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«La mafia foggiana è mafia. Punto. Almeno a questo sarà servita la morte di due innocenti. Niente più giri di parole.»

Giuliano Volpe per Huffington Post:

 

La mafia foggiana è mafia. Punto. Almeno a questo sarà servita la morte di due innocenti. Niente più giri di parole. Da anni c’è chi ne parlava e veniva accusato di infangare la Capitanata (come se non fosse la mafia a spargere fango e qualcosa di molto più puzzolente e putrido nel contesto sociale, economico e politico locale).

Basta con tentativi di edulcorare e sottovalutare. Basta con forme, anche involontarie (ma a volte purtroppo volontarie), di vicinanza, di accondiscendenza, da parte della politica (i voti della mafia fanno comodo!) e dell’economia (meglio pagare il pizzo che avere fastidi!). Serve innanzitutto un’azione di polizia più efficace, soprattutto dal punto di vista investigativo, oltre che repressivo. Ma serve un’azione più sotterranea, più lenta, più lunga, sistematica di costruzione dal basso di una coscienza civile, di legalità diffusa (a tutti i livelli, anche quelli apparentemente ‘insignificanti’, come la cura del decoro di una città). Un’azione che coinvolga tutti, nessuno escluso, e che deve vedere in prima linea il mondo della scuola, dell’università, della cultura.

Serve la costruzione di una classe politica più colta e con una visione progettuale (ovviamente onesta, ma l’onestà da sola non basta; è solo un requisito prepolitico, ma insufficiente, checché ne dicano alcuni che la sbandierano come la soluzione di tutti i mali; un medico onesto ma incompetente potremmo sceglierlo come amico ma certo non lo sceglieremmo per farci curare). Servono rimedi radicali con un forte impatto, ma anche pillole quotidiane di cultura, di civismo, di cura degli spazi comuni per guarire una malattia cosi profonda.

Alcuni questo lo fanno da anni, a volte isolatamente e in silenzio. Chi organizza iniziative di cultura, di sport, di socializzazione, per tutti. Chi insegna nelle scuole e nell’università tra mille difficoltà. Chi si impegna per gli ultimi. Chi ha deciso di restare e di lottare. Chi recupera un edificio abbandonato nel centro storico o un pezzo di parco cittadino strappandolo al degrado, allo spaccio, alla microillegalità e lo restituisce a nuova vita e ai cittadini, purtroppo spesso nel disinteresse delle istituzioni. Chi costruisce occasioni di lavoro e di economia sana, pulita, valorizzando il patrimonio locale e non consumandolo e distruggendolo. E tanti tanti altri. Ecco, servirebbe un maggior sostegno a queste iniziative, a queste associazioni, a queste organizzazioni, a queste persone. E come scriveva Calvino nelle Città invisibili, bisogna riconoscere “chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

E forse, in questi giorni, qui a Foggia, in Capitanata, le parole di Calvino sono quelle che rendono meglio cosa serva: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

 

La Guardia Costiera libica chiede “il pizzo” per i salvataggi. A proposito di legalità.

Un pezzo importante di Umberto De Giovannangeli. Da leggere e far leggere:

 

Non solo abbordati, minacciati, mitragliati. Ma ora anche taglieggiati. Nasce il “pizzo” sul salvataggio di migranti. Gestito da ufficiali della Guardia Costiera di Tripoli. È questa, confidano all’HuffPost fonti vicine ad Ong spagnole e tedesche, una delle ragioni, oltre quella della sicurezza, che hanno portato a una scelta estremamente grave. La sicurezza al primo posto, certo, ma fuori dall’ufficialità, il mondo delle Ong dà conto di una “sindrome di accerchiamento” che ogni giorno si alimenta di nuovi elementi che, messi insieme, ricostruiscono una situazione ormai insostenibile.

La Guardia Costiera di Tripoli, legata al Governo guidato da Fayez al-Serraj, detta la sua legge. E costringe le Ong che non si piegano ai suoi diktat ad abbandonare il campo. Vincendo le ragionevoli titubanze, i rischi di finire ammazzati sono altissimi, e con la garanzia dell’anonimato, c’è chi racconta ad HuffPost l’esistenza di un vero e proprio “tariffario”: per un gommone “lasciato salvare” vengono chiesti dai 45 ai 60mila euro.

La merce umana viene cosi “prezzata” due volte: per imbarcarsi e per avere una chance in più di non finire in fondo al mare. È un sistema dell’illegalità che si “legalizza” nel momento in cui a tirare le fila di questi (sporchi) affari milionari sono personale governativo, uomini in divisa, funzionari locali che arricchiscono i loro conti bancari all’estero, con la foraggiata complicità dei “colletti bianchi” che in qualche paradiso fiscale riciclano i proventi dei traffici.

Per mettere fine a questo sistema, il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, nemico giurato di Serraj, ha posto il suo di tariffario all’Europa: 20 miliardi di euro per trasformarsi, come e più del turco Erdogan, nel “Gendarme” del Mediterraneo. E se non si accetta di pagare il pizzo alla Guardia Costiera di Tripoli, allora il mare diventa off limits e la sicurezza una chimera. Così dopo Medici senza Frontiere (MsF) e l’Ong tedesca Sea Eye, anche Save the Children sospende i soccorsi ai migranti nel Mediterraneo. Le decisioni sono determinate dalla volontà della Libia di istituire una zona Sar, “limitando l’accesso delle Ong in acque internazionali” e a un ‘rischio sicurezza’ segnalato dal Mrcc (Maritime Rescue Coordination Centres) “dovuto a minacce della guardia costiera libica”. La Ong tedesca rilancia la denuncia di MsF: “Ci troviamo costretti a questa decisione a causa della mutata situazione di sicurezza nel Mediterraneo”, “non possiamo più continuare il nostro lavoro, non possiamo garantire la sicurezza degli equipaggi”, “l’espansione delle acque territoriali libiche e le minacce alle Ong non ci lasciano altra scelta”, si legge in una serie di tweet.

