Leonardo Sciascia

«Dalla Chiesa lo abbiamo ucciso tutti noi»: la storica intervista a Sciascia del Corriere della Sera

L’intervista che leggete è stata pubblicata sul Corriere del 5 settembre 1982. 

«Carlo Alberto dalla Chiesa lo abbiamo ucciso tutti quanti noi indicandolo come l’unico che poteva combattere il terrorismo, come l’unico che poteva combattere la mafia. Ne abbiamo fatto un bersaglio cui qualcuno poi ha sparato».

Comincia così il nostro colloquio con lo scrittore Leonardo Sciascia venti ore dopo l’assassinio del generale dei carabinieri. Sciascia non aveva stabili frequentazioni con il militare, ma ne era rimasto affascinato tanto da trasformarlo nel capitano Bellodi, protagonista de «Il giorno della civetta».

L’incontro avviene nella casa di campagna dello scrittore a Racalmuto, poche migliaia di anime al centro del triangolo della miseria in Sicilia. Sciascia vi trascorre le vacanze in compagnia della moglie, n resto del mondo appare lontano. La notizia dell’assassinio del prefetto di Palermo Sciascia l’ha appresa solo ieri mattina, dodici ore dopo l’agguato.

«Questo assassinio — dice — ha un solo significato ed è l’eliminazione di una singola persona che era diventata un simbolo. Le istituzioni sono tarlate, non funzionano più, si reggono solo sulla abnegazione di pochi uomini coraggiosi. A partire dall’assassinio del vice questore Boris Giuliano, la mafia ha deciso di eliminare questi uomini simbolo. Arrivati a dalla Chiesa, però, mi domando, se non ci sia della follia in chi ordina questi delitti: che cosa vogliono? Qual è il loro obiettivo? Pretendono forse il governo dello Stato? In verità non riesco a capire. Vogliono forse Imporre un ordine mafioso che si sovrapponga a quello dello Stato? Ma questo è impossibile perché livello dei delitti è talmente alto da suscitare una fortissima reazione».

«Io credo – continua Sciascia — che nessuna organizzazione eversiva possa gareggiare con lo Stato in fatto di violenza, anche quando lo Stato appare inefficiente. Anzi, la sua inefficienza, è direttamente proporzionale alla mancanza dt funzionalità. In queste condizioni sfidarlo mi sembra un atto di napoleonismo folle. Ma tutto ciò mi preoccupa perché uno Stato inesistente è sempre capace di approvare una legge sui pentiti e di scatenare una furibonda repressione poliziesca».
«Secondo me la mafia si combatte utilizzando onestà, coraggio e intelligenza e le indagini fiscali illustrate due giorni fa dal ministro Formica mi sembrano un buon inizio. Con questi strumenti la mafia si può debellare.

«Per capire tale affermazione bisogna rifarsi alla tesi classica che voleva la mafia inserita nel vuoto dello Stato, mentre in realtà essa vive nel pieno dello Stato. Credo che dall’istituzione della commissione antimafia in poi, l’organizzazione abbia cominciato a sentirsi esclusa dal pieno dello Stato e ora ha assunto questa forma che potremmo definire eversiva. Ma in effetti appare come un animale ferito che dà colpi di coda».

«Dalla Chiesa, forse — aggiunge lo scrittore —, non aveva intuito tale trasformazione e i pericoli che ne derivavano. Anch’io, peraltro, non credevo che si arrivasse a colpire tanto in alto. Ma in effetti noi tutti conosciamo bene solamente la vecchia mafia terriera. Per il resto tiriamo ad indovinare. Possiamo dire in ogni caso che la mafia è una forma di terrorismo perché vuole terrorizzare la gente. Ma i fini sono sostanzialmente diversi. Di comune c’è una sola cosa e cioè l’attentato alle nostre libertà».

«Ma forse Dalla Chiesa — conclude Sciascia — non aveva piena coscienza di questo fenomeno. Mi meraviglio infatti della maniera con cui è stato ucciso. Quando un uomo arriva alle sue posizioni ha il dovere di farsi proteggere e di farsi scortare bene. Le manifestazioni di coraggio personale possono diventare forme di imprudenza pericolosa. Ciò nonostante mi sgomenta la incapacità della nostra polizia di prevenire. Infatti un attentato ad un uomo come Dalla Chiesa non si improvvisa in quattro e quattr’otto, ma nessuno ne aveva avuto sentore».

