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mafia

Scioglierci

Ci sono due aspetti sull’arresto dell’assessore Zambetti per concorso esterno in associazione mafiosa. Distinti ma confusi per dolore e rabbia.

Le persone che hanno rovinato la mia vita in questi ultimi anni dialogano con un assessore che siede poco distante da me in Aula. Non c’entra la responsabilità penale è molto di più: è la difficoltà di raccontarlo ai miei figli. Semplicemente.

C’è il punto politico: smettiamo di credere che sia criminalità organizzata, qui siamo alle macerie democratiche, all’incendio delle regole e per anni nessuno ha voluto vedere la brace. Nessuno. Anche dalle nostre parti abbiamo creduto (in troppi) che fosse roba da commissione o quelle cose lì e invece è il cuore del potere. Per la rabbia e l’indignazione non voglio nemmeno chiedere le dimissioni, vorrei gridare la sconfitta di tutti: la ‘ndrangheta gestisce pacchetti di voti perché la politica non riesce a farlo, le mafie usano le preferenze (un’opportunità che sta nelle regole) battendo gli onesti anche negli strumenti democratici, per dire.

Faccia una cosa il Governo, ma davvero: sciolga Regione Lombardia. Le inchieste degli ultimi anni parlavano di zona grigia, ora cominciano a galleggiare i nomi e i cognomi, la commissione antimafia aveva parlato di consiglieri eletti con i voti delle mafie, Massimo Ponzoni viene definito dagli atti della magistratura “capitale sociale della ‘ndrangheta” e ora Zambetti.

Scioglieteci. Da questo laccio che ogni giorno sembra più un cappio.

La mafia a Brescia, la mafia in Lombardia: «Siamo tutti complici»

da BresciaToday

Parlare di mafia si fa sempre più complicato, i tentacoli della Piovra si fanno sempre più vasti, più di quanto si possa immaginare, “ce li abbiamo fin sotto casa“. Con la complicità di tanti, non solo la classe dirigente, con “i pentiti trattati come eroi”, e la Regione Lombardia che dentro di sé, quasi come una qualità oggettiva, possiede “il concime ideale per la proliferazione mafiosa”. A Castegnato il primo incontro del ciclo Mafie al Nord, con Giuseppe Giuffrida (direttore del Distretto Antimafia di Brescia e responsabile dei beni confiscati di Libera Brescia) e Giulio Cavalli (consigliere regionale di SEL), da sempre impegnati nel tenere alta l’attenzione, per non far chiudere gli occhi, per non “farti voltare dall’altra parte”.

In Lombardia e a Brescia, spiegano i relatori, “siamo stati bravi solo a nascondere tutto sotto la sabbia, a fare finta di niente”, giustificando “imprenditori e politici spericolati, giullari e prostitute” e, come detto, con responsabilità comuni. “Una Regione che ha già perso, la Regione dove si vende e si consuma un terzo della cocaina del Paese, dove le infiltrazioni mafiose cominciano dalle banche, si legano ai ricchi imprenditori ma anche ai poveri, con i ricatti, con l’usura”. Spuntano supermercati “come funghi”, strutture commerciali che “non hanno abbastanza clienti per mantenersi”, un fenomeno inarrestabile che allora “non è solo politico”, sale slot e videopoker “piazzati secondo zone d’interesse, fuori dalle leggi del mercato, come se ci fosse un suggeritore”, panettieri e panifici che “non hanno bisogno di vendere pane per guadagnare”, case e capannoni “prima costruite e poi invendute”.

E ancora le coincidenze che si ripetono, la storia di Daccò “con lo stesso odore di quelle di Fiorani e di Sindona”, i faccendieri “amici degli amici in grado di far valere quando serve il loro legame con quelli che contano”, quando la piccola Denise a soli 20 anni è già testimone di giustizia. Il riciclaggio, la memoria di comodo, problemi “culturali e morali”, il reato 416 in cui “tre o più persone cercano di accrescere il proprio bene privato a discapito del bene pubblico, giù al Nord quasi una costante”, o il 416/bis a cui si aggiungono “minacce e intimidazioni”.

Scelte suicide come “la spinta all’intolleranza verso i deboli e non verso i prepotenti”, frammenti di un puzzle davvero troppo grande di cui però bisogna sfatare i luoghi comuni, “perché sappiamo tutti che Provenzano e Riina erano solo ‘pezzi’, piccole parti di un apparato gigantesco, senza mai sapere chi fossero gli statisti quelli puri, abbiamo avuto paura delle loro ombre, di gente che neanche meritava considerazione”.

Una bruciante conclusione quella di Cavalli e Giuffrida: “La paura può essere lecita, l’indifferenza invece no. Chi non prende posizione è come se fosse un colluso, l’antimafia educata non esiste. La mafia non si combatte con l’impegno straordinario di pochi, si combatte con l’impegno quotidiano di tanti. Prima di tutto dobbiamo imparare a sconfiggere la mafia che c’è dentro di noi”.

La lettera degli uomini della DIA: Ministro chi vuole smantellarci?

