della

Italia, la silenziosa signora della guerra

Molte crisi migratorie sono conseguenza di conflitti. Combattuti con armi di frequente prodotte o in transito dall’Italia. Ma chi si oppone a questi traffici, come i portuali di Genova, rischia grosso

Le migrazioni sono solo l’ultimo stadio di una catena di eventi, soprattutto povertà, cambiamenti climatici ma prima di qualsiasi altra cosa la guerra. Che in tutti questi anni si riesca a parlare di migrazioni senza mai fare un minimo cenno alla guerra (tranne per l’Afghanistan ma è stata una svista quasi umana che è durata giusto qualche settimana) è la fotografia dell’ipocrisia di chi con la guerra continua ad arricchirsi e di chi in politica silenzioso e sotterraneo (vedi alla voce Lorenzo Guerini, ministro alla Difesa con una soporifera assenza pubblica) continua a fomentare le guerre fingendo di essere un portavoce della pace.

Tra le guerre di cui si parla sempre troppo poco (a dire la verità di tutte le guerre si parla sempre troppo poco) quella in Yemen è una delle più taciute poiché Arabia Saudita e Emirati Arabi sono troppo amici per permetterci di sporcare le foto ricordo (inutile specificare amici di chi, ci si arriva facile facile). In Yemen dopo sei anni di guerra c’è la peggior crisi umanitaria del mondo: sono stati sinora uccisi o feriti 18.400 civili e due terzi della popolazione – cioè circa 20 milioni di persone – richiedono assistenza alimentare, esposti alla crisi pandemica da Covid, le cui dimensioni sono difficili da valutare. In particolare sono state colpite le infrastrutture civili, comprese le scuole e gli ospedali. Nel Paese mancano il carburante e i servizi di base, e spadroneggiano le milizie abusive locali.

The Weapon watch (l’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei) ci fa sapere che lo scorso 12 novembre «con qualche giorno di ritardo sul previsto, la nave “Bahri Abha” è arrivata in porto di Genova, accolta dal solito massiccio schieramento di polizia per scongiurare proteste violente che né a Genova né in altri porti italiani si sono mai verificate». Scrive Weapon watch: «Notizie in attesa di conferma indicano che la Bahri Abha sta trasportando decine di carri armati, un gran numero di casse e contenitori di esplosivi, container di merci infiammabili. Ogni 2-3 settimane, una nave della compagnia Bahri passa da Genova. Da molti anni. Weapon watch ha raccolto e pubblicato dal 2019 ad oggi innumerevoli prove che queste navi violano la legge 185/1990 e il Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali. Tutto ciò continua ad accadere nell’apparente inerzia delle autorità e del governo italiano, in realtà con il loro pieno sostegno, e anzi su istigazione degli interessi economici coinvolti si è applicata la repressione di polizia a chi osa contestare il “traffico di morte” che continua a svolgersi sotto i nostri occhi».

Cosa trasportano le navi saudite? Ecco qui: «Si va dagli shelter e dai gruppi elettrogeni prodotti dalla società Teknel Srl di Roma ai cannoni Caesar, canons équipés d’un système d’artillerie della francese Nexter, motorizzati Renault su telai Mercedes-Unimog. Poi abbiamo visto una parte degli oltre 700 blindati Lav (Light armoured vehicles) mod. 6.0 fabbricati da General dynamics e il cui acquisto ha generato uno scandalo economico-finanziario in Canada. E anche sono passati da Genova i blindati Patria Amv 1 di produzione finlandese, i soli concorrenti sul mercato dei Lav di General dynamics. Notevoli i quantitativi di main battle tanks visti o documentati nelle stive delle navi Bahri, soprattutto gli Abrams M1a2 e probabilmente anche del modello Seepv 3, recente versione con importanti upgrade elettronici. E persino mezzi specializzati come gli Howitzer 109A6 Paladin e i M88A2 Hercules (Heavy equipment recovery combat utility lift and evacuation system). E, sempre, container e container di munizioni pesanti, missili, esplosivi, in particolare quelle prodotte dalle americane Raytheon e Lockheed Martin, dal gruppo tedesco Rheinmetall, dalla spagnole Defex e Maxam. Non sono mancati gli elicotteri. Sono stati notati gli AH-64 Apache prodotti da Boeing, elicotteri d’attacco che portano la scritta (in arabo e inglese) “God bless you”. Nella nave Bahri Abha, in porto a Genova in queste ore, sono stati rilevati almeno una mezza dozzina di Sikorsky UH-60M Black Hawk, in dotazione alla Guardia nazionale saudita».

