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Cosa Nostra, operazione “Nuovo mandamento”: condanne per 280 anni. Tutti i nomi.

Per i giudici della prima sezione della Corte d’Assise D’Appello Antonino Sciortino sarebbe stato effettivamente al vertice del supermandamento di Camporeale, quello in cui avrebbe fatto convergere i clan mafiosi di Partinico e di San Giuseppe Jato. Un’accusa ritenuta non provata in primo grado, tanto che Sciortino era stato assolto e liberato, dopo essere stato detenuto al 41 bis, ma che adesso gli è costata invece una condanna a 18 anni di reclusione. Assieme a lui, alla sbarra, nell’aula bunker di Pagliarelli, c’erano altri 39 imputati, tutti presunti boss e gregari delle famiglie mafiose di Camporeale, Monreale, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e Giardinello, finiti nel blitz “Nuovo Mandamento” dell’aprile del 2013 e processati con il rito abbreviato.

I giudici hanno ribaltato il verdetto anche per Sergio Damiani, pure lui assolto dal gup e ora condannato (in continuazione) complessivamente a 11 anni di carcere. In senso opposto è stata invece rivista la sentenza per Demetrio Schirò e Vincenzo Mulè: erano stati condannati a 4 mesi in primo grado e ora sono stati del tutto scagionati.

Gli imputati rispondevano a vario titolo di mafia, estorsione, detenzione di armi e di droga, furto di bestiame e anche di un omicidio, quello di Giuseppe Billitteri, eliminato col metodo della lupara bianca il 22 marzo del 2012. Questa è l’inchiesta che aveva coinvolto anche l’ex sindaco di Montelepre, Giacomo Tinervia, arrestato per estorsione e concussione. La premessa che portò poi allo scioglimento del Comune per mafia. Tuttavia l’ex primo cittadino venne successivamente assolto da ogni accusa e la sentenza è ormai definitiva.

Sono stati concessi lievi sconti di pena a 14 persone: Salvatore Mulè è stato così condannato a 17 anni (anziché 18), Giuseppe Lo Voi a 18 anni e 2 mesi (19 anni), Giuseppe Marfia a 11 anni e 4 mesi (12 anni), Francesco Vassallo a 10 anni e mezzo, Salvatore Tocco 1 anno e 8 mesi (2 anni e 4 mesi), Vincenzo Madonia a 10 anni e 4 mesi (12 anni), Carmelo La Ciura a 10 anni (15 anni e 4 mesi), Giovanni Rusticano a 7 anni e mezzo (9 anni e 4 mesi), Giovanni Longo a 3 anni e 2 mesi (3 anni e 4 mesi), Sebastiano Bussa a 2 anni e 11 mesi (3 anni), Baldassare Di Maggio a 7 anni e 2 mesi (7 anni e 10 mesi) e Pietro Ficarrotta a 7 anni e 2 mesi (7 anni e 10 mesi), mentre Giuseppe Mulè è stato condannato a 8 anni e 2 mesi. Riduzione anche per il collaboratore di giustizia Giuseppe Micalizzi, da 5 anni a 4 anni e mezzo, che aveva iniziato a parlare con i magistrati poche settimane dopo il suo arresto.

I giudici hanno infine confermato la sentenza di primo grado per altri 22 imputati: assolti anche in appello Santo Abbate, Francesco Abbate, Vincenzo Cucchiara, Giacomo Maniaci, Antonio Badagliacca, Davide Buffa e Francesco Sorrentino, mentre è stata confermata la condanna a 20 anni per Francesco Lo Cascio che rispondeva dell’eliminazione di Giuseppe Billitteri. La colpa della vittima sarebbe stata quella di essersi opposto proprio alla creazione del nuovo mandamento. Altri tre imputati per lo stesso omicidio sono sotto processo con l’ordinario. Sono state anche confermate le condanne per due carabinieri, Francesco Gallo e Giovanni Rammacca, accusati di abuso d’ufficio perché non avrebbero multato Giuseppe Lucido Libranti (presunto boss di Pioppo, sotto processo per l’omicidio Billitteri) trovato alla guida senza patente: le pene sono rispettivamente di 6 e di 8 mesi.

Conferma anche per Giuseppe Speciale (8 anni), Francesco Matranga (10 anni), Salvatore Romano (10 anni e 8 mesi), Santo Porpora (8 anni), Domenico Billeci (10 anni e 8 mesi), Salvatore Lombardo, classe 1969 (8 anni), Salvatore Lombardo, classe 1922 (10 anni e 8 mesi), Giuseppe Abbate (8 anni), Angelo Cangialosi (8 anni), Antonino Giambrone (8 anni), Calogero Caruso (8 anni) e Salvatore Pestigiacomo (6 anni e 8 mesi).

(fonte)

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È sempre ‘ndrangheta sulla Salerno-Reggio Calabria

“Sono venuti quelli delle trivelle…mi ha detto…diglielo che sono scesi”. Sala colloqui, carcere di Palmi, 22 giugno 2011. Il boss e il suo contabile sono uno davanti all’altro. Il primo è Pasquale Bertuca. Il secondo, soprannominato “u Rappareddu”, è suo nipote Vincenzo Sottilaro che, oltre curare la gestione dei fondi della cassa comune, assieme alla madre Felicia Bertuca dispensa gli ordini del capocosca di Villa San Giovanni rinchiuso nella casa circondariale della Pianadi Gioia Tauro.

Tra gli interessi del boss ci sono anche le trivelle che servivano per le opere propedeutiche alla realizzazione del ponte sullo Stretto. L’anno prima, misteriosamente, sono state incendiate quelle di una ditta siciliana che aveva il compito di effettuare i sondaggi geologici nell’area di contrada Pezzo dove doveva essere interrato uno dei piloni del ponte. Una strana intimidazione per la quale il titolare dell’impresa aveva riferito di non aver ricevuto alcuna minaccia o avvertimento nei giorni precedenti.

Trascorrono i mesi ma il pallino della ‘ndrangheta è sempre quello: il ponte. Tra i 26 fermati questa mattina all’alba nell’operazione “Sansone”, contro la cosca Condello di Archi e i clan di Villa San Giovanni, c’è pure l’imprenditorePasquale Calabrese, detto “u Raia” che, “oltre ad essere impegnato nei lavori di ammodernamento dell’autostrada A3, – scrivono i pm della Dda di Reggio Calabria – svolge anche quelli connessi alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina”.

Per il procuratore Federico Cafiero De Raho e per il sostituto della Direzione distrettuale antimafia Giuseppe Lombardo, infatti, è proprio Calabrese che si occupa “dell’allestimento dei luoghi individuati per i sondaggi (a ciò servono le trivelle), propedeutici alle realizzazioni dell’A3 e del Ponte”.

“Le evidenze investigative raccolte – scrivono i pm nel provvedimento di fermo – hanno dimostrato che l’assetto imprenditoriale riconducibile al Calabresecostituisce lo strumento per favorire lo svolgimento delle attività delinquenziali a lui demandate dalla cosca di riferimento. È stato altresì accertato che trattasi di impresa riferibile sia all’imprenditore Calabrese Pasquale che al socio occulto Calabrese Domenico (anche lui arrestato, ndr) e che i predetti soggetti, oltre a devolvere sistematicamente una parte degli utili di impresa derivante dai lavori aggiudicati alla cosca Bertuca, a loro volta trattengono delle somme di denaro provento di estorsione in pregiudizio degli altri imprenditori locali e le reimpiegano nell’attività di impresa”.

L’operazione “Sansone” è uno dei filoni dell’inchiesta “Meta” che, nel 2010, aveva svelato gli intrecci tra la ‘ndrangheta di Archi e gli imprenditori asserviti ai boss. A distanza di sei anni, i carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo hanno eseguito un provvedimento di fermo per 23 persone in carcere e 3 agli arresti domiciliari. Gli indagati, complessivamente, sono oltre 40 e tra questi c’è anche un esponente delle forze dell’ordine che avrebbe aiutato uno degli arrestati “ad eludere le investigazioni ed a sottrarsi alle ricerche” dei carabinieri.

Ma non ci sono solo i Condello. Nel mirino della Dda sono finite le cosche Zito-Bertuca, Buda-Imerti e Garonfolo. Gli investigatori, infatti, hanno girato le manette ai polsi di Andrea Vazzana (uomo di fiducia del boss Pasquale Condello detto “il Supremo”) ma anche dei vertici dei clan di Villa San Giovannicome Santo Buda, Alfio Liotta, Vincenzo Bertuca e Domenico Zito.

Boss, luogotenenti, raccoglitori di pizzo e uomini di collegamento tra i latitanti, i detenuti e la cosca. Ai 26 arrestati, la Direzione distrettuale antimafia contesta reati che vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso all’estorsione, passando per la detenzione di armi, il favoreggiamento di latitanti e procurata inosservanza della pena.

