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legalità

Legge legalità: una promessa mantenuta. Nonostante tutto.

In campagna elettorale ci era capitato spesso di parlare dell’importanza di una legge che legittimasse il lavoro dei tanti che da anni nelle scuole portano i propri progetti di educazione alla legalità e alla Costituzione. Avevo promesso (e, soprattutto mi ero promesso) di portare avanti il progetto che nella scorsa Legislatura già Marco Cipriano aveva provato a trasformare in Legge. Per questo il PDL sull’educazione alla legalità è stato uno dei primi atti che ho depositato appena arrivato in Regione (praticamente in contemporanea con Chiara Cremonesi di SEL). Il lavoro in Commissione è stato (come sempre) un lavoro di mediazione che ha comunque mantenuto i punti cardine del progetto: la giornata del 21 marzo organizzata da Libera in ricordo delle vittime di mafia e l’importanza di seminare lo spirito di legalità partendo dalle scuole (come da anni associazioni sul territorio nazionale continuano a fare). Certo questo “annacquamento” tra bullismo e altro mi lascia un po’ perplesso, ma questo è il primo passo (obbligatorio) per costruire altro: oggi in un’Istituzione lombarda si riconosce il bisogno di combattere le mafie del territorio.

Dispiace un po’ come sia andata in Aula (l’Assessore La Russa ha proposto e poi ritirato un emendamento che chiedeva di estromettere dai progetti associazioni politicizzate e ha citato Libera come esempio di associazionismo di propaganda elettorale) e dispiace tutto questo superficiale e ignorante tran tran che sui giornali parla di legge – Bossi jr. I disegni di legge sono di IDV e SEL, tutti i partiti hanno lavorato per migliorarlo secondo i propri modi e Renzo Bossi è stato il relatore (scelto dalla maggioranza) che ha seguito il cammino della legge e l’ha portata in aula.

In parole povere è come complimentarsi con il cameriere per come ha cucinato bene il pollo, dimenticandosi del cuoco.

(la legge la trovate qui)

16 gennaio: NOMI COGNOMI E INFAMI a Poggio Mirteto (RI)

INTITOLAZIONE DELLA BIBLIOTECA COMUNALE DI POGGIO MIRTETO A PEPPINO IMPASTATO

Patrocinato da:
Sistema Bibliotecario della Bassa Sabina – Biblioteca Comunale Giuseppe Impastato di Poggio Mirteto
Comune di Poggio Mirteto (Assessorato alla Cultura, Assessorato alle Politiche Scolastiche)
Regione Lazio (Assessorato alla Cultura, Arte e Sport)
Provincia di Rieti (Assessorato alle Politiche Giovanili)

Direzione artistica e organizzativa:
Teatro delle Condizioni Avverse – Officina Culturale della Bassa Sabina

Realizzato grazie alla collaborazione di ARTEr.i.e. (Rassegna di Ipotesi Espressive)
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PROGRAMMA DELLE INIZIATIVE
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SABATO 15 GENNAIO 2011
h 17.00
– Biblioteca Comunale e Sala Farnese di Poggio Mirteto, piazza Mario Dottori
> Convegno sulla lotta alla mafia: la figura di Peppino Impastato.
Intervengono:
Giovanni Impastato (fratello di Peppino Impastato)
Umberto Santino (Centro siciliano di documentazione Peppino Impastato)
Fabio Refrigeri (Sindaco di Poggio Mirteto)
Cosmo Bianchini (Segretario Generale del SILP CGIL Lazio, Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia)
Moderatore: Andrea Maurizi (Teatro delle Condizioni Avverse)

> Presentazione del libro “Resistere a Mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastato.”
Di Giovanni Impastato e Franco Vassia, Stampa Alternativa
> Presentazione del libro “Storia del movimento antimafia”
Di Umberto Santino, Editori Riuniti University Press

h 19.00
– Biblioteca Comunale e Sala Farnese di Poggio Mirteto
Inaugurazione della targa e presentazione in biblioteca della prossima apertura della sezione dedicata alla lotta alla mafia e alla legalità.
Intervengono:
Fabio Refrigeri (Sindaco di Poggio Mirteto)
Laura Daniela Tusa (Bibliotecaria)

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DOMENICA 16 GENNAIO
h 17.00 – Biblioteca Comunale e Sala Farnese di Poggio Mirteto
> Convegno sulla presenza della mafia nel centro e nord Italia.
Incontro con Giulio Cavalli: Quando ridere di mafia è una ribellione incontrollabile.
Intervengono:
Cosmo Bianchini (Segretario Generale del SILP CGIL Lazio, Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia)
Giulio Cavalli (Attore e autore del libro “Nomi, cognomi e infami”)
Antonio Turri (Associazione Libera Lazio)
Fabio Refrigeri (Sindaco di Poggio Mirteto)
Moderatore:
Andrea Maurizi (Teatro delle Condizioni Avverse)
> Presentazione del libro “Nomi cognomi e infami”
Di Giulio Cavalli, Edizioni Ambiente, 2010.