Come racconta il giornalista Antonio Mazzeo su il manifesto «a metà marzo, le abitazioni di alcuni militanti del Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) sono state perquisite dagli agenti della Digos su mandato della Procura della Repubblica. Gli inquirenti genovesi hanno contestato un’incredibile serie di reati, tra cui l’associazione per delinquere, la resistenza a pubblico ufficiale, il lancio di oggetti pericolosi, l’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti, ecc… “Dallo sciopero indetto due anni fa per bloccare un carico destinato alla guerra in Yemen, a oggi, passando per la manifestazione di un anno fa contro il transito di esplosivi a bordo di un’altra Bahri diretti alla guerra siriana, gli armatori sauditi attraverso l’agenzia genovese Delta e il Terminal Gmt avevano chiesto a più riprese alla Procura la testa dei portuali”, scrivono i militanti del Calp. “Per quale colpa? Per avere messo in pratica, con le associazioni e i movimenti contro la guerra e per i diritti civili ciò che il Parlamento ha approvato poco dopo lo sciopero nel porto di Genova: lo stop alla vendita di bombe e missili ad Arabia e Emirati”».

Sì, lo so, non l’avete letto da nessuna parte. Osservare e interrogare sugli armamenti richiede la schiena piuttosto dritta e soprattutto provoca l’irritazione dei signori della guerra che muovono molti, moltissimi soldi. Però varrebbe la pena riempirsi un po’ meno la bocca della parola pace e provare a praticarla. Per questo conviene scriverne e sperare che la voce arrivi a chi dovrebbe dare risposte. Si fa così, la pace.

Buon mercoledì.

* In foto, il ministro della Difesa Guerini partecipa alla cerimonia di giuramento degli allievi della scuola militare Teulié di Milano

💥 Porta Left sempre con te, regalati un abbonamento digitale e potremo continuare a regalarti articoli come questo!

🆙  Bastano pochi click!

🔴  Clicca sull’immagine oppure segui questo link > https://left.it/abbonamenti

—> Se vuoi regalare un abbonamento digitale, scrivi a [email protected] oppure vai nella pagina abbonamenti, clicca sull’opzione da 117 euro e inserisci, oltre ai tuoi dati, nome, cognome e indirizzo mail del destinatario <—

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il chierichetto della guerra

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha chiesto al Parlamento di poter spendere oltre 6 miliardi di euro per comprare nuove armi. Con 6 miliardi di euro si costruiscono 120mila asili nido, si attrezzano 75mila posti letto in terapia intensiva, e così via

I ministri più talentuosamente spaventosi sono quelli che non esistono, quelli che riescono ad agire sotto traccia spostando miliardi di euro mentre sulle colonne dei giornali si accapigliano su qualche sparuto milione, quelli che pesano moltissimo nel bilancio dello Stato eppure quando li vedi sembrano dei boy scout in gita a Roma, con l’espressione incredula di chi scoppierebbe a ridere confessando di essere arrivato fin lì.

Al ministero della Difesa c’è Lorenzo Guerini, uomo politico che ha avuto come più grande pregio quello di essere l’amichetto del cuore di Matteo Renzi in quel periodo in cui perfino il lattaio di Renzi finiva in qualche consiglio di amministrazione. Guerini però con Renzi ha rotto quando è nata Italia Viva e i ben informati dicono che Matteo non l’abbia presa benissimo, no. Del resto, pensateci bene, perché rischiare di scendere dal tram quando si è già arrivati alla fermata più prestigiosa. Guerini attraversa i governi e li attraverserà ancora a lungo, la scuola democristiana insegna l’arte della facoltosa immersione, e alla Difesa sta facendo cose di cui non si sente mai parlare in giro.

Cosa sta facendo Guerini? Come racconta Luciano Bertozzi in un suo articolo Guerini ha ordinato: tranche di elicotteri multiruolo Light utility helicopter (Luh) per i carabinieri, con un costo di 246 milioni di euro; programma pluriennale di ammodernamento e rinnovamento per lo sviluppo di un sistema europeo di aeromobili a pilotaggio remoto (cioè senza pilota): costo di 1.903 milioni; veicoli ad alta tecnologia per la mobilità tattica terrestre dei carabinieri: costo 112 milioni di euro; implementazione, potenziamento e aggiornamento di una capacità di Space situational awareness (Ssa), basata su sensori (radar e ottici) e un centro operativo Ssa per la conoscenza di oggetti spaziali artificiali: costo di 90 milioni di euro.

E ancora, aggiornamento e completamento della capacità di comando e controllo multidominio delle Brigate dell’esercito italiano: costo di 501 milioni; acquisizione di ulteriori 175 veicoli di nuova generazione Vtlm Lince 2 per l’esercito italiano (mezzi ampiamente usati nelle missioni italiane all’estero): costo 385 milioni; ammodernamento e rinnovamento dei sistemi missilistici di difesa aerea navale Principal anti air missile system (Paams) e dei radar per la sorveglianza a lunga distanza imbarcati sulle navi Andrea Doria e Caio Duilio: costo di 640 milioni; munizioni a guida remota per le forze speciali.

Infine, ammodernamento, rinnovamento e potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza atlantica, e a garantire la protezione di teatro alle forze schierate in aree di operazione: costo 2.378 milioni di euro.

