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Se si spegne Telejato

Pino Maniaci e Telejato devono essere spenti. La notizia è di quelle che gelano il sangue perché Pino Maniaci e Telejato (con il suo telegiornale più lungo del mondo) da anni lottano per non essere spenti dalla mafia e invece alla fine a spegnerli sarà lo Stato. Non si sa se per superficialità, per miopia o per convergenza di interessi: certo quando lo Stato compie l’azione che la mafia ha tanto desiderato ne esce sconfitto il buon senso, la tutela del coraggio e la custodia delle fragilità attive.

Non serve solidarietà pelosa. Telejato, Pino e la sua famiglia ne hanno ricevuta a tonnellate in questi anni (buona e non buona). Serve mobilitarsi con un obiettivo chiaro: sappia il Governo cosa sta spegnendo, decida dopo aver conosciuto la vita, il progetto e le lotte di Telejato e dia delle spiegazioni. La mobilitazione deve puntare a chiunque possa scrivere un’interrogazione, un ordine del giorno o una mozione tra gli scranni del Parlamento. E noi possiamo chiederlo (e dobbiamo chiederlo) con insistenza: come Pino quando tiene in mano il microfono.

#preferenzepulite per Articolo21

pubblicato su Articolo21

C’è un porcellum più odioso di qualsiasi alchimia elettorale dei partiti o tecnici di governo che arrancano per preservarsi. E’ una dinamica elettorale odiosa perché cresce sulla disattenzione degli onesti e lascia praterie da percorrere da indisturbati a pezzi di criminalità organizzata. L’utilizzo del voto di preferenza è il modo democratico per dichiarare che quella persona, quel nome e cognome, è il portatore dei nostri interessi leciti. E’ passato questo concetto? Tra i siti di informazione, i giornali, i blog ci siamo preso la responsabilità di dichiarare con forza che la lobby degli interessi leciti è obbligatoria per una cittadino utile alla democrazia? Perché negli ultimi anni ci siamo stupiti per i successi elettorali di uomini vicini alla criminalità organizzata e non ne abbiamo studiato le cause? Le mafie negli ultimi anni hanno utilizzato la convergenza sulle preferenze per avere la certezza di un proprio uomo all’interno delle istituzioni. Hanno vinto non solo sul piano dell’illegalità ma anche (e soprattutto) sulla consapevolezza e la conoscenza dei meccanismi politici. Noi non siamo stati abbastanza vivi: non abbiamo raccontato, analizzato, spiegato, alzato la voce. Per questo io e Pippo Civati chiediamo a voi (e a noi) di sfruttare le prossime amministrative per recuperare il tempo perso. La campagna #preferenzepulite è un memorandum per tutti: scegliete il vostro sindaco, la vostra coalizione ma presidiate anche il consiglio comunale scegliendo il vostro consigliere. Più si alza la soglia numerica di preferenze per entrare in Consiglio Comunale e più le mafie saranno disturbate nei loro uomini. E poi, in fondo, ogni volta che si sfrutta una possibilità di esprimere un voto, vince la Costituzione e la Democrazia.  Nelle ultime elezioni amministrative la criminalità organizzata ha avuto gioco facile nell’eleggere un consigliere all’interno delle istituzioni a cui fare riferimento e su cui esercitare le proprie pressioni. I dati elettorali degli ultimi anni indicano chiaramente come bastino qualche decina di voti per entrare nei consigli comunali di città importanti per dimensione, posizione e attività sul territorio. Ne parla spesso anche Nando Dalla Chiesanel suo decalogo antimafia e le ultime operazioni contro le mafie (anche in Lombardia) hanno stilato l’elenco dei nomi e dei cognomi.  Se ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra utilizzano lo strumento del voto di preferenza meglio e più consapevoli della stragrande parte degli elettori il problema non è solo politico: è un problema di cittadinanza praticata troppo poco. Se le mafie dimostrano di conoscere gli strumenti democratici e di utilizzarli a proprio vantaggio significa che anche su questo punto noi dobbiamo provare ad essere più vivi. Il “porcellum mafioso” è garantito dagli argini troppo bassi.  Per questo chiediamo in questi ultimi giorni di campagna elettorale che i candidati sindaci, la stampa, i partiti, la rete e la società civile alzino la voce sull’uso responsabile della preferenza da esprimere nel seggio. Indicare un cognome di cui fidarsi e a cui affidarsi non è solo il modo per non delegare solo alla coalizione l’attenzione per i punti di programma e avere una persona di riferimento; dare il voto di preferenza significa alzare l’argine contro le mafie per rendere più difficile la loro gestione del consenso.