Come documentato nei giorni scorsi da HuffPost, la Guardia Costiera di Tripoli si è fatta sempre più aggressiva, diventando di fatto parte integrante del “caos” organizzato che da anni sta marchiando il Paese nordafricano. Ufficiali libici gestiscono il traffico di esseri umani in combutta con le organizzazioni criminali ed ora, dopo aver fissato il listino prezzi per essere imbarcati in una carretta del mare, rotta Mediterraneo, hanno anche avviato un’altra attività lucrosa e criminale: il pizzo per il salvataggio.

Le autorità libiche hanno dichiarato pubblicamente di aver istituito una zona di ricerca e soccorso (Sar) e limitato l’accesso delle navi umanitarie nelle acque internazionali al largo delle coste libiche. Subito dopo, il Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo (Mrcc) di Roma ha allertato Medici Senza Frontiere (Msf) di un rischio sicurezza legato alle minacce pronunciate pubblicamente dalla Guardia Costiera Libica contro le navi di ricerca e soccorso umanitarie impegnate in acque internazionali. A seguito di queste ulteriori restrizioni all’assistenza umanitaria indipendente e dell’aumento dei blocchi che costringono i migranti in Libia, MsF ha deciso di sospendere temporaneamente le attività di ricerca e soccorso della propria nave, la Prudence. L’equipe medica di MsF continuerà a supportare le attività di soccorso a bordo della nave Aquarius, di Sos Méditerranée, che al momento sta pattugliando le acque internazionali.

 

“Cari amici, oggi abbiamo deciso a malincuore di sospendere temporaneamente le nostre missioni di salvataggio nel Mediterraneo” scrive su Twitter il direttore di Sea-Eye, Michael Busch Heuer. Analoghe le ragioni. “Il motivo è la mutata situazione di sicurezza nel Mediterraneo occidentale, dopo che il governo libico ha annunciato una proroga a tempo indeterminato e unilaterale delle acque territoriali, in relazione ad una minaccia esplicita contro le ong private”, afferma il direttore della Ong tedesca, spiegando che queste condizioni rendono impossibile portare avanti il lavoro di salvataggio. “Sarebbe irresponsabile nei confronti dei nostri equipaggi”, sottolinea Busch Heuer, ricordando come negli ultimi giorni anche altre Ong, compresa Msf, abbiano annunciato il loro ritiro temporaneo dalla zona di ricerca e salvataggio fuori dalla costa libica. “Nei prossimi giorni e settimane – conclude – analizzeremo attentamente la mutata situazione di sicurezza sulle coste libiche e discuteremo la nostra azione futura”.

Stop anche per Save the Children. “Il nostro team di esperti a bordo della nave Vos Hestia – spiega Save the Children in un comunicato – è preoccupato che in questa nuova situazione le imbarcazioni dei migranti saranno costrette a tornare in Libia e molti bambini e adolescenti moriranno prima di lasciare la nuova zona SaR libica. Secondo quanto riportato, infatti, le autorità libiche avrebbero spostato la loro zona di competenza Sar dalle 12 miglia nautiche alle 70 miglia dalla costa libica e le imbarcazioni su cui viaggiano i migranti sono di gomma molto leggera, imbarcano facilmente acqua e non possono portare abbastanza carburante». L’Ong afferma che “in questo momento non è chiaro se entrando in quella zona, l’operazione di ricerca e salvataggio di Save the Children potrebbe essere a rischio, ma ciò che è chiaro è che molte vite potrebbero essere messe in pericolo, con la diminuzione della capacità di soccorso e salvataggio in quel tratto di mare”. Save the Children è “pronta a riprendere le proprie operazioni nella zona di salvataggio, ma abbiamo il dovere di garantire la sicurezza del team e l’efficacia delle operazioni”, si ribadisce nella nota. “Prima di poter riprendere la missione dobbiamo avere rassicurazioni in particolare sulla sicurezza del nostro personale, Se non le avremo saremo costretti a considerare la sospensione delle operazioni, anche se speriamo di non doverlo fare”, afferma Rob MacGillivray, direttore delle operazioni di Save the Children. L’Ong “è inoltre molto preoccupata per l’attuale diminuzione della capacità di salvataggio in mare, dovuta alla sospensione delle attività di altre Organizzazioni presenti nel Mediterraneo”. “Capiamo e rispettiamo – afferma ancora MacGillivray – tutte le Ong che come noi in questo momento si trovano a dover prendere una difficile decisione. La pausa delle operazioni delle navi mette infatti a rischio vite umane e diminuisce la capacità di salvataggio e per questo è necessario poter continuare riprendere appena possibile”.

“I libici oramai possono fare quello che vogliono con il sostegno dell’Europa e dell’Italia – afferma Stefano Argenziano, coordinatore dei progetti di migrazione di Medici senza frontiere – noi di MsF non vogliamo essere cooptati in questo meccanismo illegale, perverso e disumano”, sottolinea Argenziano, secondo cui “il codice di condotta è solo una distrazione, non ha alcuna base legale. Chi rispetta la legalità siamo noi, come abbiamo sempre fatto. Sono illegali, invece, gli accordi con la Libia, che fanno proliferare gli scafisti e le mafie. Le crisi migratorie si risolvono solo con la gestione ragionata dei flussi. Riprenderemo le nostre attività in mare solo – conclude – se si tornerà alla legge e al diritto internazionale”.

 

“Ci saranno più morti in mare e più persone intrappolate in Libia” aveva detto ieri Loris De Filippi, presidente di Medici senza Frontiere Italia. “MsF rifiuta di essere cooptata in un sistema che mira, a qualunque costo, a impedire alle persone di cercare sicurezza”, rilancia Brice de le Vingne, direttore delle operazioni. “Chiediamo alle autorità europee e italiane di smettere di attuare strategie letali di contenimento che intrappolano le persone in un Paese in guerra, senza nessuna considerazione dei loro bisogni di protezione e assistenza. Servono urgentemente delle vie sicure e legali per migranti e rifugiati, per ridurre inutili sofferenze e morti”, ha aggiunto. Ma smantellare il sistema di collusione sedimentatosi in Libia attorno al traffico di migranti è una impresa sempre più difficile da realizzare.

