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I Mazzei-Carcagnusi e i loro interessi su Roma. La mafia dei Santapaola sul litorale.

I carabinieri del comando provinciale di  Roma stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere,  emessa dal gip del Tribunale di Roma, su richiesta della locale Procura della Repubblica – Dda, nei confronti di sei persone, ritenute responsabili a vario titolo dei reati di tentata estorsione ed estorsione, aggravati dal metodo mafioso, procurata inosservanza di pena e possesso di documenti di identificazione falsi.

Dalle indagini svolte dal Nucleo Investigativo dei carabinieri di Roma è emerso, inoltre, che uno degli arrestati, di origini catanesi, era  latitante e, utilizzando documenti contraffatti e avvantaggiandosi dell’appoggio logistico di conterranei, aveva stabilito il suo covo nell’area laziale compresa tra Aprilia e Pomezia. L’indagine è stata avviata dal Nucleo Investigativo  carabinieri di via In Selci, a seguito della denuncia presentata il 14 luglio scorso da un imprenditore romano, operante nel settore del noleggio di autoveicoli a medio e lungo termine, nei confronti di un  pregiudicato di origini catanesi, stabilitosi ormai da decenni con la  propria famiglia nel litorale Sud della capitale.

Secondo quanto riferito dalla vittima, il catanese, insieme con la sua convivente romana, di professione agente immobiliare, e ad altri siciliani, facendo ricorso a minacce e violenze, aveva tentato in quattro distinte occasioni, tra il 10 e il 14 luglio 2016, di  estorcergli circa 50.000 euro, riuscendo infine, il 14 luglio, a farsi consegnare 2.000 euro. Le indagini, sviluppate anche con l’ausilio di  intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno consentito di ricostruire in maniera compiuta l’intera vicenda, riuscendo a identificare tutti i partecipanti agli episodi delittuosi descritti  dalla vittima.

In particolare i carabinieri hanno appurato che il pregiudicato di origine catanese, fingendosene legittimo proprietario, nel giugno 2016 aveva ceduto tre autovetture del valore complessivo di circa 60.000 euro al citato imprenditore, che operava nel settore del noleggio di autoveicoli. Dopo aver ricevuto circa 30.000 euro a titolo di anticipo del prezzo complessivo concordato per l’alienazione dei tre veicoli, da saldarsi all’atto del formale passaggio di proprietà, il  pregiudicato catanese aveva preteso la restituzione delle tre vetture o, in alternativa, la dazione di ulteriori 50mila euro da parte della vittima.

Al fine di vincere le resistenze della vittima, il pregiudicato catanese, la sua convivente e altre quattro persone di  origine siciliana, tra il 10 e il 14 luglio, avevano minacciato di morte e malmenato l’imprenditore, e, al fine di incutergli maggiore  timore, lo avevano anche informato di essere appartenenti a un’organizzazione mafiosa attiva nella provincia di Catania. Il 14  luglio 2016, a seguito di reiterate minacce, avevano costretto la vittima a firmare un assegno del valore di 2000 euro, incassato nei  giorni successivi.

I carabinieri precisano che, nel pomeriggio del 18 luglio 2016, due dei sei estorsori, destinatari dell’attuale misura cautelare, erano stati arrestati in flagranza di reato per aver percosso l’imprenditore e per averlo rapinato della somma contante di 1.600 euro, fatti avvenuti presso l’attività commerciale della vittima, nei pressi della stazione ferroviaria Roma-Tiburtina.

Nel corso dell’attività è stato inoltre riscontrato che due dei  soggetti catanesi, resisi responsabili delle condotte estorsive  denunciate dalla vittima e arrestati oggi dai carabinieri, risultano effettivamente appartenenti alla famiglia di mafiosi catanesi  denominata Mazzei-Carcagnusi, legati alla più nota famiglia di Cosa Nostra catanese dei Santapaola. Uno di loro, infatti, annovera condanne definitive per omicidio e associazione di tipo mafioso.

L’altro, invece, figlio di un ergastolano condannato per omicidio e associazione mafiosa, si era reso irreperibile dallo scorso mese di marzo scorso a seguito di una condanna definitiva a otto anni di reclusione per rapina aggravata e porto abusivo di armi. Le  attività investigative hanno permesso di stabilire che costui, sebbene latitante, aveva partecipato agli episodi estorsivi contribuendo, insieme con gli altri correi, a intimidire la vittima.

Lo scorso 8 agosto, individuato nell’ambito delle attività in corso, i carabinieri di via In Selci lo avevano fatto arrestare dai colleghi di Catania mentre si trovava all’interno di un centro commerciale con la moglie per compiere acquisiti, durante una trasferta in terra etnea.

Dalle indagini svolte dal Nucleo Investigativo di Roma è emerso, altresì, che il latitante, utilizzando documenti contraffatti e  avvantaggiandosi dell’appoggio logistico del conterraneo artefice della vicenda estorsiva, aveva ormai stabilito il suo covo nell’area laziale compresa tra Aprilia e Pomezia.

[AdnKronos]

Operazione “Lex”: la ‘ndrangheta da Reggio Calabria, Roma, Monza, Pavia fino a Varese. Ecco gli arrestati.

Alle prime luci dell’alba di oggi, nelle province di Reggio Calabria, Roma, Milano, Vibo Valentia, Pavia, Varese, Como, Monza-Brianza e Cagliari, i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, collaborati in fase esecutiva dai militari dello Squadrone Eliportato Cacciatori, della Compagnia Speciale del G.O.C., da unità cinofile e dell’8° Nucleo Elicotteri Carabinieri di Vibo Valentia, nonché da quelli dei Comandi Provinciali territorialmente competenti, hanno dato esecuzione al provvedimento di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria,  nei confronti di 41 indagati (36  in carcere e 5 agli arresti domiciliari), ritenuti, a vario titolo, gravemente indiziati dei delitti di associazione mafiosa in relazione al sodalizio ‘ndranghetista nella sua articolazione territoriale denominata Locale di Laureana di Borrello – formata dalle famiglie “Ferrentino-Chindamo” e “Lamari” – operante nel comune di Laureana di Borrello e comuni limitrofi con ramificazioni in tutta la provincia reggina ed in altre province, concorso esterno in associazione mafiosa,  porto e detenzione di armi comuni da sparo, importazione e cessione di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, estorsione, lesioni personali gravi, frode sportiva, intestazione fittizia di beni, incendio, danneggiamento, violenza privata,  con l’aggravante, per tutti i delitti, dell’agevolazione  delle attività dell’associazione  mafiosa.

L’indagine trae origine da una serie di episodi criminosi, registrati sul territorio della municipalità di Laureana di Borrello (RC) e zone limitrofe a partire dal mese di giugno del 2014, sintomatici dell’operatività di un sodalizio criminale attivo in quell’area ed in grado di esercitare un controllo di tipo mafioso sull’intera comunità. Di qui l’avvio della complessa attività d’indagine, svolta dai militari della Compagnia di Gioia Tauro sotto il costante coordinamento della Procura Distrettuale Antimafia, sviluppata secondo metodologie di tipo tradizionale e attraverso una rilevante mole di attività tecnica, che si è giovata anche delle propalazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia. In particolare, è stata acclarata l’appartenenza di molti degli odierni fermati, anche con ruoli di vertice, alle cosche “FERRENTINO-CHINDAMO” e “LAMARI” quali articolazioni autonome, talvolta alleate e talvolta in aperta conflittualità, dell’associazione per delinquere di tipo ‘ndranghetistico  nota come “Locale di Laureana di Borrello” del Mandamento Tirrenico, operante nel territorio di quel comune e delle municipalità limitrofe, con ramificazioni in tutta la provincia ed in altre province del Nord Italia e segnatamente Milano, Varese, Pavia e Como.

