abbate. Per Mauro Zampardi, Angelo Milazzo, Cosimo Di Fazio, Giovanni Catalano, Giuseppe Di Paola e Francesco Ficarotta e’ stato disposto l’obbligo di dimora.

(fonte)