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Parla il boss Abbatino: «Sono un morto che cammina. Carminati mi vuole morto»

(Un articolo di Emiliano Luzzi di qualche anno fa che vale la pena ripescare)

“Sono un morto che cammina”, dice da una località protetta che si guarda bene da rivelare. “Ho una taglia sulla testa, metto il piede a Roma e mi ammazzano”. Ai tempi, lo chiamavano Il Crispino, per via dei capelli riccioluti. Poi, per ragioni romanzesche, è diventato Il Freddo. Oggi, Maurizio Abbatino ha 61 anni. Per la prima volta da quando non è più in carcere accetta di parlare con un giornale. E’ un signore che, dopo una vita passata con generalità false o protette, ha ritrovato il suo vecchio nome, quello che fece di lui il re della peggiore malavita romana. La Banda della Magliana: che con Franco Giuseppucci, Il Negro (Il Libanese nella fiction), ha formato e guidato.

Da allora, però, Roma è cambiata: lei è davvero convinto che ci sia chi vuole morto un personaggio senza più potere?
Poi le racconterò quante volte, anche nel corso della mia seconda vita, ci hanno provato. Ma secondo lei Roma è proprio così cambiata? Qualche scemo mi ammazzerebbe solo per prestigio criminale.

Solo per il semplice fatto che lei era il boss della Banda della Magliana?
Non ero il boss.

Insomma, aveva molto potere sugli altri.
Non avevo nessuno sopra di me, ma non ero il capo. Eravamo in molti a decidere.

Quanta gente ha ammazzato?
Tanta. Troppa. Non voglio ricordare.

Chi l’ha ereditato il suo potere?
Un certo Massimo Carminati.

Lo conosce bene lei…
Sì, me lo sono portato dietro quando feci il primo attentato con i tubi innocenti. Un ragazzo serio.

È Carminati a volerla morto?
Anche, ma non solo lui. Nel corso del tempo ho ricevuto molti segnali. Carminati sicuramente è uno di quelli, poi ci sono gli apparati deviati. Quando, dopo la mia confessione, sono stato arrestato, mi hanno spedito a Spoleto, poi volevano mandarmi a Poggioreale. E lì era detenuto Carminati per il furto al caveau della Cassazione. Lo evitai per un soffio. Ma anche quando ero in Sudamerica, sempre in carcere e prima che collaborassi, mi misero in cella con un avvocato che aveva per sé, nella prigione, un appartamento. E sono certo che mi stavano per far fuori.

Lei fu arrestato dopo sei anni di latitanza per una telefonata a casa. La scoprirono così. La rifarebbe quella telefonata?
La feci. Non sono un fesso, sapevo che c’era la possibilità che venissi intercettato. Non avevo chiamato per cinque anni, ma era arrivato il momento. Non potevo vivere con quei pesi, con la droga e con l’alcol. Non mi consegnai, ma non feci nulla per sfuggire alla cattura. Sapevo del rischio, mettiamola così.

Perché decise di collaborare con la giustizia e fece arrestare i suoi ex compagni?
Non ero più protetto. E poi avevano ammazzato mio fratello, lo avrebbero fatto anche con me. Lo faranno, visto che lo Stato mi ha lasciato solo, senza più protezione. E le parla uno che ha un senso di rispetto per la giustizia. Ho collaborato proprio perché non avvenisse più niente di tutto quello che fu. Roma era il Far West.

Secondo lei esiste però una nuova Banda della Magliana?
Esiste Carminati. Che era freddo, lucido. Il più freddo e lucido di noi. E quello con più potere di attrazione. A ogni assoluzione il potere di Carminati è cresciuto. Ha avuto la fortuna di godere di protezioni dall’alto e di essere imputato nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli insieme a Giulio Andreotti.

Ma lei dalla sua nuova vita e col nome protetto sapeva di Carminati?
Tutti sapevano. Tutti. Non c’era più sangue come allora, come ai tempi in cui la Banda crebbe, ma un altro tipo di potere, e tutto nelle mani di Carminati e dei suoi.

Li hanno arrestati tutti però?
Sì, sono in galera, ma tra pochi anni saranno tutti fuori. E non sono certo che altri non siano liberi.

Secondo lei Carminati uccise Pecorelli?
Non ho le prove. Ho elementi che mi fanno presupporre che fu lui. Non è un mistero che quell’omicidio nacque nel nostro ambiente, nella banda della Magliana. Ordinato da altri, noi lo eseguimmo

Lei era legato a Carminati. Il Cecato o Il Nero, come lo vogliamo chiamare?
Avevo rispetto. Ho messo esplosivi con lui. Era dei nostri, nonostante fosse molto diverso da noi. Comunque sul primo attentato al quale accennavo prima, durante la mia deposizione il nome di Carminati lo lasciai fuori. Ci sono arrivati i magistrati e allora cambiai la mia versione. Ma l’ho anche coperto.

