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Allarme DIA: clima instabile in Cosa Nostra

(di Aaron Pettinari, AntimafiaDuemila)

C’è aria di fermento e rinnovamento all’interno di Cosa nostra. Nonostante i molteplici tentativi falliti di riorganizzare la “Cupola” (come avvenuto dal 2008 ad oggi) la mafia siciliana, continuamente colpita dall’azione repressiva, potrebbe subire uno scossone, stavolta proveniente dall’interno. La Dia, che ha diffuso la propria Relazione semestrale, spiega come in questo momento nell’aria “si avverte un clima d’instabilità”. In particolare si sottolinea come proprio “le scarcerazioni degli affiliati potrebbero contribuire a rimettere periodicamente in discussione lo status quo, oltre che sotto il profilo delle alleanze, in alcuni casi frutto di strategie di inclusione verso consorterie storicamente antagoniste, anche per ridurre, in una prospettiva di sopravvivenza dell’intera organizzazione, la vulnerabilità verso l’azione repressiva”.
Gli schemi criminali che vengono messi in atto dalle varie famiglie “sono sempre gli stessi” e “se da una parte viene configurato l’avvicendarsi nelle posizioni di vertice di alcuni boss, a volte autoproclamatisi, privi di lungimiranza, inclini all’affarismo ed inadeguati a garantire il rispetto delle regole associative” dall’altra si fa sempre ricorso “ai consigli degli anziani, che operano in una logica di cooperazione orizzontale”. Proprio i vecchi capimafia, fino ad ora, sarebbero riusciti a sopperire alle criticità dovute proprio all’assenza della “Cupola” o comunque di una “reale struttura di raccordo sovra familiare, in grado di dirimere contenziosi, contenere le possibili situazioni conflittuali e tramandare ai più giovani le regole ‘ordinamentali’ di cosa nostra”. Fino a quando ciò sarà possibile? Nell’operazione Brasca Santi Pullarà e Mariano Marchese, intercettati mentre commentavano lo stato di salute di Provenzano facevano intendere che finché non sarebbero morti Binnu u’ Tratturi e Totà Riina “luce non ne vede nessuno”.
Il primo è deceduto, il secondo, seppur malato, continua a mandare ordini all’esterno (un esempio la condanna a morte contro il pm Nino Di Matteo). Né di questo, né della presenza a palermo di oltre cento chili di tritolo, si parla nella relazione della Dia ma il dato resta sempre sullo sfondo. Lo scorso mese neanche il Procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi, aveva fatto menzione a certi episodi, tuttavia, in una circolare inviata a tutti i pm dell’ufficio, aveva sottolineato lo stato di “fibrillazione all’interno degli ambienti criminali anche legati a Cosa nostra”, e aveva invitato tutti i pubblici ministeri “a prestare particolare attenzione ai profili di sicurezza”.

Trapani: tutto ruota attorno Messina Denaro
La Dia, nella sua relazione, si sofferma poi nello studio di tutte le Province siciliane. Se a Palermo c’è una situazione instabile nel polo mafioso trapanese “non si registrano situazioni di conflittualità, mantiene intatti gli storici collegamenti con le consorterie palermitane”. “L’area – scrivono gli investigatori – si caratterizza, ancora, per la forte coesione dei gruppi e per il capillare reticolo familiare, relazionale ed economico che, come emerso in più occasioni dalle investigazioni dirette dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ruota attorno al noto latitante di Castelvetrano (Matteo Messina Denaro, ndr)”. Questo viene connotato non solo dalla partecipazione di parenti, affini, affiliati e prestanome, ma anche di “compiacenti professionisti e imprenditori, di cui il ricercato si avvale per tutelare e dissimulare i propri interessi, nel tentativo di sottrarsi all’azione repressiva della D.I.A. e delle Forze di Polizia che ne stanno progressivamente erodendo la rete economico – finanziaria e la complessa catena logistica di copertura”.