Tra i fermati, infatti, ci sono anche i fiancheggiatori del boss Domenico Condellodetto “Micu u pacciu”, arrestato a Salice nella periferia nord di Reggio nell’ottobre 2012 dopo oltre vent’anni di latitanza. Dai lavori per la realizzazione del “Lido del finanziere” sulla costa Viola a quelli per il complesso edilizio “La Panoramica”. Tutti gli imprenditori dovevano pagare la mazzetta alla ‘ndrangheta. Anche la società messinese Mts (la cooperativa appaltatrice dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani del Comune di Villa San Giovanni) e le ditte che si occupavano della manutenzione straordinaria della sede della Direzione Marittima Calabria-Lucania e dellaCapitaneria di Porto.

E se una decina di anni fa, il boss Pasquale Bertuca era solito far comparire in ogni cantiere di opere pubbliche e private un cartellone dove con la vernice c’era disegnata una grande “mano nera”, quale “avvertimento di tipo mafioso”, adesso inviava dal carcere i suoi emissari per convincere gli imprenditori a “fare il regalino allo zio”. “Devo pagare l’avvocato” faceva sapere il boss attraverso i familiari che si recavano ai colloqui nel carcere di Palmi. Chi non versava è stato “ripagato” con un ordigno che solo fortunatamente non è esploso.

Per chi si opponeva ai desiderata della cosca, la ricetta è sempre quella di Felicia Bertuca che al figlio Francesco Sottilaro spiega cosa le ha riferito l’altro figlio detenuto su come comportarsi con un imprenditore che non voleva pagare: “… ma che li picchi, che li mandi all’ospedale gli devi dire che la facciano in culo …gli devi dire di seguire l’istinto”. L’inchiesta “Sansone” ha aperto uno squarcio sulle tensioni interne alla ‘ndrangheta dopo la cattura del latitante Domenico Condello. Ma ha dimostrato anche la capacita del boss Pasquale Bertuca e “della cosca in generale di infiltrarsi nell’amministrazione comunale di Villa San Giovanni”.

A proposito, nel provvedimento di fermo, spunta un’intercettazione in cui la sorella del boss riferisce al fratello che Vincenzo Cristiano (arrestato) “ha ricevuto un pensiero per sé e per Bertuca Pasquale da parte di ‘un amico che gli avevi fatto un favore… tu’ per ‘un coso del comune… una licenza’”. Nell’inchiesta, inoltre, è stato intercettato il sindaco di Villa San Giovanni Antonio Messina, nei giorni scorsi condannato in primo grado (assieme all’ex primo cittadino Rocco La Valle e ad alcuni assessori) a un anno di carcere per falso e abuso d’ufficio per la costruzione di un lido.

Sospeso dal prefetto Di Bari, così come prevede la legge Severino, il nome del sindaco Antonio Messina era finito già nelle carte anche dell’inchiesta “Fata Morgana” perché in contatto con l’avvocato Paolo Romeo, l’ex parlamentare del Psdi già condannato per  concorso esterno in associazione mafiosa e ritenuto la testa pensante della ‘ndrangheta reggina assieme all’avvocato Giorgio De Stefano.

(fonte)

Nel merito. «Andiamo a votare per una legge veramente immaginaria. Pericolosa sullo stato di guerra.»: parla il Generale Mini.

Intervista di Rossella Guadagnini al generale Fabio Mini (*)

Riforme, democrazia, governabilità e inganni. Ne parliamo con una voce fuori dal coro, un uomo che per 46 anni è stato nelle Forze Armate e oggi si definisce molto progressista. Ci racconta di una legge ‘immaginaria’ e di un Parlamento ‘defraudato’, di una maggioranza non rappresentativa del Paese e di una ‘guerra fredda interna’ all’Italia. Di spazi informativi pubblici a favore del marketing governativo e di una grande festa della dis-unità a cui, volenti o no, siamo tutti invitati.

D. Generale Fabio Mini cosa pensa delle riforme costituzionali?

R. Non sono contrario alle riforme costituzionali, ma sono nettamente contrario a questa riforma. Respingo il sillogismo che chi vota “sì” vuole un’Italia “efficiente, stabile e responsabile, e quindi capace di esercitare il suo ruolo in Europa” e chi vota No vuole “un’Italia idiosincratica ed eccentrica, eternamente prigioniera delle proprie ombre”. E’ un sillogismo apodittico che squalifica sul piano intellettuale chi lo propone e offende chi non lo condivide. E’ il primo segnale che la riforma proposta intende dividere gli italiani ed io penso invece che una Costituzione debba unire i cittadini.

D. Il fronte del No è molto variegato e ispirato da ideologie addirittura opposte: come si conciliano?

R. Personalmente, mi schiero con il No proposto da un Movimento di cittadini e non da un partito, mi riconosco negli idealisti e non negli ideologi, nelle persone responsabili che pensano al futuro dell’Italia unita e non in coloro che operano per dividerla ulteriormente e  intendono affondare la nave per assumere il comando di una scialuppa. Non condivido l’obiezione che il No sia improponibile perché voluto anche da partiti e movimenti d’ispirazione fascista, veterocomunista, populista e quant’altro, che vogliono soltanto la caduta del governo. Non condivido le loro finalità, ideologie e prassi, ma riconosco legittime e fondate alcune delle loro motivazioni. Sono infatti queste comuni motivazioni a fare del No un fronte trasversale espressione di molte anime, e non di un pensiero unico, e quindi – nel suo complesso – essenzialmente democratico.

D. Con il No cosa succederebbe al Governo ?

R. Non collego il No alla caduta del Governo. Penso che sia stata una grossa sciocchezza legare il Referendum alla sopravvivenza politica del capo del Governo: un narcisismo inopportuno che non è finito con la tardiva e strumentale ammissione dell’errore. Anzi è stato fatto qualcosa di peggio, perché tutto l’esecutivo, a partire dal suo vertice, ha riversato sull’Italia la prospettiva di fallimento e sfascio nazionale in caso di prevalenza del No, alimentando così la disunione all’interno e i sospetti d’instabilità nazionale all’esterno. Viste le conseguenze in campo internazionale e nella speculazione economica a danno dell’Italia, questa operazione, in altri tempi e Stati, sarebbe stata considerata e perseguita come “Alto tradimento”. Da noi è una “furbata”. Dopo il voto ciascuna parte politica dovrà trarre le conclusioni e agire di conseguenza, ma se il Referendum non realizza una massiccia affluenza alle urne nessuno potrà veramente cantare vittoria: avrà perso l’Italia. E il conteggio dei voti dovrà far riflettere invece di far gioire. La prevalenza risicata del “si” inasprirà ancor di più il clima politico e indurrà il Governo a irrigidirsi su posizioni non condivise. Secondo me, tutto questo porterà nel giro di breve tempo alla fine dell’esecutivo o della stessa legislatura. Se dovesse prevalere il No, tecnicamente sarebbe soltanto il rinvio della Riforma e con questo Parlamento il Governo potrebbe restare in carica fino al termine di legislatura. Ma gli equilibri politici sarebbero mutati e il Governo non potrebbe imporsi sul Parlamento come ora. Non è detto che questo sia necessariamente un male. Inoltre, se oggi il No di altri gruppi tende solo allo sfascio del Governo bisogna riflettere sulle ragioni e le responsabilità di tale atteggiamento. In questi ultimi anni il dissenso democratico non ha avuto né attenzione né alternativa onorevole. Quando quasi mezzo Parlamento è costretto a lasciare l’aula, per non essere coinvolto in uno schema  che non condivide e i restanti festeggiano come allo stadio, si celebra l’effimera vittoria di una parte e si detta il necrologio della democrazia.

D. Entrando nel merito della riforma, perché vota NO?

R. E’ stato detto che questa riforma, “dopo un dibattito trentennale infruttuoso e controverso”, era diventata improcrastinabile. Non è stato detto che la controversia non derivava dalla carenza di norme, ma dalla necessità (riconosciuta dalle stesse commissioni bilaterali e da tutti gli altri proponenti di riforme alla Costituzione) di procedere alle riforme con il più largo consenso delle forze politiche. Lo stesso meccanismo dell’articolo 138 della Costituzione, prevedendo più esami incrociati tra Camera e Senato, cauti passi successivi e tempi di riflessione intendeva promuovere un largo consenso. Tant’è che nel caso esso fosse venuto a mancare si prevedeva la possibilità di ricorrere alla consultazione diretta del popolo. Ora, si è arrivati a questa riforma pasticciata e opaca perché invece di ricercare il largo consenso si è preferito imporre la volontà di una maggioranza non rappresentativa della Nazione. Abbiamo assistito a manovre di qualsiasi genere, a ricatti politici, disinformazione, emarginazione dei dissidenti o soltanto dei non favorevoli, sostituzione di membri di commissioni parlamentari scomodi, agitazione di spauracchi, promesse populistiche, ghigliottine, canguri, sedute fiume e molto altro. Di peggio è avvenuto nell’ombra. La forma non è stata violata, ma il metodo si è rivelato ingiusto e scorretto perché nel frattempo la rappresentatività parlamentare e governativa era passata, con successive “porcate” e “leggi incostituzionali”,  dal sistema proporzionale a quello maggioritario a sbarramento. E soprattutto perché le finalità della riforma erano e rimangono tanto confuse da giustificare ogni sospetto di manipolazione.