I professionisti dell’anti-antimafia

Bravissimo Mario Portanova per Il Fatto Quotidiano:

I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Italia, per far carriera di essere un professionista dell’anti-antimafia.

Ok, chiedo subito scusa per aver indegnamente rimaneggiato il celebre brano di Leonardo Sciascia, tratto dall’altrettanto celebre articolo I professionisti dell’antimafia, pubblicato esattamente trent’anni fa, il 10 gennaio 1987, sul Corriere della Sera. Resta il fatto che i professionisti dell’anti-antimafia, in questi tre decenni, si sono sempre visti garantire direzioni di giornali – magari foraggiati da contributi statali o da mecenati interessati -, programmi televisivi, rubriche, ospitate ai talk show nonché seggi parlamentari e posti da ministro. Anche più dei professionisti dell’antimafia evocati in quell’articolo.

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Chi sono i professionisti dell’anti-antimafia? Sono quelli che per mestiereattaccano sistematicamente i magistrati, che stanno sempre dalla parte dei politici accusati di collusione, anche dopo la sempre invocata “condanna definitiva” (Dell’Utri, Cuffaro…). Sono gli spacciatori di garantismo per l’uso personale di amici e amici degli amici. Sono quelli che fanno paginoni sugli antimafiosi caduti in disgrazia o sulle polemiche giudiziarie (ormai non solo palermitane), ma mai che gli scappi mezza riga sulle vittime di Cosa nostra, della ‘ndrangheta, della camorra: i piccoli commercianti taglieggiati, gli imprenditori usurati, i contribuenti saccheggiati quando gli appalti e i finanziamenti pubblici finiscono alle aziende dei boss con la complicità di una vasta “area grigia”.

Ieri il Corriere della Sera, a firma di Felice Cavallaro, ha celebrato la “profetica lungimiranza” dell’articolo di Sciascia, collegandolo ai tanti guai che oggi colpiscono personaggi e sigle a vario titolo impegnati – o autoproclamatisi tali – nella lotta alle cosche: il giudice Silvana Saguto, l’ex presidente di Confcommercio Palermo Roberto Helg, il presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, il giornalista Pino Maniaci, fino alle polemiche interne a Libera (per chi vuole approfondire, tutte vicende che ilfattoquotidiano.it ha ampiamente raccontato). Eccoli i “professionisti dell’antimafia” che il grande scrittore siciliano additò addirittura con trent’anni di anticipo. Ma le cose stanno davvero così? Andiamo a rileggere l’articolo originale.

Innanzitutto, Sciascia non usa mai il termine “professionisti dell’antimafia”, che è farina del sacco del titolista del Corriere. E neppure accenna a truffe e malversazioni in nome dell’antimafia. Il brano centrale – in un lungo articolo che prende spunto da un saggio inglese su regime fascista e Cosa nostra – è questo: “I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”. Un solo giudice è citato, e in negativo. Si chiama Paolo Borsellino. La sua carriera antimafia finirà cinque anni più tardi, sappiamo come. Cavallaro racconta che poi lo scrittore e il magistrato si incontrarono e si spiegarono, e che Borsellino “non era il bersaglio” dell’articolo.

Anche in questo caso, ognuno può rileggerselo e valutare se il celebrato (oggi, allora non molto) eroe dell’antimafia ne uscisse bene o male. Trent’anni dopo, Nando dalla Chiesa resta convinto che il bersaglio fosse proprio lui, come rimarca oggi su Il Fatto Quotidiano. Aggiungendo che Borsellino, prima di essere assassinato con la sua scorta, “fece in tempo a dichiarare nell’ultimo discorso pubblico, ricordando Falcone, che ‘Giovanni ha incominciato a morire con quell’articolo sui professionisti dell’antimafia’”.