Votate. E date una preferenza.

Su twitter #preferenzepulite

Giulio Andreotti, il politico bifronte

DA LEFT di SIMONA MAGGIORELLI

Andreotti non è stato assolto. “Ma in Italia la parola prescrizione viene scambiata per assoluzione”. Denuncia lo scrittore e attore Giulio Cavalli. Che nel libro L’innocenza di Giulio ricostruisce i rapporti fino al 1980 fra il senatore e la mafia.  Intano la gestione andreottiana del potere, con rapporti pericolosi con malavita e lobbies, ha  fatto scuola in Italia 

Vero è che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani è convinta (in perfetta buona fede, perché questo le è stato fatto credere con l’inganno) che Andreotti sia innocente. Di più: vittima di una persecuzione», scrive Gian Carlo Caselli nella prefazione al libro di Giulio Cavalli L’innocenza di Giulio.Andreotti e la mafia(Chiarelettere).

Un testo che ha il merito di raccontare in modo puntuale come sono andate veramente le cose, riportando in primo piano il fatto che «l’imputato fu dichiarato responsabile del delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra per averlo commesso fino al 1980», per dirla ancora con le parole di Caselli che, come capo della procura te dell’opinione pubblica italiana».

Anche per questo, per «un dovere di civile di ripristinare la verità storica» l’autore de L’innocenza di Giulio sta viaggiando in lungo e in largo per la penisola presentando il libro con intellettuali e magistrati, cercando di stimolare un pubblico dibattito:( il 29 al festival del giornalismo di Perugia con Caselli e il 30 a Milano con l’avvocato Umberto Ambrosoli, figlio di quel Giorgio Ambrosoli che si trovò ad indagare sulla banca di Sindona e che non si piegò ai ricatti. Per questo fu ucciso nel 1979.

Nel frattempo, per raggiungere un pubblico ancora più vasto, L’innocenza di Giulio è diventato anche uno spettacolo teatrale. In scena Cavalli ingaggia un serrato corpo a corpo con il “Divo Giulio” che, a mani giunte, giganteggia nella scenografia alle sue spalle. Accanto alla verità processuale sul palcoscenico si concretizza l’ombra non di uno statista, bensì di un «uomo dalla tiepida umanità», capace di battute agghiaccianti, come quella volta che, intervistato sull’assassinio di Ambrosoli ebbe a dire «se la è andata un po’ a cercare». «Nello spettacolo ho inserito alcune di quelle funeree battute che Andreotti era solito fare; espressioni feroci, per esempio, verso il generale Dalla Chiesa, che lasciano senza fiato»

. Il teatro dunque come un’altra faccia di quell’impegno civile, come tramite artistico per fare informazione in modo pio. Accanto alla verità processuale sul palcoscenico si concretizza l’ombra non di uno statista, bensì di un «uomo dalla tiepida umanità», capace di battute agghiaccianti, come quella volta che, intervistato sull’assassinio di Ambrosoli ebbe a dire «se la è andata un po’ a cercare».

«Nello spettacolo ho inserito alcune di quelle funeree battute che Andreotti era solito fare; espressioni feroci, per esempio, verso il generale Dalla Chiesa, che lasciano senza fiato». Il teatro dunque come un’altra faccia di quell’impegno civile, come tramite artistico per fare informazione in modo più intenso ed efficace.

