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Un’intervista con IODONNA. Su tutto.

Schermata del 2015-10-01 17:21:29

(Intervista di Raffaella Oliva, l’articolo originale è qui)

Era l’alba del 6 settembre 2006 quando Michele Landa fu ucciso a colpi di pistola e bruciato nella sua macchina. Era un metronotte di Mondragone, provincia di Caserta, un cittadino onesto cui era stato affidato il compito di piantonare un ripetitore per la telefonia mobile a pochi chilometri da casa, a Pescopagano. Gli hanno sparato durante un turno di lavoro, in quel periodo i clan della camorra avevano scoperto il redditizio furto delle apparecchiature telefoniche, forse Michele sapeva qualcosa, il suo sguardo indiscreto non era ben visto. Aveva 61 anni, il suo corpo carbonizzato sarebbe stato ritrovato in un fosso solo quattro giorni dopo: alla famiglia che aveva sporto denuncia per la sua scomparsa le forze dell’ordine avevano suggerito di non preoccuparsi, «sarà con l’amante».

Una morte quasi ignorata, la sua, giusto qualche trafiletto nella cronaca locale. Una morte ingiusta che oggi Giulio Cavalli, scrittore, giornalista, attore e autore teatrale che per il suo impegno contro la mafia vive sotto scorta dal 2007, racconta in Mio padre in una scatola da scarpe, il suo primo romanzo dopo diversi libri d’inchiesta, in uscita il 17 settembre per Rizzoli. «Quella di Michele Landa è una storia profondamente umana, non una vicenda “banalmente” di mafia, bensì la vicenda di un amore e di una famiglia molto unita che si ritrova coinvolta per caso in un dramma più grande di lei», dice il milanese Cavalli, classe 1977. «A Mondragone Landa non era un eroe dell’antimafia; era, più semplicemente, una persona che non voleva avere a che fare con la camorra perché non voleva avere a che fare con l’illegalità in generale. Eppure è stato costretto a soccombere».

Nel romanzo questo aspetto è chiaro: Landa non era un militante, uno di quelli che fanno della lotta alla criminalità organizzata una missione di vita.
Esatto, voleva solo seguire le regole con la geniale semplicità che fu dei nostri nonni. Negli anni l’antimafia ha spesso agito in modo vile, guidata da un sentimento di vendetta, io stesso dopo quello che mi è successo mi ero imbruttito, incattivito (Cavalli ha iniziato a subire minacce di stampo mafioso nel 2006, dopo la messa in scena dello spettacolo Do Ut Des, sulla vita dell’immaginario aspirante boss Totò Nessuno ndr). Ho poi capito che a meritare ammirazione sono coloro che con la semplicità di cui sopra non perdono di vista i propri valori quando capita loro l’occasione di essere giusti, come recita la frase che ho voluto mettere in copertina.

Leggendo il libro viene da chiedersi quanto di vero e quanto di romanzato ci sia nel suo racconto.
Se dicessi che è tutto vero si diffonderebbe l’idea che Giulio Cavalli abbia scritto un’inchiesta sulla camorra. Mettiamola così: il tessuto umano e la vicenda sono reali, e lo sono nel senso che quando Angela Landa, la figlia di Michele, ha letto il libro mi ha confidato di aver ritrovato e riconosciuto, tra quelle pagine, la sua famiglia.

I vari personaggi sono descritti nei loro tic, nelle loro particolarità, nei loro tratti più invisibili, ma eloquenti; a tratti sembra di leggere una sceneggiatura cinematografica.
Forse proprio perché prima di scrivere ho incontrato più volte Angela. Per esempio, il pranzo di famiglia con cui si chiude il libro è autobiografico: io c’ero, ero lì, e in quell’occasione ho avuto modo di scorgere i tic di quelli che sarebbero diventati i personaggi del romanzo. Credo c’entri anche il fatto che nasco come teatrante, ma c’è un ulteriore aspetto da non dimenticare: quando, com’è accaduto alla famiglia Landa, ti ritrovi a vivere una vicenda così assurda, che non ti saresti mai aspettato, ecco, in quei casi sono gli stessi protagonisti della storia a raccontare quest’ultima quasi fossero osservatori esterni, sono i diretti interessati a darne una visione filmica, cinematografica. È un meccanismo di difesa, serve a non cadere nella disperazione. Dietro alle parole c’è sempre un’umanità tremolante e commovente.

Commovente perché distante dalla mera cronaca?
Commovente perché sentire Angela Landa dire “hanno ucciso mio padre, che era la persona che insegnava a mio figlio cos’è un orto” è diverso dal sentir parlare di mafia in televisione, per esempio, dove gli argomenti sono le modalità di azione delle organizzazioni criminali o le relazioni della DDA (direzione distrettuale antimafia ndr).

Che tipo di realtà ha trovato, lei, a Mondragone?
Per fortuna non ho problemi con la camorra, li ho con Cosa Nostra, i siciliani e i calabresi soprattutto, ma con la camorra no. Per me Mondragone è Angela, i nostri incontri, le nostre conversazioni. M’interessava la temperatura emotiva della città, più che il posizionamento della stessa sullo scacchiere criminale. In passato ci ero già stato, ma per degli spettacoli, non avevo avuto modo di assorbire il territorio anche perché è un po’ complicato per me, data la mia condizione.

Da quasi dieci anni vive sotto scorta e come saprà sulle scorte i commenti si sprecano, c’è chi le considera un capriccio: come risponde?
Rispondo che nella stragrande maggioranza dei casi è effettivamente così, viviamo in un Paese in cui si dà la scorta a un attore mentre si dice alla moglie di Michele Landa “non preoccuparti, tuo marito sarà fuori a ubriacarsi con qualche prostituta”. Ciò detto, trovo l’argomento “scorta o non scorta” poco interessante, mi preme di più parlare di quell’eccesso di difesa che in passato mi ha portato ad accettare un abbruttimento, un incattivimento cui credevo di avere diritto e che, invece, mi ha fatto solo perdere tempo.

Ha superato l’abbruttimento, ma la paura, quella si supera?
Dopo un po’ scompare, ci si abitua. Io non ho paura di certe famiglie calabresi, la mia paura è di vivere in un Paese che non dà risposte, ho paura della possibilità di delegittimazione, noncuranza e dimenticanza che è un po’ il senso di questo libro.

È per questo che nel 2010 è entrato in politica, diventando consigliere regionale della Lombardia prima con l’Idv, poi con Sel?
Sono entrato in politica perché sono convinto che i mandanti di certi crimini siano politici e penso che la politica sia un passaggio necessario per portare avanti la lotta alla mafia. Le famiglie appartenenti alla criminalità organizzata sono politicissime, conoscono a memoria leggi, emendamenti, piani di governo del territorio, molto meglio di tanti altri cittadini che magari si ritengono informati. Questo significa ch
e l’antipolitica è un favore che si fa a loro. Credevo di poter essere utile.

Poi cos’è successo?
È successo che quella parentesi politica mi è costata tanto dal punto di vista professionale, il sospetto era sempre quello che qualunque cosa facessi fuori dall’ambito politico nascondesse un interesse partitico. Per non parlare della legislatura pittoresca in cui mi sono ritrovato: il figlio di Bossi, la Minetti… Ce l’ho messa tutta, ma era troppo per me, l’ecologia intellettuale ha dei limiti.

La cosa che più l’ha stupita?
La giustificazione quotidiana di bassezze umane come elemento indispensabile per ottenere un buon risultato. Giustificazione vissuta come un aspetto positivo. E lì ho capito alcune cose: l’Italia non è un Paese che non si è accorto di Andreotti, è un Paese di aspiranti Andreotti. Poi, ovvio, anche in politica ci sono persone con una bella umanità, penso a Pippo Civati, a Maurizio Martina…

Alla fine, però, ha lasciato ed eccoci al suo primo romanzo.
È questo il mio lavoro: raccontare storie. Non raccontare storie per legittima difesa, non fare l’attore civile, non fare il minacciato o lo scortato, solo raccontare
storie. Purtroppo in passato ho sentito il bisogno di difendermi, ho dovuto spesso giustificare gli stereotipi che mi venivano appiccicati addosso, per cui da giovanissimo ero il nuovo Paolini. Poi, dato che ci avevo messo il sorriso, sono diventato il nuovo Dario Fo: insomma, sono stato sempre il modello sostitutivo di qualcosa che c’era già. Ora basta, questo è un libro libero, descrive ciò che sono ora.

Nel libro racconta l’omertà in modo estremamente schietto, come qualcosa di non riconducibile soltanto alla paura.
Certo, è anche un fattore culturale: per i nostri nonni l’omertà era sinonimo di tranquillità e quest’ultima era vissuta come un dovere da buon padre. Per loro assicurare tranquillità ai figli e non creare nevrosi in famiglia era fondamentale. Ora, partendo da questa consapevolezza, sta a noi non diventare vendicativi: non penso che si possa sconfiggere una prepotenza con una prepotenza organizzata più forte, è necessario un lavoro culturale. Ci ritroviamo di frequente a tuonare contro i collusi, quel che mi chiedo è: e se dentro questa forma di collusione ci fosse una struttura culturale che non abbiamo curato abbastanza bene? È questa la domanda che il libro vorrebbe mettere sul tavolo: il nonno di Michele, che gli dice di tacere e di farsi i fatti suoi, è un vigliacco? No, bisogna andare oltre, comprendere, sfruttare la memoria di quei nonni per curare. Non credo più nei paladini antimafia che si scagliano contro tutto e contro tutti.

Descrive bene anche il ruolo complice di certe donne disposte a sposare degli uomini di mafia pur di essere mantenute e fare “la bella vita”.
Attenzione, però, a Milano accade lo stesso quando una donna si sposa con un funzionario corrotto. E anche di quelle donne va compresa una fragilità: mi fa paura il giustizialismo culturale in cui ogni tanto anch’io mi sono ritrovato imprigionato in passato. Amo le persone che non hanno bisogno di avere un nemico per restare salde sui propri obiettivi e sto imparando a essere anch’io così.
 
Si tratta di comprendere per combattere?
Si tratta di fare antimafia non usando la penna come spada ma, per esempio, raccontando una storia d’amore come ho fatto con questo romanzo. Dobbiamo ricominciare a innamorarci della legalità e ancor prima dei fragili e delle fragilità: la nostra attenzione dovrebbe essere rivolta verso chi ha paura, non verso chi ha le condizioni o la fortuna di poter non avere paura. La vera rivoluzione culturale e sociale avverrà quando comprenderemo che ognuno ha la propria battaglia personale da combattere, quindi va rispettato e trattato con gentilezza, come diceva Carlo Mazzacurati. Mio padre in una scatola da scarpe è un romanzo civile perché in un’epoca dominata dal cattivismo come quella attuale rilancia il buonismo non come debolezza, ma come senso di responsabilità sociale.

‘Mio padre in una scatola da scarpe’ secondo ‘Liberi di scrivere’

(Recensione di Irma Loredana Galgano, l’originale è qui)

Schermata 2015-09-27 alle 17.16.31Il 17 di questo mese è uscito per Rizzoli “Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli.

Ci sono dei cantanti che hanno una voce talmente melodiosa che ti cattura appena la senti.
Ci sono dei musicisti talmente dotati che ti fanno piacere la loro musica fin dalle prime note.
E poi ci sono quegli scrittori così bravi che ‘rapiscono’ il lettore fin dalle prime battute.
Giulio Cavalli appartiene senza dubbio alcuno a questa categoria.

“Mio padre in una scatola da scarpe” racconta la storia semplice di Michele, cresciuto dove «non esistono carabinieri o polizia; qui a Mondragone ci sono le guardie e i ladri, bianco e nero e tutto in mezzo gli altri che sono altri per il tempo che serve a decidere se nella vita vuoi essere bianco o nero, guardia o ladro», in una città che può trovarsi dove si trova, in provincia di Caserta, o in qualsiasi altro posto del mondo perché «Mondragone si sveglia rotonda tutte le mattine, per poi sformarsi attraverso i suoi abitanti».

Una vita sospesa, quella degli “altri”, soprattutto quando propendono per il bianco, in quanto «questa è una terra che va abitata in punta di piedi, va abitata in silenzio, qui le brave persone per difendersi diventano invisibili». Cercava di spiegare suo nonno a un giovanissimo Michele, che non capiva… non riusciva a capacitarsi, esattamente come quarantanni più tardi non ci riuscirà Andrea, suo figlio.
Perché una persona che vuole solo coltivare il proprio amore, formare una famiglia, lavorare, pagare le tasse e trascorrere del tempo con i propri figli e nipoti deve vivere terrorizzato da ciò che può accadere a lui, o peggio a propri famigliari, anche solo come conseguenza per aver rifiutato o accettato un caffè?
Perché un cittadino deve essere costretto a subire l’indifferenza delle forze dell’ordine soggiogate al male peggio dei “neri”?
Perché un uomo o una donna non possono formulare queste domande a voce alta senza rischiare gravi conseguenze e ritorsioni?

Alcuni soggetti afferenti alla malavita organizzata si ritengono dei soldati, arruolati in un diverso esercito certo ma comunque ligi a un codice di regolamentazione che una volta arruolati si sceglie di seguire e rispettare. Va bene. Ma chi non compie questa scelta perché è costretto a subirne comunque le conseguenze?

« Se è mafioso solo chi ammazza allora la mafia non c’è davvero, qui. Quelli che hanno fatto finta di niente con il tuo amico morto ammazzato sono mafiosi. Tu ti ostini a pensare che siano solo cattivi o prepotenti o violenti, e invece sono mafiosi.»

Michele e Rosalba trascorrono la vita a cercare di diventare invisibili e soprattutto di far essere tale i propri figli e nipoti, coltivando il loro amore che è «un amore antico, se lo ripetono tutti i giorni, perché è tra persone che sono cresciute imparando ad aggiustare le cose senza buttarle». Ma certe cose o certe situazioni non si possono aggiustare, sono come la miccia di un mortaretto… una volta incendiato non resta che aspettare lo scoppio.
Andrea, Giovanni, Antonio e Angela questo scoppio se lo sentono scorrere nelle vene, anche più di Rosalba e decidono insieme di compiere il gesto più rivoluzionario della loro vita, varcando i limiti della legalità e lo fanno con il coraggio e la consapevolezza di doverlo fare, perché rappresenta per loro non solo una rivincita ma una vera e propria catarsi. E così, a modo loro, riescono a sconfiggerlo il Male che li voleva oppressi, immobili e silenti.

“Mio padre in una scatola da scarpe” di Giulio Cavalli è il racconto semplice di una famiglia normale che cerca di coltivare i propri sogni in un mondo disumano, crudele e spietato nel quale l’amore e i sentimenti per vincere devono combattere quotidianamente contro colossi armati, contro il potere, la violenza e il potere della violenza.

« Nonostante tutto lei non tornerebbe indietro, no, non rinuncerebbe a nessuno dei momenti vissuto fino a qui, dolori inclusi, perché la sua famiglia è un’opera titanica e artistica che la riempie di fierezza e di orgoglio.»

«Mi interessa la grandezza “ordinaria”»: una mia intervista prima di partire per Ravenna

Intervista di Veronika Rinasti a Giulio Cavalli. L’intervista è stata pubblicata sul numero di Ravenna&Dintorni del 17 settembre. Qui l’inserto completo in pdf)

Cavalli con il nuovo spettacolo su Dell’Utri e il romanzo su Michele Landa: «L’ho scritto pensando ai miei figli»

giulio_cavalli_2012_foto_emiliano_boga_alta_ris-2Giulio Cavalli sarà ospite del Grido 2015 sabato 26 settembre con un doppio appuntamento. , romanzo edito da Rizzoli e in uscita il 17 settembre. Alle 21,00 sarà la volta dello spettacolo teatrale in anteprima nazionale L’amico degli eroi, monologo di Giulio Cavalli con musiche di Cisco Bellotti su Marcello Dell’Utri.

Nell’ultimo anno hai scritto un romanzo, uno spettacolo teatrale e hai iniziato a collaborare con Left. Scrittore, attore, giornalista. Hai deciso cosa fare da grande?

In realtà no! Negli ultimi due anni sono finito a fare il giornalista molto spesso, rispetto agli altri miei lavori. Il mio sogno rimane quello di fare lo scrittore e basta. Non per trasmettere alti pensieri o filosofie illuminanti, sono una persona che adora l’ozio e quindi la scrittura è semplicemente la forma più compatibile con me stesso. Mi capita di cambiare metodo a volte, ma questo dipende dal fatto che a seconda del tema trattato, mi sembrano più utili forme diverse. La storia di Michele Landa, ad esempio (il protagonista del romanzo Mio padre in una scatola da scarpe), è talmente umana che sento di non avere la cifra stilistica o la bravura per portarla su un palco. Mi viene più facile raccontarla in un libro.

Nel romanzo hai lavorato molto sulle parole, raccontando nel dettaglio i personaggi e ambientazioni. Quanto sei legato a questo libro?

Mio padre in una scatola da scarpe è il libro che mi rappresenta di più. Negli ultimi anni ho avuto la sensazione di dovermi sempre difendere. Con questo romanzo ho voluto scrollarmi di dosso l’etichetta di quello che si “merita” le minacce. Il processo di delegittimazione ti porta l’ansia di dare un certo tipo di risposta anche quando la delegittimazione in realtà non esiste. Il mio habitat è quello del racconto che non ha bisogno di fatti eclatanti, ma è legato alle piccole cose e forse questo romanzo è il mio lavoro più libero.

Quella di Michele Landa è una storia di cui si è parlato poco a livello nazionale. Perché hai scelto di parlare proprio di lui?