Sguardo verso oriente
Nella Sicilia orientale si evidenziano le “continue riconfigurazioni interne” da parte delle famiglie. Ciò accade per le continue operazioni che si sono sviluppate nel corso degli anni. Tuttavia in alcuni casi, secondo la Dia, “tali rimodulazioni degli assetti interni sono determinate dalla migrazione6 di affiliati da un gruppo ad un altro in funzione di un mero calcolo opportunistico”. Resta comunque “la capacità di condizionare la dimensione economica e sociale del territorio, non solo per ricavarne profitti, ma anche per acquisire una sorta di ‘riconoscimento pubblico’”.

Non solo Cosa nostra
Nel documento diffuso alle Camere gli investigatori mettono in evidenza anche “l’interazione tra associati a cosa nostra e soggetti criminali di origine straniera. Quest’ultimi rappresentano, infatti, per tutte le aree della Sicilia, un ulteriore bacino per il reclutamento di manovalanza da impiegare nelle attività delittuose più esposte e rischiose, quali i danneggiamenti, gli incendi e lo spaccio di droga, o da sfruttare nel lavoro irregolare, come emerge dal diffuso caporalato”.
Vi è dunque una “duplice forma” di contatto. Da una parte “una piena subordinazione del singolo straniero rispetto all’organizzazione mafiosa”. Dall’altra, nel caso di gruppi criminali più strutturati di altra nazionalità, “con la concessione di una maggiore autonomia nella gestione di attività ritenute marginali, quali lo sfruttamento della prostituzione (rimesso ad albanesi, rumeni e nigeriani), la contraffazione, lo smercio di prodotti contraffatti (concessi a cinesi e nordafricani), nonché il traffico e lo sfruttamento di esseri umani (dove intervengono ancora i cinesi, i romeni e i nordafricani)”. Inoltre vi sarebbero anche alcuni riscontri su ruoli di mediazione, svolti da soggetti extracomunitari, nelle attività di approvvigionamento di stupefacenti.

Questione d’affari: il ritorno alla droga
Gli investigatori della Dia segnalano come negli ultimi anni “tutte le formazioni criminali dell’Isola stanno cercando di recuperare un ruolo di primo piano nella gestione della filiera della droga”. Ciò avviene sia instaurando rapporti diretti con le organizzazioni straniere che mantenendo saldi i legai con esponenti della ‘Ndrangheta. “Le indagini transnazionali – aggiunge la Dia – hanno, peraltro, evidenziato come la criminalità organizzata calabrese sia divenuta primario referente delle famiglie di cosa nostra statunitense”. Ovviamente all’interno di Cosa nostra si fa sempre ricorso alle estorsioni (fondamentali per affermarsi sul territorio, ndr) non solo chiedendo il “pizzo” ma anche proponendo “canali illegali di finanziamento, poi funzionali alla progressiva sostituzione nella conduzione delle attività economiche”. E’ così che Cosa nostra si infiltra nel tessuto imprenditoriale per un percorso che le consente “specie in aree economicamente depresse del territorio nazionale, di accreditarsi come un valido interlocutore, portatore di cospicue risorse finanziarie e di un considerevole ‘capitale relazionale’, da sfruttare anche all’estero per intercettare le nuove linee di tendenza sul fronte della domanda delle prestazioni illecite”.
Proprio il settore degli appalti pubblici e, più in generale, la tendenza a condizionare il buon andamento della Pubblica Amministrazione, rappresentano un ulteriore centro di interessi di Cosa nostra. Questo, scrive la Direzione investigativa antimafia, “è utile non solo ad intercettare fondi e a mantenere produttive le imprese infiltrate, ma anche a monopolizzare interi comparti dell’economia”. E’ così che “cordate di imprese mafiose fanno ‘cartello’, avanzando offerte ‘pilotate’ per aggiudicarsi le gare, con la conseguente penalizzazione dei concorrenti che, non potendo accedere alle commesse pubbliche, vengono progressivamente estromessi dal mercato”.