L’altro bersaglio, non citato per nome, è l’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Descritto nell’esempio di “un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso”. Orlando può piacere o meno, ma ruppe con la Dcstoricamente complice di Cosa nostra in Sicilia (CianciminoLimaAndreotti… il boss-grande elettore Giuseppe di Cristina. Avevano fatto carriera lo stesso, anche più di Orlando). E oggi, trent’anni più tardi, nonostante la “lungimirante profezia” che lo vedeva occuparsi più di “convegni” che di “acquedotti”, i cittadini di Palermo conservano Orlando sulla stessa poltrona, dopo aver sperimentato altri sindaci che certo dell’antimafia non facevano né una professione né una passione. Piuttosto erano politicamente imparentati con Silvio Berlusconi, quello che il mafioso – sotto forma di stalliere – se lo teneva in casa.

Ancora un paio di cose. Dieci mesi dopo l’articolo di Sciascia, il 17 dicembre, lo stesso Corriere della Sera, a firma di Alfio Caruso, commentava così la sentenza di primo grado del maxiprocesso di Palermo, oggi unanimemente riconosciuta come il primo grande colpo dello Stato contro Cosa nostra (che infatti reagirà con le stragi): “Ieri sera, in un punto imprecisato degli Stati Uniti, Tommaso Buscetta è tornato a far parte della mafia vincente”, si leggeva sul quotidiano milanese. “Glielo hanno permesso i giudici che a Palermo, accogliendo le sue confessioni, hanno punito le grandi famiglie dell’onorata società, gli uomini che avevano decretato lutti e terrori per amici e consanguinei del boss dei due mondi”. Più avanti, un cenno “agli inguaribili ottimisti che parlano di sentenza storica”.

Chi aveva istruito quel processo? Borsellino e Falcone (giudice a latere l’attuale presidente del Senato Piero Grasso). Anni più tardi, su Repubblica del 29 ottobre 1993, lo scrittore Corrado Stajano, storica firma delle pagine culturali del Corriere, descriverà così il clima di quegli anni in via Solferino: “Per tutti gli anni Ottanta non mi è stato permesso di scrivere di mafia. Eppure ero tra i pochi a conoscere i fatti e ad avere letto tra l’altro le 8mila pagine dell’ordinanza-sentenza del maxiprocesso”. Un’esclusione che si spiegava “forse perché stavo dalla parte del pool antimafia”, ricordava Stajano, in un’epoca in cui “le direzioni dei giornali esercitavano un controllo micragnoso, assillante” su qualunque notizia potesse “nuocere o spiacere ai governanti”. Questo per dire il contesto, tanto per restare in tema sciasciano. C’era un potere politico che storicamente intrallazzava con la mafia, e per non turbarlo era meglio recintare per bene le cronache palermitane, compresi gli atti vergati dai futuri eroi nazionali Falcone e Borsellino.

Vale poi la pena di aggiungere che altre intuizioni dello scrittore di Racalmuto non hanno avuto alcuna fortuna presso i professionisti dell’anti-antimafia che solo per quelle poche righe mostrano di idolatrarlo. Per esempio l’intervista del 1970 a Giampaolo Pansa – quella sì davvero profetica – sulla “linea della palma”, cioè la mafia, che si spostava progressivamente dalla Sicilia verso il Nord Italia, cosa puntualmente accaduta nell’indifferenza pressoché generale, almeno fino ad anni recenti. Oppure, tanto per dire, la descrizione di un comizio della Democrazia cristiana in Le parrocchie di Regalpetra (1956), dove “la mafia ha qua e là paracadutato i suoi elementi più suggestivi”.

Detto questo, l’articolo di Sciascia lasciò – e lascia ancora, a trent’anni di distanza – il segno fra i variegati antimafiosi che non di rado hanno tutte le sue opere ben allineate nella libreria di casa. Uno di loro, Lillo Garlisi, racalmutese e sciasciano di ferro, oggi editore a Milano con Melampo, all’epoca lo condannò con forza. Ieri, in una discussione fra amici su WhatsApp, ha scritto: “Allora sbagliammo a non cercare di ricucire con Sciascia. La zona grigia trovò l’ideologia che le mancava. Lo regalammo al nemico”.

