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La guerra in siria nella lettere a Samira

(un gran bel pezzo di Francesca Sibani su Internazionale che ci fa bene leggere per alzare gli occhi e guardare il mondo)

Tra le tante testimonianze della guerra in Siria, vale la pena di leggere le lettere indirizzate dallo scrittore Yassin al Haj Saleh, ex prigionero politico e fermo oppositore del governo di Damasco, alla moglie Samira al Khalil, rapita il 9 dicembre 2013. Quel giorno a Duma, una zona controllata dai ribelli alla periferia della capitale, Al Khalil, l’avvocata per i diritti umani Razan Zeitouneh e altri due attivisti del Centro di documentazione delle violazioni (Vdc) furono sequestrati da un gruppo di uomini armati. Da allora non si hanno più loro notizie.

Finora Saleh, che è originario di Raqqa, ha pubblicato sette lettere sul sito siriano Al Jumhuriya (alcune sono state tradotte in inglese, altre in spagnolo sul blog Traducciones de la revolución siria e Le Monde ha cominciato a pubblicarle in francese). La corrispondenza con la moglie scomparsa è un’occasione per ripercorrere e mettere in prospettiva i principali avvenimenti della guerra, a partire dagli attacchi con le armi chimiche del 2013 nella regione della Ghuta.

Oltre a ricordare gli amici e i colleghi morti, Saleh – un ex prigioniero politico degli Assad che è stato definito la “coscienza della Siria” – riflette sull’isolamento e la perdita di rilevanza delle componenti più laiche e progressiste dell’opposizione al regime, che sono state sostituite dei gruppi islamici sostenuti dalle potenze regionali. Le stesse persone che combattevano le sue stesse lotte, scrive, non hanno potuto né voluto impegnarsi in prima persona per fare chiarezza sulle circostanze del rapimento della moglie.

L’accordo sulle armi chimiche è stato, secondo me, un punto di non ritorno in una politica basata sulla forza e sulla crudeltà… Le dimensioni politiche e morali della nostra lotta sono state sepolte da un grosso strato di sfrontatezza internazionale. Sammour, a volte penso che da quel momento non sia stato più possibile fare niente

Riflettendo sulla situazione di oggi scrive che “la guerra non è finita, ma si è trasformata in una serie di guerre parallele. In molte zone del paese questa situazione durerà a lungo”. Nel frattempo la catastrofe umanitaria che ha colpito il popolo siriano, ha praticamente svuotato di senso l’esistenza e le battaglie individuali.

In poche parole tutto questo significa che la morte di chi è morto non ha valore, che la tortura di quelli che sono stati torturati non merita considerazione e che non ci sarà nessun risarcimento per la distruzione della vita di milioni di persone. Ci stanno dicendo che le centinaia di migliaia di persone assassinate hanno perso la vita invano e che le grida dei torturati e il dolore delle madri, dei padri e dei bambini non importano. Che il sangue non è il prezzo della libertà e che le vittime non sono il sacrificio per la salvezza. In poche parole, i nostri morti non sono martiri e non abbiamo nessuna causa.

Ogni lettera, scrive Saleh, è un tentativo di superare quello che chiama lo “shock del sopravvissuto”, il senso di colpa e di vuoto per essere ancora in vita mentre si è perso. Per noi è uno strumento per leggere, con una certa commozione, una delle più grandi tragedie del mondo di oggi.

Piazza Indipendenza è il simbolo della nuova guerra tra poveri


Non è nemmeno una “guerra tra poveri” ormai: è una guerra ai poveri. Tutti. E anche se i poveri “nostrani” esultano le regole e diritti in realtà stanno saltando anche loro. È il deserto culturale di un’Estate Romana che il vicesindaco Bergamo aveva annunciato in pompa magna come rinascita culturale della capitale e che invece sta fabbricando deserto.
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È che ci vuole il fisico, per sapere non fare la guerra

Angelino Alfano, ministro agli Esteri: «L’Italia comprende le ragioni di un’azione militare USA proporzionata nei tempi e nei modi, quale risposta a un inaccettabile senso di impunità nonché quale segnale di deterrenza verso i rischi di ulteriori impieghi di armi chimiche da parte di Assad, oltre a quelli già accertati dall’ONU».

Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio: «L’azione ordinata dal presidente Trump. È una risposta motivata a un crimine di guerra. L’uso di armi chimiche non può essere circondato da indifferenza e chi ne fa uso non può contare su attenuanti o mistificazioni».

Nicola La Torre, senatore del PD, presidente della Commissione Difesa al Senato: «L’azione USA è un’opportunità. Obama con Mosca sbagliava strategia. Ogni sforzo diplomatico era azzerato. L’attacco ha fermato la china criminale e può riaprire il negoziato».