h 21.00 – Sala Farnese
> Spettacolo “Nomi, Cognomi e infami”
di e con Giulio Cavalli

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SABATO 22 GENNAIO
h 17.00 – Biblioteca Comunale e Sala Farnese di Poggio Mirteto
> Proiezione del documentario “Biùtiful cauntri”
Di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero.

h 18.30 – Biblioteca Comunale e Sala Farnese di Poggio Mirteto, piazza Mario Dottori
> Convegno sul tema dell'”emergenza rifiuti” e dell’inquinamento, e in particolare sui problemi delle innumerevoli discariche abusive e dell’ecomafia.
Intervengono:
Andrea D’Ambrosio (Autore del documentario)
Sandro Mancini (Legambiente Bassa Sabina)
Enrico Fontana (Legambiente)
Moderatore:
Andrea Maurizi (Teatro delle Condizioni Avverse)

h 21.00 – Sala Farnese
> Spettacolo: “Confessioni di un mostro”
Con Vincenzo Occhionero, regia patafisica Vania Castelfranchi.
Liberamente ispirato dal libro di Saverio Lodato “Ho ucciso Giovanni Falcone”

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SABATO 29 GENNAIO
h 21.00 – Biblioteca Comunale e Sala Farnese di Poggio Mirteto, piazza Mario Dottori
> Presentazione del libro “La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro”
Di Garibaldi, Massari, Preve, Salvaggiulo, Sansa. Chiarelettere, 2010.
Intervengono:
Andrea Garibaldi (co-autore del libro)
Paolo Campanelli (Associazione Sabina Futura)
Relatore
Guido Accascina (Ingegnere)

h 22.00 – Sala Farnese
> Studio dello spettacolo “Come te posso amà. Dietrologie, speculazioni e mafie dell’umbilicus italiae”
Teatro delle Condizioni Avverse, con Andrea Maurizi e Valentina Piazza.
Musiche eseguite dal vivo dai “Grazie Mario”.

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SABATO 5 FEBBRAIO
h 21.00 – Sala Farnese
> Spettacolo: E.R.O. Camillo Berneri
Teatro Zerobeat di Quingentole (Mantova)

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DAL 15 GENNAIO AL 5 FEBBRAIO
Negli orari di apertura della Biblioteca Comunale – Sala Farnese
> Mostra fotografica “Peppino Impastato: ricordare per continuare”
A cura del Centro siciliano di documentazione Peppino Impastato

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INGRESSO GRATUITO

Info: 328.1125107 – 0765.680564
info@condizioniavverse.org – www.condizioniavverse.org
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ATTIVITA’ CON LE SCUOLE

SABATO 15 GENNAIO 2011
Dalle ore 9.00
– Sala Farnese di Poggio Mirteto (RI), piazza Mario Dottori
Incontri con le scuole superiori del Polo Didattico di Poggio Mirteto sul tema della lotta alla mafia.
Intervengono:
Giovanni Impastato (fratello di Giuseppe Impastato)
Umberto Santino (Centro siciliano di documentazione Peppino Impastato)
Cosmo Bianchini (Segretario Generale del SILP CGIL Lazio, Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia)
Fabio Refrigeri (Sindaco di Poggio Mirteto)
Moderatore:
Andrea Maurizi (Teatro delle Condizioni Avverse)

Date e orari da concordare con le scuole
– Polo didattico di Poggio Mirteto (RI), via G. Felici
> Proiezione del film “I cento passi”
di Marco Tullio Giordana
Incontri con i ragazzi delle scuole superiori per raccontare loro la storia e

La Pace chiamò

Ogni tanto ce ne dimentichiamo (o comunque ce ne ricordiamo molto meno) sepolti da Terzi Poli che vorrebbero esistere o l’ultima uscita presidenziale o gli accrocchi dei partiti, eppure nella nostra bella e (nonostante tutto) robusta Costituzione il tema della Pace è indicato come il “faro” nella gestione della politica estera nazionale. La questione si solleva ogni volta che qualcuno dei nostri militari perde la vita in qualche missione (di “pace”, le chiamano) e subito dopo scompare insabbiandosi sotto le discussioni più urgenti.
Incontro spessissimo persone e gruppi che con fatica continuano a parlarne e farne parlare con un certosino lavoro in rete (quella in carne e ossa). Per questo come primo gesto del 2011 ho deciso di aderire alla campagna della Tavola per la pace . E di tenere appesa la dichiarazione di pace da sottoscrivere, che dovrebbe essere tra i primi articoli di ogni programma di una coalizione di chi crede nei principi costituzionali e democratici di questo Paese:
L’Italia che compie 150 anni ha una gran bella Costituzione. L’Italia, che compie 150 anni, ripudia la guerra, lavora per la pace e la giustizia, promuove la sicurezza umana e la democrazia internazionale rafforzando l’Unione Europea e l’Onu. Smette di fare la guerra in Afghanistan e costruisce la pace in Medio Oriente, in Africa e nel resto del mondo. Lotta contro la povertà e le disuguaglianze sociali nelle nostre città, in Europa e nel mondo e promuove un lavoro dignitoso per tutti. Taglia le spese militari e smette di vendere armi nel mondo. Investe sull’educazione, sulla cultura, sulla formazione e sul protagonismo dei giovani. Rispetta i diritti umani, a cominciare da quelli dei migranti che vivono e nascono nel nostro paese, e si batte contro le mafie, la corruzione, l’illegalità e ogni forma di razzismo e di violenza. Cura la Terra, difende i beni comuni e promuove nuovi stili di vita.
 