Verso una mafia sempre più globalizzata
Ma la Dia dà l’allarme anche sulla nuova condizione della mafia, sempre più globalizzata e in grado di agire fuori dal contesto regionale di origine traendo grandi profitti su scala internazionale. Secondo la relazione della Dia le organizzazioni hanno preso coscienza che l’ambiente su cui applicare il “protocollo di infiltrazione mafiosa” non è tanto “geografico”, quanto sociale ed economico. Vengono evidenziate forme di aggregazione e collaborazione sempre più strutturate tra le diverse organizzazioni mafiose, specie nei casi di attività avviate fuori dalle aree storiche di insediamento. Questo perché, appunto, le mire espansionistiche delle mafie ricadono non tanto sui territori, quanto sui mercati o su nuovi settori economici, la cui estensione è trasversale e la cui complessità richiede l’integrazione di competenze diversificate in grado anche di operare sul web’, che a livello globale offre infinite opportunità criminali. Proprio il web e i canali di comunicazione non convenzionali anche tramite apparati satellitari, sono oggetto di indagine per via della pianificazione e realizzazione di traffici illeciti transnazionali che potrebbero rappresentare lo strumento relazionale chiave tra diverse organizzazioni criminali anche di matrice straniera che operano su contesti territoriali diversi.

Corruzione come “humus” per le mafie
Gli investigatori evidenziano anche come la corruzione sia l’humus ideale per la radicalizzazione delle mafie. Nella relazione viene scritto come la corruzione, di per sé gravissima, è in grado di creare il terreno fertile ideale per far permeare le mafie. Pertanto andrebbe considerato come una sorta di reato spia di un meccanismo perverso, la cui unica finalità è proprio quella di infiltrare e condizionare i processi della Pubblica Amministrazione.
Diverse operazioni di polizia, infatti, confermano anche nel periodo in esame, come la corruzione sia stata funzionale al perseguimento di affari illeciti di ampia portata, quali il riciclaggio di denaro, l’acquisizione illecita di finanziamenti e l’accesso a notizie riservate utili per l’aggiudicazione delle gare di appalto.

L’affare terra
Nella relazione viene riportato anche l’ultimo redditizio affare della mafia in settori come l’agricoltura e la zootecnica. Il modus operandi di boss e prestanome per arrivare all’acquisizione di fondi comunitari è molteplice e passa attraverso “interposizioni fittizie o creazione di società ad hoc per eludere i controlli antimafia, l’acquisizione abusiva di terreni, spesso ad insaputa dei legittimi titolari, l’utilizzo di false attestazioni sul loro effettivo possesso e sulla reale destinazione d’uso ed il coinvolgimento di professionisti, pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, che si astengono dallo svolgere la dovuta attività di vigilanza e controllo, fornendo poi informazioni utili e riservate per agevolare l’accesso ai fondi”. La Dia segnala anche come sull’accaparramento dei terreni vi sia una corsa vera e propria messa in atto anche tramite “atti intimidatori o incendiari per costringere i legittimi proprietari a cedere appezzamenti e bestiame”. Proprietari che, spesso per paura di ritorsioni, non fanno poi denuncia.

Il patetico Erdogan

Non c’è nulla di più patetico del potere che ha bisogno di farsi prepotente per riuscire a governare perché non ci riesce semplicemente seguendo le regole. Recep Tayyip Erdogan è in questo momento il paradigma del potere in tutte le sue peggiori storture, fatto di bile e vendetta (grottescamente legittimate da un propizio fallito colpo di Stato) aggrappato a una proiezione di se stesso che rasenta l’iperbole. Il fatto è che qui non c’è niente da ridere: nonostante la posa da bullo Erdogan con la sua Turchia oggi tiene sotto scacco l’Europa grazie all’errore politico di chi ha deciso di usarlo come sacchetto dell’umido dell’immigrazione europea.

Erdogan intervistato da RaiNews 24 (a proposito: che bellezza vedere giornalisti non accomodanti sulle reti del nostro servizio pubblico) riesce in poche frasi a condensare l’impensabile tracotanza di chi crede di essere legge, sostituendosi alle leggi: “la vicenda dell’indagine su mio figlio a Bologna potrebbe mettere in difficoltà le nostre relazioni con l’Italia, che dovrebbe occuparsi piuttosto della mafia” ha dichiarato il leader turco, riferendosi anche ad una presunta timidezza da parte dell’Europa che non avrebbe sostenuto abbastanza il “ripristino della legalità” dopo il golpe fallito in Turchia.