Queste le dichiarazioni. E il commento, alla fine, non c’è nemmeno bisogno di scriverlo perché l’ha già detto come meglio non si poteva dire George Orwell nel 1938:

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Se la guerra è «un’opportunità»

Forte la questione siriana: uno di quegli spettacoli in cui già dopo pochi minuti del primo atto sai come andrà a finire il film e ti convinci che poi qualcuno troverà il coraggio di giustificare le azioni di guerra. E eccolo qua. Leggere per credere:

 

Siria chimica: Erode si è fermato Idlib

«È stato Assad!» gridano tutti. Come se il mondo (e ancora di più la Siria) potesse essere il tavolo banale su cui giocano i buoni contro i cattivi, come se poi non ci fossero anche i morti di Mosul, come se lo Yemen invece fosse solo la cloaca dei morti di serie b oppure come se la fabbricazione di armi non sia un ricco banchetto tutto occidentale.

Nell’ordine di qualche ora la colpa dei bambini gasati è stata affibiata a Assad, ai ribelli, a Obama (da Trump), all’ONU, a Putin, più qualche manciata di scenari apocalittici dei complottisti rossobruni più affilati. Tutti alla ricerca di un nemico unico che sia riconoscibile, facile e banalmente tranquillizzante.

Molti con le risposte, pochi con le domande. Francesco Vignarca, ad esempio, scrive: «La parte preponderante di colpa per i terribili attacchi chimici avvenuti in Siria è in chi ha lanciato tali ordigni. Ma non è secondaria nemmeno la colpa di chi ha fabbricato, trasportato, autorizzato tali armi. E vale per qualsiasi armamento, in ogni guerra. Troppo facile pensare che i “cattivi” siano solo quelli dell’ultimo pezzettino del viaggio tra l’ideatore di un’arma e la vittima finale…». Già, chi ha ” fabbricato, trasportato, autorizzato tali armi”? Tornando indietro nel tempo, chi ha appoggiato festante le “primavere arabe”?

 

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Metti che un giorno l’Italia sia guerrafondaia e filonucleare: giocare d’anticipo, stavolta

Lo scorso ottobre durante una riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che trattava di disarmo e questioni di sicurezza internazionale, 123 nazioni hanno votato a favore della Risoluzione L.41,  mentre 38 (compresa l’Italia) hanno votato contro e ci sono stati 16 Paesi astenuti. La risoluzione votata (la trovate qui) si proponeva di fissare una conferenza programmatica di tutti gli Stati membri per individuare uno “strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti verso la loro eliminazione totale”.

Il voto contrario dell’Italia (a braccetto con gli USA) scatenò nei mesi scorsi un folto coro di polemiche indignate. Brevi e postume, come al solito. Ovviamente. Fu piuttosto triste assistere anche al malcelato silenzio (o al massimo qualche editorialino sdraiato) da parte di una certa stampa che di quei tempi (era ottobre ma sembra un secolo fa) aveva la preoccupazione di non disturbare il manovratore Renzi.

E non fu un errore o una decisione presa d’improvviso: quel voto è avvenuto dopo una chiara risoluzione del Parlamento Europeo che invitava tutti gli Stati membri Ue a partecipare in modo costruttivo ai negoziati ma nemmeno questo era bastato.

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Mi terrorizza la ferocia di questi, oltre al terrore

Questa mattina, se mi permettete, non scriverò il mio consueto buongiorno. Quindi non mi dedicherò alle notizia di oggi (da Londra alla bagarre sui vitalizi fino alla prossima celebrazione dei trattati europei) ma vi racconto una sensazione.

Nella casella di posta stamattina molto presto mi è arrivato un messaggio, ovviamente da un profilo Facebook che non è riconducibile a nessuna persona reale: la foto del profilo è un soldato ripreso di spalle e il “nome” una semplice sigla “Dem Ken”. Dice, il messaggio, letteralmente:

«cara zecca, prenditela con gli extracomunitari terroristi, volevi anche tu l’europa dell’accoglienza? eccoti servito!»

Mi sono sforzato di immaginare quale strana connessione possa scattare nell’animo di qualcuno per prendersi la briga di scrivere una frase del genere a un insignificante editorialista, quale sia quell’organo così peloso che possa vomitare in una frase del genere gli accadimenti di Londra.

Poi, per immergermi nella meglio nel cassonetto a toccare con mano il percolato della ferocia, mi sono fatto un giro sulle pagine dei fomentatori professionisti (niente nomi, oggi nessuna pubblicità), ancora:

“Ennesimo attentato terroristico islamico a Londra ci conferma che l’Europa è ormai una fabbrica del terrorismo islamico.
Continuiamo ad importare “arricchimento” culturale…i risultati sono questi”

“QUANDO C’ERA IL FASCISMO MIO PADRE DICEVA SEMPRE TUTTI AVEVANO UN LAVORO E NON C’ERA DELIQUENZA!”

“adesso ho capito perche’ la boldrini vuole dare la cittadinanza ha tutti quelli che arrivano nel nostro paese , cosi risultano italiani quando uccidono qualcuno”

“E adesso ?… I buonisti quale caxxata si inventeranno per l’ennesimo attentato facendo passare per un squilibrato un paranoico ecc. senza ragionare un attimino che questi signori perbene attentatori stanno dichiarando guerra ai fessi della UE fallimentare?”