Questa è l’Italia che amo, che festeggio e che voglio costruire.
 
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(*) La campagna “L’Italia ripudia la guerra” è promossa dalla Tavola della pace, dalla Rete italiana per il disarmo e da numerose altre associazioni. Aderisci anche tu!

Racket, denunce e credibilità di Stato

La credibilità di uno Stato che combatte l’illegalità si pesa sulla protezione e la vicinanza per tutte quelle persone che alzano la testa e trovano il coraggio di denunciare. In un Paese normale sarebbero i monumenti al coraggio e alla lotta da esportare con orgoglio piuttosto delle parate e delle bandiere e dovrebbero essere i libri di testo per la materia della responsabilità. Noi ce li dimentichiamo troppo spesso questi “eroi” così fortissimamente normali che mi rendono orgoglioso di essere loro concittadino. Penso a Pino Masciari, Ignazio Cutrò, Valeria Grasso e tutti quelli che colpevolmente non conosco. Per questo nel primo giorno dell’anno sarebbe da capire se la credibilità di Stato ha l testa alta e il pugno fermo di fronte alla sparizione di Francesco Dipalo, scomparso da qualche giorno. Una famiglia che alza la voce contro il racket dovrebbe avere il natale che bussa alla porta tutte le mattine di tutti i giorni dell’anno. E uno Stato che la segue passo passo.

ALTAMURA, SI CERCA L’IMPRENDITORE ANTIRACKET SCOMPARSO A NATALE

fonte: www.narcomafie.it

Non si hanno più notizie di lui dal giorno di Natale. Francesco Dipalo, 47 anni, titolare di un’azienda di idrosanitari vicino a Matera, ha fatto perdere le tracce di sé: a dare l’allarme la moglie, Laura Lorusso, la quale si appella alla cittadinanza: «Se qualcuno ha delle notizie si metta subito in contatto con le forze dell’ordine».

L’imprenditore di Altamura era stato vittima – dal 2001 al 2003 – del racket delle estorsioni, che aveva coraggiosamente denunciato garantendo alla giustizia coloro che gli imponevano il pizzo. Da allora però la vita di Francesco Dipalo e della sua famiglia è stata stravolta: vittime di atti intimidatori presso la propria abitazione e la propria azienda, sono stati inseriti nel Programma Speciale di Protezione. Una vita difficile, blindata, passata in solitudine, in clandestinità; Dipalo aveva lamentato la scarsa presenza dello Stato, spiegando di sentirsi vittima «non solo del racket delle estorsioni ma anche di un sistema che non tutela chi denuncia i propri aguzzini». Per protesta l’uomo, nel dicembre 2008, si allontanò da Altamura senza avvisare nemmeno la propria moglie, per fare ritorno a casa dopo cinque giorni. Un episodio dunque che potrebbe costituire un precedente rispetto a quanto sta accadendo in questi giorni: l’imprenditore risulta di nuovo scomparso e gli inquirenti non abbandonano la pista della fuga volontaria, come appunto avvenuto in passato. Le indagini sono coordinate dalla pm Desiré Digeronimo della Dda della Procura di Bari in sinergia con il reparto investigativo dei Carabinieri di Bari. Proprio alla Procura pugliese Francesco Dipalo aveva indirizzato una lettera scritta la vigilia di Natale, il giorno prima della sua scomparsa.

La vicenda dell’imprenditore di Altamura riporta all’analoga situazione vissuta da Pino Masciari, l’imprenditore edile che ha avuto il coraggio di denunciare i propri estorsori di Serra San Bruno e che per questo ha vissuto 14 anni di odissea: insieme alla moglie e ai figli ha abitato in località segrete, senza il sostegno dello Stato che avrebbe voluto sentire, con la paura di essere scovato e ucciso. Come avvenne per Libero Grassi e Vincenzo Grasso, che pagarono con la vita il loro coraggio per aver denunciato chi li opprimeva con il pizzo. Il primo fu ucciso a Palermo il 29 agosto 1989 mentre il secondo, commerciante di Locri, trovò la morte il 20 marzo dello stesso anno.

