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‘Ndrangheta: arrestato il latitante Facchineri, tradito dall’irrefrenabile “pisellino”

L’operazione «Alcova» è stata così denominata in quanto trae origine dal luogo dove è stato catturato Giuseppe Facchineri, classe 1970, personaggio di spicco dell’omonima cosca di ‘ndrangheta operante a Cittanova (RC), gravato da numerosi precedenti di polizia per associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, rapina, porto abusivo di armi, violenza e minaccia a Pubblico Ufficiale, furto aggravato, ricettazione, già sorvegliato speciale.

Le vicissitudini giudiziarie più recenti di Facchineri Giuseppe risalgono al 2014, allorquando era stato tratto in arresto unitamente alla madre Facchineri Caterina classe 1943 e al fratello Facchineri Salvatore classe 1974, in esecuzione di un’Ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Palmi per estorsione e rapina in concorso aggravate.

Le indagini, inizialmente coordinate dalla Procura della Repubblica di Palmi e successivamente proseguite dalla Direzione Distrettuale Antimafia, con il coordinamento del Procuratore Federico Cafiero De Raho, erano state avviate a seguito di una perquisizione di iniziativa effettuata nell’abitazione di un residente del luogo.

In quella circostanza i militari avevano rinvenuto un’agenda e alcuni documenti contabili riferiti a rapporti economici non meglio precisati con componenti della famiglia Facchineri.

Tale materiale era infatti apparso subito molto sospetto, soprattutto in ragione del fatto che l’interessato non era stato in grado di fornire alcuna plausibile spiegazione in merito al contenuto e alla natura del rapporti in questione.

Infatti, solo le investigazioni che ne sono conseguite hanno permesso di riscontrare che alla base vi erano delle richieste estorsive, derivanti dalla vendita di dieci bovini (per un importo di 10.000 euro) risalente al 2009 tra Facchineri Caterina e la vittima: quest’ultima, pur avendo regolarmente pagato a suo tempo la cifra pattuita, era poi stata comunque oggetto di continue richieste di danaro, avanzate a titolo di pretesi interessi sul pagamento del bestiame acquistato.

Pertanto, dopo alcuni mesi in carcere, Facchineri Giuseppe era stato ammesso a beneficiare degli arresti domiciliari presso l’abitazione di alcuni familiari in provincia di Arezzo.

Tuttavia, non appena ha avuto inizio il processo in cui era imputato per le citate vicende, le varie testimonianze che si sono susseguite ne hanno evidenziato una posizione sempre più grave, che lasciava presagire ad un’elevata probabilità di riportare una pesante condanna.

Difatti, proprio nel corso dell’udienza del processo celebrata il 16 gennaio 2016, Facchineri aveva addirittura inveito e minacciato di morte la persona offesa.

A quel punto, i reati di cui era già chiamato a rispondere, uniti alla condotta assunta nel corso del processo e alla pericolosità evidenziata, avevano così determinato il ripristino della custodia cautelare in carcere, che però era rimasta ineseguita in quanto Facchinieri non aveva più fatto rientro presso l’abitazione dove scontava gli arresti domiciliari.

Da quel momento sono iniziate le indagini dei Carabinieri della Compagnia di Taurianova, che dopo quasi un anno e mezzo di attività incessanti sono così riusciti a risalire al covo ove il latitante Facchineri continuava ad incontrarsi periodicamente con la moglie.

Infatti, proprio la necessità e il desiderio di continuare a mantenere comunque il contatto con la donna cui era più legato, gli sono stati fatali: alle ore 03.45 circa di questa notte, è stato tratto in arresto al termine di un blitz portato a termine dai Carabinieri di Taurianova, con l’ausilio dei militari dello Squadrone Eliportato Cacciatori e dell’8° Nucleo Elicotteri CC di Vibo Valentia.

(fonte)

Marciamo contro il caporalato

(scritto per i Quaderni di Possibile qui)

Si chiama caporalato ma c’è dentro un bel mazzo di questioni che ci stanno terribilmente a cuore: c’è il lavoro svilito che considera le persone un tanto al chilo, c’è la criminalità che si organizza tra i buchi dei mancati controlli, c’è l’immigrazione che diventa manovalanza a disposizione delle mafie e c’è l’indifferenza intorno che consuma senza porsi troppe domande.

Lo chiamiamo caporalato ma coinvolge una schiera che non sta solo in mezzo ai campi. Come abbiamo scritto nel nostro appello (firmato da noi con Leonardo Palmisano e Marco Omizzolo che di caporalato si occupano tutti i giorni da anni): “il caporale è l’ultimo anello di una catena che salda diversi interessi all’insegna della riduzione dei costi: dalla grande distribuzione che stabilisce il prezzo, passando per i mediatori e i produttori che cercano di massimizzare il loro profitto. E spesso nell’affare entrano anche le mafie, che controllano buona parte della filiera, a partire dai mercati ortofrutticoli, le grandi centrali di raccolta, smistamento e trasporto dei prodotti ortofrutticoli coltivati in Italia o importati dall’estero. Talvolta con la complicità della politica locale”.

Per questo Possibile aderisce alla Marcia nazionale contro la mafia del caporalato di lunedì 17 aprile: perché noi in marcia ci siamo da tempo e non abbiamo nessuna intenzione di fermarci. Chiediamo il ritorno alla centralità del collocamento pubblico; una procura nazionale anticaporalato; una procura antimafia a Foggia; l’aumento del numero degli ispettori del lavoro; una legge che consenta di creare anche in agricoltura cooperative di produzione lavoro; un sistema di accoglienza diffuso nei centri urbani che coinvolga direttamente le comunità; la traduzione in lingue straniere della legge contro il caporalato; l’abolizione del reato di clandestinità; il superamento della Bossi-Fini, prevedendo strumenti di ingresso per la ricerca di lavoro e modalità di regolarizzazione attraverso il lavoro; meccanismi che permettano alle vittime di sfruttamento di avere accesso rapido a indennizzi, risarcimenti e retribuzioni arretrate; misure che rendano estremamente trasparente la filiera produttiva, a partire da un’etichettatura che tracci i singoli fornitori; progetti di assistenza e formazione a livello nazionale e regionale qualificati a sostegno dei percorsi di emancipazione dei lavoratori e delle lavoratrici; politiche di welfare a sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici, soprattutto se costrette a subire oltre allo sfruttamento anche violenze fisiche, sessuali e ricatti di varia natura.

Per aderire all’appello basta andare qui. Mentre qui trovate l’evento Facebook.