C’è un preciso progetto politico nel lasciare allo sbando un ufficio che si occupa di criminalità organizzata? Se lo chiedono gli agenti della Dia e lo hanno chiesto al ministro Cancellieri inviandole una lettera. Una lettera disperata, dai contenuti forti, di chi ancora crede nel proprio lavoro e spera, quantomeno, di trovare risposte. Perché se la Direzione vuol essere seppellita e dimenticata, lasciando carta bianca alla criminalità, qualcuno deve metterlo nero su bianco:

Agghiacciante poi scoprire che vengono creati gruppi di lavoro ad hoc, esterni alla Dia che si appropriano di sue competenze specifiche. L’ufficio della Direzione che controlla i flussi di appalti e di grandi opere, in situazioni ad esempio come quelle post terremoti  –  in cui l’investimento nel mattone diventa un’attrazione irresistibile per riciclare il denaro delle mafie  –  non viene utilizzato.

Al suo posto si creano team per fronteggiare le emergenze (attualmente quella del dopo terremoto in Emilia, tanto per fare un esempio) che fanno capo alla Criminapol. Gruppi di lavoro pagati extra quando già ne esiste uno creato proprio per fare quel tipo di investigazioni. Un’assurdità. E allora gli agenti della Dia domandano al ministro dell’Interno: “Cui prodest il ritorno alla frammentazione di informazioni se non alla mafia stessa e ai suoi sostenitori?”. Già: a chi?

Una normalizzazione mafiosa e anche sociale (editoriale per “I Siciliani giovani”)

La discussione in corso sul ruolo della magistratura e sugli argini permessi ai magistrati nell’esprimere giudizi politici è la ciclica riproposizione di uno scontro che sembra essere diventato inevitabile in Italia. Un campo di battaglia tra favorevoli e contrari, una tribuna (spesso televisiva) di tifosi delle diverse fazioni che si esibiscono nella continua delegittimazione l’uno dell’altro e ha portato alla banalizzazione di fondo da cui sembra così difficile uscire: ci si dice che in questo Paese esistano poteri buoni e poteri cattivi, dimenticandosi le persone che li interpretano. E il risultato è fatto: giustizialismo contro il partito antiprocure, antipolitica contro politicismi e, quando il gioco sembra farsi duro, complottisti contro innocentisti. E sotto spariscono i fatti, le persone, i riscontri e alla fine la verità.

Ricordo molto bene una mia discussione qualche anno fa quando mi capitò di essere “accusato” da alcuni colleghi teatranti di scrivere spettacoli con giornalisti di giudiziaria e giudici, “è compito degli intellettuali la cultura, mica dei giudici” mi dissero. Erano colleghi che stimo, gente che scrive spettacolo preferendolo all’avanspettacolo, che ha un senso alto dell’arte e della cultura, per dire, ma quello che mi aveva colpito era l’eccesso di difesa legittimato dalla presunzione di un’invasione di campo che non poteva e non doveva essere tollerata. Confesso anche che il concetto di intellettuale oggi, nel 2012 in un’Italia culturalmente berlusconizzata alle radici, è un tipo che mi sfugge perché si arrotola troppo sugli scaffali o nei salotti televisivi di una certa sinistra piuttosto che tra le idee della gente. Un nuovo intellettuale imborghesito e bolso che mostra il suo spessore nel “l’avevo detto” piuttosto che anticipare i tempi come quei belli intellettuali che si studiavano a scuola. C’è la mafia a Milano, l’avevo detto, c’è la massoneria tra le righe del Governo, ve l’avevo detto, c’è l’Europa antisolidale, ve l’avevo detto e via così come una litania di puffi quattrocchi che svettano come giganti per il nanismo degli avversari.

C’è un momento storico negli ultimi decenni che ha svelato l’arcano: 1992-93, le bombe, Falcone e Borsellino, la mafia, Palermo che si ribella, la Sicilia che rialza la testa e per un momento si sente abbracciata da una solidarietà nazionale come non sarebbe più successo. La gente che decide di non potere stare a guardare e la magistratura che cerca la vendetta con la verità: due mondi così distanti, con regole e modi così diversi, spinti dallo stesso sdegno e uniti nella stessa ricerca. Ma non comunicanti. Il popolo con la fame dei popoli, quella tutto e subito, per riempire la pancia di quel dolore e avere almeno una spiegazione e la magistratura ingabbiata tra i veti, la politica, i depistaggi e i falsi pentiti e le leggi che non lasciano spazio all’urgenza democratica. Forse gli intellettuali ci sono mancati proprio lì. Chi poteva avere il polso di quegli anni così caldi e aveva gli occhi per metterci in guardia dai demoni che si infilano nei grandi cambiamenti storici: sono rimasti isolati, inascoltati o morti ammazzati. E tutto intorno un allineamento rassicurante, come chiedeva il popolo sotto le mura; come se la “normalizzazione” non sia stata solo mafiosa ma anche e soprattutto sociale. La rassicurazione normalizzante è stata l’ultima chiave di lettura collettiva. Poi la frantumazione, prima composta come quando si saluta per tornare a casa fino al cagnesco muso contro muso degli ultimi vent’anni.