Forse in quell’articolo di trent’anni fa una parte profetica ci fu davvero. Ha poco a che fare con Borsellino e molto con l’antimafia di oggi. Scriveva Sciascia che, nel momento in cui qualcuno “si esibisce” come antimafioso, difficilmente qualcun altro oserà criticarlo o attaccarlo, anche con ragioni fondate, perché correrebbe “il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno”. E’ il tema centrale individuato da Francesco Forgione, già presidente della Commissione parlamentare oggi guidata da Rosy Bindi, fautore di un contrasto culturale ai clan più sociale e meno legato a icone e santini, nel suo recente libro I tragediatori. La fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti (Rubbettino 2016). “Per troppo tempo”, scrive Forgione, “l’antimafia non ha discusso di se stessa, della sua vita, del suo modo d’essere”. Lasciando così correre le aberrazioni, quando non il malaffare, anche quando qualche segnale poteva essere colto e qualche allarme lanciato. Non ha discusso, argomenta Forgione, proprio per la ragione indicata da Sciascia. Perché mettere in discussione l’operato di certe figure significava “incorrere nell’accusa di sovraesporle al rischio di diventare vittime dei killer mafiosi”. Così ai professionisti dell’anti-antimafia si è lasciato l’intero campo da gioco.

Gli eredi dei professionisti dell’antimafia: i maestri dell’emergenza.

Tra gli articoli da ritagliare e tenersi in tasca in attesa dei prossimi “profeti dell’antimafia” che gozzoviglieranno tra giornali e televisioni c’è il pezzo per L’Internazionale di Giuseppe Rizzo:

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Provo a spiegare meglio chi sono i maestri dell’emergenza. Sono gli eredi dei professionisti dell’antimafia raccontati da Leonardo Sciascia. Sono intellettuali, giornalisti, magistrati e politici che hanno diviso l’isola in due: di là il male e di qua il bene; di là la menzogna e di qua la verità; di là i criminali, i mascariati, i collusi e di qua i giusti, i coraggiosi, noi. Stare dalla parte sbagliata, la provincia e Sciascia mi hanno insegnato il valore del dubbio e riparato dal fascino e dalla paura delle loro condanne. In provincia l’assolutismo è impossibile, perché ci conosciamo tutti e può capitare, come è capitato nel mio piccolo paese in provincia di Agrigento, che una mattina ci si svegli con qualcuno che si conosce o con qualche parente dietro le sbarre. Ma conseguentemente succede anche che ci si possa fare domande del genere: cosa spinge un ragazzo che è cresciuto in una famiglia per bene a chiedere il pizzo? Se arrestano tuo padre, tuo fratello o la persona che ami significa che sei complice, lo sei stato o lo sarai se non lo condanni? Cucire dei bottoni sugli accappatoi perché quelli con la cintura di stoffa in carcere non sono ammessi fa di te un mostro? Se nel tuo paese non si è mai pronunciata la parola mafia vuol dire che sono tutti codardi? I tuoi genitori hanno avuto diritto di avere paura? Per anni mi sono chiesto: posso o non posso scrivere una lettera a X, finito in carcere con l’accusa di omicidio? Ognuno affronta queste domande come sa e può, e arriva a risposte differenti: io ho provato a scrivere quella lettera, e molte notti rotte e molti tentativi: e mi sento un cane per non esserci riuscito, specie dopo l’assoluzione di X. Ma appunto, ognuno ha mille risposte, tutte diverse tranne una, che è uguale per tutti: queste domande i cretini non se le fanno e sono pronti a condannarti per molto meno.

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Più che la lezione sui professionisti dell’antimafia, di Sciascia mi porto dietro un’altra intuizione, è dentro Nero su nero, fa così:

Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile e forse ancora, se non da pochi, sospettato. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra: ma mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Tra non molto, forse, saremo costretti a celebrarne l’Epifania.

Il resto lo trovate qui.

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Funerale di Leonardo Sciascia, Racalmuto, 1989. Tony Gentile, Postcart edizioni

 

Va bene, bravi, i “professionisti dell’antimafia”. Ma poi?