Ci sono persone alle quali il suo ricordo è rimasto legato?
Oltre a mio fratello?

Si, oltre a lui. Parlo dei suoi compagni di malavita.
Franco Giuseppucci.

E Renatino De Pedis?
Anche lui. Ma poi iniziò a fare riferimento alla mafia di Pippo Calò. Era diverso, a modo suo, da noi. De Pedis amava un’altra vita, la bella vita. Pensava ai soldi e li metteva da parte. Agiva con altro spirito, è sempre stato amante dei poteri e della vita da nigth.

Anche lei era pieno di quattrini.
Io avevo la malattia del gioco d’azzardo, li bruciavo, i quattrini. De Pedis no. Non era come me. Ma eravamo legati, certo. Amici.

E’ stato scritto tutto sulla Banda della Magliana?
Una parte di storia. Ma non tutta. Io potrei continuare a parlare, ma a un certo punto mi sono fermato fino al punto in cui avevo le prove. Oltre non sono andato. Non potevo. Ma la storia della banda della Magliana è molto più complessa. E c’entra molto di più con la P2 rispetto a quanto è emerso. Lei tenga conto che ogni tanto il generale Santovito, l’ex capo del Sismi, mi faceva arrivare i saluti. Io non l’avevo neanche mai conosciuto. A un certo punto, non so se per la nostra capacità di uccidere e il controllo del territorio, ma eravamo rispettati dai poteri deviati e da una certa politica, allora molto influente. E se Mafia Capitale, come è stata ribattezzata, è emersa quando ormai tutti sapevano e non potevano fare a meno che esplodesse lo scandalo, qualcuno li aveva coperti. Carminati sapeva benissimo che lo avrebbero arrestato.

Lei parla ancora come un boss.
Sono uno che ha sempre letto i giornali. Tutti sapevano. Tutti conoscono le coperture di Carminati.

Perché lei è così certo che la vogliano morto?
Io non so tutto, ma so molto. Anche di quello che non è emerso. E non credo che sia solo la malavita in giro a volermi far fuori, ma anche alcuni apparati, un tempo servizi segreti, oggi non so più come si chiamano. Nella mia vita blindata mi sono fidato della polizia, certo, ma molto più della squadra mobile che non della Digos.

Però è lei che ha chiesto di uscire dal programma di protezione.
Sì, ma cinque anni fa e comunque non è andata esattamente così. Oggi mi lasciano fuori senza un centesimo in tasca. Vogliono che torni in strada. L’ultima volta mi hanno chiesto l’Iban. L’Iban? Come se io potessi avere un conto corrente. E quelli che guidano il programma protezione lo sanno molto bene. Ma scoppia Mafia Capitale e mi mandano fuori. E’ stata una manovra, non so voluta da chi. Un segnale a coloro che volevano parlare: guardate che fate la fine di Abbatino se collaborate, questo hanno voluto dire.

In Romanzo Criminale lei era Il Freddo. Hanno sbagliato gli sceneggiatori?
Non molto. Io ero quella cosa lì. Forse meno romanzata. Ma quello ero. Poi tutto sommato non ne esco male.

E’ vero che si iniettò il virus dell’Hiv per farsi ricoverare?
Sì, è vero. Nonostante certe cliniche romane fossero praticamente a nostra disposizione, tutti entravamo e uscivamo tutte le volte che volevamo. E tutti sapevano. Io mi iniettai il virus dell’Aids e finsi di non muovere più le gambe ero a Villa Gina. Poi mi sentì come in trappola come se mi si strigesse un cappio al collo. Così decisi di fuggire. Il giorno vivevo su una sedia a rotelle, la notte invece facevo ginnastica in un bagno di un metro per uno, perché non si atrofizzassero i muscoli.

Un romanzo criminale, appunto.
Era Roma in quegli anni. L’Italia di quegli anni. La Magliana.

Caro Femia, ti è tornato in bocca lo sparo per Giovanni Tizian

Ieri il tribunale di Bologna ha condannato a 26 anni e 10 mesi Nicola Femia, il boss che con il business del gioco d’azzardo ha impiantato pezzi di ‘ndrangheta in Emilia Romagna. Pene pesanti anche per i suoi figli, Rocco (15 anni, contro i 19 e sei mesi chiesti dall’accusa), e Guendalina (10 anni e tre mesi, la procura ne chiedeva 14), per il genero Giannalberto Campagna (12 anni e due mesi, a fronte di una richiesta di 15 anni). Nove anni a testa, inoltre, per Rosario Romeo e Guido Torello per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nicola Femia tra le altre cose è anche quel vigliacco che disse senza sapere di essere intercettato che bisognava “sparare in bocca” a Giovanni Tizian, allora giornalista della Gazzetta di Modena…

(continua su Left)

Una buona notizia su Di Matteo

Avevamo già scritto che una promozione di Nino Di Matteo alla Procura Nazionale Antimafia adducendo “motivi di sicurezza” o peggio ancora una sorta di “risarcimento” fosse irrispettoso per la storia e l’etica di un magistrato che ha dovuto sopportare molto di più di quanto richiederebbe la sua professione. Esistono limiti di solidarietà (e protezione) che non possono essere superati in nome di discordanze politiche o giudiziarie e Di Matteo (come altri suoi colleghi delle Procure siciliane) ha dovuto ingoiare una distrazione scientificamente inferta da parte della politica che non è degna di un Paese unito nella lotta alle mafie.