Giulio Cavalli

Stefano Catone

Cosa c’entra la ‘ndrangheta con le scuole abusive

Amministratori e dipendenti pubblici giudicati collusi, imprenditori ritenuti compiacenti ed una cosca di ‘ndrangheta interessata agli appalti pubblici ed in gradi di infiltrarsi nella pubblica amministrazione fino a cedere in vendita o in locazione due immobili totalmente abusivi destinati ad ospitare l’istituto d’Arte e dell’Ipsia di Locri. E’ un’inchiesta dai risvolti clamorosi quella che è stata condotta dal Gruppo carabinieri di Locri sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e che ha portato all’alba di oggi all’esecuzione di quindici provvedimenti restrittivi che, oltre a Locri, hanno anche interessato Roma.

Indagati “eccellenti”. Tra i destinatari dei provvedimenti di custodia cautelare emessi dal gip del Tribunale di Reggio Calabria figura anche l’avvocato Luca Maio, 45 anni, già consigliere provinciale. Per lui il giudice ha disposto gli arresti domiciliari ed un sequestro di oltre 900 mila euro. Non è il solo professionista coinvolto nell’inchiesta. Con lui risultano indagati architetti, geometri ed ingegneri. Spicca anche il nome Salvatore Calabrese, 85 anni, padre dell’attuale sindaco di Locri che non risulta coinvolto nella vicenda. Per l’85enne la Dda ha chiesto ed ottenuto l’obbligo di firma. Dei 15 indagati, uno è stato posto in custodia cautelare in carcere, 4 agli arresti domiciliari e 10 colpiti congiuntamente dalle misure dell’obbligo di dimora e dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Tutti sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di concorso nei reati di truffa aggravata e continuata, abuso d’ufficio e frode nelle pubbliche forniture, delitti tutti aggravati dalla circostanza dell’agevolazione mafiosa della ‘ndrina Cordì, operante a Locri e territori limitrofi. Numerose le perquisizioni personali e domiciliari nei confronti degli stessi indagati.

I contrasti tra i clan. L’operazione – hanno spiegato gli inquirenti – è stata denominata “Euro-Scuola” proprio perché ha visto concentrarsi l’impegno investigativo dei militari dell’Arma sugli appalti di svariati milioni di euro per la costruzione di un immobile totalmente abusivo, di circa 5.000 metri quadrati, sede dell’Istituto Statale d’Arte “Panetta”, e per l’individuazione di un immobile da acquisire in locazione e da destinare a sede dell’Ipsia, sempre a Locri. Secondo l’accusa si è trattato di operazioni concluse per favorire personaggi legati ai Cordì, una delle cosca protagoniste tra il 1969 e 2005 di una sanguinosa faida ultratrentennale contro i rivali Cataldo per la supremazia nel territorio. Poi la pace siglata tra il 2008 ed il 2010. Un accordo fra i due gruppi finalizzato alla spartizione delle attività illecite e ad al controllo della pubblica amministrazione. Dalle indagini sarebbe emerso come proprio i contrasti generati dai forti interessi delle due consorterie nell’affare dell’edilizia scolastica avessero rappresentato, tra la fine del 2004 e l’inizio del 2005, una delle scintille che aveva fatto riaccendere la guerra di mafia a Locri con l’uccisione di Giuseppe Cataldo.

Le parole dei pentiti. Nell’ordinanza di custodia cautelare sono richiamate numerose intercettazioni, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, riscontri di polizia giudiziaria, ordinanze di custodia cautelare, sentenze di primo e secondo grado da cui emerge la capacita’ delle due cosche di insinuarsi e di controllare l’imprenditoria locale anche nel caso di appalti e lavori banditi dalla pubblica amministrazione. Le dichiarazioni di due pentiti, Domenico Oppedisano e Domenico Novella, in particolare, hanno evidenziato l’interessamento delle ‘ndrine di Locri riguardo allo allo svolgimento di lavori pubblici tra cui quelli che hanno portato al sequestro delle scuole.

Le scuole abusive. Lungo l’elenco delle violazioni commesse per la costruzione e l’acquisizione delle due strutture destinate ad ospitare i ragazzi: dalla violazione delle indicazioni del piano regolatore e delle norme tecniche di attuazione del Comune di Locri alla conseguente assenza di concessioni per la costruzione ed all’irregolarità del certificato di collaudo fino all’assenza dei certificati di prevenzione incendi, obbligatori per le scuole di ogni ordine e grado con oltre 100 persone.
Naturalmente, chi ha gestito i progetti si è curato anche di eludere la normativa antimafia, per esempio omettendo la comunicazione alla Provincia di Reggio Calabria di atti con i quali Antonio Circosta, socio accomandatario, comunicava la modifica della compagine sociale, rappresentando falsamente la fuoriuscita dalla sua società di alcuni soci oggi indagati indagati: Antonio, Rocco, Cosimina e Lucia Maiorana, che di fatto, invece, rimanevano comunque soci della società. Secondo gli inquirenti l’obiettivo era quello di consentire a persone vicine ai Cordì di percepire indebitamente, in relazione alla locazione degli immobili da parte della Provincia di Reggio Calabria, un canone di locazione assolutamente incongruo. Frode che si sarebbe ripetuta nell’esecuzione dei contratti di locazione e compravendita dell’immobile adibito a Scuola d’Arte, stipulato con la Provincia di Reggio Calabria, con “l’aggravante – scrivono gli inquirenti – di aver commesso il fatto con modalita’ mafiose – in relazione alle indebite pressioni esercitate con modalità mafiose sull’architetto Tallarida, già responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Locri, in vista della concessione dei permessi e delle certificazioni necessari alla costruzione dell’immobile”. Tutto avveniva sotto la “regia” di Pietro Circosta e dell’avvocato Luca Maio. Quest’ultimo, nella sua qualità di consigliere della Provincia di Reggio Calabria, si sarebbe interessato agli iter amministrativi relativi agli immobili in questione.

(fonte: zoom24)

Mafia, antimafia, politica e calcetto: una mia piccola intervista

Mirco Sirignano mi ha intervistato qualche giorno fa per Italianews24. Ecco qui:

Giulio Cavalli, “per brevità chiamato artista”. È un attore, scrittore, regista, giornalista e politico, da anni impegnato soprattutto nel raccontare le mafie al nord. Dopo un suo spettacolo, nel 2009, gli viene assegnata la scorta. Ma questa per lui è solo una delle “caratteristiche meno interessanti poiché non è un pregio, non è un vizio o un difetto ma solo una conseguenza”. Ha pubblicato di recente il suo ultimo romanzo, Santamamma (Fandango Libri).

Giulio Cavalli, scrittore, attore, regista, politico impegnato soprattutto contro le mafie. Ne parla nei tuoi libri, nei suoi spettacoli. A che punto è il suo racconto?