Mi piace molto raccontare la grandezza “ordinaria” delle persone normali. Sono assolutamente contrario alla mitizzazione della mafia e dell’antimafia. Molto spesso l’incontro con la criminalità organizzata si verifica per cause banali, come trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, come è successo a Michele Landa. Secondo me c’è un insegnamento molto più umano nella sua vicenda, che nelle storie ormai famose e abusate. La sua storia mi è stata raccontata durante un pranzo, quello di cui parlo alla fine del libro. Mentre scrivevo non mi sono sentito un giornalista, volevo soltanto raccontare la profonda umanità di questa famiglia che si era sempre tenuta fuori dalla criminalità organizzata, dichiarandosi anche ignorante su questo argomento.

Hai pensato ad un lettore ideale mentre scrivevi il romanzo?

Mi piacerebbe riuscire a creare una cultura dell’etica e della legalità che si appassionasse anche alle storie minori. Mi capita spesso di incontrare studenti nelle scuole e cerco sempre di contrastare questa bolsa retorica dell’antimafia, come se Falcone e Borsellino fossero il sussidiario della criminalità organizzata quando nella realtà esistono infinite sfumature di persone. Ho pensato ai miei figli e a quando, da grandi, mi chiederanno il perché di una vita così movimentata. Ecco, questo libro sarà la risposta.

Dopo la presentazione del libro, avremo in anteprima nazionale, anche “L’amico degli eroi”, spettacolo teatrale realizzato con il crowdfounding. In questo caso il progetto sociale è stato un obbligo o una scelta?

Innanzitutto trovo deliranti i bandi per ottenere fondi pubblici. Quindi abbandono per principio tutto quello che mi sembra illogico. E poi non mi avrebbero permesso di farlo. Gli unici spettacoli che ho realizzato con piccoli contributi pubblici sono L’innocenza di Giulio e bambini a dondolo, in cui parlo di turismo sessuale. Ma l’aiuto si limita alla fase di produzione. Gli spettacoli vengono scritti ma non venduti, e in questo modo l’ente compra il “perdono” attraverso il finanziamento.
Per il resto, io mi ritengo una persona fortunata. Ho molte persone che mi seguono, che sono miei lettori e sostenitori…e molto spesso sono anche le mie fonti. Ho pensato perché non provare a metterle insieme, cercando di creare anche un rapporto diretto. Tutto questo mi permette di esprimere anche giudizi etici sul dell’utrismo, cosa che probabilmente con un produttore privato non avrei potuto fare. L’amico degli eroi non è lo spettacolo che ti spiega solo perché Dell’Utri è mafioso, andiamo oltre. Raccontiamo che Dell’Utri, ovvero il siciliano che sogna di essere borghese, incontra il milanese che sogna di poter essere prepotente nelle modalità siciliane, si crea un mix talmente forte da arrivare a governare il paese.

Se dovessi descrivere Dell’Utri in due parole?

Mah…io lo trovo molto simile ad Andreotti. Dell’Utri è il sottovuoto spinto travestito da eroicità, a volte anche da intellettuale. Dell’Utri rimane l’opera d’arte di Silvio Berlusconi che, dopo aver imparato a vendere qualsiasi prodotto, ha venduto alla Lombardia leghista e antiterrona un nuovo modello di siciliano buono e potabile.

Come si articola lo spettacolo?

La prima parte è una narrazione di fatti realmente accaduti della vita di Marcello Dell’Utri. È il “Cavalli che non ti aspetti” perché non ci sono scoop. La seconda parte è in video. È uno spettacolo teatrale con una sorta di cinegiornale all’interno.

I deliri del’Assessore Esposito (sì, lui, il tifoso pro TAV)

esposito-romaQuanto segue è la trascrizione dell’incontro concesso oggi dall’assessore alla Mobilità di Roma Stefano Esposito (sì, quello che era ultrà, è pro Tav, canticchia canzoni da stadio alla radio, è senatore e recentemente è stato mandato da Renzi a aiutare il sindaco di Roma) ai delegati di una serie associazioni, tra cui #Salvaiciclisti. Sono certo che troverete, nella lunga trascrizione (della cui divulgazione prendo ogni responsabilità e non svelo la fonte, tutelato dalla legge n°69 del 1963). In breve però vi anticipo che secondo l’assessore Esposito le bici non possono andare per strada, che hanno bisogno di ciclabili protette e quindi non autorizzerà “neanche un centimetro di bike lanes”, e che – a sorpresa – ha dovuto fermare la progettazione del Grab, il Grande raccordo anulare delle bici, che invece era stato salutato dal sindaco di Roma, Ignazio Marino, e dal ministro alle Infrastrutture, Graziano Delrio, come un’opera fantastica, da realizzare entro il Giubileo.
A voi la lettura e le considerazioni: spero che abbiate tempo e voglia di divulgare con ogni modo possibile questa interessante, illuminante e sconcertante conversazione con un politico della seconda metà del Novecento.

[Apertura dell’incontro, saluti, presentazioni eccetera]

#salvaiciclisti: “Come facciamo a far in modo che le persone non abbiano la necessità di usare l’automobile?”

Esposito: “Questa è una cosa che dovete fare voi!”

#salvaiciclisti: Ma noi già lo facciamo, dovete farlo anche voi!”

#vivinstrada: “Gli interventi per la riduzione del traffico devono essere sostenuti da un’adeguata campagna di comunicazione. Ed è l’unico accordo che era stato raggiunto con l’Agenzia per la Mobilità che aveva garantito le risorse e le competenze”

Esposito: “I lavori si sono interrotti perché non ci sono i soldi. Io sono arrivato e ho trovato i conti a zero. Adesso con il Giubileo un po’ di soldi li troviamo per fare delle zone 30 (limite di velocità di 30 km/h, ndr). Ma non c’è un vero piano. Sono dei palliativi. C’è un titolo, e la segnaletica verticale. Ma in realtà le zone 30 se non le controlli in maniera elettronica non fai le zone 30. C’è una certa ritrosia ad usare gli autovelox”

#vivinstrada: “E anche i tutor?”

Esposito: “I tutor costano”

#vivinstrada: “Si possono fare in leasing”

Esposito: “A Roma le competenze non ci sono. I vigili hanno detto chiaramente che se non ci sono 10.000.000 di euro per gli strordinari loro non lavorano. Io ho chiesto un nucleo di 600 vigili per l’assessorato alla Mobilità. Il Comandante Clemente mi ha risposto di mandare la lettera per aprire una trattativa sindacale. Io le cose da fare ce le ho abbastanza chiare: così come, ad esempio, ho dovuto fermare la progettazione del GRAB. Hanno concepito le piste ciclabili come se fossero due linee tracciate per terra. Non possiamo fare a Roma delle ciclabili non protette”

#vivinstrada: “Ma le bike lanes noi le DOBBIAMO fare”

#isfol: “Ma il punto è la volontà politica. A Londra chiudono le strade e nelle ore di punta possono passare solo autobus e biciclette. E questo è a costo zero.”

Esposito: “Ma voi non potete non vedere qual è la situazione del traffico a Roma!”

#salvaiciclisti: “Ma veramente noi la vediamo tutti i giorni!”

Esposito: “A Roma la mobilità è fuori controllo. Non c’è un piano per la mobilità che abbia un senso (sic!)”.

#salvaiciclisti: “Ma il piano per la ciclabilità esiste dal 2008″

Esposito: “Ma ne ho parlato anche con [omissis] domenica, gli ho spiegato qual è il punto: qualcuno che ha progettato un GRAB a tempo. Che passa nei parchi che di notte sono chiusi: il GRAB è questo. Ma per tornare alle bike-lanes, io non faccio una bike lane che non sia protetta perché non intendo avere i morti gratis sulle strade. Le ciclabili devono essere protette. Altrimenti ditemi: dove dovrebbero passare le biciclette?”

#salvaiciclisti: “Sulla strada”

Esposito: “Sì, ma fatemi un esempio, sulla Colombo una bike lane dove la facciamo? Non vi nascondo che io ho dei dossier che sono, dal mio punto di vista, molto più urgenti: devo far funzionare ATAC durante il Giubileo. Io capisco il vostro punto di vista ma vi invito a non fare voli pindarci: 1) sulla mobilità privata non potremo mettere le mani, in assenza di un servizio pubblico degno di questo nome; 2) tutta la questione, messa in campo dal sindaco per il Giubileo, riguardo la questione del GRAB, qualcuno aveva raccontato che si aprirà a dicembre: non si aprirà nulla; 3) intendo rivedere tutte le piste ciclabili presenti, quelle sui marciapiedi – le ciclopedonali – per la mentalità romana non possono funzionare”

#salvaiciclisti: “Ma certo, le biciclette devono andare in strada!”

Esposito: “Ma non si può!”

#salvaicilisti: “Ma no, DEVONO andare sulla strada”

Esposito: “Se un ciclista vuole andare sulla strada lo fa a suo rischio e pericolo. Io devo metterli nelle condizioni di andare su delle corsie… a me questa cosa delle bike lanes mi convince poco. Abbiamo fatto un sopralluogo per le bike lanes, si possono spostare i parcheggi verso l’interno per garantire il passaggio delle bici. Ma io non vado a restringere corsie dove già ci sono tempi di attesa di 15 minuti”

#salvaiciclisti: “Ma se non si fa questo non si va avanti”

Esposito: “Eh lo so, su questo abbiamo approcci diversi”

#salvaiciclisti: “Questo lo sappiamo”.

Esposito: “Conosco la vostra filosofia ma su Roma io non mi metto a incolpare ulteriormente la viabilità (privata, ndr) se non ho dato risposte precise, certe su una mobilità pubblica degna di questo nome”

Associazione vittime della strada: “Va bene, allora fino ad ora ci ha detto cosa non si può fare. Adesso abbiamo anno e mezzo: cosa si può fare nel prossimo anno e mezzo?”

Esposito: “Ciclabili protette, fuori dal contesto GRAB”

Associazione vittime della strada: “Quanti Km?”

Esposito: “Non lo so, non mi sbilancio. Il punto è che qui la filosofia è ‘strisce per terra’. Io non mi assumo la responsabilità a Roma di fare bike lanes senza protezione (fioriere, macchine che spostiamo). Il fatto è che non c’è lo spazio”

#vivinstrada: “Ma perché non facciamo almeno delle sperimentazioni? Noi siamo SICURI che questa sperimentazione sarà positiva. Lei faccia il progetto per le ciclabili protette. Ma sperimentiamo anche le bike lanes segnate in terra”

Esposito: “Io la bike lane non ve la faccio. Ve lo dico con molta franchezza. Con me assessore non ci sarà un solo cm di ciclabile disegnata in terra”

#vivinstrada: “Ma neanche se lo chiedono i ciclisti?”

Esposito: “Ma voi potete chiedere quello che volete, ma poi che succede se vi ammazzano su quelle piste, bike lanes o come si chiamano?”

#salvaicilisti: “Ma veramente ci ammazzano se non ci sono…”

Esposito: “Allora lo dico in maniera cinica. Oggi un ciclista che sceglie di andare in strada rischia di essere ammazzato ok? Se io realizzo una bike lane e la bike lane non è protetta dalla cultura che c’è a Roma e in Italia, poi ci sarà un magistrato che viene a cercarmi. E io – ve lo dico con molto affetto – non mi faccio venire a cercare, chiaro? Questo è il punto. Mi devo portare sulla coscienza la gente che viene arrotata?”

#salvaiciclisti: “Ma è il contrario! La gente viene arrotata perché non c’è niente”

Esposito: “Ma se io faccio una bike lane e poi succede qualcosa. Il magistrato viene a cercare me”.

#salvaiciclisti: “Ma c’è anche una responsabilità di ‘non fare’…”

Esposito: “Di non fare cosa?”

#salvaicilisti: “Di non fare niente!”

Esposito: “Ma io non ho detto che non faccio niente. Ho detto che faccio poche ciclabili e le faccio garantite”

#salvaiciclisti: “Ma le biciclette vanno ovunque!”

Esposito: “Io vado in bici a Torino con mio figlio, sono un ciclista della domenica, a Torino le ciclabili sono tutte protette, tranne qualche tratto”

#vivinstrada: “Ma a Roma le ciclabili sono impraticabili. In ogni caso non vorremmo parlare solo di ciclabilità il discorso è molto vasto”

Esposito: “Per quanto riguarda i pedoni si può fare un piano di rifacimento della segnaletica a terra”

#vivinstrada: “Il minimo sindacale. Li possiamo fare gli attraversamenti rialzati?”

Esposito: “Non ce n’è nessuno in programma. Considerate che a Roma adesso ho una pedonalizzazione in corso non mi ricordo il nome della via, dove c’è l’antiterrorismo, mi ha detto il prefetto che la pedonalizzazione crea dei problemi di sicurezza”.

#vivinstrada: “Quindi la pedonalizzazione è pericolosa?” (ndr: raccontatelo ai responsabili sicurezza della Casa Bianca)

Esposito: “La pedonalizzazione non si può fare, ci vogliono i controlli elettronici”

#vivinstrada: “O anche umani…”

Esposito: “Ma io non li ho. Fate quello che vi pare, fate la rivolta, ma io i vigili non li ho”

[…qua c’è un lungo pippone sui vigili che non lavorano e sulle mamme che accompagnano i bambini a scuola a Porta San Sebastiano…]

[ Sul finire ]

Esposito: “Non è che il modello Roma lo cambi in 20 giorni. Bisogna mettersi in testa che prima di cambiare la testa ai romani bisogna cambiare la testa della struttura”

#salvaiciclisti: “Noi la testa dei romani la cambiamo, facciamo i BikeToSchool, accompagniamo i bambini a scuola, ma la struttura dovete cambiarla voi”

#vivinstrada: “Allora non si tratta solo di cultura, si tratta di anche di governo”

Esposito: “Non mi chiedete di fare i miracoli. Ci vuole tempo. Ci vuole anche il duro braccio della legge. La legalità! Il punto è come si è arrivati a Roma a questa situazione di illegalità…”

#salvaiciclisti: “No, la domanda è come si è arrivati ad avere tutte queste automobili…”

Esposito: “No, vabbeh: ma questa è una posizione ideologica”

[…pippone su privacy, uso dei tutor e risorse a disposizione…]

[…infine mentre ci alziamo per andare via…]

Esposito: “Allora va bene, io vi convoco la consulta. Io però sono qui per fare delle cose, non sono l’interlocutore per la prospettiva”

(fonte)

Le parole (sante) di Gratteri: basta soldi alle associazioni antimafia

Non ha peli sulla lingua, Gratteri, e ogni volta che parla vale la pena tenere bene a mente ciò che dice:

Tabularasa-2014-Gratteri-5-360x240«Ai ragazzi nelle scuole faccio esempi, parlo della non convenienza a delinquere. Spiego cosa rischia un corriere della droga, cosa accade in carcere o cosa accade ai familiari. Ho scelto da tempo di andare negli istituti di pomeriggio e non di mattina perché le ore di lezione sono diminuite a causa dei progetti, in particolare quelli sulla legalità. Spesso si fa entrare nelle scuole gente improbabile, che nasce dal nulla inventandosi un profilo da persona che combatte la mafia, magari dopo aver fatto da maggiordomo a qualche magistrato, facendosi vedere con lui per un paio di mesi. Iniziando a girare per le scuole si intrufola, si inventa un mestiere e comincia a chiedere dei soldi. Da un po’ di anni dico: nelle scuole andiamo di pomeriggio. E ai politici, regionali, provinciali e comunali dico di non dare soldi alle associazioni antimafia: mettetevi in rete, create un fondo comune, fate dei protocolli con i provveditori agli studi e predisponete delle graduatorie degli insegnanti precari. Durante le ore pomeridiane fate in modo che si ricominci a parlare con i ragazzi, riaccompagnandoli nel mondo reale. Mi si dice che per far questo c’è bisogno di soldi. Ma i soldi ci sono, so di progetti costati 250.000 euro. Non è etico, non è morale, non è giusto. In nome di gente che è morta, che è stata uccisa, non è giusto che si spendano 250.000 euro per una manifestazione antimafia. Ogni cosa deve avere una proporzione, un limite, un senso. Immaginate con tali cifre quanti insegnanti precari avremmo potuto assumere. Dobbiamo cercare di essere più seri e più presenti e contestare queste cose. Personalmente mi sono rifiutato di partecipare a certi convegni e a certe manifestazioni antimafia perché avevo capito anni prima che c’era qualcosa che non andava. Mi piacerebbe che la gente interagisse di più con il potere politico. La vera lotta alla mafia passa dalla formazione dei ragazzini delle elementari e delle medie. La manifestazione antimafia va fatta, certo, ma deve essere spontanea e a costo zero: per camminare con una candela non mi servono 50.000 euro».