Un abitante di Zawiya, uno dei punti di maggior traffico di migranti, ha riferito ad “Al Jazeera” che il capo dei miliziani “è pagato direttamente dal governo con il compito di monitorare le attività al porto. Dovrebbe lavorare con i funzionari della marina, ma invece è il boss del traffico di esseri umani. Non solo gestisce quello che accade al porto, ma controlla direttamente anche diversi centri di detenzione”. L’agenzia Askanews riporta che una fonte del ministero dell’Interno libico, contattata da al Jazeera, ha confermato il racconto dell’abitante di Zawiya: “Le guardie costiere corrotte danno i migranti ai miliziani e i miliziani li tengono in centri di detenzione illegali. Qui iniziano a ricattare i migranti. Gli prendono i soldi, i telefoni, i documenti. Con i numeri che trovano sui telefoni, i trafficanti chiamano le famiglie per chiedere un riscatto per lasciarli andare. I miliziani li vendono anche ai caporali della zona che li usano come forza lavoro gratuita. Contrastarli è quasi impossibile, anche per la polizia”. Intanto la marina libica difende la sua decisione di vietare l’ingresso alle navi straniere nella sua zona appena istituita di ricerca e salvataggio. “Tutti i Paesi hanno le proprie zone di ricerca. La decisione è stata presa in base alle leggi e i regolamenti internazionali – ha detto all’agenzia Dpa il portavoce della marina libica, Ayoub Qasim – ciò fa parte del lavoro della marina libica. Lo abbiamo notificato alle agenzie delle Nazioni Unite”.

E sono tre. La Grosse Koalition Minniti-Salvini-M5S funziona. Anche Save the Children e Sea Eye sospendono i soccorsi.

Ce ne vergogneremo. Sicuro. Ecco l’articolo dell’Ansa:

 

Arrivano a tre le Ong che hanno sospeso l’attività di ricerca e soccorso dei migranti davanti alla Libia: dopo Msf e Sea Eye anche Save the Children annuncia di aver fermato “temporaneamente” la nave Vos Hestia, che ora si trova a Malta “in attesa di capire se ci sono le condizioni di sicurezza per riprendere le operazioni”. L’organizzazione si dice “rammaricata” di aver fatto questa scelta, che è però dovuta “alle decisioni della Marina Libica di controllare le acque internazionali”. “Si tratta di una situazione molto preoccupante – afferma la Ong – per il rischio di sicurezza dello staff e per la reale capacità della Vos Hestia di mettere in atto la propria missione di soccorso”. Inoltre, in questa “nuova situazione, le imbarcazioni dei migranti saranno costrette a tornare in Libia e molti bambini e adolescenti moriranno prima di lasciare la nuova zona sar”. “Siamo pronti a riprendere le operazioni – dice il direttore delle operazioni Rob MacGillivray – ma prima dobbiamo avere rassicurazioni sulla sicurezza del team e sull’efficacia delle operazioni”.

“Oggi abbiamo deciso a malincuore di sospendere temporaneamente le nostre missioni di salvataggio”. Lo scrive su twitter l’ong Sea Eye. Il motivo, si spiega, è la mutata situazione di sicurezza nel Mediterraneo occidentale. “Proseguire il nostro lavoro di salvataggio – spiega l’ong tedesca – sarebbe irresponsabile nei confronti dei nostri equipaggi”.

Sos Mediterranee: situazione preoccupa, continuiamo  – “Oltre a salvare vite, la nostra priorità è garantire la massima sicurezza del nostro equipaggio. Fino a che questa continua ad essere garantita, Sos Mediterranee rimarrà in zona di ricerca e soccorso, salvando imbarcazioni in pericolo e prevenendo il ritorno forzato delle persone soccorse in Libia”. Lo afferma la stessa Ong in una nota nella quale sottolinea che i responsabili dell’organizzazione stanno “controllando da vicino la preoccupante situazione”. Al momento dunque nave Acquarius, su cui opera il personale sanitario di Msf, continuerà a pattugliare le acque internazionali davanti alla Libia, “rispettando il limite delle acque territoriali” del paese “come prescritto dal diritto marittimo internazionale”. Sos Mediterranee sottolinea in ogni caso la “necessità di aumentare la capacità di ricerca e soccorso” nel Mediterraneo: le Ong, afferma, “devono essere in grado di continuare la loro attività di soccorso senza impedimenti. La vita delle persone è a rischio, sia in mare che in Libia. Limitare l’accesso e le attività delle Ong causerà, ancora una volta, un incremento di morti e sofferenza nel mar Mediterraneo”.

Msf sospende attività, a rischio la sicurezza – Medici senza frontiere sospende le attività di ricerca e soccorso dei migranti davanti alla Libia, Save the Children annuncia che potrebbe fare lo stesso in caso dovessero peggiorare le condizioni di sicurezza e vi fossero restrizioni all’assistenza umanitaria e Sos Mediterrenee definisce “pericolose” le uscite sui media delle autorità libiche. A mettere in crisi il lavoro delle Ong nel Mediterraneo non sembra essere il Codice di condotta del Viminale ma l’atteggiamento sempre più ostruzionistico nei loro confronti da parte della Marina e della Guardia costiera libica. La decisione di Msf è “temporanea”: al momento, dunque, non ripartirà da Catania, dove si trova in queste ore, nave Vos Prudence, mentre l’equipe medica di Msf “continuerà a fornire supporto” a bordo dell’Aquarius, la nave di Sos Mediterranee che attualmente naviga in acque internazionali davanti a Tripoli. Quanto a Save The Children, nave Vos Hestia è ferma davanti a Lampedusa a causa delle condizioni del mare e l’equipaggio è in “stretto contatto” con la Guardia costiera italiana per valutare la situazione e decidere se sospendere o meno l’attività. A preoccupare Msf, così come le altre Ong, è soprattutto la la situazione della sicurezza nelle acque davanti a Sabratha, Zuwara, Zawiyah, come dimostrano i colpi d’avvertimento sparati qualche giorno fa da una motovedetta della Guardia Costiera libica verso una nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms e le minacce rivolte nei confronti dell’equipaggio via radio: “se ritornerete vi considereremo un obiettivo”. “Subito dopo l’annuncio della Marina Libica di istituire una zona Sar – spiega Msf – il Centro di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc) di Roma, ci ha allertato di un rischio sicurezza legato alle minacce pubbliche dalla Guardia Costiera libica”. Inoltre, gli “ostacoli” che le autorità di Tripoli stanno ponendo con la decisione di istituire una zona Sar che va ben oltre le acque territoriali (97 miglia), interdetta a tutte le navi delle organizzazioni non governative, crea un ulteriore problema all’attività di soccorso. Si tratta, dice Msf, di una serie di “restrizioni all’assistenza umanitaria” che, inevitabilmente, “creeranno un gap legale nel Mediterraneo”. Per ora si tratta di parole dette ai media. Ma se queste dichiarazioni verranno confermate e gli ordini attuati, sottolinea il presidente di Msf, Loris Filippi, “vediamo due gravi conseguenze: ci saranno più morti in mare e più persone intrappolate in Libia. Se le navi delle Ong vengono spinte fuori dal Mediterraneo, ci saranno meno navi a soccorrere le persone prima che anneghino. E chi non annegherà verrà intercettato e riportato in Libia, che sappiamo essere un luogo di assenza di legalità, detenzione arbitraria e violenza estrema”. Una situazione di cui però la Libia non è l’unica responsabile. “Ci troviamo di fronte ad un altro preoccupante tassello di un ambiente sempre più ostile per le operazioni salvavita di soccorso – attacca Filippi – Gli stati europei e le autorità libiche stanno attuando congiuntamente un blocco alla possibilità delle persone di cercare sicurezza. È un attacco inaccettabile alla vita e alla dignità delle persone”. Sulle stesse posizioni anche il direttore delle operazioni Brice de la Vingne secondo il quale Europa e Italia devono “smettere di attuare strategie letali di contenimento”. Chi è soddisfatto della decisione di Msf è invece Matteo Salvini. “Msf sospende le sue attività di recupero nel Mediterraneo? Bene – scrive su Fb – Un aiuto in meno agli scafisti, migliaia di clandestini in meno da mantenere per anni a spese degli italiani”.