Una riflessione di Gaetano Savatteri:

L’antimafia è morta. L’antimafia dei movimenti, delle associazioni di categoria, dei bollini e dei certificati, ma anche quella dei magistrati e della politica. L’antimafia, quella che abbiamo visto e conosciuta fino ad oggi, è definitivamente sepolta. Perché le ultime vicende – l’arresto di Roberto Helg per una mazzetta conclamata o l’indagine per mafia sul presidente della Confindustria siciliana Antonello Montante, per dichiarazioni di pentiti ancora tutte da chiarire e che potrebbero nascondere una manovra di delegittimazione – sanciscono in ogni caso e definitivamente la fine di un modello che per molto tempo, e fino all’altro ieri, è stato visto con favore e incoraggiato perché segno di una “rivoluzione” che metteva in prima linea la cosiddetta società civile.

Attilio Bolzoni su Repubblica, lo stesso giornale che ha sparato per primo la notizia dell’indagine su Montante, ha posto un interrogativo: “Forse è arrivato il momento di una riflessione su cos’è l’Antimafia e dove sta andando”. Ma probabilmente la domanda più corretta è un’altra: potrà esserci ancora un’antimafia? Peppino Di Lello, a lungo magistrato del pool antimafia di Palermo, quello di Falcone e Borsellino, scrive sul Manifesto che “i bollini, le autocertificazioni, gli elenchi incontrollati e incontrollabili degli antimafiosi doc sono ormai ciarpame e bisogna voltare pagina riappropriandosi di una qualche serietà nella scelta di esempi di antimafia vera, scelta fondata sulla prassi, sui comportamenti che incidono realmente in questa opera di contrasto”.

Di Lello, giustamente, attacca la retorica dell’antimafia, citando non a caso l’ormai storico articolo del 1987 di Leonardo Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”. Ma le ultime vicende e un sottile veleno che percorre le vene del mondo delle associazioni e del movimento antimafia (don Luigi Ciotti ha fornito qualche anticipazione: “Mi pare di cogliere, e poi non sono in grado di dire assolutamente altro, che fra pochi giorni avremo altre belle sorprese, che sono in arrivo, che ci fanno soffrire. Perché riguardano personaggi che hanno sempre riempito la bocca di legalità, di antimafia”) percuotono chi, per entusiasmo o per mestiere o, usiamo pure questa parola, per “professionismo”, si è iscritto negli ultimi anni nel fronte antimafia. Serpeggia il disorientamento tra quanti si chiedono: e adesso, infranti alcuni simboli dell’antimafia, non si rischia di veder naufragare il lavoro fatto in tanti anni, compresi i buoni esempi concreti realizzati?

L’indagine della Commissione parlamentare antimafia sull’antimafia, per individuare quando questa sia stata reale o di facciata – paradosso segnalato da Giuseppe Sottile sul Foglio – pone una questione centrale. Se molti movimenti, associazioni, progetti nelle scuole, iniziative si sono riempiti, nella migliore delle ipotesi, di un tot di vuota retorica e, nella peggiore, di piccoli o grandi interessi economici sotto forma di finanziamenti, privilegi, guadagni, chi dovrà stabilire da ora in poi la genuinità della natura antimafia?

La struttura dello Stato italiano, per oltre centosessant’anni, ha costruito soggetti e ruoli incaricati di definire e individuare le mafie, arrivando a darne nel 1982 perfino una definizione normativa con l’articolo 416bis del codice penale. Ma l’Italia non ha, e forse non poteva avere, strumenti per individuare con esattezza la natura antimafiosa di soggetti, singoli o plurali, se non in termini di opposizione: in parole semplici, era antimafioso chi combatteva la mafia. Con opere o parole.

Così, per lungo tempo, l’antimafia sociale – cioè quella non costituita da magistrati e poliziotti incaricati, per ragioni d’ufficio, dell’azione di contrasto e repressione – finiva per autodefinirsi. E’ bastata, per un lunghissimo periodo, la petizione di principio di dichiararsi antimafia per essere considerati tali. In un Paese che fino a una quarantina d’anni fa ancora sosteneva, spesso anche nelle sedi giudiziarie, che la mafia non esisteva, già il fatto stesso di dichiararne l’esistenza e di porsi in posizione alternativa a essa, era sufficiente per attribuirsi o vedersi attribuita la patente antimafia.