Per questo mi incuriosisce ascoltare il dibattito sui modi e le parole della magistratura che non tiene conto del percorso che ci ha portato fino a qui, della polvere che si è appoggiata su verità che cominciano a mancare come un lutto piuttosto che un viaggio. Tutto condito con un’etica slegata dalla storia, dagli interpreti della classe dirigente che abbiamo dovuto digerire e dai protagonisti che ci siamo trascinati legati al piede da quegli anni. Non esiste un modus operandi decontestualizzato dal mondo, non sarebbe concepibile nemmeno per un filosofo utopista con fiducia illimitata negli uomini. C’è un tempo per alzare la voce, dopo anni di latitanza degli intellettuali asserviti troppo spesso al padrone di turno, un buco da colmare per tenere in piedi i pilastri della democrazia. Come dice bene Gian Carlo Caselli ci sono stagioni che impongono la parola. E ci vuole la schiena diritta per portarla in tasca, la parola.

(pubblicato per I SICILIANI GIOVANI, il numero è scaricabile dal sito)

Se EXPO assomiglia alla Salerno – Reggio Calabria

La notizia è questa e la scrive Il Fatto Quotidiano:

Expo, la Prefettura blocca un’altra impresa e stavolta il collegamento con la criminalità organizzata è la base della decisione. Un fulmine, il secondo in pochi mesi, nel cielo di Milano e sotto l’arcobaleno di Giuliano Pisapia. Nella serata di mercoledì la Prefettura ha siglato un provvedimento di interdizione nei confronti di un’azienda che opera sui lavori di interconnessione stradale che portano al cantiere dell’Expo 2015. Si tratta della Fondazioni Speciali spa, società parmense di geoingegneria del gruppoItalterra con commesse in tutta Italia che sta ristrutturando la viabilità per congiungere la fermata metropolitana di Molino Dorino con l’autostrada delLaghi A8/A9.

Forse adesso risulta più chiaro perché ci avevamo tenuto tanto a pubblicare su questo piccolo blog un articolo che ci stava a cuore e che ci interessava fosse letto (oh, viene voglia di fare la commissione antimafia 2.0, per dire):

A fare le spese più pesanti del racket dei Nasone, però, è stata la Fondazioni Speciali S.p.A., che ha ottenuto un subappalto per eseguire dei lavori di consolidamento per 850 mila euro sulla A3 all’altezza di Scilla. Hanno aperto i cantieri a luglio del 2011 e in meno di due mesi hanno subito tre danneggiamenti. Il 28 agosto a un impiegato della ditta viene danneggiata l’auto privata. Il capocantiere, che ha capito bene cosa sta succedendo, gli consiglia di «non parlare troppo», di non dire in giro che lavora per la Fondazioni Speciali. «Tu devi fare una cosa Salvo, quell’adesivo che gli hai messo cosi bello carino che si vede lì glielo devi togliere». Spiega, il capocantiere, che prima, quando non serviva, di fronte al recinto c’era una postazione dell’esercito, e che ora che servirebbe come protezione l’hanno rimossa.Poi, per diversi mesi, le acque sembrano essersi calmate. Non per merito, però, delle denunce contro ignoti ai carabinieri: pochi giorni dopo quelle intimidazioni, la Fondazioni Speciali ha accettato di rifornirsi dal bar dei Nasone in paese per la colazione degli operai. Fino a dicembre.Il 3 marzo scorso, allora, il giorno dopo avere messo in piedi un’intimidazione a un’altra ditta che lavorava su altri cantieri dell’autostrada, la cosca si riunisce al solito bar per progettare un nuovo attentato alla Fondazioni Speciali. Gli uomini del clan hanno già fatto dei sopralluoghi, hanno studiato i mezzi per scegliere quale danneggiare. Alla fine decidono di togliere i freni a un compressore e lasciarlo cadere giù per un dirupo. «Là ci sono le ruote, ci sono due pietre. Togli quelle pietre; di qua davanti ha una levetta (incomprensibile) freno a mano (incomprensibile) precipitano di sotto nella strada. Che cazzo ce ne fottiamo!».

Poi pianificano una via di fuga coi motorini, semmai qualcuno capitasse nei paraggi. E una scusa nel caso dovessero essere colti in flagrante. E se i carabinieri non dovessero credere loro, nessun problema: «Che mi interessa? Gli faccio scoppiare in aria!». L’obiettivo della missione è costringere l’azienda a trattare. L’intimidazione deve essere abbastanza grande da spingere gli uomini della Fondazioni Speciali a farsi vivi con i boss. «Io voglio almeno che andiamo al fine di farli venire. Non che io vado e loro dicono: sono stati ragazzini di due anni. Dev’essere un lavoro bello, in maniera da scendere», da farli venire a negoziare. «E se non vengono?». «E se non vengono glieli bruciamo».