Se parliamo di risultati, io credo che abbiamo fatto passi da gigante. Senza fare filosofia, vivo in un territorio in cui dicevano che la mafia non esistesse e finisco sotto scorta perché minacciato dalla mafia (quindi per una cosa che non c’è). Poi però, in quello stesso territorio (Lombardia, nda), mi capita spessissimo di andare nelle scuole, che ritengono l’educazione alla legalità, la conoscenza dei temi mafiosi e antimafiosi, davvero indispensabile. E quindi secondo me uno scatto c’è stato. L’aspetto triste della vicenda è che, ancora una volta, lo scatto è stato solo sociale. Tutto ciò che politicamente è stato fatto, nasce sulla spinta di un movimento sociale che ha obbligato la politica a prendere, o simulare di prendere, posizione. E questo è un pessimo segnale.

Ecco, storicamente al nord le mafie non sono percepite come un problema serio e reale. E’ cambiato il vento?

Sicuramente un’evoluzione c’è stata. Il problema è che ancora oggi il tema mafia non si riesce a declinarlo. Mi sembra incredibile che la politica non capisca che parlare di diritti significa parlare anche di mafie. E parlare di crescita economica, di sviluppo del mondo del lavoro, significa anche parlare di mafie. Invece molto spesso il tema è chiuso in un angolo. È solo una delle bandierine che tutti i movimenti politici vogliono avere.

Qual è il ruolo che gioca il teatro nel racconto delle mafie?

La politica prende decisioni quando semplicemente è troppo impopolare far finta di niente. E quindi il mio ruolo è quello di rendere pop (nel senso pulito del termine) l’indignazione e la pretesa di un’azione politica. Credo soprattutto nel mezzo teatrale, perché ci permette di avere un’attenzione di ascolto che molti altri mezzi non hanno. Oggi il teatro è lo spazio dell’approfondimento.

Già da qualche anno ha intrapreso un percorso politico. Per Lei è stato un passaggio naturale, quello dell’impegno politico, oppure è stato sofferto? Perché magari chi come Lei proviene dal mondo della cultura, sui due binari, quello della politica e quello (appunto) della cultura, si viaggia a velocità diverse.

Il mio è un lavoro molto politico. Perché alla fine, sia che avvenga su un palcoscenico, con un romanzo o con un articolo giornalistico, le mie attività auspicano sempre un cambiamento generale. E le trasformazioni sociali sono politiche. Dal punto di vista dell’esperienza istituzionale, credo di avere fatto molta più politica con la mia professione che da consigliere regionale. Ma questo perché sono convito che ci siano dei meccanismi di scelta della classe dirigente che per me non sono assolutamente potabili. Richiedono compromessi che a me risultano molto difficili. Ma l’impegno poi politico lo ritengo assolutamente indispensabile. Anche la vicinanza a Pippo (Civati, nda) e a Possibile, penso che sia naturale.

La mafia e la corruzione, in un connubio ormai indistinguibile, generano soprattutto ingiustizie e ineguaglianze. Ecco, crede che la sinistra di oggi stia facendo abbastanza?

Mi dispiace, ma sono sconvolto dalla mancanza di responsabilità da parte della sinistra. Prima di tutto perché una parte del popolo è assolutamente analfabeta del tema. Ecco, l’alfabetizzazione di fenomeni così gravi, dovrebbe essere un obbligo per i partiti. Siamo passati dall’avere partiti con una funzione anche pedagogica (Pio La Torre era quello che raccontava la mafia a contadini, questo era il PCI), a sperare che gli stessi partiti “fingano” di imparare. C’è stato un periodo storico in cui la sinistra sul tema delle mafie ha dimostrato una responsabilità superiore. Oggi invece noto un totale distacco.

Quello che sembra mancare è la credibilità. Come la sinistra (o comunque, in generale, chi governa) può essere credibile se poi quando si deve votare su particolari casi (tipo Minzolini, l’ultimo in ordine cronologico) si tirano i remi in barca? Poi le politiche nascono viziate dal pregiudizio della gente.

Esattamente. Tieni conto che essere antimafioso significa essere contro il reato di mafia. Pippo Fava lo raccontava benissimo. Il reato di mafia è sostanzialmente un grumo di egoismo che insegue degli interessi particolari, piuttosto che gli interessi generali. E per essere antimafioso bisogna essere sostanzialmente solidali. Bisogna essere disponibili anche a perdere diritti particolari, se questo permette di raggiungere una crescita dei diritti di tutti. La credibilità si costruisce così.

Manca il senso della collettività.

Certo, la cosa che mi preoccupa non è tanto il federalismo salviniano, che è pittoresco e pericolosissimo, per carità. Però mi sembra assolutamente minoritario. Quello che mi preoccupa è quel federalismo per cui anche molte persone di sinistra sono convinte di dover curare la propria sopravvivenza, di doversi adoperare per le persone più vicine a loro, piuttosto che avere una visione generale.

Mi ha fornito un assist su Salvini. Perché è come se si fosse ribaltata anche l’assunzione delle responsabilità. Parliamo di un partito che negli ultimi venti anni ha governato e tanto. Però quando scende giù a Napoli e la città protesta, Salvini rinfaccia alla gente di protestare solo contro di lui, e non contro la camorra. Quando poi è soprattutto la politica a non ritenere prioritario il contrasto alla criminalità organizzata, che è un tema sistematicamente fuori dal dibattito.

Questo perché dietro il perbenismo, molto spesso, si nascondono le proprie responsabilità. Negli ultimi anni si è abbastanza sbriciolato anche il concetto di lotta. Una parola nobilissima. La storia del movimento antimafia in Italia è una storia di lotta, di scioperi, di recriminazioni, a volte alzando la voce per affermare i propri diritti. Tutte quelle modalità che hanno spinto il movimento antimafia sono improvvisamente divenute fuori moda, se non addirittura osteggiate, anche dalla sinistra. I benpensanti ci dicono che dobbiamo essere collaborativi.

Però c’è anche da dire che negli ultimi anni il movimento antimafioso non gode proprio di ottima salute. C’è stato, forse, anche un po’ di autolesionismo? Mi viene in mente, per esempio, il caso di Maniaci. Crede ci sia, ormai, una mancanza di fiducia anche verso il movimento antimafioso?

È colpa del movimento antimafia o è colpa di un Paese che, a un certo punto, ha pensato che più lunga era la scorta e più credibile era l’antimafioso? Perché Pino Maniaci è diventato, anche a livello internazionale, il profeta unico dell’informazione antimafiosa? Di chi sono le responsabilità?

Certo è un’attitudine tutta italiana quella di delegare ai singoli le massime responsabilità. È successo più o meno lo stesso, almeno dal punto di vista mediatico, con Raffaele Cantone, divenuto ultimo baluardo per il contrasto della corruzione e del malaffare.