Guerini ha appena chiesto al Parlamento di poter spendere oltre 6 miliardi di euro per comprare nuove armi. Del resto il ministro della Difesa italiano, all’incontro Nato del 17-18 febbraio, aveva annunciato di voler aumentare la spesa militare (in termini reali) da 26 a 36 miliardi di euro annui. Manlio Dinucci sul Manifesto del 23 febbraio scorso scriveva: «l’Italia si è impegnata a destinare almeno il 20% della spesa militare all’acquisto di nuovi armamenti all’interno della Nato. Per questo, appena entrato in carica, il 19 febbraio Guerini ha firmato un nuovo accordo con 13 paesi dell’Alleanza atlantica più Finlandia, denominato Air Battle Decisive Munition, per l’acquisto congiunto di “missili, razzi e bombe che hanno un effetto decisivo in battaglia aerea”».

Con 6 miliardi di euro si costruiscono 120mila asili nido, si attrezzano 75mila posti letto in terapia intensiva, si costruiscono 48mila case popolari, si costruiscono 1.200 chilometri di autostrada. E così via, solo per dare un’idea di ordine di grandezza.

Poi ci sarebbe la domanda delle domande? Perché in Italia non esiste mai un dibattito sul convertire le spese militari in sedi civili? Bisognerebbe chiederlo a Guerini. Ma Guerini è uno di quei ministri che non esistono.

Buon lunedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Consegnò oltre 100 migranti ai libici, condannato comandante della Asso 28

La notizia è una bomba perché conferma che la legge, anche in questa melassa che tutto ottunde in tema di migrazioni, per fortuna esiste ancora e funziona ma soprattutto la notizia è importante perché smentisce per l’ennesima volta tutta la narrazione su cui poggia quasi l’intero arco parlamentare (seppur in modi diametralmente opposti ma coincidenti nelle conclusioni): la Libia non è un porto sicuro, riportare la gente in Libia è un reato e le autorità di Tripoli non sono legittimate a fare razzia di disperati nel Mediterraneo.

Era il 30 luglio del 2018 e la nave “Asso 28” si trovava poco distante dalla piattaforma di Sabratah della “Mellitah Oil & Gas” (una joint venture fra Eni e la compagnia statale petrolifera libica). Il comandante della nave avvista un gommone bianco con a bordo 101 persone. Il rimorchiatore di proprietà della compagnia Augusta, battente bandiera italiana, recupera i naufraghi. Tripoli in quel periodo aveva già registrato la sua zona Sar (l’area di ricerca e soccorso) con l’interessato sostegno del governo italiano. Peccato che nessuna autorità internazionale ritenga la Libia un “porto sicuro” (nonostante l’ostinata tiritera di molti politici dalle nostre parti) e che quindi qualsiasi consegna di naufraghi alla Libia e alla cosiddetta Guardia costiera libica non sia prevista da nessuna norma nonostante torni comodissima ai governi che qui da noi si succedono.

Il comandante della Asso 28 viene contattato dalla nave Open Arms attraverso il capo missione Riccardo Gatti e racconta di avere imbarcato tutti e di essere in viaggio per riportarli a Tripoli avendo ricevuto “ordini dalla Libia”. Quella conversazione (pubblicata da Nello Scavo di Avvenire l’anno scorso) risulterà fondamentale per le indagini: Asso 28 avrebbe dovuto fare riferimento alla giurisdizione italiana e invece decise di puntare verso la Libia. «L’operazione di soccorso è stata gestita interamente dalla Guardia Costiera Libica che ha imposto al comandante dell’Asso 28 di riportare i migranti in Libia», disse al tempo un portavoce dell’ENI. L’armatore (l’Augusta Offshore) raccontò di essersi coordinato con il “Marine department di Sabratah”: peccato che non esista da nessuna parte e che perfino a Tripoli negano di averne mai sentito parlare. In più sulla Asso 28 sarebbe salito un non meglio precisato “funzionario libico” di cui ancora oggi non si conoscono le generalità nonostante le norme costringano il comandante a registrare tutte le persone a bordo.

Ora il Tribunale di Napoli ha condannato a un anno il comandante della nave Asso28 per avere abbandonato i migranti che aveva soccorso e averli riconsegnati alla Libia. La sentenza conferma che le norme internazionali, la Convenzione di Ginevra sui diritti dell’uomo, il Diritto della navigazione e il Testo unico sull’immigrazione in vigore in Italia contano molto di più di ciò che torna comodo far credere. E il fatto che ora le navi civili che aiuteranno i respingimenti potranno essere indagate e sottoposte a processo spiega benissimo perché le Ong del Mediterraneo siano dei testimoni scomodi per tutti. Rimane però un punto sostanziale: se la legge Italiana riconosce illegittimi i respingimenti e le consegne dei naufraghi alla Libia come può lo Stato italiano (lo Stato di quella stessa legge) continuare a fingere di non vedere e spingersi a finanziare l’illegittima Guardia costiera per agevolare il ritorno alla prigionia? Se il comandante della Asso 28 è stato condannato non è evidente il favoreggiamento per lo stesso reato del nostro governo e del Parlamento? Perché le leggi che valgono nei tribunali di Napoli non valgono come direttive per i comportamenti, i finanziamenti e i rapporti del governo? Abbiamo un (presunto, visto che siamo in primo grado di giudizio) esecutore: chi sono i mandanti e i favoreggiatori?