«Penso che serva un linguaggio nuovo. Ma anche che sia venuto il tempo di fare una storia dell’antimafia pop», chiosa Cavalli, con un pizzico di provocazione. «Ma autenticamente pop, ovvero popolare. Non credo che la pericolosa perdita di memoria e di partecipazione che attanaglia l’Italia abbia bisogno solo di un nuovo Pier Paolo Pasolini, di intellettuali profeti. Penso piuttosto che sia necessario parlare semplice e chiaro perché la gente possa farsi autonomamente la propria opinione».

Il Fatto Quotidiano sulla campagna #preferenzepulite

Lombardia, appello alle “preferenze pulite” contro il voto mafioso

A pochi giorni dalle elezioni amministrative, i consiglieri regionali Civati (Pd) e Cavalli (Sel) esortano i cittadini a sostenere i propri candidati. Per contrastare il consenso organizzato della criminalità. Gratteri: “La ‘ndrangheta fa politica al nord da decenni”

In Lombardia pochi cittadini esprimono preferenze nel voto amministrativo, mentre i gruppi mafiosi concentrano efficacemente il loro consenso sui candidati “amici”. Così due consiglieri regionali,Giuseppe Civati del Pd e Giulio Cavalli di Sel, in vista delle elezioni di maggio lanciano la campagna “Preferenze pulite” (anche su twitter) e invitano i cittadini a indicare sulla scheda “un cognome di cui fidarsi e a cui affidarsi”. Facendo propria una battaglia lanciata da Nando dalla Chiesa, che nel “decalogo antimafia” illustrato nel suo libro La convergenza mette al punto 8 “Spendi il tuo voto”. Perché, scrive il sociologo, “la mafia cede i suoi pacchetti di voti ai candidati in cambio naturalmente di favori, senza distinzione di partito, anzi in tutti i partiti. Così noi dobbiamo utilizzare il nostro voto in funzione antimafia”.

Il ragionamento parte dai numeri: nei piccoli centri possono bastare poche decine di voti per piazzare il proprio uomo in consiglio comunale, che poi tornerà utile quando si discuteranno appalti, licenze edilizie e altri potenziali business. Basti a pensare che in una grande metropoli come Milano l’ultimo degli eletti siede in consiglio con 461 voti. Il “porcellum mafioso”, insomma, “è garantito dagli argini troppo bassi”. Da qui l’appello perché “i candidati sindaci, la stampa, i partiti, la rete e la società civile alzino la voce sull’uso responsabile della preferenza da esprimere nel seggio”.

Anche a Milano “nelle ultime elezioni amministrative la criminalità organizzata ha avuto gioco facile nell’eleggere un consigliere all’interno delle istituzioni a cui fare riferimento e su cui esercitare le proprie pressioni”, affermano Civati e Cavalli in un comunicato. Nomi e cognomi “stanno nelle ultime operazioni contro le mafie”. E sono tanti. Per lo più non indagati, ma colti dagli investigatori in stretti rapporti con i boss. Per esempio Armando Vagliati, consigliere comunale del Pdl in assiduo contatto con Giulio Lampada, finito in carcere per associazione mafiosa. O quelli citati nelle fitte telefonate nelle quali Carlo Chiriaco, direttore dell’Asl di Pavia oggi sotto processo a Milano per concorso esterno, discuteva su quali cavalli puntare i voti a disposizione di presunti boss “lombardi” come Pino Neri e Cosimo Barranca. E tanti altri casi di consiglieri e assessori di comuni dell’hinterland di Milano che la ‘ndrangheta considera, a torto o a ragione, “a disposizione”.