Nel corso delle indagini è stato quindi possibile cogliere le modalità con le quali la Cosca, avvalendosi della forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo, riusciva a controllare e a sfruttare le risorse economiche della zona mediante il compimento di una serie indeterminata di delitti riguardanti le armi, il patrimonio, la vita e l’incolumità individuale, il commercio di sostanze stupefacenti. Sono state, inoltre, documentate molteplici condotte, da parte della Locale di ‘ndrangheta, tese ad influenzare l’ordinario andamento delle istituzioni comunali,  e, in particolare, le condotte di alcuni componenti dell’amministrazione della municipalità pre-aspromontana per l’aggiudicazione di appalti pubblici in favore delle aziende mafiose di riferimento della cosca. Emblematica la posizione  dell’assessore al “verde pubblico, agricoltura, manutenzione, tradizione, servizio idrico, servizi demografici, viabilità, fiera ed artigianato” del Comune di Laureana di Borrello, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa,  perché – pur non facendo parte stabilmente della Locale in argomento – forniva un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo alla ‘ndrina CHINDAMO-FERRENTINO, come referente politico del sodalizio. Numerosi poi sono stati gli efferati episodi delittuosi censiti e perseguiti, quali atti intimidatori, danneggiamenti, incendi ed estorsioni. In taluni casi, infatti, alcuni cittadini sono stati vittime di atti ritorsivi, perpetrati in maniera cruenta attraverso l’esplosione di colpi di arma da fuoco e/o incendi, che hanno riguardato beni mobili ed immobili di loro proprietà e che, in una circostanza, hanno visto un collaboratore scolastico divenire vittima di un “pestaggio”, da parte di alcuni soggetti appartenenti alla cosca, per il sol fatto di aver rimproverato un “rampollo” minorenne riconducibile alla ‘ndrina CHINDAMO-FERRENTINO. In un altro caso, invece, un imprenditore, risultato poi essere vicino alla Cosca rivale dei LAMARI, è stato sequestrato per alcune ore da appartenenti alla Cosca FERRENTINO per costringerlo a continuare la gestione fittizia di un’impresa edile, ubicata a Voghera, in nome e per conto del sodalizio.

È stato, inoltre, documentato come la principale fonte di guadagno della cosca fosse rappresentata dal traffico internazionale di sostanze stupefacenti avente, quale canale di approvvigionamento, le tratte che dall’India e dalla Colombia portano al Porto di Gioia Tauro dove, con le compiacenze di soggetti vicini alle cosche operanti in quello scalo, venivano fatti passare, ben occultati in cargo contenenti riso, ingenti quantitativi di droga. Il tutto grazie alla copertura di un società, la Ditta di import-export “United Seed’s Keepers” s.r.l. con sede a Milano e Roma, interamente controllata da imprenditori prestanome della consorteria mafiosa.
Diverse, peraltro, sono state le ipotesi di intestazione fittizia riscontrate con riferimento a numerose attività commerciali, tra le quali spiccano ben 2 imprese edili ed una società, attiva nel Porto di Gioia Tauro, di import/export, e di alcuni immobili in Lombardia, nonché l’infiltrazione della famiglia LAMARI nella gestione della “Polisportiva Laureanese”, inserita nel Campionato di Promozione, girone “B”, con episodi di “combine” dei risultati di almeno due incontri di calcio mediante minacce aggravate dalla metodologia mafiosa.
L’attività d’indagine ha evidenziato come la Locale, con la forza promanante dal vincolo mafioso, ha assoggettato la popolazione del centro pre aspromontano che viveva asfitticamente sotto la coltre del potere mafioso, che non dava tregua. A Laureana di Borrello, in particolare, l’autonomia imprenditoriale era azzerata non esistendo settore economico, e non, che non incontrasse “l’interesse” delle ‘ndrine.
Persino il mondo del calcio è controllato dalle ‘ndrine, che gestistocono la locale squadra calcistica e, attraverso le combine di partite con dirigenze di altre squadre della medesima categoria, falsano i risultati.
Anche nella politica cittadina della municipalità di Laureana di Borrello, le due ‘ndrine hanno dei referenti mafiosi che consentono loro l’aggiudicazione di appalti.

L’attività ha permesso nel tempo di procedere già all’arresto di 5 persone, al sequestro di oltre 2 kg di sostanza stupefacente del tipo marijuana nonché 3 pistole, 1 fucile, centinaia di munizioni di vario calibro e quasi 02 kg di polvere da sparo.

I destinatari del provvedimento di fermo, eseguito nel corso dell’odierna operazione, sono stati i seguenti:

 

1) FERRENTINO MARCO, classe ’80 ;

2) PETTÉ TIZIANA, classe ’81;

3) BIELOVA ALLA, classe ’89;

4) FERRENTINO ALESSIO, alias “u stuccaru”, classe ‘78;

5) FERRENTINO FRANCESCO alias “u zassu”, classe ‘90;

6) DI GIGLIO ANTONINO alias “u liraru”, classe ‘75;

7) FERRENTINO ALESSIO , classe ‘84;

8) DI MASI GIUSEPPE , classe ‘88;

9) PITITTO GIUSEPPE, classe ’75;

10) SIGNORELLO JOSE’, classe ’87;

11)  SIBIO GIOVANNI, classe ’89;

12)  MONEA SALVATORE, classe ’74;

13)  LAMANNA FRANCESCO, classe ’86;

14)  LAMANNA ANTONELLO,  classe ’75;

15)  PIROMALLI VINCENZO, classe ’69;

16)  BEVILACQUA MARIO, classe ’72;

17)  ASCHEI FABIO,  classe ’61;

18)  PETTÈ PASQUALE,  classe ’67;

19)  DI MASI PASQUALE, classe ’86;

20)  PRESTIA FRANCESCO,  classe ’76;

21)  TARANTINO FRANCESCO, classe ’76;

22)  PANIGO MARINA, classe ’59;

23)  MEZZASALMA FABIO, classe ’63;

24)  MARAFIOTI ALBINO, classe ’85;

25)  FERRARI GIORGIA, classe ’95;

26)  SALVO ISABELLA, classe ’69;

27)  FREITAS DE SIQUEIRA DIEGO,  classe ’86;

28)  CHINDAMO ALBERTO, classe ’88;

29)  LAMARI VINCENZO alias Enzo, classe ’68;

30)  LAMARI ANGELO, classe ’67;

31)  LAMARI MATTIA, classe ’97;

32)  MASTROIANNI FABIO, classe ’87;

33)  PAPANDREA NATALE, classe ’91;

34)  NAPOLI CLAUDIO, classe ’76;

35)  PROSSOMARITI ANDREA, classe ’73;

36)  LAINÀ VINCENZO, classe ’63;

37)  CIANCIO FRANCESCO ANTONIO, classe ’95;

38)  OPPEDISANO MAURIZIO, classe ’81;

39)  ZITO FELICE,  classe ’91;

40)  MANDAGLIO ANDREA,  classe ’95;

41)  MANDAGLIO GIOVANNI, classe ’93

Dei predetti FERRARI Giorgia, SALVO Isabella, MANDAGLIO Andrea, MANDAGLIO Giovanni e ZITO Felice sono stati posti agli arresti domiciliari.

