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La lezione di papà Alberto agli immoralisti

Ha perso una figlia. Ha dovuto cercarne il corpo frugando come dentro ad un cassonetto. Per trovare il corpo. È andato a riprendersela, come tocca andare ai padri, agli uffici dei figli smarriti in giro per il mondo. E mentre gli promettevano vendetta lui, senza pose lacrimose, senza nemmeno una virgola di rabbia sulla faccia, ha chiesto la pace.

Che genitori meravigliosi avevi Valeria. Ora proviamo a meritarceli anche noi.

Mujica: “l’unico bombardamento ammissibile in Siria è con latte in polvere e biscotti”

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L’articolo è del 2013 ma le parole sono attualissime. E come sempre Mujica dimostra quanto sia straordinariamente facile e rivoluzionario essere coltivatori di pace:

“Spiegando il suo punto di vista in una radio locale, Mujica ha affermato che “l’unico bombardamento ammissibile in Siria è con latte in polvere con biscotti e cibo, non con armi né bombe.” La guerra è come “tentare di spegnere un incendio, gettando dentro più combustibile”, ha spiegato il Presidente. “La guerra non si risolve introducendo più guerra presumibilmente più giusta, altrimenti si imbocca una strada piena di conflitti interminabili e si crea un profondo risentimento che si trasforma in lotta e resistenza da una parte verso l’altra”, ha spiegato Mujica a “El Pais”. Analizzando la storia mondiale e sottolineando i recenti momenti topici della storia contemporanea, il presidente uruguaiano ha insistito nel ricordare le conseguenze di tutte le guerre. “In ciascuno dei tentativi degli ultimi 20 o 30 anni per imporre la democrazia occidentale con le cannonate, lì in Asia minore o nel mondo arabo, il risultato finale di questo sacrificio sono stati genocidi dolorosi”, ha precisato il leader uruguaiano. Mujica è del parere che la guerra come soluzione serva solo a mantenere l’uomo nella sua preistoria. Chi ci guadagna sono gli speculatori, ha spiegato il presidente: “Gli interessi degli speculatori della finanza non sono lenti né pigri, ma pronti ad approfittare delle paure e l’instabilità di una zona di guerra.” L’unica cosa che possono fare i paesi confinanti con la Siria è “discutere e discutere, cercando compromessi, e negoziare, qualunque negoziazione per cattiva che sia è infinitamente migliore per i deboli, i poveri e per coloro che soffrono nel mondo le soluzioni militari”, ha concluso il presidente Mujica”.

(grazie a Il Post Viola)

Tutti eccitati per la guerra

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Dal lunedì’ al venerdì ogni mattina ci troviamo per il buongiorno sul sito di LEFT. Ecco il buongiorno di ieri:

“Se noi non fossimo qui, se noi fossimo degli stranieri appena sbarcati in Italia e per uno strano caso qualsiasi ci capitasse stamattina di passare in un’edicola, davanti alle prime pagine dei quotidiani, oggi verrebbe da pensare che abbiamo dichiarato guerra a cannone battente e siamo nel pieno dell’ubriacatura da militarismo greve.

Le foto di Abdelhamid Abaaoud, nelle sue patetiche pose da Rambo in salsa orientale e la fierezza con cui viene annunciata la sua avvenuta uccisione (anche sul moderato Corriere della Sera) farebbero credere, a prima vista, non solo che il conflitto abbia ufficialmente sdoganato l’uso della violenza ma anche che ci sia una generale soddisfazione per questa guerra alla guerra fatta con la guerra. Un’avvincente partita a Risiko su scala mondiale in cui si fatica a trattenere l’esultanza per l’ultimo tiro di dadi e si espongono i trofei dell’ultimo ammazzato tra i cattivi. Ma davvero credono che noi si possa abboccare alla storiella che questi giovanotti in stitiche pose da soldati possano da soli giustificare l’orrore? Ma davvero le bombe francesi su Raqqa possono essere considerate l’inevitabile conseguenza?”

(continua qui)

I pazienti bruciavano nei letti

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L’infermiere di Medici Senza Frontiere, Lajos Zoltan Jecs, si trovava nell’ospedale di Kunduz quando la struttura è stata colpita da una serie di bombardamenti, nelle prime ore di sabato mattina. Questa è la sua testimonianza:

È stato folle. Abbiamo dovuto organizzare un pronto soccorso di fortuna e capire quali dottori fossero ancora vivi e capaci di aiutare. Abbiamo sottoposto uno dei dottori a un’operazione d’urgenza, ma è morto lì sul tavolo dell’ambulatorio. Abbiamo fatto del nostro meglio, ma non abbastanza.