D. Lo ritiene un fenomeno nuovo?

R. No, ma nel passato, quando gli obiettivi delle riforme costituzionali erano chiari, puntuali e condivisi sono state promulgate leggi costituzionali senza difficoltà. Dal 1948 ad oggi sono state approvate 38 leggi costituzionali tra cui provvedimenti importanti come le pari opportunità, l’abolizione della pena di morte anche per i reati militari in tempo di guerra, il voto degli italiani all’estero, l’estradizione per delitti di genocidio, il giusto processo, il pareggio di bilancio ecc. I problemi si sono posti quando le riforme si presentavano strumentali o soltanto imparziali e soprattutto quando rispecchiavano interessi di potere particolari e clientelari.

D. La riforma vorrebbe snellire la burocrazia legislativa, ridurre i costi della politica.

R. Purtroppo questa riforma non snellisce e non fa risparmiare. Si sarebbe invece risparmiato molto utilizzando strumenti legislativi ordinari senza scomodare la Costituzione. E anche ammettendo che ci sia qualche risparmio sul piano contabile, la riforma comporta costi enormi  in credibilità delle istituzioni, bilanciamento dei poteri e quindi in democrazia. Non sono costi teorici o morali, a ognuno di tali elementi sono collegate pratiche politiche e amministrative che se non adeguatamente controllate generano corruzione, sprechi, abusi di potere, imposizioni di tasse esose, aumento del debito e dissoluzione dei rapporti di fiducia tra Stato e cittadini. E’ vero, ci è stato detto che   “Abbiamo bisogno di capacità decisionali e di procedimenti legislativi più rapidi e non di un sistema immaginato e pensato a quei tempi, in cui forse si credeva si dovesse decidere raramente”. Ebbene, dobbiamo ricordare che  la rapidità non è sinonimo di migliore qualità o efficacia dei provvedimenti. Anzi. Siamo ancora impantanati  nei problemi creati dalla fretta dei governi e dalle loro false priorità. Inoltre, il sarcasmo fuori posto è sempre una forma di denigrazione e, in questa frase, è chiara la volontà di delegittimare un’Italia che i denigratori  non hanno né conosciuto né studiato.

D. Cosa trascurano?

R. Più che trascurare, in realtà non sanno e quindi non possono nemmeno ricordare. Questo progetto fa parte dello schema di rottamazione non di ciò che non funziona, ma di ciò che non si conosce. Siccome l’ignoranza è molta, non deve stupire che la cosiddetta rottamazione colpisca a vanvera in molti settori. Se i denigratori non possono ricordare, potrebbero ascoltare, ma di solito l’ignoranza va di pari passo con l’arroganza e perciò bisogna accontentarsi di dire cose che non ascolteranno mai. Noi però possiamo ricordare che quel sistema immaginato nel 1948 è stato realizzato e ha preso le decisioni più difficili della nostra storia. Con successi e insuccessi abbiamo recuperato credibilità internazionale, risollevato l’economia, affrontato emergenze naturali senza scandali, combattuto il terrorismo e la mafia, ristrutturato le Forze Armate e le abbiamo spedite in ogni angolo della Terra a rappresentare l’Italia e abbiamo raggiunto il quarto posto fra sette delle maggiori economie (G-7). Poi, con una breve stagione di “decisionisti” e  fantasiosi innovatori abbiamo decuplicato il debito nazionale, aumentato la disoccupazione e il precariato, diminuito la nostra competitività. Infine, grazie alle virtù taumaturgiche del mercato, dei tecnocrati e dei rottamatori abbiamo centuplicato il debito e siamo stati malamente coinvolti in una crisi che non ci avrebbe riguardato così da vicino, se non avessimo avuto immaginifici finanzieri di Stato e speculatori privati rivolti esclusivamente allo sfruttamento delle bolle finanziarie.

D. E oggi come siamo messi?

R. Andiamo a votare per una legge veramente immaginaria e siamo più deboli in Europa, sminuiti nella capacità di sicurezza,  succubi delle decisioni altrui, allontanati dai tavoli di discussione globali ed europei, ultimi nella graduatoria del G7, incapaci di provvedere al rilancio dell’economia e costretti ad elemosinare non denaro (che nessuno regala), ma la possibilità di fare altri debiti. Non si può addossare la responsabilità di tutto questo solo al sistema bicamerale o ai governi del passato. Negli ultimi dieci anni sono state approvate più leggi richieste dal Governo che quelle promosse dal Parlamento. In alcuni periodi delle legislature passate e di quella presente si è legiferato con le procedure di urgenza su cose che non erano affatto urgenti, si sono blindate leggi e leggine d’iniziativa governativa (109 in questa legislatura), facendo ricorso eccessivo ai colpi di maggioranza, alle deleghe al governo (13 a quello attuale su temi  fondamentali come lavoro, scuola, comunicazione pubblica ecc.) e al voto di fiducia al governo (ben 56 volte negli ultimi due anni e mezzo). Oggi non andiamo a votare per migliorare, ma per  istituzionalizzare un Parlamento defraudato del potere legislativo e assoggettato al potere esecutivo molto di più di quanto non lo sia già ora.

D. Un altro elemento su cui insistono i fautori della riforma è la governabilità. Argomento convincente, a suo parere?

R. La “governabilità” è ormai un dogma. Ma non è un’invenzione di oggi. Il tema è stato sollevato per primo da Bettino Craxi (fine anni ‘70), quando con i voti di un partito largamente minoritario voleva guidare per sempre l’intero Paese. Non a caso parlava di governi di legislatura (che stessero al governo “certamente” almeno per turni di 5 anni) o di “governo presidenziale”, pensando di diventare presidente. Ma i governi erano comunque coalizioni di grandi partiti che godevano anche dell’appoggio esterno di alcune opposizioni. La democrazia non era in pericolo, semmai era evidente l’insofferenza di un leader carismatico nei confronti dei grandi partiti. Lo stesso tema fu affrontato da Spadolini nel 1982 in maniera geniale, anche se inattuabile. Anche lui leader carismatico, esponente di un partito abbondantemente minoritario, ma giuridicamente molto più preparato di Craxi, individuò il collante fra le coalizioni, non nell’egemonia del partito più numeroso, ma in una presunta forza istituzionale del Presidente del Consiglio. Di fatto, sostituiva la forza dei partiti con la forza del ruolo di Capo del Governo. Intendeva istituire il “regime del primo ministro” al posto del “regime dei partiti”. “Perché -diceva- il governo della Repubblica deve governare anche per chi gli vota contro, anche per i senza partito, anche per gli extraparlamentari, anche per chi ancora non vota e voterà domani». Era una proposta al limite della liceità costituzionale e valeva finché ci si credeva. Ma lui era Spadolini e governò a modo suo, non per molto, ma senza modificare una sola virgola della Costituzione. Nel caso si fosse resa necessaria una riforma, Spadolini ebbe a dire: “Il governo ricercherà sempre con l’opposizione lo “idem sentire de Constitutione”. Questa riforma è lontana anni luce dall’idem sentire di Spadolini e di tutti i Padri costituenti. Non vuole eliminare “il regime dei partiti”, ma istituire il regime di un partito, anche se oggettivamente non maggioritario, come lo sono tutti i grandi partiti di oggi.

D. E’ stato detto che la riforma è necessaria per realizzare “un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione Europea, Stato e Autonomie territoriali”.

R. Magari lo fosse, e magari fosse stato spiegato chiaramente cosa sarebbe necessario. E’ stato invece raffazzonato un discorso che parla di razionalizzare “alla luce dei provvedimenti già presi in relazione allo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”. Sono parole testuali della proposta, ma più che un proposito, lo sproloquio sembra una “captatio benevolentiae” nei confronti dell’Europa. Una inutile piaggeria, che non ha più senso visto che l’integrazione europea è più lontana che mai, la governance europea è in crisi grazie anche agli atteggiamenti estemporanei del nostro governo (prima, durante e dopo Bratislava) e che nella cosiddetta riforma non c’è nulla che risponda alle sfide “dell’internazionalizzazione economica”. Oggi in campo internazionale siamo ad un livello di guerra fredda molto vicino alla guerra calda tra blocchi contrapposti, come nel 1946, in Europa, in Asia e quindi in tutto il mondo. Gli equilibri stanno cambiando rapidamente e in modo pressoché incontrollato. Gli stessi Stati Uniti non sanno dove andare e domani forse scopriranno di non voler e non poter andare da nessuna parte. Oggi, in Italia siamo sicuramente in piena guerra fredda interna: da vent’anni siamo prigionieri di una dicotomia fra destra e sinistra che ancora parla di comunismo e fascismo. Grazie all’arroganza di partiti personalizzati il Paese è spaccato apparentemente in due, ma sostanzialmente in cento pezzi.