Tra l’altro proprio ieri un gruppo di 32 migranti ha fatto causa allo Stato di Malta: raccontano che nell’aprile del 2020 dopo essere stati salvati da un peschereccio sono stati trattenuti su alcune imbarcazioni turistiche controllate dal governo maltese ma tenute fuori dalle sue acque territoriali senza essere mai stati informati del loro diritto di chiedere asilo, trattenuti su una prigione galleggiante in barba a qualsiasi legge. Anche in questo caso la “libera dimenticanza delle norme” sembra essere il metodo preferito per disfarsi del problema. E ieri si è avuta notizia delle ennesime vittime. Libya Observer ha pubblicato un breve filmato in cui si intravedono i corpi senza vita di 15 persone a bordo di una zattera di legno con a bordo 140 migranti. La cosiddetta Guardia costiera libica afferma di aver soccorso lunedì «una barca di legno rotta che trasportava 140 migranti e ha trovato 15 cadaveri a bordo mentre si dirigevano verso le coste dell’Ue».

L’Unhcr ha confermato che 15 migranti sono annegati nel naufragio di cui ha dato notizia la ong Alarm Phone. «Recuperati i corpi di 15 persone quando 2 imbarcazioni sono arrivate questa sera alla base navale di Tripoli», ha commentato Unchr. «A 177 sopravvissuti sono stati forniti aiuti», viene aggiunto precisando che «alcuni (…) necessitavano di assistenza medica urgente». L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) certifica che sulla «rotta mediterranea centrale», quella che dalla Libia porta all’Italia, quest’anno sono stati contati 474 morti e 689 dispersi a fronte dei 381 decessi e 597 persone scomparse nel 2020. A questi si aggiungono 26.314 migranti riportati in Libia (l’anno scorso sono stati 11.891) in barba a qualsiasi legge nazionale e internazionale. E questa volta non lo scriviamo solo noi, l’ha sentenziato un giudice a Napoli.

L’articolo Consegnò oltre 100 migranti ai libici, condannato comandante della Asso 28 proviene da Il Riformista.

Fonte

La Bestia non è solo un algoritmo: lo dimostrano i commenti xenofobi in chat della giunta di Voghera

No, attenzione, cerchiamo di capirci. La Bestia di Salvini e Morisi non è solo un algoritmo, troppo facile limitare la condanna a una questione di frasi sputate sui social come se le parole non generassero realtà. La melma sdoganata dal duo tragico che ha tenuto in mano le redini della Lega quest’anno sta tutta nel rendere potabile ciò che non dovrebbe essere tollerato, coltivare una cattiveria indice di forza presunta che addirittura è un motivo di vanto da parte di rappresentanti istituzionali e che viene spalmata tra sorrisi e faccine.

La bestialità della Bestia ha la forma della Giunta della città di Voghera, dove l’assessore ai Lavori pubblici Giancarlo Gabba scrive nella chat riservata a sindaca e assessori che “finché non si comincerà a sparare, sarà sempre peggio” riferendosi al caos in piazza San Bovo. Annusate la puzza: “Davanti allAfrica market mega assembramento — scriveva il vicesindaco Simona Virgilio — con tantissimi individui con bottiglie in mano, non si riesce neanche a passare”.

Il 12 marzo la sindaca parlava in prima persona: “ma in tutto ciò il marocchino che chiedeva elemosina è annegato?”. E se la frase già da sola vi risulta schifosa allora provate a ingoiare le risate servili che seguono e la foto di angolo di Voghera definito “il tempio della cavalleria, dove vanno lì a bivaccare”, poi un commento dell’assessore Adriatici che ironicamente propone di “togliere la panchina” e poi quello di Giancarlo Gabba, ancora: “Purtroppo, ormai non bastano più i nostri vigili! Ci vuole ben altro!”, col disegnino di una bomba.

Voghera, vale la pena ricordare, è la stessa città dove l’assessore leghista alla Sicurezza Massimo Adriatici, attualmente agli arresti domiciliari con laccusa di eccesso colposo di legittima difesa, ha ucciso con un colpo di pistola (e con proiettili illegali in Italia) Youns el Boussettaoui. Quelle parole che galleggiavano nel razzismo ridanciano di una Giunta comunale che chioccherà come un’allegra compagnia un po’ brilla al bar risuonano ancora più tetre e losche alla luce dell’omicidio che seguirà da lì a qualche mese, il 20 luglio.