Se oggi questo non basta più, quale sarà il criterio futuro per definire la nuova antimafia? I fatti, i comportamenti e la prassi, dice Di Lello. Tutto ciò è facilmente verificabile, ad esempio, nell’attività delle associazioni antiracket che convincono i loro associati a testimoniare nei processi, li sorreggono, si costituiscono accanto a loro parte civile. Ma questo principio può valere per associazioni culturali, singoli di buona volontà, gruppi di opinione, insegnanti la cui unica forza risiede solo nella dichiarazione d’intenti?  E’ ovvio che laddove le parole non coincidano con i fatti (come nel caso della tangente che ha fatto finire in galera Helg), la contraddizione è talmente stridente che non ci sono dubbi. Ma anche in questo caso, è una dimostrazione al contrario: il fatto (cioè la mazzetta) mostra la non appartenenza di qualcuno al fronte autenticamente antimafioso. Ma quale può essere il fatto che, giorno dopo giorno, possa dimostrarne invece l’appartenenza?

Per Confindustria Sicilia, ad esempio, sembrava già rivoluzionario e significativo che un’associazione di categoria che per molto tempo aveva ignorato la mafia o ci aveva convissuto, con molti casi di imprenditori contigui o aderenti a Cosa Nostra, avviasse una inversione di rotta pubblica, con l’annuncio di espulsioni dei propri soci che non avessero denunciato le estorsioni. Era certamente un fatto capace di attribuire identità antimafiosa a quell’associazione.

Naturalmente, il movimento antimafia nel suo complesso si è nutrito di errori e di eccessi. E questi nascono probabilmente dall’evidenza che ogni movimento antimafioso, per sua natura, tende ad occupare tutti gli spazi morali a sua disposizione. La discriminante etica, ragione fondante, tende ad allargarsi e spostarsi sempre più avanti in nome della purezza antimafia, escludendo altri soggetti e movimenti. Qualsiasi movimento antimafia, poiché si costituisce e si struttura in alternativa e in opposizione a qualcosa, in primo luogo la mafia e i comportamenti che possono favorirla o sostenerla, non può tentare di includere tutto, ma deve per forza di cose escludere. Ecco perché dentro il mondo dell’antimafia non c’è pace, e ciascun gruppo di riferimento tende a vedere negli altri gruppi degli avversari, se non dei nemici insidiosi o subdoli. L’antimafia spontaneistica e aggregativa dal basso si contrappone a quella ufficiale in giacca e cravatta e viceversa, quella sociale si contrappone a quella di Stato e viceversa.

La vocazione alla supremazia della leadership del mondo antimafioso, diventa allarmante quando l’antimafia non è più esclusivo appannaggio di gruppi sociali d’opposizione (i preti di frontiera contro la Chiesa ufficiale timorosa, le minoranze politiche contro le maggioranze o i governi prudenti o contigui, gli studenti contro la burocrazia scolastica troppo paludata, tanto per fare alcuni esempi), ma comincia a diventare bandiera dei gruppi dominanti. Al potere economico o politico, finisce così per sommarsi il potere di esclusione di potenziali concorrenti, che può essere esercitato anche facendo baluginare legami oscuri o poco trasparenti. L’antimafia può servire al politico di governo per demonizzare gli avversari. Siamo di fronte a quel meccanismo che viene indicato come “la mafia dell’antimafia”, definizione che non amo perché rischia di far dimenticare che nel recente passato in Sicilia, e non solo, politici,  imprenditori e funzionari contigui o affiliati alla mafia facevano eliminare i loro avversari direttamente a colpi di kalashnikov.