Peccato che l’idea di ripristino di Erdogan passi attraverso la violenta censura degli organi di informazioni non allineati con una repressione che non ha nessuna parvenza di legalità né di democrazia. Il ripristino delle regole passa attraverso l’eliminazione degli avversari? Se Erdogan non è in grado di capire che la personalizzazione delle regole è incompatibile con l’idea di moderna gestione di un Paese non può essere considerato un interlocutore affidabile. La muscolarità è una deriva dei tronfi falliti.

(il mio editoriale per Fanpage continua qui)

Il teatro Biondo. Stinto.

A Palermo un teatro gestito da uomini di cultura: Roberto Alajmo e Emma Dante (che per il Teatro Biondo tra le altre cose si occupa anche della scuola del teatro) non sono semplicemente teatranti ma sono completamente artisti. Per questo il Teatro Biondo negli ultimi anni ha avuto in mente un’idea culturale diversamente dai troppi teatri italiani sempre più impegnati a coccolare il potere.

Io devo dire ammettere di non amare i circuiti teatrali nostrani e, di rimando, non sono amato: ogni volta che mi sono avvicinato a quel mondo ho avuto la sensazione di avere ritirato il numero per accodarmi in attesa di qualche ostico certificato. Il teatro italiano (quello minuscolo) è un pranzo di gala in cui si servono solo gli avanzi dei palazzi anche se tutti fingono di apprezzarne la cucina. E devo dire che al Teatro Biondo, come spesso succede, in cartellone non ci sono mai nemmeno entrato: ho calcato il palco circa un anno fa per una serata di vicinanza agli amici di Addiopizzo e Nino Di Matteo. Gratis. Pensa te. Il professionismo dell’antimafia tira brutti scherzi, eh.

Però quel teatro (e la chiacchierata con Roberto, il direttore) mi ha lasciato la meravigliosa sensazione di avere visitato un luogo vivo. E mi confortava sapere che Emma avesse trovato una casa nella sua città dopo avere conquistato cuori dappertutto. Le riconciliazioni sono un bene prezioso.

E invece no. Il sindaco di Palermo, come succede spesso quando la politica tocca il teatro, ha pensato bene di calpestare il palco della politica triturando i palchi faticosamente tenuti in vita e così alla fine Roberto e Emma hanno deciso di dimettersi (ne trovate notizia qui).

E tutti i grandi protagonisti della scena italiana rimarranno ammansiti sperando di ottenere comunque una data nel prossimo cartellone. Se appoggiate l’orecchio non sentite mica il mare: c’è tutta la timidezza di un corpo culturale disgregato.

Islamofobi ma perché non mafiofobi o corruttofobi?

Pensa se si trovasse la molla, il dado e la chiave giusta per indirizzare gli istinti più bassi; se si riuscisse a sollevare con le mani le paure più ancestrali e mirarle come se fossero una fionda. Pensa se i soffiatori di paure scegliessero una settimana di servizio civile abbandonando la turpe propaganda per sconvolgere l’agenda delle fobie. Come se da stamattina in Italia fossimo tutti mafiofobi, una cosa così.

Immaginate una rassegna stampa mattutina in cui alla signora della strada si chiede con insistenza se non ha paura per i propri figli e i propri nipoti di una mafia che si infiltra dappertutto, travestita da brava persona, arrivando a danneggiare chiunque senza preavviso e portando violenza come da giuramento in nome di dio o qualche santo (San Michele Arcangelo, ad esempio, nel caso della ‘ndrangheta). Immaginate la signora che risponde ripresa al tg della sera e elenca tutte le proprie insicurezze dicendo che no, che non si può fare i buonisti con questa gente, con Cosa Nostra o ‘ndrangheta o camorra, che se li prendano in casa loro, i buonisti, che siano i buonisti ad ospitare i parenti di Riina, Provenzano, Dell’Utri o Cosentino.