L’operazione Crimine-Infinito del 13 luglio 2010 “ha messo in luce le connessioni delle cosche con 13 esponenti politici lombardi”, ricordava l’anno scorso Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a reggio Calabria.”Sindaci, assessori, consiglieri comunali, provinciali e regionali, deputati e semplici candidati. I media ne hanno parlato per qualche giorno poi niente più”. L’iniziativa di Civati e Cavalli, dice a ilfattoquotidiano.it, va bene ma è “un palliativo”, perché “i candidati puliti possono anche essere specchietti per le allodole infilati tra faccendieri a sostegno di candidati sindaci collusi con la ‘ndrangheta”. Secondo Gratteri, meglio sarebbe “agire a monte, sulla scelta dei candidati, con una legge elettorale diversa e con le primarie”. Il magistrato conferma che il voto mafioso esiste in Lombardia, come in Piemonte e in Liguria, “da decenni”. Le locali di ‘ndrangheta si danno da fare ” a destra come a sinistra”. E’ vero, sono “minoranze, ma qualificate e organizzate in blocco, mentre la società civile va alle urne in ordine sparso”.

Sonia Alfano non è più in IDV. E fanno finta di niente.

La newsletter di Niccolò Rinaldi, capo delegazione IDV in Europa e membro dell’Ufficio di Presidenza del partito:

Pur ormai fuori dalla delegazione IdV, vista la divergenza con le scelte condivise dal partito in Sicilia e altrove, ma sempre parte della più larga delegazione italiana che rappresento nel gruppo ADLE, Sonia Alfano é stata eletta Presidente della Commissione temporanea sulla criminalità organizzata che abbiamo fortemente voluto per far capire al resto dell’UE che mafia, evasione fiscale, corruzione, sono tutti drammi di uno spazio comune dell’illegalità al quale non fanno ancora fronte volontà e strumenti comuni a tutta l’Europa. Evviva: col concorso di tanti anche questo é stato un successo, anche se ora la commissione dovrà rimediare a un involontario peccato originale: presidente, relatore, e un vicepresidente sono italiani, fatto anomalo in un organo europeo, quasi a dire che é cosa nostra…

 

#preferenzepulite una campagna per le amministrative

Nelle ultime elezioni amministrative la criminalità organizzata ha avuto gioco facile nell’eleggere un consigliere all’interno delle istituzioni a cui fare riferimento e su cui esercitare le proprie pressioni. I dati elettorali degli ultimi anni indicano chiaramente come bastino qualche decina di voti per entrare nei consigli comunali di città importanti per dimensione, posizione e attività sul territorio. Ne parla spesso anche Nando Dalla Chiesa nel suo decalogo antimafia e le ultime operazioni contro le mafie (anche in Lombardia) hanno stilato l’elenco dei nomi e dei cognomi.

Se ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra utilizzano lo strumento del voto di preferenza meglio e più consapevoli della stragrande parte degli elettori il problema non è solo politico: è un problema di cittadinanza praticata troppo poco. Se le mafie dimostrano di conoscere gli strumenti democratici e di utilizzarli a proprio vantaggio significa che anche su questo punto noi dobbiamo provare ad essere più vivi. Il “porcellum mafioso” è garantito dagli argini troppo bassi.

Per questo chiediamo in questi ultimi giorni di campagna elettorale che i candidati sindaci, la stampa, i partiti, la rete e la società civile alzino la voce sull’uso responsabile della preferenza da esprimere nel seggio. Indicare un cognome di cui fidarsi e a cui affidarsi non è solo il modo per non delegare solo alla coalizione l’attenzione per i punti di programma e avere una persona di riferimento; dare il voto di preferenza significa alzare l’argine contro le mafie per rendere più difficile la loro gestione del consenso.

Votate. E date una preferenza.

Su twitter #preferenzepulite

Giulio Cavalli e Pippo Civati

La Lega e la mafia

Un articolo importante di Lirio Abbate per centrare un punto che sembra fin troppo inosservato. E per uscire dalla questione del Trota o dei diamanti. E perché Maroni forse (vista la retorica antimafia di questi ultimi anni) dovrebbe risponderci anche su questo. Qui non bastano le scope di saggina.

