ipocrisia

Confine tra Polonia e Bielorussia, tra lacrimogeni e ipocrisia muore il diritto internazionale

Per farsi un’idea del dramma che si sta consumando basterebbe ascoltare le parole di Abou Elias, un padre disperato appena arrivato in una delle città di confine polacche per cercare sua figlia Hilda Naaman, una dottoressa di 25 anni che stava arrivando in Europa dalla Siria. «Non può più camminare. Le unghie di mia figlia sono state strappate. I bielorussi sono venuti di notte, picchiandoli con un bastoncino elettrico… dicendo loro di andare in Polonia. I polacchi li hanno accolti solo per riportarli indietro», ha spiegato Abou Elias ai giornalisti della Reuters. Abou Elias è siriano, vive in Svezia ed è arrivato in Polonia perché conosce bene l’orrore e la disperazione di un viaggio migratorio ai confini dell’Europa, che lui stesso ha percorso nel 2014. Racconta di avere sentito la figlia al telefono solo in una manciata di occasioni. La figlia gli avrebbe raccontato che le autorità bielorusse chiedevano ai migranti di pagare 1.000 dollari solo per avere il 20% di carica della batteria di loro telefoni. «Lei è qui, a 40 chilometri di distanza, ci stanno giocando… La Polonia non li fa entrare, e l’altra (Bielorussia) non permette loro di tornare indietro. Non sono persone. Sono mostri, mostri, mostri», spiega tra le lacrime.

Ieri sono scoppiati scontri tra i rifugiati bloccati e le guardie di frontiera polacche al confine polacco-bielorusso. Secondo il Ministero della Difesa Nazionale polacco i rifugiati al valico di frontiera di Kuznica che cercavano di entrare in Polonia avrebbero lanciato pietre contro le milizie polacche, che hanno risposto usando cannoni ad acqua e gas lacrimogeni. I cannoni d’acqua e i gas lacrimogeni sono solo un peggioramento delle precarie condizioni delle persone incastrate tra le due frontiere, senza cibo né cure. Il governo polacco ieri ha dichiarato che «il comportamento aggressivo dei migranti è coordinato dai servizi bielorussi e monitorato dai droni. A seguito di un attacco da parte di persone ispirate dalla parte bielorussa, uno dei poliziotti è rimasto gravemente ferito». Ovviamente le affermazioni non sono verificabili visto che l’accesso ai giornalisti continua a essere vietato. Di certo c’è che i bielorussi la scorsa notte hanno cominciato a spostare le persone accampate ancora più vicine al confine polacco che rimane controllato da già di 20mila uomini dell’esercito. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha condannato le azioni delle forze polacche bollandole come «assolutamente inaccettabili», in una conferenza stampa denunciando la violazione di «tutte le norme concepibili del diritto internazionale umanitario e altri accordi della comunità internazionale». Di tutt’altro avviso Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO, che ha detto che l’alleanza è «profondamente preoccupata per il modo in cui il regime di Lukashenko sta usando i migranti vulnerabili come tattica ibrida contro altri paesi, e questo sta effettivamente mettendo a rischio la vita dei migranti». Il blocco è sempre lo stesso: la Russia che continua a sostenere Lukashenko mentre la comunità occidentale prende le parti della Polonia.

L’Europa intanto ha ufficializzato nel corso della riunione dei ministri degli Esteri dei 27 Stati membri l’estensione del regime di sanzioni nei confronti della Bielorussia anche alle entità che organizzano o contribuiscono ad attività del regime di Aleksander Lukashenko che facilitano l’attraversamento illegale delle frontiere esterne dell’Ue. Il Consiglio UE ha chiarito per bocca del suo Alto rappresentante per gli Affari Esteri, Josep Borrell che «questa decisione riflette la determinazione dell’Unione europea a resistere alla strumentalizzazione dei migranti a fini politici. Stiamo respingendo questa pratica disumana e illegale. Al tempo stesso continuiamo a sottolineare l’inaccettabile repressione in atto da parte del regime contro la propria popolazione e noi risponderemo di conseguenza». Borrel ha anche puntato il dito contro la Russia dicendo di «non conoscere i segreti dei contatti tra Putin e Lukashenko. Ma è evidente che Lukashenko fa quello che fa perché conta sul forte sostegno della Russia. Lukashenko non poteva fare ciò che sta facendo senza un forte sostegno della Russia. Che poi ci sia un nesso con l’aumento delle truppe in Ucraina non posso saperlo». Dura la reazione del presidente bielorusso: «Ci minacciano di sanzioni. Ok, aspettiamo e vediamo. Pensano che io stia scherzando. Che sia una minaccia vuota. Niente del genere. Combatteremo. Abbiamo raggiunto il limite. Non c’è spazio per una ritirata».