Ora il CSM ha dato il via libera al trasferimento di Di Matteo alla Procura Nazionale Antimafia guidata da Franco Roberti per uno dei cinque posti liberi in quell’ufficio e noi non possiamo che essere contenti della decisione (presa all’unanimità) che restituisce i meriti a Di Matteo. Restituisce, attenzione, ma non risarcisce: in una democrazia sana e senza nulla da nascondere il processo “trattativa” sui cui il magistrato è impegnato in questi mesi dovrebbe aprire una serena discussione sulle responsabilità morali, oltre che giudiziarie, del nostro passato recente. Farsi carico, appunto, oltre che trasferire.

(dai Quaderni di Possibile)

Piccole notizie (e soddisfazioni) antimafiose

Scusate, sono mancato qualche giorno e qualcuno dei miei dieci lettori mi si è preoccupato ma sono stati giorni in cui è sembrato di tornare indietro di dieci anni, nel bene e nel male. Il male non lo diciamo (già, non vi diciamo più da un pezzo, non vi diamo nemmeno la soddisfazione di raccontarvi, cari guappetti) ma il bene è proprio un bel bene.

Sono tornato in scena (quanto tempo perso senza assaggiare palco) con Nomi, cognomi e infami e mi si è aperto il cuore di fronte al teatro pieno per due giorni consecutivi senza nemmeno lo spazio di uno spillo. Ogni volta, quando si chiude il sipario, ho la soddisfazione di una curiosità popolare e virale: questo spettacolo (che ha appena compiuto dieci anni) è stata una lunghissima assemblea condominiale  sulla forza della parola. Ora è tempo di svilupparlo: la nuova giullarata arriverà a breve. E ci saranno sorprese.

Sono stato a Crema, in una scuola, con i bravissimi ragazzi di Libera (quanto tempo anche che non tornavo a parlare nelle scuole) e alla fine come sempre sono io che ho imparato. Ero l’allievo che portava la propria esperienza, interrogato sul senso del fare e li ringrazio. Quanta energia c’è nelle nostre scuole.

Poi c’è la vicenda di quello scempio a forma di villaggio turistico a Capo Colonna, Crotone. Ne avevo scritto qui e i fratelli Scalise (gli imprenditori, anzi i prenditori, su quella meravigliosa zona di costa e di storia) se l’erano presa parecchio. Pippo Civati è sceso anche di persona personalmente però chiedere che il governo intervenisse e fa niente che secondo gli Scalise noi saremmo pupari in mano a qualche padrino (noi, capite, gli ho risposto qui). Alla fine dove non è arrivata la politica di governo (Franceschini in primis) è arrivata la magistratura. Forse ci avevamo visto giusto, no?

A proposito di appalti: ci ha lasciato Ivan Cicconi che agli appalti e alla legalità da rispettare negli affidamenti ha dedicato tutta la sua vita. Per me è stato un’inesauribile fonte di ispirazione averlo come “collega” nel comitato antimafia di Regione Lombardia. È un vuoto grande: tra i professionisti dell’Antimafia (nel senso altissimo del termine) lui era tra i primi. Ciao Ivan.

Cara di Mineo: voti per NCD in cambio di assunzioni. Tra i rinviati a giudizio il sottosegretario Castiglione. Che ne dice Alfano?

Promesse di voti in cambio di assunzioni al centro per richiedenti asilo di Mineo. E poi turbativa d’asta nella gara da quasi cento milioni di euro per la gestione dello stesso Cara in provincia di Catania. Sono i reati contestati dalla procura etnea che oggi ha emesso diciassette richieste di rinvio a giudizio per altrettanti indagati coinvolti nell’inchiesta sul centro per richiedenti asilo più grande d’Europa. Tra loro c’è anche Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura e leader del Nuovo Centrodestra.

Per i pm etnei la turbativa d’asta è stata commessa durante la concessione dell’appalto per i servizi del Cara tra il 2011 e il 2014. Nello stesso periodo le assunzioni al centro garantivano un discreto pacchetto di voti ai politici coinvolti nell’indagine. I magistrati però contestano anche alcuni reati amministrativi alla Sol. Calatino, il consorzio che gestiva il centro di Mineo, a sua volta destinatario di una richiesta di rinvio a giudizio. Oltre a Castiglione, tra le 17 persone per le quali la procura chiede il processo c’è Luca Odevaine, l’uomo che gestiva il business dell’accoglienza per Mafia capitale, il sindaco di Mineo (anche lei di Ncd), Anna Aloisi, ex presidente del consorzio dei Comuni “Calatino Terra d’Accoglienza“,  l’ex direttore del consorzio, Giovanni Ferrera e gli ex vertici dell’Associazione temporanea d’imprese che gestiva il centro. L’udienza preliminare – come racconta il quotidiano La Sicilia – è stata fissata per il 28 marzo prossimo, davanti al gup Santino Mirabella.