Il tesoriere lumbard e l’ex cassiere dei Nar. Insieme in affari con ‘ndrangheta e massoneria. Ecco cosa emerge dalla sorprendente indagine reggina. Che rilegge la storia del Carroccio
(di Lirio Abbate – l’Espresso)

Il tesoriere della Lega e l’ex cassiere dei terroristi neofascisti: una connection da brivido che emerge dagli atti dei magistrati. Non l’unica, perché tutta l’indagine condotta dalla procura antimafia di Reggio Calabria sugli affari spericolati del Carroccio mostra un incredibile filo nero che corre lungo tutta la Penisola, intrecciando massoneria, ‘ndrangheta, eversione, fino ad arrivare a casa Bossi: il tradimento di tutti gli slogan dell’orgoglio padano, quasi uno sfregio per l’identità legalitaria lumbard. Un’inchiesta solo apparentemente sorprendente: vent’anni fa, nel momento di massima crisi della prima Repubblica, lo stesso disegno venne tentato da fratellanze deviate, estremisti di destra e padrini per replicare a Sud il partito lumbard di Umberto Bossi. Oggi a muoversi su quel solco è stato Francesco Belsito, che si autodefiniva “il tesoriere più pazzo del mondo”: è nato a Genova, ma da una famiglia di immigrati che ha mantenuto radici forti tra Pizzo Calabro e Vibo Valentia.

In quella zona hanno sede le logge più potenti del Meridione, capaci di mobilitare i fratelli in ogni parte del pianeta e metterli “a disposizione” degli altri iscritti. Una vocazione massonica che – stando agli investigatori – avrebbe trovato adepti anche nelle file della Lega. Così Belsito entra in contatto con un altro calabrese residente a Genova: Romolo Girardelli, detto “l’ammiraglio”, con una militanza di estrema destra e considerato dagli inquirenti vicino alla potente cosca De Stefano. Dall’intesa tra i due si apre un canale che sarebbe servito per ripulire grosse somme di provenienza oscura: soldi da far transitare attraverso le casse della Lega.

Sull’origine di questi fondi ora indaga il pm Giuseppe Lombardo, che sta facendo analizzare migliaia di ore di intercettazioni per ricostruire la rotta del denaro e i suoi sbocchi. A partire da uno studio del centro di Milano, proprio accanto a piazza San Babila, dove ha sede la Mgim srl: una sigla di cui è socio Pasquale Guaglianone, altro calabrese trapiantato a Nord con una storia personale tutta a destra. In gioventù è stato un membro dei Nuclei Armati Rivoluzionari, NAR, gestendo la cassa della formazione di Giusva Fioravanti e Massimo Carminati: dal casellario giudiziario risulta una condanna a suo carico per banda armata e associazione sovversiva. Nel 2006 si è candidato alla Camera nelle liste di Alessandra Mussolini, poi si è schierato con Ignazio La Russa, a cui è ancora politicamente legato. Ma negli ultimi anni è stata soprattutto la sua attività di commercialista, curando le iniziative di aziende meridionali, a renderlo molto ricco. Ed è nel suo studio che approda un trentenne reggino, Bruno Mafrici, ingaggiato come consulente personale da Belsito quando era sottosegretario del ministroRoberto Calderoli: al telefono il giovane dottore in giurisprudenza mostra entrature profonde nella politica calabrese, incluso il governatore Scopelliti, e una fiorente attività anche in società estere.

Le intercettazioni effettuate dalla Dia di Reggio Calabria hanno permesso di ricostruire una lunga catena di affari in cui veniva utilizzata la “cassa” della Lega Nord, ma la strategia finanziaria era partorita nello studio di cui è socio Guaglianone. In questo modo in un ufficio a 500 metri dal Duomo di Milano, seduti attorno a una scrivania, i calabresi – ognuno dei quali aveva in tasca la tessera della Lega, la collaborazione con un ministro padano, l’iscrizione a una loggia massonica, un passato da estremista di destra e collegamenti con la ‘ndrangheta – decidevano dove spostare grossi capitali.

