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Crisi Economica

Il condono di Draghi non serve a niente: è solo uno spot per la Lega di Salvini

Se esistesse un corso di laurea sull’inquinamento lessicale ci sarebbe sicuramente l’esame di narrazione del condono. C’è già una sterminata bibliografia a disposizione nel corso di tutti i governi della nostra Repubblica: ogni volta a spremere la fantasia per trovare un sinonimo morbido, qualcosa che ne faccia sentire il profumo senza mostrarne le forme, panegirici goffi per ammorbarlo addirittura di etica, condimenti per porgerlo come doveroso e necessario.

Il condono del governo dei migliori non poteva essere altrimenti, “una misura per uscire dalla crisi della pandemia” è il refrain che si sono appuntati sula mano i parlamentari che sgusciano le interviste. E fa niente che infilare un condono fiscale in un decreto che dovrebbe sostenere l’economia sia qualcosa che non ha niente a che vedere con la ripartenza, e fa niente che un condono che interessi il periodo che va dal 2000 al 2010 non abbia niente a che vedere con questi ultimi 12 mesi di sofferenza (vera) dei lavoratori italiani inghiottiti dal singhiozzo inevitabile delle attività lavorative.

Chi ha pagato normalmente le tasse negli anni passati e si ritrova ora in crisi economica a causa della crisi che si spande sul Paese di questo condono non può farsene niente se non maledirsi (e maledire il proprio commercialista) per avere incautamente pensato di seguire le regole fiscali negli anni scorsi quando l’italica furbizia gli avrebbe dovuto consigliare di mettere da parti soldi evasi prevedendo “tempi peggiori”.

Curioso anche che tra i condoni narrativi che vengono usati per condonare il condono Mario Draghi ci spieghi che la macchina pubblica sia talmente inefficiente da non riuscire mai a recuperare quelle somme: in sostanza non rimane nemmeno in piedi l’abusata scusa di incassare pochi soldi ma subito (come avveniva nelle altre occasione) visto che semplicemente si certificano come “persi” dei soldi che sono considerati “persi”.

Questa volta non esiste nemmeno un beneficio immediato, c’è solo il costo sociale di incentivare (e giustificare) l’evasione fiscale: 666 milioni di gettito in meno che non portano sostanzialmente nessun vantaggio. E allora a chi serve il condono? Facile: è un ottimo spot di Salvini per dire ai suoi elettori che loro della Lega si propongono come affidabile parte politica per questo genere di operazioni, apprezzate da una fetta dell’elettorato che è sempre stata ritenuta molto appetibile per i partiti. “Siamo noi, siamo questa cosa qui, dateci mano libera e faremo ancora meglio”: messaggio ricevuto.

Leggi anche: 1. Il governo Draghi approva il condono della Lega per le cartelle esattoriali / 2. Perché condonare le tasse del 2010 non è una buona strategia per la crescita di oggi (di Elisa Serafini)

L’articolo proviene da TPI.it qui

Appunto, il dopo Formigoni è già iniziato

Luciano Muhlbauer (uno che ci manca parecchio qui in Regione Lombardia) scrive su il dopo Formigoni per il Manifesto del 9 giugno 2012 con il titolo “L’era di Formigoni è finita? Sì, se il Pd battesse un colpo”. Noi siamo in campo:

Al Pirellone non è successo niente. La mozione di sfiducia contro Roberto Formigoni è stata respinta. Nessuna emozione, nessuna sorpresa, beninteso. L’esito era talmente scontato che mercoledì il capogruppo regionale del Pd, in vacanza su un’isola greca, non si è nemmeno presentato in aula. Già, la logica del potere è implacabile e la Lega, al di là delle sceneggiate padane, non ha alcuna intenzione di mollare il Presidente ciellino e, soprattutto, di segare il ramo sul quale sta comodamente seduta da oltre un decennio.

Formigoni ovviamente gongola, ma la sfiducia mancata non toglie nulla alla profondità della crisi che lo attanaglia. Al massimo dimostra che la paura di perdere poltrone e privilegi è un potente collante e che dopo 17 anni di governo ininterrotto della stessa persona e dello stesso gruppo politico, di sovrapposizione tra pubblico e privato, di complicità e di clientele, cambiare le cose in Lombardia è faccenda che non può essere affidata all’improvvisazione.

La crisi del formigonismo è definitiva, terminale. Quel modello aveva perso la sua spinta propulsiva anni fa ed ora siamo al tirare a campare in un clima da basso impero, popolato da corrotti, trote, minetti, faccendieri, vacanze di lusso e pure un pizzico di ‘ndrangheta. Insomma, un ciclo politico è finito e il dopo Formigoni è già iniziato, anche se questa constatazione, di per sé, non ci fornisce alcuna certezza sui tempi, sulle modalità e sugli esiti.

Si, perché le cose da sole non cambiano in meglio, anzi rischiano di imputridirsi rapidamente, soprattutto oggi, con l’intero sistema politico esposto al discredito di massae con una crisi economica ed occupazionale sempre più devastante. In altre parole, la fuoriuscita celere dall’epoca formigoniana e la definizione di un’alternativa netta, chiara e trasparente rappresentano oggi la principale urgenza politica in Lombardia.

Eppure, sembra che l’opposizione a Formigoni venga fatta seriamente soltanto dalla Procura della Repubblica e questo è un guaio. Sia chiaro, il problema non sono i magistrati, che fanno (e faranno) semplicemente il loro mestiere, bensì la politica, che non lo fa a sufficienza, determinando così un pericoloso vuoto.

In questo senso, dissento profondamente da chi è intervenuto ultimamente, anche da posizioni contigue al centrosinistra, come Piero Bassetti (ex Presidente della Regione e sostenitore di Pisapia l’anno scorso), affermando che Formigoni non si debba dimettere nemmeno in caso riceva un avviso di garanzia. Certo, un ragionamento ineccepibile in punto di diritto, ma politicamente perlomeno sospetto. Infatti, come negare rilevanza politica alla quantità e alla qualità di indagati nell’entourage del Presidente e al fatto che un terzo della sua Giunta degli anni 2005-2010 risulti oggi inquisita per fatti di corruzione? O al piccolo particolare delle firme false per la presentazione della sua lista elettorale? Oppure al quadro desolante che emerge con sempre maggior forza dalle vicende San Raffaele, Fondazione Maugeri e vacanze pagate?

Insomma, la rilevanza politica è evidente, per i fatti in sé e per quello che raccontano sulla vera essenza di un sistema di potere, ormai irreversibilmente marcio. Se a questo aggiungiamo il fatto che Regione Lombardia è ormai letteralmente immobile, se non addirittura disinteressata, rispetto all’incalzante questione sociale e alla galoppante desertificazione produttiva, abbiamo completato il quadro dell’insostenibilità della situazione.

Appunto, il dopo Formigoni è già iniziato. Per questo, se non si vuole delegare la politica alla magistratura o consegnare il futuro della Lombardia a un grande accordo con Cl, a una sorta di formigonismo senza Formigoni, occorre che dal campo dell’opposizione emerga un’iniziativa urgente e un percorso unitario che porti alla definizione di un’alternativa politica per la Lombardia. Un percorso, sia chiaro, il più pubblico ed aperto possibile, a partire dallo svolgimento delle primarie, perché solo così si potrà seriamente tentare di recuperare un rapporto di fiducia con i ceti popolari ed evitare in partenza tragici errori, come quello che aveva portato due anni fa alla candidatura di Filippo Penati.

Le 10 regole per il controllo sociale (Noam Chomsky)

Una riflessione interessante di Chomsky sul concetto di opinione pubblica. Utile, di questi tempi.
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche.
1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).
2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.
4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.
5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).
6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti…
7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).
8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…
9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!
10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

#nonmifermo riparte: Bergamo, 12 maggio. Lavori in corso.

Ecco il post di Claudio:

Lo scorso 3 marzo abbiamo provato a dare sostanza a ciò che consideriamo uno dei nostri obiettivi: essere “collettori attivi” di idee, esperienze e progetti. In altre parole, condividendo e promuovendo le prassi della buona politica. Perché la politica è un bene comune troppo prezioso per non essere difeso, sostenuto, esercitato.

Quel giorno sul palco di NON MI FERMO, di fronte a circa 250 persone, c’erano politici, attivisti, associazioni, intellettuali, lavoratori. Tanti cittadini che, come afferma la nostra Costituzione (art. 4), provano ogni giorno a “svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Il tema di quella prima “agorà” era etica e politica. Tanti gli argomenti e le proposte: informazione, tutela del territorio, disagio mentale, immigrazione, trasporto pubblico, acqua pubblica, acquisto solidale, legalità.

Qui i materiali e le azioni che abbiamo presentato: http://www.nonmifermo.it/materiali-e-documenti/.

Naturalmente, quello è stato solo il primo passo. Come annuncia il nostro stesso motto, infatti noi non ci fermiamo. Andiamo avanti perché è solo con la costanza e l’impegno che possiamo farcela.

Questa volta sarà la volta di Bergamo. Il prossimo 12 maggio (c/o Auditorium San Sisto, via della Vittoria, 1 – a partire dalle 14.30), dedicheremo la nostra prossima “agorà” ai temi del razzismo e dell’inte(g)razione.

Perché a Bergamo?

Perché Bergamo è ritenuta una città leghista. Proprio a Bergamo, solo pochi giorni fa si sono radunate, le truppe cammellate del Nord si sono ritrovate per fare “pulizia” dopo una storia (una delle tante, in verità) di finanziamenti illeciti, nepotismo politico, truffa ai danni dello stato, criminalità organizzata. Noi però siamo convinti che esista una Bergamo ben diversa. Una città di cultura (qui nacquero Donizetti, Mascheroni, Piatti, Papa Roncalli, Gavazzeni, Bonatti), di tradizione cattolica, solidale, europea, illuminata.

Perché parlare di razzismo e inte(g)razione?

Perché la storia ci ha insegnato come, soprattutto in momenti di crisi economica, sia elevato il rischio d’inciviltà o l’abbandono a derive razzistiche. E questo si chiama fascismo. Il fascismo della prevaricazione, della violenza contro l’altro, il diverso, il più debole. Il fascismo di chi trasforma la storia a proprio uso e consumo per difendere un proprio interesse esclusivo, per altro contro ogni logica e motivazione economica, ma negando la straordinaria opportunità insita nel confronto/incontro con altre culture o l’esercizio attivo di virtù fondamentali per la crescita di ogni società come la solidarietà e l’uguaglianza.

Noi vogliamo “restare umani”. Non cedere davanti al ricatto di una (sub)cultura che ha permesso alla giunta della Regione Lombardia di redigere la cosiddetta “Legge Harlem”, oggi fortunatamente impugnata dal Governo, anche in virtù della nostra Costituzione che all’art. 3 ci ricorda:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese

In Italia, per altro, la popolazione immigrata è più giovane e incide positivamente sul nostro equilibrio demografico e sulla forza-lavoro. Attraverso la disponibilità a inserirsi in tutti i settori lavorativi, creando lavoro (ca. 230.000 piccole imprese), occupandosi dell’assistenza delle famiglie, degli anziani e dei malati, versando annualmente oltre 7 miliardi di contributi previdenziali.

Con noi, tanti ospiti (l’elenco completo sarà comunicato nei prossimi giorni) e il supporto di tante associazioni.

Questi alcuni degli argomenti che saranno discussi: diritto di cittadinanza, caporalato, razzismo, sfruttamento, CIE, progetti di inte(g)razione attiva attraverso lo sport.

Il 12 maggio, a Bergamo. Non fermiamoci. Non mancate.

Lavoro: una brutta riforma. Le alternative di Sbilanciamoci!

Le proposte della campagna sbilanciamoci.org, perché le alternative esistono e perché forse sarebbe il caso di smetterla di sentirsi dire che è l’unica soluzione possibile. Poi ovviamente in democrazia ogni governo prende le proprie decisioni. Ma in democrazia i governi si eleggono.