Pesantissimo il grido della moglie di Francesco Dipalo: «Se dovesse succedergli qualcosa voglio che la gente capisca che denunciare non serve, è meglio non farlo. Quello che ti fa lo Stato è peggio di quel che fanno i delinquenti». Parole dettate dalla disperazione e dalla rabbia, che stridono con quanto, per esempio, ha sempre dichiarato Pino Masciari: «Se tornassi indietro, rifarei tutto. Perché solo denunciando queste persone si ritorna liberi». Nella forza della denuncia credevano anche Libero Grassi e Vincenzo Grasso, ci credono le persone che hanno costituito il comitato “Addiopizzo”, ci ha creduto lo stesso Francesco Dipalo quando denunciò i propri estorsori. Il Procuratore Aggiunto della Procura di Milano Ilda Boccassini, commentando l’evolversi dell’indagine “Il Crimine” ha sottolineato l’importanza della denuncia: «Ci siamo resi conto – ha commentato – che non pervengono denunce da parte dei commercianti, degli imprenditori, delle persone che sono nel mirino degli estorsori; è un fatto sintomatico di cui prendiamo atto, è impensabile debellare i fenomeni di racket e usura se le loro vittime non trovano il coraggio di rivolgersi alle autorità preposte per accusare i propri aguzzini».

Costruire senza sordi che non vogliono sentire

Dopo avere letto e ascoltato le risposte più o meno eleganti al nostro documento di riflessione su alcuni recenti episodi nel nostro partito Italia dei Valori ritengo doveroso riportare la discussione su alcuni temi che sono andati persi (o intelligentemente manipolati) nel dibattito nato. Scrivo con forza e convinzione “dibattito” senza scendere nel gioco urlato di chi parla di “attacco” o “pugnalata” con reazioni scomposte che parlano da sole: la funzione della politica nell’esercizio democratico della partecipazione vede nelle diverse posizioni uno spunto per un confronto che porti alla sintesi e alla crescita. Crediamo fortemente che questo dibattito appassirebbe prestissimo se cade nella battaglia patetica del più puro tra i puri o in un attacco personale ad Antonio Di Pietro che (attenzione) non c’è nelle nostre parole: siamo in un partito che è fatto di persone e che vive nei pensieri e nelle azioni delle persone. Questo è il tema. Azioni e dinamiche che devono circoscrivere ed annullare i Razzi e gli Scilipoti a Roma ma soprattutto i piccoli Razzi e Scilipoti che vogliono infilarsi ai livelli più bassi, nelle realtà provinciali e locali. Chiedersi sempre se la partecipazione a tutti i livelli è veramente garantita a tutti o se passa inosservata mentre diventa il giocattolo di potere di qualche colonnello e i suoi vassalli. E questa, non me ne voglia Tinti, è un nodo morale che investe l’etica e la pulizia morale degli ingranaggi dei partiti tutti. Non cadiamo nella banalizzazione di chi va fuori tema per non affrontare la questione o di chi filosofeggia indicando il dito: una questione posta per costruire diventa arma di distrazione di massa solo se fa comodo a qualcuno.

Non cadiamo nemmeno nel tranello di chi parla di una eccessiva pubblicizzazione dei problemi interni o di un’inaspettata uscita pubblica: i contenuti del nostro scritto sono i temi portanti dei nostri incontri pubblici che ognuno di noi vive quasi ogni giorno in giro per l’Italia con gli iscritti e gli attivisti che vogliono il bene di questo partito e che amano non sottrarsi mai al confronto, sono gli stessi temi che sosteniamo all’interno dei rispettivi direttivi, sono le stesse parole che abbiamo espresso ad Antonio Di Pietro in occasione di un nostro recente incontro a Roma e sono ciò che porteremo di nuovo al prossimo direttivo nazionale a Gennaio, al quale ci presenteremo con proposte concrete e speriamo innovative ascoltando e discutendo con il direttivo nazionale.

La nostra riflessione è (secondo il nostro modo di intendere la politica) un atto d’amore per il partito, un segnale di profondo rispetto per quello che Italia Dei Valori è nelle aspettative dei suoi moltissimi militanti e elettori nonché una responsabile presa in carico delle molte sollecitazioni che da tutta Italia la base lancia per costruire un soggetto politico sempre più credibile e sempre più importante per la vita democratica di questo Paese. E’ evidente quindi che la nostra nota rientra in un percorso di riflessione e dialogo che continuiamo ad avere con i sostenitori di IDV e con il partito e che ovviamente abbiamo ritenuto opportuno condividere con chi ci segue attraverso i nostri social network e i nostri blog; che poi la stampa abbia ripreso (più o meno strumentalmente) il nostro scritto è cosa ben diversa dal “lanciare bombe sui media” come qualcuno ha raccontato.