(fonte)

Il coraggio di “essere giusti”

In larghissimo anticipo. Ma si parla del mio romanzo che sarà in libreria dal 17 settembre. L’articolo (di Rossella Mungiello) da Il Cittadino:

CAVALLICavalli e il coraggio di «essere gusti»
12 agosto 2015

«Pochi nascono eroi, molti cercano di esserlo. Ma capita a tutti l’occasione di essere giusti». Anche nelle piccole cose, in un microcosmo reso asfittico dalla paura, a Mondragone, Italia del Sud. Raccontata da una voce del Nord, come quella del lodigiano Giulio Cavalli, autore e drammaturgo, giornalista e oggi anche scrittore, in libreria da settembre con il suo primo romanzo. Mio padre in una scatola da scarpe è il titolo, edito per Rizzoli (288 pagine, 19 euro), in uscita il 17 settembre, con la prima presentazione fissata al Circolo della Stampa di Milano, segno di una commistione tra le diverse anime narrative di Cavalli, che ha all’attivo numerose collaborazioni giornalistiche e che oggi abbraccia per la prima volta la formula del romanzo. In oltre 280 pagine di racconto scorre la storia (vera) della famiglia Landa, di Michele e dei suoi sogni, quello di coltivare un orto e di vivere sereno con la sua famiglia. Aspirazioni di un uomo che non è un eroe e neppure un criminale. Speranze di chi crede nell’amore e sta al fianco di Rosalba, la «silenziosa» da quarant’anni, diventando prima genitore, poi nonno, sognando una casa grande e un albero di mele. Una vita semplice, insomma in una terra difficile, dove serve coraggio anche per vivere tranquilli. E dove Michele, che ha perso il lavoro e molti amici, vivrà la sua occasione di essere giusto, confrontandosi con gli spari, le minacce dei Torre e l’omertà dei compaesani. Dopo cinque anni di gestazione, nei quali Cavalli ha conosciuto la storia di Landa, « prima da Sergio Nazzaro e Carlo Lucarelli», poi incontrando direttamente i suoi figli, «soprattutto Angela, con cui è nata un’amicizia», arriva il tempo del debutto da romanziere per il lodigiano, sotto scorta dal 2007 per il suo impegno contro le mafie. Già autore di libri di inchiesta, comeNomi, cognomi e infami del 2010 e L’innocenza di Giulio del 2012, Cavalli è stato membro dell’Osservatorio sulla legalità e consigliere regionale della Lombardia, mentre oggi vive a Roma. «Credo che il mio lavoro sia questo – ammette – , anche se non ho mai avuto occasione di farlo. Nasco come autore e drammaturgo, poi per i casi della vita sono finito in un ruolo più giornalistico e di denuncia. È come se oggi facessi qualcosa che avrei dovuto fare dieci anni fa». Sempre con il piglio libero del cantastorie, anche se non ci tiene a commentare stile e linguaggio: «Trovo ammorbanti gli autori che commentano il proprio romanzo», chiarisce l’autore nel solco di quanto già fatto negli anni, ovvero «esercitare il mestiere della scrittura: se poi si tratta di arte, saranno i lettori a dirlo». La storia di Michele Landa ha colpito Cavalli nella drammatica semplicità, perché «è la vicenda di una persona che si ritrova a combattere una guerra che non ha mai cercato». Ma anche è e soprattutto una storia «d’amore antica, tra due persone che credono che una cosa rotta vada aggiustata, non buttata», narrata attraverso il filtro, umano, dei loro figli, che hanno raccontato all’autore, anche padre di tre bambini, la vita di famiglia. «A differenza dei mestieri dell’attore, dell’autore, del giornalista – spiega Cavalli – , quello di padre è un ruolo in cui ho sempre il terrore di essere inadeguato. Ma il terrore è positivo, testimonia di essere sulla buona strada».

Rossella Mungiello

Chi ha ucciso Bruno Caccia

Uno straordinario lavoro di Marco Bertelli:
Il 26 giugno 1983 il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, Bruno Caccia, fu ucciso mentre passeggiava con il suo cane nei pressi della propria abitazione. I processi celebrati sull’omicidio del magistrato hanno permesso di identificare il mandante del delitto in Domenico Belfioreche è stato condannato alla pena dell’ergastolo. Il movente che spinse Domenico Belfiore a deliberare l’omicidio del dottor Caccia è stato individuato nella costante azione di contrasto che il magistrato esercitava nei confronti del gruppo criminale guidato da Belfiore. Tuttavia, nulla è emerso durante i dibattimenti sui nomi degli esecutori dell’omicidio e su eventuali altri mandanti rimasti nell’ombra.

Questo lavoro ha l’obiettivo di incrociare, con riferimento all’omicidio del dottor Caccia, gli atti istruttori presenti nel fascicolo processuale con alcuni elementi emersi negli ultimi anni. Obiettivo di questa analisi è individuare spunti d’indagine che possano risultare utili per riaprire l’inchiesta sul delitto.

Il lavoro è articolato in sette sezioni:

1) L’omicidio del dottor Bruno Caccia

2) Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia a carico di Domenico Belfiore
3) La vicenda processuale e la condanna di Domenico Belfiore
4) Nuovi elementi per riaprire le indagini
5) Gli elementi contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia
6) Giovanni Selis: un magistrato dimenticato
7) Conclusioni

 L’omicidio del dottor Bruno Caccia

Domenica 26 giugno 1983, intorno alle ore 23.30, il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, Bruno Caccia, fu ucciso mentre passeggiava con il cane in prossimità della sua abitazione. Almeno due killer lo affiancarono a bordo di una FIAT 128. Il conducente arrestò l’auto ed esplose alcuni colpi di arma da fuoco contro il magistrato colpendolo in varie parti del corpo mentre il passeggero scese dall’auto e, raggiunta la vittima, sparò altri colpi al capo della stessa. Il dottor Caccia, soccorso e trasportato all’ospedale in ambulanza, vi giunse privo di vita.
Mezz’ora dopo l’agguato, un uomo chiamò il centralino del quotidiano La Stampa: ‘Non capisco, stavo dormendo, è squillato il telefono. Un tale mi ha detto di avvertirvi subito e di dirvi che loro, le Brigate Rosse, hanno ucciso il dott. Bruno Caccia’.
Il mattino successivo, lunedì 27 giugno, due telefonate a quotidiani di Roma e alla RAI di Milano rivendicarono ancora alle BR l’attentato.
L’autenticità della rivendicazione a nome delle BR fu presa attentamente in considerazione in quanto il Procuratore Caccia aveva più volte sostenuto l’accusa in processi per reati di terrorismo.
Lo stesso lunedì 27 giugno, fu ritrovata dai Carabinieri del nucleo operativo di Torino l’auto presumibilmente utilizzata per l’azione. La macchina, parcheggiata in via Verrua, risultava rubata il 25 maggio 1983 a Cartillone Angelo, già pregiudicato per reati contro il patrimonio e coinvolto in passato nelle indagini inerenti ad un furto consumato nell’abitazione di campagna del dottor Caccia. Cartillone, convocato dalla Polizia Giudiziaria, riferì di esser stato vittima del furto dell’auto alcune settimane prima. Talune contraddizioni emerse durante l’interrogatorio indussero gli inquirenti ad arrestare Cartillone per reticenza ma, non emergendo successivamente elementi che potessero indicare un eventuale coinvolgimento di Cartillone nell’omicidio, l’Autorità Giudiziaria ne ordinò la scarcerazione.

L’11 luglio 1983, quindici giorni dopo l’omicidio, la BR negarono ufficialmente di essere gli autori del delitto: ‘Con la morte di Bruno Caccia noi non c’entriamo – dichiarò il brigatista Francesco Piccionileggendo un comunicato nell’aula del carcere ‘Le Vallette’ di Torino -. Questo è un omicidio a cui purtroppo siamo estranei’.

Un mese dopo il delitto Caccia, il 26 luglio 1983, gli atti dell’inchiesta sull’omicidio furono trasferiti per competenza da Torino a Milano dove il procuratore capo Mauro Gresti assegnò il fascicolo al P.M. (Pubblico Ministero) Francesco Di Maggio  (foto sulla destra). Gli inquirenti cercarono di indentificare gli autori dell’omicidio Caccia approfondendo diversi filoni investigativi ma la svolta nelle indagini arrivò solo un anno dopo il delitto. A partire dal mese di luglio 1984, infatti, alcuni membri della criminalità organizzata in stato di detenzione iniziarono a rilasciare all’Autorità Giudiziaria una serie di dichiarazioni che indicavano elementi della malavita organizzata di origine calabrese come responsabili della decisione di uccidere il giudice Caccia.

Le dichiarazioni dei collaboratori a carico di Domenico Belfiore

Nei primi anni ottanta la criminalità organizzata operante a Torino faceva principalmente riferimento a due gruppi, i ‘catanesi’ ed i ‘calabresi’, distinti tra loro sulla base della provenienza geografica.

‘Leader dei ‘catanesi’ e personaggio comunque di indiscusso prestigio eraFrancesco Miano (foto sulla sinistra, ndr), che si avvaleva – nella prevalente attività di commercio di sostanze stupefacenti – della collaborazione del fratello Roberto e di quella, in sottordine, di Carmelo ed Orazio Giuffrida, Antonio Saia, Franco Finocchiaro, Vincenzo Tornatore, Salvatore Parisi, Salvatore Costanza ed altri. Il gruppo dei ‘calabresi’ – dedito in particolare ai sequestri di persona a scopo di estorsione – aveva al suo vertice Domenico Belfiore (foto sulla destra, ndr), con il fratello Giuseppe Belfiore e soprattutto il cognato Placido Barresi, Mario Ursini e la ‘mente finanziaria’ del gruppoFranco Gonella’. 1

La distinzione tra i due gruppi criminali dei ‘catanesi’ e dei ‘calabresi’ è indispensabile per definire il quadro delle principali organizzazioni criminali operanti a Torino nei primi anni ottanta. Tuttavia, è necessario evidenziare già da ora che le attività dei due gruppi avevano numerosi punti di contatto. Le indagini condotte dall’Autorità Giudiziaria di Torino accertarono, ad esempio, il sostegno fornito dal gruppo dei ‘catanesi’ a quello dei ‘calabresi’ (e viceversa) per sfruttare ‘entrature’ nel mondo giudiziario e condizionare l’iter processuale di procedimenti penali riguardanti membri appartenenti ai due clan.

‘A partire dal luglio 1984 gli inquirenti vengono a conoscenza di notizie riguardanti l’omicidio del Procuratore (Bruno Caccia, ndr), ad opera di alcuni componenti della banda dei ‘catanesi’ che, a poco a poco e per vie differenti, cominciano a collaborare con la giustizia.
Dapprima Giuffrida Carmelo (interrogatorio del 10 luglio 1984) riferisce di aver saputo da Finocchiaro Francesco che Domenico Belfiore – maggiore esponente del gruppo dei ‘calabresi’ – lo aveva avvertito che avrebbero dovuto allontanarsi da Torino, perché stava per essere ucciso un magistrato ad opera dei ‘calabresi’. Negli interrogatori successivi, il Giuffrida riferisce, tra l’altro, che analoga frase era stata detta anche a lui sempre da Belfiore e addebita comunque il progetto omicidiario al gruppo degli Ursini, Belfiore, Barresi.
Il 23 ottobre 1984 Miano Francesco interrogato dal procuratore aggiunto di Torino, ammette di aver effettuato registrazioni di conversazioni con detenuti (tra gli altri Domenico Belfiore, Belfiore Giuseppe e Placido Barresi), nel periodo di permanenza presso il centro clinico della casa circondariale di Torino. Le 34 bobine vengono consegnate alla procura il 30 ottobre e dalle stesse emerge la rispondenza di quanto riferito dal Miano.
Successivamente, sentito dai giudici torinesi e milanesi, il Miano riferisce di essere stato contattato dal Dottor Ferretti dei servizi segreti quando ancora era in stato di libertà (tra il 21 gennaio ed il 22 febbraio 1983, ndr), con una richiesta di collaborazione nelle indagini sui contatti tra il terrorismo e la criminalità organizzata; che, nel luglio 1983, quando era scrivano presso il centro clinico, aveva nuovamente incontrato il Ferretti, il quale gli aveva chiesto se era disposto a scoprire gli assassini del dottor Caccia; che lui aveva dato risposta affermativa. In un momento successivo, essendosi reso conto che avrebbe potuto fornire notizie più dettagliate e dimostrare la verità qualora avesse potuto raccontare i fatti ‘dalla viva voce di quelli che li avevano commessi’ aveva richiesto al Ferretti, tramite il dottor Urani, medico del Centro clinico, un piccolo registratore, con il quale poi aveva registrato i colloqui con i detenuti che venivano al Centro clinico e tra questi, gli odierni imputati (Domenico Belfiore e Placido Barresi,ndr).
Miano Francesco, al vertice dell’organizzazione criminale c.d. ‘clan dei catanesi’ (che in più occasioni, aveva collaborato con il clan del Belfiore), aveva sfruttato la sua posizione di preminenza e di prestigio per ottenere confidenze che, altrimenti, mai gli sarebbero state fatte. Sulla scorta di tali confidenze, egli riferisce di essere sicuro del coinvolgimento di Belfiore e del suo gruppo nell’omicidio Caccia, pur non essendo mai riuscito a farsi dire da costui chi siano stati gli esecutori materiali e chi gli eventuali mandanti superiori.
Lo stesso Belfiore gli aveva detto di averne parlato prima della commissione con il Finocchiaro e gli aveva accennato ad una proposta di compiere l’omicidio congiuntamente da parte dei due gruppi. Tuttavia, non fidandosi più del Finocchiaro che gli era sembrato un confidente – in quanto dopo il colloquio con costui, Caccia aveva cominciato a servirsi della scorta – aveva deciso di escludere i catanesi dall’azione e di ‘provvedere in proprio’. Secondo Belfiore, sempre stando al racconto di Miano, l’omicidio del Procuratore si era reso necessario in quanto il magistrato, noto per la sua integrità ed intelligenza, impediva alla sua organizzazione di ‘lavorare’, sia interferendo nelle situazioni finanziarie gestite dai calabresi (Monte dei Pegni, Gioielleria Corsi, etc.) sia seguendo con rigore e severità le vicende penali, e, in particolare, quelle relative al Belfiore stesso e al di lui cognato Barresi.
Agli inizi del 1985, anche un altro affiliato al clan dei catanesi, Saia Antonino, riferisce del progetto omicidiario, comunicatogli dal Belfiore in più occasioni. In particolare, agli inizi del 1983 sarebbe avvenuto un incontro in un bar di Torino, sito nelle vicinanze di via Pisa, cui avrebbero preso parte, oltre a Roberto Miano, Francesco Finocchiaro e Orazio Giuffrida, esponenti del c.d. clan dei catanesi, anche il Belfiore, esponente di vertice del clan dei calabresi. Quest’ultimo – secondo il racconto di Saia – aveva informato gli interlocutori dell’intendimento di uccidere il dottor Caccia, responsabile, a suo dire, di una profonda pervicacia nel perseguire penalmente tutte le attività criminose poste in essere dal “clan” di cui faceva parte. Il Belfiore aveva informato di ciò i catanesi, in modo che potessero predisporre le opportune cautele per far fronte all’inevitabile azione che l’Autorità giudiziaria avrebbe sicuramente intrapreso dopo l’episodio per scoprirne i colpevoli. Sempre in occasione di tale incontro, il Finocchiaro si sarebbe reso disponibile a compiere materialmente l’azione omicidiaria, ma il Belfiore non aveva accettato sostenendo che si trattava di un fatto personale tra il clan dei calabresi ed il Procuratore della Repubblica. A tale primo incontro, secondo quanto dichiarato dal Saia, ne era seguito un altro presso il ristorante “Tre lampioni” di Orbassano, cui avevano preso parte Orazio Giuffrida, Franco Finocchiaro, Carlo Sanna ed Emanuele Marrari, nonché Belfiore Domenico. Si era parlato di affari comuni alle due associazioni e, ancora una volta, il Belfiore aveva accennato alla necessità di eliminare fisicamente il dottor Caccia, tanto che aveva dato disposizioni affinché un uomo di fiducia lo tenesse sotto stretta osservazione.
Il 28 dicembre 1984, anche Roberto Miano, fratello di Francesco, manifestava al P.M. di Torino la sua intenzione di collaborare con la giustizia. Con riferimento all’omicidio del dottor Caccia, egli asseriva che era stato il Belfiore, unitamente a quelli della ‘sua batteria’ a parlargli del progetto delittuoso e a chiedergli se potesse procurare loro un fucile di precisione. Nella stessa occasione oggetto del discorso sarebbe stato anche l’omicidio del dottor Sorbello, che avrebbe dovuto essere compiuto dai catanesi. Successivamente interrogato dal P.M. milanese il 22 maggio 1986, Roberto Miano, ribadiva che sin dal 1982 il Belfiore gli aveva proposto l’esecuzione di un piano diretto all’eliminazione di due magistrati torinesi, ritenuti ‘scomodi’ per la loro azione giudiziaria. L’assassinio del dottor Caccia, particolarmente assiduo nella sua attività investigativa nei confronti del clan dei calabresi, avrebbe consentito la nomina al suo posto di un magistrato più ‘malleabile’ ed ‘avvicinabile’. Medesima fine avrebbe dovuto fare il G.I. (Giudice Istruttore, ndr) dottor Sorbello, già da tempo pedinato, tanto che si conoscevano particolari riservati in ordine alla sua attuale sistemazione in albergo, in attesa della fine dei lavori di ristrutturazione della sua abitazione.
Nel corso dell’incontro, Miano aveva proposto al Belfiore di organizzare il delitto Caccia in maniera eclatante, ma il Belfiore aveva escluso tale ipotesi, in quanto, a suo dire, si sarebbe corso il rischio di un coinvolgimento di estranei, in tal modo ingenerando un eccessivo scalpore nell’opinione pubblica ed una più dura reazione da parte delle forze dell’ordine. L’odierno imputato (Domenico Belfiore, ndr), nel ribadire i contenuti della collaborazione attuata dai due gruppi mafiosi in altre attività delittuose, aveva ritenuto opportuno suggerire una suddivisione di compiti, tale per cui dell’omicidio Caccia si sarebbero occupati i calabresi, mentre dell’omicidio Sorbello si sarebbero dovuti occupare i catanesi. Successivamente, al G.I. di Milano, Roberto Miano aveva riferito che, in occasione dell’incontro con Belfiore in cui ebbe a parlarsi dell’omicidio Caccia, erano presenti anche il Barresi, l’Ursini e il Pavia Vincenzo, cognato di Belfiore.
Le indagini istruttorie proseguivano dunque nella direzione “delineata dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sopra indicati, pur non mancandosi di raccogliere tutte le indicazioni – rivelatesi poi più o meno fondate – che via via altre persone ritenevano di dover riferire all’autorità procedente (…)
“.Venivano inoltre acquisiti gli atti di altri procedimenti penali riguardanti delitti connessi con quello per cui oggi si procede, perché ideati ed eseguiti nell’ambito della stessa organizzazione criminosa’.2