Quanti? E dove sono finiti? È questo che l’indagine deve accertare, analizzando i pc e l’iPad sequestrati al tesoriere, seguendo la pista delle conversazioni e dei pedinamenti di Belsito e compari attraverso i palazzi del potere: le visite ai ministeri, le entrature nelle aziende statali, le mediazioni private per garantire lucrosi contratti. Quando il tesoriere verde fa affari conFincantieri, corteggia Finmeccanica o sollecita convenzioni pubbliche agisce in conto proprio o è l’emissario dei suoi sponsor più spregiudicati?

Nel primo rapporto investigativo, la Dia sottolinea anche l’intreccio politico di fondo. Fin troppo simile al modello di quella clonazione meridionale del Carroccio tentata nei primi anni Novanta. Per questo gli investigatori stanno rileggendo una storia solo in apparenza remota, che risale agli albori della seconda Repubblica. Dagli accertamenti infatti emerge che quei movimenti sudisti “stabilirono rapporti con la Lega Nord” favoriti dal fatto che, soprattutto alle origini, vi erano importanti personaggi “legati alla massoneria” nel partito di Bossi. Un pentito di grande attendibilità come il mafioso Leonardo Messina sottolineò il ruolo del professore Gianfranco Miglio, l’ideologo della prima espansione bossiana. In quel periodo ci fu un proliferare di leghe meridionali, sponsorizzate da Licio Gelli, dall’ex esponente di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, con “l’appoggio fornito da Umberto Bossi alle loro iniziative anche con la diretta partecipazione ad alcune manifestazioni”.

L’impronta nera è molto marcata anche a Nord. Fin dalla nascita del movimento, e in particolare all’interno della Liga Veneta, è presente una significativa componente legata agli ambienti dell’eversione neofascista. Risulta, da accertamenti eseguiti dalla Dia, che all’epoca venne candidato nelle liste della Liga Veneta, in alcune consultazioni elettorali, l’avvocato Stefano Menicacci, con un passato di primo piano negli ambienti degli attivisti della destra estrema, legale di Delle Chiaie, ma anche del leader della Liga Franco Rocchetta. Gli inquirenti antimafia che hanno analizzato il passato della Lega Nord, sono giunti alla conclusione che l’avvocato Menicacci è “l’elemento di collegamento principale” fra la Liga Veneta e le iniziative leghiste centro-meridionali sviluppatesi negli anni Novanta.

“C’è un grande passato nel nostro futuro”, gridavano i nostalgici del Ventennio. E ora questo slogan sembra tornare vivo nella mescolanza di politici, affaristi e uomini d’oro che ha già portato alla fine dell’era di Umberto Bossi.

Sonia e la lingua comune in Europa contro le mafie

Per la prima volta il Parlamento Europeo, dimostrando di aver compreso la minaccia rappresentata dal fenomeno mafioso, istituisce un organismo finalizzato alla predisposizione e all’attuazione di politiche di contrasto alla criminalità organizzata, alla corruzione e al riciclaggio di denaro a livello globale. La Commissione CRIM, composta da 45 membri del Parlamento e il cui mandato avrà la durata di un anno, rinnovabile per una volta, si occuperà di studiare in maniera approfondita la minaccia criminale mafiosa, e, nel contempo, di mettere allo stesso tavolo tutti gli organismi che, a livello nazionale, europeo e internazionale, sono impegnati nella lotta al crimine organizzato, al fine di rafforzarne la cooperazione. Sonia Alfano ce ne aveva parlato a Milano per #nonmifermo. Ora Sonia ne è presidente.

Io e Sonia non ci siamo mai lasciati e per questo mi brilla il cuore vederla lì. E’ una vittoria al merito, al suo lavoro, all’impegno e alla buona politica. Nonostante qualche mentitor cortese di troppo che le gira intorno e le difficoltà di un percorso così lungo e arduo.

Nella sua intervista al Corriere dichiara: «Bisogna che dentro tutti gli Stati membri si parli la stessa lingua nella lotta al crimine. L’Europa ha perso tempo nel prendere coscienza, mentre la mafia non ha mai considerato un problema i confini geografici. Per fare questo ascolteremo procuratori dei vari Paesi, gli investigatori, le associazioni che si occupano di contrasto al crimine». Ed è un inizio pieno di speranza.

