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Aratakblog recensisce ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

(Fonte)

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo quando è venuto nel mio paese poco prima delle scorse elezioni comunali. Mi ha colpito e affascinato non poco, tanto che da allora lo seguo con assiduità e impegno.
Impegno in ciò in cui entrambi crediamo, nella giustizia, nell’impegno personale delle persone, nella legalità. E’ anche grazie al suo incontro che ho deciso di darmi da fare entrando nell’associazione Libera.

Parlando del libro- TRAMA

Il libro si svolge a Mondragone, un paesino in provincia di Caserta in Campania. Possiamo dire che sia una saga familiare che segue le vicende di Michele Landa (vi sembra di conoscere già il nome? Vi accennerò dopo le conclusioni qualcosa – rivelazioni importanti) e della sua famiglia. Rimasto orfano vive dapprima col nonno per poi, finita la scuola, dedicarsi a diversi lavori quel tanto che basta per riuscire a vivere e a sposarsi con la donna che ama, nonostante le difficoltà iniziali.

“Michele adesso è lì. Rosalba Ida ha una provincia intera negli occhi, con strade e ferrovie. Lui raccoglie tutto il coraggio in giro per il mondo e lo impasta in una parola sola, una parola con tutto Michele dentro. La guarda, seduta, e chiede: <<Posso?>>.
<<No.>>
“La messa è finita. Andate in pace” pensa, e intanto ride come uno scemo.”
…
“Quando Rosalba sorride è rovinosamente bella e a Michele non resta che arrendersi. Sono stati due anni di sorrisi che hanno piallato tutte le difficoltà incrociate, questi di Rosalba e Michele, due anni di sorrisi che in fondo erano uno stringersi di denti per convincere i genitori di lei che il loro matrimonio è fatto sul serio con la responsabilità di due adulti che pretendono in fretta di diventare una famiglia. Avevano dovuto superare i saluti dei suoi genitori che diventavano subito interrogatori, le domande che sembravano per caso e invece ogni volta erano una verifica e gli sguardi quasi di compassione. Ma hanno superato tutto, tutti i dubbi nonostante tutto. Ci sono persone che si sanno amare solo così: promettendosi di non doversi mai chiedere scusa, scendendo per mano nelle scale più buie e rivendicando il diritto di essere felici, insieme. Questo matrimonio è troppo felice per essere duraturo, dicevano in molti, e lo dicevano anche i genitori così preoccupati dalla troppa felicità degli altri, mica per invidia ma per terrore di leggere il proprio fallimento. Il mondo è pieno di persone che trovano ristoro nella media che arrotonda i propri risultati.”

Michele è un gran lavoratore ma si trova davanti a scelte importanti, fin dall’inizio della sua vita, quando da ragazzo si trova un morto ammazzato sull’uscio di casa e racconta a dei carabinieri apatici, ciò che sa, mentre tutto il resto della via pratica l’omertà del silenzio.

“Mondragone era un luogo vivibile da estranei: ogni tanto l’omertà cerca i travestimenti più fantasiosi per non venire allo scoperto.” O, ancora, quando il nonno gli dice: “<<Di non cercarti guai. Che non guardare e non sentire è il modo più maturo e responsabile per difendere la tua famiglia e i figli che vorrai. Michele, la vita non è una guerra sempre, ogni tanto dovresti pensare anche all’intelligenza di ritirarti>>”

E tutti, da suo nonno ai vicini, gli consigliano di praticarlo e di scegliere da che parte stare.
Scelta di cui si pente quando:

“Massimiliano è morto sparato. E non l’avrebbe detto nessuno che quell’enorme bambino potesse finire morto ammazzato, lui sempre così spaventato di tutto e così perfezionato nel trovare il bello e il buono anche in un gorgo.
Massimiliano è morto a pistolettate di mercoledì, trovato a faccia in giù con la bocca piena di sabbia e la lingua appoggiata di lato a sinistra, come un apostrofo prima della testa. …
Lo sapevano tutti, a Mondragone, chi l’aveva uscio. Tutti. Oggi lo sanno anche i bicchieri, i muri, i semafori agli incroci, i sedili della corriera, che Massimiliano l’ha ammazzato Tore dei Torre per la discussione avuta la domenica precedente in piazza. Lo sanno anche i carabinieri che non vogliono saperlo, i testimoni che hanno tutti un buon motivo per non testimoniare, …” Massimiliano, il migliore amico di Michele, è stato ucciso perché aveva discusso con delle persone mafiose. Tutti lo sanno ma nessuno parla e Michele tutti li accusa tra sé e anche col mondo, un mondo però colluso, che non vuole ascoltare. E si pente di tutto quello che non ha visto o ha fatto finta di non vedere: “<<Vorrei provare a dire le cose che non ho mai detto per difendere la mamma e voi. Vorrei rifiutare le prossime cene con Giulio e gli altri mostrando che non sono d’accordo. Vorrei stare ai campi e spiegare ai miei nipoti che Massimiliano, l’amico del nonno, è morto anche perché diceva cose che tutti vedevano ma tenevano nascoste, e allora l’hanno preso per matto. Se vuoi uccidere qualcuno lo fai passare per matto e sei già a metà dell’opera. E mentre noi stavamo zitti lui era sempre più matto, sempre più scemo. Io vorrei che i miei nipoti e voi imparaste che le idee si sostengono anche in pubblico.>>”

Una vita passata a lottare, a trovare il proprio posto nel mondo e finita con rimpianti e volontà di fare che si sono perse nel nulla.
Un finale che ti lascia dell’amaro in bocca e che a me ha fatto piangere lacrime amare di tristezza e solitudine.
Ambientazione:
Mondragone nel libro è descritto come un paesino impaurito, da tutto e da tutti, soprattutto dalla famiglia dei Torre nel libro, famiglia mafiosa con facoltà di vita e di morte su tutto e tutti.
Morte per ovvi motivi ma vita per più d’una ragione. Proprietari di molti stabilimenti industriali della zona possono dare lavoro, o toglierlo, a chi vogliono. Poi

“Sopra l’entrata della palestra c’è scritto: OMAGGIO DELLA FAMIGLIA TORRE ALLA CITTA’ DI MONDRAGONE. LA CITTADINANZA RINGRAZIA. Quest’abitudine di finanziare il restauro di chiese e scuole è vissuta con leggerezza, se non con gratitudine reale, da molti cittadini.”

Il sistema mafia che si ingrazia poteri e comunità con regali e concessioni per cui, come dice il nonno di Michele:

“<<Michele, tu sei un ragazzo intelligente e bravo, e ci hai preso tutto il cuore di tua madre e la scorza di tua nonna, ma questa nostra terra non è un allevamento di animi nobili o di cavalieri. Questa è la terra dei ladri che non vedi mai rubare, degli assassini che ci mangi allo stesso tavolo in osteria e dei diavoli che ognuno ha in corpo. E qui, da noi, qui il diabolo si sente più libero di passeggiare. Questa è una terra che va abitata in punta di piedi, Michele, va abitata in silenzio, qui le brave persone per difendersi diventano invisibili, Michele, in-vi-si-bi-li.>>”

Per fortuna esistono persone che, in queste stesse terre, combattono e parlano. Sempre troppo poche ma bisogna ricordarsi di loro ora, quando sono vivi, e non solo da morti come uno dei nomi letti nella giornata della memoria delle vittime della mafia.
Personaggi

