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esodati

Immagina una città di abitanti senza casa

Come un incubo kafkiano in cui la città diventa un enorme lazzaretto e la malattia è la povertà. Ci siamo abituati a leggere le cifre e ci siamo allenati a fare i conti con le statistiche con l’anaffettività dei matematici, ci concediamo di spaventarsi solo davanti a cifre iperboleche e abbiamo perso tutti i gradi intermedi di sdegno e pietà. Un bianco o nero, giusto sbagliato, vero o falso sui dolori che non ammette eccezioni come una sicumera che ha bisogno di essere inumana per esistere.

Così succede che vengano pubblicati i risultati di una ricerca sui “senza dimora” in Italia e i numeri vengano snocciolati con piglio scientifico:

In tutto sono 47648 persone: una città come Mantova per i certificati di mancato “residente della Repubblica”. I dati sono tutti in un articolo di Vladimiro Polchi:

Molti gli italiani. Le persone senza dimora sono per lo più uomini (86,9%), hanno meno di 45 anni (57,9%), nei due terzi dei casi hanno al massimo la licenza media inferiore e il 72,9% dichiara di vivere da solo. Tanti gli italiani, anche se la maggioranza è costituita da stranieri (59,4%): le cittadinanze più diffuse sono la romena (l’11,5%), la marocchina (9,1%) e la tunisina (5,7%). In media, le persone senza dimora dichiarano di trovarsi in tale condizione da 2,5 anni; quasi i due terzi (il 63,9%), prima di diventare senza dimora, viveva nella propria casa, mentre gli altri si suddividono tra chi è passato per l’ospitalità di amici o parenti (15,8%) e chi ha vissuto in istituti, strutture di detenzione o case di cura (13,2%). Solo il 7,5% dichiara di non aver mai avuto una casa.

Dove vivono? Più della metà delle persone senza dimora (il 58,5%) vive nel Nord (il 38,8% nel Nord-ovest e il 19,7% nel Nord-est), poco più di un quinto (il 22,8%) al Centro e solo il 18,8% vive nel Mezzogiorno (8,7% nel Sud e 10,1% nelle isole). Milano e Roma accolgono ben il 71% dei senzatetto. Dopo Roma e Milano, tra i 12 comuni più grandi quello che accoglie più persone senza dimora è Palermo. 

C’è anche chi lavora. Il 28,3% delle persone senza dimora dichiara di lavorare: si tratta in gran parte di lavoro a termine, poco sicuro o saltuario. I lavori sono a bassa qualifica nel settore dei servizi (l’8,6% lavora come facchino, trasportatore, addetto alla raccolta dei rifiuti, giardiniere, lavavetri, lavapiatti), nel settore dell’edilizia (il 4% lavora come manovale o muratore), nel settore produttivo (il 3,4% come bracciante, falegname, fabbro, fornaio) o nel settore delle pulizie (il 3,8%). In media, quelli che hanno un lavoro guadagnano 347 euro mensili. E ancora: tra le persone senza dimora, ben il 61,9% ha perso un lavoro stabile, a seguito di un licenziamento o chiusura dell’azienda. 

Perché si finisce per strada? La perdita di un lavoro risulta tra gli eventi più rilevanti del percorso di emarginazione che conduce alla condizione di senza dimora, insieme alla separazione dal coniuge e alle cattive condizioni di salute. Ben il 61,9% dei senzatetto ha perso un lavoro stabile, il 59,5% si è separato dal coniuge e dai figli e il 16,2% dichiara di stare male.

Dentro i numeri c’è il lavoro così precario da non garantire l’accesso ad un luogo in cui stare, c’è la famiglia (sempre osannata) che si sfalda demolendo la cittadinanza di uno dei due, c’è il Nord che è più disabitato del sud nonostante la retorica delle proprie eccellenze, ci sono le cattive condizioni di salute che lo Stato certifica come non sostenibili: sono gli esodati dal diritto di cittadinanza, i nuovi invisibili.

Tutto questo mentre il rapporto ONU sulla fame nel mondo presentato oggi scrive a chiare lettere:

La crescita è necessaria e importante, ma non sempre sufficiente, o rapida. Da qui la necessità di sistemi di protezione sociale per assicurare che i più vulnerabili non siano lasciati da soli ma possano invece partecipare, contribuire e beneficiare della crescita.  Per i più deboli, coloro che spesso non possono trarre immediato beneficio dalle opportunità offerte dalla crescita economica, sono necessarie misure come il trasferimento di denaro, come i buoni pasto o assicurazioni sanitarie.  Le reti di protezione sociale possa far migliorare la nutrizione dei bambini – un investimento che ripagherà nel futuro con adulti più robusti, più in salute e con migliori livelli d’istruzione.  Con reti di protezione sociale a complemento della crescita economica, fame e malnutrizione possono essere eliminate.