D. E’ una questione che riguarda esclusivamente i partiti politici?

R. No, è dovuta anche all’avidità dei poteri economici, industriali e finanziari che sostengono i partiti per i propri interessi, i quali non necessariamente coincidono con l’interesse collettivo, meno che mai con il bene pubblico. Ma i partiti hanno un’aggravante: hanno interpretato l’articolo 49 della Costituzione come l’investitura di ciascuno di essi alla rilevanza costituzionale. Il segretario di un partito si sente – e di fatto è stato considerato dagli stessi presidenti della Repubblica – come un “organo costituzionale”. In realtà l’articolo 49 stabilisce la libertà dei cittadini di associarsi in partiti, ma non assegna a essi altra funzione se non quella di permettere che i cittadini concorrano con metodo democratico a determinare la politica nazionale. La rilevanza costituzionale è dei cittadini, non dei partiti. In realtà i tre partiti maggiori del panorama italiano non assicurano affatto il metodo democratico, ma quello monocratico o al massimo oligarchico, autoritario e personalizzato. Non danno alcuno spazio di dissenso al loro interno e sono da tempo impegnati in una delegittimazione reciproca che ha prodotto la sclerosi delle strutture interne e la completa sfiducia dei cittadini nella politica in generale.

D. Eppure questa riforma è passata con l’avallo del Parlamento.

R. Certo, ma non nella misura necessaria alla sua promulgazione. Tant’è che andiamo al Referendum proprio perché non è stato raggiunto l’accordo richiesto dalla stessa Costituzione. In compenso ci è stato detto che questa riforma ha rispettato tutti i parametri costituzionali e democratici. In realtà, l’iter di questa riforma, come quella bocciata nel 2006, è stato caratterizzato dalla prevalenza del metodo “a colpi di maggioranza”, abbandonando l’equilibrio previsto dalla Costituzione tra leggi “consensuali” e “maggioritarie”.  Si è invece rafforzata la presunta equivalenza fra principio democratico e principio maggioritario. Le modifiche alla Costituzione o alla forma di governo e della rappresentanza (come nel caso della legge elettorale) scaturiscono dalla convenienza della maggioranza di turno: nel periodo 2000-2015, ben nove (su dieci) leggi di revisione della Costituzione sono state approvate con i soli voti della maggioranza parlamentare, senza cercare larghe intese all’interno delle forze.

D. La nuova legge ha il sostegno di intellettuali, sindacalisti, forze economiche e finanziarie.

R. Non mi sorprende. Molti sono in buona fede perché attratti dal canto delle sirene sui risparmi e sulla limitazione dei politici o soltanto dalla voglia di punire il sistema o i partiti avversari. Alcuni poteri cosiddetti forti sono attratti dalla prospettiva di avere un governo a propria disposizione. Altri pensano alla pancia quotidiana e sostengono chi promette di più o elargisce elemosine elettorali. Qui il governo ha buon gioco perché è l’unico in grado di promettere, anche se sa benissimo di non poter mantenere. Ma è soltanto un escamotage che deve durare un mesetto ed è una sorta di competizione sleale perché gli oppositori, non essendo in campagna elettorale per la legislatura, non possono promettere niente altro che la fine del governo. Aumentando così l’incertezza di chi spera nei bonus e la diffidenza degli stranieri.

D. A detta dei fautori del Sì, non vengono alterate le Istituzioni democratiche. E’ così?

R. Secondo la definizione socio-economica più moderna e coerente, lo scopo di una “Istituzione” (e il Senato è una Istituzione) è quello di garantire la corretta applicazione delle  norme stabilite tra l’individuo e la società o tra l’individuo e lo Stato, sottraendole  all’arbitrio individuale e all’arbitrio del potere in generale (Haidar J.I.-2012). Ebbene, questa riforma nega e offende le Istituzioni democratiche: nei fatti stravolge l’impianto istituzionale dello Stato aumentando l’arbitrio individuale, o di un gruppo, e l’arbitrio del potere in generale. Il mio non è un giudizio teorico o di principio. Come uomo, soldato e cittadino con oltre 46 anni di servizio nell’ambito di una istituzione fondamentale come le Forze Armate, deputate alla difesa della Patria, anche in guerra, non posso condividere una riforma che sottrae al Parlamento la decisione sulla più drammatica evenienza di uno Stato: la dichiarazione di guerra. La norma proposta indica infatti nel Governo, attraverso la sua ovvia e artificiosa maggioranza monocamerale, il responsabile di tale decisione.

D. Ma la guerra non è un’evenienza remota?

R. E’ vero che sul piano pratico la cosa può sembrare ininfluente: nessuno più dichiara apertamente la guerra, ad eccezione degli Stati Uniti che ormai scendono in guerra per ogni cosa. Ma anche loro, pur chiamando ‘guerra’ qualsiasi sforzo interno ed internazionale, pur individuando nemici in ogni interlocutore, pur usando gli strumenti di guerra come prima risorsa d’emergenza e pur avendo inventato la guerra preventiva che non previene, ma anzi anticipa la guerra, sono ben attenti ad evitare con cura qualsiasi dichiarazione formale di guerra. Oggi, specialmente da parte dei Paesi europei e della Nato, la guerra si fa senza dichiararla o semplicemente cambiandone il nome. E, comunque, neppure l’impegno della Nato nella difesa collettiva (articolo 5 del Trattato) costringe in modo automatico ad intervenire con le armi. Ogni Paese membro può (e deve) scegliere in che maniera contribuire alla difesa collettiva.

Tuttavia, se la norma che equipara la dichiarazione di guerra a qualsiasi altro atto amministrativo può sembrare ininfluente sul piano pratico, non lo è affatto sul piano istituzionale e della filosofia del diritto. In questo caso, l’abolizione del bicameralismo perfetto è la chiara manifestazione della volontà di banalizzare il ruolo delle istituzioni a partire dall’atto più drammatico delle loro funzioni: la deliberazione sulla guerra. Il Parlamento riformato ha uno squilibrio a favore della Camera e questa, per effetto della legge elettorale maggioritaria e dei premi di maggioranza esagerati, ha uno squilibrio a favore del Governo. Di fatto, il nuovo Parlamento e lo stesso Governo cessano di essere organi legislativi rappresentativi di tutto il Paese e perdono la qualità fondamentale per autorizzare la guerra in nome del popolo italiano e quindi anche la facoltà di assumere ogni altra decisione che comporti analoghi sacrifici per tutta la popolazione e il trasferimento di risorse, poteri e funzioni da una istituzione all’altra.

D. Sono squilibri pericolosi ?

R. Nella sostanza sì. Se tali squilibri consentono di accelerare le decisioni del Governo in nome della cosiddetta governabilità, non è detto che favoriscano solo i provvedimenti giusti ed equanimi, adottati in nome e per conto del bene pubblico. Abbiamo continuamente esperienze di provvedimenti ad personam e a favore di gruppi di potere e di avventure che non hanno nulla a che vedere con il bene pubblico. Il Senato riformato  che non è più una Istituzione, perché non ha poteri equilibratori nell’ambito del Parlamento, è una costosa conferenza saltuaria di amministratori locali, la cui legittimazione nell’incarico “complementare” dipende dall’arbitrio di chi li ha  designati. Voto No all’eliminazione dell’equilibrio dei poteri e dei contrappesi istituzionali che di fatto conduce all’arbitrio del potere del partito di maggioranza del momento. Voto No al vilipendio delle istituzioni parlamentari (e non solo) esercitato da un partito che designa parlamentari e senatori non per esigenze di rappresentatività, ma per clientelismo e corruzione. Voto No perché non voglio essere rappresentato in Parlamento e nelle altre istituzioni nazionali ed europee da personaggi ignoranti, compromessi, immorali e pregiudicati. Abbiamo già vissuto il tempo del disprezzo nei confronti delle nostre Istituzioni  quando a occuparle venivano designati amici, clienti e compagni o compagne d’alcova. Me ne sono vergognato profondamente quando in campo internazionale, politico e militare, si lanciavano battutacce sui nostri governanti. Voto No perché ciò non si ripeta. E comunque non si ripeterà con il mio sostegno o la mia indifferenza.