Buon lavoro, Sonia.

(Vicepresidente è Rosario Crocetta. Per dire. Un’Italia migliore che già c’è.)

Per fare chiarezza sul processo Dell’Utri

La stampa, in primo luogo, ha erroneamente scritto che la V Sezione Penale della Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza d’Appello del Tribunale di Palermo, accogliendo il ricorso della difesa Dell’ Utri e che il giudizio ripartirà da un nuovo processo d’Appello.
In realtà, non tutto il processo per concorso esterno in associazione mafiosa è stato rinviato a un nuovo appello: la Cassazione ha confermato in via definitiva l’assoluzione  per i fatti che gli venivano contestati dopo il 1992, per aver costituito il tramite di un’alleanza politica tra la mafia e il partito di Forza Italia; ha annullato la sentenza e rinviato il processo a un nuovo appello a Palermo, ma solo “nel capo relativo al reato del quale l’imputato è stato dichiarato colpevole”, dunque le accuse fino al 1992. L’assoluzione per l’accusa di concorso esterno per il periodo successivo, contestazione dovuta al fatto di essere stato vicino agli interessi di cosa nostra attraverso la politica, invece, è confermata in via definitiva. Pertanto, è stato assolto. Il nuovo processo d’appello potrà condannarlo solo per il capo di imputazione che si conclude prima della fine del 1992, dunque precedentemente al momento in cui Dell’Utri intrecciava rapporti politici con Berlusconi e Fininvest.

L’analisi di Manila Filella la potete leggere sul sito di #nonmifermo.

Francesco greco sul libro ‘L’innocenza di Giulio’

Felliniano, pasoliniano, staliniano, reganiano, obamiano: trasfigurarsi in aggettivo è facile, un sogno alla portata di tutti. E’ però quando si va oltre e si diventa anche sostantivo che si lascia una traccia nella Storia, ci si apre un varco nel tempo. Andreotti è allo stesso tempo aggettivo e sostantivo: come Mao, Craxi, Berlusconi, la Tachther, De Gaulle, Lenin, Marx, ecc. Che cos’è l’andreottismo se non un modo originale di stare nella vita, sulla scena politica ponendosi di ¾, modulati su un’ambiguità quasi antropologica, sfumati, l’aria svagata e assente di chi passa per caso? Con l’atout di un’astuzia e un sarcasmo sempre all’erta (volpi in pellicceria e potere che logora chi non ce l’ha), che a volte sconfina nel cinismo che dà un brivido freddo nella schiena, perchè “la politica è sangue e merda, un animale selvaggio”?

64 anni di potere “che si spalmano come un’ombra”, visibile e invisibile. 7 volte premier, 8 ministro della Difesa, 5 agli Esteri, 2 alle Finanze, e poi all’Industria, al Bilancio, al Tesoro, all’Interno, alle Partecipazioni Statali, ai Beni Culturali. E tuttavia, citando Ludwig di Baviera, potrebbe dire: “Voglio restare un enigma”. Che nemmeno il mitico archivio dai faldoni gonfi di carte, posto che un giorno si potrà avere accesso, aiuterà a decodificare (ma quelle del Sifar, di cui pure si autorizzò la distruzione, si ignora dove finirono per davvero…).

