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Mafia: il disegno della figlia del boss incastra gli assasini

Aveva sette anni, sognava di diventare una ballerina. La sera del 26 ottobre 2000, stava tornando a casa con il suo papà, dopo la lezione di danza. All’improvviso, un posto di blocco. Un uomo che indossava una pettorina con la scritta polizia alzò una paletta e disse: “Deve venire con noi”. Il padre capì: “Non fate del male alla bambina – sussurrò – vi seguo”. E sparirono nel buio di una strada di campagna. Mezz’ora dopo, la bambina stava già disegnando in una caserma dei carabinieri quella scena: l’uomo con la paletta e la pettorina della polizia accanto a tre uomini. Non erano poliziotti, ma killer della mafia inviati a sequestrare il padre della piccola, il mafioso Giampiero Tocco, entrarono in azione a Torretta, alle porte di Palermo.

Diciassette anni dopo, hanno un nome gli assassini: i carabinieri del nucleo Investigativo di Palermo hanno fatto scattare un blitz per quattro persone. Quattro, proprio come diceva il disegno della bambina, che è diventato uno straordinario riscontro alle dichiarazioni dell’ultimo pentito di mafia, Antonino Pipitone. Quattro e non tre, come aveva detto un altro collaboratore di giustizia. L’ordinanza di custodia cautelare è stata firmata dal gip Fabrizio La Cascia. Le indagini dei sostituti procuratori Roberto Tartaglia, Annamaria Picozzi e Amelia Luise accusano adesso Salvatore Gregoli, Giovanbattista e Vincenzo Pipitone, poi anche Freddy Gallina, fermato negli Stati Uniti dall’Fbi per immigrazione clandestina, è già scattato il provvedimento di espulsione verso l’Italia.

“Toco era sospettato di avere avuto  un ruolo nell’omicidio di Peppone Di Maggio”, ha spiegato l’ultimo pentito di mafia. “Prima di essere ucciso, fu interrogato dal boss Salvatore Lo Piccolo, che insisteva per sapere chi avesse organizzato il delitto”. Tocco rispose che l’ordine era venuto da “qualcuno molto in alto”. Lo Piccolo urlò: “Non hai capito, l’alto sono io”. E Giampiero Tocco venne strangolato. Poi, lo sciolsero nell’acido.

“Conta poco che siano trascorsi 17 anni – dice il colonnello Antonio Di Stasio, il comandante provinciale dei carabinieri – il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che facciamo mentre sta passando, diceva Einstein. Ed oggi si è riusciti ad aggiungere all’indefinito puzzle della storia di mafia un altro frammento di verità”.

(fonte)

«Testimonio contro la mafia ma nessuno mi protegge»: la mia intervista a Angelo Niceta

(pubblicata sul numero di Left in edicola la scorsa settimana)

I PM hanno chiesto per lui lo status di testimone di giustizia ma è stato bollato come “pentito” e abbandonato. Anche se non è indagato per mafia. A colloquio con Angelo Niceta.

Angelo Niceta ha 46 anni e aveva di fronte tutta una vita con le comodità della peggiore borghesia palermitana, quella che puzza di massoneria e rapporti endemici con Cosa Nostra e che spesso assicura denaro, entrature politiche e riconoscimento sociale. I Niceta a Palermo sono un cognome che conta: il loro grande magazzino nella centralissima via Roma è stato il primo di tutta la Sicilia nel settore tessile e per la biancheria della casa. Lì, oltre al commercio, i famigliari di Niceta intessevano rapporti con Bernardo Provenzano, i fratelli Carlo, Giuseppe e Filippo Guttadauro e persino con Matteo Messina Denaro: il gotha di Cosa Nostra Siciliana. Angelo, presa coscienza dei rapporti pericolosi che si consumavano nell’azienda di famiglia, ad un certo punto ha deciso di dire basta e di parlare con i magistrati.
Ma quello che doveva essere il momento della liberazione (e della protezione) si è trasformato in un incubo.
A Palermo i magistrati Nino Di Matteo e Pierangelo Padova hanno chiesto per lui lo status di testimone di giustizia, per aver reso dichiarazioni come persona informata sui fatti. La richiesta inizialmente è stata accolta dalla Commissione Centrale del Ministero dell’Interno. Oggi però, pur non essendo mai stato indagato per mafia, Angelo si ritrova (con la moglie e i loro quattro figli) bollato come “collaboratore di giustizia”, abbandonato e senza nessuna protezione.

Allora, Angelo, innanzitutto: come stai?
Fisicamente sto ancora bene. Per il resto non so.

Andiamo con ordine: come può una persone che ha denunciato i rapporti mafiosi di alcuni suoi famigliari ritrovarsi bollato come “pentito” senza mai avere avuto a proprio carico né una condanna né un’indagine?
È un ricatto di Stato. Quando in località protetta mi arrivò comunicazione che non ero più testimone di giustizia decisi che non avrei potuto accettare questo sopruso e rinunciai al programma. Il Ministero degli Interni mi ha scritto che aveva preso atto della mia rinuncia e che avrei potuto presentare ricorso al TAR per chiedere tutta la documentazione perché, l’hanno scritto loro, non c’era nessun vincolo di segretezza. Ovviamente ho presentato la richiesta d’accesso alla mia documentazione per valutare la situazione e presentare il ricorso, loro avevano due mesi per rispondere e non l’hanno mai fatto. Ho presentato ricorso al TAR Sicilia: Io non ho precedenti penali, non ho indagini, non ho nulla. Conosco tanti fatti semplicemente perché vivevo in quella famiglia, tant’è che nei processi in cui sono stato chiamato mi sono sempre presentato senza avvocato come “persona informata sui fatti”. Pochi giorni fa mi hanno notificato una riunione successiva del Ministero che smentisce il primo decreto dicendo che il mio status è protetto da segreto di Stato. In pratica, si smentiscono da soli. E a questo punto perderò il ricorso al TAR.

Ma cosa è segreto? Perché è segreto? E il diritto di difesa? La Costituzione?
Niente, io non ho diritti. E poi aggiungono una nota beffarda “se vuole può fare ricorso al TAR”. Un paradosso giurisprudenziale.

Le tue dichiarazioni sulle frequentazioni mafiosi di alcuni membri della tua famiglia, tuo zio e i tuoi cugini in particolare, sono ritenute credibili e riscontrate dalla Procura di Palermo. Eppure ora ti ritrovi in questa condizione. Com’è ora l’aria intorno a te?
Mi arrivano consigli vari, da molta gente, che mi invitano ad “ammorbidirmi” anche da insospettabili persone che fanno riferimento ad associazioni antimafia. Ora a qualcuno interessa delegittimarmi. Oppure sperano che io mi fermi. C’è un processo a Caltanissetta relativo a un mio presunto fallimento (di una società in cui io ho solo messo dei soldi) che si sta svolgendo in un modo terribilmente superficiale.

Nessuna gratitudine quindi per avere svelato indicibili accordi?
Finché parli dei cattivi sono tutti contenti ma quando parli di accordi tra la criminalità organizzata, la borghesia e il tribunale tutto diventa un tabù. Ormai vieni ammazzato non più con le pistole ma socialmente ed economicamente. Agiscono sui figli e sui famigliari. Io ogni tanto vorrei rimanere in una grotta da solo. Loro sanno dove colpire. Io sono isolato, senza soldi e senza lavoro. Eccomi qui.

Che tipo di attacchi ritieni di subire?
Pensa per esempio alla Prefettura di Palermo: se io davvero sono un collaboratore di giustizia, come mi dice lo Stato, allora sono l’unico pentito che non è protetto. E non parlo di scorta: nella mia abitazione non c’è nemmeno una telecamera per controllare chi entra e chi esce. La Prefettura non ha mai risposto alle nostre innumerevoli raccomandate. E nemmeno a quelle di molti cittadini che si sono occupati del mio caso.