D. Riflessioni come le sue hanno avuto la possibilità di raggiungere i cittadini?

R. Se lo hanno fatto non è certo per merito del Governo o della comunicazione pubblica. Ci avevano detto di voler rispettare le regole democratiche anche nella comunicazione. In realtà le voci di coloro che, come me, hanno servito lo Stato e difeso le istituzioni democratiche con disciplina e onore, e quelle di coloro che, come tantissimi,  hanno lavorato per l’Italia rappresentandone l’eccellenza culturale, tecnologica, economica, istituzionale e di solidarietà sono state soffocate dal vocio della propaganda di Stato. Ben prima della decisione di ricorrere al Referendum il Governo intero ha occupato tutti gli spazi di comunicazione, tramutando il legittimo sostegno a una propria proposta in bagarre affaristica e campagna ideologica a dispetto e scapito dell’equilibrio e dell’unità nazionale. Con il ricorso al referendum, la consultazione si è trasformata in una sfida tra sì e no, a prescindere da cosa significassero. C’è stata la conta degli amici e dei nemici, dei clienti riconoscenti e dei candidati a posti e poltrone accondiscendenti. La giusta perorazione della causa riformistica è stata volutamente personalizzata, fino a farla diventare una scommessa sulla stessa sopravvivenza del Governo. Come tutte le scommesse è stato un gioco, un azzardo, un bluff, un rischio e un ricatto sostenuti da una mobilitazione mediatica senza precedenti. Ogni canale di discussione moderata e costruttiva è stato occupato da comizi e spettacoli celebranti una grande festa della Dis-Unità. Gli spazi d’informazione pubblica (una risorsa di e per tutti) sono stati spesi (anche in senso economico) solo a favore del marketing governativo, in Italia e all’estero.

D. Come definirebbe la sua posizione, conservatrice o progressista?

R. Direi molto progressista. Esprimo il mio No a questa riforma  con spirito costruttivo, perché  non voglio che il mio Paese rimanga intrappolato in un sistema che assegna i poteri dello Stato a una maggioranza risicata e faziosa, frutto dell’allontanamento dei cittadini dalla politica, senza nessun organo di controllo e bilanciamento dei poteri. Mi è stato fatto osservare che in tutti i Paesi del mondo “va al comando” il partito di maggioranza relativa, e che l’evanescenza delle opposizioni non dipende dalla legge elettorale. E’ vero, e infatti non ho mai apprezzato il concetto di un partito “al comando”. I partiti dovrebbero essere al servizio della comunità, esattamente come le istituzioni, i governi e le amministrazioni pubbliche.

Ma anche dove i partiti godono di ampia maggioranza ci sono differenze sostanziali.  Ho vissuto abbastanza a lungo nei due paesi a sistemi opposti per capirne gli effetti: la democrazia americana e il regime del partito comunista cinese. La democrazia americana non è tale perché votano i cittadini, che fra l’altro non votano per eleggere l’uomo al comando, ma perché esistono istituzioni in grado di limitare gli abusi del potere. Il Congresso, a prescindere dalla maggioranza del momento, è il più feroce censore del potere esecutivo. La magistratura suprema segue a ruota, ma una serie di comitati parlamentari hanno poteri che possono indirizzare e raddrizzare la politica del governo. Inoltre, spesso sono gli stessi partiti, i media, le lobby e i comitati di cittadini a limitare i propri leader.

In Cina c’è un partito che occupa tutto e impone la propria politica a tutti. Si avvale di strutture legislative permanenti per gli affari correnti e di un’assemblea annuale dei rappresentanti del popolo per approvare le grandi leggi: si vota per alzata di mano su ogni proposta e si torna a lavorare. C’è anche una sorta di senato: è la Conferenza Consultiva che raggruppa i rappresentanti dei partiti, varie etnie, associazioni popolari, amministratori locali e personalità indipendenti. Non ha alcun potere effettivo ed è diretta dallo stesso Partito Comunista, che comunque la utilizza come foglia di fico per spacciare una parvenza di democrazia. In Cina il vero equilibrio fra i poteri e la garanzia di una dialettica politica si realizzano all’interno del partito stesso che è tutt’altro che monolitico o cristallizzato. L’ostentata ammirazione per il sistema americano da parte del nostro Governo è smentita proprio dalla riforma: il sistema che vuole instaurare con la riforma è lontanissimo da quello americano e vicinissimo al sistema cinese. Con due  differenze: da noi il partito di regime non assicura alcuna dialettica equilibratrice interna e i rappresentanti alla Camera bivaccano in permanenza a Roma.

D. E l’intervento popolare tramite il Referendum?

R. E’ importante ma non sarà determinante finché la partecipazione non sarà veramente significativa. Non si può ricorrere sempre ai referendum per colmare le incapacità della politica, anche perché gli stessi referendum costituzionali, che dovrebbero essere i più importanti, dimostrano la disaffezione popolare nei confronti della politica e s’indeboliscono nella capacità effettiva di rappresentare la Nazione. Alla prima consultazione referendaria sulla Costituzione della nostra storia, il 7 ottobre 2001,  si recò a votare solo il 34,1 % degli aventi diritto e i voti validamente espressi furono per il 64,2 % favorevoli alla modifica costituzionale: erano appena il 21% degli aventi diritto. Alla seconda, quella del 25-26 giugno 2006, votò il 52,30% degli aventi diritto e la legge voluta da Berlusconi fu respinta dal  61,32% dei votanti: appena il 32% degli aventi diritto.

D. Come riassumerebbe le sue motivazioni?

R. Voto No ad una riforma che spacca il paese e prelude ad una frattura ancora più ampia e pericolosa fatta di disprezzo per le Istituzioni, rigetto delle opposizioni, soppressione delle minoranze  e ghettizzazione delle intelligenze non allineate: tutti segni storicamente premonitori di dittatura e  guerra civile.

Voto No perché il sistema proposto è già in atto e non funziona, anzi mortifica le istituzioni e minaccia la democrazia. Soltanto con il No  si può pensare di rettificare questo stato di fatto e avviare la stagione delle riforme equilibrate ed efficaci.

Voto No perché il governo, qualunque esso sia, e le istituzioni nazionali a partire dal 5 dicembre si dedichino a risolvere i problemi strutturali  che gravano sulla nostra nazione, i problemi della ripresa economica, di compattazione sociale e di disaffezione politica e formuli  finalmente un progetto per riunire i cittadini italiani e le forze politiche attorno ad una Costituzione rinnovata ma condivisa.

Voto No oggi per avere domani (e non dopodomani) la possibilità di vedere una riforma seria e corretta.

Voto No perché mi si chiede di esprimermi con un monosillabo su un insieme di elementi disomogenei, appartenenti a materie molto diverse e  dagli effetti indecifrabili se non indagati dal punto di vista tecnico-giuridico. Invece di approfondire e sviscerare tali aspetti, mi si chiede di votare senza considerarli, quasi a voler nascondere il fatto che proprio tra essi  si annidano tutti gli elementi distruttivi e destabilizzanti della riforma. Mi si chiede un voto di fiducia cieca, ideologico, che non lascia a me, e a nessun cittadino libero di ragionare con la propria testa, altra alternativa che il No.

D. Secondo lei, è questa l’ultima occasione per fare le riforme?

R. Il No è l’ultima occasione per  stroncare sul nascere i propositi inaugurali di una stagione di continue ulteriori modifiche alla Costituzione, rese via via più facili e incontrollate da questa stessa riforma, tendenti a stravolgere completamente l’assetto istituzionale del nostro Stato. In questo senso, non mente chi dice che il 4 dicembre non è un traguardo finale, ma uno striscione di partenza. Tuttavia, soltanto con il No parte l’Italia Unita, di tutte le fedi e convinzioni, per riaffermare la Democrazia, la Giustizia e la Libertà volute da tutti gli Italiani che per esse hanno sofferto privazioni, vessazioni, torture e che per esse hanno versato il proprio sangue in guerra e in pace. In caso contrario, con il Sì,  parte la vera corsa al potere assoluto di una maggioranza di palazzo. Anche questa è stata una delle cause storiche delle dittature, delle guerre civili, dei colpi di stato, delle rivoluzioni.

 .

(*) Fabio Mini, generale di Corpo d’Armata, è stato capo di Stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa e, a partire dal gennaio 2001, ha guidato il Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani. Dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003 è stato comandante delle Operazioni di pace a guida Nato, nello scenario di guerra in Kosovo nell’ambito della missione KFOR (Kosovo Force).

Il vescovo di Locri rifiuta l’offerta: “soldi che puzzano di ‘ndrangheta”

L’indicazione del vescovo di Locri Francesco Oliva è stata chiara: le offerte che puzzano di ‘ndrangheta non si accettano. E così il parroco di Bovalino, paese della provincia di Reggio Calabria colpito dall’alluvione del 2015, è andato in banca e ha emesso due bonifici, indirizzati ad altrettante ditte che avevano inviato cinquemila euro ciascuna per contribuire a ricostruire il tetto della chiesa matrice sfondato dalla pioggia.