Quella notte, il compressore liberato dai freni si schianta contro uno spartitraffico in cemento. La mattina dopo, gli operai della ditta lo trovano semidistrutto. Sopra c’è una bottiglia di plastica piena di una sostanza liquida, tutta avvolta da un nastro da imballaggio marrone. Sembra un ordigno pronto a esplodere, ma la miccia è finta. Serve solo a spaventare.Gli uomini della ‘ndrina però non sono soddisfatti. Quel macchinario non doveva finire sul guard rail: secondo i piani sarebbe dovuto cadere di sotto, nella scarpata. «Non valiamo nulla. Anzi, soprattutto tu non vali niente, perché io – ride, spaccone – io sarei andato. Che cazzo me ne sarebbe fottuto? Io non ho problemi con l’altezza. Io se mi devo buttare da una montagna, mi butto, non ho paura di buttarmi. Posso rompermi le gambe qualche volta. Lì sai cos’è stato? Non è caduto di sotto! Se fosse caduto lì sotto mi sarei divertito di più io!».
Quell’intimidazione non basta a ridurre la ditta a farsi viva. Bisogna tornare sul cantiere. La notte tra l’8 e il 9 marzo alla Fondazioni Speciali viene danneggiato un altro macchinario. Un semaforo finisce sotto la scarpata.Da un po’ di giorni, però, una microspia, che la Procura di Reggio Calabria aveva fatto installare nel bar, stava registrando tutti i colloqui dei boss. Gli inquirenti avevano potuto assistere in diretta al lavoro quotidiano di soprusi ed estorsioni della ‘ndrangheta. Potrebbero continuare a registrare per raccogliere altre prove. Ma c’è un imprevisto. Una talpa tra le forze dell’ordine ha avvertito i Nasone delle indagini in corso. A dire il vero, che ci fossero indagini in corso su di loro e che i magistrati fossero intenzionati a farli arrestare, i Nasone lo sapevano già da novembre. Lo era venuto a sapere Domenico Nasone e lo aveva raccontato a sua cugina Annunziatina che aveva avvertito suo fratello, Giuseppe Fulco, in carcere, dov’era andata a fargli visita accompagnata dalla madre.Nel verbale di questo colloquio, finora inedito, avvenuto nel carcere di Benevento l’11 novembre scorso e filmato a loro insaputa, la madre dice al figlio detenuto che «è tutto registrato». «Pure in cella», aggiunge la sorella. «Non devi aprire né bocca né niente», lo avvertono.Nelle indagini l’atteggiamento della ditta Fondazioni Speciali SPA risulta molto controverso, del resto. Leggere le carte, studiare, analizzare: ecco il protocollo che funziona.

Ma c’è dell’altro. Operazione “Alba di Scilla” a carico della cosca Nasone-Gaietti. Negli atti si legge:

Dalle intercettazioni telefoniche attivate in conseguenza delle denunce presentate (R.I.T. n°1718/11 – proc. pen. 6612/11 RGNR mod. 44), ed in particolare dalle conversazioni di seguito riportate, emerge il clima di timore ed omertà sorto tra i dipendenti della Fondazioni speciali spa in conseguenza di tali indimidazioni:

  • in data 25.08.2011, MUSUMECI Concetto
  • , responsabile del cantiere di Scilla per conto della Fondazioni speciali spa, riferisce ad un collaboratore quello che è successo la notte precedente in merito all’asportazione di un semaforo. Il collaboratore gli chiede se stanno continuando a lavorare. MUSUMECI gli riferisce di sì, che ci sono alcuni problemi con la direzione dei lavori e che ha saputo che la zona su cui stanno lavorando è una zona calda.

MUSUMECI C.:- Si, ci sei adesso?———————————————————————–//

CILLO:- Si, con i Carabinieri cos’era successo?————————————————-//

MUSUMECI C.:- Che questa notte hanno trafugato un semaforo, quello di monte!—————–//

CILLO:- Hanno?————————————————————————————-//

MUSUMECI C.:- Trafugato! Trafugato, che poi si è scoperto che non era stato trafugato ma solo rimosso e buttato giù per la scarpata.  E quindi niente abbiamo denunciato questo atto vandalico e sono arrivati, anche perché sembra che quella sia una zona calda e quindi particolarmente “attenzionata”. -//

(Conversazione del 25.08.2011 alle ore 16:36, registrata sull’utenza nr. 3939324493 in uso a MUSUMECI Concetto al progressivo n°9, R.I.T. n°1718/11)

  • in data 28.08.2011 MUSUMECI Concetto parla con ZAPPIA Salvatore, il quale gli racconta dell’anomalo danneggiamento del lunotto posteriore della propria autovettura. MUSUMECI Concetto gli consiglia di non far sapere in giro che lavora per conto della “Fondazioni Speciali” e pertanto di rimuovere dall’autovettura l’adesivo della ditta, ritenendo implicitamente che il danneggiamento sia stato effettuato proprio in quanto dipendente della predetta società.

ZAPPIA S.:- Pronto

MUSUMECI C.:-Ciao Totò

ZAPPIA S.:- Buon giorno!

MUSUMECI C.:-Ciao, mi hai chiamato?

ZAPPIA S.:- Ti disturbo?

MUSUMECI C.:-Eh?

ZAPPIA S.:- Ti disturbo?

MUSUMECI C.:-No, no dimmi … dimmi?

ZAPPIA S.:- Allora ieri sera mi hanno, non so se mi hanno rotto un vetro oppure è scoppiato in macchina.

MUSUMECI C.:-Cosa ti hanno scoppiato in macchina?

ZAPPIA S.:- Il vetro di dietro del porta bagagli!

MUSUMECI C.:-Ah!

ZAPPIA S.:- Non so se me l’hanno rotto o se è scoppiato, questo non lo so. Dentro non c’era nulla, fuori …incomprensibile….