Bravi tutti. Medici Senza Frontiere sospende le attività di ricerca e soccorso della propria nave, la Prudence.

Il comunicato sul sito di MSF:

Ieri le autorità libiche hanno dichiarato pubblicamente di aver istituito una zona di ricerca e soccorso (SAR) e limitato l’accesso delle navi umanitarie nelle acque internazionali al largo delle coste libiche. Subito dopo, il Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) di Roma ha allertato Medici Senza Frontiere (MSF) di un rischio sicurezza legato alle minacce pronunciate pubblicamente dalla Guardia Costiera Libica contro le navi di ricerca e soccorso umanitarie impegnate in acque internazionali.
A seguito di queste ulteriori restrizioni all’assistenza umanitaria indipendente e dell’aumento dei blocchi che costringono i migranti in Libia, MSF ha deciso di sospendere temporaneamente le attività di ricerca e soccorso della propria nave, la Prudence. L’équipe medica di MSF continuerà a supportare le attività di soccorso a bordo della nave Aquarius, di SOS Mediterranee, che al momento sta pattugliando le acque internazionali.
“Se queste dichiarazioni verranno confermate e gli ordini attuati, vediamo due gravi conseguenze: ci saranno più morti in mare e più persone intrappolate in Libia” dichiara Loris De Filippi, presidente di MSF. “Se le navi umanitarie vengono spinte fuori dal Mediterraneo, ci saranno meno navi pronte a soccorrere le persone prima che anneghino. Chi non annegherà verrà intercettato e riportato in Libia, che sappiamo essere un luogo di assenza di legalità, detenzione arbitraria e violenza estrema.”
Queste dichiarazioni giungono appena una settimana dopo l’annuncio del dispiegamento di navi militari italiane all’interno delle acque libiche, per aumentare la capacità delle guardie costiere libiche di intercettare migranti e rifugiati e riportarli in Libia.
“I recenti sviluppi rappresentano un altro preoccupante tassello di un ambiente sempre più ostile per le operazioni salvavita di soccorso” ha detto Loris De Filippi di MSF. “Gli stati europei e le autorità libiche stanno attuando congiuntamente un blocco alla possibilità delle persone di cercare sicurezza. È un attacco inaccettabile alla vita e alla dignità delle persone.”
MSF chiede alle autorità libiche di confermare in tempi brevi che aderiranno e rispetteranno l’obbligo legale, internazionalmente riconosciuto, di soccorrere imbarcazioni in difficoltà, e che consentiranno che questo avvenga in acque internazionali e libiche. MSF chiede inoltre alle autorità libiche di precisare che tutte le navi, gestite da ONG o da chiunque altro, saranno autorizzate a effettuare le attività di soccorso senza impedimenti e restando incolumi, e che né le autorità libiche né quelle italiane interferiranno con il diritto legalmente garantito di sbarcare le persone in un porto sicuro.
“MSF rifiuta di essere cooptata in un sistema che mira, a qualunque costo, a impedire alle persone di cercare sicurezza” dichiara Brice de le Vingne, direttore delle operazioni di MSF. “Chiediamo alle autorità europee e italiane di smettere di attuare strategie letali di contenimento che intrappolano le persone in un paese in guerra, senza nessuna considerazione dei loro bisogni di protezione e assistenza. Servono urgentemente delle vie sicure e legali per migranti e rifugiati, per ridurre inutili sofferenze e morti.”

Iran: arrestano un quindicenne, lo impiccano l’anno successivo

Per la terza volta dal maggio 2016, si apprende da uno dei report periodici di Nessuno Tocchi Caino, le autorità iraniane hanno programmato l’esecuzione di Alireza Tajiki, arrestato nel 2012 e condannato a morte nel 2013, quando aveva rispettivamente 15 e 16 anni, con l’accusa di aver violentato e poi ucciso un suo amico. Il processo nei suoi confronti è risultato gravemente irregolare, basato prevalentemente su “confessioni” che Tajiki ha denunciato di essere stato costretto a fare sotto tortura e che ha successivamente ritrattato, dichiarandosi innocente dalla prima udienza in avanti. La mattina di tre giorni fa, Tajiki è stato trasferito in isolamento e alla famiglia è stato chiesto di recarsi alla prigione Adel Abad di Shiraz per l’ultimo saluto. Nessuna comunicazione ufficiale è invece arrivata all’avvocato, che secondo la legge dev’essere informato di un’imminente esecuzione con 48 ore di anticipo.