“Con il denaro sporco non si costruiscono chiese, a costo di rinunciare ai lavori”, dice il presule a Repubblica. E i soldi rispediti al mittente in effetti avevano una provenienza quantomeno sospetta. Si tratta di fondi inviati da ditte collegate a Domenico Gallo, arrestato a fine ottobre nell’inchiesta condotta dalla procura di Roma sui grandi appalti, dalla Tav alla Salerno-Reggio Calabria. Nell’ordinanza che ha portato in carcere l’imprenditore calabrese, il giudice ha messo in evidenza “i suoi contatti con soggetti legati alla criminalità organizzata”. E davanti alle carte giudiziarie, il vescovo non ha esitato. “Per me è stata una scelta scontata, ordinaria”, dice. E infatti non sarebbe emersa se non fosse stata accennata durante un dibattito locale e rilanciata dal Quotidiano del Sud.

“Questa vicenda – spiega il presule – è una piccola cosa ma fa parte di uno stile che deve essere chiaro: non si può rischiare di essere conniventi con le mafie e se c’è il sospetto che le offerte siano frutto di affari mafiosi, bisogna rifiutarle in modo fermo”. Oliva lo aveva già affermato nel marzo scorso, quando un pentito aveva rivelato che una chiesa di Gioiosa Jonica era stata costruita con i soldi delle cosche: “Diciamo con chiarezza che non ne abbiamo bisogno”, aveva scritto ai fedeli e sacerdoti del paese.

Anche Giancarlo Bregantini, suo predecessore nella diocesi di Locri, aveva messo in guardia dal meccanismo perverso delle connivenze economiche tra cosche e comunità ecclesiali: “La mafia – diceva – tende insidie ai sacerdoti: se c’è un campanile da aggiustare, è facile che ti arrivi un generoso contributo. Ed è chiaro che ciò sarà ampiamente messo in risalto da chi lo ha dato, anche se non sarà annunciato dal pulpito: è per questo che la scelta di povertà del prete è una forza di opposizione e di resistenza incredibile”.

Ora monsignor Oliva ribadisce: “Non c’è nulla di bello che si possa costruire con i soldi macchiati dal sangue della gente”. E cita due grandi figure della Chiesa che si chiamano Francesco, come lui. Uno è il santo originario di Paola, patrono della Calabria: “Secondo la tradizione – racconta il presule – quando il re di Napoli gli offrì monete d’oro per costruire un convento lui le spezzò e ne uscì proprio del sangue: quello della gente vessata dal monarca”. L’altro Francesco è il Papa, che il 21 giugno 2014 sempre in Calabria, a Sibari, pronunciò la scomunica per i mafiosi: la ‘ndrangheta, disse, è “un male” che “va combattuto, va allontanato”. E aggiunse: “Quando all’adorazione del Signore si sostituisce l’adorazione del denaro, si apre la strada al peccato”.

Oliva quel giorno era sull’altare alla sinistra di Bergoglio, che lo aveva appena nominato vescovo e inviato a Locri: “Le parole del Papa non lasciano spazio all’ambiguità e devono dare coraggio alla Chiesa”, dice. Coraggio che non è mancato al vescovo, ma è stato condiviso anche dal consiglio affari economici della parrocchia di Bovalino, compatto nel sottoscrivere la decisione. E alla fine l’onestà è stata premiata perché i soldi necessari per ricostruire il tetto sono arrivati lo stesso, grazie al contributo dell’otto per mille e alla generosità dei fedeli.

(da Repubblica, fonte)

Di Matteo e la risposta politica

Sul rifiuto di Nino Di Matteo alla proposta avanzata dal CSM di essere trasferito alla Procura Nazionale Antimafia per garantire una maggiore sicurezza pendono due questioni: una umana (ne ho scritto stamattina qui nel mio editoriale per Left) e una strettamente politica.

La scelta di Di Matteo è un segnale alla politica. L’ennesimo di un magistrato che da troppi anni si ritrova nel limbo in cui in Italia si è soliti mettere coloro che non accettano di piegarsi alla cortesia istituzionale che pretenderebbero in molti.

«Non sono disponibile al trasferimento d’ufficio – ha detto il magistrato -. Accettare un trasferimento con una procedura straordinaria connessa solo a ragioni di sicurezza costituirebbe a mio avviso un segnale di resa personale ed istituzionale che non intendo dare».

Un trasferimento d’ufficio come extrema ratio per garantire sicurezza a un magistrato è una sconfitta di Stato. Su questo, una volta per tutte, forse vale la pena essere chiari: è l’identico discorso che si applica ai testimoni di giustizia che pretendono, a buon ragione, di rimanere nella propria città pretendendo che sia la mafia a dover scappare e scomparire. Per questo sono inutili, patetiche e strumentali le polemiche di chi in queste ore sta sottolineando che lo stesso Di Matteo aveva già chiesto di essere trasferito alla DNA: un riconoscimento del proprio spessore professionale è cosa ben diversa da una fuga di Stato.

Anzi, rinunciare a una posizione gradita per amore della forma, non so voi, io lo trovo rassicurante da parte di qualcuno che si occupa del rispetto della legge. No? Del resto non era difficile prevedere le insidie del caso: il nostro comunicato del 12 ottobre è la prova dei nostri timori fin da tempi non sospetti.

Ne ho scritto sui quaderni di Possibile qui.

Auto blu? il governo ne ha vendute 150. E ne ha comprate 300.

Ne scrive Anna Morgantini per Il Fatto Quotidiano:

Non chiamatele auto blu, per carità. Fa troppo cafone. Soprattutto da quando Matteo Renzi l’anno scorso ne ha messe all’asta ben 150 su eBay, ricavandone a fatica 900mila euro. Ma per ognuna di quelle 150 di cui ci siamo liberati, oggi ne sono in arrivo ben due: 150 berline e 155 fuoristrada. Specialissime, stavolta. Basta leggere il bando pubblicato dalla Consip il 28 ottobre (qui) con scadenza il prossimo 26 gennaio, alle ore 16, per capire il perché: si tratta di macchine cosiddette “protette”, cioè variamente rinforzate o blindate, per cui andremo a spendere 40 volte l’incasso ottenuto grazie a eBay. La base d’asta (sia pure al ribasso) per il primo lotto, 150 berline tre volumi, è infatti di 16 milioni e 200 mila euro, 108 mila euro a vettura, che salgono a 145 mila per ognuno dei 155 fuoristrada del secondo lotto, per un totale di quasi 22 milioni e mezzo. Esborso previsto, ribasso escluso: 36 milioni, 680 mila e 350 euro. E senza contare l’Iva.

Sembra quasi una beffa ai Cinque Stelle, che erano riusciti a far passare alla Camera lo scorso marzo la proposta di legge presentata da Giorgio Sorial per imporre una drastica riduzione delle “autovetture di servizio o di rappresentanza delle pubbliche amministrazioni” (oggi è tutto fermo al Senato).

Ma ufficialmente qui la storia è ben diversa: i mezzi non sono semplici auto di servizio o di rappresentanza, ma blindati (gli standard più usati vanno dal più leggero B4 al pesante B6, che deve resistere a ripetuti colpi di Kalashnikov AK-47 con proiettili da 7,62 millimetri, oltre a vari generi di esplosivi) che dovrebbero essere destinati innanzitutto a servizi come le scorte ad autorità o personalità minacciate, in primis i magistrati antimafia, o il trasferimento dei detenuti ad alto rischio. Qualche Cinque Stelle però storce il naso: non è escluso che qualche auto protetta finisca, con una scusa o con l’altra, ai furbetti che non vogliono correre il rischio di perdere il trasporto gratis.

Quante sono oggi le macchine blindate, e chi ne beneficia esattamente? Mistero. Il censimento delle auto blu iniziato dal Formez  su disposizione dell’allora ministro Renato Brunetta, è ancora largamente incompleto e non distingue tra le auto blindate e le normalivetture di servizio che compongono l’autoparco pubblico (23.203 esemplari in circolazione nel 2015, contro i 66.619 del 2014), anche perché molte amministrazioni non hanno mai fornito i dati necessari.

Secondo le stime dei sindacati di polizia, comunque, le auto blindate dovrebbero essere almeno 800. Ed è vero che più volte i magistrati antimafia hanno protestato perché devono utilizzare mezzi vecchi o decrepiti, con perfino 3 o 400mila chilometri sul groppone; ma negli ultimi anni i nuovi acquisti sono stati imponenti: decine di Bmw, Thesis, Mercedes, Audi. Perfino Maserati.