Nel provvedimento di 14 pagine firmato dai sostituti Raffaella Agata Vinciguerrae Marco Bisogni, e vistato dal procuratore Carmelo Zuccaro e dall’aggiunto Michelangelo Patanè, è stata stralciata la posizione di cinque indagati, su cui sono in corso ancora accertamenti e valutazioni. Secondo l’accusa, Castiglione, che entra nell’inchiesta non per l’attuale incarico da sottosegretario ma perché all’epoca dei fatti era presidente della provincia di Catania e quindi soggetto attuatore del Cara, avrebbe “predisposto il bando di gara con la finalità di affidamento all’Ati appositamente costituita”. Accusa contestata anche a Odevaine e Ferrera, rispettivamente presidente e componente la commissione aggiudicatrice.

Gli  inquirenti ritengono inoltre che le coop interessate si “costituivano appositamente in Ati” dopo avere “ricevuto rassicurazioni sull’aggiudicazione degli appalti”, il cui “bando era concordato con lo stesso Castiglione, Odevaine e con Ferrera”. Ferrera e Odevaine sono indagati anche per falso ideologico per l’assunzione di quest’ultimo al Cara di Mineo come esperto di fondi Ue. Quell’appalto da 100 milioni di euro aveva focalizzato anche l’attenzione dall’Autorità Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone che aveva definito la gara “illegittima” e lesiva dei principi di “concorrenza” e “trasparenza“.

A Castiglione, al sindaco di Mineo Aloisi e a Paolo Ragusa, presidente del consorzio Sol Calatino, è contestata anche la corruzione “per la promessa di votiper loro e i gruppi politici nei quali gli stessi militavano” in cambio di “assunzioni al Cara”. I gruppi politici verso i quali erano indirizzati i voti sono diversi e cambiano ad ogni elezione: alle politiche del 2013 era il Pdl, alle amministrative di Mineo era la lista Uniti per Mineo, mentre alle europee del 2014 le preferenze vengono indirizzata verso il Nuovo Centrodestra.

In pratica secondo la ricostruzione dell’accusa il sottosegretario Castiglione era riuscito a trasformare il centro richiedenti asilo in una sorta di massiccia macchina elettorale. E non è un caso che –  secondo quanto messo a verbale da Odevaine – ad ogni nuova assunzione al centro, “tutti i sindaci appartenenti al consorzio si sono riuniti con Paolo Ragusa per spartire il numero delle assunzioni da fare”. Del resto gli stessi dipendenti del Cara hanno raccontato ai magistrati che gli veniva chiesto di prendere la tessera del Ncd. È in questo modo che il partito di Angelino Alfano è diventato fortissimo nei comuni della zona.

Una prova di forza elettorale è arrivata nel maggio del 2014, poco prima che venisse bandita la gara d’appalto da 100 milioni per la gestione di Mineo: Giovanni La Via, ex assessore regionale all’Agricoltura di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo, viene eletto europarlamentare con più di 56mila preferenze. Nel suo partito è il primo degli eletti a Bruxelles: prende addirittura diecimila voti in più rispetto a quelli raccolti da Maurizio Lupi, che all’epoca era ancora ministro. Si sarebbe dimesso alcuni mesi dopo, perché coinvolto – seppur da non indagato – nello scandalo sulle Grandi Opere.  Castiglione, invece, rimane ancora al suo posto.

“A due anni dall’avviso di garanzia provvisorio apprendo finalmente che il 28 marzo si terrà l’udienza preliminare davanti al gup di Catania sulla vicenda cara di Mineo. Ribadisco, come ho fatto costantemente ed energicamente in questi anni, la mia assoluta estraneità ai fatti che vengono contestati – commenta Castiglione –  Il 28 marzo, nell’unica sede a ciò proposta – aggiunge il sottosegretario – davanti al tribunale, affronterò ogni singola contestazione, dimostrando sia la piena legittimità delle procedure amministrative che le fantasticherie sul presunto, quanto inesistente, vantaggio elettorale di un partito che, tra l’altro, èstato costituito quasi tre anni dopo i fatti contestati”. Il Movimento 5 Stelle, invece, commentando la notizia della richiesta di rinvio a giudizio mette nel mirino il ministro Alfano.  “Quando era ministro degli Interni non si è accorto di quanto stava accadendo e che vede il suo partito coinvolto in tutti i maggiori scandali legati al business dell’accoglienza degli immigrati: Alfano deve dimettersi insieme al sottosegretario Castiglione”, dice Michela Montevecchi, capogruppo del M5S al Senato.