Oppure figuratevi un Paese in cui tutti camminino torvi con il sospetto di avere un corrotto o un corruttore nella stessa carrozza dell’affollatissima metropolitana: gente che tende l’orecchio per carpire dal vicino qualche indicibile accordo che attenti alla sicurezza e all’economia nazionale. Un clima di sospetto per cui viene chiesto a chiunque sia classe dirigente di lavare i piedi ai cittadini sotto un’orda di flash per lanciare un segnale. Immaginate l’Europa che chieda alla Turchia di allestire campi profughi per mafiosi, truffatori e corruttori, con Salvini che prefigura la ruspa sull’archivio di Andreotti, sull’ufficio di Verdini, sulla cella di Riina, per le filiali di Banca Etruria, sugli accordi loschi di Finmeccanica; ruspe sui figli di Bossi, ronde per chiedere i conti di Expo o irruzioni durante riunioni di massoneria.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Essere le riforme, ad esempio

Ha ragione Pippo quando scrive che il primo appello di passione politica lo dobbiamo rivolgere ai noi stessi. Ieri di fronte a una piazza bellissima a Lavagna (città appena decapitata da un’inchiesta di mafia) abbiamo avuto l’ennesima prova di una voglia di politica che non si esaurisce ma piuttosto rischia di essere spenta. Spenta come si spengono le speranze tradite quando appassiscono per stanchezza.

Eppure basta una scintilla, un’occasione per stare insieme come accade in questo nostro tuo per il Paese, per riattivare l’intelligenza civile, la partecipazione e la capacità di progettazione. Anche ieri, con Luca e Pippo, ho avuto la sensazione di avere avuto il privilegio di fare un giro nel retropalco e scoprire che nonostante la sconcertante commedia che va in scena dietro le quinte c’è una vitalità piena. Tocca solo portarla in scena.

Sostituire questa blanda e stanca accolita di governanti con questo stesso Paese che si permette di riempire una piazza per discutere di uguaglianza, legalità e Costituzione. Una riunione condominiale politicissima nonostante qualcuno dica che la soluzione sia semplificare l’Italia abbattendo la politica. Siamo noi le riforme migliori da mettere in campo. Credetemi. Ognuno.

Quel poliziotto infedele amico degli Spada ad Ostia

Ne ha scritto Bianconi per il Corriere della Sera e andrebbe tenuto in tasca ogni volta che si finge di non capire punti danni possa produrre un poliziotto (o carabiniere) infedele:

Stavolta il reato contestato non è mafia ma corruzione, solo che ad essere arrestato è l’ ex dirigente del commissariato di polizia di Ostia, che secondo il giudice non poteva non rendersi conto del contesto mafioso in cui operava. E nel quale ha «venduto la propria funzione» a un personaggio considerato vicino prima ad esponenti della banda della Magliana e poi del clan Spada: una fetta importante della criminalità organizzata del litorale romano che, al di là della «qualità giuridica» dei reati, si muove tra intimidazioni, condizionamenti e traffici finiti da quattro anni nel mirino di inquirenti e investigatori.

Il commissario di polizia Antonio Franco incassava «utilità» e giocava «alle macchinette» dei video-poker (forse truccate, per favorire le vincite) nei locali gestiti dal suo amico Mauro Carfagna, a sua volta legato a un giovane esponente degli Spada, in cambio di informazioni riservate utili a tenerlo lontano da controlli e guai giudiziari.
Questa la tesi del pubblico ministero Mario Palazzi e del procuratore aggiunto Michele Prestipino che, a prescindere dal capo d’ imputazione, torna a sottolineare l’ aria di mafia che si respira insieme a quella del mare alle porte di Roma.
Di cui, nella ricostruzione della giudice Simonetta D’ Alessandro che l’ha mandato agli arresti domiciliari, il commissario Franco avrebbe approfittato attraverso una frequentazione «gravemente inopportuna, sospetta e finanche larvatamente solidale». Relazioni pericolose in un contesto di «riciclaggi e autoriciclaggi sintomi di mafiosità», espressione di «un evidente legame corruttivo».

A maggio la corte d’appello ha annullato le condanne per associazione mafiosa pronunciate in primo grado contro l’altra famiglia della malavita di Ostia, i Fasciani, sebbene nel frattempo la corte di cassazione avesse confermato (nello spezzone di processo celebrato con il rito abbreviato) la bontà di quell’accusa.