La Polonia intanto annuncia la costruzione di un muro entro la metà del 2022 mentre i contratti verranno firmati non prima del 15 dicembre. Il costo complessivo sarà di 353 milioni di euro, con i lavori che andranno avanti per 24 ore al giorno – divise in 3 turni – e partiranno prima della fine dell’anno. Il ministro degli Interni polacco Mariusz Kaminsky considera il muro «un investimento assolutamente strategico e prioritario per la sicurezza della nazione e dei suoi cittadini». Sarà lungo ben 180 km e alto 5,5 metri. La difesa dei confini tra l’altro sposta un’enorme mole di denaro. Come racconta Nello Scavo per Avvenire «prima di oggi le imprese hanno beneficiato del budget di 1,7 miliardi di euro del Fondo per le frontiere esterne della Commissione europea (2007-2013) e del Fondo per la sicurezza interna – frontiere (2014-2020) di 2,76 miliardi di euro. Per il nuovo bilancio Ue (2021-2027), la Commissione europea ha stanziato 8,02 miliardi di euro al Fondo per la gestione integrata delle frontiere; 11,27 miliardi di euro a Frontex (di cui 2,2 miliardi di euro saranno utilizzati per acquisire e gestire mezzi aerei, marittimi e terrestri) e almeno 1,9 miliardi di euro di spesa totale (2000-2027) per le sue banche dati di identità e Eurosur (il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere)».

E qui, come al solito, esce tutta l’ipocrisia di questa Europa che finge di incastrarsi per poche migliaia di migranti. Quanto costerebbe accogliere quelle poche persone (sarebbero circa 3.500) a differenza di tutti gli armamenti? Perché nessuno fa notare che la quasi totalità dei migranti sul confine polacco sono potenzialmente meritevoli di protezione internazionale visto che provengono tutti da territori di guerra? Perché nessuno ha storto la bocca quando ad agosto 20mila afghani attraversano ogni giorno il confine con il Pakistan? Perché non ci si ricorda che l’85% dei rifugiati risiede ancora nei Paesi d’origine come l’Africa, l’Asia, Medioriente e Sud America? Dove sta il diritto internazionale su quelle persone all’addiaccio che sono diventate semplicemente un alibi per uno scontro economico e politico, carne di propaganda per sovranisti e regimi? La risposta, c’è da scommetterci, non arriverà presto.

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L’ipocrisia italiana: riempie di soldi Libia, Turchia e Arabia Saudita ma non vuole trattare con i talebani

Era tragicamente prevedibile, eppure sono riusciti a durare poco meno di qualche ora: il dramma afghano è ancora su tutte le prime pagine di tutti i giornali ma la politica ha già dismesso il velo ipocrita della compassione e torna a frugare nei suoi istinti più bassi. Ieri Il Foglio scriveva un retroscena sul ministro alla difesa Lorenzo Guerini e sul ministro agli esteri Luigi Di Maio dicendo che i due considerano “impraticabile” l’idea di corridoi umanitari dall’Afghanistan (che vengono richiesti da più parti per salvare il salvabile) perché «ciò significherebbe trattare direttamente coi talebani e, di conseguenza, riconoscerli ufficialmente».

Sì, avete letto bene, la sfrontata ipocrisia dei due ministri (che probabilmente maledicono una crisi umanitaria in pieno Ferragosto) riesce ad avvitarsi in un pensiero che non ha nessun senso: per una questione di buona educazione, in sostanza, dal governo ci dicono che si salvano quelli da salvare solo se i cattivi non sono troppo cattivi, altrimenti rischiano di sgualcirsi la camicia. Potrebbe anche fare sorridere se non fosse che stiamo parlando dello stesso governo (quello italiano) che non si fa troppi scrupoli mentre riempie di soldi quei criminali travestiti da Guardia costiera libica o che intrattiene rapporti con «il dittatore di cui si ha bisogno», come Mario Draghi ha definito Erdogan. È lo stesso governo, del resto, che si inginocchia all’Arabia Saudita e all’Egitto di al-Sisi pur di vendere armamenti. Ma per quelli non vale evidentemente nessuna regola di distanziamento sociale e di ecologia intellettuale: travestire la codardia da diplomazia è un trucco politico vecchio come il mondo e loro giustamente ci riprovano ancora.