Nel medesimo contesto sono stati disposti dalla Direzione Distrettuale Antimafia Reggina diversi sequestri preventivi, finalizzati alla confisca, di una serie di società e beni immobili ritenuti riconducibili direttamente o indirettamente, per il tramite di intestatari fittizi, alle Cosche Lamari e Chindamo – Ferrentino.

In particolare, sono stati sottoposti a sequestro in via d’urgenza:

–          Dimasi Costruzioni di Giuseppe Dimasi (Voghera);

–          Dima Costruzioni S.r.l. di Lamanna Francesco(Voghera);

–          Dimafer di Ferrentino Francesco(Voghera);

–          Ditta di import-export “United Seed’s Keepers” s.r.l. con sede a Milano e Roma;

–          Ditta Di.Gi. lavori edili di Digiglio Antonino “u liraru”;

–          Ditta N.P. Lavori e Costruzini snc di Napoli Claudio e Prossomariti Andrea;

–          Azienda “Demetra“ srl con sede in Laureana di Borrello;

–          Attività commerciale “Il Quadrifoglio”di proprietà di Brogna Francesco nelle due sedi di Laureana di Borrello e Feroleto della Chiesa;

–          Società Polisportiva Laureanese calcio;

–          Edicola di Pititto Giuseppe in Vibo Valentia;

–          Garage adibito alla vendita di Pesce Stocco di Ferrentino Alessio.

 

L’operazione odierna ha visto l’impiego complessivo di circa 300 militari in tutta la penisola, con perquisizioni che hanno interessato diverse abitazioni ed immobili considerati depositi di armi e droga della consorteria laueranese, nonché lo studio legale, con sede a Milano, di un noto penalista ritenuto vicino alla cosca.

A proposito del Pd che non c’entra con Mafia Capitale: per portare in tribunale l’ex capogurppo servono i carabinieri

Doveva testimoniare al processo di Mafia Capitale, ma non si è presentato. Per due volte. La prima volta dicendo di avere disturbi gastroinestinali, la seconda senza giustificazione. Così i carabinieri sono andati a prelevarlo, come si dice in gergo, e lo hanno portato a piazzale Clodio. Chi? Uno sgherro di Massimo Carminati? Un funzionario di secondo piano di una delle coop che facevano capo a Salvatore Buzzi? No, Fabrizio Panecaldo, ex capogruppo del Pd all’assemblea capitolina, il consiglio comunale di Roma.

A disporre l’accompagnamento coattivo dell’ex eletto del Partito democratico erano stati i giudici della X sezione penale del tribunale di Roma, presieduta da Rosanna Ianniello, che aveva avuto già i suoi problemi con la testimonianza di un’altra esponente del Pd, la deputata Micaela Campana, che aveva messo insieme in una sola testimonianza 39 “non ricordo”. Una decisione presa il 25 ottobre quando Panecaldo era stato citato come testimone ma non era comparso nell’aula bunker di Rebibbia. All’udienza precedente Panecaldo aveva invece disertato adducendo con un certificato problemi di salute (“sindrome parainfluenzale con disturbi gastrointestinali”, ricorda Il Messaggero). Panecaldo si è scusato con il tribunale e con le parti per non essersi presentato nelle due udienze precedenti. A volere la testimonianza di Panecaldo sono stati Valentina Panvini e Pier Gerardo Santoro, legali di due imputati, Giordano Tredicine (ex consigliere comunale del Pdl) e Salvatore Buzzi, guida della Coop 29 giugno e ritenuto capo dell’associazione finita a processo.

Era stato proprio Buzzi in una telefonata con la compagna, Alessandra Garrone, aveva definito Panecaldo una “mucca da mungere“. “Panecaldo – si sente nell’intercettazione – me faceva: ‘Ah a me non me dà niente?’ Allora gl’ho detto… ‘Lo sai il proverbio ‘La mucca tu la devi mungere ma gli devi da’ da mangia’. Tu solo la mungi’. Allora mi fa: ‘Tra un mese e mezzo glie damo da magna’ e tra un mese e mezzo la mungeremo”. Da qui nasce una domanda del pm Luca Tescaroli, cioè se per caso Panecaldo ha mai sollecitato utilità a suo vantaggio. L’ex capogruppo ha risposto di non aver “mai chiesto nulla. Neanche un finanziamento. Eppure sono stato eletto cinque volte in consiglio comunale”.

E’ sempre Buzzi che in un interrogatorio in carcere aveva detto ai magistrati: “Il Pd non lo avevamo mai finanziato così, era famelico. Panecaldo era insistente, mi chiedeva assunzioni”. E, racconta il Messaggero, proprio il capitolo “segnalazioni” è diventato il perno della testimonianza. L’ex consigliere del Pd ne ammette una, “poi basta”. Ma Santoro, l’avvocato di Buzzi, tira fuori un “pacchetto” di messaggini con nomi, numeri di telefono, attitudini: “Patente C e BK”, per esempio. Panecaldo ha risposto così: “Rivendico le mie segnalazioni, non me ne vergogno, non ritengo che siano motivo di biasimo o di reato. Segnalo soprattutto gente che a 50 o più anni si ritrovava senza futuro. E non ho mai chiesto nulla in cambio”. Anche qui, come in altre udienze, è servita una “spinta” della presidente del tribunale, Ianniello: “Prima aveva detto un solo segnalato, ora siamo già a tre. Come mai?”. Risposta: “Sempre senza risultato”.

(fonte)

Gli amici del boss scritti in una lettera “dimenticata”

Ne scrive Francesco Viviano qui:

Due primari ospedalieri, un commercialista, tre imprenditori, un gioielliere, personaggi potenti ed insospettabili del trapanese, costituirebbero la rete segreta di protezione del capo mafia Matteo Messina Denaro, latitante da 23 anni. Con alcuni di loro, sarebbe andato a cenare abitualmente in un ristorante di Santa Ninfa, sempre armato assieme a tre suoi fidatissimi guardiaspalle perché non voleva farsi catturare vivo. Nomi e cognomi, indirizzi, età e professioni dei favoreggiatori dell’ultimo grande boss di Cosa Nostra sono contenuti in una informativa dei carabinieri da dieci anni, una informativa incredibilmente mai trasmessa all’ autorità giudiziaria, rimasta chissà in quale cassetto, e soltanto da poche settimane riapparsa e consegnata alla procuratrice aggiunta Teresa Principato (che coordina il gruppo interforze di carabinieri, polizia e 007 dell’ Aisi che danno la caccia a Matteo Messina Denaro) e al sostituto procuratore Nino Di Matteo, pm del processo per la presunta “trattativa” Stato-mafia.