Parliamo delle tue denunce. Chi sono veramente i Niceta?
I Niceta qui a Palermo erano stati sempre considerati imprenditori di successo – la borghesia palermitana è sempre stata ipocrita e legata a questo sistema. Per farti capire chi sono, al matrimonio di mio cugino Massimo ci trovavi la famiglia Guttadauro (considerata dagli inquirenti famiglia di mafia, con innumerevoli condanne) che discuteva amabilmente di centri commerciali e altre situazioni. Mio padre si è sempre occupato di tessile. Mio zio Mario ha diversificato in tanti altri settori dove c’erano soci occulti appartenenti a Cosa Nostra: dai calcestruzzi alle televisioni, alle cliniche private e alle attività finanziarie. I loro referenti principali erano la famiglia Guttadauro e, per parentela, Matteo Messina Denaro. Per un periodo anche i fratelli Graviano, finché non furono arrestati. I nomi dei figli di mio zio sono stati dati in onore della famiglia Guttadauro e di Matteo Messina Denaro. Nelle intercettazioni, per Giuseppe Guttadauro mio cugino Massimo era il suo “figlioccio“. Loro erano di casa. Non erano semplici prestanome ma erano materialmente un gruppo compatto. E nel negozio erano spesso presenti i più importanti personaggi del mandamento di Bagheria: Pietro Loiacono, Pino Scaduto, Leonardo Greco. Tutti questi, parlo di metà anni ’80, quando Giuseppe Guttadauro usciva dal carcere brindavano insieme, anche nel magazzino di via Roma.

Tuo padre prese le distanze?
Mio padre non li tollerava. Una volta in particolare si incazzò perché non si erano ancora divisi le quote con il fratello e cacciò i mafiosi in malo modo. E loro erano alterati e dissero a mio zio Mario: “tuo fratello una parte del genere a noi non ce la deve fare“. Non venivano semplicemente a prendere il caffè, erano proprio soci in affari: anche al matrimonio di Massimo, nel 2008, abbiamo assistito alla conversazione sul centro commerciale di Brancaccio, con la planimetria in mano, e loro scherzavano sui terreni che avevano venduto tramite un prestanome. “Abbiamo già incassato 40 milioni di euro” dicevano e aggiunsero: “Già li masticammo tutti perché la borsa è una sola e noi siamo assai”. Mio padre prende le distanze nel 1987. Decise di regalare tutte le “società sospette” a suo fratello. Rimase socio delle due società immobiliari che non facevano operazioni.
Io mi ritrovo sul lastrico perché all’altra famiglia interessava liberare i locali di via Roma e volevano ottenere la quota di mia proprietà della società Olimpia che era l’unico bene materiale dove ero socio con loro, e quindi risultavo d’incaglio. Lo scopo era liberarsi di me come socio e quindi fare fallire la società e bloccarmi. E poi mi propongono una serie di trattative come se fossero amichevoli. Un giorno trovai Carlo Guttadauro all’aeroporto di fianco a me, anche in aereo nella fila accanto, che mi spiegava che conveniva mettersi d’accordo. Poi ci sono state varie riunioni dove mi si chiedeva di essere generoso con la famiglia e poi loro sarebbero stati generosi con me.

Quando hai cominciato a parlare con i magistrati tutta la tua famiglia ne è rimasta coinvolta?
Uno dei miei figli è stato campione del mondo di go-kart ed era in procinto di entrare nel Junior Program della McLaren: nella sua carriera batteva regolarmente Verstappen, che oggi è considerato la più grande promessa della Formula 1, e ha ottenuto anche la medaglia d’oro al merito sportivo. Alla fine è dovuto rientrare a Palermo per il programma di protezione. Mia figlia viene continuamente avvicinata dai figli di pregiudicati molto conosciuti. All’altro mio figlio gli hanno vietato di entrare in alcune botteghe della zona in cui viviamo, che da anni avevano un conto aperto: noi ormai siamo diventati gli immondi. Nessuno ci fa lavorare e anche i familiari di mia moglie ci hanno abbandonati.

E i tuoi cugini?
Loro continuano a comportarsi con la certezza di essere impuniti.

La politica?
Hai mai visto la politica prendere posizione contro se stessa? In questa storia c’è un pezzo importante della politica siciliana e nazionale. Ora non posso dire di più. Ricordo che una volta vennero Salvo Lima e Ciancimino a proporre mio padre come sindaco di Palermo. Lui ovviamente rifiutò. E Cuffaro mi disse di non poter sponsorizzare mio figlio quando correva, perché mi disse che avrebbero detto che era “il pilota della mafia”. Era anche quello un modo per dirmi di fare il bravo.

Il futuro?
Il futuro? Se continuano a ricattarmi realmente moriremo. Non posso vivere di nulla. Sono bloccato da tutti i lati. Continuano a marciare su questa condizione assolutamente ingiusta di collaboratore di giustizia. C’è uno Stato che non rispetta le regole. Io confido nella parte sana che rimedi agli errori compiuti. E che valuti attentamente tutto quello che ho dichiarato di fronte ai magistrati. Più di questo ora non posso fare.

Perchè Reggio è una polveriera e la guerra di mafia potrebbe non essere lontana

Alessia Candito è una giornalista che non sta sulla bocca di tutti ma scrive e osserva come i giornalisti-giornalisti. Ed è lei a raccontare come Reggio Calabria rischi di diventare la miccia di una guerra che si propagherebbe in brevissimo tempo anche lì nelle regioni dove la ‘Ndrangheta non esiste. E poi faranno finta di non sapere. Leggetela, vi farà bene:

GUERRA AD ARCHI «Chisti sunnu pacci, non sentunu a nuddu» si dice con preoccupazione nei bar dei ben informati. E ad Archi, Gallico, Santa Caterina, San Brunello, Tremulini, tutti cantano la stessa impaurita canzone. Perché la bomba –  mormorano – sta deflagrando all’interno di due clan che da tempo sono una cosa sola. Fra i De Stefano e i Tegano da qualche tempo sembra esserci più di un problema.

VUOTI DI POTERE Quelli che gli inquirenti considerano gli strateghi e i riservati del clan che fu di don Paolino negli ultimi anni sono rimasti impigliati, uno dopo l’altro, nelle maglie delle inchieste. E arresti, processi e condanne hanno da tempo fatto piazza pulita dei capi operativi in grado di far mordere il freno a giovani e scalpitanti nuove leve. Ecco perché c’è chi parla di un nuovo 2008, quando la crescente tensione fra le due storiche famiglie di ‘ndrangheta, costata omicidi, gambizzazioni e danneggiamenti, si è placata solo dopo la “scomparsa” del rampante Paolo Schimizzi. Troppo rampante secondo alcuni. E forse troppo vicino ai De Stefano.

GLI ASPIRANTI BOSS Oggi – dicono i ben informati – sulla piazza non ci sono uomini della sua caratura criminale. Tanto meno soggetti che abbiano la medesima visione strategica. Ma ci sono una serie di “giovanotti”. Affamati di gloria e potere. Anzi – dicono in molti – uno in particolare. E con Giovanni De Stefano, Paolo Rosario De Stefano e soprattutto Vincenzino Zappia, il delegato unico del capocrimine Giuseppe De Stefano, dietro le sbarre, il “ragazzino” ha iniziato a pretendere spazio e ruolo. Magari, in nome di un casato mafioso di cui porta orgogliosamente il nome. E in forza di un gruppo di giovani e feroci accoliti, magari galvanizzati da due “botte di bianca”, che non hanno timore a pretenderlo. Anche con le bombe.

ESCALATION Ne ha parlato il pentito Mario Gennaro nel corso di un interrogatorio, durante il quale ha ricordato come quel giovane figlio di boss non abbia esitato a far saltare un centro scommesse di fronte a un bar frequentatissimo e in un orario in cui poteva provocare una strage. Ne hanno parlato i lavoratori e gli habitué della movida notturna estiva, che due anni fa hanno assistito e subito più volte i raid nei locali portati a termine dal branco capeggiato dal piccolo boss, faccia pulita, mente feroce. Per quell’estate di terrore, in carcere sono finiti i buttafuori clandestini che sui lidi imponevano la guardiania del clan Condello, ma i blitz dei Tegano – che con i Condello, dalla fine della guerra sono sempre andati a braccetto – sembrano al momento estranei dal contesto di indagine. «Sono tutti in giro – dice chi lavora di notte e chi frequenta i locali – e continuano a fare danni».

TRACCE E FIRME Nessuno parla, nessuno si esprime. Ma se si fa attenzione ai sussurri, Reggio sa e mormora. E sono in molti ad avere il sospetto che vada cercato fra gli “arcoti” il misterioso uomo col volto nascosto dal passamontagna, che a due giorni dall’operazione Eracle ha seminato il terrore nella nota cremeria Sottozero, sparando contro il bancone, solo per distruggere tutte le bottiglie. Anche la tensione che si registra da tempo in zona Tremulini non è passata inosservata ai più. In quel quartiere termometro, negli ultimi mesi un negozio di alimentari è saltato in aria, le fiamme hanno divorato la veranda esterna di un bar e un’auto è stata fatta saltare in pieno giorno accanto alla sede operativa dei carabinieri forestali. Se si tratti di episodi isolati o rispondano ad un’unica strategia, non è dato sapere. Tanto meno si sa a chi attribuirli. Almeno per adesso. Anche perchè ci sono altri dettagli che alla città non sfuggono.