Personalmente vorrei un paese in cui Raffaele Cantone (in quanto “Raffaele Cantone”) non esista, ma che tutto il grumo che gli è stato caricato sulle spalle, sia condiviso con i lavoratori pubblici, impiegati bancari, tassisti, eccetera. Da questo punto di vista, a mio avviso l’antimafia ha delle grosse responsabilità. Perché a un certo punto è diventata molto televisiva, ne ha seguito i canoni della comunicazione. Si è molto “mondadorizzata”.

Per concludere, Lei di solito con chi gioca a calcetto?

(Ride)

Come ha interpretato la metafora di Poletti?

Siamo in un paese in cui alle domande “chi sei?” e “che cosa sai fare?” si è sostituita la domanda “chi ti manda?”. Ma questo ben prima di Poletti. Il ministro non è il problema, ma l’effetto. Ogni tanto qualcuno mi accusa di essere troppo vicino alla politica. E la cosa che mi fa sorridere è che sono gli stessi che poi accusano Pippo Civati di essere una percentuale infinitesima nel panorama politico. Quindi diciamo che, da amico di Pippo, da tifoso del Torino, da persona di sinistra, probabilmente ho sviluppato una affezione per l’essere “minoritario”. Per cui ho giocato a calcetto sempre nel campetto sbagliato.

Restando sempre nella metafora, quale partita sta giocando adesso il nostro Paese? Quali sono le due squadre in campo?

Secondo me in campo c’è un pezzo di politica, che nonostante i sondaggi, sta cercando di giocare con la formazione della coerenza, augurandosi che torni prepotentemente di moda. Dalla parte opposta invece centrodestra e centrosinistra giocano insieme (al massimo si dividono le fasce) con il catenaccio, per l’autopreservazione. L’arbitro di questa partita è la Costituzione. E direi che sta funzionando anche abbastanza bene, nel senso che il più grande oppositore politico dei governi degli ultimi dieci anni è stata la Carta.

Forse per questo hanno cercato di “influenzare” l’arbitro.

Che Renzi, alla Moggi, abbia cercato di chiudere nello spogliatoio la Costituzione, mi ha preoccupato fin da subito. Ma è andata bene.

A proposito di Alatri e l’omertà (e quelli che si incazzarono)

Qualche giorno fa scrissi un editoriale su Alatri (era il #buongiorno per Left che trovate qui) sottolineando come l’omicidio di Emanuele non potesse considerarsi il caso isolato in un’isola felice. Scrivevo anche “Ma gli eventuali omertosi con la fiaccola in mano pensano davvero di essere assolti? Ma soprattutto coloro che sotto la cenere vorrebbero organizzare le prossime spedizioni punitive in cosa credono di essere diversi dalla ferocia degli assassini?”.

Tra i commentatori (che ringrazio per l’attenzione, sempre) più di qualcuno proprio da Alatri mi ha scritto indignato perché avrei “rovinato l’immagine del paese” (come diceva quell’altro, ve lo ricordate, a proposito degli “scrittori di mafia”). Eppure quell’editoriale (come tutto quello che scrivo) nasceva dalle dichiarazioni delle forze dell’ordine che già da qualche giorno ci avvisavano di un clima generale tutt’altro che pacifico, contrito e solidale.

Ora arriva la conferma. Come scrive l’Ansa:

“Sono state messe sotto sequestro le armi in casa di parenti e amici di Emanuele Morganti. La decisione è stata presa dalla Prefettura di comune accordo con i carabinieri e la Questura per precauzione probabilmente anche a seguito del ritrovamento da parte della squadra mobile di Frosinone di un biglietto contenenti insulti “agli infami” responsabili dell’omicidio. Ad Alatri e nelle sue frazioni,infatti, l’atmosfera è tesa: si temono vendette verso gli indagati a piede libero e i loro familiari. La tragedia del ventenne di Tecchiena, massacrato di botte all’esterno di una discoteca nella notte tra venerdì 24 e sabato 25 marzo, ha scosso il paese. La fontana di piazza Regina Margherita davanti all’ingresso del locale Mirò teatro dell’omicidio è stata svuotata dai carabinieri e dai colleghi del Ris che cercavano l’arma che ha ucciso Emanuele, ma senza esito.”

Ecco. Appunto.

Operazione “Recherche”, gli affari del clan Pesce di Rosarno. Le facce e i nomi.

(l’articolo de Il Dispaccio)

da sinistra: Armeli, Cimato, Elia, Garruzzo, Mangiaruca, Rocco Pesce, Savino Pesce, Raso, Stilo e Scordino.

Non è un caso che l’indagine messa a segno oggi, dalla Squadra Mobile della Questura reggina e dalla Dda, è stata chiamata “Recherche”. Il nome prende spunto infatti, da un’opera letteraria di Marcel Proust, scrittore e critico letterario parigino, molto amato dal boss Marcello Pesce “u ballerinu”. Quando lo catturarono nel dicembre scorso infatti, gli agenti della Mobile trovarono nel suo covo molti libri dell’autore. L’inchiesta prende proprio l’avvio dalle ricerche, degli inquirenti e degli investigatori, del boss di Rosarno che per sei anni è riuscito a darsi alla macchia. Oggi è stata quindi ricostruita la fitta rete dei presunti fiancheggiatori che hanno “aiutato” il boss a sottrarsi alla giustizia, ossia dal 2010 quando i Carabinieri eseguirono il blitz dell’operazione “All inside”. In tutto sono undici le persone fermate su ordine dei pm reggini Luca Miceli, Adriana Sciglio e Francesco Ponzetta. Un’altra, ossia Antonino Pesce, classe 1992 , è attivamente ricercata dalla Mobile. Le accuse contestate agli indagati sono, a vario titolo, quelle di associazione mafiosa, illecita concorrenza con minaccia o violenza, traffico e cessione di sostanze stupefacenti, intestazione fittizia di beni e favoreggiamento personale nei confronti del boss Marcello Pesce, arrestato nel dicembre scorso dalla Polizia. I dettagli sono stati esposti stamani presso la sala “Calipari” della Questura reggina.
“Oggi è una giornata di sole- ha affermato il Questore Raffaele Grassi. Questa operazione evidenzia, ancora una volta la forza dell’autorità giudiziaria e della Polizia nel contrasto alla ‘ndrangheta. L’attenzione degli investigatori è al massimo livello sia sulla piana di Gioia Tauro che in tutta la provincia reggina”.