Subito dopo Carmine Spada era stato condannato per estorsione «aggravata dal metodo mafioso», e solo pochi giorni fa all’ imprenditore del luogo Mauro Balini sono stati sequestrati beni per 450 milioni di euro a causa dei presunti legami con un noto narcotrafficante, nonché opacità imprenditoriali legate al porto di Ostia e altre attività; il suo nome è comparso anche nell’inchiesta sul «Mondo di mezzo» di Buzzi e Carminati per i rapporti con Luca Gramazio, l’ex consigliere regionale ritenuto un «terminale politico» della ipotizzata associazione mafiosa.

Adesso ecco il nuovo capitolo del poliziotto «a libro paga», secondo uno dei canovacci più classici del crimine che trova appoggi nelle istituzioni: l’ affitto di una casa in cui s’incontrava con un’amica come corrispettivo per le «soffiate» utili a salvaguardare l’amico gestore di sale giochi, presunto «socio occulto» degli Spada e forse riciclatore del clan. Senza accorgersi però di essere sotto controllo da parte dei suoi colleghi della Squadra Mobile di Roma, che ne intercettavano incontri e telefonate.

L’11 gennaio scorso, quando già era stato trasferito per un’ altra indagine a suo carico, Franco avvertì Carfagna mentre i poliziotti stavano andando a fare un controllo in uno dei locali: «Stanno a venì là…Stanno in borghese… Metti il cartello “bar in allestimento” e spegni i televisori».
Carfagna si mosse immediatamente, ma gli agenti erano già lì e stavano identificando, tra i presenti, proprio Ottavio Spada. Al che Carfagna richiamò Franco: «Fallo lascià perde». Poi dal bar lo rassicurarono: «Lo hanno mandato via, non gli hanno fatto niente…».
Pochi giorni dopo, a fronte di uno sfratto esecutivo in un altro locale di Carfagna, il commissario telefonò a un’ assistente amministrativa: «Domani ci dovrebbe essere uno sfratto di un amico mio… non dovremmo farlo… una sala giochi …».
A cose fatte fu Carfagna a chiamare il poliziotto: niente sfratto, «per assenza della forza pubblica». Scene di ordinaria corruzione in un ambiente dove la mafia è ammessa da una sentenza e smentita da un’ altra, salutata con giubilo (quest’ ultima) dal commissario finito agli arresti. «Che spettacolo, capito? È decaduta la mafiosità, otto assoluzioni su diciotto, sai che vuol dire?», lo informò l’ amica. E il poliziotto: «Tutto un teorema… una massa de stronzi, questa è la verità».

Esercitare memoria piuttosto che commemorarla

«[…] sono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di lottare la droga, praticamente indico uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia. In questo tempo storico infatti il mercato della droga costituisce senza dubbio lo strumento di potere e guadagno più importante. Nella sola Palermo c’è un fatturato di droga di almeno quattrocento milioni al giorno, a Roma e Milano addirittura di tre o quattro miliardi. Siamo in presenza di una immane ricchezza criminale che è rivolta soprattutto contro i giovani, contro la vita, la coscienza, la salute dei giovani.
Il rifiuto della droga costituisce l’arma più potente dei giovani contro la mafia.
»

Sono le parole di Rocco Chinnici intervistato da Pippo Fava. Era il 1983 e Chinnici sarebbe morto da lì a poco, con una Fiat 126 imbottita da 75 chili di tritolo sotto casa sua. Il 29 luglio di trentatré anni fa moriva Chinnici e a rileggerlo oggi sembra che stia parlando oggi.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Politicamente. Non saprei come non farlo.

Ma cos’è la politica? Dico non nel suo senso letterale, giuridico o così com’è scritto nei libri, no, mi chiedo cos’è la politica, come viene vissuta, che odore ha e quali onde crea quando viene annusata durante un conversazione: che fastidioso calcolo è diventato la politica, incapace di non infeltrire qualsiasi discorso, rapporto o sempre pronta a rendere scivoloso un passaggio. Brutti i tempi in cui l’impegno si riduce a una contrizione interna da smistare tra amici stretti, quel tempo in cui l’insoddisfazione o il dolore stanno solo a suggerire una mezza ispirazione per il prossimo libro mentre tutti giocano a essere impolitici. Ci vorrebbero meno politici, ha detto Renzi lanciando una riforma che è un deserto travestito da semplificazione; meno politici (e meno politica) sono gli elementi ideali per la glaciazione della passione, della fiducia e, appunto, dell’impegno.