Il punto è che i disperati, se non sono occidentali, non sono da salvare. Il fallimento dell’Europa (e dell’Occidente) sta tutto in questo inconfessabile dogma che governa i flussi migratori. Con un po’ meno di ipocrisia, ad esempio, ci si potrebbe anche confessare che i profughi afghani non iniziano con gli episodi di questi giorni, anche questa è una bugia utile alla narrazione tossica. Come sottolinea Matteo Villa dell’Ispi negli ultimi 12 anni, l’Europa ha negato asilo a 290.000 profughi afghani. 46.000 avevano meno di 14 anni, tra cui 21.000 bambine. 30.000 erano donne adulte. Il 76% di loro è ancora in Europa. Li rimandiamo indietro? La mancata accoglienza è qualcosa di molto più serio e complesso delle sparate di Salvini e ora, c’è da scommetterci, sarà tutta una rincorsa a trovare un altro valido motivo per continuare a fottersene.

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L’ipocrisia dell’Europa che fa la morale a Orban ma chiude gli occhi sulle violazioni di Erdogan

Va benissimo, l’Europa alza la voce contro Orban e contro l’Ungheria per una legge omofoba che da quelle parte viene vissuta come liberazione dall’oppressione del “politicamente corretto”. Del resto accade sempre così: i conservatori giocano a fare apparire i diritti come attacco alle posizioni di rendita di tutti gli altri e quindi zittirli risulta addirittura una difesa della status quo che può essere rivenduta come libertà. Che l’Europa comunque trovi la quadra per condannare una legge che si permette perfino di rendere illegali semplici film della Disney in nome della difesa della sessualità di quelli stabiliti “normali” dalle leggi di Stato. Va tutto benissimo, per carità, e che 16 Stati abbiano firmato contro l’Ungheria non può che essere una buona notizia in questi tempi di attacchi da più parti.

Sorge un dubbio, però: mentre l’Europa trova un’insperata unità per i diritti Lgbtq+ nel frattempo si prepara a licenziare l’accordo con la Turchia di Erdogan per fermare limmigrazione dai Balcani, quasi altri 6 miliardi di euro che verranno formalizzati dalla Commissione nelle prossime settimane”, segnalano fonti Ue. Da qui l’interrogativo: ma siamo sicuri che l’Europa che riesce a fingersi contrita per i diritti di alcuni possa avere credibilità mentre calpesta e addirittura subappalta il calpestamento dei diritti di altri? Perché siamo nel 2021 ma alla fine siamo allo stesso punto, con un’Europa che lecca la Turchia (e la Libia) per fungere da confini perfino poco illegali per potere controllare l’immigrazione.

Ancora una volta si continua a pagare un “dittatore” (non l’avevano chiamato così?) per mettere in piedi una barriera che non tenga conto di nessun diritto e di nessun principio di umanità che impedisca ai migranti di cercare rifugio in Europa. Il subappalto dei confini è qualcosa che evidentemente si riesce a nascondere dall’indignazione generale molto più facilmente rispetto alle pessime leggi del pessimo Orban.

Alla fine il tema è sempre lo stesso, quella credibilità che si guadagna esercitando e non solo prefissandola che manca all’Europa ma che soprattutto manca ai Paesi sempre pronti a fare i moralisti senza morale, occupandosi dei diritti più facili da sdoganare o comunque di quelle azioni che non interferiscono con i poteri interni nel governo del proprio Paese. David Sassoli ha detto che “l’immigrazione deve smettere di essere un tema elettorale” ma ancora una volta dopo le parole i fatti raccontano completamente un’altra storia. E immaginare un’Europa in cui Orban è il cattivo e Erdogan viene pagato per fare l’Erdogan è un incubo che non si riesce nemmeno a descrivere.

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L’ipocrisia degli antipopulisti che ora incensano il Draghi “premier gratis”

Mettiamoci d’accordo: il populismo che tanto viene sventolato per irridere, fiaccare e sminuire gli avversari politici è un pensiero strutturato che vorrebbe mantenere saldi alcuni valori oppure è semplicemente il bordo di un tifo che legge gli avvenimenti in base all’utilità politica?

Il punto è sostanziale perché, se il fronte (legittimo e necessario) dell’antipopulismo si prefigge l’obiettivo di evitare le strumentalizzazioni e l’ipocrisia, avrebbe bisogno almeno di un minimo di coerenza, di identità e di credibilità. Da 24 ore i media e i social si sono in ginocchiati di fronte alla decisione di Mario Draghi di rinunciare al suo stipendio di presidente del Consiglio.

Per carità, ognuno è liberissimo di farcire di merito politico le scelte di Draghi, ognuno può intravedere del talento negli atteggiamenti che gli stanno più a cuore, ma osservare coloro che attaccavano (opinione personale: giustamente) il can can sui tagli degli stipendi ai parlamentari e oggi invece contribuiscono alla claque per opportunità politica è una scena disdicevole e misera.