È stata una situazione davvero difficile. Abbiamo visto i nostri colleghi morire. Il nostro farmacista, con cui avevo parlato la sera prima, era morto lì in ambulatorio.

I primi momenti sono stati segnati dal caos. Insieme ai membri dello staff sopravvisuti, abbiamo aiutato i feriti che era possibile curare. Ma ce n’erano troppi che non siamo riusciti a soccorrere. Abbiamo curato le persone che avevano bisogno di soccorso, senza prendere altre decisioni. Come avremmo potuto in una situazione di tale paura e caos?

Alcuni colleghi erano ancora troppo traumatizzati, riuscivano solo a piangere. Ho provato a convincere parte del personale a offrire aiuto, cercando di dare loro qualcosa su cui concentrarsi e distogliere la mente da quell’ orrore. Ma per alcuni lo shock era tale da impedire loro di fare anche il minimo gesto. Non è facile vedere degli uomini adulti, degli amici, piangere senza riuscire a controllarsi.

Si parte dall’ignoranza, si arriva alla paura, si arriva all’odio, si passa alla violenza.

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Quando è caduto il muro di Berlino ed è finita la guerra fredda ero profondamente sollevato, perché credevo che tutta la grande corsa agli armamenti sarebbe finita, che la spesa militare sarebbe stata ridotta e che avremmo finalmente vissuto in un mondo di pace. E invece no, è stato trovato subito un altro nemico. Dato che una parte molto grande della nostra economia e della nostra struttura di potere era basata su quel processo—il complesso militare-industriale, ciò su cui Eisenhower ci aveva messi in guardia—la conseguenza è stata quella di finire in uno stato di guerra permanente. Dev’esserci sempre una nuova minaccia, un nuovo cattivo. Per cui il titolo, in un certo senso, è un attacco satirico a una cosa che esiste davvero. Perché ovviamente non appena un problema comincia a risolversi si inizia a parlare del problema successivo, di qualcos’altro contro cui dobbiamo prepararci e contro cui dobbiamo combattere, un altro nemico che ci vuole uccidere; la gente si spaventa molto facilmente, specialmente gli americani. Perché quando ti isoli, quando non ti apri e non cerchi di conoscere gli altri popoli e le altre culture—be’, l’ignoranza è l’ingrediente fondamentale della paura. E la paura è l’ingrediente fondamentale dell’odio. Questa è la ricetta. Si parte dall’ignoranza, si arriva alla paura, si arriva all’odio, si passa alla violenza. Bisogna soprattutto coltivare l’ignoranza, mantenere il popolo ignorante, così che ti creda quando gli dici che c’è un nuovo nemico da combattere.

(Michael Moore intervistato da Vice)

Quelli che esportano il sesso in cambio della democrazia. E la chiamano pace.

Puoi trovare sinonimi della parola guerra ma dentro ci sono sempre tutte le sue stesse brutture:

53DA4DBF8CB9BB88B4E68AA8C68ASesso in cambio di cibo, telefonini, scarpe e profumi: secondo un rapporto choc dell’Onu, condotto dall’Oios, i servizi di investigazione interna del Palazzo di Vetro, i caschi blu hanno commesso «in modo abituale» abusi nei Paesi in cui sono stati schierati, pretendendo prestazioni sessuali in cambio di denaro o oggetti “lussuosi”. «Le prove emerse in due missioni di peacekeeping dimostrano che le richieste di prestazioni sessuali sono piuttosto comuni ma tenute sotto traccia», denuncia il documento, che è datato 15 maggio e di cui l’Associated Press è entrata in possesso. Le denunce di abusi sessuali sono 480 in un periodo compreso fra il 2008 e il 2013 e riguardano soprattutto le missioni nella Repubblica Democratica del Congo, in Liberia, Haiti, Sudan e Sud Sudan. Secondo il rapporto, inoltre, un terzo dei casi di sfruttamento e abusi coinvolge minori di 18 anni.

Ad Haiti, ad esempio, ben 231 persone – che sono state appositamente intervistate – hanno ammesso di aver avuto «relazioni sessuali» con il personale di peacekeeping in cambio di «gioielli, scarpe, vestiti, biancheria intima, profumi, cellulari, televisioni e, in alcuni casi, laptop». Chi cercava di sottrarsi al commercio veniva ricattato. A Monrovia un’indagine su 489 donne ha svelato che più di un quarto della popolazione femminile locale ha avuto scambi sessuali con i peacekeepers. Il documento punta il dito anche contro i civili che fanno parte delle missioni Onu: malgrado rappresentino solo il 17% del personale, risultano coinvolti nel 33% delle accuse. Il rapporto finale dovrebbe essere pubblicato lunedì e arriva a circa un mese dallo scandalo dei presunti abusi commessi dai soldati francesi sui minori nella Repubblica Centrafricana, accusati di aver stuprato anche bambini di nove anni.