IL RAMPOLLO DEL NORD «Perché, secondo te, quegli altri stanno a guardare? Sono “ttaccati”, ma mica tutti» si dice con certezza in un bar di zona Nord. E secondo fonti investigative è plausibile. Se ad Archi i giovani del clan Tegano alzano la cresta e pretendono acqua in cui nuotare, i segnali che i De Stefano si stiano riorganizzando non mancano. «Non hai visto chi c’è?» commenta, con fare di chi sa, un avventore. In città, da qualche tempo è tornato a farsi vedere uno dei rampolli del clan, qualche anno fa mandato a svernare al Nord, perché troppo e troppo presto si era fatto notare dagli investigatori. E il suo ritorno non è stato nascosto. Al contrario. Ha accompagnato la moglie di un boss da tutti riconosciuto alla lettura del dispositivo di una sentenza fondamentale – e devastante – per i clan reggini. A nessuno la cosa è sembrata una casualità.

L’OMBRA DI CARMINE Della stessa opinione sembrano essere gli inquirenti, che con l’operazione Trash e l’arresto di Paolo Rosario e Orazio De Stefano pare abbiano voluto disinnescare il conflitto al momento strisciante, prima di una potenziale, devastante, degenerazione. A breve uscirà dal carcere Carmine De Stefano, figlio di don Paolino, fratello del capocrimine Peppe, ma soprattutto – dice chi su di lui ha investigato – l’unico capo dotato di lucida follia criminale sufficiente a scatenare una guerra. E dotato dell’autorità criminale per farlo. Le armi – hanno dimostrato gli ultimi sequestri – non mancano.

ARRESTO FORTUNATO Non più tardi di qualche settimana fa, quattro persone considerate a vario titolo legate all’entourage destefaniano – Gianfranco Musarella, Antonio Marra, Giovanni Marra e Alessandro Marra – sono state fermate per l’estorsione continuata ai danni di una pizzeria. Nel corso delle perquisizioni seguite all’arresto, gli investigatori hanno trovato un vero e proprio arsenale.

L’ARSENALE Un fucile mitragliatore kalashnikov Ak 47, una mitragliatrice modello Uzi cal. 9×19, privo di matricola, una pistola semiautomatica marca Beretta cal. 9 parabellum, con matricola obliterata, un revolver cal.32, con matricola obliterata, una pistola semiautomatica marca Beretta cal. 9 corto; una pistola a salve cal. 8, priva di tappo rosso, con evidenti segni di manomissione; quattro fucili cal. 12, di cui 3 con matricola abrasa; due carabine, più un’altra ad aria compressa, varie parti di arma per uso da caccia, quattro 4 silenziatori, varie cartucce cal. 9 parabellum, calibro 12, 7,65 e 7.62×39, varie divise di una ditta di vigilanza, passamontagna, guanti, caschi ed attrezzi da scasso. «Non sono armi che servono per fare una rapina – dice un investigatore di lungo corso – con le mitragliette si ammazza».  Dopo settimane di silenzio, uno degli indagati nel corso di un interrogatorio, ha provato a sostenere di averle trovate casualmente, seguendo uno sconosciuto che le avrebbe depositate e abbandonate, giusto un paio di giorni prima dell’arresto.

ARMI E ANCORA ARMI Altre armi sembra fossero nella disponibilità di Cocò Morelli, uomo della comunità rom di Arghillà “battezzato” ‘ndranghetista dal boss Rugolino in persona, arrestato solo qualche settimana fa. Dalle carte dell’inchiesta che lo ha portato in carcere, emergono decine di conversazioni che riguardano pistole e fucili da prestare o smerciare. E più volte, carabinieri e polizia hanno trovato armi e proiettili nascosti ad Arghillà o in zone limitrofe. Solo sei giorni fa invece, altre armi – un fucile semiautomatico con canna mozzata e matricola abrasa e un revolver cal.352 magnum con 6 bossoli nel tamburo – sono state trovate in un rudere abbandonato a San Cristoforo, insieme a un ciclomotore privo di targa, che dagli accertamenti effettuati è risultato rubato nel giugno del 2015, ed una targa di ciclomotore rubata lo scorso mese di aprile.

INCOGNITA LIBRI «Zona dei Libri» si sentenzia nei soliti bar. E proprio i Libri rimangono la grande incognita del prossimo periodo. Lo storico casato di ‘ndrangheta che la seconda guerra ha incoronato “custode delle regole”, con la morte degli anziani capobastone ha visto offuscata la propria stella. Ma non ha mai rinunciato alle antiche pretese di gloria. Magari da avanzare, come in passato, per interposta persona.

(l’articolo completo è qui)

Sommerso dalla zona grigia. Giovanni Falcone venticinque anni dopo. (Di Corrado Stajano)

di Corrado Stajano

[Venticinque anni fa morivano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Questo articolo è uscito sul supplemento domenicale del «Sole24 ore»]

Brandelli di un diario scritto soltanto ora. Conobbi Falcone un pomeriggio d’autunno del 1979 in una stanzina che gli faceva da ufficio al pianterreno del Palazzo di Giustizia di Palermo, intimidente e avvelenato da sempre. Sostituto procuratore per 15 anni a Trapani, era arrivato alla fine dell’anno passato: le inchieste di mafia non gli erano mancate nel Trapanese, in quelle terre impestate dalle cosche aveva avuto modo di far pratica. Ma Palermo era allora la capitale del mondo criminale. Cosa nostra si considerava padrona del mondo e Falcone, in quella stanzina, doveva sentirsi l’ultimo degli ultimi.

Era ottobre, ma sembrava ancora estate, da gennaio gli assassinati di mafia in città erano già una cinquantina, ghigliottinati, evirati, incaprettati, legati ai polsi e alle caviglie come capretti, abbandonati ai bordi delle strade, lasciati nei bauli delle macchine. Non erano tutti degli ignoti, la mafia doveva avere dei progetti, mirava alto in quell’alba del crudele decennio che stava per cominciare. In gennaio era stato assassinato un giornalista, Mario Francese, in marzo il segretario provinciale della Democrazia Cristiana, Michele Reina, in luglio il capo della Squadra mobile Boris Giuliano e da poco, il 25 settembre, il magistrato Cesare Terranova, dal limpido passato, designato a dirigere l’Ufficio Istruzione del Tribunale, un ruolo chiave, temuto dalla mafia per la sua intelligenza e conoscenza del fenomeno. Nessuno, proprio nessuno aveva visto i tre killer a viso scoperto nella strada affollata di prima mattina.

Falcone mi osservava curioso, anch’io lo osservavo. Non aveva l’aspetto del giudice autoritario, un compagno di scuola, piuttosto. Sorrideva, il viso velato di ironia. Dovevo tentar di raccogliere notizie per un’inchiesta ed ero venuto a parlare con Falcone conosciuto da pochi, allora, su consiglio di Nicola Cattedra, il direttore dell’”Ora”, il quotidiano democratico che rappresentava a Palermo la vera opposizione alla DC di Lima, Gioia, Ciancimino, i padroni, da sempre, nel dopoguerra, dei destini della città purulenta.
La finestra era a livello della strada, si vedevano le gambe trotterellanti di chi passava, le biciclette, e a pochi metri anche le ruote delle automobili. Ci voleva poco allora a uccidere Falcone. Ma il magistrato non era ancora un pericolo per la mafia.

Aveva un intuito naturale – lo dimostrerà – e captò subito quel che stavo pensando. Sembrava un uomo chiuso, riservato, ma si fidava d’istinto, mi parve, del giornalista sconosciuto. “Sa, mi disse subito, i più dei magistrati di questo palazzo sostengono che la mafia non esiste, una fantasia”. E mi guardò con un sorriso amaro. Volle sapere da dove venivo. Ero un figlio dimezzato del Nord e del Sud e sentivo la mafia con dolore grande, un affronto, un’offesa, un oltraggio alla Sicilia amata.
Volle sapere che cosa avevo visto. Conoscevo bene Palermo, anche in quei giorni, ero andato in giro nei quartieri, la Kalsa, l’Albergheria, Ballarò, la Vucciria, il Capo, veniva voglia di piangere in quel mondo incancrenito, tra gli antichi nobili palazzi come smangiati dalla lebbra, la spazzatura che bruciava negli slarghi lasciati dalle bombe del 1943, i bambini che giocavano mimando l’arte degli scippi e degli omicidi, la povertà dei catoi. Sulla chiesa di Santa Maria della Catena qualcuno aveva scritto col carbone “Palermo implora Dio per Palermo”.