Dopo avere fatto terra bruciata attorno al boss, arrestando decine di familiari e di fiancheggiatori delle cosche del trapanese senza però essere riusciti a stanarlo, gli inquirenti puntano ora agli anelli più alti di quella catena che continua a garantire la latitanza di Messina Denaro. E l’informativa, venuta fuori ora, suggerisce nomi di personaggi finora mai finiti nel mirino degli investigatori. Alcuni di loro si sarebbero anche prestati a fare da “postini” che farebbero la spola tra Castelvetrano (il paese del latitante) ed altri centri della Sicilia per fare arrivare o ricevere i “pizzini” con gli “ordini” e le “raccomandazioni” di Matteo Messina Denaro ad altri boss siciliani. Tra i “postini” più attivi due insospettabili, una donna e un pensionato delle ferrovie dello stato. Informazioni fornite da una fonte ritenuta “attendibilissima” – si legge nell’ informativa- che suggeriva ai carabinieri di non coinvolgere nelle indagini le forze dell’ ordine che allora operavano nella provincia di Trapani per evitare fughe di notizie ed informazioni che sarebbero potute arrivare proprio al boss Matteo Messina Denaro che probabilmente disponeva di qualche “talpa” tra gli investigatori trapanesi. La scottante informativa dei carabinieri che Repubblica ha potuto leggere ha provocato sconcerto e stupore nella Procura di Palermo, che ha avviato una indagine e una serie di accertamenti anche per ricostruire come e perché quell’informativa così importante sia rimasta nascosta per tanto tempo. Le due pagine dell’informativa sono state consegnate nelle settimane scorse alla Procura di Palermo dal generale in pensione dei carabinieri Nicolò Gebbia, che fu tra l’altro comandante della compagnia dei carabinieri di Marsala (che indagava anche su Matteo Messina Denaro) e poi comandante provinciale dei carabinieri di Palermo. Interrogato nei giorni scorsi dal pubblico ministero Nino Di Matteo il generale ha svelato di avere avuto quell’informativa poco prima di lasciare il comando provinciale di Palermo per assumere quello di Venezia e di averla consegnata – ha dichiarato a verbale – al generale Gennaro Niglio allora comandante della Regione Carabinieri Sicilia, morto in un incidente stradale assieme al suo autista, il 9 maggio del 2004 mentre tornava a Palermo da Caltanissetta. Ma da allora di questa informativa nessuno ha saputo più niente.

Nell’informativa si fa riferimento a un altro dei misteri siciliani, il sequestro dell’esattore Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, rapito il 17 luglio 1975 dai corleonesi e il cui corpo non è stato mai ritrovato. Il documento inedito svela ora che il suo cadavere sarebbe sepolto in una campagna di proprietà di uno dei favoreggiatori della latitanza di Matteo Messina Denaro. Un sequestro che provocò uno scontro tra i corleonesi e i boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti (amici dei cugini Salvo) che reagirono uccidendo 17 mafiosi alleati dei corleonesi che avevano partecipato al sequestro di Corleo. Il generale Gebbia ha anche rivelato di avere appreso che pochi giorni dopo il sequestro di Corleo Nino Salvo telefonò a Giulio Andreotti, a quel tempo Presidente del Consiglio, “ordinandogli” di dare un permesso al boss Gaetano Badalamenti che si trovava al confino nel nord Italia, per rientrare per qualche mese in Sicilia per aiutarlo a liberare il suocero. Il permesso non fu concesso ed i Salvo “si adirarono molto” con Giulio Andreotti.

«Tra politica e mafia non è cambiato nulla»: parla Rosaria Capacchione (PD)

In una intervista nella redazione di Fanpage, la senatrice del Partito Democratico, la giornalista Rosaria Capacchione, spiega la sua scelta di non ricandidarsi alle prossime elezioni: “Il mio impegno non serve, ero più utile quando facevo la giornalista. Non ho bisogno del vitalizio da parlamentare e probabilmente ero più utile prima – spiega la senatrice – Renzi ascolta solo chi ha grandi pacchetti di voti, non c’è malafede in questo: il problema è che semplicemente non capiscono certi temi”. Sull’impegno contro le mafie dice: “Io credo che le persone si siano stufate dell’antimafia, c’è un linguaggio vecchio e si pensa che l’antimafia serva solo per la carriera”. La Capacchione spiega come le mafie abbiano trasferito all’estero molte attività agevolandosi di legislazioni che non sono adeguate a combattere i fenomeni mafiosi e sul rapporto tra mafia e politica dice: “Non è cambiato nulla, è tutto uguale”.

 

Il giudice demolisce la credibilità di Ciancimino

L’articolo di Aaron Pettinari (qui):

“Nei confronti di Mannino gli elementi indiziari per affermare che vi fu da parte sua il genere di interferenza di cui è accusato risultano non adeguati”. E’ così che il gup Marina Petruzzella, nelle motivazioni della sentenza con cui, il 4 novembre del 2015, ha assolto dall’accusa di minaccia a Corpo politico dello Stato l’ex ministro Dc Calogero Mannino. Quest’ultimo, a differenza degli altri coimputati, aveva scelto il rito abbreviato e nel documento di oltre 500 pagine, depositato quest’oggi, il giudice parla di “prove inadeguate”, di “suggestiva circolarità probatoria”, di “interpretazioni indimostrate”.
Manca dunque la prova che il politico sarebbe stato il motore della cosiddetta trattativa tra lo Stato e la mafia.
I magistrati (il procuratore aggiunto Vittorio Teresi ed i sostituti Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene) avevano chiesto una condanna a 9 anni. Ma le prove portate nei suoi confronti non sono sufficienti.
“Non c’è qualcosa, come delle fonti orali o documentali che dimostrino – scrive il giudice – il collegamento tra l’iniziativa dei Ros di interloquire con Vito Ciancimino e l’evento ipotizzato dall’accusa di un accordo tra Mannino e Cosa nostra, per salvarsi e attuare un programma politico favorevole a una trattativa, volta a condizionare, partecipando alla volontà ricattatoria stagista della mafia, le scelte del Governo”. Dunque, se una Trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia siciliana venne aperta nel biennio stragista, l’ex ministro Dc non ne è colpevole per il giudice di primo grado.

Duri giudizi su Ciancimino
Durissime le parole della Petruzzella nei confronti di Massimo Ciancimino. “L’analisi integrale delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino ne ha rivelato l’assenza di coerenza e – scrive il giudice – ha reso palese la strumentalità del comportamento processuale, la gravità degli artifici adoperati per rendere credibili le sue sensazionali rivelazioni e giustificare le sue molteplici contraddizioni e per tenere sulla corda i pubblici ministeri col postergare la promessa di consegnar loro il papello, carpirne così la considerazione e mantenere sempre alta su di sé l’attenzione generale, accompagnato nel suo luminoso cammino dalla stampa e dal potente mezzo televisivo, stuzzicati con altrettanta astuzia”.
Secondo il Gup il papello, ovvero l’elenco con le richieste che Totò Riina avrebbe fatto allo Stato per fare cessare le stragi mafiose, è “frutto di una grossolana manipolazione” del figlio di don Vito.
Ciancimino jr “lo ha fornito solo in fotocopia senza dare di ciò alcuna motivazione plausibile, posto che la circostanza che si trovasse in cassaforte all’estero non avrebbe impedito la consegna dell’originale; – scrive il gup – ed è evidente che le fotocopie, con l’uso di carte e inchiostri datati, impediscano l’accertamento delle epoche degli originali, oggetto della copiatura; non ha voluto rivelare chi gli avesse spedito il papello dall’estero, come da lui sostenuto, né perché non potesse dirlo ai pm e ha detto di non conoscerne l’autore”. E poi ancora: “Non si può non sottolineare come il castello accusatorio si sia fondato su documenti prodotti da Massimo Ciancimino in semplice fotocopia e non in originale”.