(fonte)

Attilio Manca, parla il pentito: «Era il medico di Provenzano. Ucciso da Cosa Nostra, per mano anche del cugino.»

(di Lorenzo Baldo, fonte)

Barcellona Pozzo di Gotto. Dichiarazioni shock. Sono quelle del pentito Giuseppe Campo, classe 1964, ex mafioso della provincia di Messina, rese all’avvocato Antonio Ingroia (che assieme a Fabio Repici difende la famiglia Manca). E’ stato lo stesso Ingroia ad averne fatto cenno ieri sera durante la commemorazione per il 13° anniversario della scomparsa di Attilio Manca. Dal canto suo l’ex pm non ha riferito il nominativo del collaboratore, né tanto meno i nomi dei principali protagonisti del racconto di Campo; nomi che, però, sono emersi alla prima lettura del relativo verbale. La morte del giovane medico siciliano? Nessun suicidio a base di droga: un vero e proprio omicidio a cui avrebbe partecipato, tra gli altri, il cugino dell’urologo barcellonese, Ugo Manca. L’integrazione ai verbali precedentemente resi da Campo alla Procura di Messina è stata depositata dai due avvocati alla Procura di Roma. Che ha disposto una proroga delle indagini modificando il fascicolo del caso Manca, contro ignoti, questa volta però sotto la dicitura “omicidio”.
Era stato lo stesso Campo, nel settembre del 2016, a scrivere una lettera all’ex pm Ingroia manifestandogli l’intenzione di voler approfondire quanto di sua conoscenza su questo caso. Dopo aver ricevuto la missiva, il legale dei Manca si era quindi recato presso la località segreta dove Campo è detenuto per scontare una pena definitiva per reati precedenti la sua collaborazione (associazione mafiosa, estorsioni, rapine, traffico di stupefacenti) e aveva verbalizzato le sue affermazioni. A dir poco agghiaccianti.

Il (mancato) killer
L’indicazione che il decesso di un medico di 34 anni, in piena salute, sarebbe in realtà un omicidio, giunge questa volta da colui che a suo dire sarebbe stato incaricato di sparare ad Attilio Manca. Un progetto di morte che si sarebbe dovuto realizzare nel mese di dicembre 2003 e che invece sarebbe stato bloccato: la morte del dott. Manca sarebbe dovuta sembrare un suicidio, quindi niente armi. Il racconto diGiuseppe Campo inizia con il suo incontro con Umberto Beneduce (indicato da alcuni rapporti di polizia come contiguo ad ambienti mafiosi barcellonesi, condannato in primo grado per droga nel maxi processo “Mare Nostrum” assieme al cugino di Attilio Manca, Ugo, entrambi assolti in via definitiva, ndr) avvenuto su sollecitazione di un suo amico. Campo riferisce quindi che Umberto Beneduce gli avrebbe chiesto di sparare al giovane urologo e che lui stesso non avrebbe osato replicare pur non avendo mai ammazzato in vita sua. Il collaboratore spiega inoltre che successivamente, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo 2004, il suo amico lo avrebbe ricontattato per confidargli che l’omicidio Manca non era più necessario in quanto era già stato commesso fuori dalla Sicilia. L’amico gli avrebbe specificato che la ragione di quella uccisione era legata al fatto che Attilio aveva curato Bernardo Provenzano che, tra l’altro, a suo tempo, si sarebbe nascosto nel barcellonese. Il sodale di Campo gli avrebbe inoltre confidato che ad uccidere Attilio a Viterbo sarebbe stato il mafioso Carmelo Di Pasquale (cognato del boss di Terme Vigliatore Carmelo Vito Foti) assieme ad Ugo Manca e ad un’altra persona di cui non ricordava il nome.
Per quanto riguarda i personaggi citati nelle dichiarazioni del pentito bisogna evidenziare alcuni aspetti: Carmelo Di Pasquale è stato ucciso nel 2009 in un agguato mafioso, dell’amico di Campo (individuato dagli investigatori) non si hanno notizie, così come non si hanno elementi sulla terza persona coinvolta nell’assassinio di Attilio; su Umberto Beneduce non risultano attuali condanne per mafia, e infine Ugo Manca, mai indagato per omicidio, e mai condannato per mafia, ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nella morte del cugino.