 

Disatteso il diritto internazionale. L’applicazione della pena di morte nei confronti di persone che all’epoca del reato avevano meno di 18 anni è contraria al diritto internazionale. A più riprese le autorità giudiziarie iraniane hanno dichiarato che Tajiki era “maturo” e pienamente consapevole “dell’illegalità dell’atto commesso e della conseguente punizione”. L’Iran è uno dei pochi paesi al mondo che continua a mettere a morte rei minorenni. Amnesty International ha i nomi di almeno 89 condannati a morte in attesa dell’esecuzione per reati commessi quando avevano meno di 18 anni.

(Fonte)

A Licata perde lo Stato: cacciato il sindaco anti abusivi

La storia la racconta molto bene Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera:

L’«eroe per caso» della guerra agli abusivi, il giovane sindaco di Licata, ha tenuto duro per mesi. A dispetto degli insulti, delle minacce, degli attentati, del peso di doversi muovere con la scorta. Lo sapeva, però, che il suo destino era segnato. E la mozione di sfiducia è stata solo il passaggio formale. Poche settimane e la Sicilia va alle elezioni regionali. E chi ce l’ha il fegato di sfidare il Pau, cioè il Partito abusivi uniti?

È una sconfitta pesante, per l’immagine e l’onore di tutta l’isola, la demolizione politica e clientelare, in consiglio comunale, di Angelo Cambiano, il simbolo stesso del rispetto della legge sulle demolizioni dei villini costruiti all’interno della fascia vietatissima dei 150 metri dal mare. Una sconfitta per Angelino Alfano che, tirato in ballo dalle suppliche a «far sentire l’appoggio del governo», aveva sventolato il suo appoggio al primo cittadino in difficoltà davanti alla rivolta dei fuorilegge: anche gli alfaniani hanno votato per la decapitazione della giunta comunale. E una sconfitta più ancora per lo Stato, che si era illuso di riuscire finalmente a imporre, in quell’angolo di Sicilia, il rispetto della legge.

Trent’anni di condoni

Per capire la dimensione della batosta, però, va fatto un passo indietro. Ricordando come dal primo condono craxiano del 1985, seguito dai due berlusconiani del 1994 e 2003, centinaia di migliaia di abusivi siciliani, protagonisti di un furioso saccheggio delle coste (si pensi a Triscina: cinquemila villette illegali tirate su a due passi da Selinunte) scelsero di versare un piccolo acconto avviando le procedure del condono, necessarie per bloccare le inchieste e le demolizioni, per poi non occuparsene mai più. Certi che la burocrazia isolana, tra le peggiori del pianeta, avrebbe ingoiato tutto.

Cosa puntualmente avvenuta. Basti dire che la «sanatoria delle sanatorie» offerta da Totò Cuffaro ai 400 mila isolani che da anni lasciavano marcire le pratiche dei vecchi condoni, fu accolta con l’1,1% di adesioni a Palermo, lo 0,37% a Messina, lo 0,037% a Catania, lo 0,025% ad Agrigento. E l’incasso fu di 1 milione e 85 mila euro: un settecentesimo del previsto.

L’ambiente era tale che nel 2001 lo stesso vescovo agrigentino Carmelo Ferrara, alla minaccia dello Stato di buttar giù almeno le più oscene delle 607 costruzioni illegali costruite dentro il parco archeologico, rispose attaccando le «ruspe immorali», denunciando «una campagna di mistificazione contro la città» e incitando alla ribellione «contro lo stato-padrone».

I villini da abbattere

Fu questo, «il contesto» di sciasciana memoria nel quale Angelo Cambiano diventò un «eroe per caso». Era un giovane docente di matematica, non aveva fama di fanatico ambientalista e la lista civica che l’aveva eletto non era fatta di rivoluzionari. Anzi. Ma il commissario di governo uscente, con le chiavi della città, gli consegnò anche un tesoretto di 300 mila euro accantonati per cominciare a buttar giù, finalmente, almeno i villini colpiti da ordinanze inappellabili di demolizione. Cioè 216 su centinaia e centinaia. Come già i lettori sanno: tutte seconde case, quasi tutte sul mare, tutte tirate su a dispetto della legge.

In altre situazioni, forse, lo stesso Angelo Cambiano avrebbe preferito poter dire, come tanti altri sindaci, «spiacente, le ruspe costano e non abbiamo soldi». Meno grane. Meno odio. Meno rischi. I soldi in cassa, però, lui li aveva. I magistrati Renato Di Natale e Ignazio Fonzo, che già avevano dato una scossa imponendo ai comuni di prendere di petto il tema, glielo ricordarono. E lui ne prese atto. Facendo il suo dovere, cosa rara in certe realtà, nonostante la rivolta di tanti amici e amici degli amici: «Picchì giustu a ‘nattre?» Perché solo a noi? Perché le ruspe qui e non in altri comuni e contro altri abusi?

Il coraggio di un sindaco

Confronto duro. Tanto che l’associazione «Periscopio, Osservatorio permanente sui rispetto della legalità» (sic) arrivò a firmare un «esposto querelatorio» contro il prefetto, il sindaco, i dirigenti dell’urbanistica e così via accusandoli di aver «prevaricato nelle loro funzioni istituzionali nella nota e triste vicenda…». Per non dire degli appelli («Perché proprio adesso, dopo anni? Perché proprio noi se in Sicilia ci sono un milione di case abusive?») e infine delle minacce.

Ci voleva coraggio a tener duro in nome dello Stato. Angelo Cambiano lo ha avuto. Ma come reggere un «contesto» in cui decine di deputati e senatori e consiglieri regionali si vantano di essere contro le ruspe e lo stesso governatore Rosario Crocetta nega le voci di una sanatoria ma pensa alla «possibilità dell’utilizzo sociale di alcuni immobili costruiti abusivamente che potrebbero, dopo la loro acquisizione al patrimonio pubblico, essere inseriti in piani di recupero…»? Come interpretare certi messaggi quali l’ultima apertura del candidato grillino alla Regione Giancarlo Cancelleri verso gli «abusivi per necessità», storica formuletta che le vecchie volpi partitiche d’ogni colore usano da sempre per stoppare le ruspe?