Oggi la condizione dei giovani in Italia è particolarmente drammatica e la crisi economica ha accentuato le difficoltà che in Italia sono strutturali e ben più marcate che nel resto dell’Unione Europea. Tutto questo è testimoniato dalla difficoltà di accesso al mercato del lavoro e dall’impossibilità di far seguire la propria carriera formativa ad una professione corrispondente, dalla grande difficoltà di costruirsi una vita indipendente, dalla difficoltà di accesso al credito, dalla drammatica condizione dei giovani nel mezzogiorno e dei giovani migiranti.

I dati parlano chiaro:

  • −  la disoccupazione giovanile nella fascia di età 15-24 anni è al 29,4% (in Europa il 20%)
  • −  metà dei giovani che lavorano hanno un contratto da precari
  • −  l’occupazione è calata dell’1,6% in Italia nel 2010, ma tra i giovani il calo è stato dell’8%
  • −  solo il 25% dei giovani che hanno un contratto a termine poi viene assunto a tempo indeterminato
  • −  in Italia i laureati sono il 19%, nei paesi dell’Unione Europa il 30%
  • −  nel 2010 gli iscritti all’università sono calati del 5% rispetto al 2009
  • −  l’abbandono scolastico è al 19, 2% (in Europa il 15%)
  • −  la popolazione studentesca coperta da borse di studio in Italia è l’8,4%, mentre in Francia è il 23,8% ed in Germania il 25,5%
  • −  il 41% degli studenti fuori sede deve prendere in affitto una casa/camera “in nero”
  • −  i giovani che a 34 anni ancora vivono con un genitore sono il 25% della fascia giovanile
  • −  nel mezzogiorno il 20% dei giovani non studia e non cerca lavoro.

E potremmo continuare.

E’ per questo motivo che la campagna Sbilanciamoci propone -sul modello dei Rapporti prodotti in occasione della discussione della legge finanziaria- un piano sintetico di 10 proposte per affrontare la condizione dei giovani di questo paese. Si tratta di un primo elenco di proposte alle quali si possono affiancare le altre elaborazioni e proposte che le organizzazioni giovanili e studentesche hanno formulato in questi anni.

Si tratta di proposte che possono in gran parte essere “autofinanziate” e che se portate avanti con coerenza e determinazione possono -secondo i nostri calcoli- portare anche ad un aumento dell’1% del PIL. Si tratta -anche sulla condizione giovanile e per questo motivo può avere un significato paradigmatico- di contrastare le politiche restrittive e di puro contenimento della spesa (e spesso di taglio selvaggio alla spesa per la formazione, alle politiche ed ai servizi sociali, all’ambiente, alla ricerca) che Tremonti ed il governo Berlusconi hanno sin qui messo in campo. Si tratta di mettere in campo politiche di protezione sociale con politiche di investimento nella formazione, nella ricerca, nell’innovazione, nel capitale sociale ed umano. In una parola si tratta di investire nel futuro, nella qualità sociale ed ambientale, nella sostenibilità ambientale in un’autentica società della conoscenza che favorisca una maggior benessere, maggiori diritti, oppurtunità ed eguaglianza, che contribuisca ad un nuovo modello di sviluppo al quale i giovani possono dare un contributo fondamentale.

1.LE PENSIONI DEI GIOVANI

Attualmente i giovani che hanno un contratto come lavoratori parasubordinati (collaborazioni a progetto e collaborazioni coordinate e continuative) con basso reddito non avranno mai la pensione. Un giovane che inizia a lavorare oggi con uno stipendio lordo di 1000 euro, avrà nel 2049 -quando andrà in pensione- un’indennità annua di 6608 euro che sarà inferiore all’assegno sociale che oggi è di 5.429 euro ma che in 39 anni, per il combinato di inflazione e rivalutazione, arriverà nel 2049 a 7.049 euro. Al giovane converrà rinunciare alla pensione e prendersi l’assegno sociale (oggi non sono cumulabili se non in minima parte). La proposta è di poter cumulare -per i bassi redditi- in modo progressivo parte dei contributi maturati e l’assegno sociale (come una sorta di pensione di base uguale per tutti) per garantire un sostentamento minimo.

2. LOTTA ALLA PRECARIETA’

Oggi, il 29% dei giovani sono disoccupati e tra chi lavora il 50% ha un rapporto di lavoro precario. Si propone un intervento per limitare la precarietà attraverso: a) l’innalzamento in cinque anni dell’aliquota contributiva dal 26% al 33%: b) il limite di reiterazione a due anni di rapporti di lavoro (co.pro e co.co.co) in presenza di monocommittenza e senza la presenza di altri rapporti di lavoro c) la concessione di credito di imposta fino a 3000 euro l’anno per l’assunzione dopo due anni di rapporti di lavoro parasubordinati, d) la previsione di una indennità di disoccupazione del 60% per sei mesi per tutti i lavoratori subordinati che abbiamo almeno maturato un anno di versamenti di contributi. Il costo di queste misure è di 800 milioni di euro che possono essere recuperati aumentando di 1 punto l’aliquota massima dell’Irpef (dal 43% al 44% sui redditi superiori ai 75mila euro).

3. AUTOIMPRENDITORIALITA’ GIOVANILE

Sul modello della legislazione per le cooperative sociali (legge 381 del 1991) si propongono forme di incentivazione analoga per l’imprenditorialità cooperativa giovanile, favorendo in questo campo anche l’autoimprenditorialità dei giovani migranti: riduzioni sugli oneri fiscali (IVA al10%) sulle prestazioni alla PA e dimezzamento dei contributi previdenziali (dal 33 al 16,5%) sull’assunzione di dipendenti in fascia giovanile per un massimo di 3 anni. Su uno scenario di creazione di circa 2mila imprese cooperative in 3 anni con complessivamente circa 30mila occupati, la maggior spesa dello Stato (riduzione di ricavi IVA ed INPS) si compensa con l’aumento del gettito dell’IRPEF e la crescita del PIL (+0,052%).

4.INCENTIVI PER LE ASSUNZIONI

Una proposta ragionevole è quella di mettere in campo misure di incentivazione fiscale per favorire l’assunzione di 100mila giovani: questo lo si potrebbe ottenere prevedendo un credito di imposta di 3mila euro l’anno. Si tratterebbe di una spesa per lo Stato di 300milioni l’anno, per un totale di 900 milioni in tre anni. In compenso lo Stato incasserebbe -su un compenso lordo di 20mila euro lordi l’anno- circa 460 milioni di Irpef e 660 milioni di contributi sociali per un totale di 1 miliardo e 120 milioni di euro l’anno, ovvero un saldo attivo di 820 milioni in tre anni e di 2 miliardi e 460 milioni in tre anni. Si tratta di una misura straordinaria per incentivare le assunzioni tra i giovani. Secondo calcoli dell’Istat l’aumento di 100.000 occupati della fascia giovanile tra i 15-24 (uomini e donne) produrrebbe un aumento del PIl del 0,25%. Quindi se si allinerebbe il tasso di disoccupazione giovanile italiano (pari al 29%) alla media europea (pari al 20%), si produrrebbe un aumento del PIL del +1,3%. L’aumento del PIL produce un altro importante effetto, ovvero quello della riduzione dello stock del debito pubblico.

5. IL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE

Le ultime finanziarie hanno disinvestito nel servizio civile. Si è passati dai 266 milioni di euro del 2008 ai 113 milioni del 2011: un taglio del 60%. Il crollo era già avvenuto nel 2010: solo 18.668 giovani a fronte dei 54.772 del 2007. Questo significa che nel 2011 saranno solo 16mila i giovani che potranno svolgere un servizio civile utile alla comunità. La proposta è di portar a 300 milioni di euro gli stanziamenti per il servizio civile permettendo a 50mila giovani di poter svolgere questo servizio. Ogni giovane costa allo Stato 6.027 euro (433,88 euro mensili più costi di formazione). E’ stato calcolato (IRS Milano) che i benefici per la comunità ammontino a 13.103 euro per ciascun volontario (i volontari svolgono attività nel campo dei servizi sociali, dell’assistenza, della protezione civile, dei beni culturali, ecc: i 13.103 euro sono la stima dei costi che lo Stato dovrebbe spendere per sostituirli in quelle funzioni). A fronte di 187 milioni in più di spesa lo Stato (e per recuperarli basterebbe ridurre da 131 a 129 i cacciabombardieri F35 che l’Italia si è impegna a a costruire) ricaverà 410 milioni di euro in benefici (servizi sociali, culturali, ambientali, eccetera).

6.DIRITTO ALL’ALLOGGIO

E’ già sperimentato in alcuni paesi europei ed anche in alcune regioni del nostro paese. Per la casa si dovrebbero stabilire accordi con agenzie immobiliari private e pubbliche per introdurre od allargare ancora di più il patto di futura vendita per favorire l’acquisto della casa di giovani famiglie e andrebbe sostenuto di più canone agevolato per giovani famiglie. In sostanza con il patto di futura vendita l’affitto pagato -dopo un certo numero di anni- può essere riscattato e contabilizzato come anticipo sul mutuo per l’acquisto della casa. Si propone altresì di innalzare gli oneri di urbanizzazione – mentre nel contempo è necessario limitare questa modalità di recupero straordinario di risorse (spesso l’unica) per gli enti locali che provoca un eccessivo consumo di territorio- con cui finanziare l’housing sociale per i giovani.

7. DIRITTO ALLO STUDIO

In Italia si spendono 481 milioni di euro per le borse di studio. In Germania ed in Francia 1miliardo e 400milioni di euro in ciascun paese. In Italia i giovani coperti da borse di studio sono 151.760 (8,4% della popolazione studentesca), in Francia 525.000 (23,8%) ed in Germania 510mila (25,5%). Non pretendiamo di arrivare ai livelli della Germania e della Francia… ma potremmo passare da 151.760 a 350mila studenti beneficiari con circa 700milioni di euro, quanto ogni anno si spende per sovvenzionare le scuole e le università private: cancellando quei sussidi, lo Stato non spenderebbe nulla per garantire ad altri 200mila studenti bisognosi di poter affrontare gli studi. Nell’ambito degli interventi di “diritto allo studio” anche per i giovani migranti andrebbero previsti corsi pubblici e gratuiti di insegnamento della lingua italiana e un sistema di borse studio specifiche per i giovani di origine straniera.

8. MESSA IN SICUREZZA DELLE SCUOLE ITALIANE

Dagli studi della Legambiente e di Cittadinanzattiva si evince che oltre 11mila scuole italiane -dove ogni mattina si recano milioni di giovani- non rispettano le norme della legge 626 e delle altre disposizioni relative alla sicurezza. La stima della messa in sicurezza di tutte le scuole che ne hanno bisono è di circa 7 miliardi di euro. Si propone che si avvii alla messa in sicurezza del 50% delle scuole italiane, senza nessun aggravio di spesa pubblica, prendendo i soldi dagli stanziamenti per il ponte sullo stretto (circa 3miliardi e 500 milioni di euro), cancellando questa grande opera. Tra l’altro in questo modo si potrebbero avere altri effetti collaterali positivi: dare opportunità a migliaia di imprese, dare lavoro a circa 50mila lavoratori nel settore dell’edilizia, riconvertire all’efficienza ecologica oltre 5mila edifici pubblici favorendo un abbattimento delle emissioni di C02. Si calcola che il saldo positivo di questa operazione è di circa 400 milioni di euro.