“In particolare – prosegue il gup – sul finire del 2008 creava abilmente nei pm, che lo interrogavano sulla trattativa tra il padre e i due carabinieri del Ros, l’aspettativa del papello, che forniva solo in fotocopia sul finire del 2009, dopo averli riempiti di documenti del padre, selezionati a sua scelta e consegnati nei tempi da lui decisi, e di informazioni modulate a seconda delle evoluzioni del suo racconto e delle contraddizioni in cui andava incespicando. Non può mancarsi di notare ancora una volta: che l’autore del papello consegnato dal Ciancimino in copia ai Pm non è stato identificato”.

Inoltre la Petruzzella evidenzia anche punti critici come le dichiarazioni sul misterioso signor Franco, l’agente dei Servizi che avrebbe avuto un ruolo determinante nelle vicende della trattativa, e non solo. Secondo il giudice Ciancimino è “reo” di non aver fornito “alcun dato autentico e utile ad identificarlo”.Quindi definisce “defatiganti, dispendiose e del tutto inutili” le ricerche investigative per identificare lo 007.
Tra i documenti che vengono ricordati vi è anche quello “falso” predisposto da Ciancimino “ai danni di Gianni De Gennaro, all’epoca capo della polizia, ed anche la vicenda dei candelotti di dinamite, fatti rinvenire ai Pm nel giardino della sua abitazione a Palermo, nell’aprile del 2011, “per la cui detenzione ha già ricevuto una condanna”.

Scrive ancora il giudice che “allo stato degli atti appare improbabile, da un punto di vista processuale, che applica i canoni della gravità e della precisione indiziaria degli elementi di fatto su cui fondare un ragionamento probatorio, collegare il fatto che Mannino si raccomandasse con i Ros alla interlocuzione tra i Ros e Vito Ciancimino e alla scelta di sostituire Scotti col manniniano Nicola Mancino e con le dimissioni successive di Martelli“. Tuttavia “è ragionevole ritenere che i descritti comportanti di Manninocon Guazzelli e con i Ros siano stati determinati dalla volontà di trovare una protezione speciale, approfittando certamente della sua pregressa conoscenza con Subranni e dei privilegi che gli derivavano dal suo ruolo di potente politico”. Nelle sue conclusioni il giudice parla di “elementi  di sospetto, che non hanno quindi una grave e autonoma natura indiziaria” e che “se considerati come se possedessero tali connotati possono prestarsi ad interpretazioni facilmente ribaltabili e tutte analogamente plausibili e in fin dei conti prive di specifico valore dimostrativo processuale”.
Subito dopo il verdetto del processo, nel novembre 2015, i pm di Palermo avevano fatto sapere che avrebbero valutato i motivi del giudice per decidere se impugnare la sentenza.
Valutazioni che sono già iniziate.

Processo Aemilia: testimoni paurosi e minacce negate

Ne scrive David Marceddu:

C’è un giudice che promette di denunciare alcuni testimoni per falsa testimonianza. Ci sono testimoni portati in aula dai Carabinieri. Ci sono minacce telefoniche minimizzate. “Mi stai dicendo che mi vuoi sparare?” – “Per noi erano toni amichevoli”. E poi la deposizione dell’ex consigliere comunale del Pd, Antonio Olivo, che definisce un semplice incidente il rogo avvenuto in un suo cantiere: per i pm però altro non era che una ritorsione di uno degli imputati. Il processo Aemilia, uno dei più grandi dibattimenti di mafia nel nord Italia, va avanti ormai da sei mesi a Reggio Emilia in questo clima. Alla sbarra 150 imputati, gran parte dei quali accusati di avere fatto parte di una cosca di ‘ndrangheta tutta emiliana legata a Nicolino Grande Aracri, considerato capo dell’omonimo clan di Cutro, in Calabria.

Davanti al giudice stanno passando i testimoni dell’accusa, ma c’è chi, a pochi metri dalle sbarre dietro cui siedono gli imputati, si rimangia quanto detto in fase di indagine. C’è chi, dopo non essersi presentato, è stato accompagnato in aula dagli uomini dell’Arma. Una delle vittime di diverse estorsioni, un giocatore d’azzardo finito in debito con alcuni degli imputati, pare invece che sia scappato negli Stati Uniti e al proprio avvocato avrebbe dichiarato di non volere tornare in Italia per paura della propria incolumità. È anche a seguito di questi fatti che,durante una delle ultime udienze il presidente del collegio, Francesco Maria Caruso, si era addirittura riservato la possibilità di inviare alla Procura le posizioni di alcuni testimoni apparsi reticenti, per valutare un procedimento per falsa testimonianza.

Gran cornuto, dove sei… Scappi pezzo di merda… vado a scontare con tua moglie”. “Fu solo una battuta volgare”

Come nel caso di Salvatore Palmo Rotondo, un imprenditore cutrese attivo in Emilia, che nel 2012 si era ritrovato a dovere dei soldi di Gaetano Blasco e Antonio Silipo, entrambi considerati dai pm membri della cosca emiliana. In una intercettazione del 2012 Rotondo e Silipo si scambiano parole di fuoco: “Turù io non ho niente da perdere lo sai?”, diceva Silipo. “Tonino ma mi vuoi ammazzare? Vieni e sparami!”. La risposta dell’imputato: “Turù a me come mi vedi sono! io non ho niente da perdere!”. “Tonino ma mi stai dicendo che mi vuoi sparare? vieni e sparami Tonino!”. “Queste sono parole tue sono”. In aula davanti al giudice però Rotondo minimizza: “Era una discussione accesa, ma quelli sono i toni amichevoli che usiamo… Pensi che con Silipo sono andato a prendere il caffè finché non l’hanno arrestato. Per voi sarà una minaccia, per me no”. È a questo punto che il giudice Caruso lo avvisa: “Se la telefonata avrà tenore diverso andrà sotto processo per falsa testimonianza”.

Silipo, che è stato condannato in primo grado a 14 anni nell’abbreviato del processo Aemilia (tra le accuse anche l’associazione mafiosa), è stato assolto per questo fatto specifico. Ma anche le motivazioni dell’assoluzione sono interessanti: secondo il giudice infatti il reato da contestare non era estorsione (perché la somma chiesta a Salvatore Rotondo era effettivamente dovuta), ma quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con la minaccia. Però, secondo il giudice dell’abbreviato, siccome Rotondo non ha mai sporto querela, non si può procedere.

L’incendio si è provocato da solo, colpa della guaina. Il rapporto dei Vigili del fuoco? Non l’ho letto”

Anche frasi del tipo: “Gran cornuto, dove sei… Scappi pezzo di merda… Mi sa che vado a scontare con tua moglie adesso”, in aula sono state minimizzate. “Ma quella non è una minaccia, solo una volgare battuta rivolta a mia moglie”, ha asserito un altro testimone. Il pm aveva appena riportato un passaggio di una intercettazione telefonica del 2011 in cui Antonio Valerio, imputato per associazione mafiosa, estorsione e usura, discuteva con l’uomo per un prestito di poche centinaia di euro non restituito.

Infine, come riportato dalle cronache della Gazzetta di Reggio, anche la testimonianza di Antonio Olivo, ex consigliere comunale del Partito democratico, ha fatto molto discutere: “L’incendio si è provocato da solo, colpa della guaina”, ha risposto Olivo al pm Marco Mescolini, che non aveva fatto in tempo nemmeno a fare la domanda su quel rogo del 2005. Secondo l’accusa il fuoco fu appiccato da uno degli imputati, Gaetano Blasco, che voleva vendicarsi per non essere stato coinvolto in alcuni cantieri. Alla domanda poi se avesse letto il rapporto dei vigili del fuoco su quell’incendio, rapporto portato da Olivo alle assicurazioni, il testimone ha spiegato in aula di non avere letto se la causa fosse o meno dolosa.