‘Belfiore Domenico – dichiarò Miano Francesco il 22 maggio 1986 – si è dichiarato mandante dell’omicidio (Caccia, ndr) e, quanto alla causale, ha descritto la situazione venutasi a determinare presso la Procura della Repubblica di Torino dal momento in cui a capo della stessa era stato chiamato il dottor Caccia … In sostanza a Caccia veniva attribuita la responsabilità di ‘infilarsi in tutti i discorsi della Procura’ e di aver tenuto un atteggiamento di estremo rigore. Quanto alla causa scatenante, Belfiore mi ha parlato della vicenda del proprio cognato, Placido Barresi, il quale, benché assolto per la detenzione della pistola, era rimasto in carcere, siccome imputato di omicidio, in persona di Gattuso Paolo, delitto che si assumeva esser stato commesso con quell’arma … Io ho tentato più volte di indurre Belfiore a dirmi chi avesse materialmente consumato il delitto Caccia. Ho usato come argomento per vincere le naturali resistenze del mio interlocutore il seguente: siccome l’eliminazione di quel magistrato scomodo tornava vantaggiosa anche per la mia organizzazione e comunque per tutti i gruppi che operavano sulla piazza di Torino, sarebbe stato per me interessante sapere a chi avrei dovuto riconoscenza … ma Mimmo Belfiore mi ha sempre ripetuto che avrei dovuto riconoscere solo a lui …’ 3

‘Sulla scorta degli elementi sopra indicati, ed in particolare delle dichiarazioni rese da Miano Francesco, dagli altri collaboratori di giustizia nonché delle registrazioni effettuate in carcere, il26 febbraio 1987 la Procura della Repubblica di Milano emetteva un ordine di cattura nei confronti di Belfiore Domenico, Barresi Placido, Ursini Mario e Gonella Gianfranco ritenuti i componenti del vertice direttivo del gruppo criminale c.d. dei ‘calabresi’.
L’istruttoria proseguiva con il rito formale, come da richiesta del P.M. in data 11 aprile 1987.Venivano disposte dal G.I. perizie tecniche sul materiale magnetofonico in sequestro – del quale era stata disposta la integrale trascrizione (le registrazioni dei colloqui eseguite in carcere da Miano Francesco, ndr) – che confermavano la sostanziale ‘genuinità’ dei nastri, escludendo qualsiasi intervento sugli stessi di tipo aggiuntivo o sostitutivo di brani, bensì esclusivamente, in taluni punti, un intervento di tipo soppressivo, mediante la sovrapposizione di brani musicali o di rumori di fondo sull’originale registrazione.
Al termine dell’istruttoria formale, il G.I. di Milano competente ex art. 41 bis c.p.p., ordinava (il 25 luglio 1988, ndr) il rinvio a giudizio di Belfiore Domenico e di Barresi Placido per rispondere dei reati di cui in epigrafe (concorso nell’omicidio aggravato dalla premeditazione, ndr). Dichiarava non doversi procedere nei confronti di Ursini Mario e di Gonella Gianfranco – entrambi facenti parte della organizzazione criminosa dei ‘calabresi’ rispettivamente per insufficienza di prove e per non aver commesso il fatto … Gli imputati si sono sempre protestati del tutto estranei all’omicidio del dottor Caccia. In particolare, Belfiore, interrogato dal Procuratore della Repubblica, ammise di essersi attivamente interessato della vicenda processuale del cognato Barresi e di aver avuto alcuni colloqui in carcere con Francesco Miano; ma escluse che argomento dei discorsi fosse mai stato l’omicidio Caccia. Le registrazioni, secondo Belfiore, sono il frutto di una sapiente e maliziosa manipolazione, per sostenere un complotto ai suoi danni’.4

La vicenda processuale e la condanna di Domenico Belfiore
Le tappe della vicenda processuale inerente all’omicidio di Bruno Caccia furono le seguenti:

Sentenza in Corte d’assise (Milano, 16 giugno 1989)
L’8 maggio 1989 iniziò il processo presso la Prima Corte di Assise di Milano (Presidente Camillo Passerini). Belfiore Domenico (nato a Gioiosa Ionica il 4 agosto 1952) e Barresi Placido (nato a Messina il 2 dicembre 1952) furono imputati per il delitto previsto e punito dagli articoli 110, 112 n. 1 e 2, 575, 577 n. 3, 61 n. 10 codice penale, per aver ideato, organizzato e posto in esecuzione il delitto di Bruno Caccia.
Il 16 giugno 1989 la Corte dichiarò Belfiore Domenico colpevole dei reati a lui ascritti e lo condannò alla pena dell’ergastolo oltre al pagamento delle spese processuali, mentre Barresi Placido fu assolto dai reati a lui ascritti per insufficienza di prove. Per Barresi la Corte dispose la scarcerazione.
‘Si è cercato di dimostrare, nella parte motiva di questa sentenza, quali e quanti fossero i motivi che hanno spinto il clan dei calabresi a decidere l’eliminazione del dottor Caccia. La vicenda processuale del Barresi ha avuto sicuramente un’importanza determinante nella determinazione ultima ad uccidere, ma è certo che il progetto omicida risaliva già ad un anno e mezzo prima e si inseriva in un piano di eliminazione di alcuni magistrati torinesi che non venivano a patti con la criminalità e la perseguivano invece con particolare severità. A riprova di ciò stanno le dichiarazioni di Francesco Miano e degli altri collaboratori di giustizia, che hanno messo in evidenza come il programma originario riguardasse sia l’eliminazione del dottor Caccia, che del dottor Sorbello, e successivamente del dottor Maddalena. Fortunatamente, nei confronti di tali due giudici la malavita non ha potuto attuare i suoi propositi, per merito soprattutto della collaborazione di Francesco Miano, le cui confidenze hanno consentito di sventare gli attentati. L’obiettivo dei calabresi era quello di eliminare i magistrati incorruttibili, perché venissero sostituiti con persone disponibili nei loro confronti. Ma in questo, i criminali hanno fallito il loro scopo, perché dopo l’assassinio del procuratore vi è stata una ‘gara’ di molti magistrati torinesi a lavorare di più e meglio’.5
La sentenza di primo grado fu appellatadall’avv. Alberto Mittone il 3 novembre 1989 e dall’avv.Fabio Dean il 6 novembre 1989 per conto dell’imputato Domenico Belfiore. Anche il Procuratore Generale della Repubblica di Milano appellò la sentenza.

Primo processo in Corte di assise di appello (25 maggio 1990)
Il 25 maggio 1990 la prima Corte di assise di appello di Milano (Presidente Renato Cavazzoni) dichiarò Belfiore Domenico colpevole dei reati a lui ascritti e lo condannò alla pena dell’ergastolo. La Corte assolse Barresi Placido dai reati a lui ascritti per insufficienza di prove.

Primo giudizio in Corte di Cassazione (9 aprile 1991)
Il 9 aprile 1991 la Prima sezione penale della Corte di Cassazione di Roma (Presidente Stanislao Sibilia) annullò la sentenza di appello per la presenza di alcuni vizi logici nella motivazione e rinviò per nuovo esame ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Milano.

Secondo giudizio in Corte di assise di appello (28 febbraio 1992)
Il 28 febbraio 1992 la seconda sezione della Corte di assise di appello di Milano (PresidenteGiacomo Martino) confermò la sentenza emessa dalla Corte di assise di Milano il 16 giugno 1989 nei confronti di Belfiore Domenico condannandolo all’ergastolo quale mandante dell’omicidio di Bruno Caccia.
La Corte individuò i moventi del delitto ‘nella specifica attività di Caccia e dei suoi collaboratori; nel suo severo impegno contro la criminalità organizzata ed il gruppo dei calabresi in particolare, del quale Belfiore era leader; nella minaccia che il lavoro della procura portava al patrimonio del vertice dei calabresi; nel suo (di Caccia, ndr) essere alieno da superficiali indulgenze – ciò che indispettiva Belfiore, con carcerazioni che lo riguardavo dappresso -; nel suo essere antagonista diverso da quelli ‘ammorbiditi’ che Belfiore conosceva ed auspicava; nel suo rappresentare insomma ostacolo grave, concreto ed incombente all’attività delittuosa di Belfiore e dei suoi sodali’.6
La sentenza fu appellata dall’avv. Alberto Mittone, difensore di Domenico Belfiore.

Secondo giudizio in Corte di Cassazione (23 settembre 1992)
Il 23 settembre 1992 la Quinta sezione Penale della Cassazione confermò definitivamente la sentenza di appello emessa il 28 febbraio 1992.

Nuovi elementi per riaprire le indagini
La vicenda processuale sull’omicidio del Procuratore Bruno Caccia durò circa due anni e mezzo (dall’8 maggio 1989 al 23 settembre 1992) e permise di identificare il mandante del delitto in Domenico Belfiore che fu condannato alla pena dell’ergastolo. Il movente che spinse Domenico Belfiore a programmare l’omicidio del Procuratore Caccia fu identificato nella costante azione di contrasto che il magistrato esercitava nei confronti del gruppo criminale guidato da Belfiore. Tuttavia, nulla emerse durante i dibattimenti sui nomi degli esecutori dell’omicidio e su eventuali altri mandanti rimasti nell’ombra. All’interno delle sentenze inerenti all’omicidio Caccia, solo poche pagine sono dedicate ad un possibile movente del delitto distinto da quello indicato a carico di Domenico Belfiore:

1) Nella sentenza di corte di assise di Milano si legge:

‘Come spesso capita quando si verificano delitti che hanno ampia risonanza nell’opinione pubblica, numerose sono le persone che, per i motivi più diversi, fanno pervenire agli inquirenti notizie false e calunniatorie, atte a sviare le  indagini.
Basta qui ricordare semplicemente le dichiarazioni rese da Volpe Arnaldo, che assume di aver origliato alla porta della camera di tale Porro Dante, ospite dell’albergo Kent presso il quale egli lavora come portiere di notte, e di aver appreso che costui, assieme ad altri complici, stava tramando un attacco contro i giudici Vaudano e Cuva, titolari dell’inchiesta contro il petroliere Musselli, nonché contro il dottor Caccia.
L’indagine tendente ad individuare i mandanti dell’omicidio tra le persone inquisite per i reati attinenti al contabbando di olii minerali (e, in effetti, nel cassetto della scrivania del dottor Caccia erano stati rinvenuti appunti e copie di atti processuali relative ai procedimenti penali n. 9/80; 349/81; 499/72 R.G.G.I., istruiti dal Giudice Istruttore di Torino, e lo stesso dottor Caccia, il 23.6.1980, aveva inviato una richiesta di indagini al Nucleo di Polizia Tributaria in merito ad un rapporto del G.I. Vaudano, riguardante le frodi petrolifere della ISOMAR – cfr. Verbale di ispezione di luoghi in data 20.7.1983, in Cart. 2, fasc. 1, pag. 20) non approda ad alcun esito positivo e mette in luce, invece l’inaffidabilità del teste. Il 6.9.1983, il P.M. milanese, con un’ampia ed articolata requisitoria (cart. 5, fasc. 4, pag. 427) chiede al G.I. l’emissione di un decreto di archiviazione in ordine ai fatti oggetto della falsa incolpazione portata dal Volpe e l’invio degli atti all’autorità giudiziaria torinese, in ordine al delitto di calunnia compiuto da quest’ultimo nei confronti del Porro.
Spinti dalla volontà di non tralasciare alcuna indagine utile all’accertamento della verità, gli inquirenti si preoccupano di verificare se il movente del delitto possa trarre origine da un’inchiesta seguita dallo stesso Caccia, inerente il riciclaggio del denaro sporco nei Casinò italiani (Sanremo, Saint-Vincent, Venezia, Campione). Le perquisizioni effettuate nell’ottobre 1983 in detti luoghi, le intercettazioni telefoniche disposte e l’audizione di alcune persone appartenenti a tale ambiente (Mariani Franco – cart. 4, pagg. 450 ss. – Mezzani Enrico – cart. 4, pagg. 299 ss. – ed altri) non portano ad alcun apprezzabile risultato.
Nè migliori risultati si ottengono seguendo la pista della malavita occasionale. Il 6.12.1983 i Carabinieri di Torino inviano al P.M. un rapporto (cart. 2, fasc. 1, pag. 40), nel quale riferiscono che un loro confidente – successivamente individuato in Colosimo Pasquale(trascr. dib. pag. 388, M.llo De Battista), interrogato dal P.M. l’1.12.1984 (cart. 4, pag. 48) – avrebbe indicato quali autori materiali del delitto tali Puliga, Del Regno e Ruggiero, pregiudicati per reati contro il patrimonio. Lo stesso rapporto, tuttavia, mette in evidenza l’assoluta inverosimiglianza del racconto dei fatti fornito dal confidente e l’inattendibilità dello stesso, noto ‘come speculatore per ricavarne degli utili, anziché dare il proprio contributo alla giustizia’.’
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2) La sentenza della corte di assise di appello in sede di rinvio evidenzia come l’intransigenza del giudice Caccia nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata dovesse esser considerata ‘relativa’ commisurandola alla ‘benevola disposizione che i calabresi riconoscevano – a torto o a ragione – in altri magistrati’. La Corte elenca una serie di episodi capaci di evidenziare come il clan dei calabresi avesse purtroppo ottenuto in quegli anni ‘la confidenza, la disponibilità o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati’.8  Tuttavia, al di là dei singoli casi di contiguità fra pezzi della magistratura e della criminalità che diedero luogo a separati procedimenti disciplinari e/o penali, le attività istruttorie condotte in merito all’omicidio Caccia non individuarono specifiche notizie di reato in grado di collegare tali contiguità ai moventi e agli autori dell’assassinio del Procuratore Capo di Torino.

Dopo il 23 settembre 1992 l’obiettivo di dare un volto ai killer di Bruno Caccia rimase una priorità per la moglie Carla, i figli (Paola, Cristina e Guido), alcuni colleghi ed amici, ma un’anomala coltre di silenzio scese sulla vicenda dell’omicidio del magistrato.
Nel giugno 1996, Vincenzo Pavia, cognato di Domenico Belfiore, raccontò ai magistrati di aver partecipato ai sopralluoghi per l’organizzazione dell’omicidio Caccia ed indicò i nomi di quattro presunti killer tra cui Renato Angeli.9 Si accertò, tuttavia, che Renato Angeli, il 26 giugno 1983, era in stato di detenzione. In seguito, Pavia ammise che nessuno gli aveva mai espressamente detto di aver partecipato all’omicido Caccia. A causa dell’incongruenza sul nome di Angeli, l’indagine fu archiviata.
Negli anni successivi le indagini sull’omicidio Caccia segnarono il passo senza sviluppi significativi.

Oltre che per l’impegno dei familiari, di alcuni colleghi ed amici, il ricordo di Bruno Caccia restò vivo grazie alle iniziative promosse da alcune associazioni tra cui spiccano il gruppo di Torino di LIBERA ed ACMOS. Il progetto più significativo per ricordare il dottor Caccia è stato senz’altro ‘la cascina Bruno e Carla Caccia’. Si tratta di un bene confiscato alle mafie a San Sebastiano da Po (TO). Il bene apparteneva alla famiglia ‘ndranghetista guidata da Domenico Belfiore. Dopo che quest’ultimo fu condannato come mandante dell’omicidio Caccia, le indagini patrimoniali portarono alla confisca dei beni di Belfiore. La misura di prevenzione patrimoniale che riguardò la Cascina fu emessa nel 1996 (la confisca definitiva avvenne nel 1999) ma solo nel 2007 la famiglia Belfiore lasciò la casa permettendone il riutilizzo sociale previsto dalla legge 109/96. In questo lasso di tempo la famiglia Belfiore si oppose alla confisca anche con una doppia campagna di raccolta firme nel paese. Solo la nomina di un Prefetto ad acta e l’azione dell’amministrazione Comunale di San Sebastiano da Po permisero l’assegnazione del bene all’associazione Gruppo Abele nel 2007, che poi affidò la gestione del progetto all’Associazione ACMOS nel 2008.
Per quanto riguarda l’attenzione dedicata dagli organi di informazione al delitto Caccia, è da segnalare la puntata della trasmissione ‘La Storia siamo noi’ del 25 giugno 2009 curata da Sergio Leszczynsky ed intitolata «Torino Criminale. Il caso Caccia» (RAI2).

Il silenzio sull’omicidio Caccia fu rotto diciannove anni dopo la sentenza del settembre 1992 quando, nel 2011, furono depositati a Reggio Calabria gli atti relativi ad un’inchiesta in cui un magistrato, il dottor Olindo Canali (foto sulla sinistra), al tempo in servizio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, era indagato dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per falsa testimonianza aggravata. Il pubblico ministero procedente chiese e ottenne l’intercettazione delle utenze telefoniche in uso al dottor Canali. Fu così che venne captata una conversazione intercorsa il 19 giugno 2009 fra lo stesso dottor Canali e lo scrittoreAlfio Caruso.Nel corso di quella conversazione, il dottor Canali aveva fatto riferimento a Rosario Pio Cattafi (foto sulla destra), pregiudicato orginario di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) e già noto alle cronache giudiziarie milanesi (Cattafi è attualmente detenuto nelle forme di cui all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario (o.p.) ed è stato condannato il 16 dicembre 2013 dal GUP presso il Tribunale di Messina in qualità di capo della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, tra gli anni Settanta e il 24 luglio 2012).10 Queste le parole del dottor Canali: “Quel Saro Cattafi in cui trovammo in casa la rivendicazione dell’omicidio del giudice Caccia … fatta dalle BR, che in realtà poi sappiamo fu ucciso dai calabresi e dai catanesi”.
Il dottor Canali poteva esser venuto a conoscenza di dettagli di questo tipo in quanto, a metà degli anni Ottanta, fu uditore giudiziario del dottor Francesco Di Maggio, cioè del pubblico ministero titolare delle indagini sull’omicidio Caccia.