Che poi è il cuore politico.

Lo dicevano una follia e ora lo inseguono tutti: il reddito minimo garantito

E, devo dire, che comunque questo improvviso interessi può farci solo piacere. Perché ridisegnare il welfare partendo dalla comparazione dei diversi Paesi europei sul reddito minimo garantito (come si può leggere nel documento del MISSOC, il sistema informativo comune sulla protezione sociale negli Stati membri dell’Ue e nell’area economica europea) noi lo stiamo dicendo da un po’. E la riflessione di Tito Boeri per La Repubblica di oggi ci conforta:

Il premier ha garantito che troverà soluzioni alla questione esodati-esodandi. Bene che cerchi soluzioni universali anziché affidarsi alla discrezionalità dei tavoli tecnici invocati da più parti e prefigurati nella stessa audizione parlamentare del ministro Fornero.

I tavoli non sono fatti per questo governo e il tavolo tecnico, chiamato a gestire “in modo pragmatico” la vicenda, rischia di essere la premessa di una nuova moltiplicazione di regimi previdenziali ad hoc per specifiche categorie di lavoratori, quando il più che condivisibile obiettivo della riforma varata alla genesi del governo Monti era stato proprio quello di uniformare i trattamenti previdenziali, stabilendo regole uguali per tutti. Peggio ancora, il tavolo rischia di dare ai lavoratori un messaggio di cui proprio non si sentiva il bisogno: se vuoi avere la pensione nei tempi preventivati, devi ricorrere alle rappresentanze sindacali e alla mediazione della politica.
Cerchiamo di riassumere i tortuosi tratti della vicenda. In gioco le sorti previdenziali di lavoratori coinvolti in processi di ristrutturazione con licenziamenti collettivi, esuberi con uscite volontarie più o meno incentivate prima dell’entrata in vigore della riforma. Questi lavoratori si sono visti spostare in là nel tempo la data con cui avrebbero potuto fruire della pensione, su cui contavano in genere al termine di un periodo di cosiddetta “mobilità lunga”, con sequenza di buonuscita, cassa integrazione, indennità di mobilità e, infine, pensione. Per questi lavoratori, inizialmente dimenticati, poi stimati in una platea di 50.000 persone, “prudenzialmente” elevata a 65.000 al varo della riforma e infine lasciata indeterminata nel milleproroghe, è stata introdotta una clausola di salvaguardia che preservava il loro diritto ad andare in pensione con le regole (e i tempi) precedenti. Oggi le nuove stime del ministero parlano di 120.000 persone, ma sarebbero addirittura 370.000 secondo i consulenti del lavoro e 390.000 nei calcoli dell’Inps.
Perché la platea coinvolta è stata così grossolanamente sottostimata?
La gestione privatistica delle informazioni statistiche da parte del presidente dell’Inps ha giocato un ruolo importante. Il problema non è la fuga di notizie, ma l’assenza di notizie, perché Mastrapasqua non rende disponibili i dati che raccoglie nell’esercizio delle sue funzioni. Si limita a filtrarli a suo piacimento. Ha pesato anche l’incapacità del ministero del Lavoro di monitorare gli accordi aziendali: come mai i tanti ministri succedutisi nel Dopoguerra, quasi sempre ex leader sindacali, non hanno pensato di costruire un’anagrafe degli accordi aziendali? Conta, certo, anche la fretta con cui è stato varato il provvedimento, come riconosciuto dal ministro Fornero. Ma bisogna saper intervenire bene e in fretta perché spesso le riforme si riescono a fare solo in condizioni di emergenza: ricordiamo che la riforma delle pensioni andava fatta 15 anni fa. Infine, c’è un altro fattore dietro alla sottostima, importante perché ci dà una misura delle insidie che si celano dietro al tavolo tecnico: il problema è che la scelta dei lavoratori “esodandi” di restare in azienda dipenderà proprio dal modo con cui il “tavolo tecnico” interpreterà l’estensione della clausola di salvaguardia. È questa una scelta che dipenderà principalmente dalla forza contrattuale delle diverse categorie di lavoratori coinvolti. E si porterà dietro un inevitabile strascico di tensioni e recriminazioni, di cui abbiamo già avuto qualche anticipazione in queste settimane.
Per tutti questi motivi, invece di affidarsi alla discrezionalità del tavolo tecnico, meglio ritoccare le regole per le pensioni, gli ammortizzatori sociali o entrambi, senza creare regimi ad hoc, ma semmai anticipando l’entrata in vigore delle nuove normative.