L’altra «rivolta»

Non bastasse, il sindaco di Licata non è il primo a esser buttato fuori. A gennaio era già stato costretto ad andarsene Pasquale Amato, primo cittadino di Palma di Montechiaro: mezzo paese (a partire dai delinquenti che lo tempestavano di lettere minatorie) non gli perdonava di aver appoggiato una serie di demolizioni obbligate da sentenze definitive. Al posto suo, oggi, c’è Stefano Castellino che, come hanno scritto i giornali locali, si è presentato «con le idee chiare». Primo punto: basta ruspe. I soldi, dice, possono essere spesi meglio. Il tutto, si capisce, nella convinzione «che la legalità, la trasparenza e la chiarezza siano essenziali». Ma che statista…

“Considerata troppo a lungo di Serie B”: Roberti sulla mafia foggiana

Il procuratore parla di “difficoltà ad investigare” e spiega come i traffici di droga con l’Albania siano il legame da spezzare per disturbare i clan. Il Comune di Foggia – spiega – non si è costituito parte civile in un importante processo che si è recentemente celebrato contro i clan: “Un segnale estremamente negativo che va stigmatizzato”

Il procuratore nazionale Antimafia lo dice senza giri di parole, il giorno dopo la strage di San Marco in Lamis: “La criminalità pugliese e in particolare questa efferatissima forma di criminalità foggiana, è stata considerata troppo a lungo una mafia di serie B“. Intervenendo nella trasmissione 6 su Radio 1, il magistrato ha spiegato che le faide tra clan nel Foggiano vanno avanti da 30 anni e “ci sono stati 300 omicidi, l’80% di questi è rimasto impunito”.

Solo da gennaio ad oggi sono stati 17, ai quali bisogna aggiungere almeno 2 casi di lupara bianca, l’ultimo risalente allo scorso maggio quando è scomparso nel nulla Pasquale Notarangelo, nipote del presunto boss Angelo ‘Cintaridd, ammazzato nel gennaio 2015, e figlio di Onofrio, tra i primi caduti del 2017 nella guerra di Vieste. Roberti, inascoltato, aveva ribadito un concetto simile già ad aprile definendo “quarta mafia” quella foggiana.

Il numero di omicidi irrisolti, spiega Roberti, “la dice lunga sulle difficoltà di investigare”. “Oggi lo scontro si è acceso attorno al traffico di stupefacenti, in particolare di droghe leggere dall’Albania. Un affare colossale che scatena gli appetiti dei clan e che investe, partendo dal foggiano, tutta la dorsale adriatica fino all’Europa. La mafia foggiana è una costola della camorra napoletana – ha spiegato il procuratore nazionale Antimafia – Negli ultimi tempi sono state rafforzate le strutture investigative sul territorio e credo che si procederà oltre. Ad aprile scorso è stata aperta una sezione del Ros a Foggia che mancava, la Procura distrettuale di Bari si prodiga moltissimo per coordinare le indagini”.

Nelle prossime ore, il ministro degli Interni Marco Minniti presiderà il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza in Prefettura a Foggia e poi incontrerà i sindaci dei Comuni coinvolti nelle faide che stanno insanguinando il territorio. La prima risposta – secondo quanto trapela – sarà proprio il raddoppio della struttura investigativa Anticrimine. Del resto, anche la presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, aveva spiegato come “nelle nostre missioni in varie zone d’Italia abbiamo registrato due criticità, una delle quali riguarda Foggia, dove ci è stato sottolineato il problema di immettere personale che abbia la capacità di leggere problematiche che prima non c’erano”. Investigatori ancora più numerosi – e specializzati – per contrastare l’escalation degli ultimi mesi.

“Servono più presidi di polizia, più professionalità nelle forze di polizia. Bisogna mandare in quel territorio il meglio delle professionalità investigative, lo ha detto recentemente la presidente della Commissione Antimafia – ha ricordato Roberti a Radio 1 – e io lo condivido perché se questa è una priorità, è non c’è dubbio che il contrasto alla criminalità foggiana sia una priorità assoluta, allora bisogna mettere in campo il meglio delle risorse”.

Allo stesso tempo, restano problemi strutturali. Come aveva spiegato ilfattoquotidiano.it a marzo, la Procura di Foggia, dove si fanno i salti mortali per star dietro ai delitti di mafia e a una microcriminalità diffusa, conta 18 sostituti procuratori e due aggiunti. Diciotto sostituti contro 28 clan criminali e circa 8-900 affiliati, secondo le stime del ministero dell’Interno risalenti alla primavera 2015. E invece dovrebbero essere in 22 a sorvegliare sulla Società foggiana e sulla mafia del Gargano. Quattro in meno, dunque, per controllare tutta la provincia più Margherita di Savoia, Trinitapoli e San Ferdinando di Puglia, comuni che appartengono alla provincia BAT ma ricadono sotto la giurisdizione della procura foggiana. A conti fatti vuol dire circa 700mila persone, oltre a circa 30mila irregolari. E la Direzione distrettuale Antimafia è a Bari, oltre cento chilometri di distanza.

“Naturalmente bisogna fare di più, anche sul piano della cooperazione internazionale per frenare i fiumi di droghe leggere che arrivano dall’Albania perché sono quelli che stanno scatenando la faida. Siamo andati in Albania nei mesi scorsi a chiedere cooperazione, abbiamo incontrato a Roma il Ministro degli Interni albanese che ha promesso maggiore collaborazione – ha aggiunto Roberti – Bisogna vincere l’omertà e per farlo bisogna creare una cultura della legalità che in quel territorio è ancora molto latente. Il Procuratore capo di Bari, Giuseppe Volpe, fa benissimo a invocare maggiore collaborazione da parte dei cittadini”.

Nelle scorse ore, Daniela Marcone, foggiana e vice-presidente nazionale di Libera, ha parlato a ilfattoquotidiano.it di “nuova resistenza” della società civile, necessaria per sconfiggere i clan. E anche secondo il procuratore nazionale Antimafia “con il massimo sforzo da parte dello Stato, io sono convinto che arriverà anche la collaborazione dei cittadini perché senza collaborazione dei cittadini purtroppo non si va molto lontano”, ha concluso. Non prima di aver ricordato come nell’ultimo processo “importantissimo che si è celebrato a Foggia, condotto dalla Procura Distrettuale di Bari per una catena enorme di estorsioni, purtroppo non si è registrata la partecipazione della società civile. Il Comune di Foggia non si è nemmeno costituito parte civile del processo e questo è un segnale estremamente negativo che va stigmatizzato”.