Le investigazioni, per la cattura del “ballerino”, abbracciano il periodo che va dall’inizio del 2015 al giorno della cattura del latitante, sorpreso all’interno di un’abitazione nel centro del suo paese d’origine, nella disponibilità di Salvatore Figliuzzi, classe 1955 e del figlio Pasquale classe 1976, i quali, arrestati in flagranza di reato per favoreggiamento aggravato, hanno subito patteggiato la pena. Attorno all’ex latitante poi c’era un’organizzazione che non solo assisteva “moralmente” e materialmente Marcello Pesco, ma è riuscita a creare una rete di supporto e di tutela attraverso l’effettuazione delle “staffette” dirette ad evitare l’intervento delle forze dell’ordine sia all’atto dei vari spostamenti del latitante e sia quando i sodali, i familiari e altri soggetti si recavano presso i vari covi in cui Pesce si nascondeva. Inoltre, secondo l’Antimafia, i fiancheggiatori hanno garantito gli incontri tra “il ballerino” e gli altre membri della cosca.
“Pesce non era un boss “in sonno” – ha affermato il procuratore aggiunto Gaetano Paci- era attivissimo e per tutto il periodo della latitanza ha dettato regole e strategie ai sodali attraverso il figlio Rocco Pesce ossia la sua “longa manus” sul territorio. Insieme a lui altro elemento di spicco era Filippo Scordino; entrambi curavano i rapporti con gli intestatari fittizi del settore del trasporto merce su gomma e gestivano altre attività economiche, come aziende agricole e centri scommesse”.
Proprio su questo aspetto si è soffermato Federico Cafiero De Raho, Procuratore reggino. “La nostra Costituzione, ha affermato Cafiero, garantisce la libertà di iniziativa economica, ma dove c’è la ‘ndrangheta questo non è possibile. In Calabria c’è un controllo talmente capillare che le cosche effettuano un controllo asfissiante, asfissiante per la popolazione ma anche per l’economia del territorio. Abbiamo inoltre appurato, che anche le stesse “teste di legno”, che lavoravano per conto dell’organizzazione mafiosa, per commercializzare dovevano essere autorizzate dai capi e nel caso dovevano pagare, pur essendo inseriti nel contesto criminale”.

L’inchiesta “Recherche” poi, ha smantellato i traffici di droga messi in piedi dalle cosche di Rosarno. “Ci troviamo di fronte ad un’organizzazione criminale -ha affermato il Procuratore della Dda dello Stretto- che è riuscita a spostare il proprio interessi dalla cocaina alla marijuana poiché sono risultati saldi i legami con i trafficanti della costa orientale siciliana. I Pesce al momento stavano esportando lo stupefacente sulle piazze del cosentino; in due occasioni abbiamo infatti, sequestrato carichi di hashish e marijuana per un valore di oltre 100 mila euro». Le indagini finalizzate alla cattura del latitante sono proprio partite dall’osservazione dei suoi più stretti congiunti come il figlio Rocco Pesce, classe 1988. Secondo il “rampollo” dei Pesce prendeva parte attiva all’organizzazione dedita al traffico illecito di sostanze stupefacenti.

È stata fatta luce su una serie di cessioni di droga riconducibili ad una rete di narcotrafficanti operanti in prevalenza sul territorio di Cosenza, Rosarno e nella provincia di Catania. La base di partenza dell’inchiesta era rappresentata dall’osservazione di due luoghi strategici per il gruppo criminale ossia un centro scommesse e l’azienda agricola “Le tre stagioni” all’interno della quale, il 25 febbraio dello scorso anno, è stato effettuato anche un sequestro di droga (quattro chilogrammi di “marijuana”) riferibile, secondo gli investigatori, a Rocco Pesce ed al suo gruppo da cui emergevano, anche evidenti cointeressenze tra le attività dell’indagato e soggetti del vibonese. Il secondo sequestro inoltre, è stato effettuato l’otto febbraio del 2015 quando agli imbarcaderi di Villa San Giovanni, all’interno di un camion sono stati rinvenuti 67 chili di marijuana e più di 82 mila euro euro in banconote di vario taglio. Da Rosarno la droga viaggiava verso la Sicilia.
Il pm reggini infine hanno sequestrato un imponente patrimonio aziendale riconducibile alla famiglia di Marcello Pesce, che comprende 8 società ed una consistente flotta di mezzi di notevole valore commerciale (come trattori stradali, rimorchi e semirimorchi). La cosca, ancora una volta, era “leader” nel settore del trasporto su gomma e, ancora una volta, l’Emilia Romagna rappresentava una “piazza” appetibile. Attraverso le intercettazioni effettuate a carico dei presunti componenti della cosca, fra cui diverse telematiche attive sugli smartphone, è stato smascherato il sistema dell’imposizione dei trasporti merci su gomma dalla Piana di Gioia Tauro verso diverse località del centro e nord d’Italia e del costo degli stessi.

A “gestire” questo settore, per conto della ‘ndrangheta, era Filippo Scordino, accusato di ricoprire il ruolo di direzione e capo della cosca Pesce. In stretto contatto con Marcello e il figlio Rocco Pesce, l’indagato avrebbe gestito per conto di questi l’ “Agenzia di Rosarno” ossi la propria ditta individuale e la “GETRAL”, impegnate nel campo della gestione e mediazione del trasporto merci su gomma, in regime di sostanziale monopolio a Rosarno e nel resto della Piana.

 

L’editore del libro di Riina Jr? Fallito. Nonostante Bruno Vespa.

Spiace sempre per il fallimento di una casa editrice ma non si può non essere felici del fatto che la mafia (e il favoreggiamento culturale alla mafia) non funzioni in libreria. Ecco cosa scrive La Tribuna di Treviso:

La storia della Edizioni Anordest di Villorba, breve ma assai movimentata, si è chiusa con la sentenza di fallimento emessa dal Tribunale di Treviso. La casa editrice di Mario Tricarico era balzata agli onori delle cronache un anno fa, quando pubblicò il contestatissimo libro di “Salvuccio” Riina, figlio del “capo dei capi” di Cosa Nostra Totò Riina. Duemila copie sufficienti a scatenare una polemica nazionale, con decine di librerie in tutta Italia che si rifiutarono, per ragioni etiche, di vendere il libro pubblicato a Villorba, con conseguenze, prima di tutto, sui bilanci della Edizioni Anordest.