Di più: è lo stesso identico populismo in salsa borghesotta con spruzzi di intellettualismo di facciata. Che Draghi rinunci al suo stipendio non ha nulla di eroico, così come non è un attestato di valore assoluto tagliarsi lo stipendio: ai politici attiene il dovere di essere all’altezza del proprio ruolo e di portare avanti le proprie idee con lealtà nei confronti del popolo italiano.

La deriva di volere pagare poco dei politici scarsi è un abbassamento di aspettative che non può che portare a politici ancora più scarsi, esattamente come accade per tutte le altre categorie professionali. Draghi, poi, può tranquillamente permettersi di rinunciare allo stipendio perché il benessere datogli dalla sua carriera professionale glielo permette: fare passare l’idea che per certi ruoli scegliere persone benestanti conviene attinge da una precisa linea politica, l’importante è esserne consapevoli.

È curioso anche che tra gli estasiati di queste ore ci siano proprio quelli che da sempre ci dicono che le competenze e i meriti devono essere giustamente pagati. Non si accorgono della contraddizione?

Conviene, quindi, fare un patto: politica è difendere alcune posizioni con la maturità di slegarle dall’opportunismo di partito. Entrare nel merito delle questioni con lucidità e competenza dovrebbe essere l’esatto opposto del populismo e non cadere nel tifo è il primo passo per restare fuori dal brodo della propaganda. La tentazione è facile, starne fuori è serio.

Leggi anche: 1. Draghi è un’occasione per la politica italiana, ma il “populismo delle élite” rischia di rovinarla / 2. Il populismo chic delle élite: la competenza come unica fede

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L’ipocrisia della politica italiana, che appoggia a prescindere Israele e non vede il dramma palestinese

A parole le posizioni sembrano tutte uguali: “due popoli e due Stati” dicono tutti, cambia solo il tono, qualche sfumatura. Di facciata il dibattito politico su Palestina e Israele e sulla guerra riesplosa in questi giorni è tutto un gioco di equilibrismi, tutti impegnati a sembrare equidistanti, una lunga bava di buone maniere che nasconde male l’ipocrisia di fondo.

Ha fotografato la situazione anche Emanuele Fiano, deputato del Partito Democratico e figlio di un ebreo deportato a Auschwitz, che ieri è sbottato sulla sua pagina Facebook: “Se uno in Italia, da sinistra, vuole difendere Israele […] vuole contemporaneamente tentare di mantenere accesso il lume della ragione del diritto palestinese ad avere uno Stato, viene contemporaneamente accusato dagli amici di Israele, di essere amico dei nemici di Israele, e dagli amici dei palestinesi di essere amico dei nemici dei palestinesi. […] Non avrete mai il mio diritto di ragionare con la mia testa. Non mi avrete mai dalla parte di chi vuole distruggere Israele ma neanche dalla parte di chi vuole che io non parli dei diritti del popolo palestinese. Passo e chiudo”.

Ed è proprio questo il punto: basta grattare la vernice per scoprire che molti “equidistanti” sono semplicemente impegnati a non cadere nella tentazione di dire apertamente quello che pensano, immaginando la Palestina come ospite indesiderato da cancellare poco a poco, come del resto sta accadendo.

Poi c’è la continua strumentalizzazione della Shoah, sventolata ogni volta nel tentativo di travestire ogni analisi o osservazione di antisemitismo. L’ha detto ieri a Adnkronos con parole chiare Moni Ovadia (uno dei cantori migliori della cultura ebraica): “Non si ha lo sguardo per vedere che la condizione del popolo palestinese è quella del popolo più solo, più abbandonato che ci sia sulla terra perché tutti cedono al ricatto della strumentalizzazione infame della Shoah. Tutto questo con lo sterminio degli ebrei non c’entra niente, è pura strumentalizzazione. Oggi Israele è uno stato potentissimo, armatissimo, che ha per alleati i paesi più potenti della terra e che appena fa una piccola protesta tutti i Paesi si prostrano, a partire dalla Germania con i suoi terrificanti sensi di colpa”.

E forse non è nemmeno un caso che gli “equidistanti” ieri si siano dati appuntamento a Roma, lì dove gli eventi di questi giorni sono stati derubricati all’ennesimo attacco a senso unico e dove i 72 i morti e oltre 400 i feriti (tra cui 115 tra bambini) ci vengono presentati come inevitabili danni collaterali di una doverosa legittima difesa. A proposito di equidistanza.