I verbali
“Andai a Barcellona Pozzo di Gotto – dichiara Campo ad Ingroia –, a casa del Beneduce Umberto, e poi andammo in un bar nelle vicinanze, ci sedemmo in un tavolo all’aperto assieme a (omissis), e qui Beneduce mi propose di commettere un omicidio”. Inizia così il racconto di quella giornata che cambiò la vita all’ex mafioso messinese. “Avrei dovuto uccidere un personaggio che non era della malavita e perciò Beneduce mi tranquillizzò dicendomi che non ci poteva essere ‘reazione’ a quell’omicidio da ambienti criminali. Mi disse che era un medico, e se mi sentivo di fargli quel favore, sarei diventato ‘uno di loro’. In verità, lì per lì, ragionai molto e mi ponevo fra me e me molte domande: perché a Barcellona, pur avendo molti killer a disposizione, Beneduce chiedeva proprio a me, che non avevo mai ucciso nessuno? Nel frattempo, acconsentivo apparentemente, ma pensavo che non eravamo in quella confidenza tale per chiedere a me di commettere un omicidio per lui; non poteva conoscermi così bene da affidarmi una cosa del genere; pensai mi stessero mettendo alla prova; e però mai ho pensato di aderire ed accettare quel progetto”. L’avvocato Ingroia chiede maggiori dettagli su cosa gli fosse stato riferito in merito al luogo e al progetto di esecuzione di quell’omicidio. Lo stesso Campo riferisce che Beneduce gli disse “che quel personaggio da uccidere poteva ‘dare fastidio a livello processuale’. Non chiesi altro, e feci capire di accettare la proposta”. Secondo la ricostruzione del pentito, a quel punto Beneduce gli spiega che gli avrebbe fornito l’arma e una moto. “(omissis) – prosegue il pentito –, che era presente, seppur non richiesto in quella sede di commettere il fatto, si offrì di guidare la moto, e si dimostrò ben disposto a collaborare. Ci saremmo dovuti vedere dopo circa una settimana, una domenica. Preciso che eravamo a dicembre 2003. Mi avrebbero dato la foto ed i dettagli per individuare la vittima”.

Il nuovo rendez-vous
“Prima di andare al nuovo appuntamento – specifica Campo –, mi incontrai con (omissis), a quell’epoca mio compare e molto amico, e gli confidai ciò che stava avvenendo. (omissis) mi consigliò di non accettare, perché secondo lui si trattava di una ‘trappola’, vista la irritualità di quella richiesta rivolta a me. Probabilmente stavo già dando fastidio nella gerarchia criminale. A quel nuovo incontro con Beneduce, questi mi disse che per ora il ‘lavoro’ era sospeso; e aggiunse – avanti al fratello Fabio Beneduce – che si doveva attendere. Mi avrebbero ricontattato più in là. Di quel fatto non parlai più con nessuno”.

Contrordine: Attilio è già stato ucciso
La verbalizzazione entra nel vivo, Campo racconta di essere stato informato che quel progetto omicidiario era stato abortito: Attilio è già stato ammazzato. “A fine febbraio-primi di marzo 2004 (omissis) mi disse che il medico era già stato ucciso, e perciò non era più necessario il mio aiuto. Mi raccontò che il medico era stato ucciso a casa sua a Viterbo, e che dell’omicidio si erano occupati il cugino Ugo Manca, Carmelo De Pasquale, ed una terza persona di cui non ricordo il nome, aggiungendo che lo avevano eseguito ‘senza fare rumore’. Rimasi stupito, e (omissis) mi spiegò che era il medico che aveva curato ‘Binnu’, e cioé Bernardo Provenzano, che all’epoca si diceva fosse nascosto nel barcellonese, e che perciò il medico ‘se lo erano portato’ fino in Francia”.

La scelta
Prima di concludere, Ingroia intende esplorare le motivazioni di questo pentimento. Cosa le fece prendere coscienza?, chiede l’ex pm. “Il fatto che avrei dovuto uccidere io Attilio Manca – replica asciutto Giuseppe Campo –, e che a parole avevo accettato l’incarico; ormai ero uno di quelli che  prima o poi avrebbe dovuto fare quel ‘salto di qualità’ ed assunzione di responsabilità”.
“Questa cosa fu un campanello di allarme che era ora di fermarsi finché non era troppo tardi?”, insiste Ingroia. “Esatto – replica Campo –, ed il 31 marzo 2004 iniziai a collaborare”. Il legale dei Manca lo incalza chiedendogli se di recente sia stato sentito su questi fatti dalla Magistratura. “Sì; ogni tanto, vedendo le trasmissioni ad esempio su Rai 3, pensavo a quella situazione (la morte di Attilio Manca, ndr) e però non volevo tornare su quel che feci all’epoca; dal mio punto di vista potrei considerarmi una vittima io stesso; se non avessi collaborato, avrei potuto finire in galera, ammazzato oppure ancora pieno di soldi; in ogni caso ci avrei guadagnato rispetto alla condizione di collaboratore. (…) Nel 2013 mi hanno arrestato per le cose che ho confessato io e mi hanno condannato a circa 20 anni”. Poi Campo si ferma un attimo e si domanda amaramente: “In fondo, a distanza di 10 anni e più, possibile che non si arrivi alla verità su Manca? Allora decisi di scrivere a lei ed ai magistrati”.