MUSUMECI C.:-Ed è scoppiato da solo, ma dove?

ZAPPIA S.:- Sotto casa mia!

MUSUMECI C.:-Minchia! Ma tu non sei il Sindaco, il figlio del ….. o no?

ZAPPIA S.:- E che vuoi che ti faccio?

MUSUMECI C.:-Eh! Vedi quando ti dico di non parlare troppo perché,

quando … quando la situazione.. che … tu devi fare una cosa Salvo, quell’adesivo che gli hai messo cosi bello carino che si vede lì glielo devi togliere.

ZAPPIA S.:- Si lo so!

MUSUMECI C.:-Eh!

ZAPPIA S.:- Allora oggi vado dai Carabinieri 

MUSUMECI C.:-Fai denuncia contro ignoti. Non lo so scoppiare, che scoppia un vetro così?

ZAPPIA S.:- No, può anche .. può succedere  ..in teoria.

MUSUMECI C.:-Si va bene, però!

ZAPPIA S.:- Dentro non c’era nulla Concetto!

MUSUMECI C.:-Come?

ZAPPIA S.:- Dentro non c’era nulla.

MUSUMECI C.:-L’ho capito, ma non è detto che l’hanno spaccato per farti .. 

per rubarti qualcosa. Può essere che l’hanno spaccato così per sfregio, per dispetto, per farti danno insomma.

ZAPPIA S.:- Si va bene ma io non ho problemi, non ho mai avuto problemi con nessuno. Di questo ieri parlavo con mio padre.

MUSUMECI C.:-No, tu non hai mai avuto problemi con nessuno ma la macchina è Fondazioni Speciali

ZAPPIA S.:- Si lo so

MUSUMECI C.:-Nemmeno io ho mai avuto problemi con nessuno se no quelli che sappiamo però! 

(Conversazione del 28.08.2011 alle ore 13:05, registrata sull’utenza nr. 3939324493 in uso a MUSUMECI Concetto al progressivo n°116, R.I.T. n°1718/11)

  • in data 23.09.2011 MUSUMECI Concetto conversa con un soggetto non meglio identificato sulle difficoltà incontrate sul lavoro. L’interlocutore riferisce che “la cosa più brutta è l’aria che si respira”. MUSUMECI risponde a tale commento asserendo che da questo punto di vista “si sono calmati”, perchè egli è andato dai Carabinieri. L’interlocutore dice che, prima, quando non serviva, di fronte al cantiere c’era una postazione dell’Esercito, ora che potrebbe servire come protezione allo stesso quella postazione è stata rimossa.

UOMO:- La cosa più brutta è l’aria che si respira, veramente!

MUSUMECI C.:- Ma diciamo che da questo punto di vista si sono anche abbastanza calmati. Anche perché io me ne sono andato dove dovevo andare … dai Carabinieri ed ho detto senti o mi fanno lavorare oppure cioè non me ne fotte un cazzo!

(Conversazione del 23.09.2011 alle ore 09:57, registrata sull’utenza nr. 3939324493 in uso a MUSUMECI Concetto al progressivo n°2116, R.I.T. n°1718/11)

Per diversi mesi la ditta in questione non ha denunciato altre azioni intimidatorie, ciò fino ai primi giorni del mese di marzo 2012 allorquando sono state compiute e regolarmente denunciate dalla Fondazioni speciali spa le seguenti azioni delittuose:

  • la notte tra il 3 ed il 4 marzo 2012, presso il cantiere “PARATIA SCILLA” in cui la ditta Fondazioni speciali spa è impegnata in lavori di perforazione adiacenti alla strada Provinciale per Melia (comune di Scilla), viene liberato dai freni e dai fermi un compressore marca “INGERSOL”; il mezzo, collocato in un tratto di strada in discesa, va ad urtare contro uno spartitraffico in cemento, riportando danni rilevanti. Su tale compressore inoltre, viene rinvenuta posizionata una bottiglia di plastica contenente una sostanza liquida, avvolta da nastro da imballaggio di color marrone e con una finta miccia incendiaria realizzata con della carta arrotolata. 

Sul medesimo cantiere viene inoltre danneggiata una sonda marca “COMACCHIO” modello MC 1200 attraverso la distruzione del quadro di comando. Anche su tale mezzo viene posizionata una bottiglia di plastica avente le medesime caratteristiche di quella sopra indicata.

  • la notte tra l’8 ed il 9 marzo 2012, nel cantiere sopra indicato, viene ulteriormente danneggiato, mediante un corpo contundente, il quadro comando ed i tubi idraulici della sonda di cui sopra. Inoltre, il semaforo mobile presente sul cantiere, utilizzato per la regolazione della circolazione stradale, come già in occasione dell’atto intimidatorio compiuto il 25.08.2011, viene gettato nell’adiacente scarpata.