Con qualche esagerazione ormai leggendaria. Celebre per esempio il parco macchine del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ai tempi del direttore Franco Ionta, che da solo disponeva di sette automobili (era al livello massimo di protezione), compresa una Maserati blindata. O quello del ministero della Difesa negli anni di Ignazio La Russa, ben otto Maserati blindate, poi vendute (e a fatica) nella celebre asta su eBay. Il maggior numero di autovetture protette è però del Viminale, che non ha mai fornito numeri precisi sulle quattro ruote corazzate in suo possesso (sicuramente superano quota 500) né l’elenco dei tanti beneficiari. E’ l’Ucis, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, a decidere a chi assegnare una scorta di primo livello (secondo il Nuovo sindacato di polizia sarebbero 17 in tutto), con tre auto blindate e una decina di agenti, o di secondo livello (un’ottantina di casi) con due macchine e sei agenti; al terzo livello di rischio (312 casi) basta una sola vettura (e due agenti).

Ma anche il Quirinale, la Camera, il Senato e la presidenza del Consiglio hanno le loro macchine a prova di bomba. E persino qualche sindaco e qualche governatore di regione. A partire da Rosario Crocetta: nel 2014 ha pubblicato un bando, come rivelato dal Fatto, per noleggiare 5 auto blindate a 1 milione 440mila euro (+ Iva) per 48 mesi, quasi 6mila euro al mese per ogni macchina a sua esclusiva protezione. Certo, è il governatore più scortato d’Italia e forse anche d’Europa. Ma perché esigere un’auto blindata pure a Bruxelles, dove le sue visite sono rarissime?

Forse perché c’è stata una mutazione antropologica, in questi anni. E oggi non è più l’auto blu, ma l’auto blindata (con scorta, ovviamente, al seguito) a garantire lo status (cioè l’intoccabilità) del vero potente. Anche se non ha veramente bisogno. Quanto a chi salga davvero, poi, su quella macchina dai finestrini oscurati, è talmente misterioso da avere indotto il senatore leghista Stefano Candiani, nel 2014, a un’interrogazione al ministro dell’Interno, raccontando un episodio avvenuto a lui personalmente il 12 marzo, attorno alle ore 23.30, a due passi dal Pantheon: in via degli Orfani è stato “sfiorato da quattro autovetture, di grossa cilindrata, che a tutta velocità percorrevano la via” e si fermavano vicino all’hotel Senato per far scendere una persona; poi ripartivano, sempre a folle velocità, col lampeggiante acceso. Per caso il ministro Alfano saprebbe dire “chi fossero i soggetti trasportati” su quel mezzo blindato, e magari è in grado di specificare “l’eventuale presenza a bordo della signora Agnese Landini” coniugata Renzi? Il marito non c’era, è pronto a giurare Candiani, che ha subito tirato fuori il cellulare per immortalare l’evento e le targhe. E’ legittimo che la scorta scarrozzasse la signora? Il ministro non gli ha mai risposto.

Di Matteo che resta

Nino Di Matteo ha rifiutato l’offerta del Consiglio superiore della magistratura di un trasferimento lontano da Palermo per motivi di sicurezza. Non andrà alla Direziona Nazionale Antimafia che gli è stata proposta per facilitare (secondo la discutibile decisione del Csm) la sua protezione.

«Non sono disponibile al trasferimento d’ufficio – ha detto il magistrato -. Accettare un trasferimento con una procedura straordinaria connessa solo a ragioni di sicurezza costituirebbe a mio avviso un segnale di resa personale ed istituzionale che non intendo dare».

Eppure Di Matteo aveva dalla sua parte parecchi buoni (e utili) motivi per accettare: la Direzione Nazionale Antimafia è il ruolo che ha cercato a lungo (una volta è stato bocciato e poi la sua domanda è stata respinta per un vizio di forma), il processo sulla trattativa continua a essere l’obiettivo degli strali di una parte politica folta e trasversale, i mascariatori professionisti lo accusano sottovoce di rischiare poco poiché non è ancora morto e la mafia si gode l’isolamento del magistrato che la rincorre.

Qui da noi funzioni solo se fai antimafia con le figurine dei boss da dare in pasto ai giornali e alla gente. Se solo provi a toccare la complessità di un fenomeno che (citando Gratteri) riesce a entrare nella politica con la stessa facilità di una lama nel burro allora diventi subito troppo intraprendente, antipatico, visionario o fissato. Chissà che ne dicono Falcone e Borsellino guardando un Paese che commemora senza memoria.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Le minacce a Giarrusso e la scoreggia della mafia

“Vergognati pezzo di merda, tu solo un cesso che hai rovinato i funerali di un bambino di 16 anni. Cesso pezzo di merda, ti auguriamo lo stesso dolore, puoi chiedere conto a chi vuoi noi siamo noi. Dovrete dare conto di tutto questo”.

A scrivere questa frase è Giuseppe Ruscica, uno dei boss dei “Cursoti Milanesi”, clan mafioso catanese. La frase è rivolta a Mario Michele Giarrusso, componente della commissione Antimafia del Movimento 5 Stelle.

La colpa di Giarrusso sarebbe quella di avere preteso che la Questura impedisse il pomposo funerale che si stava apparecchiando per la morte del giovane Eugenio Ruscica conosciuto nel quartiere come “Bananedda” (dal nomignolo del padre Carmelo Ruscica detto “Bananedda”, arrestato nel 2013 in un maxi blitz antidroga contro i Cursoti Milanesi). Per il funerale erano pronti fuochi d’artificio e altre banalità: le solite che le mafie usano per mostrare pateticamente i muscoli.

Giarrusso ha chiesto l’intervento della Questura e alla fine il funerale ha dovuto svolgersi in forma privata. Per fortuna. E le minacce di Ruscica sono una scoreggia. Solo una scoreggia. Intanto, un abbraccio a Mario. Qui le posizioni politiche non contano: c’è un prepotente da arginare, la mafia da zittire. Ricordiamocelo.

Così a Voghera la ‘ndrangheta affilava affari e vendette

(l’articolo di Nicoletta Pisanu, fonte)

Marco Ferrentino
Marco Ferrentino

Quel pugno dato alla sua ragazza andava vendicato. E per questo, il rivale è stato accoltellato in pieno centro a Voghera. Ferocia e violenza traspaiono dalle quasi tremila pagine del provvedimento di fermo spiccato dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che ha portato a bloccare quarantuno persone in tutta Italia con l’accusa di affiliazione alla ’ndrangheta. Pagine che raccontano il perché del coinvolgimento nella vicenda giudiziaria degli otto vogheresi arrestati. Marco Ferrentino, 36 anni, è considerato dagli inquirenti «il reggente e capo carismatico dell’omonima cosca», si legge nelle carte giudiziarie, «distribuendone i relativi proventi ai sodali e gestendo ‘la cassa comune’». Il cugino Francesco, 26 anni, secondo le accuse «nella vicenda afferente l’accoltellamento compiuto da Giuseppe Dimasi ai danni di M.F. (estraneo all’inchiesta, ndr) in data 4 dicembre 2014, pur rimasto estraneo al fatto, diventerà il punto di riferimento per gli spostamenti di Pasquale Dimasi, fratello di Giuseppe, assicurando il mutuo soccorso tra i sodali in caso di controffensive da parte di gruppi criminali avversi». La vicenda si riferisce all’accoltellamento successo in viale Montebello. La natura delle cause che hanno portato all’atto violento, sono spiegate dalle intercettazioni. M.F. aveva aggredito la compagna di Pasquale Dimasi, sua ex moglie, scatenando la vendetta: «L’ha stroppiata sì, si è fatta male ed è scappato, gli faccio dove scappi?», racconta al fratello. Poi aggiunge: «Chiama chi devi chiamare e digli di arrangiarsela lui!», secondo gli inquirenti riferendosi alla necessità di avvertire Marco Ferrentino di quanto accaduto.

A Voghera sono state sequestrate tre imprese edili che secondo le accuse servivano per coprire affari illeciti e per questo gli indagati si erano affidati a un prestanome. Parlando di problemi relativi alle firme di alcuni assegni in virtù di questa pratica, Giuseppe Dimasi intercettato spiega a Marco Ferrentino: «Quando vieni quassù devi farti subito la delega e deve salire anche ‘chidu pecuruni’», riferendosi secondo gli inquirenti al prestanome. La costituzione di una società di import di riso, di cui risulta agli inquirenti socio il vogherese Fabio Aschei, indagato, era legata al business della droga. Aschei viene intercettato mentre un indagato calabrese spiega che per formare la società è necessario l’aiuto economico dei Ferrentino: «Il bambinello Gesù (Marco, ndr) deve portare i doni anche se non è ancora Natale». Droga che circolava anche a Voghera. Le intercettazioni riportano il consiglio di Francesco Ferrentino a Diego Freitas De Siqueira, 30enne, indagato, che secondo le accuse stava movimentando gli stupefacenti. Ferrentino gli suggerisce di non passare dal ‘carro armato’ in via Gramsci, per la presenza della polizia: «Non passare di là, cambia strada, non vorrei che ni mungianu». Usa il termine mungere, in dialetto, secondo l’interpretazione degli inquirenti, per indicare il tocco degli agenti durante l’attività di perquisizione.