Questo nostro tempo dove un prete candidato al Nobel è indagato per il reato di solidarietà

Un avviso di garanzia è stato notificato al sacerdote eritreo Mosè Zerai, candidato al Nobel per la pace nel 2015 e impegnato da anni negli aiuti umanitari ai profughi. Con l’iscrizione nel registro degli indagati, la Procura di Trapani, che conduce l’inchiesta sulla ong tedesca Jugend Rettet, lo accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Le indagini che hanno portato al provvedimento, eseguite dalla Squadra mobile della città siciliana sorebbero cominciate, però, nel novembre scorso. Don Zerai, fondatore e presidente dell’agenzia di informazione Habeshia, “il salvagente dei migranti”, offre assistenza telefonica a chi si accinge a partire, avvertendo le autorità quando imbarcazioni che attraversano il Mediterraneo si trovano in difficoltà e hanno bisogno di un intervento di salvataggio. “Ho saputo solo lunedì dell’indagine – commenta il sacerdote – e voglio andare fino in fondo alla vicenda. Sono rientrato a Roma dall’Etiopia di proposito. In passato ricevevo moltissime telefonate ogni giorno – aggiunge – oggi invece ne ricevo molte meno e non saprei dire perché: il mio intervento però è sempre stato a scopo umanitario”.

L’inchiesta giudiziaria avrebbe come riferimento presunte pressioni svolte dal prelato nei confronti degli organi competenti nel soccorso in mare. “Prima ancora di informare le Ong – sostiene don Mosè – ho allertato ogni volta la centrale operativa della Guardia costiera italiana e il comando di quella maltese. Non ho mai avuto rapporti con la Iuventa (la nave posta sotto sequestro dalla Procura trapanese, ndr) – precisa – né, tantomeno, aderisco a chat segrete e ho sempre comunicato attraverso il mio cellulare”.

Proprio ieri il religioso eritreo aveva definito “vere e proprie calunnie” nei suoi confronti certe illazioni riportate da testate giornalistiche che avrebbero promosso contro di lui e i suoi collaboratori una “campagna denigratoria”. “Ma io non ho nulla da nascondere – afferma – perché ho sempre agito alla luce del sole e in piena legalità”. Il sacerdote conferma inoltre di aver inviato, nell’ambito della sua attività umanitaria, segnalazioni di soccorso all’Unhcr, e a organizzazioni come Medici senza frontiere, Sea Watch, Moas e Watch the Med. Don Zerai ha incaricato i suoi legali di “tutelare in tutte le sedi opportune la mia onorabilità personale, quella del mio ruolo di sacerdote e quella di Habesha”.

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Quella brutta storia del capo dei vigili di Milano

La racconta bene Luigi Franco per Il Fatto Quotidiano:

Una scelta definitiva il sindaco Giuseppe Sala non l’ha ancora presa. Ma per ora il comandante dei vigili di Milano Antonio Barbato è salvo. Di ulteriori approfondimenti è stato incaricato il comitato per la Legalità del comune presieduto da Gherardo Colombo: “Solo a valle di tutto ciò – spiega il sindaco in una nota – sarò in grado di valutare la posizione del comandante”. Il nome di Barbato è finito, seppure da non indagato, nelle carte dell’inchiesta dei pm della Ddadi Milano che lo scorso maggio ha portato a scoperchiare, tra l’altro, presunteinfiltrazioni in appalti relativi alla vigilanza privata a palazzo di giustizia. Dalle carte depositate in questi giorni sono venute a galla alcune conversazioni tra Barbato e Domenico Palmieri, ex dipendente provinciale e sindacalista della Uil finito agli arresti in quanto accusato di avere svolto un ruolo di “facilitatore” per il clan catanese dei Laudani.

I pm hanno appurato come Palmieri abbia offerto a Barbato la possibilità di fare pedinare un vigile-sindacalista “nemico” del comandante dalla società di vigilanza privata di Alessandro Fazio, anche lui finito agli arresti. Scopo dei pedinamenti, poi non eseguiti, sarebbe stato controllare come il vigile-sindacalista utilizzava le ore di permesso sindacale. Mentre la contropartita sarebbero state informazioni su appalti del comune legati alla sicurezza, a cui era interessato Fazio, presentato a Barbato da Palmieri. Quando un mese fa i pm hanno sentito Barbato come testimone, gli hanno domandato: “Le pare normale che lei accetti la proposta di far seguire un suo dipendente sostanzialmente dalla polizia privata di Fazio che era comunque interessato a gare in tema di sicurezza bandite dal Comune?”. Ed ecco la risposta messa a verbale: “Sono perfettamente consapevole che in funzione del mio incarico non sarebbe stato conveniente né eticamente corretto (…). Infatti anche se ho accettato la proposta di Palmieri non se ne è fatto mai niente”.

Barbato non è stato indagato, ma rimane aperta la questione dell’opportunità di quegli incontri. Da una parte ci sono le critiche delle opposizioni a Palazzo Marino e i dubbi della stessa maggioranza, con il capogruppo del Pd Filippo Barberis che ha chiesto “un chiarimento sufficiente per l’amministrazione a considerarlo ancora adeguato all’onorabilità che richiede l’incarico di comandante dei vigili”. Dall’altra parte la difesa sinora garantita a Barbato dai sindacati, mondo da cui proviene lo stesso comandante. Ex sindacalista della Usb, Barbato ha alle spalle un licenziamento dal corpo, seguito da reintegro, quando nel 1998 criticò un’ordinanza anti prostituzione dell’allora sindaco Gabriele Albertini. In passato ha anche tentato il salto in politica, candidandosi per due volte al consiglio comunale nelle liste di Rifondazione comunista. Dopo essere stato promosso vice comandante della polizia locale sotto la giunta Pisapia, a inizio 2016 ha preso il posto del dimissionario Tullio Mastrangelo.