Ma c’è un punto che è interessante:

BURZOMATO e PUNTORIERI continuano a discutere sul come comportarsi all’interno del cantiere ed ipotizzano il rischio che il mezzo che vogliono danneggiare possa fermarsi sulla discesa a causa degli spartitraffico che sono stati posizionati in prossimità del cantiere (situazione che, come vedremo, si verificherà concretamente). Pertanto, BURZOMATO chiede a PUNTORIERI se non sia il caso di evitare di danneggiare i mezzi e limitarsi a posizionare solo delle bottiglie (“Per forza danni gli devi fare? E se gli mettiamo solo le bottiglie e basta?”). PUNTORIERI teme però che l’intimidazione non risulti  abbastanza chiara ed efficace (“E se non vengono? E se non vengono?”), in tal modo provocando la reazione di BURZOMATO, il quale lo rassicura affermando che in quel caso tornerebbero sul posto a bruciare i mezzi (“E se non vengono glieli bruciamo”). 

Il suddetto contesto dialogico conferma – se ve ne fosse bisogno – che i suddetti interlocutori stanno organizzando un’azione intimidatoria di tipo estorsivo ai danni di una ditta impegnata nei lavori di ammodernamento dell’autostrada SA-RC (nella specie la Fondazioni Speciali spa); l’espressione “se non vengono” non si presta infatti ad altra interpretazione, se non quella riferita al contatto che i rappresentanti della ditta danneggiata cercheranno al fine di regolare i conti con la cosca mafiosa operante a Scilla. 

(Per i curiosi l’ordinanza è qui in pdf)

Insomma basterebbe essere curiosi, scassaminchia, leggere e fare. Perché se le stranezze si notano nei blog non si capisce dove si perdano tra le decine di protocolli, comissioni, convegni sulla legalità e presentazioni di libri. Se ci è arrivato il Prefetto di Milano a intervenire significa che assistiamo al primato della Prefettura e quindi ha perso il primato della politica. Appunto.

Un patto per le storie (ballata per Mauro Rostagno)

24 anni fa moriva Mauro Rostagno. Ieri a Milano molti amici, artisti e persone hanno voluto ricordarlo. Questo il mio ricordo scritto e recitato per lui e la sua meravigliata complessità:

Facciamo un patto. Un regolamento per le storie. Per cercare di provare a tenerlo almeno in bilico questo paese che tende sempre a volere stare a testa in giù e raccontarci che sia comunque tutto così normale. Un patto mica solo per i professionisti, delle storie. Per tutti: chi le racconta, chi le ascolta, chi le vive, chi le subisce, chi le nasconde, chi le confessa e chi sente anche se gli mancano le ultime prove. Ci sono tutti, a pensarci bene. Un patto mica come un comandamento, molto più laico, divertitamente profano come quelle lotte senza bava alla bocca ma con la meraviglia della missione, che manca la tenda, le frecce e gli indiani per poter essere benissimo un pomeriggio tutti insieme in giardino.

Le frasi, prima. Le frasi che nel patto delle storie dovrebbero essere l’andata e il ritorno, l’inizio e la fine e insieme anche il cuore bianco: dice Francesco Milazzo (roba di mafia, per capirsi) che Francesco Messina gli disse “Per Rostagno abbiamo sistemato tutto”. Ecco così. Pronti, via. E la mettiamo la frase sul comodino pronta per usarla come coperchio per chiudere tutto prima di metterla in bella mostra sulla dispensa della cucina o sulla vetreria appena dentro il corridoio d’ingresso. Non è troppo importante il posto. Conta che ci passino spesso i nostri figli, e i figli dei nostri figli e gli amici che invitiamo a casa. E poi viene da solo che la storia si racconta da sola. Scavalca le generazioni con la leggerezza di un’onda di vento. E vive.

Poi facciamo che il protagonista non è il morto. Il protagonista è il vivo. Perché una storia con il morto finisce che è una memoria che non si può mica difendere e allora dentro la storia ci si infilano tutti per raccontare le cose loro che sono così banali, strumentali e oscene che hanno bisogno di infilarsi dentro i morti delle storie degli altri per meritare qualche riga di attenzione. Come una storia che parte dalla fine e serve solo quando è abbastanza fredda con le formiche e gli avvoltoi sopra. Niente formiche e niente avvoltoi, per favore nel patto che vogliamo fare per un’ecologia sana nel raccontare di questo Paese. La storia è del vivo, anche se ha la barba troppo lunga e fa paura alle signore al mercato, che la paura hanno bisogno di rivestirla con la giacca buona dell’odio per riuscire a conviverci, anche se il vivo ha sotto il palato i tempi che sono stati così vivaci e pieni che non si riescono a banalizzare con le etichette con cui si tranquillizzano le epoche, anche se il vivo ha quella curiosità così bambina, ogni anno più bambina di qualche giorno, da diventare una curiosità insopportabilmente leale e fiera, gioiosa e aperta, discutibile e discutente. Che “discutente” nemmeno esiste ma nel nuovo regolamento per le storie ogni parola che lascia un senso, un fastidio o un rumore addosso vale lo stesso. Esiste. Si parla del vivo, si chiede ai vivi, si racconta ai vivi. Si festeggia i compleanni prima del giorno che si muore ammazzati. Perché si festeggia il perché delle cose, con il nuovo patto per le storie, e se manca il perché delle cose non esiste finché qualcuno una volta per tutte non ce lo viene a raccontare. Come le parole che non esistono ma valgono lo stesso, le morti successe e con nemmeno un perché non valgono per essere commemorate. Ci si siede e si aspetta. Si aspetta un senso, un fastidio o un rumore addosso.