9. UNIVERSITA’ E PIL

Secondo lo Studio Ambrosetti (che organizza ogni anno il forum di Cernobbio), una università efficiente e adeguata alla sfida dei tempi vale ben 15 miliardi di PIL in due anni. Ecco perchè è necessario invstore almeno 3 miliardi l’anno nel settore della conoscenza per raggiungere la media europea (attualmente siamo indietro intutti) relativamente a al numero di laureati per abitante (passare dal 20% al 30% di laureati nella fascia tra i 25 ed i 34 anni) e numero di borse di studio (almeno il 23% sulla popolazione studentesca). I 3 miliardi potrebbero essere recuperati grazie al passaggio all’open source nella PA. Sono necessarie altresì altre misure di “welfare studentesco” (agevolazioni su alloggi, credito finanziario, acquisto libri e computer, ecc.) che permettano di far crescere il capitale umano del nostro paese.

10. OBBLIGO SCOLASTICO E TITOLI

Sul modello di molti paesi europei (Germania, Austria, Belgio, Ungheria), la proposta è quella di far coincidere il termine dell’obbligo scolastico con il conseguimento del titolo di studio. In questo modo si determina una diminuizione dell’abbandono scolastico (che in Italia al 19,2%, molto maggiore della media EU pari al 15%). Ricordiamo che uno degli obiettivi della strategia europea 2020 è quello riportare il tasso di abbandono scolastico sotto il 10%. In questo modo si migliora la qualificazione del lavoro e della coesione sociale. Non ha costi significativi, ma può invece far aumentare la competitività delle imprese e della produzione e quindi il PIL. La stima è di un aumento dello 0,3% del PIL con una riduzione dell’abbandono scolastico alla media europea: circa 600 milioni di euro l’anno.

TABELLA RIASSUNTIVA

Misura

Costi

Copertura

Benefici

Aumento PIL

Pensioni per i giovani

0

0

Copertura pensionistica per 1milioni di parasubordinati a basso reddito

Lotta alla precarietà

800milioni

Dal 43% al 44% l’aliquota massima Irpef (75mila euro)

Passaggio 250mila lavoratori da parasubordinanti a dipendenti

Indennità di disoccupazione per i parasubordinati

1 miliardo (0,065%)

Autoimprenditoralità giovanile

300milioni

Maggiori entrate Irpef ed Inps

Creazione di 2mila imprese cooperative e 30mila posti di lavoro

800 milioni (0,052%)

Incentivi assunzioni

300milioni

Maggiori entrate Irpef ed Inps

Creazione di 100mila posti di lavoro

4 miliardi (0,25%)

Servizio civile nazionale

187 milioni

Cancellazione di due caccia bombardieri F35

410milioni

200 milioni (0,013%)

Diritto all’alloggio

0

0

Maggiore accesso dei giovani all’alloggio

Diritto allo studio

700milioni

Cancellazione di 700milioni di sussidi alle scuole ed università private

Borse di studio per 200mila giovani

400 milioni (0,026)

Messa in sicurezza scuole

3miliardi e 500milioni

Cancellazione ponte sullo stretto

Messa in sicurezza di 5mila scuole – Lavoro per 1000 imprese e 50mila lavoratori- riduzione emissioni di C02

2 miliardi (0,13%)

Università e PIL

3 miliardi

Passaggio all’Open Source nella PA

Qualità dell’offerta formativa Miglioramento ricerca Stabilizzazione precari

7,5 miliardi (0,49%)

Obbligo scolastico e titoli

0

0

Aumento tasso di scolarizzazione

600 milioni (0,039%)

TOTALE

8,787 miliardi

8,787miliardi

16,5 miliardi

(1,065%)

In movimento contro le spese militari

Il mese di Febbraio 2012 sarà caratterizzato dalle azioni della campagna che culmineranno con una manifestazione a Roma di “consegna delle firme” al Governo.

Dal 7 febbraio associazioni e gruppi locali si attiveranno a sostegno della campagna “Taglia le ali alle armi” promossa da Sbilanciamoci!, Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo con il sostegno di Unimondo, GrilloNews e Science for Peace per chiedere al nostro Governo di non procedere all’acquisto di 131 caccia bombardieri Joint Strike Fighter F-35.

La data di inizio di questa nuova fase della campagna, che è attiva del 2009 e già ha raccolto oltre 45.000 adesioni, non è scelta a caso: “In quello stesso giorno nel 2007 il sottosegretario Forcieri firmava l’accordo per la partecipazione alla seconda fase del programma – sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – in cui si mettevano le basi anche per il successivo acquisto. Ma senza prevedere, come recentemente è stato dimostrato, alcuna penale prima della firma di un nuovo contratto: qualcosa che non è mai avvenuto e che ci permetterebbe ancora un dietro-front”.

Proprio quanto chiedono le realtà promotrici della campagna, che sottolineano gli enormi costi che avrebbe per il nostro paese una tale decisione (almeno 15 miliardi per l’acquisto e circa il triplo considerando anche il successivo mantenimento) in una fase di crisi economica che impone grossi sacrifici a tutti gli italiani.

“In un momento di grave crisi per tutto il Paese troviamo fuori luogo che il Ministro-Ammiraglio Di Paola nei suoi monologhi televisivi continui imperterrito a difendere l’F-35, promettendo al massimo qualche sforbiciata – precisa a riguardo Massimo Paolicelli della Rete Italiana per il Disarmo – Parlare di un programma di elevato valore operativo, tecnologico e industriale vuol dire non tenere in considerazione i rilievi negativi dello stesso Pentagono ed i ripensamenti di molti paesi partner nel progetto”. Sono infatti diverse che denunciano il continuo lievitare dei costi a causa dei tempi di sviluppo e produzione che si allungano per mettere mano ai forti deficit qualitativi dell’aereo. Chi oggi dovesse firmare il contratto per l’acquisto dell’F-35 si assume la forte responsabilità di gettare al vento ingenti somme di denaro pubblico. “Che motivo abbiamo per farlo? Per la velleità di alcuni Generali di spacciare l’Italia per media potenza militare industriale, violando palesemente il dettato della nostra Costituzione”, conclude Paolicelli.

La campagna “Taglia le ali alle armi” è disponibile in qualunque sede ad un confronto con il Ministro Di Paola e i funzionari del Ministero della Difesa sui dati e sulle prospettive del programma F-35.

Gli stessi soldi stanziati per i caccia potrebbero essere impiegati in mille altri modi più utili sia economicamente che socialmente. “Con i 15 miliardi da spendere per gli F-35 potremmo costruire 45mila asili nido pubblici, creando oltre 200mila posti di lavoro – sottolinea Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! – oppure mettere in sicurezza le oltre 13mila scuole italiane che non rispettano le norme antisismiche e quelle antincendio”; anche in questo caso il risultato sarebbe positivo anche sul fronte economico con nuove opportunità per moltissime imprese e decine di migliaia di posti di lavoro creati.

Le giornate di sostegno alla campagna (che si annunciano numerose e creative) culmineranno poi nella data del 25 febbraio, scelta come giornata delle “100 piazze d’Italia contro i caccia F-35″.

“Il primo obiettivo di questa nuova mobilitazione è spingere il Parlamento e ogni singolo parlamentare a discutere in modo aperto e trasparente sugli F-35. L’appello lanciato dalla Marcia Perugia-Assisi dello scorso 25 settembre non deve cadere nel vuoto – ricorda Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace – Il Parlamento deve impedire innanzitutto che si crei il fatto compiuto. L’Italia non può permettersi oggi di impegnare ulteriori 15 miliardi di euro, oltre ai quasi 3 già spesi, per l’acquisto e il mantenimento di questi bombardieri, senza che ci sia un chiaro e onesto dibattito pubblico sulle esigenze e le priorità a cui dobbiamo rispondere”.

In maniera simbolica l’avvio della mobilitazione è stato dato nel fine settimana a Verona, dal palco che ha ospitato la festa per il 50° anniversario del Movimento Nonviolento. “La costruzione di un avvenire di nonviolenza parte anche da scelte concrete di disarmo e riduzione delle spese militari – sottolinea Mao Valpiana presidente dell’associazione fondata da Aldo Capitini – ed è quindi naturale che chi lavora quotidianamente in questa prospettiva di costruzione della pace sia tra i primi a muoversi contro questo mastodontico progetto d’armamento costosissimo, contrario allo spirito della nostra Costituzione e forse anche inutile militarmente”.

L’invito che la campagna lancia a tutti i gruppi locali impegnati su questi temi è quindi quello di organizzare momenti di informazione e raccolta firme, cercando anche di coinvolgere gli Enti Locali nell’approvazione di una mozione di sostegno alla mobilitazione.

Tutte le informazioni sulla campagna si possono trovare anche sui siti delle organizzazioni promotrici:

www.perlapace.it    (Tavola della Pace)

www.disarmo.org    (Rete Italiana per il Disarmo)

(da http://www.sbilanciamoci.org/2012/01/un-mese-di-mobilitazioni-per-dire-no-ai-caccia-f-35/)

 

Il lavoro, Marchionne, i tecnici e gli esperti

Di José Saramago, scritta l’11 novembre 2009. E sembra oggi.

La gravissima crisi economica e finanziaria che sta agitanto il mondo ci porta l’angosciosa sensazione di essere arrivati alla fine di un’epoca senza che si intraveda come e cosa sarà quella che ci aspetta.

Cosa facciamo noi che assistiamo, impotenti, all’oppressivo avanzamento dei grandi potentati economici e finanziari, avidi nell’accaparrarsi più denaro possibile, più potere possibile, con tutti i mezzi legali o illegali a loro disposizione, puliti o sporchi, onesti o criminali?

Possiamo lasciare l’uscita dalla crisi nelle mani degli esperti? Non sono precisamente loro, i banchieri, i politici di livello mondiale, i direttori delle grandi multinazionali, gli speculatori, con la complicità dei mezzi di comunicazione, quelli che, con l’arroganza di chi si considera possessore della conoscenza ultima, ci ordinavano di tacere quando, negli ultimi trent’anni, timidamente protestavamo, dicendo di essere all’oscuro di tutto, e per questo venivamo ridicolizzati? Era il periodo dell’impero assoluto del Mercato, questa entità presuntuosamente auto-riformabile e auto-regolabile incaricata dall’immutabile destino di preparare e difendere per sempre e principalmente la nostra felicità personale e collettiva, nonostante la realtà si preoccupasse di smentirla ogni ora che passava.

E adesso, quando ogni giorno il numero di disoccupati aumenta? Finiranno finalmente i paradisi fiscali e i conti cifrati? Si indagherà senza remore sull’origine di giganteschi depositi bancari, di ingegneria finanziaria chiaramente illecita, di trasferimenti opachi che, in molti casi, altro non sono che grandiosi riciclaggi di denaro sporco, del narcotraffico e di altre attività delinquenziali? E le risoluzioni speciali per la crisi, abilmente preparate a beneficio dei consigli di amministazione e contro i lavoratori?

Chi risolve il problema della disoccupazione, milioni di vittime della cosiddetta crisi, che per avarizia, malvagità o stupidità dei potenti continueranno a essere disoccupati, sopravvivendo temporaneamente con i miseri sussidi dello Stato, mentre i grandi dirigenti e amministratori di imprese condotte volontariamente al fallimento godono dei milioni coperti dai loro contratti blindati?

Quello che si sta verificando è, sotto ogni aspetto, un crimine contro l’umanità e da questa prospettiva deve essere analizzato nei dibattiti pubblici e nelle coscienze. Non è un’esagerazione. Crimini contro l’umanità non sono soltanto i genocidi, gli etnocidi, i campi della morte, le torture, gli omicidi collettivi, le carestie indotte deliberatamente, le contaminazioni di massa, le umiliazioni come modalità repressiva dell’identità delle vittime. Crimine contro l’umanità è anche quello che i poteri finanziari ed economici, con la complicità esplicita o tacita dei governi, freddamente perpetrano ai danni di milioni di persone in tutto il mondo, minacciate di perdere ciò che resta loro, la loro casa e i loro risparmi, dopo aver già perso l’unica e tante volte già magra fonte di reddito, il loro lavoro.

Dire “No alla Disoccupazione” è un dovere etico, un imperativo morale. Come lo è denunciare il fatto che questa situazione non la generano i lavoratori, che non sono i dipendenti che devono pagare per la stoltezza e gli errori del sistema.