“Già, disse Falcone, l’eterna miseria di Palermo”. Lui era nato in quei luoghi, in un palazzotto di piazza della Magione, figlio del direttore del Laboratorio provinciale di Igiene e profilassi, una famiglia della media borghesia. Lo sentii imbarazzato dalle mie parole, nascostamente un po’ seccato, lo sarei stato anch’io. “Vede, mi disse, il problema è proprio quello di rendere vivibile la città. Esiste un’opinione diffusa che solo la mafia sia capace di risolvere quei mali. Ma la mafia, occorre metterselo bene in testa, non porta ricchezza alla comunità, porta solo povertà materiale e morale”. Seguitò a parlare alzando lievemente la voce, il problema, persino banale, gli stava a cuore: “Se la mafia si riducesse soltanto a una questione criminale, non pensa che in quasi un secolo sarebbe stata eliminata dai poteri repressivi dello Stato? Il guaio è che occorre tener conto non soltanto della politica, ma anche del tessuto sociale sostanzialmente ambiguo di Palermo. Cosa nostra non è un bubbone, è la degenerazione a livello criminale di uno stato d’animo diffuso fra tutti i ceti e tutte le classi della città. Sa che cos’è la zona grigia?” Lo sapevo da Primo Levi, amico indimenticato. Ne parlava sempre e ne scriverà (nel 1986) nel suo I sommersi e i salvati: è l’ibrido, dai contorni mal definiti, che separa, lega e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Anche per Falcone la definizione poteva adattarsi al costume mafioso.

“Vede”, mi disse ancora in quella prima conversazione, tra le tante che ebbi con lui, “qui purtroppo bisogna stare attenti persino a chi ci si trova accanto”.
Un po’ dopo quell’incontro, Falcone ha traslocato. Lavorava sempre a pianterreno, sulla sinistra del Palazzo, ma l’antro buio era ben vigilato da cancelli, sbarre, catenacci, carabinieri. Stava facendosi conoscere e cominciava ad avere dei detrattori, non solo mafiosi, politici, magistrati. “Che cosa vuole?”; “Dove mira?”
Avrà sempre davanti a sé un muro di invidia e di gelosie, Falcone. Difficili da immaginare quelle critiche nei confronti di un magistrato che fa, un uomo di intelligenza penetrante. E questo in una città d’Italia e d’Europa che ha portato il peso di una catena di morti. Una città ricca delle magnificenze di antiche culture, dai greci agli arabi ai normanni al barocco color del miele, degradata dalla furia assassina della mafia che in pochi anni, unica nel mondo civile, ha ucciso tutti gli uomini dello Stato.
All’Ufficio Istruzione si stava occupando della fondamentale sentenza nel procedimento penale contro Spatola Rosario di Salvatore e di Gaglio Giovanna e altri 120. Molti di loro risulteranno ai vertici di Cosa nostra. È allora che si forma un pool di magistrati con a capo Antonino Caponnetto e di cui fanno parte, con Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello che l’8 novembre 1985 deposita in Cancelleria l’ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni +706. È il maxiprocesso, la bibbia dell’antimafia. Il contributo di Falcone è stato essenziale, nutrito dalla confessione di Tommaso Buscetta e dalla tecnica da lui inventata di seguire in tutto il mondo il flusso del denaro sospetto.
È Falcone che chiede allora a Tullio De Mauro, a capo degli Editori Riuniti, se può fare in modo di rendere pubblico il documento e fa il mio nome come curatore di un possibile libro. Si tratta di raccogliere l’essenziale delle 8607 pagine dell’Ordinanza e di scrivere una non breve introduzione. Lavoro per qualche mese. Non è facile.

Il processo inizia il 10 febbraio 1986. Sono arrivate minacce di morte anche per me. Mi viene ordinato allora dai magistrati di lasciare Milano e di non andare a Palermo ad assistere al processo togliendomi il piacere di vedere in faccia quegli uomini di cui ho letto e scritto le gesta. Passo così una ventina di giorni sul lago Maggiore e perdo quel grande spettacolo. La nuova aula bunker dell’Ucciardone, dalla moquette verde, circondata tutt’intorno dalle gabbie degli imputati è diventata un circolo di lettura. I mafiosi consultano febbrili il libro bianco che ho curato, Mafia. L’atto d’accusa dei giudici di Palermo. Cercano il loro nome, spettegolano, fanno piccoli dibattiti. Il processo termina con un’infinità di condanne che la Corte di Cassazione confermerà il 31 gennaio 1991. Presidente della Corte è Alfonso Giordano, ma a condurre l’arduo processo di primo grado è, in effetti, il giudice a latere, l’attuale presidente del Senato, Pietro Grasso.

Il 23 maggio 1992 ero a Torino, al salone del libro, e, ironia della sorte, partecipavo a un dibattito con Tana de Zulueta, giornalista di alto livello – scriveva sul “Sunday Times” – futura parlamentare: il tema era la mafia. Gli altoparlanti danno la notizia che è accaduto un grave incidente a Falcone e alla sua scorta, sulla strada che dall’aeroporto conduce a Palermo. Le notizie sono contraddittorie, vengono minimizzate, smentite, confermate. È vero. Falcone è morto. Lui, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Il “Corriere della Sera” mi chiede di andare subito a Palermo.
La chiesa di San Domenico mi è sempre sembrata il palcoscenico macabro della Repubblica. Là dentro avevo assistito a diversi funerali solenni e cupi, quello del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, tra gli altri, quando il cardinale Salvatore Pappalardo pronunziò la famosa frase: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”.

Ho cancellato la memoria dolorosa di quella mattina. Ricordo soltanto la folla urlante che, quasi correndo, sale sull’altare ad abbracciare le bare, ricordo gli uomini politici che fuggono e la voce incrinata di una giovane donna vestita in bianco e nero, Rosaria, la moglie dell’agente Vito Schifani morto a Capaci. Una piccola Giovanna d’Arco dolce e innocente di furia cristiana. Chiede quella giustizia che, un quarto di secolo dopo, tarda ancora a venire.

Io, Falcone, vi spiego cos’è la mafia

In quest’articolo pubblicato da “L’Unità” il 31 maggio 1992, otto giorni dopo la strage di Capaci, il giudice Giovanni Falcone traccia con chiarezza un quadro dell’evoluzione di Cosa Nostra a partire dal dopoguerra e denuncia la sottovalutazione che, per molto tempo, ha caratterizzato l’approccio delle istituzioni al problema della mafia.

Nella relazione finale della Commissione d’inchiesta Franchetti-Sonnino del lontano 1875/76 si legge che «la mafia non è un’associazione che abbia forme stabili e organismi speciali… Non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti ed i più abili; ma è piuttosto lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male». Si legge ancora: «Questa forma criminosa, non… specialissima della Sicilia», esercita «sopra tutte queste varietà di reati»…«una grande influenza» imprimendo «a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori»; si rileva, inoltre, che «i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione» e che, già sotto il governo di re Ferdinando, la mafia si era infiltrata anche nelle altre classi, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì». Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la gravità; infatti si legge nella richiamata relazione: «Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia risultavano 22 battaglioni e mezzo fra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e quattro plotoni di bersaglieri montani, oltre i Carabinieri in numero di 3120».

Da allora, bisogna attendere i tempi del prefetto Mori per registrare un tentativo di seria repressione del fenomeno mafioso, ma i limiti di quel tentativo sono ben noti a tutti.

Nell’immediato dopoguerra e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni 1962/1963 gli organismi responsabili ed i mezzi di informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno. Al riguardo, appaiono significativi i discorsi di inaugurazione dell’anno giudiziario pronunciati dai Procuratori Generali di Palermo.

Nel discorso inaugurale del 1954, il primo del dopoguerra, si insisteva nel concetto che la mafia «più che una associazione tenebrosa costituisce un diffuso potere occulto», ma non si manca di fare un accenno alla gravissima vicenda del banditismo ed ai comportamenti non ortodossi di “qualcuno che avrebbe dovuto e potuto stroncare l’attività criminosa”; il riferimento è chiaro, riguarda il Procuratore Generale di Palermo, dottor Pili espressamente menzionato nella sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Viterbo il 3/5/1952: «Giuliano ebbe rapporti, oltre che con funzionari di Pubblica Sicurezza, anche con un magistrato, precisamente con chi era a capo della Procura Generale presso la Corte d’appello di Palermo: Emanuele Pili». Nella relazioni inaugurali degli anni successivi gli accenni alla mafia, in piena armonia con un clima generale di minimizzazione del problema, sono fugaci e del tutto rassicuranti.