«Quel libro mi ha rovinato» dice oggi, senza mezzi termini, l’ormai ex amministratore Mario Tricarico. Anche lui, un anno fa, finì nell’occhio del ciclone per la scelta di pubblicare il libro di Riina, dal titolo “Riina Family Life”, scritto dopo l’uscita dal carcere Due Palazzi di Padova nel quale era da tempo rinchiuso dopo la condanna a quasi nove anni per associazione mafiosa. Contro la pubblicazione insorse il mondo della politica e della cultura, oltre alle associazioni in ricordo delle vittime di mafie, e anche Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso Paolo, giudicò sconveniente il contenuto, finché molte librerie arrivarono a esporre il cartello “Qui non si vende il libro di Riina”. Per l’editore di Villorba che aveva scommesso nella pubblicazione del libro fu un pessimo ritorno di immagine. «Quella polemica mi ha ucciso», racconta oggi Tricarico, «non abbiamo più venduto nulla. Ho percepito una forte ostilità da parte delle librerie, mi sono arrivate anche delle minacce, gli addetti ai lavori si sono lasciati influenzare dalla polemica. Sono rammaricato soprattutto dal fatto che nessuno ha letto quel libro». Il “flop” con la pubblicazione di Riina non è in realtà l’unica causa del fallimento arrivato ieri: «Però è stato un tassello importante», commenta ancora Tricarico, «su quel libro avevamo investito tanto».

 

TAP: l’Espresso racconta la mafia dietro il progetto e il consorzio promette querela

Paolo Biondani e Leo Sisti sono due professionisti seri. Oggi sull’online de l’Espresso raccontano degli interessi mafiosi dietro il progetto TAP (annunciando il prosieguo dell’inchiesta nel cartaceo in edicola da domani). Ecco cosa scrivono:

All’origine del super-gasdotto che minaccia di perforare le coste del Salento c’è una storia nera. Un intreccio di manager in affari con la mafia, valigie di contanti, oligarchi russi, affaristi italiani legati alla politica, casseforti anonime con la targa offshore. Gli scheletri nell’armadio del Tap.

Un’inchiesta de “l’Espresso” – in edicola da domenica – svela i retroscena del maxi-progetto partendo dagli interrogativi alla base delle proteste esplose in Puglia contro lo sradicamento dei primi 231 olivi: chi ha scelto l’attuale tracciato? Perché è un consorzio privato svizzero a gestire un’opera dichiarata strategica dalle autorità europee? E’ davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché in zone già industrializzate?

Il Tap è la parte finale di un gasdotto di quasi quattromila chilometri che parte dall’Azerbaijan. Il costo preventivato è di 45 miliardi. In Salento, a Melendugno, sono iniziati gli scavi del tunnel in cemento autorizzato dal ministero dell’Ambiente per passare sotto la spiaggia. Da lì sono previsti altri 63 chilometri di condotte fino a Mesagne. Il consorzio Tap Ag prevede di dover trapiantare, in totale, circa diecimila olivi.

L’Espresso ha potuto esaminare documenti riservati della Commissione europea, che svelano il ruolo cruciale di una società-madre, finora ignota: l’azienda che ha ideato il Tap. Si chiama Egl Produzione Italia, ma è controllata dal gruppo svizzero Axpo. Le carte, richieste dall’organizzazione Re:Common, dimostrano che Egl ha ottenuto, nel 2004 e 2005, due finanziamenti europei a fondo perduto, per oltre tre milioni, utilizzati proprio per i progetti preliminari e gli studi di fattibilità del Tap. Gli ultimi fondi pubblici sono arrivati nel 2009. I ricercatori avevano chiesto altri atti, ma la Commissione li ha negati «per rispettare segreti industriali, sicurezza e privacy» delle multinazionali interessate.
In copertina, il gioco degli scacchi che oppone i ‘democratori’ Putin ed Erdogan, spalleggiati da Trump, in campo contro l’Europa: un dossier di grandi firme per capire che speranze e opzioni ha il nostro continente per resistere a chi vuole indebolirlo. Tra gli altri servizi, l’inchiesta di Paolo Biondani e Leo Sisti sul “mafiodotto”: nel contestato maxi-progetto per portare il gas dall’Azerbaijan in Puglia spuntano manager in affari con le cosche, oligarchi russi e casseforti di offshore #domenicaEspresso

In questa Egl, la società-madre del Tap, anche l’amministratore delegato è un cittadino svizzero: Raffaele Tognacca, un manager che in Italia ha lavorato anche con il gruppo Erg. Tornato in Svizzera, ha lanciato la finanziaria Viva Transfer. Che un’indagine antimafia ha additato come una lavanderia di soldi sporchi. Intervistato dalla tv svizzera italiana, il pm Michele Prestipino descrisse la vicenda come «un caso esemplare di riciclaggio internazionale di denaro mafioso».

Tutto inizia nel 2014, quando la Guardia di Finanza scopre un presunto clan di narcotrafficanti collegati alla ’ndrangheta. Il gruppo, capeggiato dal calabrese Cosimo Tassone, è accusato di aver importato oltre mezza tonnellata di cocaina. E viene intercettato mentre deve versare un milione e mezzo di euro ai narcos sudamericani. I calabresi reclutano un promotore toscano e i suoi due figli, che accettano di «portare quei soldi in contanti, dentro due trolley, a Lugano, nella sede della Viva Transfer», come confermano le confessioni degli stessi corrieri poi arrestati. A ricevere i pacchi di banconote è «Raffaele Tognacca in persona». Proprio il manager che ha tenuto a battesimo il Tap.

Tra sudamericani e calabresi scoppia anche una lite: i narcos hanno ricevuto mezzo milione in meno. Tassone sospetta dei corrieri toscani: «Gli spacco la testa!». Un figlio del promotore viene sequestrato in Brasile. Finché il clan si convince che è Tognacca ad aver incamerato una parcella di oltre 400 mila euro («il 35 per cento!»). Quindi scattano gli arresti. Al processo, in corso a Roma, i pm hanno formulato una specifica accusa di riciclaggio. E hanno chiesto ai magistrati svizzeri di indagare sulla parte estera. Tognacca si è difeso pubblicamente dichiarando di «non essere stato oggetto di nessuna misura penale». Per i pm italiani il reato resta assodato. Ma i giudici elvetici potrebbero aver archiviato per «mancata prova del dolo»: Tognacca poteva non sapere che erano soldi di mafia. Magari mister Tap pensava di aiutare onesti evasori.

Dopo aver ottenuto i fondi europei, la Egl è stata cancellata e assorbita da Axpo. Questo spiega perchè oggi il gruppo svizzero è azionista della Tap Ag con l’inglese Bp, l’italiana Snam, la belga Fluxys, la spagnola Enagas e l’azera Az-tap.

L’articolo integrale de l’Espresso racconta molti altri retroscena. Come un accordo segreto per favorire un oligarca russo rappresentato da amici di politici italiani. E le tesorerie offshore, documentate dai Panama papers, dei manager di Stato in Azerbaijan e Turchia.