Il dottor Canali, attualmente giudice presso la IX sezione del Tribunale di Milano, ha deposto nel gennaio 2013 innanzi al Tribunale di Palermo ed ha reso dichiarazioni confermative del contenuto dell’intercettazione telefonica del 19 giugno 2009. Infatti, l’8 gennaio 2013 il dottor Canali ha testimoniato davanti alla quarta sezione penale del Tribunale del capoluogo siciliano, nel procedimento n. 1760/08 registro generale (R.G.) a carico degli ufficiali dei Carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, imputati per aver favorito nel 1995 la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Nell’occasione il dottor Canali si è così espresso: ‘Sapevo che Cattafi era stato coinvolto nel sequestro… a vario titolo nel sequestro Agrati (Giuseppe, ndr), era stato coinvolto e sospettato, non so però se fu anche indagato e imputato per l’omicidio Ginocchi (Gianfranco, ndr), e fu anche arrestato per un traffico d’armi … ma non sono sicuro sul punto … da queste vicende uscì credo dopo un periodo di carcerazione preventiva per il traffico d’armi, credo, fu poi assolto, sicuramente per il sequestro Agrati ricordo che fu un collega uditore a scrivere la richiesta di archiviazione … E poi, chiedo scusa, Di Maggio mi raccontò che tangenzialmente fu coinvolto Rosario Cattafi nell’omicidio del giudice Caccia. Da Di Maggio venni a apprendere che un memoriale che rivendicava l’omicidio Caccia alle Brigate Rosse, fu trovato in casa, in possesso, comunque nella disponibilità di Cattafi. Di questo però me ne parlò più volte perché Di Maggio in quel periodo faceva, insieme forse a Davigo, non mi ricordo, proprio seguiva l’omicidio… il processo per l’omicidio del giudice Caccia … Mi disse Di Maggio che Cattafi arrivò molto giovane a Milano e che, ma ripeto questo sono comunicazioni, notizie che il Di Maggio scambiava, e che Cattafi fu una sorta di emissario di Santapaola presso l’allora, come dire, rappresentante della criminalità organizzata, e che si chiamava Epaminonda, per quanto riguardava il controllo dei casinò. La pista che penso poi fosse quella definitiva che portò alla indagine, poi al processo agli uccisori del dottore Caccia partiva proprio dalle indagini che Caccia faceva sul controllo del casinò di San Vincent … Sì ma proprio partendo da questo… da due fatti partiva, sia da questo ritrovamento della falsa rivendicazione dell’omicidio Caccia alle Brigate Rosse, ricordiamo che allora tempo ancora di terrorismo attivo, sia se non ricordo male per questo traffico d’armi tra la Svizzera e gli Emirati, comunque i paesi arabi. Di Maggio riteneva Cattafi persona piuttosto vicina ai servizi, non so dirle se deviati o ufficiali, però… anche per un suo trascorso politico piuttosto ambiguo di esponenti dell’estrema… della estrema destra’.

Il contenuto dell’intercettazione telefonica del 19 giugno 2009 tra il dottor Olindo Canali ed Alfio Caruso è emerso, con riferimento alle informazioni sull’omicidio Caccia, grazie al lavoro dell’avv. Fabio Repici, legale dei familiari di alcune vittime di mafia, tra cui Graziella Campagna,diciassettenne uccisa a Messina il 12 dicembre 1985, e Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo Di Gotto l’8 gennaio 1993.

Paola, Cristina e Guido Caccia, figli di Bruno Caccia, hanno scritto il 22 gennaio 2013 una lettera aperta alla città di Torino in vista del trentennale dell’anniversario del delitto:
“A trent’anni dalla morte di nostro padre, siamo profondamente grati a tutti coloro che vorranno ricordarlo con eventi e iniziative che ne onorano la memoria e che ci fanno un grande piacere.
In tutti questi anni, nelle periodiche ricorrenze e non solo, abbiamo sentito sempre forte e presente il ricordo e l’affetto delle Istituzioni cittadine. Abbiamo apprezzato lo sforzo continuo dell’associazione Libera, che è riuscita a tener viva la scintilla dell’interesse e della partecipazione, anche e soprattutto tra i giovani.
Non possiamo però nell’occasione tacere ciò che purtroppo ancora ci cruccia.
A fronte degli esiti processuali che risalgono ormai a molti anni fa, sentiamo tuttora il disagio per qualcosa che non ci pare ancora del tutto chiarito. Le recenti cronache del processo Minotauro avallano in qualche modo i nostri dubbi, mettendo in luce un percorso della malavita organizzata che dai fatti di oggi si può far risalire fino ad allora.
Proprio in quest’ottica, la sentenza definitiva ci pare a tutti gli effetti una verità parziale.
Ci piacerebbe perciò che la ricorrenza di quest’anno diventasse occasione e stimolo per uno sforzo corale teso ad avvicinarsi maggiormente alla Verità, partendo dal presupposto che l’omicidio di nostro padre non fu certo un fatto isolato nella storia cittadina.
Questa memoria “fattiva” sarebbe secondo noi un degno coronamento delle commemorazione del suo sacrificio”.
Firmato:
Guido, Paola e Cristina Caccia
(Lettera letta il 22 gennaio 2013 presso la Commissione per la legalità del comune di Torino)

Dopo la diffusione della lettera scritta da Paola, Cristina e Guido Caccia, l’avv. Repici si mise in contatto con i familiari del dottor Caccia comunicandogli il contenuto delle dichiarazioni del dottor Canali relative alle prime indagini sull’omicidio del magistrato torinese.
In seguito a questo scambio di informazioni, l’avv. Repici è stato nominato legale di parte civile da parte dei tre fratelli Paola, Cristina e Guido Caccia ed ha iniziato uno scrupoloso ed attento esame delle carte processuali contenute nel fascicolo relativo all’omicidio Caccia. Dall’analisi della documentazione depositata presso gli archivi del tribunale di Milano sono emersi fatti estremamente interessanti che si incrociano con quanto affermato dal dottor Canali tra il 2009 ed il 2013.

Il primo dato emerso dalla lettura degli atti contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia è che tra essi non vi é alcun verbale di perquisizione e sequestro che faccia riferimento al documento citato dal dottor Canali, cioè un ‘documento’ o ‘memoriale’ rinvenuto durante una perquisizione a casa di Rosario Pio Cattafi e contenente il testo della rivendicazione brigatista dell’omicidio Caccia.
Il domicilio milanese di Cattafi fu perquisito in occasione del suo arresto avvenuto nel maggio 1984 nell’ambito di un procedimento penale dell’A.G. (Autorità Giudiziaria) di Milano diverso da quello sull’omicidio Caccia. In effetti, Cattafi fu arrestato perché sospettato di aver preso parte al sequestro dell’industriale Giuseppe Agrati, verificatosi a Milano il 28 gennaio 1975 e risoltosi grazie al pagamento della somma di due miliardi e mezzo di lire. Cattafi fu successivamente prosciolto per il sequestro Agrati su richiesta del dottor Di Maggio del 30 aprile 1986, con sentenza istruttoria emessa il 31 luglio 1986 dal G.I. di Milano dottor Arbasino.

Procedendo all’acquisizione ed all’esame degli atti relativi al fascicolo sul sequestro Agrati, l’avv. Repici ha rintracciato il verbale di perquisizione e sequestro eseguito presso il domicilio milanese di Rosario Pio Cattafi in via Mascagni il 18 maggio 1984. Il contenuto del verbale di perquisizione e sequestro è molto significativo, poiché comprova come il 18 maggio 1984 nel domicilio di Cattafi furono sequestrati, tra gli altri documenti (album fotografici, agende, rubriche telefoniche, assegni ecc.), “otto foglietti con appunti manoscritti”, oltre a una pistola calibro 7,65, a una valigetta contenente una carabina e a ingente munizionamento. Era presumibile che all’interno del fascicolo processuale venissero ritrovati i documenti sequestrati a Cattafi. Quei documenti, invece, non risultano in atti. Non perché, però, non ci siano mai stati ma semplicemente perché quella documentazione fu restituita a Cattafi, senza che, in modo del tutto irrituale, ne venisse prima fatta una copia.

Le carte raccolte nel fascicolo relativo all’omicidio del dottor Caccia contengono molte altre informazioni estremamente significative.
Come ricordato nelle sezioni precedenti, per l’omicidio Caccia si è svolto un processo conclusosi con la condanna definitiva all’ergastolo del boss torinese di origine calabrese Domenico Belfiore. Quel procedimento, nato nell’immediatezza dell’omicidio, si sviluppò attraverso il mandato di cattura emesso dal dottor Di Maggio il 26 febbraio 1987, la requisitoria del dottor Di Maggio per il rinvio a giudizio del 4 luglio 1988, l’ordinanza con cui venne disposto il rinvio a giudizio dal G.I. dottor Cioppa il 25 luglio 1988, la sentenza di condanna in primo grado del solo Belfiore emessa dalla Corte di assise di Milano il 16 giugno 1989, poi convalidata dalla Corte di Cassazione, dopo un primo rinvio, il 28 settembre 1992. Tutti i suddetti atti sono incentrati sulla posizione di Domenico Belfiore e dei suoi ritenuti complici, poi in realtà prosciolti, tutti esponenti del clan dei ‘calabresi’ operante a Torino in quegli anni.
Ma dagli atti istruttori, in realtà, emerge con estrema chiarezza che fin dai mesi successivi all’omicidio Caccia (e dunque ben prima che Francesco Miano iniziasse a collaborare con la giustizia) il P.M. procedente raccolse significativi elementi indizianti su soggetti diversi da quelli poi sottoposti a processo. Si tratta della pista investigativa volta a ‘verificare se il movente del delitto potesse trarre origine da un’inchiesta seguita dallo stesso Caccia, inerente il riciclaggio del denaro sporco nei Casinò italiani (Sanremo, Saint-Vincent, Venezia, Campione)’.11 La sentenza di corte di assise sull’omicidio Caccia constata che tale filone d’indagine ‘non portò gli inquirenti ad alcun apprezzabile risultato’.12 Tuttavia, analizzando con attenzione le carte, si possono ricavare da quella pista investigativa elementi particolarmente interessanti, soprattutto se messi in relazione con quanto dichiarato l’8 gennaio 2013 dal dottor Olindo Canali.

Gli elementi contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia
Nei mesi immediatamente precedenti al delitto Caccia, la Procura di Torino stava conducendo una delicata indagine sul casinò di Saint-Vincent in Valle d’Aosta. Gli inquirenti torinesi avviarono le prime indagini nel marzo 1982 sospettando che all’interno della casa da gioco valdaostana fossero riciclati soldi provenienti dai sequestri di persona; le successive attività investigative fecero emergere la possibile sussistenza di un’associazione per delinquere finalizzata all’acquisizione delle più importanti case da gioco italiane. Poche settimane prima del 26 giugno 1983 si arrivò a un punto di svolta, con l’esecuzione il 17 maggio 1983 di una serie di perquisizioni negli uffici e nelle sale del casinò valdaostano. In seguito alle risultanze emerse dalle perquisizioni e dagli atti istruttori, la Procura di Torino emise, nella notte tra il 10 e l’11 novembre 1983, una serie di mandati di cattura ed ordinò un blitz presso la casa da gioco di Saint-Vincent (‘blitz di San Martino’).

Poche settimane prima del blitz presso il Casinò di Saint-Vincent, nel mese di ottobre 1983, il maggiore della Guardia di Finanza Antonio Mango, in servizio presso il Comando Nucleo Regionale di Torino, sollecitò il tenente colonnello della Guardia di Finanza Michele Bertella, in servizio presso il nucleo Polizia Tributaria di Alessandria, ad acquisire ogni elemento utile per sviluppare le indagini sul delitto Caccia. Il ten. col. Bertella, a tal fine, prese contatto con una fonte informativa, Enrico Mezzani, consulente finanziario e sedicente emissario del S.I.S.DE. (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica).
Mezzani, a partire almeno dalla primavera del 1983, aveva attivato attraverso un suo sodale,Giovanni De Giorgi, una rete di confidenti volta ad ottenere informazioni, in generale, sulla criminalità organizzata al nord Italia. Di questa rete informativa favevano parte Bruno Masi, fino al 23 giugno 1983 amministratore delegato della società SITAV (Società Incremento Turistico Alberghiero Val d’Aosta)che aveva in gestione la concessione del casinò di Saint-Vincent, l’industriale Franco Carlo Mariani (titolare della ‘CRM motori’, società produttrice di motori navali e fornitrice, fra gli altri, della Guardia di Finanza) e Rosario Pio Cattafi. 
L’attività informativa coordinata da Mezzani, volta a raccogliere spunti confidenziali sul delitto Caccia, si svolse dunque sotto il diretto controllo del ten. col. Bertella e fu riassunta in documenti a partire da un appunto informale consegnato il 3 novembre 1983 da Franco Mariani al ten. col. Bertella in un pubblico locale di Alessandria. All’incontro parteciparono il ten. col. Bertella, Franco Mariani, Enrico Mezzani e il cap. Sciarretta. Mariani, interrogato il 16 aprile 1984 dal P.M. Di Maggio, indicò in Rosario Pio Cattafi la fonte delle sue informazioni relative al delitto Caccia. Il punto più interessante di quell’appunto è quello contrassegnato dal n. 19. Lì, pur con linguaggio criptico (il dottor Caccia viene indicato come “Arch. Caccia Dominioni”) iniziò a essere illustrata un’articolata versione sull’omicidio Caccia:

Punto n. 19) dell’appunto redatto da Franco Mariani e consegnato in data 3.11.1983
al ten. col. Michele Bertella

Al riguardo dell’omicidio Caccia, l’appunto informale di Mariani indicò una specifica causale del delitto: le indagini che a quel tempo la Procura della Repubblica di Torino, con l’intervento personale del dottor Caccia, aveva avviato sull’ambiente del casinò di Saint Vincent. L’indagine toccava, sia per i nomi di alcuni indagati che per i contenuti degli atti istruttori, anche i casinò di Sanremo e Campione d’Italia.
Agli atti del fascicolo sull’omicidio Caccia c’è prova che questo appunto redatto da Mariani passò alle mani del ten. col. Bertella il quale, il 9 novembre 1983, lo lesse e lo commentò assieme al magg. Antonio Mango, al ten. col. Emanuele Patrone della Guardia di Finanza di Alessandria, aldottor Maddalena della Procura della Repubblica di Torino e al dottor Tamponi G.I. del Tribunale di Torino. Più o meno in pari data il ten col. Bertella informò del contenuto dell’appunto di Mariani anche i P.M. milanesi dottor Di Maggio e dottor Davigo (rif. relazione del 17 settembre 1984 indirizzata dal ten. col. Bertella al dr. Di Maggio).

A conferma del fatto che la pista del riciclaggio di denaro sporco presso il casinò di Saint-Vincent fosse ritenuta molto interessante ai fini delle indagini sul delitto Caccia, a partire dai primi mesi del 1984 (quindi quando ancora Francesco Miano non aveva iniziato a collaborare con la giustizia) il P.M. Di Maggio iniziò a escutere personalmente tutti i soggetti coinvolti nella raccolta informativa prodotta da Mariani. Ne sono prova: i verbali di dichiarazioni di Franco Mariani (9 febbraio 1984, 16 e 17 aprile 1984, 9 giugno 1984 e 10 settembre 1984); i verbali di dichiarazioni di Bruno Masi (1 marzo 1984 e 9 giugno 1984); i verbali di dichiarazioni di Giovanni De Giorgi (16, 18, 19, 21 e 28 aprile 1984); i verbali di dichiarazioni di Enrico Mezzani (17, 18, 19, 20 aprile 1984); le dichiarazioni rese da Rosario Cattafi (20 settembre 1984); il confronto fra Mezzani e De Giorgi del 20 aprile 1984; il confronto fra Mariani e Cattafi del 20 settembre 1984. Durante questo confronto Mariani identificò nuovamente in Cattafi la fonte delle sue informazioni sull’omicidio Caccia; Cattafi, invece, affermò: ‘Mariani non vuol dire la verità. Le informazioni relative al delitto Caccia gli sono state riferite da Masi ed in tali termini ne ha parlato a me’.

Agli atti del fascicolo sull’omicido Caccia ci sono altre risultanze che legano presunti mandanti e moventi dell’omicidio Caccia agli affari che ruotavano attorno ai casinò. Fra queste vi è un verbale di dichiarazioni rese da un detenuto, Luigi Incarbone, già compagno di cella di Franco Chamonal, amministratore delegato della SITAV succeduto a Bruno Masi ed arrestato nel blitz sui Casinò dell’11 novembre 1983. Incarbone, interrogato il 6 dicembre 1985 dal G.I. di Torino dottor Tamponi, dichiarò: “Ho chiesto di conferire con l’ufficio in quanto sono stato in cella con Chamonal che è imputato davanti a lei. Lo Chamonal ancora oggi mi fa arrivare 500.000 lire al mese in portineria. Lo Chamonal mi ha detto di avere un casinò a Chamonix, di aver conosciuto una persona molto importante a Palermo e che per questa conoscenza era ora nei guai. Non fece il nome di questa persona (conosciuta al casinò) ma disse che proteggeva i Greco e tutta questa gente qui. Mi disse che Caccia è morto proprio per il fatto del casinò. E che questo palermitano era stato il mandante: disse che era questo palermitano che ha deciso l’omicidio del giudice Caccia. Mi disse che aveva i soldi a Ginevra e che aveva delle villette a Montecarlo sotto falso nome”.

Da tutte quelle assunzioni di informazioni il P.M. Di Maggio raccolse elementi rilevanti. In primo luogo perché indicavano una causale specifica credibile del delitto Caccia (effettivamente la Procura di Torino aveva avviato un’attività d’indagine sul casinò di Saint Vincent) e in secondo luogo perché quelle informazioni non confliggevano con la tesi della responsabilità di Domenico Belfiore. Gli inquirenti titolari del fascicolo Caccia, evidentemente, ritennero che quelle assunzioni di informazioni non fossero sufficientemente consistenti e/o riscontrate per poter proseguire le indagini sul delitto Caccia lungo la pista investigativa che portava al riciclaggio di denaro sporco all’interno del Casinò di Saint-Vincent.