Eppure mi sembra di avere sentito parlare troppo poco del tema squisitamente politico: di come sia successo che le speranze riposte in IDV siano state tradite dall’immorale e antidemocratica arroganza di un corruttore come il Presidente Berlusconi che (ricordiamocelo) esercita il proprio ruolo padronale grazie alla presenza dei corruttibili. Ecco, noi vogliamo preoccuparci del corruttore e dei corrotti. Vogliamo continuare ad essere il faro dell’opposizione senza sconti contro il berlusconismo ma essere duri allo stesso modo con i “berluschini” che in ogni partito cercano di infilarsi riciclandosi fingendo di essersi reinventati. Vogliamo ribadire che questa legge elettorale cancella con un colpo di spugna il legame stretto tra l’eletto e i suoi elettori legandolo piuttosto ai propri interessi o al migliore offerente (come i recenti casi Razzi e Scilipoti ci hanno dimostrato). Un partito libero è un partito che esercita quotidianamente l’autocritica senza strategie o arroccamenti, un partito che si distingue perché senza remore dice “siamo stati avvicinabili” e si rituffa nella base per costruire meccanismi di autodifesa. Nessuno di noi ha parlato di un fallimento generale su questo punto, ma sarebbe miope e forse in malafede nascondere la polvere sotto il tappeto. Un partito intellettualmente onesto che si apre alle discussioni e alle diversità di vedute è l’eccezione del panorama nazionale: noi abbiamo chiesto che il nostro partito fosse tra i primi anche in questo.

Voglio ribadire che la riforma di questa vergognosa legge elettorale deve essere una priorità per tutta la politica onesta dell’arco costituzionale studiando, se necessario, strumenti interni perché venga restituito ai cittadini il costituzionale diritto anche di sbagliare candidato. Perché il partito rimanga quello straordinario strumento di democrazia diretta senza mediazioni come lo stesso presidente Di Pietro spesso ripete. Ipotizzando un regolamento di primarie di collegio o qualsiasi altro mezzo che non premi il servilismo o le cricche interne. Per questo abbiamo scritto (e lo ribadisco) “abbiamo un patrimonio da cui ripartire, ed è quella “base” pensante e operativa, che non ha timore di difendere a spada tratta il suo leader Di Pietro ma nemmeno di rivolgersi direttamente a lui per chiedere giustizia e legalità all’interno del partito “locale”. Dobbiamo cercare di evitare sin dall’inizio che si creino situazioni come quella piemontese che, come ha fatto notare lo stesso  presidente Di Pietro, è il segnale delle difficoltà di selezione di una nuova classe dirigente.

Non rispondiamo a chi strumentalmente parla di una “scalata” al partito: siamo stati chiamati in Italia dei Valori dal presidente Di Pietro con l’espressa richiesta di “dargli una mano” a continuare a costruire credibilità in IDV (come tutti gli altri militanti che ogni giorno sono nelle piazze, nelle sedi e nei luoghi istituzionali), cosa ben diversa dall’obbedienza a tutti i costi.

Rispondiamo invece volentieri a chi continua a mentire (sapendo di mentire) su un nostro presunto distacco dal lavoro di militanza all’interno del partito: lavoriamo ogni giorno nelle istituzioni in cui rappresentiamo Italia dei Valori, discutiamo e ascoltiamo azioni e proposte con gli iscritti e con la classe dirigente e io sono onorato di essermi assunto la responsabilità di essere coordinatore di una città come Milano a pochi mesi dalle elezioni amministrative e con una squadra eccezionale al mio fianco. Chi parla solo di noi tre ha sbagliato mira: noi non rappresentiamo correnti o cattivi consiglieri, cerchiamo di essere l’espressione delle migliaia di cittadini che ci hanno votato (scrivendo espressamente il nostro nome sulla scheda elettorale) e ci impegniamo a tenere alti i valori e le persone di valore. Com’è scritto sul programma del nostro partito: Italia dei Valori.

Buon lavoro a tutti. Tutti insieme.

IDV e la questione morale

In molti, da più parti, ci chiedono di prendere posizione, di esprimerci su quanto accaduto negli ultimi mesi all’interno dell’Italia dei Valori. Ce lo chiede la base di questo partito, straordinariamente attiva e senza timori reverenziali. Ce lo chiedono i nostri elettori, anche quelli che di questo partito non sono. E ce lo chiede, prima di tutto, la nostra coscienza. E’ a loro e ad essa che oggi parliamo.

Non abbiamo voluto sfruttare l’onda delle ultime polemiche per dire la nostra, per non offrire il fianco a strumentalizzazioni che avrebbero danneggiato l’Italia dei Valori. Abbiamo fatto passare la piena facendo quadrato attorno all’Idv. Ora però alcune considerazioni per noi sono d’obbligo. E si rende necessario partire da una premessa: nell’Idv oggi c’è una spinosa e scottante “questione morale”, che va affrontata con urgenza, prima che la stessa travolga questo partito e tutti i suoi rappresentanti e rappresentati. Senza rese dei conti e senza pubbliche faide, crediamo che mai come adesso il presidente Antonio Di Pietro debba reagire duramente e con fermezza alla deriva verso cui questo partito sta andando per colpa di alcuni.