Per ‘incoraggiare’ i testimoni cinque sindaci della provincia di Reggio Emilia si sono presentati al processo

Olivo, originario di Cutro, oltre a essere stato in consiglio comunale a Reggio Emilia per 10 anni è un imprenditore edile affermato in città. Il suo nome compare nella carte dell’inchiesta Aemilia non solo per quel rogo. Olivo (che non è mai stato indagato) fu infatti intercettato dai Carabinieri nel 2011 al telefono con Romolo Villirillo. Quest’ultimo, condannato nel 2016 in primo grado per associazione mafiosa nell’abbreviato di Aemilia, è accusato di essere stato uno dei capi promotori della cosca emiliana. Olivo peraltro è lo stesso che nel 2012 – assieme all’allora sindaco e oggi ministro Graziano Delrio (che sarà presto anche lui fra i testimoni) e ad altri consiglieri comunali di origine calabrese – andò a parlare con l’allora prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro. La delegazione si mosse su iniziativa dei consiglieri comunali che lamentavano una criminalizzazione dell’intera comunità cutrese in città (circa 10mila persone) dopo le interdittive antimafia che il prefetto stava emettendo nei confronti delle imprese ritenute legate alla ‘ndrangheta.

Proprio per ‘incoraggiare’ i testimoni, nei giorni scorsi cinque sindaci della provincia di Reggio Emilia si sono presentati nell’aula speciale del processo. Emanuele Cavallaro di Rubiera, Nico Giberti di Albinea, Andrea Carletti di Bibbiano, Andrea Tagliavini di Quattro Castella e Enrico Bini di Castelnovo Monti, accompagnati da alcuni dei loro assessori e da una consigliera provinciale hanno presenziato a una delle udienze. “Il pubblico dà fastidio. Spesso capita di ricevere insulti dai parenti degli imputati. Ma non mollo: bisogna esserci per fare sentire la presenza delle istituzioni”, racconta Bini a ilfattoquotidiano.it. “Continueranno a venire a seguire i processi anche le scuole. Per questo abbiamo voluto che il processo si svolgesse qui e non in un’altra città”.

L’avvocato della difesa: “Dai testimoni risposte imprecise, calabresi accusati a prescindere”

Intanto però arriva una nota dell’avvocato Francesco Miraglia, che difende diversi degli imputati nel processo Aemilia: “In un Paese come il nostro, in cui vale per la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, stiamo assistendo in queste ore a un processo mediatico che dipinge già come colpevoli gli imputati in un procedimento giunto soltanto alla fase dibattimentale, tutt’ora in corso, ben lontano da una sentenza”. Tuttavia, secondo Miraglia, i testimoni dell’accusa hanno risposto alle domande “con risposte imprecise, indefinite e per sentito dire”: “Che si tratti di affiliati alla ‘ndrangheta e di operazioni legate alle attività criminose è quindi tutto ancora da dimostrare – ha detto l’avvocato riferendosi agli imputati – e mi pare pertanto che si sia partiti da un presupposto di territorialità, che faccia dei calabresi dei delinquenti a prescindere”.

(fonte)

Sempre a proposito della favola di Expo perfetto e senza mafia

Ma che ne dicono le diverse commissioni antimafia di Pisapia che hanno tirato la volata all’elezione di Beppe Sala sull’onda di un Expo che dovrebbe essere andato meravigliosamente bene? Ecco l’articolo di Lucio Musolino:

I padiglioni della Cina e dell’Ecuador sarebbero stati realizzati dalla‘ndrangheta. L’ombra delle cosche sull’Expo 2015 emerge nell’operazione Rent della guardia di finanza calabrese che ha sequestrato beni per oltre 15 milioni di euro alle famiglie mafiose Aquino-Coluccio di Marina di Gioiosa Jonica e Piromalli-Bellocco di Rosarno. Un blitz che ha coinvolto diverse province d’Italia tra cui Milano, Reggio Calabria, Catanzaro, Catania, Bergamo, Bologna, Brescia e Mantova. La Dda reggina contesta agli indagati i reati di associazione mafiosa, riciclaggio, estorsione, induzione alla prostituzione, detenzione illecita di armi da fuoco con l’aggravante del metodo mafioso.

L’inchiesta riguarda, in sostanza, un gruppo criminale calabrese che si sarebbe infiltrato nella realizzazione di opere importanti. Si tratta di un sodalizio, dedito al controllo di diverse attività economiche (fittiziamente intestate a soggetti compiacenti) che si sarebbero aggiudicate numerosi appalti e sub-appalti in Lombardia. Nel decreto di sequestro, infatti, compaiono anche alcune “anonime società del nord Italia”  che si sono occupate della realizzazione dei padiglionidella Cina e dell’Ecuador, delle opere di urbanizzazione e delle infrastrutture di base nella fiera Expo 2015, del subappalto per la societàFerrovie del Nord, dell’ipermercato di Arese e del consorzio di Bereguardo(Pavia).

Le fiamme gialle hanno eseguito perquisizioni e sequestrato beni immobili (appartamenti e locali), mobili, mobili registrati (autoveicoli di lusso, motoveicoli e autocarri), società, polizze assicurative e conti correnti bancari e postali, per un valore di oltre 15 milioni di euro. Complessivamente una trentina gli indagati. I soggetti principali sono Salvatore Piccoli, Giuseppe Gentile, Antonio Stefano (già in carcere traffico internazionale di sostanze stupefacenti), Graziano Macrì (pronipote del defunto Antonio Macrì, il boss dei “due mondi” conosciuto con il nome di Barone) e Pasquale Giacobbe.

Erano loro, secondo l’inchiesta coordinata dal procuratore Federico Cafiero De Raho, dall’aggiunto Gaetano Paci e dal sostituto Antonio De Bernardo, gli uomini della ‘ndrangheta che venivano mandati al nord Italia per rilevare società decotte o sull’orlo del fallimento. Stando alla ricostruzione fatta dagli uomini del colonnello Nicola Sportelli, comandante del gruppo Locri della guardia di finanza, una volta in mano alle cosche, queste società (che rimanevano formalmente intestaste ai vecchi proprietari) iniziavano ad accaparrarsi appalti per milioni di euro. Dalle intercettazioni, inoltre, era emerso il metodo mafioso che gli indagati adottavano ogni volta che avevano problemi di natura imprenditoriale.

Società che operavano non solo in Italia ma anche all’estero. Procura di Reggio Calabria e guardia di finanza (guidata dal colonnello Alessandro Barbera) è riuscita a monitorare i lavori per la realizzazione di un complesso turistico-sportivo, a Arges Pitesti (Romania) e del resort Molivişu, per un valore di 80 milioni di euro di cui 27 a carico dell’Unione Europea, nonché di un immobile in Marocco. Tutti soldi sui quali avrebbero messo le mani soggetti ritenuti vicini alle cosche Aquino-Coluccio e Piromalli-Bellocco.