La Bestia di Salvini e di Morisi non è solo un algoritmo: la Bestia è quel veleno che oggi non rende inaccettabile e immorale avere una classe dirigente che si trastulla in un bullismo xenofobo e ancora oggi tiene il potere a Voghera. La Bestia ha inoculato intolleranza e ha reso tollerabile la sguaiata inettitudine di un manipolo di tronfi odiatosi che sono usciti dai social e addirittura siedono nei posti di comando.

Qui non è questione di essere dell’una o dell’altra parte politica, qui ormai siamo sui bordi di una malefica incapacità di essere all’altezza del proprio ruolo e di un’armare le pistole senza rendersene conto. I mandanti morali della morte di Youns el Boussettaoui (e di tanti altri come lui, morti magari senza pallottole ma semplicemente con i polmoni pieni d’acqua) sono quelli che poi si arrabattano e si arrotolano dicendoci che “era solo uno scherzo” senza cogliere l’immarcescimento dei valori. 

La sindaca di Voghera e i suoi assessori non sarebbero ritenuti degni di tenere un comportamento del genere nemmeno al bar e la loro funzione pubblica che usano come scudo è un’aggravante. Il problema non è “la Bestia” di Salvini: il problema sono le bestie che da Salvini in questi anni si sono sentite legittimate e che grazie a lui addirittura sono risultati eletti. E Voghera è il manifesto di parole che diventano pietre.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Nessuno osi criticare la statua della spigolatrice di Sapri

La vicenda ormai circola da qualche ora ed è arrivata più o meno all’orecchio di tutti: succede che nelle scorse ore cominciano a circolare le foto dell’inaugurazione di una scultura dedicata alla spigolatrice di Sapri, protagonista di una celebre poesia di Luigi Mercantini (e c’è da scommetterci che non l’avrà letta quasi nessuno). Per farla breve e semplice: per rappresentare una contadina dell’800 l’artista (e il comune che è il committente) hanno pensato bene di puntare sui glutei in bella vista sotto una gonna aderentissima (non propriamente l’abbigliamento da lavoro dell’epoca) e la foto delle figure istituzionali (tutti maschi, ovviamente) belli dritti e duri davanti alla statua ha fatto il resto.

Sulla sessualizzazione del corpo delle donne si discute da tempo, si registrano in continuazione casi nel campo della pubblicità e perfino in certo giornalismo. Qualcuno ha provato a fare notare che quella statua conciata così fosse piuttosto inadeguata, goffa e purtroppo in linea con una rappresentazione della donna sempre appiattita sulle sue rotondità perdendo di vista il senso patriottico che stava alla base di quella poesia che si vorrebbe rievocare. Basterebbe dire che stiamo parlando del celebre verso “eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti” che dovrebbe riecheggiare in un culo al vento con ammiccamento incorporato. Non è difficile percepire un certo stridore, no.

La dinamiche che si sviluppano ogni volta che qualcuno si permette di esprimere dubbi sulla rappresentazione delle donne sono sempre le stesse: i media (e molti loro commentatori) si accendono in modalità “oddio che palle ‘ste femministe” e si fa a gara su chi riesce a banalizzare e ridicolizzare nel modo migliore. Nessuno che prova ad ascoltare le ragioni di chi argomenta, nessuno che affronta il tema vero che non è certo la spigolatrice (tra l’altro personaggio di finzione letteraria) ma che sta nelle donne che non si riescono quasi mai a raccontare senza spogliarle, nessuno che si prende la briga di leggere il discorso più ampio di un Paese che dedica la stragrande maggioranza di statue (e strade) a uomini (vestiti), nessuno che comprende che l’argomento richiede riflessione e studio e molte delle voci che si levano sono di persone che studiano e riflettono da anni. Niente di tutto questo, niente: l’importante è ridurre tutto a un gioco di lamentose donnine che polemizzano su qualsiasi cosa.
Sulla statua della spigolatrice di Sapri ognuno la può pensare come vuole (per carità, prima che qualcuno gridi alla cancel culture) ma sminuire il tema è stupido e meschino.

Anche perché in tutto questo rimbomba la risposta dello scultore Emanuele Stifano che si difende spiegando che l’obiettivo del mettere in evidenza le forme era “rappresentare un ideale di donna, evocarne la fierezza, il risveglio di una coscienza, il tutto in un attimo di grande pathos”. E sul fatto che la fierezza femminile, la coscienza e il pathos si leggano su una gonna incollata al culo si potrebbe aprire davvero una discussione. Oppure si potrebbe discutere del senatore del M5S Castille che se ne esce con un “chi critica la statua non conosce il corpo delle donne meridionali”.