Le ultime vergogne, come altrimenti chiamare il caso Razzi/Scilipoti, due individui che si sono venduti, quantomeno moralmente, in virtù di altri interessi rispetto alla politica e al bene pubblico, sono solo la punta di un iceberg che pian piano emerge nella realtà di questo partito. Come dimenticare lo scandaloso caso Porfidia, inquisito per fatti di camorra e ancora difeso da qualche deputato dell’Idv che parla di sacrificio a causa di “fatti privati”. E poi il fumoso Pino Arlacchi, che dopo essere stato eletto con l’Idv e solo grazie all’Idv, ha salutato tutti con un misero pretesto ed è tornato con le orecchie basse al Pd. Ma chi ha portato questi personaggi in questo partito?

Per questo oggi, con questo documento condiviso, rilanciamo la necessità di una brusca virata, e chiediamo al presidente Di Pietro di rimanere indifferente al mal di mare che questa provocherà in chi, un cambiamento, non lo vuole. In chi spera che l’Idv torni un partito del 4% per poterlo amministrare come meglio crede. Seggi garantiti, candidature al sicuro, contestazioni zero. Gente, questa, che non ha più alcun contatto con la base e rimane chiusa nelle stanze del potere, cosciente che senza questa legge elettorale mai sarebbe arrivata in Parlamento e che se questa cambiasse mai più ci tornerebbe.

Abbiamo un patrimonio da cui ripartire, ed è quella “base” pensante e operativa, che non ha timore di difendere a spada tratta il suo leader Di Pietro ma nemmeno di rivolgersi direttamente a lui per chiedere giustizia e legalità all’interno del partito “locale”. Chiedono un deciso “no” alla deriva dei signori delle tessere, ai transfughi, agli impresentabili che oggi si fregiano di appartenere a questo partito e si rifanno, con precisione chirurgica, una verginità politica. Dopo i congressi regionali moltissime realtà si sono addirittura rivolte alle Procure per avere giustizia, presentando video e documentazione che proverebbero macroscopiche irregolarità nelle consultazioni tra gli iscritti.

Oggi una questione morale c’è ed è inutile e dannoso negarlo. Noi non possiamo tacere. La maggior parte della “dirigenza” dirà che con queste nostre parole danneggiamo il partito, altri che danneggiamo il presidente Di Pietro, altri ancora che siamo parte di un progetto eversivo che vuole appropriarsi dell’Idv. Noi crediamo che questo invece sia un estremo atto di amore per tutti gli iscritti, i militanti e i simpatizzanti dell’Italia dei Valori. Al presidente chiediamo solo una cosa: si faccia aiutare a fare pulizia. Ci lasci lavorare per rendere questo partito quello che lui ha pensato e realizzato e che ora qualcuno gli vuole togliere dalle mani.

Terminiamo questo documento con le parole di un grande politico italiano, che oggi purtroppo non è più con noi. Enrico Berlinguer.

“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati”.

Luigi de Magistris, Sonia Alfano, Giulio Cavalli

Morti di lavoro

Alla fine due settimane di agonia non sono servite: Arun Zeqiri è morto durante la notte tra venerdì e sabato mentre fuori Milano si beveva il week end. Arun è uno degli operai albanesi rimasti feriti dopo lo scoppio alla Eureco di Paderno Dugnano. Operosa Padania: dove gli stranieri rubano e scippano sempre di più sui comunicati stampa che nelle statistiche, dove i migranti si arrampicano per elemosinare “sensibilità” istituzionale in mezzo al pantano di una legge indegna e nemmeno funzionale (la “Bossi-Fini”, dove Fini sta per quel nuovo eroe di “legalità e Costituzione” che vorrebbe darci a bere il suo nuovo grembiulino da vergine), e dove gli albanesi “legali” rimangono legalmente cotti dentro il proprio posto di lavoro.
Arun Zeqiri era ricoverato al Centro Traumatologico di Torino dove hanno cercato di spegnere le ustioni che avevano ricoperto l’80% del suo corpo. La sua morte si aggiunge a quella di Sergio Scapolan.
Le misure di sicurezza sul lavoro che funzionano più di tutte in Italia sono i moti di solidarietà post mortem: arrivano pochi secondi dopo il primo lancio dell’Ansa e durano per un paio di giorni. A Arun è andata peggio. Morire così tanti giorni dopo ti lascia galleggiare nell’oblio dove anche i comunicati stampa si sono affaticati. Eppure non è così lontana quella notte tra il 5 e 6 dicembre in cui sette operai vennero investiti (proprio come a Paderno) da olio bollente. Morirono tutti uno dopo l’altro. In molti urlarono << mai più Thyssen! >>. A vederlo da fuori veniva quasi voglia di crederci. Veniva quasi voglia di essere ottimisti che per davvero l’imprenditoria italiana avrebbe imparato che la sicurezza sul lavoro fosse l’investimento migliore per la propria azienda, lasciando da parte una volta per tutte quel vecchio adagio sicurezza=costo che sembrava un comandamento più degno di un clan che di uno Stato sociale. Avevamo partecipato alle tavole rotonde dove si chiedeva al Governo (di qualsiasi colore) che i controlli non fossero passerelle giusto per il tempo di emettere fattura quanto piuttosto l’esercizio severo della Responsabilità dello Stato verso i propri cittadini. Avevamo sentito (e auspicato) un’imprenditoria che voleva essere veramente “moderna” e “europea” nella visione di sicurezza, applicandosi più sui metodi che sulle carte messe a posto. Poi il dibattito piano piano sulla stampa e sulla televisione “di pancia” (quella che disinforma il 75% degli italiani) si è spento. Le morti sul lavoro sono continuate rispettando le più tetre statistiche, senza funerali di Stato o bandiere.
È rimasto soltanto l’eco di quel “mai più Thyssen!”: non ha fatto in tempo a spegnersi e la Thyssen è arrivata qui. A Paderno Dugnano.