Il P.M. Di Maggio, mentre raccoglieva le dichiarazioni dei soggetti chiamati in causa da Mariani, raccolse a verbale all’interno del fascicolo Caccia anche le prime dichiarazioni di appartenenti al gruppo dei criminali ‘catanesi’, tra cui Giuffrica Carmelo (cfr. interrogatorio del 10 luglio 1984) e Francesco Miano (cfr. interrogatorio del 23 ottobre 1984), che indicavano Domenico Belfiore quale presunto mandante dell’omicidio Caccia. A partire dalle prime dichiarazioni rilasciate da Francesco Miano, gli inquirenti titolari delle indagini imboccarono definitivamente la pista che portò il 25 luglio 1988 al rinvio a giudizio di Belfiore Domenico e di Barresi Placido in qualità di imputati per concorso nell’omicidio, aggravato dalla premeditazione, del dottor Caccia.

Ma l’A.G. milanese non fu la sola a compiere atti d’indagine volti ad individuare gli autori del delitto Caccia. Agli atti del procedimento per il sequestro Agrati c’è anche un’informativa del Reparto operativo Carabinieri di Messina del 20 maggio 1985, dalla quale si ricava come Rosario Cattafi, nel 1984, fosse “oggetto di indagini anche da parte dell’Arma di Torino, nel quadro di autonome indagini tese all’individuazione di cause e dei responsabili dell’omicidio in persona del S. Procuratore della Repubblica di Torino, Dr. Bruno Caccia. Nel contesto di tale lavoro, Cattafi fu pure pedinato a Catania e Messina, durante la sua breve permanenza in Sicilia in occasione delle festività pasquali 1984”.
Sia l’A.G. milanese che l’A.G. torinese svolsero, dunque, accertamenti su Rosario Cattafi nell’ambito delle indagini sull’omicidio del dottor Caccia.

Si è già detto sopra come il vuoto probatorio più evidente del processo per l’omicidio del Procuratore Bruno Caccia riguardi l’identità dei due killer che il 26 giugno 1983 tolsero la vita al magistrato. Grazie ad alcune testimonianze raccolte sul luogo dell’agguato, gli inquirenti furono in grado di tracciare l’identikit di uno degli assassini, ma gli accertamenti svolti non permisero di dare un nome a quel volto. In sentenza fu scritto che Belfiore si trattenne dal fare qualunque confidenza al riguardo a Miano. Il P.M. Di Maggio, nell’ordine di cattura del 26 febbraio 1987, scrisse che probabilmente si era trattato di “sicari venuti da fuori”. Ma su chi fossero quei due killer ‘venuti da fuori’ le sentenze non diedero risposte.
Tuttavia, nell’appunto informale consegnato da Franco Mariani al ten. col. Bertella riguardante il mondo della scalata mafiosa ai casinò, compare il nome di un possibile killer: un calabrese denominato “Luciano”. Si tratta, come emerge univocamente da innumerevoli atti del fascicolo, del calabrese Demetrio Latella, detto ‘Luciano’. Tra questi atti, c’è una scheda nominativa predisposta dal Reparto Operativo dei Carabinieri di Torino in cui si legge che Demetrio Latella (nato a Ravagnese – RC – il giorno 11.7.1954) era soprannominato ‘Luciano Tanghiani’. Nella medesima scheda si legge che Latella sarebbe stato un killer dell’organizzazione di Angelo Epaminonda, sarebbe stato legato ai Miano di Milano ed associato al clan Miano di Torino e a quello dei calabresi capeggiato da Mario Ursini. Vi si legge, ancora, che Latella si appoggiava operativamente a Torino al Gullace G. e ai Miano e che la sua auto A112 fu adoperata a Torino per l’omicidio di Antonino Bulla.
Il nome di Latella è citato anche in altri documenti contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia. Il collaboratore Giuseppe Muzio, ad esempio, il 28 settembre 1984 dichiarò al P.M. Di Maggio:‘Latella Luciano appartiene al clan dei catanesi di Miano, facente capo a Jimmy e Nuccio Miano e Santo Mazzeo. A Torino si incontrava con Finocchiaro Francesco e con Parisi Salvatore, con Orazio Giuffrida, Miano Roberto e Saia Antonino e comunque con tutta la banda. Si trattava di periodiche riunioni operative tra i gruppi’.
Gli inquirenti titolari del fascicolo Caccia, evidentemente, non ritennero gli spunti indiziari forniti dal rapporto informativo del ten. col. Bertella e gli altri riferimenti negli atti d’indagine al nome di Demetrio ‘Luciano’ Latella sufficientemente consistenti e/o riscontrati per sviluppare ulteriori indagini volte ad approfondire la consistenza o meno di quella ipotesi investigativa sulla possibile identità dei killer del dottor Caccia.

E’ un dato accertato che Demetrio Latella abbia operato per conto dei mafiosi ‘calabresi’ e ‘catanesi’ a Torino e Milano. Latella fu condannato l’8 febbraio 1988 alla pena dell’ergastolo dalla corte di assise di Milano per il reato di omicidio. Si trattò del procedimento penale che fu istruito a Milano dal P.M. Francesco Di Maggio sulla base della dichiarazioni del collaboratore Angelo Epaminonda e che riguardò i reati commessi dal gruppo criminale facente capo ad Epaminonda. La sentenza a carico di Latella divenne definitiva l’11 marzo 1992.

Il nome di Demetrio Latella è tornato recentemente negli articoli di cronaca quando, ai primi di giugno del 2008, fu arrestato con l’accusa di aver preso parte al sequestro e all’omicidio della diciottenne Cristina Mazzotti, sequestrata il 26 giugno 1975 in provincia di Como ed il cui cadavere fu recuperato il 1 settembre 1975. Latella, in regime di liberazione condizionale dal 2007, fu individuato nel 2008 grazie al rinvenimento di una sua impronta digitale sull’auto utilizzata per il sequestro della ragazza poi uccisa. La posizione di Latella, così come dei correi Giuseppe Calabrò e Talia Antonio, fu archiviata il 19 dicembre 2011 dal GUP del Tribunale di Milano per intervenuta prescrizione, in ragione delle circostanze attenuanti generiche concesse agli indagati. Latella dichiarò di aver avuto un ruolo molto marginale per quel delitto, affermando di essersi prestato all’ultimo momento all’esecuzione di un piccolo segmento operativo del sequestro, in cambio di un compenso di circa 20 milioni di lire.

Giovanni Selis: un magistrato dimenticato

Il caso di Giovanni Selis, Pretore di Aosta nei primi anni ottanta, dimostra oltre ogni dubbio che mettere il naso negli affari illeciti dei casinò comportava rischi molto gravi per l’incolumità di un investigatore.
Il 13 dicembre 1982 il dottor Selis rimase vittima di un attentato che mai ci si sarebbe immaginati a quelle latitudini: un’autobomba. Alle ore 8.45 di mattina, non appena il magistrato si accomodò sulla sua auto FIAT 500 per recarsi al lavoro e tirò la levetta dell’accensione, una bomba esplose squarciando la vettura. Il cofano motore dell’utilitaria volò a 300 metri di distanza dal punto dell’esplosione: unica parte intatta rimase il sedile su cui si trovava il magistrato. Il dottor Selis si salvò per miracolo. ‘La bomba era stata piazzata da professionisti – dissero gli inquirenti -, doveva uccidere Selis, non ci sono dubbi. Non siamo di fronte ad un avvertimento’.

Chi voleva la morte del pretore di Aosta non si fermò e provò nuovamente ad uccidere il magistrato quattro giorni dopo, il 17 dicembre 1982: verso le ore 19.30 il dottor Selis sentì suonare il citofono della propria abitazione e si portò al citofono chiedendo ripetutamente ‘Chi è?’, senza ottenere risposta. Il magistrato si portò sul balcone di casa che sovrasta il portone di ingresso e sul momento non notò nulla di particolare. Tornò nuovamente alla porta di casa ed osservò attraverso lo spioncino la luce rossa della spia dell’ascensore accesa. Attese che qualcuno uscisse dall’ascensore ma nulla di tutto ciò accadde. Il dottor Selis chiamò allora il 113 ed in pochi istanti arrivarono due poliziotti in borghese che salirono le scale del palazzo armi in pugno: uno dei due poliziotti riferì al magistrato che al pianterreno dello stabile aveva trovato l’ascensore fermo con entrambe le semi-porte aperte. Si trattò chiaramente di un tentativo da parte dei killer di attirare il dottor Selis fuori dalla propria abitazione per colpirlo mentre si affacciava sulle scale del palazzo.

Il dottor Selis, dopo l’attentato subito, fu trasferito al D.A.P. (Dipartimeno dell’Amministrazione Penitenziaria) e ritornò ad Aosta nel 1987 da Pretore dirigente; pensava di aver recuperato il minimo di serenità sufficiente per tornare a operare in quella zona, ma il 9 maggio 1987 si tolse tragicamente la vita. La moglie del magistrato, Sara Selis, dichiarò che il marito, pochi giorni prima di commettere il suicidio, le disse: ‘E’ stato un grave errore ritornare qui’. Che cosa intedesse dire con precisione il marito, Sara Selis non seppe mai. ‘Forse aveva incontrato qualcuno – dichiarò la donna -, o forse il ritorno ad Aosta aveva soltanto reso più difficile dimenticare il trauma dell’attentato’.

Quando il dottor Selis fu ascoltato dai magistrati di Milano titolari delle indagini volte ad identificare i suoi attentatori, fu lo stesso Pretore di Aosta ad indicare, come uno dei possibili moventi dell’attentato, un’indagine che stava conducendo sul casinò di Saint Vincent. Il 15 gennaio 1983 il dottor Selis, assunto a sommarie informazioni dal P.M. milanese Corrado Carnevali,individuò tre possibili moventi che, in astratto, avrebbero potuto giustificare la sua eliminazione: il dott. Selis indicò al P.M. Carnevali come terzo possibile movente le indagini che stava personalmente conducendo presso la Casa da Gioco di Saint Vincent nell’ambiente dei prestasoldi e, in particolare, tra l’Ufficio Fidi della Casa e taluni prestasoldi. Il pretore Selis affermò di essersi interessato da tempo all’attività di taluni prestasoldi e di taluni personaggi ruotanti intorno all’attività stessa riferendosi, in particolare, a certo Avv. Valentini, di Milano, e a certo dr. Sacco. Il dottor Selis aggiunse inoltre a verbale che esisteva una specifica indagine demandata alla Guardia di Finanza avente ad oggetto l’individuazione della causale di un assegno emesso da certo Ing. Mariani in favore di Masi, Amministratore delegato della Sitav, società che aveva la gestione della Casa da gioco di Saint Vincent.
Il pretore Selis dichiarò inoltre di aver ricevuto, dopo l’attentato ai suoi danni, una telefonata dal collega Marcello Maddalena, sostituto procuratore a Torino, che gli chiedeva un colloquio riservato, in quanto aveva appreso dai giornali che, fra le varie indagini di cui il dottor Selis si occupava, ne esisteva una relativa a dei prestasoldi operanti presso il casinò di Saint Vincent. Il colloquio fra i due magistrati avvenne nell’uffico torinese del dottor Maddalena e si svolse, stando ai ricordi del dottor Selis, il 23 dicembre 1982. Il pretore di Aosta, vincolato dal segreto istruttorio, non rivelò al P.M. Carnevali i contenuti del colloquio avvenuto all’antivigilia di Natale del 1982, ma affermò che avrebbe potuto sussistere un collegamento fra le sue indagini e quelle del collega Maddalena, aventi ad oggetto riciclaggio di denaro proveniente da sequestri di persona.

Il tema d’indagine illustrato dal dottor Selis si intrecciava in modo molto stretto a quella che da Franco Mariani ed Enrico Mezzani fu indicata al dottor Di Maggio come la causale dell’omicidio Caccia. D’altronde, nel 1983, anche sugli organi di stampa comparve la notizia di un possibile collegamento tra le causali del tentato omicidio Selis e dell’omicidio Caccia con riferimento alle infiltrazioni mafiose nei casinò. Purtroppo, il dott. Selis non fu mai escusso formalmente nell’ambito delle indagini relative all’omicidio del dott. Caccia per valutare l’eventuale esistenza di convergenze tra i possibili moventi del suo tentato omicidio e le possibili causali del delitto Caccia.
Certo è che la vicenda dimenticata dell’attentato ai danni del dottor Selis dimostra che le indagini sui casinò potevano essere estremamente pericolose per chi le conduceva. Tale circostanza non fa che corroborare la possibile causale dell’omicidio Caccia relativa alle indagini sul casinò di Saint-Vincent, tanto più se si considera che fra il tentato omicidio Selis e l’omicidio Caccia trascorsero soltanto sei mesi.

Conclusioni

Nell’anno 2013, in occasione del trentennale dell’omicidio di Bruno Caccia, è stato presentato un documentario che è probabilmente il più completo lavoro giornalistico che sia stato mai realizzato sulla figura del Procuratore Capo di Torino. Si tratta del documentario ‘Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere‘ i cui autori sono Elena Ciccarello e Davide Pecorelli con montaggio a cura diChristian Nasi (produzione di Libera Piemonte e Acmos). Nel documentario è presentata un’attenta ricostruzione della vicenda processuale relativa all’omicidio Caccia e sono messe chiaramente in evidenza le domande rimaste aperte dopo il pronunciamento della sentenza di Cassazione del 1992. E’ presente anche un’intervista a Mario Vaudano (foto sulla destra), già Giudice Istruttore a Torino negli anni settanta, il quale afferma: ‘Secondo me non hanno ucciso Bruno Caccia per il passato, l’hanno ucciso per il futuro’. Il documentario è stato presentato a Torino il 26 giugno 2013 all’interno del programma organizzato per ricordare la vita ed il lavoro del Procuratore Caccia.
E’ in occasione del trentennale del delitto Caccia che gli organi stampa iniziano a parlare degli elementi raccolti ed approfonditi dall’avv. Fabio Repici.13,14

Un mese prima del programma, il 6 giugno 2013, i figli Cristina, Paola e Guido Caccia hanno indirizzato una seconda lettera aperta alla città di Torino in cui hanno espresso la speranza che la città potesse diventare, a distanza di trent’anni dal delitto, un ‘laboratorio di Verità’ in cui grado di generare ‘voglia di reagire e magari qualche resipicenza’ sui fatti accaduti:

Si sta avvicinando la ricorrenza del trentennale della morte di nostro padre Bruno Caccia, e in quell’occasione la commemorazione sarà tenuta per la prima volta in veste ufficiale a cura della Città di Torino nella Sala Rossa del Municipio, alla presenza di autorità civili, giudiziarie, militari, religiose.
Questa iniziativa della città onora la memoria di nostro padre e ci fa profondamente piacere.
A distanza di trent’anni, ci sembra che sia necessario che qualcuno si assuma il compito di fare una commemorazione di Bruno Caccia del tipo di quella che ha fatto Roberto Scarpinato, Procuratore Generale di Palermo, per ricordare Giovanni Falcone il 23 maggio scorso: un’analisi storica, non solo un elogio della persona.
Gli elogi fanno piacere a chi ha avuto Bruno Caccia come familiare o amico; l’analisi storica è piuttosto un dovere: il dovere di far conoscere il suo operato inquadrato nel contesto di quegli anni, al fine di fornire la chiave di lettura necessaria a comprendere i veri motivi che hanno portato alla sua uccisione.

Perché ciò che durante questi 30 anni sta diventando sempre più chiaro è che l’assassinio di Bruno Caccia non è stato un gesto isolato, progettato in autonomia da un boss locale  (unico condannato) e compiuto dalla mano di due sicari ancora oggi sconosciuti, ma è stato qualcosa di più complesso, un delitto commesso non tanto e non solo perché Bruno Caccia era un magistrato integerrimo, quanto per tutelare concretamente gli enormi interessi che dal suo operato potevano essere messi a rischio. I cittadini hanno diritto di conoscere la verità su ciò che è successo.
E’ giusto che Bruno Caccia venga ricordato non solo per le sue doti personali, ma per quello che ha fatto, per il percorso professionale che ha intrapreso usando non solo il proprio talento, la dirittura morale e la professionalità che gli erano propri; ma ad essi accompagnando e rinnovando giorno per giorno, la coerenza, la tenacia e il coraggio necessari per inseguire la verità, fino al sacrificio della propria vita.
Non saremo gli unici ad essere riconoscenti a chi saprà ricordare questo percorso, spiegando che cosa ha comportato la sua brutale interruzione e come è stata proseguita l’azione penale nelle varie indagini da lui avviate.
Una commemorazione “utile”, insomma, che non faccia leva solo sul sentimento, ma che stimoli la ragione e la riflessione; che generi piuttosto voglia di reagire e magari qualche resipiscenza.
Crediamo infatti che siano in molti a potere ancora dare un apporto utile alla conoscenza dei fatti, e ci auguriamo che qualcuno fra loro si farà avanti e racconterà ciò che sa: sarebbe un tributo anche alla memoria di nostra madre che, nei 25 anni che è sopravvissuta a suo marito, tanto si è tormentata per le questioni non risolte dalle sentenze dei processi di Milano, e per gli interrogativi che ne emergono.
Potrebbe essere un esempio di coraggio, un esempio capace di interrompere un ciclo della nostra storia italiana, martoriata da anni di menzogne, occultamenti e depistaggi che continuano a tradire la Verità e a inquinare le nostre istituzioni.
Da Torino, da questa città generosa, sono partite tante iniziative coraggiose, sono nati e sono stati esportati nel resto d’Italia tante idee e tanti fenomeni virtuosi; si è detto che Torino è la “città-laboratorio”: sarebbe bello che, ricordando il sacrificio di nostro padre, diventasse da quest’anno, seguendo la scia di altre realtà italiane, anche un laboratorio di Verità.