Leggi anche:  1.Gaza brucia ancora, pioggia di bombe nella notte: “Muoiono anche i bambini” /2. Conflitto tra Israele e Hamas, Unicef: “Sono i bambini di Gaza a pagare il prezzo più alto: 9 morti e 43 feriti” /3. È guerra tra Israele e Hamas: pioggia di razzi su Tel Aviv e Gaza. Morte 2 donne israeliane e 28 palestinesi / 4. “Una nuova catastrofe”: com’è iniziato il peggior conflitto degli ultimi anni tra Israele e Gaza

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La sinistra si scalda per i processi a Salvini e ignora i migranti: 500 morti in 4 mesi (+200%)

Il Mediterraneo continua ad essere un cimitero liquido e il campo di battaglia di emergenze che spuntano solo quando tornano comode alla sfida politica. L’ipocrisia dei partiti sta tutta in quei numeri che diventano roncole quando servono per attaccare l’avversario e poi scompaiono se richiedono senso di responsabilità. Fra qualche mese, sicuro, comincerà di nuovo la fanfara degli sbarchi incontrollati come accade ciclicamente tutte le estati (con il miglioramento delle condizioni atmosferiche e quest’anno anche con l’allentamento del virus) e intanto sembra impossibile riuscire a costruire una chiave di lettura collettiva su cui dibattere e da cui partire per proporre soluzioni.

Però nel Mediterraneo un’emergenza c’è già, innegabile, e sta tutta nello spaventoso numero di morti in questi primi mesi dell’anno: mentre nel 2020 furono 150 le vittime accertate nel Mediterraneo quest’anno ne contiamo già 500, con un aumento quasi del 200%. A lanciare l’allarme è stata Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, che ha partecipato al briefing con la stampa del Palais des Nations di Ginevra dal porto di Trapani in Sicilia, dove circa 450 persone stavano sbarcando in seguito al salvataggio da parte della nave della ONG Sea Watch: «Dalle prime ore di sabato 1 maggio – ha spiegato Sami – sono sbarcate in Italia circa 1.500 persone soccorse dalla Guardia Costiera italiana e dalla Guardia di Finanza o da Ong internazionali nel Mediterraneo centrale. La maggior parte delle persone arrivate è partita dalla Libia a bordo di imbarcazioni fragili e non sicure e ha lanciato ripetute richieste di soccorso».

Sami ha anche tracciato un primo quadro degli sbarchi nel 2021: «Mentre gli arrivi totali in Europa sono in calo dal 2015, – ha spiegato Sami – gli ultimi sbarchi portano il numero di arrivi via mare in Italia nel 2021 a oltre 10.400, un aumento di oltre il 170 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020. Ma siamo anche profondamente preoccupati per il bilancio delle vittime: finora nel 2021 almeno 500 persone hanno perso la vita cercando di compiere la pericolosa traversata in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale, rispetto alle 150 dello stesso periodo del 2020, un aumento di oltre il 200 per cento. Questa tragica perdita di vite umane sottolinea ancora una volta la necessità di ristabilire un sistema di operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale coordinato dagli Stati».

L’agenzia Onu «sta lavorando con i suoi partner e con il governo italiano nei porti di sbarco per aiutare ad identificare le vulnerabilità tra coloro che sono arrivati e per sostenere il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo» ma Sami sottolinea come continuino a mancare «percorsi legali come i corridoi umanitari, le evacuazioni, il reinsediamento e il ricongiungimento familiare devono essere ampliati» mentre «per le persone che non hanno bisogno di protezione internazionale, devono essere trovate soluzioni nel rispetto della loro dignità e dei diritti umani». L’incidente più grave finora è quello del 22 aprile, quando un naufragio ha causato la morte di 130 persone sollevando i prevedibili lamenti che ogni volta vengono spolverati per l’occasione. Solo una questione di qualche ora, come sempre, poi niente. La zona continua a essere completamente delegata alla cosiddetta Guardia costiera libica: «Nell’ultimo naufragio si parla di almeno 50 morti, noi abbiamo la certezza solo di 11 persone.  Quello che sappiamo è che erano in zona una nave mercantile e un’altra barca e che non sono intervenute, nonostante sia stato lanciato l’sos. E questo è molto grave: se c’è un natante in distress si deve intervenire, perché l’imbarcazione può affondare in qualsiasi momento. Ma ormai questa sembra essere una prassi consolidata: nessuno interviene in attesa che arrivi la Guardia costiera libica e riporti le persone indietro. Questo ci preoccupa molto», ha spiegato Carlotta Sami.

Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) siamo al 60% di persone che tentano la traversata in mare e che vengono sistematicamente riportate indietro: «Almeno una su due è matematicamente riportata in Libia – spiega Flavio Di Giacomo, portavoce Oim, a Redattore Sociale -. Dopo l’ultimo naufragio abbiamo lanciato un appello all’Ue perché si rafforzi il sistema di pattugliamento in mare e si evitino altre tragedie, ma è caduto nel vuoto. C’è un silenzio politico assordante su questo tema. Si parla solo genericamente di un aumento degli arrivi: ma attenzione a evitare narrazioni propagandistiche perché nonostante la crescita i numeri restano bassi. Non esiste un’emergenza in termini numerici ma solo un’emergenza umanitaria, di morti e dispersi in mare».

Sempre a proposito di proporzioni poi ci sarebbe da capire perché le eventuali (gravi) responsabilità penali di Salvini quando fu ministro e lasciò alla deriva le navi delle Ong debbano infiammare più di questo spaventoso numero di morti che sembra non avere responsabili. Forse anche il centrosinistra, se vuole davvero occuparsi di diritti umani e non solo di dialettica politica, dovrebbe avere il coraggio di ripartire da qui.

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Draghi, Lega, ddl Zan: il male non è fare politica al Primo Maggio ma i partiti che controllano la Rai

Le domande giuste e le domande sbagliate, a prima vista, sembrano sempre più o meno la stessa cosa. La differenza è che le domande sbagliate di solito vengono poste per non ottenere risposte, ma per aumentare la polvere e la schiuma e inevitabilmente per ottenere più coinvolgimento. Più dibattito confuso, più viralità, più clic, più introiti pubblicitari e più popolarità.

Le domande sbagliate sono quelle che oggi si attorciglieranno su Fedez, come in una guerra tra galli in cui si chiede di parteggiare per il cantante o per Salvini, con Fedez o con la Rai, e infatti già scivolano le battute sulla Lamborghini, sui soldi, perfino sulla pubblicità visibile del marchio del suo cappellino.


Le domande giuste, invece, sarebbero da porre alla politica tutta, a destra e a sinistra, su un sistema che ottunde, ammortizza, diluisce tutto quello che deve passare in televisione, sulla televisione pubblica italiana, non tanto per censura ma più per una sorta di autocensura che tiene in piedi il carrozzone dell’informazione italiana in cui il primo obiettivo è quello di non incrinare relazioni che valgono molto più delle competenze per la propria carriera in Rai.

Qualcuno fa notare che non c’è stata censura poiché Fedez ha potuto comunque parlare [qui il testo integrale del suo discorso] ma si dimentica di osservare la cappa che sta sulla testa di quelli che, senza i mezzi e senza la potenza di fuoco, invece, non arrivano nemmeno allo scontro e si allineano.

Uscendo dalla diatriba tra Fedez e gli altri, allora, rimangono due punti fondamentali. Primo: che la televisione pubblica e la politica si siano adagiati su questa abitudine vigliacca di credere che i diritti vadano celebrati senza essere esercitati è la fotografia perfetta di un Paese senza coraggio.


Il Primo Maggio è la festa dei diritti ed è doveroso, ognuno secondo le proprie idee, esercitare e reclamare diritti. Altrimenti chiamatelo concerto e non ammantatelo di altri significati.

Secondo: che la politica ogni volta, ciclicamente, faccia finti di stupirsi di quel mostro che è la Rai, che la politica stessa ha creato, è un’ipocrisia intollerabile. Quello che accade a Fedez accade ai conduttori, ai giornalisti, ai collaboratori (ancora di più).

Un’azienda che ha dirigenti il cui merito è sempre quello di essere “diligenti” più che capaci è ovvio che vada a finire così e la responsabilità è tutta politica, è tutta della politica. Questa scena dei piromani che si disperano per l’incendio ce la potreste anche risparmiare, almeno per il gusto della verità e della dignità.

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Non reggono la maschera

Tra le frasi ripetute dai (pochi) renziani rimasti ogni volta che devono fingere di non essere di destra (perché loro sono di un centrosinistra tutto loro, che esiste solo nella loro testa, che usa i diritti da usare come abbellimento, come l’oliva su un bicchiere per l’aperitivo) c’è la tiritera di Renzi difensore dei diritti civili. È una grancassa ripetuta allo stremo, anche alla faccia del principe saudita che le donne le usa come soprammobili, eppure per loro è un Rinascimento.

Ieri in Senato Italia viva non è però riuscita a reggere troppo la finzione della sua postura e ha dato il meglio di sé. Solo un dato, tanto per inquadrare lo spessore della sua azione politica: è riuscita a incassare gli applausi e i sorrisi di Lega e Fratelli d’Italia, basterebbe questo per capire.