In questi giorni, in queste ore, il mondo dell’antimafia, soprattutto quello siciliano, il più antico e radicato, il più organizzato e selezionato negli anni delle stragi e delle mattanze mafiose, si trova davanti a molte domande. Chi dovrà stabilire, nel futuro prossimo, la genuinità dei comportamenti antimafia? I giornali? La tv? Il governo? Il Parlamento? Non esistono organismi o autorità morali in grado di fornire garanzie valide per tutti.  La domanda principale finisce per riguardare l’esistenza stessa di un’antimafia diffusa. Se l’antimafia, per come è stata fino ad oggi, è morta, potrà esserci ancora qualcosa o qualcuno in grado di dichiararsi antimafia? Ma, soprattutto, chi potrà crederci ancora?

La linea della palma

« Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma… » (Leonardo Sciascia, il giorno della Civetta)

I professionisti dell’antipizzo

di Claudio Fava – 10 settembre 2008
Il caso Lo Bello

Quando parliamo di mafia, ci tocca ragionare anche su una sottocultura di luoghi comuni e di ammiccamenti poco raffinati ma utilissimi a prendere le distanze, a celebrare dubbi, a insinuare malizie.

Cominciò Leonardo Sciascia ventuno anni fa prendendosela con i professionisti dell’antimafia, e fu pessimo profeta perchè di quei cosiddetti professionisti (Sciascia ne citò per cognome e nome uno per tutti: Paolo Borsellino) i sopravvissuti sono proprio pochini. Adesso siamo ai professionisti dell’antipizzo. Anzi, al professionista: Ivan Lo Bello, presidente degli industriali siciliani, colpevole d’aver promesso (e mantenuto) di cacciar via dall’associazione gli imprenditori che avessero preferito pagare e tacere. Tra qualche settimana dovrebbero riconfermarlo nell’incarico, ma i suoi colleghi di Catania hanno già aperto il tiro a bersaglio: «Lo Bello? Non lo votiamo. Troppo monotematico con questa sua fissazione sul pizzo». E subito si sono
alzati gli echi malevoli, le voci di contorno e di rimbalzo: la battaglia contro il racket? Una vetrina, una passerella, una trovata per farsi pubblicità…Sono gli stessi argomenti, magari un po’ dirozzati, che usarono molti anni fa commercianti e imprenditori palermitani contro Libero Grassi. Colpevole d’aver detto, anzi d’aver proclamato con tutta la carica emotiva di una denunzia in televisione, che lui il pizzo non lo avrebbe mai pagato. I commenti di molti suoi colleghi furono un repertorio di grossolano buon senso: certe cose non si dicono, non si denunziano e soprattutto non si raccontano in tivù; meglio pagare, tacere e conservarsi in salute. Libero Grassi lo ammazzarono una settimana dopo il florilegio di quei commenti. Ora, non sappiamo se gli industriali che si sono schierati, con siffatti argomenti, contro Lo Bello abbiano presente quanto la mafia abbia gradito la loro scomunica. Non sappiamo se si rendano conto che il gesto di quel
loro presidente aveva, da solo, riscattato lustri di opacità. Non so se la memoria li soccorre per ricordare che il predecessore di Lo Bello fu allontanato dall’incarico con ignominia dopo aver scoperto le tresche d’affari che mescolavano i suoi soldi a quelli di una veccia famiglia mafiosa palermitana.
No, davvero non sappiamo se ci sia consapevolezza sulla violenza di certi gesti, di certi ammonimenti. Sciascia, forse, non se ne rese conto: ma chi si nutrì di quel tristo riferimento ai “professionisti dell’antimafia” lo fece, nei mesi e negli anni a venire, sperando che quella povera gente – giudici, giornalisti, poliziotti, professori, studenti – venisse spazzata via. E che tornasse il tempo felice e scellerato in cui tutta aveva un prezzo e una scorciatoia, dalle licenze edilizie ai pubblici appalti. Forse anche adesso qualcuno rimpiange il tempo in cui si pagava tutti e tutti si taceva, ricevendone in cambio benevolenza e protezione dai signori delle cosche. Ci auguriamo che Lo Bello resti a lungo presidente degli industriali siciliani, che non defletta mai dalla linea di rigore civile che si è dato e che ha preteso dalla sua associazione. Ci auguriamo che non resti solo e che il nuovo ritornello sui “professionisti dell’antipizzo”
venga raccolto per ciò che é: un atto di viltà, parole di miseria da dimenticare subito.

L’UNITA’