Dire “No alla Disoccupazione” è arrestare il genocidio lento ma implacabile a cui il sistema condanna milioni di persone. Sappiamo di poter uscire da questa crisi, sappiamo di non chiedere la luna. E sappiamo di avere la voce per usarla. Di fronte all’arroganza del sistema, invochiamo il nostro diritto alla critica e alla protesta. Loro non sanno tutto. Si sono ingannati. Si sono sbagliati. Non tolleriamo di essere le loro vittime.

Non siamo sognatori

Il filosofo sloveno Slavoj Žižek è andato a New York per parlare ai manifestanti di “Occupy Wall Street”. Il suo intervento:

“Non siate narcisisti e non innamoratevi dei bei momenti che stiamo passando qui. Le feste costano poco, la vera prova del loro valore sta in quello che resta il giorno dopo. Innamoratevi del lavoro duro e paziente: siamo l’inizio, non la fine. Il nostro messaggio di fondo è: il tabù è stato violato, non viviamo nel migliore dei mondi possibili, siamo autorizzati e addirittura costretti a pensare a possibili alternative. La strada davanti a noi è lunga, e presto dovremo affrontare le questioni più difficili: non ciò che non vogliamo, ma quello che vogliamo davvero. Quale organizzazione sociale può sostituire il capitalismo? Come dovranno essere i nuovi leader? Le alternative del ventesimo secolo non hanno funzionato.

Non prendetevela con i comportamenti delle persone: il problema non sono la corruzione e l’avidità, il problema è il sistema che spinge le persone a essere corrotte. La soluzione è cambiare un sistema in cui la vita delle persone comuni non può funzionare senza Wall street. Attenti non solo ai nemici, ma anche ai falsi amici che fingono di sostenerci ma sono già al lavoro per indebolire la nostra protesta. Un po’ come il caffè senza caffeina, la birra senza alcol, il gelato senza grassi: cercheranno di trasformarci in una innocua protesta morale. Ma la ragione per cui siamo qui è che non ne possiamo più di un mondo in cui per sentirci buoni basta riciclare le lattine di Coca-Cola, dare un paio di dollari in beneficenza o comprare un cappuccino da Starbucks destinando l’1 per cento al terzo mondo. Dopo aver esternalizzato il lavoro e la tortura, dopo che le agenzie matrimoniali hanno cominciato a esternalizzare perfino i nostri incontri sentimentali, ci rendiamo conto che per troppo tempo abbiamo permesso di esternalizzare anche il nostro impegno politico.
E vogliamo riprendercelo.

Ci diranno che siamo antiamericani. Ma quando i fondamentalisti conservatori vi dicono che l’America è un paese cristiano, ricordatevi cos’è il cristianesimo: lo spirito santo, la libera comunità egualitaria di credenti uniti dall’amore. Noi siamo lo spirito santo, mentre quelli di Wall street sono pagani che adorano falsi idoli. Ci diranno che siamo violenti, che il nostro linguaggio è violento. Sì, siamo violenti, ma nel senso in cui era violento il Mahatma Gandhi. Siamo violenti perché vogliamo cambiare le cose, ma cos’è questa violenza puramente simbolica rispetto alla violenza che fa funzionare il sistema capitalistico globale? Ci hanno chiamato perdenti, ma i veri perdenti sono quelli di Wall street, che sono stati salvati con miliardi di dollari presi dalle vostre tasche. Ci chiamano socialisti, ma negli Stati Uniti esiste già un socialismo per i ricchi.
Vi diranno che non rispettate la proprietà privata, ma le speculazioni di Wall street che hanno provocato la crisi del 2008 hanno cancellato più proprietà ottenute con il lavoro di quante potremmo distruggerne noi sgobbando giorno e notte. Pensate alle migliaia di case pignorate.

Non siamo comunisti, se il comunismo è il sistema crollato nel 1990: e ricordate che i comunisti ancora al potere oggi dirigono il sistema capitalistico più spietato (in Cina). Se siamo comunisti lo siamo solo nel senso che abbiamo a cuore le risorse comuni – quelle della natura e della conoscenza – minacciate dal sistema. Vi diranno che state sognando, ma i sognatori credono che le cose possano andare avanti all’infinito così come sono e si accontentano di qualche ritocco.

Noi non siamo sognatori, siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in incubo. Conosciamo tutti la scenetta dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, come se avesse ancora la terra sotto i piedi. Comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell’abisso. Noi ci limitiamo a ricordare ai potenti che devono guardare in basso.

Ma il cambiamento è possibile? Oggi il possibile e l’impossibile sono distribuiti in modo strano. Nel campo delle libertà personali, della scienza e della tecnologia, l’impossibile diventa sempre più possibile (o almeno così ci dicono): possiamo godere del sesso nelle sue forme più perverse, possiamo caricare interi archivi di musica e film, possiamo viaggiare nello spazio, possiamo aumentare le nostre capacità fisiche e psichiche intervenendo sul genoma, fino al sogno di ottenere l’immortalità trasformando la nostra identità in un software. Nel campo delle relazioni sociali ed economiche, invece, siamo continuamente bombardati da un “non potete”. Non potete compiere atti politici collettivi (perché inevitabilmente finiscono nel terrore totalitario), non potete restare aggrappati al vecchio stato sociale (perché fa perdere competitività e provoca la crisi economica), non potete isolarvi dal mercato globale. Forse è arrivato il momento di invertire le coordinate di ciò che è possibile e impossibile. Magari non possiamo diventare immortali, ma è possibile avere più solidarietà e assistenza sanitaria?

A metà aprile il governo cinese ha proibito i film che parlano di viaggi nel tempo e di versioni alternative della storia, considerandoli troppo pericolosi. Noi, nell’occidente liberale, non abbiamo bisogno di questo divieto: l’ideologia esercita un potere sufficiente a impedire che le versioni alternative della storia vengano prese sul serio. Per noi è facile immaginare la fine del mondo – vediamo tanti film apocalittici – ma non la fine del capitalismo.

In una vecchia storiella dell’ex Germania Est, un operaio viene mandato a lavorare in Siberia. Sapendo che la sua posta sarà controllata dalla censura, dice ai suoi amici: “Concordiamo un codice: se vi scriverò usando l’inchiostro blu, vorrà dire che è tutto vero; se userò l’inchiostro rosso, vorrà dire che è tutto falso”. Dopo un mese i suoi amici ricevono la prima lettera, scritta con l’inchiostro blu: “Qui è tutto meraviglioso: i negozi sono pieni, c’è da mangiare in abbondanza, gli appartamenti sono grandi e ben riscaldati, al cinema danno film occidentali e ci sono tante belle ragazze pronte all’avventura. L’unica cosa che manca è l’inchiostro rosso”. Non è forse questa la nostra situazione? Abbiamo tutte le libertà che vogliamo, ma ci manca l’inchiostro rosso: ci sentiamo “liberi” perché non abbiamo un linguaggio capace di esprimere la nostra mancanza di libertà.

La mancanza di inchiostro rosso significa che i termini che usiamo oggi per indicare il conflitto – “guerra al terrore”, “democrazia e libertà”, “diritti umani” eccetera – sono falsi, che mistificano la nostra percezione della situazione invece di aiutarci a pensarla. Voi, qui, state dando a tutti noi l’inchiostro rosso”.

Slavoj Žižek

Osare l’occasione. Insieme.

Perché non esistono modi banali per potersi mettere insieme. Perché questa crisi è una recessione sociale e culturale, e solo dopo economica. Perché non è credibile e non mi appartiene questo gioco banale e vuoto di infilare nel cassetto della post-ideologia qualsiasi operazione di costruzione di un pensiero comune, di una forma collettiva di azione e di pensiero che, se infastidisce chiamarla ideale o ideologia, ci basta chiamarla idea. Perché la trasparenza, la partecipazione, l’etica e la legalità sono le sentinelle di un indirizzo sociale e politico che non possono da sole bastarci come contenuto. Il momento storico del nostro Paese (e della triste ‘trasparenza’ del nostro Paese nel mondo) chiama una generazione alla responsabilità di sostituire i modi (e le persone) del fallimento ma soprattutto alla responsabilità di costruire un nuovo modello. Di raccontare un’altra direzione e declinarla ognuno nel proprio campo.

Non accetto di aspettare che il terremoto dia a me (o ai miei, come ci insegnano nella politica minuscola) l’occasione da usare. Voglio costruire la prospettiva da osare. Insieme.

Leggevo oggi Joseph Stiglitz e la sua diagnosi della crisi economica-finanziaria iniziata nel settembre del 2008 e l’interessante introduzione di Laura Pennacchi. Ne vale la pena. Il libro, edito da Donzelli, lo potete trovare qui.

LA GLOBALIZZAZIONE SECONDO STIGLITZ

di Laura Pennacchi

Per quasi trent’anni ha dominato la scena politica mondiale una potente ideologia ultraortodossa che predica un drastico ridimensionamento della presenza pubblica nelle attività economiche e sociali, sostenendo che l’intervento dello Stato è sempre e comunque negativo per il benessere collettivo, che i governi dilapidano risorse e che ogni tentativo di ridistribuire la ricchezza dà vita a forme di perseguimento delle rendite. La predicazione di un ruolo pubblico ristretto e angusto si è basata su una visione altrettanto ristretta e angusta del rapporto tra individuo e collettività, volta a soffocare le istanze solidaristiche: l’individuo è un atomo, non esistono responsabilità collettive perché «non esiste la società», secondo il motto di Margaret Thatcher. Il legame tra ideologia «ultraortodossa» e visione «ultraindividualistica» ha motivato l’ossessiva riproposizione dello slogan della «riduzione delle tasse» – veicolo principe del ridimensionamento della presenza pubblica – e la denigrazione delle funzioni pubblico-statuali che risulta da espressioni come «lo Stato criminogeno» [1]. In effetti, il vero obiettivo delle politiche di tagli fiscali, mantra di tutti gli anni novanta e del primo decennio degli anni duemila, non era rilanciare l’economia ma ridurre il senso di responsabilità collettiva – che si esprime attraverso l’intervento pubblico – acquisendo il favore delle classi medie. Se esse, infatti, pagano molto in imposte e percepiscono molto in servizi non sosterranno una simile politica, ma se usufruiranno di minori servizi (specie in istruzione e in sanità) allora saranno indotte a ritenere che anche un più esiguo livello di tassazione sia ingiusto, trasformandosi così in sostenitrici di ulteriori riduzioni delle tasse [2].

Già nel 1989, dopo un primo decennio di questa musica, Stiglitz scriveva un libretto divenuto celebre, intitolato per l’appunto Il ruolo economico dello Stato [3], di cui i testi che qui si presentano possono essere considerati un riesame e, al tempo stesso, una continuazione. Allora, nel sottolineare gli errori sia della tesi dei conservatori (giudicante «sempre e comunque negativo per il benessere» l’intervento dello Stato) sia della tesi della sinistra (richiedente sempre e comunque «un maggior coinvolgimento dello Stato»), Stiglitz rilevava: «Il periodo successivo alla seconda guerra mondiale ha portato a riconoscere sempre più l’inadeguatezza delle posizioni di sinistra […]. Ma ciò che temo è che l’inadeguatezza delle teorie di destra si manifesterà solo col tempo».
Così è stato, in effetti, e ancora oggi siamo impegnati nel rendere questa inadeguatezza pienamente manifesta. La virulenza delle teorie di destra, invece di diminuire, è cresciuta, concentrata nei dogmi della «razionalità efficiente» e dell’«autoregolazione» dei mercati, dogmi la cui drammatica fallacia – e fallimento – ha dovuto attendere la crisi globale esplosa nell’autunno del 2008 per venire alla luce. Una virulenza che ha seguito l’onda lunga di una globalizzazione che ha rovesciato le sue implicazioni problematiche su tutte le materie umane: il commercio, la finanza, il debito, l’ambiente, le biotecnologie, le comunicazioni, le forme e gli ambiti di esercizio della democrazia. La destra ha esteso su scala planetaria il modello di «governo minimale» che proponeva nella sfera domestica: governo minimo è stata la sua parola d’ordine.