Facciamo che è abolita la paura: ogni parola la si pronuncia guardandola negli occhi appena evapora su davanti al naso appena detta. I mandanti sono quelli che scrivono la lettera per uccidere, gli assassini sono gli esecutori che portano la portata al tavolo (e non ci ha mai fatto impazzire l’arresto di un cameriere) e le protezioni sono quelle che curano che tutto fili liscio, come dei manuntentori della strada del proiettile dalla scatola, alle tasche, al tamburo, la pistola, l’aria, vento, faccia e poi le ossa o il marciapiede.

Dico, Mauro ci rideva anche quando si vedeva passare davanti alla faccia le parole. Per dire. Facciamo che teniamo le cose buone e che ci serve tenere sempre in tasca o nel portafoglio. Tipo, come diceva Mauro  “…agli uomini capita di mettere radici, e poi il tronco, i rami, le foglie… quando tira vento, i rami si possono spaccare, le foglie vengono strappate via: allora decidi di non rischiare, di non sfidare il vento. Ti poti, diventi un alberello tranquillo, pochi rami, poche foglie, appena l’indispensabile. Oppure te ne fotti. Cresci e ti allarghi. Vivi. Rischi. Sfidi la mafia, che è una forma di contenimento, di mortificazione. La mafia ti umilia: calati junco che passa la piena, dicono da queste parti. Ecco, la mafia è negazione d’una parola un po’ borghese: la dignità dell’uomo”.

Ecco ci teniamo le frasi buone. Quelle che tengono insieme il vento, le foglie, l’amore e la vita e riescono a raccontare comunque la merda. E ci scappa anche un sorriso mentre la racconti. Facciamo un regolamento per le storie. E decidiamo che ci ricordiamo i buoni e i cattivi. I buoni, come al solito, ce li teniamo come protagonisti per tenerli al centro e per ripararli dagli schizzi che qualcuno di corsa gli butterebbe volentieri in faccia e i cattivi in tutte le mille diversi forme di cattivi. I cattivi fieri di essere cattivi, quelli sono facili e vengono riconosciuti subito dai primi minuti. E i cattivi che vorrebbero rimbalzare tranquilli con la forma dei buoni: gli amici che dimenticano, i polemisti senza fantasia, le sicumere importanti che nessuno se la sente di mettere in discussione, quelli che sembra che scavano e invece spostano solo la sabbia e i cattivi che sono pagati per fare i buoni e se ne fottono perché il bipolarismo dell’etica e la labirintite della morale sono malattie molto in voga in questo paese a testa in giù.

Ecco facciamo che la memoria non la decidono i processi, questo no. Ma i processi una storia hanno il dovere di raccontarcela. Perché un fatto è un fatto perché è stato fatto e se è stato fatto c’è un chi, dove, come, cosa, quando e se siamo fortunati anche un perché. Senza quei sanguinosi sfilacciamenti che durano venti o trent’anni per riprendere il filo della storia. E la memoria è una vigilessa che si preoccupa prima, poi se ne occupa e poi non si addormenta. Semplice come una mamma.

Facciamo che ce la prendiamo la responsabilità della storia di Mauro. Di mettere insieme i pezzi. Di tenere al caldo quelli che abbiamo, di preparare il pennello quello degli archeologi per i pezzi che ci eravamo dimenticati in giro e che rovistiamo tra le siepi tutto intorno con la stessa attenzione come se ci fosse scoppiato per sbaglio il cuore. Poi mettiamo tutto in uno straccio, per riparare dall’umido dal freddo, e i pezzi li rimettiamo in fila girandoli per vedere qual è l’angolo in cui si attaccano e poi ci mettiamo il coperchio. Quello a forma di frase sul comodino pronto per usarla come coperchio per chiudere tutto.

“Per Rostagno abbiamo sistemato tutto”. Ci diciamo. E se riusciamo non spegniamo mica nemmeno il sorriso.

Poi la storia con le nuove regole delle storie in questo paese a testa in giù che vorrebbe convincerci che così è normale, la storia di Mauro la mettiamo in bella mostra sulla dispensa della cucina o sulla vetreria appena dentro il corridoio d’ingresso. Non è troppo importante il posto. Conta che ci passino spesso i nostri figli, e i figli dei nostri figli e gli amici che invitiamo a casa.

“Per Rostagno abbiamo sistemato tutto”. Ci diciamo. E poi viene da solo che la storia si racconta da sola. Scavalca le generazioni con la leggerezza di un’onda di vento. E vive.

(pubblicato su IL FATTO QUOTIDIANO)

Auguri Libera Como

Oggi nasce ufficialmente il presidio di Libera a Como nell’ambito della fiera “L’isola che c’è”.

In quel gruppo ci sono ragazzi con cui ci siamo confrontati in questi ultimi anni (nella Como delle locali di Erba, Canzo e Mariano Comense solo per stare in tema di ‘ndrangheta, e nella Como dei Fiori di San Vito e di Antonino Belnome) e per questo mi scappa di farvi gli auguri. Anche perché ogni volta che nasce un’associazione antimafia diventa inevitabile il dibattito sulle mafie. Quindi la vostra nascita è già un cambiamento di equilibri che può essere solo salubre.