L’appello alla Procura di Roma
L’attenzione si sposta ora verso la Procura capitolina diretta da Giuseppe Pignatone titolare del fascicolo sul caso Manca (nelle mani del procuratore aggiunto Prestipino e del sostituto Palaia). I magistrati romani dovranno vagliare i riscontri delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che associano la morte di Attilio Manca ad un omicidio dietro il quale si muovono servizi segreti, massoneria e quella rete di protezione “istituzionale” eretta attorno a Provenzano. Tornano in mente le parole dell’ex mafioso di Ficarazzi, Stefano Lo Verso che riferisce ai magistrati di sperare che quanto da lui dichiarato “possa essere utile per risolvere l’evento dell’urologo Manca”. Ma c’è anche l’ex capo del clan dei Casalesi, Giuseppe Setola, che, però, dopo aver inizialmente rivelato quanto aveva appreso dal boss Giuseppe Gullotti decide inspiegabilmente di ritrattare. Lo scenario a tinte fosche dipinto dall’ex capo dell’ala militare di Cosa Nostra barcellonese, Carmelo D’Amico, è quello che indubbiamente ha squarciato il velo su un caso che si collega palesemente all’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.
L’appello accorato della madre, del padre e del fratello di Attilio Manca rimbalza nuovamente sul palazzo di giustizia di Roma: investigate, cercate i riscontri, abbiate il coraggio di mettere in discussione tesi precostituite, contrassegnate da pregiudizi, che impediscono di arrivare alla verità. Quella verità che spetta di diritto a due anziani genitori prima di morire.

Intanto il senatore Caridi viene rinviato a giudizio per mafia

La Dda di Reggio Calabria ha chiesto il rinvio a giudizio del senatore di Gal Antonio Caridi e di altre 82 persone accusate a vario titolo di associazione mafiosa, voto di scambio, violazione della legge Anselmi, corruzione, estorsione, truffa, falso ideologico e rivelazione di segreti d’ufficio. Caridi, costituitosi nell’agosto scorso dopo che Palazzo Madama aveva concesso l’autorizzazione al suo arresto, è accusato di essere stato uno strumento della cupola “riservata” della ‘ndrangheta.

Oltre a Caridi sono indagati l’avvocato Giorgio De Stefano, l’ex parlamentare Paolo Romeo, l’ex sottosegretario della Regione Calabria Alberto Sarra, ed il dirigente della Regione Calabria Francesco Chirico. Secondo l’accusa avrebbero fatto parte della componente “riservata” della ‘ndrangheta che era al vertice dell’intera organizzazione.

La richiesta di rinvio a giudizio sintetizza cinque diversi filoni investigativi condotti dai pm della Dda reggina Roberto Di Palma, Giulia Pantano, Giuseppe Lombardo, Stefano Musolino e Walter Ignazitto, e noti con i nomi di “Mammasantissima”, “Sistema Reggio”, “Fata Morgana”, “Reghion” e “Alchimia”.

(fonte)

Riina ci ripensa. Non parla.

Sta male, dice. O forse non vuole finire come Provenzano, chissà. Riporta l’Ansa:

A sorpresa il boss Totò Riina , imputato al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, ha revocato il consenso a farsi interrogare dal pm anticipato, alla scorsa udienza, informalmente attraverso il suo legale, l’avvocato Giovanni Anania. “Sto male, ho un problema”, ha detto Riina in video collegamento dal carcere di Parma. Un dietrofront, il suo, dopo l’inconsueta volontà di sottoporsi a interrogatorio comunicata al difensore.

 

Un assessore regionale condannato per avere comprato voti mafiosi? Eccolo, in Lombardia.

A proposito di reati gravi, di politici impuniti (e di Formigoni che comodamente continua a stare in Senato) e di una Lombardia che qualcuno continua a credere “guarita”: 

Il Tribunale di Milano ha condannato mercoledì l’ex assessore regionale lombardo Domenico Zambetti a 13 anni e mezzo con l’accusa di aver comprato quattromila voti alla `ndrangheta per le regionali del 2010. I giudici hanno inflitto pene fino a 16 anni e mezzo di carcere. Assolto Alfredo Celeste, ex sindaco di Sedriano, il primo Comune del milanese sciolto per mafia. Inflitti 12 anni ad Ambrogio Crespi, fratello di Luigi, l’ex sondaggista di Berlusconi, e 16 anni e mezzo a Eugenio Costantino, referente della cosca Di Grillo-Mancuso.