La religione padana di Salvini

L’arcivescovo Dionigi Tettamanzi, che, in fondo, sotto le sue sacre vesti (dicono i più informati) deve essere un comunista, negli scorsi giorni ha affermato che i musulmani “hanno diritto a praticare la loro fede nella legalità. E’ legittima la loro richiesta di avere un posto per pregare. La politica strumentalizza il problema della moschea”.

A questo punto la parte “più sensibile” del panorama politico ha parlato. Il ministro Roberto Maroni ha affermato “sono il ministro dell’Interno, non un costruttore di moschee” e il sempre attento Matteo Salvini ha ironizzato “se il cardinale ha fretta e ha già dimenticato l’occupazione del sagrato, ospiti gli islamici nei suoi immensi palazzi. Noi stiamo con quei parroci che a Milano e con coraggio anche nei Paesi islamici difendono la propria religione e la propria gente”.

Vorrei illustrare alla mente sicuramente già illuminata di Salvini quale sia il ruolo dell’arcivescovo e quale, a mio parere, dovrebbe essere il ruolo della politica.

Il cardinale Dionigi Tettamanzi è la massima autorità della Chiesa cattolica in territorio ambrosiano. Salvini probabilmente, dedito al rito celtico, non capisce le dichiarazioni dell’arcivescovo semplicemente perché ignora totalmente una cultura che nel popolo italiano, anche quello del Nord, è radicata ovvero la cultura cristiana. Del resto, è lo stesso Salvini che fa riferimento ai parroci che difendono la propria religione. Ma qual è la religione di cui parla l’europarlamentare leghista?

Nel Levitico 19,33-34 si dice “quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio.” Il Deutoronomio 10,19 afferma “amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto”, il vangelo di Matteo 25,35-36 “perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”, infine la Lettera agli Ebrei 13,2 asserisce “non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”.

Ebbene il cardinale è il rappresentante di questa cultura religiosa e non di una ottusa, antidemocratica e razzista presa di posizione nei confronti degli immigrati e di tutti coloro che non professano la fede cattolica.

La politica in un paese laico può contestare ed essere in disaccordo con le dichiarazioni dei ministri di culto e dei rappresentanti di ogni religione, ma non può utilizzare in modo volgare trazioni millenarie portandole a dire ciò che non hanno mai avuto intenzione di affermare. Il cardinale è il portavoce della religione cattolica e i suoi inviti rientrano perfettamente nell’insegnamento religioso. Deridere l’arcivescovo e relegarlo in un piano di distacco rispetto alle persone con cui i parroci si interfacciano quotidianamente non è solo un’arida denigrazione ma anche segnale di una totale ignoranza in tema religioso.

Forse prima di parlare di religioni e di islam bisognerebbe studiarne le radici, gli usi, i testi e vivere a contatto con chi professa ogni giorno la propria fede.

Non credo che Salvini conosca la cultura islamica ma, quello che più mi preoccupa, non penso abbia mai letto la nostra Carta Costituzionale. All’art.8 della Costituzione si legge che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.” e all’art.19 che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

Ritengo che la costruzione doverosa di un luogo di culto per una religione diffusa sul nostro territorio sia perfettamente in sintonia con la norma costituzionale e che affermare il contrario o, addirittura, proporre una legge affinché non si possano costruire moschee, sia anticostituzionale e, di conseguenza, antidemocratico.

Il cardinale Dionigi Tettamanzi ha dimostrato ancora una volta di essere più laico dei nostri laici politici leghisti che, talvolta, alzano la testa affermando di stare dalla parte dei cristiani. Caro Salvini, Le posso assicurare che i cattolici usi a leggere le Sacre Scritture non si sentono minacciati dalla costruzione di una moschea, ma dalla xenofobia razzista e violenta dilagante in questo Paese.