Rispetto a tutto ciò, costituisce uno spartiacque la crisi economico-finanziaria iniziata nel settembre 2008, ma con avvisaglie di cui si sarebbe potuto cogliere il senso molto prima, se solo si avesse avuto la stessa sensibilità di Stiglitz che, con pochi altri, l’aveva prevista [4]. La crisi, ben lungi dall’essere un incidente di percorso, è strutturale, pone in atto cambiamenti epocali, imponenti processi di ristrutturazione di portata superiore a quelli avvenuti dopo la crisi del 1929 [5]. In particolare, la crisi mondiale non è solo finanziaria e non è solo regolatoria. La più grave recessione del dopoguerra, che per la prima volta, dalla Grande depressione degli anni trenta, nel 2009 ha portato il Pil mondiale a un incremento negativo, manifesta che la crisi costituisce l’esaurimento – e il fallimento – di un intero modello di sviluppo, quello che va sotto il nome di «neoliberismo» [6] e che ha marchiato irrevocabilmente la globalizzazione iniqua degli ultimi decenni [7]. Di tale modello l’esplosione delle diseguaglianze non è né un’appendice né un epifenomeno ma un elemento strutturale. Il modello di sviluppo prevalso negli ultimi decenni ha come sua componente intrinseca l’alterazione della distribuzione del reddito e l’accentuazione delle diseguaglianze proprio perché è costituito da una miscela fatta di spirito «probusiness», salari stagnanti e scarso welfare pubblico, deregolazione spinta (e cattiva regolazione), leva dei tassi di interesse, innovazione finanziaria selvaggia, economia e cultura del debito [8]. È avvenuto ciò che le analisi di Stiglitz da sempre evidenziavano: la superfetazione della finanza ha modificato la natura della finanza stessa, mentre ha distorto profondamente l’economia reale; modifiche e distorsioni che richiedono riforme finanziarie assai più drastiche (come ristabilire una distinzione e una separazione nelle banche tra attività commerciale e attività d’investimento) di quelle che si stanno mettendo in opera [9]. I problemi oggi sono immensi e riguardano sia l’inefficienza economica, sia l’ingiustizia sociale con l’esplosione della disoccupazione, sia la sostenibilità ambientale.

La persistenza della disoccupazione, anche quando nel 2011 l’economia reale riparte, dice quanto gravi siano le implicazioni generate dalla crisi. La ripresa avviene con intensità – assai modesta nei paesi sviluppati, in particolare europei, a differenza che nei paesi emergenti (Cina e India sono tornate a correre a tassi di incremento del Pil assai elevati) – e con modalità tali da non riuscire ad assorbire la mole di disoccupati creatasi: 30 milioni in tutto il mondo nei primi due anni della crisi, due terzi dei quali nei paesi sviluppati (in Italia sono 2,2 milioni i senza lavoro). Si profila unajobless recovery che le vestali della main stream economics sostengono sia la ineluttabile «nuova normalità» a cui rassegnarsi, sottovalutando che una simile prospettiva – la «crescita senza lavoro» come unico standard e paradigma – costituirebbe un colpo senza precedenti alla stessa legittimità del capitalismo, la configurazione della crisi globale come vera e propria «crisi di civilizzazione» [10].

Si afferma un nuovo drammatico paradosso: l’intervento pubblico è stato riscoperto giusto il tempo di salvare dal collasso il sistema bancario e finanziario mondiale [11] e quando il perdurare di una incredibile disoccupazione e la contrazione del tenore di vita dei ceti medi imporrebbero misure aggiuntive a sostegno dello sviluppo e degli investimenti, si pretende di tornare, specie in Europa, alla fallace ortodossia neoliberista e monetarista delle politiche restrittive e deflazionistiche, drasticamente avverse alla spesa pubblica. Poiché i debiti pubblici hanno raggiunto livelli senza precedenti in tempi di pace (dal 2009 al 2010 il debito pubblico è salito negli Usa dal 54,6 al 67,1% del Pil, nell’area dell’euro dal 79 all’84%), si dimentica quel che Stiglitz sottolinea nelle pagine che seguono, e cioè che non è il debito pubblico all’origine della crisi, è il debito privato, a sua volta dovuto al modello neoliberista, fatto di leva dei tassi di interesse, deregolamentazione finanziaria sfrenata, innovazione finanziaria spinta allo spasimo, compensazione offerta come indebitamento per salari bassi o stagnanti e per l’enorme incremento delle diseguaglianze, precarizzazione del mercato del lavoro, assorbimento di merci in eccesso tramite il credito facile e così via. Si cessa di chiedersi come e perché gli attuali livelli di deficit e debito pubblico siano stati raggiunti, si inverte il realistico rapporto di causa ed effetto, trascurando che è la crisi – in primo luogo con i salvataggi inauditi che ha imposto e con la conseguente trasformazione di un debito privato immenso in debiti pubblici altrettanto immensi – ad avere provocato la pressione al rialzo sui debiti pubblici e non viceversa.

Nei soli Stati Uniti e per i soli tre mesi dall’ottobre al dicembre 2008 la manovra di spesa pubblica è salita da 787 miliardi di dollari fino a 820 miliardi. L’Europa aveva avviato interventi più contenuti ma comunque incisivi quando è stata investita, a partire dalla Grecia nel maggio 2010, da un’ondata speculativa che ha aggredito direttamente i debiti sovrani dei paesi. Così l’Europa si è imposta, su impulso soprattutto della Germania, draconiane politiche di austerità con l’obiettivo di giungere a una drastica contrazione del settore pubblico, sulla base di una nefasta ortodossia restrittiva sostenente che indisciplina di bilancio e scarsa flessibilità sono le cause delle difficoltà dei paesi europei più deboli. Tra l’estate del 2010 e l’inverno 2011 i quattro paesi europei più grandi – Germania, Francia, Regno Unito, Spagna – adottano misure di risanamento delle finanze pubbliche ammontanti da sole a 125 miliardi di euro di tagli.

In Europa qualcosa di molto incongruo emerge a un triplice livello [12]:

1) tutti i paesi procedono simultaneamente ad adottare politiche restrittive che rischiano di aggravare i problemi di deficit pubblico – perché si risolvono in recessioni che a loro volta provocano maggiori esborsi in ammortizzatori sociali e minori entrate – nel contempo imponendo alti costi sociali soprattutto ai paesi «salvati».

2) Gli specifici global embalances europei che preesistevano alla crisi vengono rafforzati, essendo rafforzata la divaricazione tra due aree d’Europa, quella «centrale» e forte con la Germania in testa, quella «periferica» e debole sostanzialmente coincidente con i paesi mediterranei. Si dimentica che l’instabilità finanziaria dell’area euro ha alla sua base proprio la crescente divergenza delle economie reali dei vari paesi in termini di competitività. Paradossalmente lo stesso meccanismo della moneta unica accentua le divergenze: il tasso di cambio tende a risultare troppo alto per i paesi deboli e basso per quelli forti che ne traggono vantaggio. La competitività della Grecia è stata più svantaggiata dal costo del lavoro salito del 9% (un incremento non trascurabile ma neppure drammatico) o da un apprezzamento dell’euro del 16%? Quando c’era il marco, l’irrefrenabile tendenza dell’economia tedesca a crescere con le esportazioni veniva frenata dalla periodica rivalutazione della moneta. Ora questo meccanismo non c’è più e ciò spiega le sbalorditive performance nel commercio estero di Germania e Olanda. Poiché gran parte dell’attivo della loro bilancia dei pagamenti corrisponde a passivi di altri paesi europei è chiaro che la Germania non è più la locomotiva d’Europa: essa utilizza la domanda interna di altri paesi europei per la propria crescita. Le politiche di austerità, lungi dal produrre effetti benefici sulla competitività, accentueranno le divergenze e per conseguenza si rifletteranno negativamente anche sulla competitività generale dell’Europa.

3) L’enfasi sull’aggiustamento deflattivo delle economie più fragili è figlia del mito – impossibile – di trasformare l’intera eurozona in una colossale Germania che esporta massicciamente in tutto il mondo. Ma la zona euro è troppo grande per poter svolgere un ruolo di questo tipo all’interno dell’economia mondiale: ammesso e non concesso che la svalutazione interna messa in atto simultaneamente da più paesi funzioni al fine del recupero di competitività, dove si dovrebbero dirigere, quale sbocco potrebbero trovare tutte queste esportazioni, visto che il resto del mondo – Usa in testa – persegue già la medesima strategia?

Le deliberazioni in materia di nuova governance economica europea prese dal Consiglio del 24-25 marzo 2011 sono emblematiche del riaffermarsi di una ortodossia monetarista e neoliberista, anche per quanto riguarda la mancata considerazione dell’interrelazione tra squilibri macroeconomici e competitività, con lo sguardo concentrato solo sulle variabili microeconomiche (come la dinamica del costo del lavoro, alla cui compressione mediante la contrazione dei salari e dei prezzi viene dato il compito di recuperare i guadagni di produttività), trascurando il peso che esercitano sulla competitività le variabili macroeconomiche (in particolare le politiche monetarie e le politiche del tasso di cambio e di gestione della bilancia dei pagamenti). Più in generale si conferma un orientamento conservatore – che connette fortissime riduzioni del rapporto debito pubblico/Pil a programmi di nuove privatizzazioni – il quale non assume come preoccupazione centrale l’aumento della disoccupazione e, allo stesso tempo, avanza imperterrito nel suggerire tagli all’istruzione e allo Stato sociale.

Un’impostazione conservatrice e monetarista in tema di debito e di equilibri di finanza pubblica resuscita una filosofia neoliberista adattata alle circostanze: del resto, il neoliberismo non è mai esistito in forme pure, ma sempre in forme spurie [13]. L’ispirazione, esplicita e implicita, a ridurre il ruolo dello Stato e a privatizzare è fortissima: l’esempio maggiore è dato dallo spostamento dell’enfasi dal deficit al debito, cioè dai flussi agli stock, con una intrinseca spinta alla privatizzazione di patrimoni e funzioni della protezione sociale. Il trinomio «meno tasse, meno regole, meno Stato» ripropone una prassi di starving the beast («affamare la bestia» e la bestia sono i governi e le istituzioni pubbliche a cui vanno sottratte risorse), la quale lascia convivere tagli selvaggi alla spesa pubblica, privatizzazioni, decisionismo statalistico neocolbertiano al servizio di un rinnovato spirito pro business, comunitarismo endogamico ed esclusivo all’insegna del «meno Stato più società civile» e della big society. La riscoperta della big society vagheggiata dai conservatori inglesi è l’unica novità rispetto al neoliberismo formato ReaganThatcher-Bush junior. Rappresenta certo un avanzamento rispetto alla negazione perfino dell’esistenza della «società» declamata da Margaret Thatcher, ma essa, in realtà, è riscoperta del neoliberismo mascherato da arcaico «comunitarismo» localistico ed entropico, tanto è vero che i tagli del Regno Unito neoconservatore alle funzioni pubbliche, al welfare, alle politiche sociali sono i più devastanti.

Il ridimensionamento del ruolo pubblico torna, dunque, a essere sostenuto con rinnovata aggressività. Negli anni novanta la tesi del trade-off tra sviluppo economico e welfare state, tra sviluppo economico e meccanismi keynesiani di regolazione dell’occupazione e del mercato del lavoro era stata sostenuta per argomentare che all’origine delle difficoltà di molti paesi (specie europei) a generare occupazione e crescita vi fosse proprio il tipo di sviluppo sociale consentito dai welfare states e dai sistemi, a essi associati, di regolazione del mercato del lavoro. Nel primo decennio del Duemila e oltre è come se un rinnovato velo ideologico – basato sulla riproposizione dell’idea di un irrimediabile trade off tra efficienza ed equità, tra competitività e diritti, tra produttività e giustizia – cadesse sugli occhi dei governanti, pronti a operare, approfittando della crisi, quel retrenchement del welfare state che non era loro riuscito nel ventennio del dogma neoliberista sostenente lo spostamento di ogni cosa – anche della sicurezza sociale – dallo Stato al mercato.