Insomma, la statua sarà anche una questione di poco conto ma come al solito la polvere che si alza intorno lascia sempre gran perplessità.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Il ministero della finzione ecologica

Dopo le parole del ministro Cingolani si è aperto il dibattito sul nucleare e sui “reattori di nuova generazione”. I lobbisti si fanno avanti mentre gli ambientalisti evidenziano tutte le criticità. Ma intanto mancano soluzioni tempestive per la crisi ambientale

Le parole del ministro Cingolani hanno aperto la discussione. Bene così, era esattamente quello che voleva il ministro: i portavoce delle lobby (anche se sono travestiti da ministri o da presunti leader politici) introducono il tema a loro caro con una mezza provocazione, poi dicono di non essere stati capiti, poi aggiungono che comunque è sempre il caso di dibatterne serenamente, poi dicono di non alzare troppo i toni (e fa niente se i toni poco opportuni li ha usati proprio Cingolani) e infine si prendono le pacche sulle spalle per essere riusciti a rendere quasi potabile l’innominabile. E Cingolani, guarda un po’ ha fatto proprio così. 

E allora vediamoli questi “reattori” che Cingolani ci invita a studiare. Studiamoli. Dieci anni fa Berlusconi firma un memorandum con Sarkozy (lo sta ricordando in questi giorni Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, uno di quegli ambientalisti che irritano il ministro della finzione ecologica) «per costruire 4 reattori Epr in Italia. Dieci anni fa erano in costruzione due di questi reattori, uno in Finlandia a Olkiluoto e uno in Francia a Flamanville. Oggi sono ancora in costruzione a costi quadruplicati rispetto al budget. L’azienda proprietaria della tecnologia, la francese Areva, impegnata nel cantiere finlandese, è fallita».  Negli Usa non è andata meglio: l’investimento sul nucleare voluto da Bush nel 2001 (i reattori AP1000) prevedeva la costruzione di 4 reattori che ora sono diventati 2 mentre i costi si sono moltiplicati in modo esorbitante e l’azienda proprietaria della tecnologia, la nippo-americana Toshiba-Westinghause, è fallita nel 2017. Forte questo futuro, eh?

Dopo l’incidente di Fukushima, ad esempio, si è scoperto che il reattore in costruzione a Flamanville, dove sta la centrale nucleare francese, avrebbe avuto le stesse vulnerabilità del reattore francese. Tant’è che l’azienda francese proprietaria degli impianti in Uk ha dovuto coinvolgere un partner cinese al 33%, la Cng, per distribuire i rischi. 

Qualcuno in questi giorni dice che il nucleare abbasserebbe i costi. Benissimo. Si potrebbe ad esempio leggere ciò che scrive l’Agenzia internazionale dell’energia a Parigi (quelli che per vent’anni hanno consapevolmente sminuito le rinnovabili) che alcune settimane fa ha scritto nero su bianco che l’energia solare è la fonte più economia mai prodotta. 

Si sa però che Cingolani, ce lo ricordiamo bene, aveva promesso un 72% di elettricità prodotta da rinnovabili entro il 2030 e sul tema si scorge ben poca mobilità del governo. Sia chiaro: esistono tecnologie allo studio di un nucleare che potrebbe essere sicuro e meno impattante, sarebbe miope e stupido negarlo, ma quello che continua a mancare sul tavolo sono le soluzioni che possono svoltare una crisi ambientale (che guarda caso viene negata dagli stessi che applaudono Cingolani) che richiede interventi tempestivi. 

A proposito: dice il ministro che lui deve rispondere “solo a Draghi”. Eh, no: deve rispondere ai cittadini. E deve spiegarci per bene anche il perché di certe sue uscite. A noi interessa lui, quello che ha in testa nel suo importante ministero, molto di più dei mini reattori di nuova generazione. 

Buon lunedì. 

(nella foto il ministro della Transizione ecologica Cingolani e una immagine di repertorio della centrale di Fukushima)

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il paradosso della Figc: gli azzurri si inginocchieranno perché lo faranno anche gli avversari

No, quello di Chiellini non è stato un “lapsus”: in questi Europei la Figc ce la sta mettendo tutta per apparire stupida, vigliacca, ignorante e confusa. Se c’era un modo immaginabile per sbagliare tutte le scelte, comunicarle male e riuscire a scontentare tutti la Nazionale di calcio ci sta riuscendo perfettamente.

Comincia tutto il 19 giugno quando prima della partita con il Galles in cinque decidono di inginocchiarsi per esprimere solidarietà al movimento Black Lives Matters e più in generale all’antirazzismo mentre gli altri se ne stanno beatamente in piedi. Il presidente della Figc Gravina scrive un comunicato stampa in cui ci fa sapere che la Figc non c’entra e che aderire alla campagna antirazzista sia stata una scelta personale di quei cinque. Non sia mai che l’Italia possa essere associata ai diritti, avranno pensato dalle parti della federazione.