 

La ‘ndrangheta che non tollera l’amore

18 marzo 1994. Pegli, Liguria. Maria Teresa ha quarant’anni ed è innamorata. Vedova è innamorata di nuovo, come quei fiori che rinascono quando ormai sembravano destinati a seccarsi. Vedova di un ‘ndranghetista e innamorata con un figlio giovane, Francesco Alviano, che a Rosarno in Calabria si è avvicinato a gente pericolosa, negli stessi giri del padre. Maria Teresa è con sua madre Nicolina Celano e la nipote Marilena Bracali, di ventidue anni. Tre donne in casa a Pegli, scappate dalla Calabria che ha incastrato i rami della loro famiglia, fuggite dagli uomini della cosca della Piana di Gioia Tauro. Tre donne morte ammazzate quel 18 marzo del 1994 a Pegli, così troppo poco lontana per scappare. Forse parlavano d’amore mentre venivano interrotte dall’irruzione dei killer.

Il sospettato numero uno è stato proprio il figlio di Maria Teresa, Francesco. Forse lei aveva raccontato del nascondiglio del boss che era stato arrestato esattamente 24 ore prima che lei partisse come partono le persone che  sentono addosso la puzza di morto e la vendetta. Forse Francesco doveva dimostrare di avere la caratura per una buona carriera, punendo la sfrontatezza infame della madre. Già così sarebbe una storia da pelle d’oca. Ma forse è anche peggio, forse. La pentita Giuseppina Pesce (la figlia del boss Salvatore, appunto, quello che insieme ai Bellocco controlla la Piana) ha raccontato un’altra verità: Maria Teresa si era innamorata e una vedova di ‘ndrangheta non può tradire il marito nemmeno da criminale e nemmeno da morto. Si era presa la licenza d’amare senza permesso. E doveva finire così. Chissà se avremo un cuore abbastanza grande per riuscire a ricordare e raccontare anche questa storia, tra le storie che gocciolano sangue.

 

(La notizia arriva fino a El Mundo: Una mujer debe ser siempre fiel al marido, siempre, incluso después de su muerte. La viuda de un mafioso tiene rigurosamente prohibido volver a casarse o mantener cualquier tipo relación sentimental, y si lo hace lo pagará con la vida. Eso establece el llamado código de honor de la mafia, un compendio del machismo y la brutalidad más absolutas que, por desgracia, aún sigue en vigor. )

Quanto è vicina la camorra e San Marino

Giovanni Tizian al solito scrive un pezzo preciso (e con nomi e cognomi, come piace a noi) sull’infiltrazione camorristica nel piccolo stato a forma di neo che è San Marino. Il copione è sempre lo stesso: riciclaggio, criminalità e politica. Gabriele Gatti e Fiorenzo Stolfi sono nomi della politica sammarinese (che noi continuiamo a considerare minuscola senza tenere conto del percolato che partendo da noi finisce per stagnare lì) che da tempo risultano chiacchierati:

E’ il sistema San Marino, raccontato nelle oltre 100 pagine di relazione conclusiva della Commissione consiliare Sammarinese sulle infiltrazioni mafiose.

Istituita per la prima volta nella storia di San Marino nel luglio 2011, la commissione dotata di potere di indagine, ha ascoltato decine di testimoni. Parole che raccontano di contatti diretti e indiretti tra il boss Francesco Vallefuoco – legato alla camorra napoletana del gruppo Stolder, al clan dei Casalesi e a esponenti di Cosa nostra- e alcuni politici sammarinesi. Nomi noti e importanti della vita istituzionale locale come Gabriele Gatti e Fiorenzo Stolfi, entrambi ex ministri della piccola Repubblica e tuttora consiglieri, il primo nel Partito socialista democratico cristiano, il secondo nei socialisti democratici.

La carriera di Gatti inizia nel ’74 quando entra nel Psdc. Da oltre trent’anni siede al Consiglio Grande e Generale (il parlamento sammarinese). Nel ’90 è stato presidente del Comitato dei ministri al Consiglio europeo. Il 2008 lo vede Segretario di stato alle Finanze, diretto interlocutore del ministro Giulio Tremonti durante i tentativi di accordi bilaterali tra Italia e San Marino. E infine l’anno scorso assume la massima carica di capitano reggente per la durata di sei mesi. 

Fiorenzo Stolfi, “il ministro Fiore” è il nome in codice affibbiatogli dal boss, è consigliere in Parlamento ed ex Segretario di stato agli Esteri. I sospetti e le responsabilità la commissione li fa ricadere su di loro. Sospetti e ombre che partono da due inchieste della primavera 2011 coordinate dalle procure antimafia di Bologna e Napoli, precedute da un altro ciclone giudiziario che ha travolto il Credito Sammarinese coinvolto in una storia di riciclaggio con un narcotrafficante della ‘ndrangheta. 

Dei seri accordi bilaterali (con San Marino ma anche la Svizzera, ad esempio) sulla trasparenza bancaria e finanziaria sarebbero sane pratiche antimafia che spettano tutte alla politica e non sembrerebbero nemmeno così difficili. Perché ogni tanto sorge il dubbio che gli stati cuscinetto (quando ero piccolo li sentivo chiamare così) servano a tenere calda la testa qui, prima di tutto.