Oggi come ieri il nesso di causalità viene rovesciato: non sono i problemi della disoccupazione e della povertà ad aver indotto, storicamente, le risposte rappresentate dagli istituti del welfare, ma, al contrario, sono questi istituti e le loro ispirazioni egualitarie che generano i problemi odierni di disoccupazione. Gli imputati sono sempre gli stessi: eccesso di tassazione, invadenza del settore pubblico, sovrabbondanza di regolamentazione, peso delle organizzazioni sindacali e della concertazione. Le medesime entità considerate responsabili del freno allo sviluppo nei modelli di «crescita endogena», per i quali basta detassare, tagliare la spesa (specie quella sociale), far arretrare la presenza pubblica perché i sistemi, endogenamente cioè spontaneamente, veicolino produttività e competitività nello slancio di una maggiore crescita. Rispunta anche l’adagio secondo cui sarebbero gli stessi salariati a portare la responsabilità più grande nell’evoluzione della disoccupazione, perché «l’egoismo dei garantiti» condurrebbe a dinamiche salariali eccessive, a spese di coloro che si trovano al margine del mercato del lavoro.

Al paradosso di un intervento pubblico che – dopo aver impiegato una mole immensa di risorse per salvare il sistema bancario e finanziario mondiale – si sottrae alle proprie responsabilità in materia di occupazione e di lancio di un nuovo modello di sviluppo, si aggiunge il paradosso di un modello sociale europeo che – dopo aver dimostrato tutta la sua superiorità su quello anglosassone agli esordi della crisi e nella sua fase cruciale – viene ora posto nuovamente in discussione. Eppure, la superiorità del modello sociale europeo – con i suoi universalistici sistemi di protezione sociale offerti dal pubblico – era apparsa chiara quando, nei primissimi mesi del 2009, l’Argentina era corsa a nazionalizzare i dieci fondi pensione privati con cui nel 1994 aveva privatizzato la propria social security, trovandosi i fondi pensione argentini (con la dilapidazione del risparmio previdenziale affidato ai mercati finanziari provocata dalla crisi) nell’impossibilità di erogare persino le pensioni in essere. E la superiorità del modello europeo era stata ribadita dall’esplicita ispirazione a esso che aveva guidato Obama nel concentrare enormi sforzi, nel primo anno del suo mandato, per dotare il popolo americano di una riforma di impianto universalistico.

È indubbio che operino scarti tra garanzie e opportunità e che il welfare vada ulteriormente riformato nel senso di accentuarne gli aspetti promozionali-attivi su quelli risarcitori-passivi. Ma il ragionamento – che fa il paio con il parossismo della contrapposizione giovani/anziani sul tema cruciale dell’«equità fra generazioni» – è troppo caricaturale per essere credibile. Esso condurrebbe, peraltro, a ritenere che nelle nostre società i classici conflitti distributivi (per l’appropriazione del surplus e degli incrementi della produttività) siano scomparsi, risucchiati entro un magma in cui sarebbero distinguibili solo conflitti fra corporazioni (posti tutti sullo stesso piano di legittimità o di illegittimità), lotta fra le generazioni, guerra fra i sessi.

In tutti i casi la ricetta economico-sociale che ne discende è brutale: per avere più crescita occorre più diseguaglianza, poiché solo una maggiore diseguaglianza è in grado di imprimere il necessario dinamismo alla società14. Il presupposto è che l’accentuazione della competizione in atto a livello mondiale ponga fine alla possibilità delle imprese di lasciar dirottare una parte del loro surplus verso i settori meno produttivi e verso impieghi a fini sociali. Non ci si chiede né quanto il surplus e gli incrementi di produttività siano in realtà crescenti, oltre che persistenti, e appropriati da profitti e da utili finanziari, né quanto ciò che chiamiamo globalizzazione corrisponda davvero a un’intensificazione della concorrenza o non piuttosto a quello che de Cecco [15] definisce un «rinnovato processo di ristrutturazione oligopolistica mondiale», il quale investe in modo assai profondo il continente europeo.

Tutto ciò spiega perché la parola eguaglianza – che pure figura, insieme a libertà e a fraternità, tra le categorie chiave della modernità – sia caduta così in disuso nel lessico contemporaneo, compreso quello della sinistra. Ma spiega anche perché attorno all’intreccio di questioni che la parola eguaglianza continua a evocare si sia riacceso un grande dibattito a livello internazionale [16], proprio in relazione al riequilibrio nei rapporti tra economie intrinseco alla globalizzazione, testimoniato dal succedersi di crisi in tutto il mondo dagli anni ottanta a intervalli di tempo sempre più ravvicinati. Cacciati dalla porta, il problema «eguaglianza» e quello «povertà» – della quale si dimentica che rappresenta una forma estrema di diseguaglianza – rientrano dalla finestra, ma prepotentemente, sulla «scena pubblica». Di nuovo, nelle sedi internazionali due opinioni si fronteggiano. L’una sostiene che per combattere la diseguaglianza e la povertà l’arma esclusiva è la crescita economica, non la redistribuzione del reddito tra ricchi e poveri, la quale sarebbe anzi dannosa in quanto l’ulteriore arricchimento dei ricchi aiuta più effettivamente i poveri; dunque, le politiche da seguire debbono essere ultraortodosse: tagli alle spese pubbliche (che impoveriscono i poveri e le classi medie) e riduzioni delle tasse (che arricchiscono i ricchi). L’altra opinione considera la crescita necessaria ma insufficiente a contrastare povertà e diseguaglianze, in assenza: a) di un cambiamento degli stessi modelli di crescita, regolando, ad esempio, diversamente quella mole enorme di flussi finanziari la cui deregolamentazione indiscriminata è all’origine di tante turbolenze odierne; b) di una consapevole redistribuzione del reddito e quindi di sistemi adeguati di sicurezza sociale.

Cosa ha da dire la sinistra rispetto a tutto ciò? Le teorizzazioni sulla «terza via», specie quella di Tony Blair, si sono rivelate non all’altezza della sfida. Esse hanno riflesso, piuttosto, uno spostamento dell’asse politico verso il centro tale da snaturare la configurazione stessa della sinistra e tale da sollecitare, dopo la fase «statalistica», forme di esaltazione acritica, e ingenua, del valore del mercato, quando non addirittura una ostilità pregiudiziale verso l’intervento pubblico.

Da anni Stiglitz lavora, con altri, a un approccio – quello dell’«economia dell’informazione» e delle «imperfezioni informative» – che cerca proprio soluzioni intermedie tra i due estremi dello «statalismo pianificatore» e dell’affidamento tout court agli «automatismi» di mercato. Questo approccio, infatti, muove dalla dimostrazione che ogni volta che ci sono asimmetrie informative e/o mercati incompleti, cioè quasi sempre, allocazioni efficienti da parte del mercato non possono essere raggiunte senza intervento dello Stato. La visione standard considera i fallimenti del mercato delle eccezioni (eccezioni alla regola generale che le economie decentralizzate portano a un’allocazione efficiente delle risorse). Il nuovo indirizzo analitico fa emergere esattamente il contrario: è solo in circostanze eccezionali che il mercato è efficiente.

Ma problemi di incompletezza e di imperfezione informativa riguardano il settore pubblico almeno tanto quanto il settore privato. Dunque, la questione non è identificare i fallimenti dell’economia di mercato, essendo questi endemici, ma riconoscere quei fallimenti dell’economia di mercato per i quali interventi dello Stato consentono un miglioramento del benessere collettivo, non essendo affatto detto né che lo Stato sia esposto a minori fallimenti, né che per ogni fallimento del mercato la soluzione appropriata sia un intervento pubblico. Il punto cruciale diventa non scegliere tra «intervento pubblico» e «mercato», ma riconoscere, tra le molte varianti dell’intervento pubblico e le molte varianti del mercato, la combinazione insieme più efficiente e più equa. A cominciare dalla creazione di anticorpi per evitare la cattura delle funzioni governative da parte di interessi privati, cattura che il neoliberismo – incurante dell’incoerenza con i suoi presupposti antistatalistici – ha spesso attivamente praticato, producendo i fenomeni del Developmental State [17] o quelli, ancora peggiori, del Predator State [18].

Oggi Stiglitz riprende questa elaborazione e va oltre. In primo luogo estende al mondo globalizzato una domanda che scaturiva già anni fa del tutto naturalmente dalla sua riflessione: se problemi di incompletezza e di imperfezione informativa riguardano tanto il settore privato quanto il settore pubblico, ciò rende più difficili, ma al tempo stesso più determinanti, analisi maggiormente approfondite sul ruolo e sul funzionamento sia dello Stato sia del mercato. Il nuovo approccio, cioè, nella misura in cui scaturisce da una visione ideologica e dello Stato e del mercato, rende più necessaria una «teoria dello Stato», in fondo superflua fino a che si accetta come indiscutibile il teorema – centrale nella scienza economica standard – secondo cui i mercati portano sempre ad allocazioni efficienti e nessun governo potrebbe migliorare le cose. Una «teoria dello Stato» che potrebbe fare tesoro degli stimoli contenuti in nuovi indirizzi economici collegati all’«economia dell’informazione»: i mercati non come luoghi statici di incontro tra domanda e offerta ma come luoghi dinamici di sperimentazione e di apprendimento, i mercati non come entità naturali ma come istituzioni essi stessi, l’«economia istituzionale» più in generale, la teoria delle «agenzie» e delle authorities, la teoria dei «contratti» ecc.

Il paradosso è che questa esigenza si è manifestata con assoluta chiarezza proprio quando in tanti si sbracciavano a decretare la fine dello Stato-nazione. Ma chi se non gli Stati-nazione hanno salvato l’intero mondo dal collasso nella crisi del 2007-2008? E, più in generale, se è indubbio lo scarto crescente tra Stato nazionale e dimensioni ottimali dei mercati, è altrettanto innegabile che le nuove condizioni di competitività connesse alla globalizzazione, mentre depotenziano di strumenti e di funzioni gli Stati nazionali – deprivati di sovranità o indotti a cedere sovranità verso livelli sovranazionali, come sta accadendo in Europa –, sovraccaricano di responsabilità gli Stati nazionali stessi e tale sovraccarico non trova ancora un’adeguata tematizzazione, una «teoria» in grado di interpretarlo e di trattarlo. Quando Stiglitz insiste nel definire il processo in atto come un processo ad hoc, di global governance senza global government, è questo che intende sottolineare: le conseguenze della mancanza di istituzioni adeguate a gestire il processo di globalizzazione, anche in termini di ricaduta sugli Stati nazionali e di erraticità che tale «adhocrazia» ha su fenomeni quali deregolamentazioni, privatizzazioni, liberalizzazioni, ristrutturazioni, gioco dei mercati finanziari e dei movimenti di capitale.
Seguendo le onde di questi fenomeni l’elaborazione è spinta ad arrivare al cuore dell’assetto della democrazia e delle sue imperfezioni. Stiglitz lo fa in un duplice senso. Il primo attiene alla effettività delle regole della democrazia, a partire dalla trasparenza e dalla corretta diffusione e circolazione delle informazioni, tanto più cruciali di fronte a fenomeni quali la stabilità o l’instabilità macroeconomica (e microeconomica) a livello internazionale, per cui un grande ruolo giocano gli imponenti flussi di capitale. Perché avere informazioni su alcuni movimenti di capitale e non su tutti? Perché non rendere trasparenti i centri finanziari offshore? Come possono istituzioni non trasparenti pretendere la trasparenza?