Così, nella relazione del 1956 si legge che il fenomeno della delinquenza associata è scomparso e, in quella del 1957, si accenna appena a delitti di sangue da scrivere, si dice ad «opposti gruppi di delinquenti». Nella relazione del 1967, si asserisce che il fenomeno della criminalità mafiosa era entrato in una fase di «lenta ma costante sua eliminazione» e, in quella del 1968, si raccomanda l’adozione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato, dato che «il mafioso fuori del proprio ambiente diventa pressoché innocuo».

Questi brevissimi richiami storici danno la misura di come il problema mafia sia stato sistematicamente valutato da parte degli organismi responsabili benché il fenomeno, nel tempo, lungi dall’esaurirsi, abbia accresciuto la sua pericolosità. E non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dall’attuale virulenza della mafia risieda, proprio, nella scarsa attenzione complessiva dello Stato nei confronti di questa secolare realtà.

Debbo registrare con soddisfazione, dunque, il discorso pronunciato dal Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, alla Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. In tale intervento, particolarmente significativo per l’autorevolezza della fonte, il Capo della Polizia, in sostanza, individua nella criminalità organizzata e in quella economica i proventi della maggior parte delle attività illecite del nostro paese tra le quali spiccano soprattutto il traffico di stupefacenti e il commercio clandestino di armi. Sottolineando che la criminalità organizzata – e quella mafiosa in particolare – è, come si sostiene in quell’intervento, «la più significativa sintesi delinquenziale fra elementi atavici… e acquisizioni culturali moderne ed interagisce sempre più frequentemente con la criminalità economica, allo scopo di individuare nuove soluzioni per la ripulitura ed il reimpiego del denaro sporco».

L’argomentazione del prefetto Parisi, ovviamente fondata su dati concreti, ha riacceso l’attenzione sulla specifica realtà delle organizzazioni criminali e denuncia, con toni giustamente allarmanti, il pericolo di una saldatura tra criminalità tradizionale e criminalità degli affari: un pericolo che minaccia la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche come ci insegnano le esperienze di alcuni paesi del Terzo mondo, in cui i trafficanti di droga hanno acquisito una potenza economica tale che si sono perfino offerti – ovviamente, non senza contropartite – di ripianare il deficit del bilancio statale. Ci si domanda allora, come sia potuto accadere che una organizzazione criminale come la mafia anziché avviarsi al tramonto, in correlazione col miglioramento delle condizioni di vita e del funzionamento complessivo delle istituzioni, abbia, invece, vieppiù accresciuto la sua virulenza e la sua pericolosità.

Un convincimento diffuso è quello – che ha trovato ingresso perfino in alcune sentenze della Suprema Corte – secondo cui oggi saremmo in presenza di una nuova mafia, con le connotazioni proprie di un’associazione criminosa, diversa dalla vecchia mafia, che non sarebbe stata altro che l’espressione, sia pure distorta ed esasperata, di un “comune sentire” di larghe fasce delle popolazioni meridionali. In altri termini, la mafia tradizionale non esisterebbe più e dalle sue ceneri sarebbe sorta una nuova mafia, quella mafia imprenditrice per intenderci, così bene analizzata dal prof. Arlacchi. Tale opinione è antistorica e fuorviante.

Anzitutto, occorre sottolineare con vigore che Cosa Nostra (perché questo è il vero nome della mafia) non è e non si è mai identificata con quel potere occulto e diffuso di cui si è favoleggiato fino a tempi recenti, ma è una organizzazione criminosa – unica ed unitaria – ben individuata ormai nelle sue complesse articolazioni, che ha sempre mantenuto le sue finalità delittuose. Con ciò, evidentemente, non si intende negare che negli anni Cosa Nostra abbia subito mutazioni a livello strutturale e operativo e che altre ne subirà, ma si vuole sottolineare che tutto è avvenuto nell’avvio di una continuità storica e nel rispetto delle regole tradizionali. E proprio la particolare capacità della mafia di modellare con prontezza ed elasticità i valori arcaici alle mutevoli esigenze dei tempi costituisce una della ragioni più profonde della forza di tale consorteria, che la rende tanto diversa.

Se oltre a ciò, si considerano la sua capacità di mimetizzazione nella società, la tremenda forza di intimidazione derivante dalla inesorabile ferocia delle “punizioni” inflitte ai trasgressori o a chi si oppone ai suoi disegni criminosi, l’elevato numero e la statura criminale dei suoi adepti, ci si può rendere però conto dello straordinario spessore di questa organizzazione sempre nuova e sempre uguale a sé stessa. Altro punto fermo da tenere ben presente è che, al di sopra dei vertici organizzativi, non esistono “terzi livelli” di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra.

Ovviamente, può accadere ed è accaduto, che, in determinati casi e a determinate condizioni, l’organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere.

“Cosa Nostra” però, nelle alleanze, non accetta posizioni di subalternità; pertanto, è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne dall’esterno le attività. E, in verità, in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell’esistenza di una “direzione strategica” occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d’onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell’organizzazione, ne sconoscono l’esistenza.

Lo stesso dimostrato coinvolgimento di personaggi di spicco di Cosa Nostra in vicende torbide ed inquietanti come il golpe Borghese ed il falso sequestro di Michele Sindona non costituiscono un argomento “a contrario” perché hanno una propria specificità tutte ed una peculiare giustificazione in armonia con le finalità dell’organizzazione mafiosa.

E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di “Cosa Nostra”, è pur vero che in seno all’organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità. Queste peculiarità strutturali hanno consentito alla mafia di conquistare un ruolo egemonico nel traffico, anche internazionale, dell’eroina.

Ma, per comprendere meglio le cause dell’insediamento della mafia nel lucroso giro della droga, occorre prendere le mappe del contrabbando di tabacchi, una delle più tradizionali attività illecite della mafia. Il contrabbando è stato a lungo ritenuto una violazione di lieve entità perfino negli ambienti investigativi e giudiziari ed il contrabbandiere è stato addirittura tratteggiato dalla letteratura e dalla filmografia come un romantico avventuriero. La realtà era però ben diversa, essendo il contrabbandiere un personaggio al soldo di Cosa Nostra, se non addirittura un mafioso egli stesso ed il contrabbando si è rivelato un’attività ben più pericolosa di quella legata ad una violazione di un interesse finanziario dello Stato, in quanto ha fruttato ingenti guadagni che hanno consentito l’ingresso nel mercato degli stupefacenti della mafia ed ha aperto e collaudato quei canali internazionali – sia per il trasporto della merce sia per il riciclaggio del danaro – poi utilizzati per il traffico di stupefacenti.

Occorre precisare, a questo proposito, che già nel contrabbando di tabacchi, si realizzano importanti novità della struttura mafiosa. È ormai di comune conoscenza che Cosa Nostra è organizzata come una struttura piramidale basata sulla “famiglia” e ogni “uomo d’onore” voleva intrattenere rapporti di affari prevalentemente con gli altri membri della stessa “famiglia” e solo sporadicamente con altre famiglie, essendo riservato ai vertici delle varie “famiglie” il coordinamento in seno agli organismi direttivi provinciali e regionale.

Assunta la gestione del contrabbando di tabacchi – che comporta l’impiego di consistenti risorse umane in operazioni complesse che non possono essere svolte da una sola famiglia – sorge la necessità di associarsi con membri di altre famiglie e, perfino, con personaggi estranei a Cosa Nostra. Per effetto dell’allargamento dei rapporti di affari con altri soggetti spesso non mafiosi sorge la necessità di creare strutture nuove di coordinamento che, pur controllate da Cosa Nostra, con la stessa non si identificassero.

Si formano, così, associazioni di contrabbandieri, dirette e coordinate da “uomini d’onore”, che non si identificavano, però, con Cosa Nostra, associazioni aperte alla partecipazione saltuaria di altri “uomini d’onore” non coinvolti operativamente nel contrabbando, previo assenso e nella misura stabilita dal proprio capo famiglia.

In pratica, dunque, l’antica, rigida compartimentazione degli “uomini d’onore” in “famiglie” ha cominciato a cedere il posto a strutture più allargate e ad una diversa articolazione delle alleanze in seno all’organizzazione. Cosa Nostra però non si limita ad esercitare il controllo indiretto su altre organizzazioni criminali similari, specialmente nel Napoletano, per assicurare un efficace funzionamento delle attività criminose. Il fatto che esiste anche a Napoli una “famiglia” mafiosa dipendente direttamente dalla “provincia” di Palermo, non deve stupire perché la presenza di “famiglie” mafiose o di sezioni delle stesse (le cosiddette “decine”), fuori della Sicilia, ed anche all’estero, è un fenomeno risalente negli anni. La stessa Cosa Nostra statunitense, in origine, non era altro che un insieme di “famiglie” costituenti diretta filiazione di Cosa Nostra siciliana.