Poi ci fanno sapere che non si inginocchieranno perché “la politica deve restare fuori dal calcio” come se esistesse una politica divisa tra razzisti e antirazzisti. Una roba indecente e folle. Sabato è il turno di Chiellini che ci dice che no, che loro il “nazismo” lo combattono in un’altra maniera. Quale sia la maniera non si capisce bene ma i razzisti possono esultare per i loro patrioti che stanno in piedi, pur strisciando.

Ora siamo al punto più basso: la Figc ci fa sapere che nella prossima partita con il Belgio cambia tutto (contrordine compagni!) e ci si inginocchia. Qualcuno potrebbe perfino sperare che ci sia stata una riflessione sulla responsabilità pubblica e sul valore di certi simboli e invece questi ci fanno sapere che si inginocchieranno per solidarietà al Belgio. Anzi, ancora più puerili: si inginocchieranno perché si inginocchiano anche gli avversari, probabilmente hanno paura che vengano male le foto da bordo campo. E ancora: dicono che non si tratta di un’adesione alla campagna Black Lives Matter contro il razzismo.

In sostanza il messaggio della Nazionale è “mi inginocchio ma rivendico il diritto di fregarmene”. Fuori dal campo la strategia è quella dell’ignavia, del dilettantismo comunicativo e dell’inettitudine. Prendono una “non posizione”, si inginocchianicchiano, fanno finta. Vorrebbero essere eroici e invece ballano la danza macabra dei pavidi.

No, il problema non era Chiellini. Il tema è una Figc che si dimostra perfetta rappresentazione della classe dirigente italiana: inadeguata, fuori dal tempo e concentrata a non scontentare nessuno. E infatti finisce per collezionare pessime figure con tutti.

Leggi anche: L’occasione mancata dagli Azzurri che scelgono di non inginocchiarsi contro il razzismo

L’articolo proviene da TPI.it qui

L’assurdità della sindaca indagata perché un bambino si è rotto un dito a scuola…

Mi raccomando, continuiamo a fingere di non sapere perché qui in Italia quasi nessuno voglia fare il sindaco, quasi nessuno che abbia un ruolo professionale di un certo spessore, nessuno di quelli che hanno capito benissimo l’antifona: perché andare ad infognarsi in un ruolo in cui hai un avviso di garanzia dietro l’angolo (con conseguenze economiche oltre che penali importanti)?

Così accade che a Crema la sindaca Stefania Bonaldi si ritrovi con un avviso di garanzia perché un bambino si è schiacciato due dita in una porta tagliafuoco (con effetti non irreversibili) in una scuola materna. Dice la legge che sia lei che avrebbe dovuto controllare che quella porta non si chiudesse. La vicenda fa il paio con il recente caso del sindaco di Lodi Simone Uggetti con una vita rovinata per un appalto da 5mila euro e un’assoluzione arrivata anni dopo ma fa anche il paio con le storie di molti altri sindaci che si sono ritrovati a dover fronteggiare più questioni giudiziarie che politiche.

A Torino la sindaca Chiara Appendino è stata condannata a un anno e mezza per la tragedia di piazza San Carlo quando il 3 giugno 2017 si scatenò il panico per dei delinquenti che spruzzarono spray urticante e provocarono due morti e 1500 feriti: la colpa della sindaca è stata di non averlo impedito. Lo stesso è accaduto con il sindaco di Mantova, con Pizzarotti a Parma (6 indagini in 9 anni finite in niente), con l’ex sindaco grillino di Livorno, i casi sono centinaia e si ripetono ogni giorno. Il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, presidente delle Autonime locali italiane, non le manda a dire: «È assurdo, basta con queste pazzie contro i sindaci. Come si può indagare un Sindaco per una cosa del genere? Siamo al ridicolo. Davvero poi ci sorprendiamo che scarseggiano i candidati a sindaco? È quanto mai urgente che il legislatore intervenga sulle eccessive responsabilità oggettive che hanno i sindaci, perché non possono ridursi a capro espiatorio di tutti i mali del Paese».

«Ogni volta che un sindaco firma un atto rischia di commettere un abuso d’ufficio. Se non firma, rischia l’omissione di atti d’ufficio», aveva sintetizzato bene il presidente dell’Anci Antonio Decaro in una recente intervista. Il tema della responsabilità dei sindaci è un nodo politico grande come una casa e sarebbe davvero uno dei punti da affrontare per un rilancio reale del Paese. E forse questo sarebbe davvero il momento buono visto che praticamente tutti i partiti sono d’accordo.

L’articolo L’assurdità della sindaca indagata perché un bambino si è rotto un dito a scuola… proviene da Il Riformista.