(fonte)

Ci saranno morti, molti morti

Mimmo Càndito racconta molto bene cosa potrebbe significare una guerra per l’Italia, oggi:

Sento parole di guerra, per la Libia. Vedo politici che alzano al vento del consenso proclami di impegno militare, muscoli in rodaggio, campagne africane sul bel suol d’amore. Calma, calma. Nessuna spedizione militare è possibile se, prima, non si definisce un obiettivo politico, e se una strategia militare non abbia il supporto di una coerenza di forze in campo.

1) Si dice che ormai non vi sia altra possibilità di soluzione che l’invio di una spedizione militare. A voler essere chiari, questo vuol dire non soltanto raid aerei ma anche, e soprattutto, invio di truppe combattenti sul terreno. E truppe sul terreno significa morti e feriti, e non in piccola quantità poiché si tratta di azioni che si spalmeranno in varie località: il conflitto non avrebbe un fronte unico, ma si torcerebbe negli scontri drammaticamente letali della guerriglia urbana, dove una eventuale supremazia tecnologica conta poco o niente e le trappole e le insidie inevitabili del battersi casa per casa hanno mostrato già in Somalia o in Cecenia quanto pesante sia il costo del guadagnarsi il controllo del territorio.

2) Si parla di creare una operazione di peace keeping. Ma, come le parole in inglese dicono in modo inequivocabile, queste operazioni si fanno quando la pace c’è già, e l’obiettivo è di mantenerla. Se invece la pace non c’è, come in Libia, allora bisogna avere la forza di dire che si fa una guerra vera e propria, o comunque, se si vuol tenere ancora il solito velo dell ipocrisia, che l’operazione è comunque di peace enforcement, cioè di strutturazione e consolidamento di un processo di pace tutto da realizzare. La diversità non è affatto nominalistica. C’è anzitutto il costo di vite umane, che nel PK è statisticamente assai meno elevato che nel PE; e questo conta parecchio, specie per il rapporto tra scelte politiche e consenso dell’opinione pubblica. E poi c’è il problema delle regole di ingaggio, molto più rigide e costrittive per i combattenti del PE: insomma, si fa una guerra e non una operazione più o meno di polizia.

3) Si dice guerra all’Is. Non c’è dubbio che sul terreno oggi l’Is si proponga come la formazione più operativa, con una dinamica di espansione molto accentuata. Ma la Libia postgheddafiana è nel caos attuale perché è mancata finora una forza (militare, non soltanto politica) capace di realizzare una credibile forza centrale, e lo stesso scontro continuo tra miliziani islamisti e miliziani diciamo laici è una definizione di comodo che non riesce a rappresentare la frammentazione estrema dei gruppi armati, migliaia più che centinaia, con identificazioni localistiche, tribali, claniche, gangsteristiche, e di settarismi d’ogni tipo.

4) Come hanno drammaticamente dimostrato la guerra in Afghanistan e quella in Iraq, la definizione di un nation building è fondamentale quanto la vittoria militare. Occorre cioè avere un piano preciso di politiche capaci di realizzare il “dopoguerra”: dunque, individuare le forze politiche e sociali che guideranno il tempo successivo alla fine della guerra, individuare il sistema istituzionale da impiantare, individuare i soggetti con cui relazionarsi già ora perché venga cancellata dall’operazione qualsiasi ombra di un atto di occupazione.

5) Chi guiderà l’operazione, e con quale identità. Posta la latitanza del Consiglio di sicurezza dellOnu, e poste le gelosie e anche gli interessi che sono coinvolti (gli stessi che portarono francesi, e poi inglesi, a lanciare l’attacco a Gheddafi), non appare facile dire quali saranno le forze militari chiamate a partecipare all’attacco e chi ne avrà il comando operativo. L’Italia ha già rivendicato a se’ la leadership, ma l’anticipo non è garanzia sufficiente.

Su questi cinque punti c’è finora il massimo della confusione e dell imbroglio nominalistico. Ma poiché si tratta di lanciare una guerra vera e propria, e poiché ci saranno morti, molti morti, è opportuno che si proceda con chiarezza, e che l’opinione pubblica venga informata di tutto e su tutto