La parabola inizia nel 1927: un ragazzino sale sul tram, uno zoppo gli calpesta un piede cercando di scendere, si scusa dicendo che è un mutilato: “Se tutti i mutilati passassero sui miei piedi sarei rovinato”. Buona la prima. Nel 1944 è eletto membro del Consiglio nazionale Dc, e master di botte piena e moglie ubriaca: scrive su “La rivista del lavoro” (filofascista) e sul “Popolo” clandestino diretto da don Sturzo. Eccolo alla messa ogni mattina accanto a De Gasperi, la sua prima sponda in politica. Lo statista ha gli occhi socchiusi, on line col Padreterno? Andreotti invece si connette più terra terra: “A me il prete rispondeva”, dichiara in un’intervista a Montanelli. Occhiali quadrati, viso di una fissità da statua di cera, nessuna emozione al funerale (di Stato) di Moro (senza il corpo ancora caldo e con la famiglia incazzata, giustamente, con la classe politica italiana): nell’aria vaga minacciosa la frase diretta ai mandarini scudocrociati: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. E nessuna ruga la increspa nemmeno i dieci anni (1994-2004) del processo per mafia da cui esce assolto, “quella sentenza è diventata un manuale della menzogna… l’assoluzione più colpevole della storia d’Italia”. Un processo che è anche alla Dc, a un sistema di potere (consociativo), nonostante l’altra celebre frase dello statista pugliese: “La Dc non si farà processare nelle piazze”.

Ma il passato non passa, specie in un Paese dove i chiaroscuri di ieri si riverberano sinistri sull’oggi, e poi la Storia è sempre work in progress, si riscrive di continuo, sia perché fanno irruzione nuovi format analitici (si pensi alla psicoanalisi), sia perché emergono documenti, testimonianze, visioni, contesti. “L’innocenza di Giulio” (Andreotti e la mafia), di Giulio Cavalli, Chiarelettere, Milano 2012, pp. 156, Euro 11 (progetto grafico David Pearson), rilegge il personaggio-Andreotti e scandaglia, con gli strumenti di un giornalismo serio, anglosassone, analitico (l’opposto delle merende sociologiche nel salotto buono di Vespa e il ruffianismo alla Fede), il rapporto fra lo statista e la mafia, gli aspetti rimasti fuori, o solo sfiorati, in tribunale, al “processo del secolo”, come se Cosa Nostra, senza referenti politici, intra ed extra moenia, avesse potuto radicarsi nell’anti-Stato e transustanziarsi in soggetto politico (cosa che non riuscì, nel 1978, anche per la fermezza di Andreotti, alle Br).

La prefazione non poteva che portare la firma di Gian Carlo Caselli, capo della Procura di Palermo “dove avevo chiesto di essere mandato dopo le stragi di Falcone e Borsellino”. Mostrificato (si passi la parolaccia), e anzi destinatario di una legge contra personam per aver “osato prima indagare e poi processare il Divo Giulio… un imputato troppo innocente” in un processo in cui “la verità è fatta a brandelli” e che pure nel 1992, anno che doveva avere “il profumo della consacrazione”, manca l’ascesa al Colle più alto solo per un fatto di curiose sinergie: è l’inizio della stagione delle stragi e col corpo ancora caldo di Falcone, e gli uomini della scorta, a Capaci, sarebbe stato troppo anche per un uomo al crocevia di tutti i misteri italiani dal dopoguerra a oggi (Fiumicino, Sifar, Italcasse, Ambrosoli, Sindona, Calvi, Piazza Fontana, Italicus, Bologna, Gladio, Marcinkus, P2, ecc.), che pure Cossiga nel 1991 nomina senatore a vita e, crollata la Dc sotto il maglio delle inchieste, si ricicla nell’Udc come un “padre della patria” e che se non è colluso è almeno ingenuo: per i pentiti avrebbe ricevuto Badalamenti e cacciato con Bontate e uno come lui non avrebbe annusato la fine di Piersanti Mattarella.

Piace la modulazione ironica di Cavalli (che è consigliere regionale in Lombardia e facendo bene il suo lavoro è finito sotto scorta: accade in un Paese strambo in cui ti indicano la luna e guardi il dito), il solo approccio che consente di trattenere un furore etico che balugina qua e là e che dovrebbe essere di massa e invece è faccenda di nicchia, nel canovaccio di una cultura della rimozione e dell’amnesia, un brodo primordiale in cui rimesta senza remore la tv-spazzatura e l’effetto -narcosi che diffonde nelle case e nelle menti.

da prolocodelsalento