Io non so come sia successo che siamo riusciti a sdoganare l’indifferenza, davvero. E sinceramente mi risulta anche difficile immaginare questa nuova classe di operatori culturali equilibristi tra il niente e il nessuno, quegli stessi che sottovoce al telefono in questi mesi mi hanno spiegato some sul prossimo referendum forse, visto il momento, non convenga esporsi troppo. Io no, io non ne sono capace. Ma non solo: sogno un Paese profondamente politico, con tutte le sue differenze e contraddizioni, con gli scontri (politici) che servono per confrontarsi e capire: anelo sempre di più ad avere infinite possibilità di allenare uno sguardo curioso. Io non saprei come non farlo, se non politicamente. Tutto: scrivere, scegliere, frequentare, muovermi nel mondo. Non saprei come farlo.

E non credo al reclutamento, no. Non funziona la propaganda tossica di chi si propone come unica soluzione spendendo quintali di energie unicamente per debellare l’immagine degli altri. Credo, questo sì, che sarebbe un bene per tutti alzare il livello di confronto; credo che bisognerebbe imparare a rispettare gli elettori e gli attivisti che molto spesso (troppo spesso) sono meglio della classe dirigente che esprime il partito in cui si ritrovano impegnati. Succede anche con i governi, troppo spesso, se ci pensate.

Ecco perché mi sono buttato anima e corpo al Tour RiCostituente pensato con Possibile e Pippo Civati (trovate tutto qui): mi sento a casa con chi prende posizione, con chi parteggia. Da sempre, Con chi decide da che parte stare. E auguro a voi di trovare una casa accogliente, allo stesso modo.

La casa, appunto: ma perché mischiarsi con un simbolo di partito? La banalissima domanda è un’altra delle masturbazioni dei tanti politiconi che fiancheggiano (e per di più servono nel senso di servire) come favoreggiatori esterni. Che schifo il simbolo di partito, mi dicono e poi tutti a correre per uno spettacolino o un’esibizione alla mercé del padrone più conveniente. Ma se compare un simbolo, no, quello no: del resto non si erano mai visti così tanti sostenitori di un segretario di partito (Matteo Renzi, tra le altre cose, è anche questo, eh) che schifano il PD. Ho chiesto io, di persona personalmente, di non essere considerato ospite in una comunità politica in cui mi ritrovo ad operare. Non hai paura che ti associno ad un partito? mi hanno chiesto. E mi sono chiesto se non è proprio questa facile associazione semplicistica ad essere il sintomo di una certa vigliaccheria. Temo il giorno in cui potrei farmi condizionare da interessi corporativi, questo sì ma non temo di influenzare una comunità. Anzi, è la politica, appunto.

In più credo che sia poco chiaro il luogo che Pippo Civati e i suoi hanno voluto costituire: Possibile è un insieme di esperienze che hanno (e anche svolgono) ruoli molto diverse. No, niente reclutamento, mi spiace. In giro per l’Italia ci sono Comitati spontanei che nascono semplicemente riunendo gruppi (a partire da dieci persone, pensa te) con un obiettivo comune e dei valori condivisi. Niente “corpi intermedi” di partito: quelle pieghe in cui si allevano tanti piccoli servitori diligenti. Niente di tutto questo. E pensare che erano in tanti (io incluso) a chiedere a Pippo di uscire da quella destrorsa marmaglia che è diventato questo governo. E ho sempre pensato che chiederglielo equivalesse anche a un certo senso di responsabilità nei suoi confronti. Ma forse sono strano io.

Anzi, avrei voluto che fossimo comitato noi che ci ritroviamo a fine giornata, dopo ore di notizie e scrittura, a discutere di cosa è stato, di solito prima di cena, e di cosa avremmo potuto fare meglio o capire prima. Questo è un Paese pieno di presidi politici che seppur ristretti hanno più dignità e lungimiranza di celebratissimi consigli di amministrazione. Poi mi hanno detto che a Ostia, non lontano da me, c’è un accanito gruppo che cerca di capire la marmaglia di mafia, politica, corruzione e antimafia finta in un lido che è diventato il sacchetto dell’umido della Capitale. E ho pensato che forse sarebbe interessante metterci lì, le mani in pasta. Provare a capire, che è una ginnastica che amo moltissimo.