Da parte sua il consorzio internazionale Trans Adriatic Pipeline promette querela scrivendo:

«E’ arbitrario, infondato ed evidentemente inaccettabile l’accostamento di TAP Ag e del progetto del gasdotto transadriatico alla parola mafia effettuato con un suggestivo titolo sul numero in uscita domani del settimanale l’Espresso. TAP provvederà nelle prossime ore a sporgere querela contro gli autori e il direttore del giornale, riservandosi la facoltà di adire anche il tribunale civile per il risarcimento del gravissimo danno reputazionale, annunciando fin d’ora che esso sarà devoluto all’associazionismo antimafia. TAP è impegnata con verificabile e verificata coerenza nella più rigorosa applicazione delle leggi e dei regolamenti italiani ed europei nella attribuzione di appalti e subappalti ed ha da tempo sottoposto alla Prefettura di Lecce un protocollo antimafia che garantisca la massima trasparenza della conduzione dei lavori.»

Solo che qui, a sensazione, tra i due litiganti non gode nessuno. Vedrete.

 

Operazione “Dominio”: i fatti, i nomi e le facce

Vasta operazione del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza che ha portato, alle prime luci dell’alba, all’esecuzione di 21 ordinanze di custodia cautelare in carcere, oltre a tre provvedimenti di obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. emesse dal G.I.P del Tribunale di Messina, Monia DE FRANCESCO, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Messina. Nella rete degli inquirenti figure note e meno note, protagonisti da anni della storia che lega la mafia con il territorio messinese. Con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso sono stati tratti in arresto Domenico LA VALLE, Paolo DE DOMENICO. Francesco LAGANA’, Antonino SCIMONE. Alfredo TROVATO, Salvatore TROVATO e Giovanni MEGNA, tutti appartenenti al clan “Mangialupi”, operante nella zona sud di Messina.

Altre quattordici persone sono state arrestate per reati quali traffico di stupefacenti, estorsione. furti, rapine e detenzione illegale di armi. Figura cardine dell’indagine Domenico LA VALLE, titolare di un’attività commerciale nel quartiere a ridosso dello stadio di calcio “G. Celeste”, che è stato coinvolto sin dagli anni ’80 in alcuni procedimenti penali che lo indicavano come imprenditore strettamente collegato ad esponenti della nota cosca TROVATO – clan “Mangialupi’, anche se lo stesso a suo tempo non è stato condannato per le ipotesi contestate.

Le complesse attività d’indagine dei finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Messina. protrattesi per due anni. hanno permesso di “leggere” e di avere una visione completa di tutte le operazioni commerciali, finanziarie ed imprenditoriali che hanno visto, negli ultimi trent’anni. al centro la figura del LA VALLE, contornato da taluni suoi familiari e da una fitta rete di fidati collaboratori, consentendo di delineare il ruolo apicale assunto all’interno del citato sodalizio mafioso. Sulla scorta del materiale probatorio è emerso come tale soggetto sia stato colui il quale. dopo la disgregazione dell’originaria compagine associativa per via della carcerazione dei capi e del percorso di collaborazione con la giustizia intrapreso da altri affiliati, abbia, di fatto, assunto un controllo pressoché esclusivo delle attività illegali della cosca. costituendone il punto di riferimento “imprenditoriale”, facendo da contraltare al ruolo “operativo” ricoperto dai fratelli TROVATO.

Nel corso dell’indagine è risultato come il LA VALLE, avvalendosi dell’apporto qualificato di uomini di sua fiducia quali Paolo DE DOMENICO e Francesco LAGANÀ gestisse numerose attività economiche, rappresentate da diverse società di noleggio di apparecchi da gioco e scommesse, da una sala giochi, da un distributore di carburanti, da una rivendita di generi di monopolio e come avesse la disponibilità di numerosi immobili, tutti formalmente intestati a familiari (quali la moglie Grazia MEGNA) e a terze persone compiacenti, tra cui Antonino SCIMONE, Giancarlo MERCIECA e Francesco BENANTI, al fine di scongiurare il rischio di essere colpito da provvedimenti giudiziari di sequestro e confisca. Gli interessi illeciti nel lucroso settore del noleggio e della gestione di centinaia di apparecchi da gioco da parte di ditte a lui riconducibili hanno fatto assumere nel tempo una notevole posizione nel mercato di Messina e provincia, consentendo al LA VALLE di accumulare ingenti somme di denaro “in nero”, messe a disposizione della cosca di appartenenza per le più disparate finalità illecite.

In proposito, le Fiamme Gialle durante le investigazioni hanno sequestrato 159 di tali macchine e 369 schede elettroniche, la metà delle quali, a seguito di perizie effettuate da consulente tecnico della Procura, sono risultate essere state alterate per ridurre le probabilità di vincita. L’ufficio all’interno del distributore di carburante posto nelle immediate adiacenze del bar di proprietà costituiva una vera e propria “cassa continua” dell’organizzazione. A dimostrazione della notevole liquidità raccolta con la fiorente gestione delle attività illecite nel settore delle videoslot è significativo che nel corso di una perquisizione eseguita dalla Guardia di Finanza, all’interno di una botola ubicata nella cabina del distributore, siano stati sottoposti a sequestro oltre 140 mila euro in contanti. In tale circostanza, è stato rinvenuto anche un “libro mastro” ove erano annotati, con cadenza mensile, i guadagni, pari ad oltre 1.800.000 euro, che la cosca era riuscita ad incassare, in contanti, in circa sei anni, attraverso l’attività di noleggio di una parte degli apparecchi illegali. In un’altra circostanza Alfredo TROVATO si rivolgeva a Francesco LAGANÀ chiedendogli 10.000 euro in contanti in brevissimo tempo.

La consegna avveniva dopo pochi minuti previa interlocuzione con il LA VALLE che, dopo avere chiesto a LAGANÀ se i soldi servissero a TROVATO ordinava di dare immediatamente il contante richiesto. La “base operativa” dell’organizzazione era costituita da un bar di proprietà, luogo ritenuto sicuro per lo svolgimento di affari illeciti, riunioni e rapporti riservati tra l’indagato e soggetti pregiudicati per reati associativi di stampo mafioso ed in materia di stupefacenti (quali i fratelli Alfredo e Salvatore TROVATO e Giovanni ASPRI, fratello di Benedetto – detenuto), tutti soggetti posti al vertice o comunque riconducibili storicamente al gruppo mafioso operante nel quartiere MANGIALUPI. Tali incontri e rapporti sono stati ampiamente documentati dagli uomini delle Fiamme Gialle attraverso complesse attività di intercettazione e di osservazione. In particolare, attraverso minuziose attività investigative è stato ricostruito il metodo mafioso posto in essere dagli indagati nella gestione di controversie di varia natura e dei proventi illeciti, nonché le violente modalità con cui gli associati operavano il capillare controllo del territorio per la gestione delle attività economiche di pertinenza, territorio sottoposto ad un incondizionato “dominio” (da qui il nome dell’operazione). Significativi sono risultati alcuni episodi:

 in un caso è stato appurato come, una volta acquisito il controllo delle zone di influenza mediante l’installazione di videoslot in svariati locali della città e della provincia, il gruppo si sia preoccupato di garantire che nessuno interferisse con le attività di gioco e scommesse. Più in dettaglio, presso alcuni esercizi commerciali ove erano installati propri apparecchi, ignoti si erano introdotti nei locali al fine di scassinare le macchine ed impossessarsi del denaro al loro interno. L’attività investigativa ha consentito di accertare come Domenico LA VALLE, unitamente a Alfredo e Salvatore TROVATO, con la complicità di Francesco LAGANÀ, Antonino SCIMONE e Paolo DE DOMENICO, facendo leva sulla forza intimidatrice promanante dal vincolo associativo e sulla conseguente condizione di assoggettamento, fosse riuscito agevolmente ad individuare gli autori materiali dei delitti e a farsi restituire, in breve tempo, i proventi dei furti;

 in un secondo caso la violenza e la caratura criminale degli indagati, nonché la loro volontà di ribadire la propria egemonia nel settore del gioco d’azzardo rafforzando il “prestigio” dell’organizzazione, si sono manifestati in occasione di un brutale pestaggio posto in essere ai danni di un cittadino extracomunitario, reo solo di avere conseguito una consistente vincita giocando con le macchinette riconducibili al clan che, in conseguenza di ciò, stava perdendo del denaro,

 in un terzo caso è stata registrata una conversazione tra Domenico LA VALLE, Alfredo TROVATO e Giovanni ASPRI nel corso della quale i primi due, al fine di vendicare un torto subito dall’ASPRI, lo invitavano più volte, in modo perentorio a punire l’umiliazione ricevuta, gambizzando il soggetto che si era macchiato di tale affronto.

Anche soggetti estranei alla compagine criminale, persone comuni, che però evidentemente conoscevano la caratura ed il peso del LA VALLE e dei suoi sodali, si sono affidati a lui per ottenere in qualche modo “giustizia”.

E’ il caso di una persona che aveva subito il furto del proprio cane da caccia di valore e aveva richiesto l’intervento in “soccorso” di Domenico LA VALLE e di Alfredo TROVATO, grazie ai quali è poi effettivamente riuscito non solo a rientrare in possesso dell’animale, ma anche ricevere le scuse dall’autore del furto. Nel corso delle investigazioni sono stati accertati anche numerosi casi di furto, di illecita detenzione di armi, nonché plurime cessioni di sostanze stupefacenti e reiterate violazioni della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, attraverso la cui ricostruzione si è pervenuti all’arresto anche di Alberto ALLERUZZO, Francesco ALLERUZZO, Angelo ASPRI, Giovanni ASPRI, Carmelo BOMBACI, Nunzio CORRIDORE, Santo CORRIDORE, Francesco CRUPI, Domenico GALTIERI, Giuseppe GIUNTA, Daniele MAZZA, Francesco RUSSO, Gaetano RUSSO e Mario SCHEPISI. A seguito dell’accurata ricostruzione patrimoniale degli interessi imprenditoriali del LA VALLE, contestualmente all’esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare, sono stati apposti i sigilli a tre società operanti nel settore del noleggio di centinaia di apparecchiature da gioco e scommesse, a diciotto immobili, tra cui una lussuosa villa con piscina ubicata nella zona tirrenica ed un prestigioso appartamento con attico a Messina, a una rivendita di generi di monopolio e ad un’imbarcazione tipo gommone, per un valore complessivo di dieci milioni di euro.

(da La Gazzetta del Sud)

‘Ndrangheta: il comune di Lavagna sciolto per mafia

(Ne scrive Chiara Pracchi. A Lavagna, proprio lì, ne avevamo parlato, in piazza, mentre qualcuno come sempre ci bollava come “allarmisti”)

Lavagna, atto terzo. Così potrebbe essere definita la decisione del Consiglio dei ministri di sciogliere per mafia il comune del Levante ligure, in provincia di Genova, dopo che nel giugno scorso l’operazione “Conti di Lavagna” impose ai domiciliari l’allora sindaco Giuseppe Sanguineti, l’ex parlamentare Gabriella Mondello e l’ex consigliere comunale Massimo Talerico, oltre a portare in carcere 8 presunti affiliati della ‘ndrina Rodà- Casile di Condofuri, in Calabria. Al centro delle accuse, la gestione dei rifiuti in mano alla famiglia mafiosa e lo scambio elettorale.

Il terremoto politico portò subito al commissariamento del comune, che lo scorso 15 marzo ha visto il secondo atto dell’inchiesta, con altre 4 misure cautelari , questa volta per usura, estorsione e traffico di sostanze stupefacenti.

Nella conclusione delle indagini, depositate il 17 marzo scorso, il pm Alberto Lari contesta il reato di associazione mafiosa per i fratelli Paolo, Antonio e Francesco Nocera, i fratelli Francescantonio e Antonio Rodà e per Paolo Paltrinieri, accusati di far parte della locale di Lavagna, capeggiata dallo stesso Paolo Nucera.

Articolo 7, ovvero aggravante mafiosa, per i politici coinvolti nell’inchiesta. Secondo l’accusa la Mondello (storico sindaco di Lavagna ed ex parlamentare), i fratelli Nucera e altri avrebbero procurato 500 voti alla lista dell’ex sindaco Sanguineti in cambio della delega al demanio al loro eletto di riferimento, Massimo Talerico. Alla proroga dell’appalto per la raccolta rifiuti solidi urbani, della gestione Eco-centro, della locazione della stazione di trasbordo rifiuti e del trasporto affidato alla autotrasporti Nucera.

Inoltre, si legge nella conclusione delle indagini, l’ex sindaco Sanguineti, in concorso con l’allora vice sindaco Luigi Barbieri “omettevano di assumere i provvedimenti amministrativi di loro competenza per interrompere le gravi irregolarità riscontrate”. Ed ancora il sindaco Sanguineti, in occasione dell’alluvione che colpì Lavagna nel novembre del 2014, “in esecuzione di un medesimo disegno criminoso intenzionalmente procurava alla ditta di Autotrasporti Nucera snd un ingiusto vantaggio patrimoniale, avendo affidato in maniera diretta il trasporto di rifiuti”. Dall’indagine, durata oltre due anni, accanto alla mafia imprenditoriale emerge anche quella criminale fatta di droga, usura, intimidazioni e armi, rapporti con gli altri affiliati e con la “casa madre”, aiuti ai detenuti e ospitalità ai latitanti.

(fonte)