Alcuni dei destinatari del provvedimento di sequestro sono stati già coinvolti nell’inchiesta “Underground” della Dda di Milano che il 3 ottobre scorso ha arrestato 14 persone che erano riuscite ad ottenere in subappalto i lavori, dal valore di circa 5 milioni di euro, per il collegamento ferroviario tra il Terminal 1 e ilTerminal 2 di Malpensa versando mazzette a Davide Lonardoni, il dirigente di Nord_Ing che progetta e coordina la realizzazione di tutti gli interventi di potenziamento infrastrutturale e di ammodernamento della rete ferroviaria e degli impianti di Ferrovie Nord.

 

Platì: il parroco e il favoreggiamento ecclesiastico alla mafia

(Papa Francesco ha scomunicato i mafiosi ma dovrebbe dare un’occhiata anche ai suoi parroci. Forse. L’articolo di Lucio Musolino)

“La Chiesa deve dire di no alla ‘ndrangheta. I mafiosi sono scomunicati. La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato. Bisogna dirgli di no”. Le parole di Papa Francesco pronunciate durante la sua visita in Calabria nel giugno 2014 erano chiare. Non lasciavano adito a fraintendimenti. Eppure non sono state ascoltate da tutti. Sicuramente non le ha ascoltate don Giuseppe Svanera, parroco di Platì, che ai mafiosi non solo dice di sì, ma gli celebra i funerali, “li attende in chiesa e va a visitarli”. La polemica si è consumata tutta tra il 22 e il 23 ottobre quando il questore di Reggio Calabria Raffaele Grassi ha notificato al parroco un’ordinanza con cui ha vietato i funerali pubblici e in forma solenne per Giuseppe Barbaro conosciuto con il soprannome di “U cenni”. Si tratta di un esponente di spicco della ‘ndrangheta di Platì che nei giorni scorsi, a 54 anni, è morto in carcere dove stava scontando una pena perché condannato dal Tribunale di Torino a 5 anni nel processo “Minotauro”. Dal Piemonte alla Calabria, le regole della ‘ndrangheta sono le stesse. Comprese quelle dei funerali, ritenuti un momento importante per le famiglie mafiose che, proprio in queste occasioni, sfoggiano il loro potere e la loro capacità di piegare anche la Chiesa.

Per Giuseppe Barbaro, all’insaputa del vescovo di Locri, don Giuseppe Svanera prende carta e penna e scrive al ministro Angelino Alfano formulando un ricorso avvers o l’ordinanza del questore sostenendo che ha “infranto il principio di non ingerenza tra Stato e Chiesa”. Nella lettera, il parroco di Platì sfoggia le sue conoscenze giuridiche e, “sicuro di vostro benevole accoglimento del ricorso”, prima ricorda ad Alfano alcuni articoli della Costituzione e una sentenza del Tar della Campania e poi giunge alla conclusione che il “provvedimento di divieto questorile integra un illegittimo impedimento e limitazione allo svolgimento dell’ordinario rito funebre in forma pubblica previsto dal rito cattolico”. ‘Ndrangheta uno, Chiesa zeroplati-istanza-parroco.

Eppure il divieto dei funerali pubblici non è una novità in territori come quello di Platì. Poche settimane fa c’è stata la stessa ordinanza in occasione della morte del boss Paolo Sergi, un noto trafficante di cocaina coinvolto in numerose inchieste antimafia nell’ambito delle quali erano emersi i contatti tra il mondo dei narcos e delle brigate rosse. A queste latitudini, non c’è un mafioso morto che può vantare di aver ricevuto un trattamento diverso da quello imposto dal questore Raffaele Grassi.

Portano la sua firma, infatti, i divieti per altri funerali: da quello di Rocco Musolino, il “Re della Montagna” (ritenuto un boss anche se non è mai stato condannato per mafia), a quello dell’imprenditore di Palmi Vincenzo Oliveri, da quello del boss Antonio Nirta di San Luca a quello di Domenico Polimeni (uomo di fiducia dell’ex pentito Giuseppe Greco ucciso ad aprile).

E questi sono solo i morti eccellenti degli ultimi mesi per i quali è stato vietato il funerale in forma solenne, così come in passato è stato per il boss di Gebbione Santo Labate, per Domenico Vallelunga (padrino di Serra San Bruno), per il boss di Rosarno Giuseppe Pesce, per quello di Sinopoli Mico Alvaro, per il mammasantissima di Siderno Vincenzo Macrì (conosciuto con il nome di “barone”), per l’anziano patriarca Nicola Cataldo e per il reggente della cosca di Seminara Giuseppe Vincenzo Gioffré.

Ma a Don Giuseppe Svanera questo non interessa. D’altronde l’anno scorso aveva concesso una stanza della parrocchia per una protesta (organizzata dall’attuale sindaco di Platì Rosario Sergi) contro la frase del sottosegretario Marco Minniti che, dopo gli attentati terroristici in Belgio, aveva affermato “Molenbeek come Platì”. Una frase che non ha provocato un incidente diplomatico ma che, paradossalmente, ha urtato la suscettibilità degli abitanti di Platì.

Ritornando al funerale di Giuseppe Barbaro, sentito telefonicamente da ilfattoquotidiano.it il parroco rincara la dose: “È arrivata un’ordinanza del questore, l’ha portata la polizia e semplicemente ho detto che non sono d’accordo. Ho fatto tutto quello che c’era scritto lì, ma allo stesso tempo ho pensato che era conveniente e doveroso mandare questa nota al ministro Alfano. Personalmente non sono d’accordo che un questore possa proibire un funerale in chiesa. Un corteo lo può proibire senza nessun problema, ma in chiesa non comanda lo Stato. E dato che questo signore era battezzato e i familiari volevano i funerali in chiesa, io i funerali li faccio in chiesa, piaccia o non piaccia al questore. Non è lui che deve dare ordini”. E dopo la benedizione della salma al cimitero? “Alle 11 abbiamo celebrato la nostra messa in chiesa perché i familiari avevano affisso i manifesti con gli avvisi. Pensavamo di fare il funerale con il corpo ma l’abbiamo fatto senza. Però l’abbiamo fatto”.

Ma la Procura ritiene che Barbaro fosse un mafioso? “Io non so cosa pensa e cosa fa la ‘ndrangheta. Quello che è chiaro è che sono cittadino italiano e in quanto tale esigo che si compiano certi diritti. Io sono prete e, quindi, sono a disposizione della mia comunità cristiana, agli ordini del vescovo. Nessun può interferire su cosa faccio in chiesa. La ‘ndrangheta non è una questione mia. Sono venuto qui a fare il prete e non a cercare i mafiosi. La ‘ndrangheta è una questione dei giudici, dei carabinieri e degli avvocati. Che facciano il loro lavoro. Io faccio il mio. Qui ci sono almeno 600 o 700 persone di cognome Barbaro. Chi sono i criminali lo devono sapere i carabinieri. Io so che ci sono queste persone, li attendo quando vengono in chiesa, vado a visitarli. Io di mafia so solo quello che voi giornalisti scrivete. Per me un mafioso ha gli stessi diritti di una persona che non lo è”.