Fonte

Riforma della sanità in Lombardia: i dati che mostrano l’inarrestabile avanzata del privato


La riforma della sanità in Lombardia è il tema centrale dei prossimi mesi per la politica e i cittadini, che con la pandemia hanno toccato con mano quanto la “salute” di ospedali e medicina del territorio si ripercuota sulla loro salute. Le opposizioni chiedono da tempo di poter ragionare su dati, che però non abbondano. Quelli che il consigliere regionale del M5s Fumagalli ha potuto consultare e mostrare a Fanpage.it mostrano il continuo e inarrestabile avanzamento della sanità privata a discapito di quella pubblica.
Continua a leggere

Ritratto di Carla Fracci, la dea umile della danza che ha giocato col tempo

Ha giocato con il tempo e ci giocherà ancora, Carla Fracci, dea della danza in tutto il mondo che ieri è mancata nella sua casa a Milano: ha giocato con il tempo trasformandolo il ritmo in volo nei palchi più importanti del mondo, ha giocato con il tempo continuando a danzare per tutta la vita indossando i suoi anni con un’eleganza che non ha mai intaccato la sua levità e giocherà con il tempo a lungo ancora, come accade agli artisti che hanno lasciato un’orma che segna un’era. Carla Fracci non è una ballerina, Carla Fracci è un capitolo della danza, assurta a ispirazione per chi la danza follemente la ama e per chi, digiuno dalla danza, ne è rimasto incantato con la magia di una scoperta.

Carla Fracci, che all’anagrafe era Carolina, nasce a Milano nel 1936 dal tranviere Luigi e dall’operaia Rocca Santina. Dai genitori ha sempre rivendicato di avere imparato la serietà nel lavoro, la fatica nel lavoro, la perseveranza e la professionalità. Ecco, se si dovesse trovare una parola per disegnare l’impegno e la carriera di Carla Fracci si dovrebbe ripescare il professionismo nel suo senso originale, che sta nel professare i propri valori e la propria identità attraverso il mestiere che si svolge. Perché dietro quella magnifica creatura paradisiaca per l’armonia sul palco c’era una tenacia quotidiana di chi non nasce predestinato e deve andarsi a prendere il proprio posto nel mondo. Un senso del dovere “assoluto”, così lo chiamò Nureev quando lei gli confessò di volere lasciare la danza. Un petalo di acciaio che finisce a fare un’audizione al Teatro la Scala superata per il suo “bel faccino”. A 19 anni spicca il volo nella Cenerentola e tre anni dopo è già prima ballerina.

«Il pubblico avverte sempre quando un artista è autentico, è sincero e dedicato fino in fondo. Soltanto con queste condizioni può nascere, nell’interpretazione, la magia», diceva e il pubblico la rese una stella. Carla Fracci diventa l’Italia nel mondo, dal London Festival Ballet e il Sadler’s Wells Ballet di Londra allo Stuttgart Ballet, al Royal Swedish Ballet di Stoccolma e, a fine anni Sessanta, all’American Ballet Theatre, che la consacra “divina”. L’incontro e il matrimonio con il regista Beppe Menegatti la spinge ad affrontare ruoli che sono gioielli della cultura internazionale. È drammatica, intensa nella recitazione, spavalda nell’interpretazione, sempre nella grazia. «Ho avuto incontri straordinari, – raccontò in un’intervista a Repubblica nel 2006 – come Visconti, burbero e dolcissimo. Come Herbert Ross, per cui ho fatto la Karsavina nel film Nijinsky. O come Peter Ustinov, con cui ho girato Le ballerine. E la Cederna, e Manzù. E il magnifico Eduardo. Ricordo il fascino e l’ironia di De Sica. E rammento le estati con Montale, a Forte dei Marmi. Ci si trovava ogni giorno tra persone come Henry Moore, Marino Marini, Guttuso».

Ma nonostante la sua dimensione internazionale Carla Fracci non rinunciò mai all’impegno politico danzando nei tendoni, nelle chiese, nelle piazze. Si definiva una «pioniera del decentramento» perché voleva che il suo lavoro «non fosse d’élite, relegato alle scatole d’oro dei teatri d’opera. E anche quand’ero impegnata sulle scene più importanti del mondo sono sempre tornata in Italia per esibirmi nei posti più dimenticati e impensabili». Raccontava che Nureev la sgridasse per questa sua smani di stancarsi troppo, volando da New York alle periferie d’Italia: «Ma a me piaceva così e il pubblico mi ha sempre ripagato», disse. Da “donna di sinistra”, come si definiva, non si era mai persa una manifestazione del 25 aprile e marciava esile e fiera accanto ai sindaci Aniasi, Tognoli, fino a Pisapia.

Per tre anni la malattia l’ha logorata ma lei non ha lesinato presenze e impegno: a dicembre era nella “sua” Scala (con l’eterno cruccio di non averne mai diretto la compagnia) per insegnare i segreti della sua indimenticabile Giselle e fino a qualche settimana fa si aggirava sul set della fiction che la Rai le sta dedicando. Passo dopo passo si intitola la sua autobiografia uscita per Mondadori. E passo dopo passo quella ragazzina minuta ha fatto della sua vita uno spettacolo che non potremo prenderci il lusso di dimenticare.

L’articolo Ritratto di Carla Fracci, la dea umile della danza che ha giocato col tempo proviene da Il Riformista.

Fonte