Ecco, l’augurio è che l’Italia diventi fortemente e appassionatamente politica. Fatelo dove volete, con chi volete, con spirito critico. Iscrivetevi alle associazioni, ai partiti, ai gruppi d’acquisto in cui sentite il profumo di passione. Ma fatelo, senza restare fermi. Se volete provarci qui con noi o capire o parlare, se volete capire se è Possibile allora parliamone. Basta poco. Basta fare un salto qui o, se preferite, scrivere a me, direttamente cliccando qui.

«Ma io senza di te sono morta»

Se mi chiedessero che spremuta di cuore bere per alfabetizzarsi sul movimento antimafia in Italia andrei a scegliere le parole senza troppe fioretti di una piccola testimone di giustizia. Qui, da noi, dove essere testimoni di giustizia significa smettere di fare ombra per sperare di sopravvivere, come se fosse una colpa raccontare la verità. Sono le parole di Rita Atria appuntate sul suo diario dopo la morte di Paolo Borsellino che per Rita era giudice, padre, protettore e speranza. Scriveva Rita:

«Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.
Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. 

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.»

Ecco: l’amore per la legalità e la giustizia è questa cosa qui, questo senso che gocciola dalle parole di un’adolescente. Studiatela, ricordatela Rita Atria, qui c’è il sito dell’associazione che ancora oggi, vent’anni dopo, se ne prende cura.

Il “caso Crocetta” e il grande giornalismo d’inchiesta

Ne scrivevamo un anno fa (qui): vuoi vedere che i sacerdoti dell’antimafia spalmati sul presunto “caso Crocetta” hanno preso un granchio? La presunta intercettazione che fece tanto discutere su Lucia Borsellino è stata sventolata ma non si è mai vista. Guarda il caso.

Oggi Il Post prova a fare il punto sul processo ai giornalisti:

«La fonte che l’Espresso ha permesso ai magistrati di identificare si chiama Mansueto Consentino, è un ufficiale del carabinieri che dal maggio del 2014 comanda la compagnia di Desio, in provincia di Milano. Secondo Messina, fu il capitano Cosentino a fargli ascoltare l’intercettazione, a Palermo, nel maggio del 2014. Nella registrazione, dirà nell’interrogatorio del 9 settembre, non c’erano le parole “come suo padre”. Secondo il giornalista, il capitano Cosentino gli fece sentire soltanto “una frazione di secondo” della registrazione, dalla quale non era possibile comprendere con chi stesse parlando Tutino. Queste sono le sue parole nei verbali dell’interrogatorio: contattato dal Post, Messina ha preferito non commentare sulla precisione delle dichiarazioni che ha reso ai magistrati. Anche Zoppi e i loro legali non hanno voluto rilasciare dichiarazioni pubbliche.

Cosentino nega di aver mai fatto sentire un’intercettazione simile a Messina e questa è la ragione dell’imputazione per calunnia nei confronti di Messina (a cui è stato successivamente associato anche Zoppi). Ma anche se fosse andata come ha raccontato Messina, questo non spiega come si sia passati dalle poche parole smozzicate ascoltate alla frase “dobbiamo farla fuori come il padre”, chiaramente e con certezza attribuita a una conversazione tra due persone specifiche, Tutino e Crocetta. Messina sostiene che, dopo le dimissioni di Borsellino, parlò di nuovo con la sua fonte, il capitano Cosentino, e gli chiese di confermargli la frase nella versione che sarebbe poi apparsa sull’Espresso. Messina sostiene che il carabiniere gli disse che era una versione plausibile, ma gli consigliò di rivolgersi a un’altra fonte per avere conferma. Cosentino nega che questa conversazione sia mai avvenuta. Messina allora cercò una seconda conferma e racconta di essersi incontrato con un magistrato della procura di Palermo, Bernardo Petralia. Anche qui, nell’interrogatorio, ammette che i commenti di Petralia furono piuttosto vaghi.»

La ricostruzione completa è qui.