“Credo che la Chiesa debba con lo Stato (e quindi con le forze dell’ordine e con la magistratura) condividere un percorso di legalità senza contrapposizioni soprattutto quando il tema è la partecipazione di famiglie di ‘ndrangheta a manifestazioni pubbliche. Anche se queste, poi, si concretizzano in funerali organizzati da famiglie mafiose che rappresentano una manifestazione del potere della ‘ndrangheta”. Per il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho non ci sono dubbi su come in certi territori la Chiesa sia sottomessa alle cosche: “Probabilmente – aggiunge a il fattoquotidiano.it – bisognerebbe che tutti ci muovessimo in un’unica direzione per avere un risultato più immediato anche nei confronti della ‘ndrangheta. San Luca e Platì sono comuni in cui la ‘ndrangheta ha un ruolo di signoria”.

Non lo dice espressamente, ma a questo punto il magistrato pone pure la questione dei contributi dati alle chiese: “La forza della ‘ndrangheta è quella che elargisce anche denaro. A volte non si guarda a chi dà il denaro o altre forme di contributo, ma si guarda soltanto a quello che si riceve. Se cominciassimo anche sotto questo profilo a selezionare i contributi, e tutto ciò che fa la mafia per apparire vicina alla religione e alla chiesa, probabilmente si comincerebbe a meditare sui comportamenti che sono stati tenuti. Quando chi rappresenta i valori e i principi della religione si oppone ai comportamenti di censura nei confronti della ‘ndrangheta, si crea una confusione enorme anche nella gente. Quella gente che è assoggettata al potere mafioso e che si accorge che nemmeno la Chiesa si oppone a chi fa del male”. “Il questore – conclude De Raho – doveva vietare i funerali in forma pubblica e questo avviene anche per evitare episodi come quello dei Casamonica. La popolazione è indirettamente e implicitamente costretta a partecipare ai funerali. Chi non partecipa finisce per rappresentare il proprio dissenso e questo nelle comunità piccole è gravissimo e non può avvenire. Così un rito religioso finisce per tradursi in una manifestazione di potere”.

Sul funerale del boss Giuseppe Barbaro, interviene anche il vescovo di Locri Francesco Oliva che racconta cosa è successo domenica quando si è precipitato a Platì per capire cosa stava facendo don Giuseppe: “Pensavo che il prete non avesse rispettato l’ordinanza del questore – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it – Ero preoccupato e invece lui l’ha rispettata. Ho definito Giuseppe Barbaro un ‘padre di famiglia’ perché lo è: è sposato e ha quattro figli. Ma con questo non voglio giustificare i precedenti criminali. Che fuori dal cimitero si siano radunate delle persone, non dipende dal parroco. Chi deve fare rispettare l’ordinanza da questo punto di vista?”. E sulla messa in chiesa dopo la benedizione al cimitero? “Pregare per un defunto, – aggiunge il vescovo – chiunque esso sia, anche un delinquente, si fa sempre. Sono disposizioni dei vescovi calabresi. Si è sempre fatto così. Sono vietate le manifestazioni pubbliche, ma pregare per un defunto si può fare. Se non possiamo neanche pregare… a questo punto chiudiamo le chiese. Il parroco ha fatto quell’istanza al ministro Alfano senza consultarmi”. L’alto prelato prende le distanze dal ricorso di don Giuseppe Svanera. E nello stesso tempo lo difende: “L’unico divieto è che queste celebrazioni non avvengono in maniera solenne. Ma una messa sobria e senza la salma è una cosa ordinaria. La chiesa prega anche per il peccatore”.

A Corsico in Consiglio Comunale urlano i servetti della ‘ndrangheta

Guardate questo video:

A parlare è Maria Ferrucci, ex sindaco di Corsico, da sempre in prima linea nella lotta alla ‘Ndrangheta. Tra Corsico e Buccinasco la cosca Barbaro-Papalia da anni infesta il territorio e tutti sparpagliati operano i loro piccoli soldati che vigliacchi provano a interferire nel tessuto imprenditoriale, politico e sociale. Nella seduta di consiglio comunale si discute un’interpellanza urgente presentata dalla minoranza (di cui la Ferrucci fa parte) per chiedere lumi al sindaco Filippo Ferrante sulla “sagra dello stocco di Mammola” che un consorzio calabrese avrebbe voluto celebrare in piazza con tanto di patrocinio del comune: sul manifesto della manifestazione oltre ai nomi del sindaco e di un suo assessore compare un referente per informazioni e prenotazioni, Vincenzo Musitano. Peccato che (come scrive bene Davide Milosa qui) «Vincenzo Musitano sia il marito di Elisabetta Perre, figlia di Giuseppe Perre detto ‘u Maistru, padrino della ’ndrangheta di Platì. A questo va aggiunto che il fratello di Vincenzo, Antonio Musitano ha alle spalle 18 anni di carcere per i suoi legami con la coscaBarbaro-Papalia insediata nei comuni di Corsico e Buccinasco. Oggi la Perre è titolare del negozio Musipane, distributore ufficiale dello stocco di Mammola. Qui al 12 di via Montello fino al 2006 c’era un circolo di caccia e pesca definito dalla Procura l’ufficio della ’ndrangheta nel Nord Italia.»

Il sindaco (pensa te) si è distratto e non se n’è accorto e così quando la stampa locale (e poi nazionale) ha cominciato a rumoreggiare lui si è limitato a balbettare qualche flaccida scusa per poi sospendere l’iniziativa. Arriviamo quindi alla seduta comunale in cui le opposizioni chiedono conto di un patrocinio piuttosto inopportuno: la Ferrucci comincia a leggere il testo dell’interpellanza fino al punto in cui dichiara (lo dicono le Procure) che Corsico è “città infiltrata dalla ‘ndrangheta”. Scoppia il pandemonio. Gente che urla, minacce, insulti. Il presidente del Consiglio Comunale è costretto a interrompere la seduta e chiede ai vigili di allontanare alcune persone, qualcuno dai banchi della minoranza chiede che vengano identificati i disturbatori e l’ex sindaca chiede che vengano chiamati i carabinieri. Scrive sempre Milosa: «Chi è tra il pubblico resta scioccato. È il caso di M.R. che spiega: “Due persone adulte stavano dietro di me, e rivolte alla Ferrucci hanno detto: quella va bruciata con la benzina”. E ancora: “Un’altra persona faceva il segno del tagliare la gola”. Gli amici dei boss in aula si sono portati anche la claque costituita da un gruppo di minorenni.»

Sembra di ripiombare negli anni più neri della Lombardia quando prima dell’operazione Crimine Infinito che con centinaia di arresti certificò la presenza mafiosa si aggiravano indisturbati negazionisti (e mafiosi) a urlare sconcertati contro chiunque provasse a parlare del pericolo ‘ndranghetista. Sembra di ascoltare in lontananza gli stessi unti guappi di cartone che credevano di poter irrompere a un convegno (o a uno spettacolo teatrale) puntando il dito contro chi provasse a raccontare la verità.

No, non si tratta semplicemente, come prova a dire qualcuno, di intemperanze: pezzi di mafia godono ancora di un tale grado di impunità da poter interrompere un momento democratico nell’amministrazione di un comune. Quelli sono i servetti della ‘ndrangheta che credono ancora di poter alzare la voce, sono i fiancheggiatori 2.0 di una mafia vigliacca che silenziosa continua a tenere in mano sacche di Lombardia. Ma soprattutto esistono città (e Corsico non è certo un retrogrado paesino di campagna) che concedono a questi picciotti vigliacchetti la sensazione di poter comandare.

Ed è fango, pelo, paura che mi riporta indietro ai miei periodi più neri. Per questo credo valga la pena di stare vicino a Maria e ai suoi compagni. Ma davvero.