La riforma varata a dicembre impone un drastico incremento dell’età effettiva di pensionamento per chi ha anzianità aziendali inferiori ai 42 anni e innalza rapidamente l’età pensionabile a 67 anni. La vicenda esodati è figlia proprio di questo blocco, che oscura alla memoria gli “scaloni” di Maroni e Tremonti. Invece di bloccare così drasticamente le uscite, si sarebbe potuto adeguare il livello delle prestazioni a seconda dell’età di pensionamento, lasciando poi libertà di scelta fra i 63 e i 68 anni, come avverrà per le generazioni che avranno pensioni maturate interamente col metodo contributivo. Perché dal punto di vista del bilancio dello Stato (e del debito pubblico), quando si applicano riduzioni attuariali negli importi delle pensioni non c’è differenza fra pagare una pensione più bassa più a lungo o una pensione più alta per un periodo più breve. Questa strada può essere ancora perseguita, applicando i coefficienti di trasformazione previsti dal metodo contributivo anche alle pensioni calcolate col regime retributivo o quello ibrido, parzialmente retributivo e parzialmente contributivo. I lavoratori in esubero si troverebbero così con una pensione più o meno nei tempi preventivati, anche se fino al 15% più bassa di quella su cui avevano inizialmente pianificato l’uscita. Avrebbero però la possibilità di cumulare a questa pensione redditi da altri lavori. Inoltre, ai loro datori di lavoro potrebbe venire richiesto di continuare a versare i contributi previdenziali per qualche anno, se lo desiderano reintegrando i lavoratori magari a orari e salari ridotti, onde permettere loro di rimpinguare la pensione.
La seconda ragione per cui la vicenda esodati è oggi esplosiva è che contestualmente all’aver introdotto un rigido blocco delle uscite, il governo ha ridotto la durata delle indennità di mobilità con la riforma del mercato del lavoro, che si dovrà approvare prima del vertice europeo. Il tutto, nel mezzo di una pesante recessione. Chi è rimasto senza lavoro con più di 60 anni si sente così preso tra due fuochi: una pensione che si allontana e sussidi di disoccupazione che si accorciano con scarse prospettive di trovare lavoro. Sarebbe perciò opportuno cominciare a muoversi nella direzione che dovrebbe prendere ogni seria riforma degli ammortizzatori sociali, costruendo, come nel resto d’Europa, un sistema di assistenza per i disoccupati di lunga durata che non hanno altre fonti di reddito. Potrebbe essere inizialmente sperimentato sulle fasce di età coinvolte dalla riforma, per poi essere generalizzato a tutti, non appena le condizioni di finanza pubblica lo renderanno possibile. Una sperimentazione di un reddito minimo garantito è stata prevista anche in sede di conversione in legge del decreto semplificazione, quindi si tratterebbe di circoscrivere la platea dei beneficiari non in base al Comune di residenza, ma all’età, il che rende tra l’altro più agevole la sperimentazione. Essendo i trasferimenti condizionati al manifestarsi di condizioni di indigenza ed essendo la povertà oggi concentrata in altre fasce di età, questa misura avrebbe costi comparabili a quelli della sperimentazione già prevista o potrebbe essere finanziata attingendo ai fondi comunitari (si tratta tra l’altro di costi associati all’attuazione di una riforma strutturale, come previsto dai progetti di riforma dei fondi strutturali in discussione a Bruxelles).
Ciò che accomuna i due correttivi è il fatto di anticipare l’entrata in vigore di regole che, prima o poi, varranno per tutti. Ci si muove perciò sulla strada dell’universalismo. Ci sembra una strada di gran lunga preferibile alle deroghe, alle proroghe e alle eccezioni fatte solo per dare più potere ai partiti e convincere gli italiani, una volta di più, che in Italia non esistono diritti soggettivi, ma solo privilegi cui si può accedere trovandosi un rappresentante con muscoli e voce stentorea, cui delegare la difesa dei propri interessi, rigorosamente in contrapposizione a quelli di tutti gli altri.

Intanto in rete vede la luce il sito del comitato promotore per una legge di iniziativa popolare (http://www.redditogarantito.it) e noi in Lombardia siamo pronti per la raccolta firme.

Insomma, si prova a fare politica.