Breve storia della mafia australiana

Correva l’anno 1920. La prima grande guerra era finita da ormai due anni. In Europa entrò in vigore il Trattato di Versailles, mentre in America prese vita il proibizionismo. Molti Paesi del vecchio continente erano ancora alle prese con il primo dopoguerra e la ricostruzione postbellica. In un’Italia segnata da una «vittoria mutilata», molti decisero di andarsene e di scoprire nuovi mondi, all’epoca poco conosciuti. Proprio nel 1920 i primi battelli carichi di italiani pronti a costruirsi una nuova vita attraccarono nel porto di Melbourne, Australia. Tra di loro c’era chi, invece, era lì per continuare una dinastia, per esplorare nuovi mondi dove insediarsi: i pionieri della ‘ndrangheta australiana. Viene definita Honoured Society e da quasi 100 anni è stabilmente radicata nella terra dei canguri. Seguendo l’inchiesta de l’Espresso, qui ha fedelmente replicato metodi e business, potendo agire in tutta tranquillità in quello che, insieme al Canada, rappresenta un vero e proprio rifugio sicuro dalle leggi italiane.

Joseph “Pino” Acquaro

È il 15 marzo 2016 quando Joseph Acquaro, detto Pino, viene assassinato con un colpo di pistola mentre si dirige alla sua macchina. Un omicidio in sé può significare molte cose, in particolar modo quando l’assassinato è un avvocato di successo residente a Melbourne e noto per aver difeso numerosi mafiosi calabro-australiani. Acquaro è stato presidente della camera di commercio italiana a Melbourne e membro del Reggio Calabria Club, oltre che un avvocato stimato dalla comunità. Le indagini sul suo omicidio sono tutt’oggi in corso, tuttavia, secondo l’Espresso, alcune tracce portano direttamente in Italia, come alcuni viaggi sospetti da Melbourne alla Calabria nei giorni successivi all’omicidio.

Pasquale “Path” Barbaro

In ordine cronologico, Joseph Acquaro non è l’ultimo a essere stato ucciso. A fare i conti con la morte per ultimo è stato Pasquale Barbaro, detto Path, a soli 35 anni di età. Lo scorso novembre Barbaro è stato freddato, secondo i media locali, «mentre usciva dalla casa di un suo associato». Una vera e propria esecuzione. Il giornalista Keith Moor all’epoca dei fatti ipotizzò una teoria secondo cui Barbaro era diventato un informatore della polizia: «Il sospetto è che sia stato ucciso per aver violato il codice di omertà, come è successo con suo nonno nel 1990» disse il giornalista ai microfoni della radio nazionale Abc.
La capacità dei clan mafiosi presenti in Australia è quella di mutare i propri codici culturali a seconda del contesto in cui si trovano. È questo quanto spiegato da Anna Sergi, criminologa ed esperta di ‘ndrangheta internazionale. Questa trasformazione, secondo l’attuale professoressa dell’University of Essex, ha permesso ai boss di entrare in ambienti di spicco della comunità australiana, quali politici ed economici, e questo ha portato numerosi vantaggi ai clan mafiosi. Alcuni legami vennero a galla già negli anni ’80, quando Nicola Callipari si recò in Australia, uno dei primi detective a farlo, per indagare.

Cosimo “Tony” Vallelonga

Il problema principale nella caccia ai boss latitanti presenti nella terra dei canguri è riconducibile soprattutto al gap legislativo che sussiste tra l’Italia e l’Australia. In parole semplici, quello che per la legge italiana viene definito latitante, per la legge australiana non sempre lo è. Il caso che rappresenta alla perfezione questa situazione è quello legato a Tony Vallelonga. Nato in Calabria e trasferitosi in Australia nel 1963, Cosimo Vallelonga, meglio conosciuto come Tony, è un personaggio molto noto: eletto per quattro volte, dal 1997 al 2005, sindaco di Stirling, sobborgo di Perth, è anche una figura molto attiva nella comunità religiosa ed è diventato un punto di riferimento della collettività italiana. Nel 2011 i pm della procura antimafia di Reggio Calabria hanno emesso un mandato di arresto per associazione mafiosa. Vallelonga continua a essere un uomo libero in Australia, nonostante le intercettazioni lo inchiodino mentre discute in Calabria con Giuseppe Commisso, detto u Mastru, circa questioni organizzative dei clan.

Oltre a quello di Tony Vallelonga, un altro caso ha creato frizioni fra le autorità italiane e quelle australiane. La questione è relativa al narcos Nicola Ciconte, condannato a 25 anni per traffico internazionale di cocaina dal tribunale di Catanzaro. Ciconte non ha scontato neanche un giorno di carcere in quanto le autorità locali non hanno mai dato il permesso all’estradizione a causa di prove non utilizzabili dai tribunali australiani, nonostante l’accusa dei magistrati calabresi fosse quella di aver importato in Australia oltre 500 chili di cocaina. Nicola Ciconte è morto qualche anno fa a seguito di una malattia contratta in Cambogia, da uomo libero.

Così come in Canada, la ‘ndrangheta si è radicata in Australia, una terra tanto lontana quanto legislativamente diversa dall’Italia. Un Paese dove tutto, o quasi, gli è concesso, mentre dal Bel paese rimbalzano mandati di arresto che difficilmente avranno giustizia. Queste sono solo alcune storie di mafia australiana, storie di una mafia sempre più globale.

(Fonte: Marco Razzini per vocidicitta.it)