Guido, Paola e Cristina Caccia (Torino, 6 giugno 2013)

Il 10 luglio 2013 l’avv. Repici, quale difensore di Guido Caccia, Paola Caccia e Cristina Caccia, ha presentato una denuncia al Tribunale di Milano in cui ha chiesto la ripertura delle indagini sull’omicidio del dottor Caccia sulla base delle dichiarazioni del dottor Canali e di tutta una serie di spunti individuati nel fascicolo sull’omicidio del magistrato torinese. L’avv. Repici ha messo in evidenza come la pista del riciclaggio dei soldi delle organizzazioni mafiose nei primi anni ottanta, presso il Casinò di Saint-Vincent, sia quella su cui è indispensabile sviluppare nuove indagini per identificare eventuali ulteriori mandanti (oltre a Domenico Belfiore) e gli autori del delitto Caccia rimasti ancora nell’ombra.
Iscritta la denuncia sull’omicidio Caccia come atto non costituente notizia di reato, il P.M. assegnatario del procedimento, dopo aver valutato i risultati di alcune deleghe di polizia giudiziaria che erano state espletate, ha emesso il 25 novembre 2013 un “provvedimento di archiviazione interna” ritenendo infondata la ricostruzione dei fatti e delle causali dell’omicidio Caccia così come prospettata dall’avv. Repici. Quest’ultimo ed i familiari del dottor Caccia hanno proceduto, nel frattempo, ad acquisire ed approfodire altri fascicoli processuali collegati a quello sull’omicidio del Procuratore di Torino, come il fascicolo del procedimento penale torinese sul casinò di Saint-Vincent (‘blitz di San Martino’) ed il fascicolo sul sequestro di Giuseppe Agrati (28 gennaio 1975). Dall’analisi comparata degli atti giudiziari sono emersi ulteriori elementi a sostegno della pista investigativa illustrata nella denuncia presentata nel luglio 2013. L’avv. Repici, il 23 luglio 2014, ha presentato al Tribunale di Milano una nuova denuncia con cui ha ribadito la richiesta di riaprire le indagini sull’omicidio Caccia ed ha sollecitato l’A.G. di Milano a svolgere tutta una serie di atti d’indagine ed accertamenti a carico di Rosario Pio Cattafi e di Demetrio Latella. In occasione della seconda denuncia, l’avv. Repici, concordando tale scelta con i figli del dottor Caccia, ha comunicato alla Procura della Repubblica di Milano la nomina del dottor Mario Vaudano in qualità di consulente tecnico.
Il 29 settembre 2014 alcuni organi di stampa hanno rilanciato la notizia della riapertura dell’inchiesta sul delitto Caccia, ma la notizia non ha trovato conferme ufficiali.15,16 ‘Che cosa ci aspettiamo? La verità. Dopo tanti anni è l’unica cosa che ci interessa’, ha detto Paola Caccia.

David Gentili, Presidente della Commissione Antimafia di Milano, ha organizzato il 3 ottobre 2014, presso la sala Alessi del Comune, l’incontro intitolato ‘Bruno Caccia, il diritto alla verità’. All’evento hanno partecipato Paola e Cristina Caccia, Fabio Repici, Fosca Nomis (Presidente della Commissione Antimafia a Torino) e Nando dalla Chiesa (Presidente onorario di Libera). L’incontro è stato l’occasione in cui i figli del giudice e l’avv. Repici hanno fatto il punto sugli elementi emersi dalle loro ricerche ed hanno chiesto con forza che le indagini sull’omicidio del dottor Caccia siano riaperte (per una completa rassegna stampa sull’incontro vedi rif. 17):

video-bruno-caccia-3-ottobre-2014

Il 17 giugno 2015 l’avv. Repici ha inoltrato una nuova memoria difensiva, nell’interesse dei figli del procuratore Caccia, al dottor Marcello Tantangelo, sostituto procuratore della Repubblica di Milano, e al Procuratore generale della Repubblica di Milano. Nella memoria si afferma che il dottor Caccia è stato vittima di un’unica “rete criminale che aveva pressoché fagocitato la gestione dei Casinò del nord Italia e della Costa Azzurra, sotto il controllo di esponenti delle mafie catanesi, palermitane, calabresi, corse e marsigliesi”.18 L’avv. Repici ha chiesto all’A.G. milanese di sentire nuovi testimoni sul delitto, a partire da Domenico Belfiore, cui è stata concessa nel mese di giugno 2015 la detenzione domiciliare in via provvisoria per gravissime condizioni di salute.19 Belfiore, oltre ad essere l’unico condannato per il delitto Caccia, è una delle persone che, qualora decidesse di riferire all’A.G. quanto a sua conoscenza, potrebbe consentire alla magistratura di fare un significativo passo in avanti nell’accertamento delle responsabilità di chi decise e realizzò l’omicidio dell’allora Procuratore capo di Torino.

Il 26 giugno 2015 la Commissione speciale Antimafia del comune di Torino, presieduta da Fosca Nomis, in seduta congiunta con i Capigruppo del Consiglio Comunale, ha audito la figlia del magistrato, Paola Caccia, e l’avvocato dei familiari Fabio Repici, che hanno chiesto di riaprire il caso. “Ancora oggi – ha dichiarato l’avvocato Fabio Repici – non conosciamo tutti gli esecutori materiali e gli altri mandanti, oltre a Domenico Belfiore, del delitto Caccia. Questo perché nessuno indagò sui casi ai quali stavo lavorando il procuratore: temi delicati, che riguardavano anche il Casinò di Saint Vincent e l’ipotesi di riciclaggio di denaro proveniente da sequestri di persona compiuti dalla criminalità organizzata, sia siciliana che calabrese. Inoltre, ancora oggi il delitto Caccia non è mai stato collegato al tentato omicidio del procuratore di Aosta Giovanni Selis, ferito da un’autobomba il 13 dicembre 1982, sei mesi prima dell’assassinio di Caccia, mentre indagava proprio sul Casinò di Saint Vincent”. “Da anni la Commissione Antimafia della Città di Torino – ha dichiarato Fosca Nomis – segue il caso Caccia. Ora finalmente forse stiamo per arrivare alla piena verità. Per fare giustizia nei confronti dei familiari del procuratore e di una città che da sempre ha legalità e giustizia tra i propri valori fondanti. Nessuna città è immune dalla contaminazione delle mafie, ma il costante impegno di Istituzioni, associazioni e cittadini può servire a creare validi anticorpi. Lo dobbiamo anche a Bruno Caccia e ai tanti magistrati coraggiosi e integerrimi che, come lui, non sono mai scesi a compromessi, anche a costo della propria vita”.20

La richiesta dei figli di Bruno Caccia è che la Procura di Milano, ammesso che non abbia già proceduto in questa direzione, riapra le indagini sull’omicidio del padre. E’ fondamentale che i magistrati titolari del caso assumano a sommarie informazioni gli ufficiali di P.G. che effettuarono, il 18 maggio 1984, la perquisione presso il domicilio milanese di Rosario Pio Cattafi, al fine di verbalizzare quanto essi ricordano riguardo a quell’atto di indagine. Altrettanto inderogabile è l’assunzione a verbale delle dichiarazioni del dottor Olindo Canali in merito a quanto da lui conosciuto sulle indagini condotte dall’allora P.M. Francesco Di Maggio (deceduto nel 1996) per individuare gli autori dell’omicidio Caccia.
Numerosi sono inoltre gli spunti di indagine, portati alla luce dall’avv. Repici e dai familiari del giudice Caccia, che potrebbero condurre ad individuare significativi elementi di conoscenza su chi, oltre a Domenico Belfiore, decise la morte del Procuratore di Torino. La pista investigativa che individua la causale del delitto Caccia nelle indagini coordinate dal magistrato sul riciclaggio di denaro sporco presso il casinò di Saint-Vincent non contraddice per nulla quanto già accertato dalla sentenza passato in giudicato a carico di Belfiore: ne completerebbe il quadro dando lo spunto per accertare eventuali eventuali responsabilità penali.

Tocca ora alla magistratura milanese il compito di dare una risposta alla domanda di verità dei figli di Bruno Caccia. Si tratta di svolgere accertamenti investigativi finalizzati a questo obiettivo: verificare se gli spunti indiziari forniti dalla pista già affiorata dalle prime indagini sull’omicidio e rinnovati all’attenzione degli inquirenti dai familiari del dottor Caccia possano svilupparsi in elementi di prova oppure no. I magistrati, gli investigatori ed i giornalisti che seguirono l’evolversi delle indagini sul delitto Caccia, le inchieste sui casinò del nord Italia e sui sequestri di persona negli anni settanta-ottanta, possono dare informazioni indispensabili per ricostruire i vuoti presenti nella verità giudiziaria accertata fino ad oggi: ciò non significa essere a conoscenza di chissà quali segreti, ma semplicemente essere portatori di un vissuto che può aiutare a definire il contesto in cui maturò l’omicidio del dottor Caccia. Questo è un appello rivolto a chiunque possa dare un contributo in questa direzione: chi ricorda elementi che possano utili per le indagini, li trasmetta ai familiari di Bruno Caccia e agli inquirenti.

‘Bruno Caccia è stato ucciso per il futuro’,
ha detto Mario Vaudano. Il debito nei confronti del giudice Bruno Caccia sarà chiuso solo quando ognuno di noi avrà fatto, nell’ambito del proprio ruolo, tutto quanto possibile per dare una risposta di verità ai familiari del Magistrato e alla collettività.

Marco Bertelli

Tratto da: 19luglio1992.com

NOTE

1), 3), 6), 8) Sentenza emessa dalla Seconda Corte di Assise d’Appello di Milano, Proc. Pen. n. 47/91 Registro Generale, Presidente dott. Giacomo Martino (28 febbraio 1992)
2), 4), 5), 7), 11), 12) Sentenza emessa dalla Prima Corte di Assise di Milano, Presidente Camillo Passerini, Proc. Pen. N. 48/88 Registro Generale (16 giugno 1989)
9) ‘Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere’, documentario di Elena Ciccarello e Davide Pecorelli, con montaggio a cura di Christian Nasi (2013, produzione di Libera Piemonte e Acmos)
10) Approfondimento sulla biografia di Rosario Cattafi: ‘La peggio gioventù – vita nera di Rosario Pio Cattafi’, Fabio Repici, 12 novembre 2012, www.19luglio1992.com e Lumia: ‘Nessuno si faccia ingannare dal gioco che sta portando avanti Cattafi, Marco Bertelli, 16 febbraio 2013, www.19luglio1992.com
13) ‘ ‘Ndrangheta, trent’anni fa a Torino l’omicidio Caccia. Ora spuntano i servizi’, Elena Ciccarello (24 giugno 2013, Il Fatto Quotidiano)
14) ‘Delitto Caccia, spunta una telefonata La famiglia: “Riaprite il processo”’, Niccolò Zancan (20 giugno 2013, La Stampa)
15) ‘Omicidio Caccia: ora spuntano nuovi indizi, indagini riaperte’, Meo Ponte (28 settembre 2014, La Repubblica)
16) ‘La figlia di Caccia e l’inchiesta riaperta. ‘Dopo tanti anni aspettiamo solo la verità’ ‘, Meo Ponte (29 settembre 2014, La Repubblica)
17) ‘Bruno Caccia, la famiglia torna a chiedere la riapertura delle indagini’, AA.VV. (19luglio1992.com)
18) ‘Bruno Caccia, “rete criminale dei casinò dietro l’omicidio del procuratore”’, Elena Ciccarello (27 giugno 2015, ilfattoquotidiano.it)
19) ‘Bruno Caccia: scarcerato mandante omicidio del giudice : ‘Motivi di salute’ ‘, Andrea Gianbartolomei (11 giugno 2015, ilfattoquotidiano.it)
20) 26 giugno 2015 – Caccia, un anniversario alla ricerca di giustizia (Massimiliano Quirico, CittàAgorà, 26 giugno 2015)

LISTA ABBREVIAZIONI

P.M.: Pubblico Ministero
G.I.: Giudice Istruttore
R.G.G.I.: Registro Generale Giudice Istruttore
Trascr. dib.: trascrizione dibattimentale
c.p.p.: codice procedura penale

Credo che sia ora che io torni a Reggio Calabria

E quindi sarò alla rassegna Tabularasa. Perché finisce sempre che i limiti ce li imponiamo da soli. Con la paura.

Qui l’articolo ANSA:

Torna Tabularasa, la rassegna letteraria sulla legalità, giunta alla sesta edizione, di Urba/Strill.it, ideato dai giornalisti Giusva Branca e Raffaele Mortelliti. La manifestazione, presentata oggi, per tutto il mese di luglio “darà spazio a talk, coscienze e musica” con piazza Italia, nel centro storico, scelta come location. Il festival avrà inizio domani, nell’ambito dell’Estate Reggina, con il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri e il suo ultimo libro “Oro Bianco: sulle tracce della droga”.

“L’obbiettivo – ha detto Giusva Branca – anche quest’anno è quello di appassionare la gente a tematiche d’interesse collettivo, al gusto della parola e al gusto del senso critico da sviluppare. Gli argomenti della sesta edizione di Tabularasa saranno alcuni di natura locale altri di respiro più ampio”.

Oltre alle consuete serate dedicate ai dibattiti culturali, il festival prevede anche alcuni concerti. “Per il 2015 – ha aggiunto – abbiamo voluto dare maggiore spazio ai gruppi musicali emergenti perché abbiamo riscontrato che la richiesta di spettacoli musicali è piuttosto marcata e in questo senso sono presenti in programma gli abbinamenti nella stessa serata di talk e concerto”.

Previsto l’intervento di ospiti come Corrado Passera e Giulio Cavalli, ma anche il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho ed il pm di Catanzaro Gerardo Dominijanni. Si affronteranno tematiche come la corruzione e il malaffare, ma anche lo sport, lo sviluppo locale e la politica.

“Lavorare con gli eventi culturali in Calabria – ha affermato Mortelliti – allestendo eventi gratuiti e cercando di avere un’offerta variegata per un mese intero non è materia semplice.

È vero che la città vuole questa tipologia di eventi estivi, ma è la stessa che si impegna e che difficilmente delega. Noi ci siamo trovati di fronte all’emergenza ‘Calabria’ a vario titolo, e anche Tabularasa fino alla fine ha rischiato di essere carente rispetto agli standard che ci siamo garantiti nelle passate edizioni. Alla fine abbiamo tirato fuori i muscoli, abbiamo trovato anche chi ha creduto alle nostre idee, anche gli enti locali hanno creduto all’iniziativa, vuol dire che Tabularasa comincia a diventare un principio filosofico. Allestire Tabularasa anche per il 2015 vuol dire ricominciare a proporre un’offerta seria e affidabile. Questa è la città che vogliamo, questa è l’offerta culturale che vogliamo”.

2 luglio: a Parma per il Festival della Parola

Schermata 2015-06-29 alle 23.13.40Il 2 luglio a Parma, in ottima compagnia, andiamo in scena con un NOMI COGNOMI E INFAMI “particolare”.

Qui trovate il sito del festival.

Ecco la presentazione:

Comunicato stampa

29 giugno 2015

Al Workout Pasubio da mercoledì 1 a domenica 5 luglio

va in scena il Festival della Parola. Ingresso gratuito.

Dodici incontri d’autore tra libri, musica, teatro, radio, tv e web

Dalle narrazioni di Concita De Gregorio, Luca Telese e Giulio Cavalli

alle voci di Matteo Setti e Valerio Jovine, dalla chitarra di Giandomenico Anellino

alle note di Sergio Rendine e alle percussioni di De Marco & Bisogno

TRA GLI OSPITI DON MAZZI, SELVAGGIA LUCARELLI E CRISTIANO D’ALISERA,

GIOVANNI FASANELLA, ITALO MOSCATI, ALESSANDRO GILIOLI E MONICA ZORNETTA,

LEONETTA BENTIVOGLIO, GUIDO BARBIERI

E IL QUARTETTO D’ARCHI DELL’ORCHESTRA DELL’OPERA ITALIANA

Puntata zero della II edizione di “Mamma Non Mamma” (Rai Radio 2)

I DIPINTI DI FRANCO FORTUNATO E I “QUADRI” DI PASQUALE PANELLA SUL SOLE 24 ORE

Dare i numeri a parole, cioè esagerare, vaneggiare perfino, o forse esplicitare, documentare. Parte da una suggestione che attinge al poeta, scrittore e paroliere Pasquale Panella la trama emotiva e artistica del Festival della Parola, giunto alla sua seconda edizione, che si svolgerà a Parma da mercoledì 1 a domenica 5 luglio.

Dodici incontri con autori, musicisti, attori, registi tra i più stimati e amati della scena culturale formano un percorso scandito da mostre, spettacoli, performance e concerti, in cui si intrecciano i diversi linguaggi del teatro e della satira, della pittura e del canto, della radio e della tv, del cinema e del web, del giornalismo investigativo e della solidarietà.

Le voci di Matteo Setti e Valerio Jovine, gli archi dell’Orchestra dell’Opera Italiana, la chitarra di Giandomenico Anellino e le partiture di Sergio Rendine, le percussioni di Domenico De Marco & Pierpaolo Bisogno, le narrazioni di Concita De Gregorio, Luca Telese e Giulio Cavalli, l’ironia di Francesca Fornario e le vignette di Stefano Disegni, le provocazioni di Selvaggia Lucarelli e le orazioni civili di don Mazzi, le controinchieste di Giovanni Fasanella e la creatività di Cristiano D’Alisera, le interviste di Monica Zornetta, i quadri di Franco Fortunato: loro e molti altri ospiti di spicco si alternano − per cinque giorni e cinque notti − sotto le navate del  Workout Pasubio, un luogo scarno e magico di archeologia industriale, ex fabbrica metalmeccanica al centro di un programma di recupero e riuso.