Ma l’assetto della democrazia viene interrogato anche in un senso che pone in causa i principi della giustizia. Nessuno negherebbe che di fronte a una crisi economica gravissima è prioritario salvare le banche, ma perché, nel caso della crisi del Sud-est asiatico del 1997-98, si trovarono 150 miliardi di dollari per soccorrere le banche e non si trovò un miliardo per i sussidi alimentari dei disoccupati? E perché nel caso della crisi globale esplosa nel 2008 si è impiegata una mole enorme di risorse per salvare il sistema finanziario internazionale e non se ne trova una quantità molto più modesta per combattere la jobless recovery?
Stiglitz sottolinea come i due sensi siano strettamente collegati: affinché una struttura di governo sia adeguata ad affrontare i problemi odierni, e quindi realmente democratica, deve incorporare principi di giustizia; ma i principi di giustizia richiesti dalle condizioni moderne possono essere raccolti e veicolati solo da strutture democratiche in grado di dare voce e rappresentanza, in misura eguale, a tutti gli interessi e valori in campo.

L’esplicitazione di questi interessi e di questi valori si conferma un cardine della dialettica democratica. Con ciò siamo ricondotti a interrogarci sulla fecondità – culturale e politica – dell’armamentario teorico a disposizione della sinistra. Rimane uno spazio enorme per il discorso politico, un discorso che proietti nel futuro la speranza di pensatori animati da una comune fiducia nell’energia evolutiva della democrazia, come Rawls, Dworkin, Habermas, Sen. E questo è vero soprattutto per la sinistra e il centrosinistra.
Il campo più ovvio entro cui questo discorso politico andrebbe praticato – una volta appurato che, piuttosto che la semplice dimensione quantitativa del budget statale o del personale pubblico, ciò che conta è la natura qualitativa e l’efficacia delle attività di governo – attiene a quali ruoli siano appropriati per i governi e a come si possa migliorare l’efficacia dell’azione del settore pubblico. Dall’esperienza delle riforme praticate, a partire dal reinventing government, si possono trarre vari insegnamenti. La retorica delle «reti» e del passaggio «from government to governance» e l’insistenza sulle tecniche del new management creano un più grande bisogno di coordinamento nel momento stesso in cui riducono l’abilità governativa di coordinare19. Analoghi problemi sono generati dalla «esternalizzazione» di molte funzioni dello Stato o dalla creazione di «quasi mercati», i quali peraltro hanno costi di regolazione e di «auditing» molto elevati e quasi mai chiaramente identificati.

Anche la partnership pubblico/privato non è un passepartout buono per tutte le circostanze e non di rado crea più problemi di quanti ne risolva. Il caso delle pensioni – non per nulla ad altissima reattività sociale – è emblematico. Stiglitz, nell’excursus che qui vi dedica – riprendendo quanto disse nel settembre del 1999 (alla vigilia delle sue dimissioni dalla Banca mondiale) in una critica [20], che ha fatto epoca, agli indirizzi privatistici in materia pensionistica della Banca stessa – le analizza come un esempio di lampante superiorità dell’offerta pubblica di copertura rispetto all’offerta privata, tanto sul piano dei costi finanziari quanto sul piano dell’efficacia. Pertanto, Stiglitz ce lo propone come un caso in cui va confermato il monopolio pubblico dell’offerta di protezione pensionistica di base e per il quale l’adozione di un modello a «tre pilastri» deve rafforzare il primato – quantitativo e qualitativo – del pilastro pubblico «a ripartizione» su quello privato «a capitalizzazione» (da adottare per soli motivi di ampliamento della flessibilità e delle opportunità), cosa che, invece, non avverrebbe se si effettuassero riduzioni di parti della contribuzione che oggi finanzia la previdenza pubblica (come si ostinano a proporre i governi di centrodestra) [21]. Non v’è chi non veda quale straordinaria conferma queste posizioni ricevano dalle gravissime difficoltà che la crisi economico-finanziaria del 2007-2008 ha riversato su tutte le forme di previdenza individuali, aziendali, complementari, essendo esse forme di previdenza che gestiscono il rischio non in un’arena pubblica ma nei mercati finanziari trasferendolo dalla collettività al singolo.

Fra gli argomenti utilizzati vanno segnalati i seguenti:
a) i mutamenti demografici attesi investiranno in eguale misura tanto i sistemi pubblici quanto i sistemi privati «a capitalizzazione» i quali, anzi, vedranno rafforzati i loro aspetti problematici, come la limitata indicizzazione all’inflazione, il costo in termini di maggiori contributi per avere diritto a benefici aggiuntivi, le difficoltà a svolgere funzioni redistributive e solidaristiche;
b) i vantaggi attribuiti alla capitalizzazione vanno drasticamente ridimensionati, poiché le assunzioni su elevati tassi di rendimento si confermano immotivate e irrealistiche (si pensi agli attuali andamenti di borsa), le motivazioni in termini di efficienza macroeconomica e microeconomica appaiono dubbie (anche per quanto riguarda la possibilità di elevare il tasso di risparmio e quello di accumulazione), i costi di gestione sono molto alti (fino al 40% dei benefici), così come elevati sono i rischi di «selezione avversa» e di probabilità di «soccorso pubblico» (o di preventiva garanzia pubblica, come è nella proposta di Modigliani) al settore privato, con i conseguenti ulteriori rischi di «azzardo morale».

Lo spazio del discorso politico, dunque, appare davvero molto dilatato, pervaso com’è da tensioni, contraddizioni, dilemmi che investono i fondamenti stessi della convivenza civile. È il caso del destino delle categorie fondamentali della modernità – libertà, eguaglianza, solidarietà – per le «società civili» contemporanee e per la «società civile globale», nelle quali l’affermazione del valore degli individui e delle individue e l’aspirazione alla realizzazione di sé convivono con forti tendenze alla frammentazione e alla divaricazione.
La destra contrappone la libertà all’eguaglianza e, infatti, tratta tali valori esclusivamente con la tecnica del tradeoff. La sinistra considera libertà ed eguaglianza valori interdipendenti e cerca, dietro i possibili trade-offs – non escludibili ottimisticamente a priori –, la composizione del «conflitto di giudizi di valore» sulle libertà che si ritengono importanti. La sinistra ha un’idea di libertà assai più ricca di quella della destra, non limitata alla pura e semplice facoltà di scegliere nel mercato, un’idea che la induce a parlare «delle libertà» al plurale e che la porta a mettere in rilievo un maggior numero di ostacoli, da rimuovere tramite l’azione collettiva, al loro completo dispiegamento. Infatti, se conta la libertà come strumento per raggiungere altre finalità, ma anche la libertà come valore in sé e la libertà secondo altre dimensioni, quali l’integrità e l’autonomia della persona – realizzabili grazie a «capacità», direbbe Amartya Sen –, solo l’esercizio di responsabilità collettive, e dunque pubbliche, può assicurare il perseguimento di questi tipi di libertà e del tipo di eguaglianza richiesto dalla «eguaglianza delle opportunità».

Ma è anche il caso del significato che possiamo oggi attribuire al paradigma della cittadinanza, cioè a ciò che valutiamo ci renda «cittadini» – e di che cosa – e a ciò che ci riconosciamo l’un l’altro come «concittadini»; il che fonda le relazioni appropriate tra individuo e collettività, non concretizzabili se non attraverso la mediazione di istituzioni pubbliche e statuali. La destra contrappone l’individuo allo Stato e l’iniziativa privata alla garanzia pubblica. Il centrosinistra ha una visione molto più articolata. Per esso, infatti, i governi non si limitano solo a regolare la vita delle persone. Fornendo le condizioni istituzionali senza le quali non potrebbero esistere né civilizzazione moderna né attività economica moderna, i governi sono sostanzialmente responsabili per il tipo di vita che i cittadini possono vivere. Perciò le questioni di legittimità politica si applicano a questo stesso quadro generale, oltre che al tipo di opzioni e scelte individuali che esso rende possibili.

Occorre radicalmente ripensare il rapporto pubblico/privato «nella» crisi, «dopo» la crisi. Occorre di nuovo porsi domande che sembravano superate: siamo di fronte a un’eclisse dello Stato-nazione o a un suo grande ritorno? Le disparità e l’opulenza che sono state generate sono giustificate? Quale impatto hanno, su salari e consumi, mercati del lavoro precarizzati? E un nuovo intervento pubblico può essere modellato dall’orientamento ai «beni comuni»? Possiamo pensare che i compiti immani di fronte a noi saranno affrontati, non dico dal «meno Stato e più società civile», ma anche dalla pur auspicabile polimorfia del tessuto sociale e dall’autoregolazione spontanea e molecolare di una pluralità di soggetti che pure è bene assecondare e favorire? Lungi dal rieditare versioni più meno edulcorate del neoliberismo, ci sarebbe bisogno di un grande slancio di riprogettazione innanzitutto culturale «to understand the disaster» [22], che rompa con l’inerzia della riproduzione degli stereotipi del passato e adotti a monte punti di vista alternativi, occhi e sguardi nuovi.

Oggi sono sfidati i paradigmi consolidati, a partire da quello della disciplina economica standard, se è vero che la fase che stiamo vivendo è una nuova Great Transformation analoga a quella che studiò Karl Polanyi negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali, tale da richiedere, quindi, un analogo sforzo di produzione di pensiero, di categorie, di idee. Si ha un bel dire che «è da trent’anni che gli economisti studiano i fallimenti dei mercati finanziari, le bolle speculative, le asimmetrie informative che distorcono gli incentivi dei manager e degli intermediari finanziari, le crisi di liquidità» [23[. Il punto è quello presente a Stiglitz fin dalla giovinezza: tutte queste cose dagli economisti proni all’ortodossia dominante sono state studiate come imperfezioni, frizioni, deviazioni, shock esogeni di modelli di mercato – matematizzati all’estremo –, supposti endogenamente immunizzati da incertezza e instabilità e in grado di correggersi da soli. Il punto è, quindi, che a far trovare particolarmente sguarniti alla bisogna è la più complessiva marginalizzazione di punti di vista diversi e di programmi di ricerca alternativi provocata dal dogmatismo con cui l’ideologia neoliberista si è affermata nella scienza economica standard. E questo chiama in causa le responsabilità degli economisti ben al di là delle loro incapacità di previsione [24]: gli economisti vanno accusati, assai più che per non avere previsto la crisi, per avere costruito modelli nei quali la crisi non era contemplata perché intrinsecamente impossibile e quindi a priori sterilizzata.

Quello che va ripensato è il paradigma della main stream economics, la quale si è proposta, piuttosto che come «strumento d’interpretazione della realtà», come «supporto di visioni del mondo molto orientate», offrendo «modelli macroeconomici che escludono per costruzione fenomeni significativi di squilibrio e rendono difficile la comprensione del ruolo dei meccanismi finanziari» [25], modelli in cui i mercati sono supposti intrinsecamente stabili, con deviazioni solo temporanee, e in cui gli agenti economici agiscono come omogenei Robinson Crusoe, ignari tanto della profonda instabilità, quanto della larga eterogeneità e della estesa interazione tra attori proprie del mondo economico reale. Un gruppo di economisti niente affatto «bolscevichi» [26] lancia un manifesto di denunzia dell’irresponsabilità anche etica che nasce dalla pre-analytic belief in simili assunzioni e propone un riorientamento verso nuovi programmi di ricerca, differenziati perfino dal punto di vista epistemologico. In questione, infatti, è anche la metodologia – tutto tranne che umanistica – della dottrina economica standard, così basata su una matematizzazione puramente quantitativa e sul ricorso esasperato all’econometria da far tornare in mente il monito lanciato da Amartya Sen [27] già negli anni settanta del secolo scorso, sui pericoli della ipostatizzazione dello «sciocco razionale», in definitiva un «idiota sociale». Si rivela fallace il disegno di trasformare l’economia da «scienza sociale» in «scienza della natura», recidendo i legami che alle sue origini essa aveva con l’etica: dopotutto Adam Smith era un docente di filosofia morale.