Quando Cosa Nostra interviene sul contrabbando presso la malavita napoletana, dunque, lo fa allo scopo dichiarato di sanare i contrasti interni ma più verosimilmente con l’intenzione di fomentare la discordia per assumere la direzione dell’attività. Ecco perché, nel corso degli anni, sono stati individuati collegamenti importanti tra esponenti di spicco della mafia isolana e noti camorristi campani, difficilmente spiegabili già allora con semplici contatti fra organizzazioni criminali diverse. Ed ecco, dunque, perché il contrabbando di tabacchi costituì una spinta decisiva al coordinamento fra organizzazioni criminose, tradizionalmente operanti in territori distinti; coordinamento la cui pericolosità è intuitiva. Nella seconda metà degli anni ’70, pertanto, Cosa Nostra con le sue strutture organizzative, coi canali operativi e di riciclaggio già attivati per il contrabbando e con le sue larghe disponibilità finanziarie, aveva tutte le carte in regola per entrare, non più in modo episodico come nel passato, nel grande traffico degli stupefacenti.

In più, la presenza negli Usa di un folto gruppo di siciliani collegati con Cosa Nostra garantiva la distribuzione della droga in quel paese. Non c’è da meravigliarsi, allora, se la mafia siciliana abbia potuto impadronirsi in breve tempo del traffico dell’eroina verso gli Stati Uniti d’America.

Anche nella gestione di questo lucroso affare l’organizzazione ha mostrato la sua capacità di adattamento avendo creato, in base all’esperienza del contrabbando, strutture agili e snelle che, per lungo tempo, hanno reso pressoché impossibili le indagini. Alcuni gruppi curavano l’approvvigionamento della morfina-base dal Medio e dall’Estremo Oriente; altri erano addetti esclusivamente ai laboratori per la trasformazione della morfina-base in eroina; altri, infine, si occupavano dell’esportazione dell’eroina verso gli Usa.

Tutte queste strutture erano controllate e dirette da “uomini d’onore”. In particolare, il funzionamento dei laboratori clandestini, almeno agli inizi, era attivato da esperti chimici francesi, reclutati grazie a collegamenti esistenti con il “milieu” marsigliese fin dai tempi della cosiddetta “French connection”.

L’esportazione della droga, come è stato dimostrato da indagini anche recenti, veniva curata spesso da organizzazioni parallele, addette al reclutamento dei corrieri e collegate a livello di vertice con “uomini d’onore” preposti a tale settore del traffico. Si tratta dunque di strutture molto articolate e solo apparentemente complesse che, per lunghi anni, hanno funzionato egregiamente, consentendo alla mafia ingentissimi guadagni.

Un discorso a sé merita il capitolo del riciclaggio del danaro. Cosa Nostra ha utilizzato organizzazioni internazionali, operanti in Italia, di cui si serviva già fin dai tempi del contrabbando di tabacchi, ma è ovvio che i rapporti sono divenuti assai più stretti e frequenti per effetto degli enormi introiti, derivanti dal traffico di stupefacenti. Ed è chiaro, altresì, che nel tempo i sistemi di riciclaggio si sono sempre più affinati in dipendenza sia delle maggiori quantità di danaro disponibili, sia soprattutto dalla necessità di eludere investigazioni sempre più incisive.

Per un certo periodo il sistema bancario ha costituito il canale privilegiato per il riciclaggio del danaro.

Di recente, è stato addirittura accertato il coinvolgimento di interi paesi nelle operazioni bancarie di cambio di valuta estera. Senza dire che non poche attività illecite della mafia, costituenti per sé autonoma fonte di ricchezza (come, ad esempio, le cosiddette truffe comunitarie), hanno costituito il mezzo per consentire l’afflusso in Sicilia di ingenti quantitativi di danaro, già ripulito all’estero, quasi per intero proveniente dal traffico degli stupefacenti.

Quali effetti ha prodotto in seno all’organizzazione di Cosa Nostra la gestione del traffico di stupefacenti? Contrariamente a quanto ritenevano alcuni mafiosi più tradizionalisti, la mafia non si è rapidamente dissolta ma ha accentuato le sue caratteristiche criminali.

Le alleanze orizzontali fra uomini d’onore di diverse “famiglie” e di diverse “province” hanno favorito il processo, già in atto da tempo, di gerarchizzazione di Cosa Nostra ed al contempo, indebolendo la rigida struttura di base, hanno alimentato mire egemoniche. Infatti, nei primi anni ’70 per assicurare un migliore controllo dell’organizzazione, veniva costituito un nuovo organismo verticale, la “commissione” regionale, composta dai capi delle province mafiose siciliane col compito di stabilire regole di condotta e di applicare sanzioni negli affari concernenti Cosa Nostra nel suo complesso.

Ma le fughe in avanti di taluni non erano state inizialmente controllate. Esplode così nel 1978 una violenta contesa culminata negli anni 1981-1982. Due opposte fazioni si affrontano in uno scontro di una ferocia senza precedenti che investiva tutte le strutture di Cosa Nostra, causando centinaia di morti. I gruppi avversari aggregavano uomini d’onore delle più varie famiglie spinti dall’interesse personale – a differenza di quanto accadeva nella prima guerra di mafia caratterizzata dallo scontro tra le famiglie – e ciò a dimostrazione del superamento della compartimentazione in famiglie. La sanguinaria contesa non ha determinato – come ingenuamente si prevedeva – un indebolimento complessivo di Cosa Nostra ma, al contrario, un rafforzamento ed un rinsaldamento delle strutture mafiose, che, depurate degli elementi più deboli (eliminati nel conflitto), si ricompattavano sotto il dominio di un gruppo egemone accentuando al massimo la segretezza ed il verticismo. Il nuovo gruppo dirigente a dimostrazione della sua potenza, a cominciare dall’aprile 1982, ha iniziato ad eliminare chiunque potesse costituire un ostacolo. Gli omicidi di Pio La Torre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, di Giangiacomo Ciaccio Montalto, di Beppe Montana, di Ninni Cassarà, al di là delle specifiche ragioni della eliminazione di ciascuno di essi, testimoniano una drammatica realtà. E tutto ciò mentre il traffico di stupefacenti e le altre attività illecite andavano a gonfie vele nonostante l’impegno delle forze dell’ordine. La collaborazione di alcuni elementi di spicco di Cosa Nostra e la conclusione di inchieste giudiziarie approfondite e ponderose hanno inferto indubbiamente un duro colpo alla mafia. Ma se la celebrazione tra difficoltà di ogni genere di questi processi ha indotto Cosa Nostra ad un ripensamento di strategie, non ha determinato l’inizio della fine del fenomeno mafioso.

Il declino della mafia più volte annunciato non si è verificato, e non è, purtroppo, prevedibile nemmeno. È vero che non pochi “uomini d’onore”, diversi dei quali di importanza primaria, sono in atto detenuti; tuttavia i vertici di Cosa Nostra sono latitanti e non sono sicuramente costretti all’angolo.

Le indagini di polizia giudiziaria, ormai da qualche anno, hanno perso di intensità e di incisività a fronte di una organizzazione mafiosa sempre più impenetrabile e compatta talché le notizie in nostro possesso sulla attuale consistenza dei quadri mafiosi e sui nuovi adepti sono veramente scarse.

Né è possibile trarre buoni auspici dalla drastica riduzione dei fatti di sangue peraltro circoscritta al Palermitano e solo in minima parte ascrivibile all’azione repressiva. La tregua iniziata è purtroppo frequentemente interrotta da assassinii di mafiosi di rango, segno che la resa dei conti non è finita e soprattutto da omicidi dimostrativi che hanno creato notevole allarme sociale; si pensi agli omicidi dell’ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco e dell’agente della PS Natale Mondo, consumati appena qualche mese addietro. Si ha l’eloquente conferma che gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta luce su moventi e su mandanti dei nuovi come dei vecchi “omicidi eccellenti”, non si potranno fare molti passi avanti.

Malgrado i processi e le condanne, risulta da inchieste giudiziarie ancora in corso che la mafia non ha abbandonato il traffico di eroina e che comincia ad interessarsi sempre più alla cocaina; e si hanno già notizie precise di scambi tra eroina e cocaina già in America, col pericolo incombente di contatti e collegamenti – la cui pericolosità è intuitiva – tra mafia siciliana ed altre organizzazioni criminali italiane e sudamericane.