 

‘Ndrangheta: il pentito Andrea Mantella parla dei legami tra i clan di Vibo e Lauerana

Un articolo importante di Giuseppe Baglivo per Zoom24:

Ci sono anche le dichiarazioni del vibonese Andrea Mantella, esponente di spicco del clan Lo Bianco di Vibo Valentia che da qualche mese ha iniziato a collaborare con la giustizia, a sostegno dell’impalcatura accusatoria messa in piedi dal procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Gaetano Paci e dal pm antimafia Giulia Pantano contro la consorteria dei Ferrentino e dei Chindamo di Laureana di Borrello colpite duramente giovedì dall’operazione denominata “Lex” che ha interessato pure il clan dei Lamari. Sono gli stessi magistrati a spiegare nel loro provvedimento di fermo che il collaboratore di giustizia vibonese, ex intraneo alla cosca Lo Bianco di Vibo Valentia, nell’anno 2006 aveva costituito un autonomo sodalizio mafioso nella città di Vibo Valentia, scisso da quello originario dei Lo Bianco, a base prevalentemente familiare e con omonima denominazione, vale a dire quella di “‘ndrina Mantella”. Ad avviso dei magistrati della Dda di Reggio Calabria, Andrea Mantella nella sua qualità di capo clan ha conosciuto molti esponenti delle altre articolazioni territoriali della ‘ndrangheta, sia da soggetto libero che da detenuto.

Mantella
Andrea Mantella

Mantella e Alessandro Ferrentino. In un recentissimo interrogatorio reso il 26 settembre scorso, Andrea Mantella racconta di aver conosciuto, e fatto amicizia durante un comune periodo di detenzione a Spoleto, il 43enne Alessandro Ferrentino di Laureana di Borrello, indicato come “capo indiscusso dell’omonima cosca di ‘ndrangheta Ferrentino-Chindamo, all’epoca detenuto per l’omicidio volontario” di Pietro Morfei, il boss di Monsoreto di Dinami ucciso la sera del 17 luglio 1998 ed erroneamente indicato da Mantella come “Morfea Peppe”. Alessandro Ferrentino avrebbe raggiunto nella ‘ndrangheta la dote del “vangelo”.

Secondo quanto appreso da Andrea Mantella, a causa dell’assenza forzosa di Alessandro Ferrentino sul territorio di Laureana di Borrello, il comando della cosca sarebbe stato assunto dal di lui fratello, sulla cui figura aggiungeva che si trattava di persona che faceva la spola con il Nord Italia anche per i traffici di droga. Pure dal carcere, tuttavia, per il tramite del fratello che regolarmente si recava a fargli visita e lo manteneva economicamente, Ferrentino Alessandro “nipote del noto Giosuè Chindamo”, avrebbe dato disposizioni continuando a “comandare” il suo gruppo mafioso, servendosi del congiunto che, dopo il suo arresto, avrebbe preso le redini dell’organizzazione, dedita prevalentemente ad estorsioni e traffici di armi e sostanze stupefacenti, sia di cannabis che cocaina. Su Laureana i Chindamo-Ferrentino, alleandosi al clan dei Lamari, ad avviso di Andrea Mantella (ma ciò risulta anche dalle sentenze definitive relative alle operazioni antimafia “Tirreno” e “Piano Verde”), avrebbero soppiantato nel potere mafioso la famiglia dei Cutellè.

Carmelo Lo Bianco
Carmelo Lo Bianco

Andrea Mantella ed i Lo Bianco. Andrea Mantella ai magistrati della Dda di Reggio Calabria si qualifica come “imprenditore agricolo” e soggetto che aveva il “monopolio delle carni a Vibo Valentia”. Spiega quindi di aver fatto parte della cosca Lo Bianco di Vibo Valentia, clan “satellite” della potente famiglia di ‘ndrangheta dei Mancuso di Limbadi e Nicotera, avendo raggiunto il grado mafioso di “Trequartino”. “Successivamente ho fondato nel 2006 una mia ‘ndrina – rimarca il collaboratore di giustizia – per l’appunto la ‘ndrina Mantella”, un sodalizio mafioso autonomo a base prevalentemente familiare che “tuttavia è stato stroncato dopo qualche anno”. Il motivo della frizione fra Andrea Mantella e i Lo Bianco era dettato dal fatto che il futuro collaboratore di giustizia non avrebbe tollerato lo strapotere mafioso dei Mancuso anche sulla città di Vibo, con i Lo Bianco che consegnavano loro gran parte dei proventi illeciti delle attività delittuose su Vibo. “Rappresento inoltre – ha fatto mettere a verbale Mantella ai magistrati della Dda di Reggio – che sono stato un killer dei Lo Bianco, avendo commesso nel loro interesse, come diretto esecutore materiale, parecchi omicidi. 

Paolo D'Elia
Paolo D’Elia

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Paolo Lo Bianco

Il controllo sulla città di Vibo ed i legami con il reggino. Il verbale non omissato da parte della Dda di Reggio Calabria permette per la prima volta di apprendere diversi particolari in ordine ad alcune dichiarazioni rese Andrea Mantella che invece i magistrati della Dda di Catanzaro hanno inteso al momento “omissare” per non compromettere le indagini in corso. Si apprende così che l’autonomo gruppo mafioso fondato da Andrea Mantella sarebbe stato “composto da circa 13 persone” e, ad avviso del pentito, sino al giorno della sua collaborazione tale sodalizio avrebbe “dominato incontrastato su Vibo Valentia”. “Dopo il mio avvento mafioso in autonomia rispetto alla ‘ndrina dei Lo Bianco – dichiara Mantella – la città di Vibo Valentia era sotto di me e del mio gruppo, esercitando noi ogni forma di potere mafioso, tramite estorsioni, controllo dei lavori pubblici e droga”. Quindi l’indicazione da parte di Andrea Mantella dei suoi rapporti intessuti con altri sodalizi mafiosi come i Piromalli ed i Molè di Gioia Tauro, i cui esponenti sarebbe andato a trovare direttamente a Gioia Tauro tramite Paolino Lo Bianco(figlio del defunto boss Carmelo Lo Bianco, detto “Piccinni”) e Paolino D’Elia, oggi 87enne, nativo di Seminara ma negli anni ’80 trasferitosi nel Vibonese per sfuggire ad una faida dopo essere stato gravemente ferito in un agguato mafioso a Seminara.

pistola e soldi

Si tratta dello stesso Paolo D’Elia, oggi imputato a Vibo per usura in un processo istruito dalla Dda di Catanzaro, che avrebbe svolto il ruolo di “paciere” – per come emerso nell’inchiesta “Nuova Alba” – fra le opposte articolazioni del clan Lo Bianco guidate dagli omonimi cugini Carmelo Lo Bianco, l’uno detto “Piccinni”, l’altro “Sicarro”. Gli stessi Mancuso, secondo il Ros, avrebbero tenuto in gran considerazione Paolo D’Elia indicandolo quale esponente autorevole della massoneria deviata ed autore, negli anni, di alleanze con altre famiglie mafiose come gli Alvaro di Sinopoli, i De Stefano di Reggio Calabria ed i Molè di Gioia Tauro.

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Andrea Mantella racconta inoltre di aver avuto rapporti pure con i clan di San Luca, con i Pesce di Rosarno ed in particolare con Francesco Pesce, detto “Testuni” (in foto a sinistra), figlio dello storico boss Antonino Pesce, ed anche con Rocco Bellocco, sempre di Rosarno.

I Lo Bianco e le “proiezioni” delle dichiarazioni di Mantella. E’ il traffico di droga quello che potrebbe aprire scenari del tutto inediti sull’asse Vibo-Laureana di Borrello. Andrea Mantella indica in particolare un personaggio del clan Lo Bianco, dedito a compiere usura, danneggiamenti ed estorsioni, il quale avrebbe stretto solidi rapporti in carcere con diversi componenti dei clan mafiosi di Laureana di Borrello. Altri elementi del clan Lo Bianco-Barba, indicato da Mantella come un unico sodalizio criminale, sarebbero stati inoltre particolarmente attivi nel settore del traffico di stupefacenti. Droga che Andrea Mantella spiega che veniva indicata dai mafiosi con i termini di “shweeps”, “stoccafisso” oppure “ciciorfa”. “Spesso poi – conclude Mantella – per indicare la ndrangheta noi utilizzavamo in gergo pure il termine di “pisella”.