Oggi la sua posizione è stata al centro di due distinti incontri. Il primo tra lo stesso Barbato e l’assessora milanese alla Sicurezza Carmela Rozza, che aveva chiesto al comandante la presentazione di una relazione scritta. Il secondo tra l’assessora e Sala. Come detto, la decisione per il momento è stata quella di confermare il comandante al suo posto. “Non possiamo prendere decisioni solo su notizie di stampa – ha commentato Rozza al termine dell’incontro con il sindaco – ma ci deve essere un percorso chiaro. Io e il sindaco abbiamo ritenuto giusto inviare la relazione di Barbato alla commissione Legalità perché possa approfondire i fatti. Sul piano formale e sostanziale non c’è nessuna illegalità, ma c’è una questione legata a un punto di vista etico e gestionale, che è giusto approfondire. Il comandante non aveva preso sul serio questa proposta di pedinamento e anche il magistrato a quanto sembra si è fatto l’idea che non c’è reato”.

Barbato non è l’unica figura legata a Palazzo Marino su cui l’inchiesta della dda ha gettato ombre. Nelle carte, infatti, è finito anche l’ex assessore al Commerciodella giunta Pisapia e oggi consigliere comunale delegato al Bilancio della Città metropolitana, Franco D’Alfonso. Il suo nome, a differenza di quello di Barbato, è stato addirittura iscritto nel registro degli indagati per corruzione, ma la sua posizione è stata successivamente destinata a una richiesta di archiviazione. Restano però anche per lui le questioni di opportunità, considerate le conversazioni con Palmieri in cui D’Alfonso si era detto interessato alle prossime elezioni regionali, per le quali l’imprenditore Arcangelo Giamundo, a detta di Palmieri, avrebbe potuto garantire un pacchetto di voti. E tra i discorsi fatti, i due avevano parlato anche di un appalto relativo all’Idroscalo, di competenza della Città Metropolitana, a cui era interessato Giamundo.

Una riflessione (seria) su Mafia Capitale. Di Gian Carlo Caselli.

(una riflessione da leggere, di Gian Carlo Caselli)

Mafia Capitale dimezzata. Perché il tribunale di Roma ha inflitto a Carminati, Buzzi, e soci la metà delle pene chieste dall’accusa. E poi perché quelle due parole (che esprimevano l’essenza stessa del processo) dopo la decisione del Tribunale si sono ridotte ad una soltanto. “Capitale” rimane perché Roma è il teatro delle attività criminali contestate. Ma viene cancellata la parola “mafia”. Nel senso che il tribunale ha escluso l’associazione mafiosa e l’aggravante di mafia.

Ovviamente la sentenza va rispettata e la sua motivazione andrà letta con attenzione. Ci stanno peraltro alcune considerazioni di carattere generale che possono aiutare ad inquadrare il problema. Irrigidirsi negli schemi tradizionali può essere fuorviante. L’impegno continuo della magistratura e delle forze dell’ordine racconta quotidianamente nuovi intrecci e nuove vocazioni delle mafie, in particolare le loro capacità imprenditoriali e la lungimiranza nell’individuare nuovi campi di attività e nuovi affari cui dedicarsi.

Via via le mafie abbandonano l’ambito “militare” per vestire – come si usa dire – il “doppiopetto” e il “colletto bianco”, allo scopo di cogliere e meglio gestire le opportunità e i vantaggi offerti dallo specifico ambiente in cui operano e per tessere in maniera più efficace e produttiva, dal punto di vista economico, la rete di interessi che è il loro obiettivo principale. Un contesto nel quale sono decisivi i rapporti con pezzi della politica, dell’amministrazione e dell’imprenditoria. La “zona grigia”. Senza di cui non di mafia si tratterà, ma di “semplice” gangsterismo, cioè criminalità di strada.

Viceversa, se queste relazioni esterne sono provate, l’associazione mafiosa diviene più facilmente configurabile. Ora, nello specifico caso di “Mafia (ex) Capitale”, il principale imputato Massimo Carminati, stando a una intercettazione, aveva descritto l’attività propria e dei suoi sodali parlando di un “mondo di mezzo”, dove si incontrano “quello di sopra” (personaggi eccellenti) e “quello di sotto” (criminali “comuni”). Parole che traducono in linguaggio corrente, a suo modo persino suggestivo, fior di studi e ricerche dei maggiori esperti di mafie: quelli che individuano appunto, nei rapporti torbidi con pezzi della legalità, il Dna delle mafie.

La filosofia di Carminati (sempre stando ad una intercettazione) era tenere pronti vari progetti da sottoporre a coloro – politici o amministratori – cui spettava decidere. Chiedendo “che te serve? come posso guadagnare?”; con l’avvertimento finale: “te lo faccio io” quel lavoro, ma “se poi vengo a sapere che te lo fa un altro, è ’na cosa sgradevole”. Una evocazione delle possibili conseguenze nel caso di una possibile mancata intesa.

Per situazioni del genere, una sentenza della Cassazione del 2015 ha stabilito questo principio: mafia è anche quel sodalizio criminale che adopera il metodo mafioso “in forma silente, senza ricorrere e forme eclatanti, avvalendosi di quella forma di intimidazione, per certi aspetti ancora più temibile, che deriva dal non detto, dall’accennato, dal sussurrato”. Se si aggiunge che nel processo contro Carminati & C. sono stati condannati a pene consistenti vari uomini di destra come di sinistra, sarà davvero interessante studiare la motivazione del tribunale di Roma.

Voglio infine precisare come occorra seguire i percorsi, le evoluzioni, i collegamenti, le modalità e le capacità di adattamento del sistema criminale nonché dei mondi ad esso volta a volta contigui ma funzionali. Come si deve prendere atto della progressiva trasformazione non solo del modus operandi, ma – per certi profili – della stessa identità delle organizzazioni mafiose.

Valutando conseguentemente l’opportunità di adeguare i nostri modelli di lettura dei fenomeni criminali, allo scopo di migliorare in chiave preventiva e repressiva il contrasto delle mafie in ogni loro articolazione. Senza che nel nostro subconscio si annidino stereotipi sbagliati. Tipo quello che per essere mafiosi bisogna essere del Sud.

(fonte)