Le indagini per la individuazione dei canali di riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di stupefacenti sono rese molto difficili, sia a causa di una cooperazione internazionale ancora insoddisfacente, sia per il ricorso, da parte dei trafficanti, a sistemi di riciclaggio sempre più sofisticati.

Per quanto riguarda poi le attività illecite, va registrato che accanto ai crimini tradizionali come ad esempio le estorsioni sistematizzate, e le intermediazioni parassitarie, nuove e più insidiose attività cominciano ad acquisire rilevanza. Mi riferisco ai casi sempre più frequenti di imprenditori non mafiosi, che subiscono da parte dei mafiosi richieste perentorie di compartecipazione all’impresa e ciò anche allo scopo di eludere le investigazioni patrimoniali rese obbligatorie dalla normativa antimafia.

Questa, in brevissima sintesi, è la situazione attuale che, a mio avviso, non legittima alcun trionfalismo. Mi rendo conto che la fisiologica stanchezza seguente ad una fase di tensione morale eccezionale e protratta nel tempo ha determinato un generale clima, se non di smobilitazione, certamente di disimpegno e, per quanto mi riguarda, non ritengo di aver alcun titolo di legittimazione per censurare chicchessia e per suggerire rimedi. Ma ritengo mio preciso dovere morale sottolineare, anche a costo di passare per profeta di sventure, che continuando a percorrere questa strada, nel futuro prossimo, saremo costretti a confrontarci con una realtà sempre più difficile.

L’agente sopravvissuto a Capaci: «Hanno distrutto un mondo»

di Paolo Borrometi
“Per distruggere una persona hanno distrutto un mondo. Ricordo che Falcone scendendo dall’aereo aveva in mano una valigetta, ma di quella valigetta non si parla mai e non verra’ piu’ trovata. Lui era solito tornare con quella valigetta, di cui fara’ menzione anche l’autista giudiziario, Costanza. Dove e’ finita? Che cosa aveva dentro? Sarebbe giusto rispondere anche a questi interrogativi”. A parlare con Paolo Borrometi per l’AGI è Angelo Corbo, uno dei tre poliziotti sopravvissuti alla strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Angelo Corbo ricorda quel 23 maggio come “una giornata splendida. La classica giornata di una terra baciata dal sole e cullata dal mare. Quel giorno ero euforico. Avevo giocato al Totocalcio e avevo detto ad Antonio Montinaro, che mi chiedeva il perche’ della mia insolita euforia, che ero sicuro di fare il 13 che avrebbe cambiato la mia vita. Questa affermazione mi pesa ancora oggi, mi pesera’ finche’ la morte non mi chiamera’”.

“Giovanni Falcone con la moglie, la dottoressa Morvillo, scese dall’aereo e si mise alla guida della croma, con l’autista giudiziario, Giuseppe Costanza, seduto dietro. Noi pensavamo gia’ alla giornata dell’indomani. All’improvviso, pero’, cambiò tutto. Ricordo le parole del caposcorta di quel giorno,Gaspare Cervello, che disse ‘cazzo, perchè rallenta cosi’ tanto?’. Poi sentii un fortissimo boato, la sensazione di volare e sbattere all’interno della croma. E massi, tanti massi, che ci cadevano addosso. Scendemmo subito dalla macchina – racconta Angelo Corbo – e davanti a noi quella che doveva essere l’autostrada era diventata un paesaggio lunare.

Quell’aria splendida, celeste, di quella giornata era diventata marrone. Vedevo il mio sangue che colava e all’improvviso la macchina di Falcone a metà. Ci avvicinammo a quella macchina e, insanguinati e con diverse fratture (io il naso rotto, il collega il braccio), riprendemmo il nostro lavoro: proteggere il giudice Falcone. Pur con la consapevolezza che non potevamo piu’ difendere nessuno, per le condizioni in cui ci trovavamo. Sapevamo che loro non avrebbero lasciato incompiuta l’opera, ci aspettavamo che scendessero in campo per finirci. Falcone era ancora vivo, ricorderò per sempre che si girò verso di noi e ci guardò con gli occhi imploranti. Noi eravamo li’, non riuscivamo ad aprire la macchina, così ci rimase solo di fare scudo”. Corbo sapeva sin da giovane quanto la mafia fosse feroce, lo capi’ quando il 7 ottobre 1986 Claudio Domino, suo compagno di giochi, “venne freddato con un colpo alla testa, alla tenera eta’ di 11 anni”. Ed e’ anche per questo motivo che Angelo Corbo decise di entrare in Polizia. “Dopo due anni, nel 1990, venni chiamato dal capo della Mobile, La Barbera, mi disse che dovevo far parte della scorta di Falcone per una ventina di giorni. Da allora passarono quasi tre anni fino a quelle 17:58 del maledetto 23 maggio 1993”.

Corbo lascia scorrere i suoi dolorosi ricordi e racconta che da quel giorno sono stati diversi i tentativi di diminuire il livello di sicurezza del giudice e della sua scorta: “All’inizio avevamo a disposizione 21 uomini, fucili a pompa, auto blindate, radio specializzate e un elicottero che ci sorvolava sulla testa, ci ritrovammo nel ’92 con appena 12 uomini”. Inoltre “a volte ci levavano le pettorine e spesso anche le macchine blindate”. “Avevo la consapevolezza di essere impreparato, non avevo fatto nessun corso scorte ma avevo l’orgoglio di scortare Falcone”. Il lavoro con il giudice, rivela Corbo all’AGI, “era molto difficile. Stavamo con lui 20 ore al giorno, perchè lavorava dalle 7 del mattino alle 10 di sera. Non permetteva un rapporto di amicizia fra lui e noi. Era una persona meravigliosamente professionale e pretendeva un’enorme professionalità da noi che lo dovevamo proteggere”.

Fra i ricordi piu’ belli per il poliziotto c’e’ l’intesa fra Falcone e la moglie. “In quei due anni e mezzo ricordo il loro rapporto come dolcissimo. Ricordo i loro sorrisi, la loro complicità, erano una coppia molto affiatata, sembravano un’unica persona e sono sicuro che, come hanno vissuto insieme, avrebbero voluto rimanere insieme anche nella morte. Diciamocelo, separarli oggi è stata una bastardata”.

Corbo prosegue con amarezza il racconto di un sopravvissuto, dando la sensazione che si senta addosso la responsabilita’ del non essere morto, anche lui, quel 23 maggio a Capaci. “L’essere sopravvissuti è stata una colpa. Sappiamo tutti quanti che per lo Stato fa più piacere che, in casi del genere, non ci siano sopravvissuti, testimoni. Sembra quasi che lo Stato e le istituzioni vogliano nascondere di aver sbagliato, perchè se noi siamo rimasti vivi hanno sbagliato. Il problema, comunque, è che noi ci sentiamo in colpa perchè siamo vivi, mentre i nostri colleghi e la persona che dovevamo proteggere sono morti”. Da allora per loro, sopravvissuti, solo “dimenticanze”. “Mai invitati e anche quest’anno, a 25 anni da Capaci, nessuno di noi ha ricevuto una telefonata per chiederci di partecipare a quelle che definiamo le ‘Falconiadi’, delle vere e proprie sfilate”.

Angelo Corbo non è tenero neanche con Maria Falcone, sorella di Giovanni: “Di noi non le è mai fregato nulla. Non si è mai degnata di considerarci, e dire che siamo state le ultime persone che hanno visto in vita il fratello. E’ giusto che lei faccia di tutto per ricordare il fratello, ma dovremmo avere sempre presente che all’epoca fu abbandonato da tutti. Non potrò mai scordare come in quegli anni il dottor Falcone venne denigrato e ostacolato in tutto, perchè era diventato un personaggio scomodo: veniva trattato come una pezza da piedi. Oggi, invece, viene celebrato da persone che amici suoi sicuramente non lo erano e anche lei, Maria Falcone – spiega Corbo -, oggi ha accanto persone che tutto erano fuorche’ amici del dottore”.

Angelo Corbo oggi è “molto diverso dalle 17:58 di quel 23 maggio. Ho avuto bisogno, ma nessuno ha mai alzato un dito, nessuno mi ha mai aiutato”. Infine un sogno, lo stesso di padre in figlio: “Manuel, mio figlio, sogna di diventare poliziotto, nonostante tutto. Io, da padre, sono orgoglioso – conclude -, ma purtroppo sta prendendo molte porte in faccia: sta pagando l’essere figlio mio”.

Tratto da: laspia.it

Mafia, ucciso Giuseppe Dainotti appena scarcerato. Voleva tornare “da boss”.