Le questioni a cui bisogna offrire risposta – e che non ne troveranno con le politiche economiche di austerità – sono enormi: combattere la jobless recovery e dare vita a un nuovo ciclo di «piena e buona occupazione»; orientare la crescita verso un nuovo modello di sviluppo, il che vuol dire rilanciare la crescita, sì, ma anche cambiarne natura e struttura, riequilibrando verso la domanda interna e i consumi collettivi sistemi produttivi troppo export-led e concentrati sui consumi individuali [28].
Il modello di sviluppo neoliberista del recente passato si è basato su un vertiginoso incremento dei consumi individuali trainato da una crescita esponenziale dell’indebitamento. Il nuovo modello di sviluppo dovrà basarsi su un grande rilancio degli investimenti in due direzioni: a) riqualificazione ambientale dell’apparato produttivo; b) beni pubblici e beni comuni. Tutto ciò rende oggi centrale la problematica degli investimenti, specialmente sistemici e di lungo termine. Il che richiederà una nuova fase di «socializzazione» dell’investimento, lungo la linea di cui sono clamorosi esempi la Banca pubblica per le infrastrutture creata da Obama e le ben tre banche pubbliche a cui hanno dato vita nel Regno Unito i successori della Thatcher.

L’aspetto cruciale è che abbiamo bisogno di un nuovo intervento pubblico e che troppe poche energie sono dedicate a ridefinirlo. Si trascura che esso dovrà comunque configurarsi come mediazione istituzionale complessa, architettura ramificata, dilatazione e approfondimento della «sfera pubblica» alla Hannah Arendt. Sulle funzioni dello Stato ci si limita a sottolineare quelle di «regolazione», quando, invece, il suo ruolo modernizzante non potrà essere solo regolatorio, posto che le sue funzioni dovranno essere molteplici: presidiare la presenza riequilibratrice dei soggetti pubblici in economia, far valere gli interessi pubblici su quelli costituiti e delle élites, guidare attivamente ed efficientemente una estesa rete di rapporti e di istituzioni della società e dell’economia globalizzata, progettare, promuovere, indirizzare, controllare. Dovrebbe essere fortissima l’ispirazione alla creatività istituzionale che fu propria del New Deal di Roosevelt, alla sua capacità di mettere in gioco una pluralità di attori e di modalità: governo federale, governi locali, agenzie pubbliche, organizzazioni non governative, associazionismo.

Emerge, infatti, la necessità di spostare la composizione della domanda dai consumi individuali ai consumi collettivi. Ma emerge anche l’insufficienza di politiche della domanda – da sole – a rilanciare la crescita in fase di depressione e quando l’economia è segnata da squilibri nelle capacità produttive (in alcuni settori pari al 70% della capacità installata), a loro volta segnali di squilibri negli investimenti, e l’esigenza primaria consiste nel trasformare radicalmente il modello di sviluppo. Per questo occorrono sia politiche della domanda che politiche dell’offerta, le une e le altre volte ad alimentare la domanda interna, gli investimenti, l’innovazione.

La crisi economico-finanziaria non è un incidente di percorso: essa rimette in discussione un intero modello di sviluppo che con la crisi deflagra, e attizza il fuoco sotto problematiche che da tempo la globalizzazione rende esplosive, dalla crescita delle diseguaglianze agli squilibri territoriali, al depauperamento del capitale sociale e dei patrimoni infrastrutturali, alla dequalificazione dei sistemi educativi e delle strutture di welfare, al riscaldamento climatico e alle questioni ambientali generali. Si pongono problemi sia di domanda sia di offerta, e per ambedue i tipi di quesiti – i primi attinenti al cambiamento dei modelli di consumo, i secondi riguardanti le implicazioni in termini di trasformazioni tecnologiche – sono richieste misure non tradizionali. Green economy, beni sociali, «beni comuni» possono essere l’orizzonte strategico complessivo, i contenuti generali che sostanziano le singole politiche da adottare e verso cui veicolare l’innovazione, la ricerca scientifica, il progresso tecnologico. Green economy significa trasformare in mezzi con cui promuovere la crescita la riduzione dell’inquinamento e dell’emissione di gas nocivi, la lotta agli sprechi e all’uso inefficiente e ingiusto delle risorse naturali, il mantenimento della biodiversità, la riduzione della dipendenza energetica dai fossili e il rafforzamento delle fonti alternative. Beni sociali e «beni comuni» significano fare di spazi urbani, salute, intrattenimento, cura di sé, stimolo intellettuale e creatività, contatti e relazioni, benessere familiare, i campi di valorizzazione di una cospicua forza-lavoro sempre più qualificata, il cui apporto può rivelarsi fondamentale per lo sviluppo e per la crescita.

Dunque, la gamma degli interventi pubblici adeguata a sostenere appropriate responsabilità individuali e collettive è molto ampia e riguarda, in modo inestricabile, sia la sfera economica sia la sfera sociale. Essa, infatti, va dal sostenere una cittadinanza condivisa al promuovere un’istruzione permanente e assicurare buone condizioni di salute, ma coinvolge compiti come lo sviluppo delle tecnologie, la creazione e la regolamentazione dei mercati finanziari e così via. In definitiva, una gamma da cui risulta rafforzata la convinzione che non basta reclamare generici adeguamenti e ammodernamenti dei governi e delle amministrazioni: è sempre più importante riferire tali adeguamenti-ammodernamenti a idee forti delle funzioni pubbliche, volte a riproporsi la sinergia – oltre che il contemperamento – tra la difesa delle libertà economiche e l’approfondimento e l’estensione dei diritti, e dei doveri, di una cittadinanza anch’essa ormai sollecitata a ridefinirsi su scala globale.

NOTE

1 Cfr. G. Tremonti, Lo Stato criminogeno. La fine dello Stato giacobino, Laterza, Roma-Bari 1998. In La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla (Mondadori, Milano 2008) Tremonti condisce l’avversione all’esercizio della responsabilità collettiva con neocolbertismo, decisionismo, comunitarismo.
2 Per vigorose argomentazioni in questo senso confronta P. Krugman, Meno tasse per tutti? Dagli Usa all’Italia: chi ci guadagna e chi ci perde, trad. it. di G. Barile, Garzanti, Milano 2001. Sulla tassazione si veda anche L. Pennacchi, L’eguaglianza e le tasse. Fisco, mercato, governo e libertà, Donzelli, Roma 2004.
3 J. E. Stiglitz, Il ruolo economico dello Stato. Un saggio, trad. it. di M. Da Rin, il Mulino, Bologna 1992. Qui Stiglitz sintetizza una produzione molto vasta che, ovviamente, sarà sviluppato anche dopo.
4 J. E. Stiglitz, I ruggenti anni novanta. Lo scandalo della finanza e il futuro dell’economia, trad. it. di D. Cavallini, Einaudi, Torino 2004.
5 B. Eichengreen K. H. O’Rourke, A Tale of Two Depressions, Advisor Perspectives, 21 aprile 2009.
6 Per una ricostruzione generale si veda L. Pennacchi (a cura di), Pubblico, privato, comune. Lezioni dalla crisi globale, Ediesse, Roma 2010.
7 A. Glyn, Capitalismo scatenato. Globalizzazione, competitività e welfare, Brioschi, Milano 2007.
8 R. P. Dore, Finanza Pigliatutto. Attendendo la rivincita dell’economia reale, il Mulino, Bologna 2009.
9 J. E. Stiglitz, Bancarotta. L’economia globale in caduta libera, trad. it. di D. Cavallini, Einaudi, Torino 2011.
10 L. Gallino, The Economic Crisis as a Crisis of Civilisation (Consiglio d’Europa, «Trends in social cohesion», 2011, 22).
11 Vale la pena ricordare che agli inizi della crisi, nell’autunno del 2008, Stiglitz (con Roubini, Krugman e altri) sostenne che Obama non dovesse procedere con il piano Paulson di salvataggio ereditato dall’amministrazione Bush, ma nazionalizzare le banche in dissesto. Se questa strada fosse stata seguita oggi non ci troveremmo in una situazione in cui la finanza ha ripreso il suo business as usual e i titoli over the counter – il cui valore è pari a 12 volte il Pil mondiale – sono risaliti ai livelli del 2008.
12 J. P. Fitoussi F. Saraceno, Europe. How Deep Is a Crisis? Policy Responses and Structural Factors Behind Diverging Performances, in «Journal of Globalization and Development», 2010, 1.
13 Si veda L. Pennacchi, La moralità del welfare. Contro il neoliberismo populista, Donzelli, Roma 2008.
14 Per critiche, sia teoriche sia empiriche, si veda, fra gli altri, A. Atkinson, The Changing Distribution of Earnings in Oecd Countries, Oxford University Press, Oxford 2008.
15 M. de Cecco, L’oro d’Europa. Monete, economia e politica nei nuovi scenari mondiali, Donzelli, Roma 1998.
16 Si veda Pennacchi, La moralità del welfare cit.
17 Si veda F. Block, Swimming Against the Current. The Rise of a Hidden Developmental State in the United States, in «Politics & Society», 2008, 2.
18 Si veda J. K. Galbraith, The Predator State. How Conservatives Abandoned the Free Market and why Liberals Should too, Free Press, New York 2008.
19 Una critica ante litteram molto circostanziata è in R. A. W. Rhodes, The Governance Narrative, Economic & Social Research Council, mimeo, London 1999.
20 Questa critica è stata pubblicata in M. L. Mirabile L. Pennacchi, Il pilastro debole. I sistemi previdenziali misti, Ediesse, Roma 2001; si veda, nel volume, oltre ai saggi di Barr, Burtless e altri, L. Pennacchi, Dietro la tirannia dei luoghi comuni: previdenza a ripartizione e previdenza a capitalizzazione a confronto.
21 Tali riduzioni provocherebbero: a) vuoti di gettito contributivo per pagare le prestazioni pensionistiche in essere (e, quindi, costi aggiuntivi per la finanza pubblica); b) contrazione delle prestazioni di coloro che andranno in pensione in futuro. Questi ultimi, in particolare, per avere la stessa prestazione finale totale (somma della componente a ripartizione e della componente a capitalizzazione) dovrebbero pagare gli stessi ammontari o come contribuzione pubblica o come premio agli intermediari privati (o come combinazione dell’una e dell’altro).
22 R. M. Solow, How to Understand the Disaster, in «The New York Review of Books», LVI, 2009, 8.
23 G. Tabellini, Il mondo ritorna a correre, l’Italia non si fermi, in «Il Sole 24 Ore», 24 giugno 2010.
24 A. Leijonhufvud (Out of the Corridor. Keynes and the Crisis, in «Cambridge Journal of Economics», 2009, 33) considera la Old Neoclassical Synthesis, la New Neoclassical Synthesis, la Dynamic Stocastic General Equilibrium Theory altrettante «frodi intellettuali la cui ampia accettazione ha inibito per decenni la ricerca sull’instabilità sistemica».
25 R. Artoni, Poco scientifici e molto dogmatici, in «Il Sole 24 Ore», 26 novembre 2008.
26 D. Colander, H. Follmer, M. Goldberg, A. Haas. K. Juselius, A. Kirman, T. Lux, B. Sloth, The Financial Crisis and the Systemic Failure of Academic Economics, mimeo, 2009.
27 Si veda A. K. Sen, Rational Fools. A Critique of the Behavioural Foundation of Economic Theory, in «Philosophy and Public Affairs»,
1977, 6 (Scelta, benessere, equità, trad. it. di F. Delbono, a cura di S. Zamagni, il Mulino, Bologna 1986).
28 R. Skidelsky, Interesse privato e bene pubblico. Capitalismo e moralità, in «Micromega», 2009, 1.