Tranquilli, hanno ragione: da noi a Lodi la mafia non esiste

Lodi è una piccola città a forma di paesello che fa finta di essere in provincia di Lodi. Marudo è un paesello che nemmeno finge di essere provincia ma si ritrova in provincia di Lodi. A Lodi la mafia non esiste e comunque se esiste non se ne parla perché è maleducazione. Qui è passato praticamente indenne Giampiero Fiorani che, in fondo, è una brava persona che fatto del bene per la propria città. Dicono i benpensanti che nelle ultime operazioni di ‘ndrangheta Lodi è stata schivata: è vero, il boss dei gelesi collegati a Ri ha nzivillo scorrazza come un lodigiano qualunque nel centro di Lodivecchio. La mafia è così: se non ne scrivi o ne parli, in fondo non esiste.

Questa storia che sto per raccontare è una storia da tre soldi e, per molti, una delle solite invenzioni dei professionisti antimafia. Per questo sono sicuro che verrò convocato al più presto per pagare le mie falsità.
Ma andiamo con ordine. A Marudo in provincia di Lodi c’è bella fabbrichetta a forma di cartiera. In alcuni locali in affitto c’è la lei di una bella coppia di famiglia da Mulino Bianco. Lei sposa lui, cavallo bianco, castello e tutti felici e contenti, residenti a San Angelo Lodigiano. Un giorno, però, sfogliando con commozione il proprio album di nozze lei riconosce tra i propri invitati la crema degli arrestati e latitanti casalesi e gelesi. Proprio un bel regalo di nozze, a Lodi dove la mafia è un’invenzione e la provincia ne è immune. Lui, messo alle strette, si dice che in questi giorni si sia redento. Non proprio per amore, ma forse per i trent’anni di condanna che gli ciondolano sul gozzo. E comincia a parlare, l’infame. È amico intimo di Casalesi non proprio modello di giustizia e legalità, se la spassa con i 4 ridicoli picciotti di Lodivecchio che giocano a fare i boss gelesi amici di Rinzivillo e che probabilmente si incontrano ancora tutti come ai vecchi tempi (fino a qualche tempo fa al ristorante Cà Bianca di Castiraga Vidardo). Lei trema per l’eroismo parlante del marito convertito. Casalesi, gelesi e un pizzico di Calabria. Nessuno sa, nessuno ne parla. L’importante è che scorra tranquilla la vita della provincia immune dalle mafie in questo soleggiato ferragosto. Adesso aspettiamo che ne parlino tutti o smentiscano. O no?

*Siccome rimane immutato il mio disprezzo per qualsiasi consorteria criminale ma allo stesso modo ci tengo alla gente che lavora; mi preme precisare che l’azienda a cui si fa riferimento nell’articolo nulla ha a che vedere con la Lodigiana Maceri srl. Se non per una “prossimità geografica”. Tanto dovevo, per onestà intellettuale, ad un paese che (come spesso succede in queste zone) si ritrova a dover “subire” la presenza di questi personaggi che pascolano nell’oscurità.

Adesso sventoliamo la Costituzione

C’è un passaggio importante, una linea per nulla sottile, in un Governo che si affloscia come una torta cotta male appena uscita dal forno: le regole. Non cadiamo nell’errore di credere (e di farci credere) che il divorzio che si è consumato tra i berluscones e i finiani sia una questione politica. Nel deserto democratico di questi ultimi anni un processo strategico di disinformazione e disarticolazione delle Istituzioni, princìpi fondamentali come la Giustizia, l’Uguaglianza e le uguali opportunità (nel lavoro, ma più largamente nel vivere sociale) sono stati violati nella loro obbligatorietà costituzionali e rivenduti come mere “visioni diverse” nella gestione dello Stato.

L’accusa del generale Fini non è sui programmi, sui progetti o sui modelli di gestione, ma più drammaticamente, sulla legittimità e legalità di un uomo al governo. Non siamo alla scissione dell’atomo o dei particolarismi da politicanti, siamo di fronte al riconoscere pubblicamente che quei vecchi confini tra i partiti dell’arco costituzionale oggi sono diventati un dirupo chiaro, un burrone che obbliga a scegliere: o si sta dalla parte delle regole o con chi le regole se le compra e le subaffitta. Senza se, e senza ma.

In poche parole: dalla parte della nostra Costituzione. Senza cittadini meno uguali degli altri, senza federalismi fumettistici, senza protoneofascismi rivenduti come libertari, senza atteggiamenti antisolidali in nome di un falsa sicurezza, senza nuovi idoli dell’ultim’ora con le cravatte che puzzano di Prima Repubblica. E nessuna si prenda i meriti di un’infezione che è ben lontana dall’essere una rivoluzione. Il “Futuro e Libertà” sventolato dai finiani come vessillo della vittoria (mentre è il tovagliolo della carcassa piena di mosche delle scelte di cui si sono resi camerieri) è già scritto nella nostra Costituzione, lottato in un “passato e oppressione” dai Padri di questo paese. Padri costituenti che non hanno bisogno di spille sulla giacca ma, banalmente, di figli assennati. Con giudizio, prudenza e maturità.