Davide Faraone, senatore di Italia viva che ha il grande merito di essere molto amico di Matteo Renzi, ha detto che il ddl Zan  (quello che la destra da mesi sta cercando di boicottare in tutti i modi) è da «modificare». Avete letto bene: l’hanno votato alla Camera ma poi ci hanno ripensato, del resto loro sui ripensamenti si giocano tutta la poca credibilità elettorale per racimolare qualche voto in più della decina che hanno in tutto. In sostanza sono riusciti ad affossarlo visto che per arrivare al punto in cui siamo sono serviti più di mille giorni e visto che rimandare il tutto indietro significa di fatto non arrivare mai a una conclusione.

Ma il vero capolavoro di ipocrisia è la motivazione che hanno avanzato: il disegno di legge non va bene, dicono, per il video di Grillo e perché se Grillo sostiene questo disegno di legge allora significa che va modificato. In fondo gli serviva solo una scusa, come al solito, come quando dissero che bisognava discutere in Parlamento il Pnrr da presentare all’Europa per i soldi post Covid e ora invece stanno zitti nonostante non ci sia nessuna bozza. Loro cercano solo appigli (immaginari) per costruire propaganda. E incassano applausi da destra. Che poi non incassino nemmeno mezzo voto fanno molta fatica a comprenderlo, ma anche questa è la loro natura.

La vera domanda rimane quella che ha scritto ieri Simone Alliva, che su questa legge sta facendo da mesi un enorme lavoro di informazione: «Perché il #ddlZan che avete votato alla Camera (quindi andava bene alla Camera) adesso non vi va più bene al Senato?».

Oppure, volendo fare politica in modo intellettualmente onesto, si poteva discutere quel testo e, in assenza di accordo, affidarne la sorte al voto, come si fa in una democrazia parlamentare. Ma i renziani avrebbero avuto paura di essere scoperti. Come se non fossero già evidenti ora.

Buon giovedì.

 

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Il fascino della divisa

Ve lo ricordate Sandro Gozi? Un “traditore dello Stato”, un “nemico dell’Italia”, un “meschino”, un “disertore”, “uno a cui bisognerebbe togliere la cittadinanza”: sono solo alcune delle definizioni che sono state usate da esponenti di Lega e Fratelli d’Italia quando l’ex sottosegretario dei governi Renzi e Gentiloni assunse un ruolo politico per Macron in Francia. Sia chiaro: tutto alla luce del sole, al di là dell’opportunità su cui ognuno può avere la sua idea.

Salvini e Meloni sono pronti a individuare “tradimenti dell’Italia” in ogni frangente, soprattutto quando si tratta di nemici politici. In questi giorni in Italia c’è l’ipotesi di un tradimento proprio bello e finito, roba quasi da film, un capitano di fregata, Walter Biot, sorpreso dai Ros a vendere segreti militari ai russi in un parcheggio di Roma: anche se fa piuttosto ridere comunque siamo di fronte a uno dei più gravi episodi di spionaggio degli ultimi anni.

Nessuna parola di Meloni e Salvini, ovviamente. È il fascino della divisa: se scorrete i loro social trovate le solite badilate sugli immigrati, sulla sinistra (più Giorgia Meloni ovviamente, poiché Salvini ora si deve fingere moderato), indignazione per la condanna ridotta a Kabobo ma niente sull’ufficiale. Eppure, oh, se ci pensate è proprio il prototipo del traditore perfetto. Ma niente di niente.

Curiosa anche certa stampa che da giorni ci racconta come Biot avrebbe venduto documenti riservati ai russi per problemi di soldi (la moglie ci dice che hanno “quattro cani da mantenere”, tra le altre cose). Parliamo di un dipendente dell’Esercito, eh. Provate a chiedere in giro per strada alla gente in pandemia, a proposito di povertà. Tutta la pietas che non hanno per i poveri senza divisa è esplosa per il capitano di fregata.

Che ipocrisia, che bassezza, che poca roba. Che peccato.

Buon venerdì.

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L’intergruppo “Smutandati da Draghi”

I leghisti che plaudono alla cessione di sovranità all’Europa. I renziani entusiasti di un esecutivo che non parla di Mes. Il voto di fiducia al governo Draghi è stato il teatro di giravolte e capriole della politica

C’è talmente tanta ansia di comunicazione che alla fine tutti si esercitano nel solito esercizio: immaginare un programma di governo dalle parole di un discorso di insediamento vale più o meno come cavare il sangue da una rapa, soprattutto se il discorso al Parlamento è un elenco sartoriale (come l’oratore) di buoni propositi che possono voler dire tutto e il suo contrario.