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Siria, ad Aleppo crollano gli ospedali

Violenti bombardamenti hanno colpito due ospedali nella giornata di sabato ad Aleppo, in Siria. Oltre cento i morti tra i civili, compresi 17 bambini.
Due ospedali della città di Aleppo, in Siria – uno dei quali specializzato in medicina pediatrica – sono stati bombardati nella giornata di sabato dalle forze filo-governative di Bashar al-Assad. Secondo l’Osservatorio siriano per i Diritti dell’uomo i raid hanno provocato la morte di almeno 107 civili, compresi 17 bambini. Le strutture colpite sono state distrutte: “Non ci sono più ospedali in piedi” nei quartieri controllati dai ribelli, ha dichiarato al settimanale francese l’Express Joël Weiler, dirigente della Ong Médicins du Monde. Un’informazione confermata anche dall’Organizzazione mondiale della sanità.

“A partire dal mese di gennaio – ha aggiunto l’attivista – abbiamo contato 126 attacchi contro strutture ospedaliere, nonostante la Convenzione di Ginevra protegga i combattenti feriti. Non abbiamo più personale, né materiali. Le ultime razioni alimentari sono state distribuite giovedì: la volontà è ormai di affamare la gente. Sono mesi che denunciamo questo scandalo, non so più quali parole utilizzare per definirlo”.

Dal punto di vista umanitario, infatti, Aleppo è ormai sull’orlo del baratro: “Entro Natale, in ragione dell’intensificazione delle operazioni militari, potremmo assistere alla fuga verso la Turchia di 200mila persone, il che rappresenterebbe una catastrofe”, ha dichiarato l’emissario Onu per la Siria, Staffan de Mistura.

Le stesse Nazioni Unite hanno inoltre ricordato di aver “condiviso con tutte le parti in conflitto e con tutti gli stati coinvolti un piano umanitario dettagliato per fornire aiuto agli abitanti di Aleppo-Est, necessario anche per evacuare i malati e i feriti. Occorre che questo piano sia adottato e che ci venga garantito un accesso immediato e sicuro all’area in questione”.

È stata anche avanzata l’ipotesi di instaurare un’amministrazione autonoma da parte degli insorti a Aleppo-Est. Idea che però è stata immediatamente rispedita al mittente dal ministro degli Affari esteri siriano, Walid Mouallem: “Quale governo al mondo – ha dichiarato – accetterebbe una soluzione del genere?”.

La strada per un mondo migliore passa attraverso le scelte individuali. L’era delle guerre del petrolio, dei morti per carbone, dei disastri petroliferi, è al tramonto. Utilizza anche tu energia rinnovabile per la tua casa, grazie a LifeGate, e risparmia attivandola da solo online, clicca qui.

(fonte)

Siamo uno Stato bombarolo

Le bombe vengono al pettine. Ne ho scritto per Fanpage:

Alla fine, messi alle strette, dal governo hanno deciso di confermare che sì, vendiamo armi all’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni (come già aveva affermato nei giorni scorsi la ministra della Difesa Roberta Pinotti) rispondendo alla Camera al question time del deputato Luca Frusone (Movimento 5 Stelle) ha detto che l’azienda RWM Italia, ditta italiana che fa parte del gruppo tedesco Rheinmetall, “ha esportato in Arabia Saudita in forza di licenze rilasciate in base alla normativa vigente”. Sulla vicenda da mesi alcune associazioni per il disarmo, alcuni gruppi parlamentari (M5S e Possibile), giornali (con il cattolico Avvenire in testa) e trasmissioni televisive come Le Iene cercano di fare luce dopo che dall’aeroporto di Cagliari erano state fotografate armi in partenza verso i sauditi.

Ora, almeno non ci sono più dubbi sulle forniture militari da parte dell’Italia ma il governo ha precisato di rispettare “tutte le norme vigenti” mantenendo la linea della ministra Pinotti (che disse “le esportazioni sono regolate dalla legge” e “la risposta a ciasacuno istanza viene data dopo avere ascoltato i pareri dei diversi ministeri e dell’autorità nazionale UAMA”). “L’Arabia Saudita – ha risposto il ministro della Farnesina – non è oggetto di embargo o restrizioni internazionali sulla vendita delle armi” aggiungendo che “se in sede ONU o UE fossero accertate infrazioni l’Italia si adeguerebbe”.

Ma la risposta in realtà non convince del tutto. L’articolo 185 del 1990 che regola l’esportazione delle armi dall’Italia verso l’Estero non solo vieta di fornire armi in regime di embargo, ma anche “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere”, nonché “verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione”. Lo scorso 25 febbraio le Nazioni Unite hanno vietato con ampia maggioranza una risoluzione in cui condannano fermamente gli attacchi militari dell’Arabia Saudita nella zone dello Yemen chiedendo all’Unione di “avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia”. Il crinale su cui si volge quindi l’interpretazione della legge è molto più sottile di quello che la Farnesina vorrebbe far credere.

(continua qui)