Per l’associazione Rinascimento 2.0, promotrice del Festival della Parola con il patrocinio del Comune di Parma, la scelta di questo palcoscenico rappresenta quindi un investimento di idee, progetti, professionalità e offre alla città un’occasione da non perdere per la costruzione di un nuovo polo della cultura, delle arti, dello spettacolo e della formazione.

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso gratuito (via Catania, traversa via Palermo).

Il Maestro Eleonora Paterniti, regista lirica, musicista, autrice televisiva Rai, firma la direzione artistica del Festival della Parola 2015. Suo ideatore nel 2014 e responsabile di questa edizione è Manlio Maggio. Il presidente di Rinascimento 2.0 è l’imprenditore Davide Battistini.

Il Festival della Parola si avvale della collaborazione dell’associazione multietnica e antirazzista City Angels e dall’associazione di volontariato Liberi dalla Nebbia.

Ecco in dettaglio il cartellone, giorno per giorno, del Festival della Parola.

MERCOLEDÌ 1 LUGLIO

Mozart: eros numeroso è il titolo che Pasquale Panella ha suggerito per il primo incontro in forma di conversazione e concerto evocando la celebre trilogia Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte: alle ore 19 l’inviata di Repubblica (danza, musica, lirica, letteratura) Leonetta Bentivoglio, che è autrice con la musicologa Lidia Bramani di E Susanna non vien. Amore e sesso in Mozart per le edizioni Feltrinelli, si confronta con Guido Barbieri, critico musicale, storico conduttore dagli studi di Rai Radio 3, docente universitario, oggi direttore artistico del Teatro delle Muse di Ancona. Le opere mozartiane su libretto di Lorenzo Da Ponte costituiscono una straordinaria, vitalissima sorgente per esplorare senza conformismi l’universo dei sentimenti e dell’erotismo. L’Orchestra dell’Opera Italiana (l’originale esperienza che da un paio d’anni hanno inaugurato i professori già del Teatro di Regio di Parma, protagonisti del tour Con Verdi nel mondo) offrirà al Festival il talento del Quartetto d’archi composto da Silvia Mazzon, Simona Cazzulani, Ilaria Negrotti e Silvia Sciolla, eseguendo musiche di Wolfgang Amadeus.

Alle ore 21 si ragiona, si polemizza, ci si appassiona attorno ai Numeri in mare: i profughi sono un’emergenza o una psicosi? Per usare le parole di una giornalista che spesso va controcorrente, ci si chiede se il problema non sia la scabbia dei migranti ma quella della nostra politica: l’attrice parmense Alessandra Azimonti aprirà la serata leggendo un articolo di Selvaggia Lucarelli che nei giorni scorsi ha acceso la miccia della polemica sul Fatto quotidiano. Poi sarà lei, attivissima tra radio, tv e blog, a dialogare con due nomi simbolo del mondo dell’assistenza ai deboli e agli emarginati: don Antonio Mazzi, fondatore della comunità di recupero per tossicodipendenti Exodus, volto notissimo alle platee televisive, abituato a commentare la cronaca senza celarsi dietro le frasi di circostanza; e Mario Furlan, giornalista, scrittore, docente universitario, il cui impegno sociale è testimoniato dall’associazione laica, multietnica, antirazzista e multireligiosa dei City Angels, volontari che affrontano ogni giorno in una ventina di città italiane le diverse emergenze della vita sulla strada. Interloquirà, con racconti e canzoni, il beniamino del pubblico Valerio Jovine, una delle voci dei 99 Posse, protagonista di programmi di grande successo come The Voice, sempre gratificato da picchi di audience e dai clic sui social network, sensibile con i testi ai temi dell’integrazione. Lo affianca Alessandro Aspide, una garanzia nel dj set.

GIOVEDÌ 2 LUGLIO

Caso Moro in partitura: la drammatica pagina storica che ha fatto da spartiacque nell’Italia repubblicana è lo spunto di un inedito incontro tra un giornalista che da anni sforna puntigliose ricerche sui misteri del nostro passato recente o remoto e un compositore tra i più prolifici e i più stimati nel panorama della musica contemporanea. Alle 18.30 si troveranno sul palco Giovanni Fasanella (notista politico del quotidiano l’Unità, poi inviato del settimanale Panorama, autore di molti volumi sul terrorismo, sul caso Gladio, sui servizi segreti inglesi) e Sergio Rendine (oltre duecento i suoi lavori, diverse sinfonie eseguite in tutto il mondo) partendo dal misterioso ruolo del direttore d’orchestra Igor Markevič nel sequestro dello statista democristiano. Fasanella ha pubblicato per le edizioni chiarelettere una ristampa aggiornata del suo libro dedicato a questa tesi. Rendine sta scrivendo la partitura di un’opera lirica incentrata sull’ultima notte di Moro che debutterà nel febbraio 2016 a Lecce. Lo stesso Maestro al pianoforte e Mimmo Malandra al sax faranno ascoltare − in anteprima assoluta − brani della composizione. A scandire il dialogo Matteo Marchetti, redattore del programma di attualità politica ed economica L’aria che tira sulla 7 e ricercatore di storia contemporanea.

Mafie: dare i numeri, fare i nomi è il canovaccio di una serata ad alta intensità di emozioni e passione civile. Si comincia alle 20.30 con un dialogo tra Nino Amadore e Giacomo Di Girolamo, due giornalisti siciliani che si sono segnalati in questi ultimi anni per la coerenza e il valore dei loro lavoro: il primo, messinese trapiantato a Palermo, scrive per il Dorso Sud del Sole 24 Ore ed è l’autore dei libri La zona grigia. Professionisti al servizio della mafia e L‘isola civile. Le aziende siciliane contro la mafia (con Serena Uccello); il secondo dirige Marsala.it e la radio locale più seguita del Trapanese, firma su Repubblica e Sole 24 Ore, ha pubblicato Matteo Messina Denaro. L’invisibile, Cosa Grigia e Dormono sulla collina. 1969-2014. Il microfono passerà poi a Monica Zornetta: a lei, giornalista e saggista, già al Gazzettino e a Rtl 102.5, autrice di programmi Rai e di libri sulla Mafia del Brenta e su Felice Maniero, sul caso Ludwig, sul terrorismo nero e sulla criminalità nel Veneto, collaboratrice di Avvenire e del Corriere della Sera, toccherà di far entrare i presenti nella confessione commovente di Luciana Di Mauro, napoletana, la vedova di Gaetano Montanino, una guardia giurata vittima innocente della camorra. Teatro, libri, politica, legalità: sono le passioni forti di Giulio Cavalli, l’attore e regista che prenderà infine in mano la sala. In Nomi, cognomi e infami racconta al pubblico un rischioso impegno personale testimoniato anche da lavori quali Do ut des e A cento passi dal duomo e dal libro su Andreotti L’innocenza di Giulio.

VENERDÌ 3 LUGLIO

Fare i conti col silenzio: vecchie e nuove forme di censura nel mondo multimediale. Alle ore 19 si presentano assieme al pubblico un grande nome del cinema, del documentario e della tv e un giornalista e blogger tra i più seguiti specialmente tra i giovani. Italo Moscati, sceneggiatore di capolavori di Liliana Cavani, autore di innumerevoli programmi Rai e libri dedicati alle figure più care del grande schermo, da Sordi a De Sica, da Magnani a Totò, denuncia la sorte del suo film Monica Vitti: drammi, risate e molti schiaffi, finito ora oscurato su You Tube per misteriose questioni di diritti. Una forma di silenzio imposto, oltre il rispettoso silenzio che da anni avvolge la figura della grande attrice. Alessandro Gilioli, caporedattore del settimanale l’Espresso, autore del blog Piovono rane e di libri come Chi ha suicidato il Pd e La diaspora. Dov’è oggi la sinistra italiana, mette sul tavolo il suo ultimo lavoro (firmato con Guido Scorza) Meglio se taci (Baldini & Castoldi): una galleria di esempi eloquenti sulle difficoltà di un’informazione libera in Italia e sulla libertà d’espressione nel web.

Satira: suoni e segni è il titolo della serata, inizio alle ore 21.30, che rovescia sugli spettatori parole, spot, musiche, vignette con volti, voci e matite tra le più care al grande pubblico. Sarà Francesca Fornario (giornalista, autrice radio e tv) a regalare in diretta una puntata zero della seconda edizione di Mamma Non Mamma, programma già cult di Rai Radio 2, il cui nuovo ciclo partirà proprio l’indomani. Per diversi impegni professionali, non la affiancherà Federica Cifola ma la poliedrica attrice Cecilia Fioriti. Il trio acustico The Underdog (Erik Kroonenberg, Daniele Vacchini e Alessandro Formenti) compirà incursioni nel programma con voce, suono e verve in linea con un’occasione di trasgressione e ironia. A sorpresa si presenterà Stefano Disegni: Cuore, Ciak, Guerin Sportivo, Corriere della Sera, Fatto quotidiano hanno raccolto negli anni una platea di lettori entusiasti delle strisce di uno dei più acuti e acuminati disegnatori italiani. Disegni, Fornario, Fioriti e il disegnatore satirico, fumettista Gianluca Foglia Fogliazza, finita la puntata zero, resteranno sul palco per parlare di satira e dintorni con gli stimoli del giornalista e scrittore Francesco Specchia (L’Arena di Verona, La Voce, Libero, Il Giornale, Tg com).

SABATO 4 LUGLIO

Con la voce dei tuoi occhi: il neurochirurgo neonatale Claudio De Felice, Pasquale Panella e  Matteo Setti, il cantante che il musical Notre Dame de Paris scritto nell’adattamento italiano da Panella sulle note di Riccardo Cocciante ha portato a un’eccezionale notorietà internazionale, accompagnano gli spettatori (alle ore 18.30) in un “viaggio tra arte e scienza” nella sindrome di Rett, grave malattia neurologica che colpisce in particolare le bambine. Malattia a cui il clinico ha dedicato un intenso volume che dà il titolo all’incontro, guidato da Antonio Sgobba, capo redattore di Rane, la sezione culturale di IL, mensile del Sole 24 Ore. Matteo Setti canterà il brano “La notte delle cattedrali”, un’aria di Gringoire, il suo personaggio. Resterà poi sul palco da solo con il giornalista, dalle 19.30, per raccontarsi in parole e musica: la carriera, i progetti, i maestri. Io sono il vento, storico brano di Arturo Testa, sarà una delle canzoni che regalerà ai presenti.

Alle 21.30 l’attenzione sarà tutta per Concita De Gregorio: la giornalista e scrittrice, tra le firme più note di Repubblica, autrice di libri (Non lavate questo sangue, Una madre lo sa, Malamore, Un Paese senza tempo, Così è la vita, Io vi maledico, Un giorno sull’isola) tutti best seller, coinvolge la platea in una serata evento intitolata Le parole e le ferite della vita. Muovendo dal mistero di Livia e Alessia, le due gemelline di cui il padre poi suicidatosi ha fatto perdere le tracce, Concita De Gregorio entra con la mamma Irina nel silenzio di un dolore abissale che la parola prova a lenire. Mi sa che fuori è primavera è il titolo del libro edito da Feltrinelli.

DOMENICA 5 LUGLIO

L’universo della canzone: la quinta e ultima giornata del Festival della Parola comincia alle ore 18.30 con il tributo al grande talento di un’artista la cui parabola è tristemente segnata dal cinico circo del business musicale: Mia Martini. Almeno tu nell’universo (edito da Imprimatur) è l’opera di Salvatore Coccoluto (giornalista, blogger, autore di altri libri su cantautori, new wave, radio) che ne discorrerà con Leda Bertè, sorella della cantante. Una conversazione sul filo dei ricordi inframmezzata dalle emozioni trasmesse dalla chitarra di Giandomenico Anellino, solista di tale estro da essere definito “uomo orchestra”.

«Vai 5, vai 6, vai 7…»: le parole del regista: alle ore 20 sarà Cristiano D’Alisera a prendere le luci del palcoscenico. Il più grande spettacolo dopo il week-end con Rosario Fiorello, The Voice, Neri Poppins con Neri Marcorè e ancora Tatami, L’angolo nel Cielo: sono solo alcune delle regie televisive più viste da lui curate, con una creatività e una poliedricità che lo portano spesso a calcare i teatri e i set pubblicitari, con testimonial come Dustin Hoffman e Fabio Cannavaro. Al Workout Pasubio si racconta in pubblico.

Sinistra, numero civico non rintracciabile? L’ultimo appuntamento ci porta tra le parole, le convulsioni e gli inganni della politica seguendo la narrazione e il gusto polemico di Luca Telese, che indaga da anni l’immaginario della storia repubblicana (Cuori neri, Qualcuno era comunista, La marchesa, la villa e il Cavaliere, Gioventù, amore e rabbia) e ogni settimana racconta l’attualità del Palazzo e non solo dagli studi del suo Matrix, su Canale 5. Appuntamento alle ore 21.30. Con la partecipazione di Massimo Piras, che interpreterà famosi monologhi di Giorgio Gaber, e con le vibrazioni del duo Domenico De Marco e Pierpaolo Bisogno in Face to face. Vibrafono, marimba, congas, bongos, timbales, djembe e batteria per concludere il Festival della Parola al suono delle percussioni di una coppia di musicisti tra i più talentuosi.

SOGNI, PAGINE, SUONI

Dipinti e ceramiche di Franco Fortunato

Purezza figurativa. Sensorialità metafisica. Surrealismo fantastico. Dal 1° al 5 luglio Parma scopre i colori, le narrazioni e gli appunti in forma di quadri del maestro Franco Fortunato, che al Workout Pasubio espone una serie di opere, alcune tra le più emblematiche dei suoi celebri “cicli” e altre appositamente create per accompagnare l’ispirazione del Festival della Parola.

I personaggi di Pinocchio, il capolavoro di Collodi che all’artista parla sempre dei caratteri dell’Italia di oggi; le allegorie del Piccolo Principe, un cammino sentimentale che prende ancora per mano le nuove generazioni senza essere invecchiato nel corso del tempo; e ancora il ciclo di Moby Dick, quello del Vagabondo; fino alle scenografie per immagini che Fortunato ha estratto dai suoi molteplici linguaggi espressivi per dei memorabili allestimenti verdiani e mozartiani: Il Corsaro e Il Flauto Magico.

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DARE I NUMERI A PAROLE

In mostra la rubrica di Pasquale Panella

sul mensile IL del Sole 24 Ore

Dare i numeri a parole  è il nome della rubrica del poeta, scrittore e paroliere Pasquale Panella apparsa a partire dal marzo 2012 in tutti i numeri del mensile IL, Idee e Lifestyle del Sole 24 Ore, diretto da Christian Rocca, nella sezione culturale Rane curata da Antonio Sgobba.

Ogni mese 2400 battute, spazi compresi, di divagazioni, versi e ghirighori.

Tutte ora riprodotte su “quadri” esposti per il Festival della Parola al Workout Pasubio.

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Info: 393 0340603 – 329 0753096

comunicazione@rinascimento2zero.it

produzione@rinascimento2zero.it   

coordinamento@rinascimento2zero.it

http://www.festivaldellaparola.it/

http://www.rinascimento2zero.it/rinascimento-in-italia-nel-mondo.aspx

http://www.workoutpasubio.it/

Mafia Capitale: i beni del “povero” Buzzi

mafia360ed06231_44285223_300Il nuovo provvedimento di sequestro, emesso dal Tribunale di Roma – Sezione Misure di Prevenzione, eseguito da parte del Gico del Nucleo di Polizia Tributaria, riguarda le quote societarie, il capitale sociale e l’intero patrimonio aziendale, ivi comprese le disponibilità finanziarie, della Sarim immobiliare S.r.l., con sede a Roma, in Viale Palmiro Togliatti n. 1639, operante nel settore della “locazione immobiliare di beni propri”. La società, legalmente rappresentata e partecipata (quota del 6%) da Emanuela Bugitti, anch’essa già colpita da ordinanza di custodia cautelare in data 2 dicembre 2014 e 4 giugno 2015, nonché dallo stesso Buzzi Salvatore (quota del 6%) e da Guarany Carlo Maria (quota 1%), risulta controllata dalle note cooperative “29 Giugno Coop. Sociale Onlus”, per il 48%, e “Formula Sociale a r.l. Onlus”, per il 4%, entrambe già cadute in sequestro il dicembre scorso. Il patrimonio detenuto dalla Sarim immobiliare S.r.l. si sostanzia in disponibilità finanziarie, partecipazioni societarie e, soprattutto, in una unità immobiliare di ben 2.750 mq, ubicata a Roma, in via Santa Maria di Loreto n. 35, utilizzata dalle cooperative di Buzzi quale casa di accoglienza, dedicata a categorie protette (donne, minori, rifugiati e richiedenti asilo). Il valore dei beni oggi cautelati ammonta a circa 16 milioni di euro, portando il sequestro totale dei beni cautelati nell’ambito dell’operazione “Mondo di mezzo” ad oltre 360 milioni di euro. Prosegue, ininterrottamente, da parte del Tribunale di Roma e della Guardia di Finanza, il recupero di spazi di legalità economica.

Buzzi, 59 anni e un passato nell’estrema sinistra, sarebbe, secondo i magistrati, uno dei due “boss” della presunta associazione a delinquere. Finito in carcere nel 1980 per l’omicidio di un suo socio in affari, era uscito prima del tempo, nel 1994, per via della grazia concessagli da Oscar Luigi Scalfaro. E, proprio in quegli anni di galera, aveva conosciuto l’altra persona che sarebbe a capo del presunto sodalizio criminale, Massimo Carminati, ex terrorista di estrema destra molto vicino, in passato, alla banda della Magliana. Uscito di prigione, Buzzi aveva fondato la “29 Giugno”, una cooperativa di ex-carcerati, e, nel corso degli anni, era diventato anche il direttore di un consorzio di cooperative che gestivano campi rom, centri di accoglienza per migranti e anche alcuni punti verde qualità. Buzzi e Carminati, secondo i magistrati, avrebbero ottenuto diversi appalti grazie alla corruzione di politici e amministratori.

(fonte)