(fonte)

I due colpi di pistola echeggiati alla vigilia del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci, con un boss del calibro di Giuseppe Dainotti, 67 anni, uscito dall’Ucciardone dopo 24 anni di carcere nonostante una condanna all’ergastolo, riaccendono un tema che allarma l’apparato antimafia. Quello dei capimafia che, dopo avere scontato le loro pene, anche approfittando di alcune norme premiali, tornano in circolazione cercando spazi, sempre più ristretti per una organizzazione disarticolata.

Ritorni eccellenti

Di qui un recentissimo inquietante sfogo del questore di Palermo Renato Cortese che, già un paio di settimane fa, sottolineava la necessità di un controllo sempre più ravvicinato su questi «ritorni eccellenti». E adesso che il cadavere di «Zio Peppino» giace a due passi dal castello della Zisa, la bicicletta su cui era uscito da casa alle sette e mezzo rovesciata per terra e macchiata di sangue, il questore famoso per avere arrestato Bernardo Provenzano conferma: «Sono in tanti ad avere scontato la pena, ad uscire affacciandosi in una Palermo cambiata, con spazi di manovra sempre più ristretti per i clan, per una Cosa nostra sbandata, in cerca di un leader. Ed è questa ricerca di leadership che finisce per contrapporre i vecchi boss usciti dalle celle con esponenti già in difficoltà per l’azione repressiva dello Stato…».

Riduzioni di pena

Il caso di «Zio Peppino» Dainotti è complesso. Non solo perché, nonostante avesse sulla coscienza la spietata fine del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e una condanna all’ergastolo, ma anche perché la sua storia è legata ai subbugli di Porta Nuova, il quartiere dominato prima del maxi processo da «don» Pippo Calò, il cassiere dei Corleonesi. Zona calda attraversata in quegli anni dalla tempesta di un discusso pentito come Salvatore Cangemi del quale Dainotti era stato il factotum. Peraltro finito in cella anche per una rapina di finanziamento alla famiglia il colpo miliardario al Monte dei Pegni di Palermo. E, prima ancora, per la lupara bianca di Antonino Rizzuto, scomparso nel 1989. E il boss se ne andava in giro in bici con questo curriculum cucito addosso.

Sconti anche a Bagheria

Fra i pezzi grossi di Cosa nostra tornati in circolazione campeggia la figura di Pino Scaduto, ai suoi tempi indicato come il capo mandamento di Bagheria alla guida delle estorsioni e degli uomini che allora garantivano la latitanza di Bernardo Provenzano. Scontata una condanna nel 2007, l’anno successivo era di nuovo dentro, bloccato dal blitz Perseo mentre cercava di riorganizzare il clan. Poi l’assoluzione per alcune estorsioni. E il ritorno a Bagheria.

Amico dei corleonesi

Una storia simile è quella di Giulio Caporrimo, il boss di San Lorenzo, forse un nome che dice poco a chi segue le cronache sui giornali. Ma per gli inquirenti è un «numero uno». Con una acrobazia legale, i suoi avvocati sono riusciti ad ottenere che l’ultima condanna a dieci anni fosse cumulata, e quindi detratta, da una precedente sentenza. La stessa che aveva finito di scontare nel 2010. Di qui la riacquistata libertà per l’uomo che ha sempre rivendicato come una medaglia i suoi rapporti con gli ergastolani Lo Piccolo. «Figura inquietante», la definisce Cortese conoscendo cosa è accaduto in carcere.

Microspia nella stalla

Liberi come Caporrimo, sono pure, per fine pena e decorrenza dei termini di custodia cautelare, i fratelli Gregorio e Tommaso Di Giovanni, finiti in carcere rispettivamente nel 2010 e 2011. Allora erano frequenti gli incontri fra Caporrimo e uno dei fratelli, Tommaso, perché a lui era stato lasciato lo scettro di Porta Nuova quando suo zio, Calogero Lo Presti, era stato costretto a defilarsi perché individuato grazie ad una microspia installata in una stalla dove organizzava i suoi picciotti.

Summit a tavola

Fu considerato importante in particolare un incontro del giugno 2011. Una «mangiata» in un ristorante fidato, una tavolata dove furono registrati Tommaso Di Giovanni, Caporrimo e Antonino Messicati Vitale, in rappresentanza del clan di Villabate, arrestato e adesso di nuovo libero, come Nicola Milano, altro nome che conta a Porta Nuova. Un elenco troppo lungo per tenere tutti sotto controllo. E infatti hanno potuto agire senza ostacoli i due killer entrati in azione alla Zisa contro l’uomo in bicicletta, mentre scappavano terrorizzati commercianti, impiegati, bimbi e mamme diretti a scuola in una Palermo sempre inquieta.

«Seguite i soldi, troverete la mafia»

Due ore spese bene, che valgono molto di più di qualche editoriale fumosamente tranquillizzante e del nulla cosmico di certi convegni.

In occasione del 25° anniversario della strage di Capaci.

Intervengono: Roberto Scarpinato (procuratore generale di Palermo), Sebastiano Ardita (procuratore aggiunto di Messina), Gianni Dragoni (giornalista del Sole24Ore), il direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni.

Alla conferenza, moderata da Aaron Pettinari, caporedattore di ANTIMAFIADuemila, danno i loro saluti Brizio Montinaro, fratello di Antonio Montinaro, e Valentina Muratore, portavoce di ContrariaMente.

Convegno ““Seguite i soldi, troverete la mafia”. Dalle parole di Falcone ad oggi. Cosa è cambiato 25 anni dopo

Capaci””, registrato a Palermo sabato 20 maggio 2017 alle 17:00.

Sono intervenuti: Aaron Pettinari (capo redattore della rivista Antimafia Duemila), Valentina Muratore (presidente dell’ associazione studentesca Contrariamente), Brizio Montinaro (fratello di Antonio Montinaro), Giorgio Bongiovanni (direttore della rivista “Antimafia Duemila”), Roberto Scarpinato (procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Palermo), Sebastiano Ardita (procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Messina), Gianni Dragoni (giornalista de “Il Sole 24 ore”), Vincenzo Agostino (padre di Nino Agostino), Gabriella Accetta.

«Santa Mamma, un libro che non ti aspetti»: la recensione di Articolo21

(di Salvo Ognibene, fonte)

“Forse è meglio che mi presenti ma non sono mai stato forte, vi confesso, né con gli inizi e ancora meno con i finali: solitamente finisco dentro qualcosa da cui mi sfilo vigliaccamente nel modo più indolore possibile. Cerco il protagonismo e poi ne soffro. Ogni volta ci ricasco. Deve essere per questa mia ossessione di scrivermi un inizio. Sono Carlo Gatti e sono nato con un buco” Ecco chi è il protagonista di “Santa Mamma”. Un bambino adottato all’età di tre anni che, alla soglia dei 70 anni, racconta la sua storia  con un’indole poetica e narrativa che solo la penna di Giulio Cavalli poteva raccontare. In Santa Mamma ci ricorda il valore degli affetti e non nasconde le debolezze dell’uomo che ogni tanto viene sopraffatto dal peso di una società troppo egoista per vedere al di là del proprio naso.

Un romanzo legato a storie del presente che segue “Mio padre in una scatola da scarpe” (Rizzoli, 2015) e “L’innocenza di Giulio. Andreotti e la mafia” (Chiarelettere, 2012). Un libro sull’essere figli e genitori, sull’importanza della scuola e delle insegnanti che ci mettono il cuore, l’anima e la testa. Una storia che stupisce, intima a tal punto da far provare vergogna a chi legge e dove non manca uno schiaffo all’antimafia che “non scende il naso”, che non incide. Restituisce dignità a chi immancabilmente fa bene il proprio lavoro, anche quello del clown Exupéry, che per il solo fatto di far bene il suo mestiere (far ridere la gente) si ritrova a vivere sotto scorta.

Impossibile non notare le diverse coincidenze biografiche tra il protagonista del romanzo ed il suo autore: dalla data del giorno di nascita fino a giungere ad una vita sottoscorta. Dettagli che in una storia densa e avvolgente come questa cadono in secondo piano ma che lasciano il segno.

A Giulio Cavalli il riconoscimento di aver saputo raccontare una storia difficile e che lo toglie da quell’imbarazzo di chi non vorrebbe scrivere un libro perchè “ogni lettore annoiato su una storia che è costata sangue e cuore è una doppia dannazione e io, scusatemi, sono troppo fragile per correre questo doppio rischio”.

E rimane il sorriso,  di chi, nonostante tutto, continua a farcela.

Leggetelo, vi farà bene.