Certo ieri Draghi ha fissato dei paletti e degli obiettivi dal profilo alto e di natura ambiziosa ma cosa ci possa essere dietro è ancora tutto da vedere. C’è dentro molta Europa (poi ci torniamo) com’era inevitabile che fosse ma bisogna capire se l’idea «di un’Unione europea sempre più integrata che approderà a un bilancio comune» indica una comunità di fatturati o di persone, c’è dentro la scuola ma si insiste sui «giorni di lezione persi» ed è un’affermazione falsa e piuttosto di pancia, c’è dentro finalmente la questione femminile collegata all’occupazione (ha detto Draghi: «aumento dell’occupazione, in primis, femminile, è obiettivo imprescindibile: benessere, autodeterminazione, legalità, sicurezza sono strettamente legati all’aumento dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno») ma bisognerà vedere ovviamente come risolverla, c’è dentro molto ambiente (del resto lo chiede l’Europa, davvero), c’è dentro la cura per il patrimonio culturale anche se nella solita perversa visione della sua messa a reddito «per il turismo», c’è dentro la riforma strutturale del fisco che non può essere il mettere o togliere questo o quel balzello ma che ha bisogno di un pensiero totale che ne tocchi tutto l’impianto (ma bisogna vedere a favore di chi), ci sono dentro i giovani (quelli non mancano mai nei discorsi politici), c’è dentro il lavoro con una responsabilità politica enorme (scegliere quali aziende sostenere è una delle scelte più politiche che spetta a un governo, altro che tecnici), c’è dentro la promessa di politiche attive per i lavoratori (ma anche su questo non resta che aspettare i concreti provvedimenti). Volendo vedere ci sono anche parole che speriamo di avere interpretato male sull’immigrazione visto che è stata proposta come questione europea e l’esternalizzazione delle frontiere messa in atto dall’Europa è roba vergognosa che andrebbe rivista: nessuna parola su cittadinanza e integrazione, ad esempio. Parlando di ambiente è riuscito a buttarci dentro anche un ipotetico dialogo con il Signore, eh vabbè. Vedremo, osserveremo, vigileremo.

Però la giornata di ieri è stata anche e soprattutto la giornata dello smutandamento di politici ingarbugliati in capriole che sono stati smascherati da un governo che tra i suoi pregi ha sicuramente quello di svelare la bassa natura di alcuni protagonisti.

Per chi aspettava ad esempio con curiosità le parole dei renziani di Italia viva sul Mes che per Renzi era dirimente per l’eventuale fiducia al governo Conte (il 17 gennaio scorso disse «non voterò mai un governo che si ritiene il migliore del mondo e di fronte a 80mila morti non prende il Mes») c’è la fenomenale dichiarazione di Faraone: «Ci chiedono strumentalmente perché non chiediamo più il Mes. Non lo facciamo perché il nostro Mes è lei, presidente Draghi, e questo governo». Ecco, credo che non servano altri commenti.

Per chi ci diceva che il Recovery plan del precedente governo fosse “uno schifo” arrivano le parole di Draghi che confermano invece la «grande mole di lavoro» del governo precedente e l’intenzione di continuare in quella direzione. Così, per capire quanta ipocrisia ci siamo sorbiti nei giorni scorsi.

Draghi ha parlato di un rafforzamento della sanità territoriale e di fianco aveva Giorgetti, quello che diceva: «Mancheranno 45 mila medici di base, ma tanto nessuno va più da loro. È un mondo finito». Una scena epica.

Ma il campione delle giravolte è ovviamente Matteo Salvini che ieri è diventato turbo europeista lanciandosi a dire: «Vogliamo l’Europa 7 giorni su 7». Draghi ha parlato dell’irreversibilità dell’euro e lui si è inzerbinato, Draghi ha parlato di cessione della sovranità e il sovranista ha fatto sì sì con la testina. Un massacro. Se avete voglia di divertirvi andatevi a leggere i commenti dei suoi elettori sotto i suoi profili social: un’arena contro il capitano. Giorgia Meloni se la ride.

Lo slurp del giorno, manco a dirlo, lo vince Raffaella Paita di Italia viva: «Tra gli aspetti che mi hanno colpito del discorso di #Draghi c’è un dettaglio che probabilmente non tutti hanno notato. Quando veniva interrotto da applausi ricominciava il periodo dall’inizio per rispettare il rigore del ragionamento. #questionedistile #senato», ha scritto ieri. Evviva.

Buon giovedì.

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