Il personaggio principale è Michele, con i suoi pregi, i suoi difetti e tutte le cose che si pente di non aver fatto. E’ una persona vera, reale in cui possiamo facilmente immedesimarci quando opera nel giusto sia nello sbagliato. E dobbiamo imparare.
Rosalba, la Silenziosa, la donna con cui Michele è sposato. La colonna portante della famiglia, il legante che ha tenuto le varie anime dei figli legate nonostante divergenze e possibili screzi. Una donna forte ma al contempo fragile.
Infine ci sono i figli di Michele, descritti bene con i loro affanni e i loro lavori. Andrea, il maggiore, che lavora per la ditta di sorveglianza come il padre, ha il carattere ribelle e riottoso che aveva da giovane Michele, la sua voglia di denuncia non si ferma davanti a nulla e per questo si scontra più volte col padre.
Giovanni, il figlio responsabile che lavora all’estero e così facendo mantiene la propria famiglia.
Angela la figlia che ha ereditato tanto da Rosalba ma che riesce soprattutto ad essere di ispirazione per altri, sua figlia, Michela, è una bambina bellissima e resa perfettamente.
Antonio è il minore, il figlio un poco più scapestrato, con lavori saltuari e irregolari.
La famiglia descritta nei punti oscuri e non, ti fa venire voglia di conoscerla, di andare a stringere loro la mano e presentarti a loro come un amico, una persona come loro.
Stile

Lo stile è semplice, mai arzigogolato, narrato con punto di vista esterno ma con tempo presente perché le vicende di Michele sono quelle di tutti. Michele è uno di noi. Michele siamo noi.
Conclusione

Un libro sulla mafia nonostante tutto, sulle sue vittime e sull’impegno che dovrebbe esserci da parte di ciascuno di noi per far sì che il nostro paese sia sempre più a favore della legge e sempre meno in mano a quella “montagna di merda” (da I cento passi).
Un libro che nonostante tratti di temi così seri e pesanti lo fa in tono leggero, come raccontandoti una storia.
Un libro che consiglio, soprattutto a chi vuole saperne di più sulla legalità e sulle diverse facce che dovrebbe avere l’antimafia.
Un libro con un finale ambiguo che mi ha lasciato perplesso fino a che non ho fatto qualche ricerca.

(‘mio padre in una scatola da scarpe‘ puoi comprarlo anche qui nella nostra piccola bottega)

Eccoli, gli svuota41bis (con aggiornamento e intervista a Gennaro Migliore)

Succede quando una posizione politica viene regalata come risarcimento. Così Gennaro Migliore (ex SEL diventato renziano con l’aspirazione di candidarsi sindaco di Napoli) finisce sottosegretario alla giustizia (a proposito di meritocrazia) e durante un’intervista gli viene la bella idea di proporre Skype per i detenuti al 41 bis. Il che, attenzione, non è un problema se fosse il risultato di un ragionamento o di un confronto di analisi e di idee ma buttato lì come se fosse un tweet ovviamente fa rizzare le antenne a molti (magistrati antimafia compresi). La politica non è un gioco e non è nemmeno un’allegra brigata di compagnucci: è una cosa seria, la politica e (fortunatamente) i limiti alla fine emergono. Meglio così, forse.

*aggiornamento 2/7/2016 11.06

mi dicono che Migliore smentisce. Peccato che la notizia l’abbia data lui stesso. Ecco la sua pagina fb:

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*aggiornamento  2/7/2016 17.06

Ho sentito Gennaro Migliore. La sua versione è molto diversa. Pur non condividendo le sue scelte politiche (e la sua conversione pro Renzi) credo che vada letta anche perché sul tema ha le idee molto chiare. L’articolo è qui.

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La mafia è donna e “gioca” al Bingo

Paolo Durante
Paola Durante

La mafia con la gonna. La cassa del clan alla Guadagna la teneva una donna, Paola Durante, 41 anni. E’ uno dei retroscena che emerge nelle pieghe dell’operazione “Bingo family”, condotta dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale, e che oggi ha portato all’arresto di tre persone per estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni dei responsabili di una sala bingo nel quartiere Guadagna, storica enclave mafiosa. Tra i destinatari della misura cautelare, anche una donna, dunque. Oltre a Paola Durante sono stati arrestati Cosimo Vernengo, 52 anni, della cosca di Santa Maria di Gesù, già condannato per associazione mafiosa, scarcerato il 27 ottobre 2011 a seguito della richiesta di revisione del processo per la strage di via d’Amelio; e il fratello Giorgio, 41 anni. Figli entrambi dell’ergastolano Pietro Vernengo, 73 anni, detto ‘u tistuni’, storico uomo d’onore, esponente dell’ala corleonese di Cosa nostra.

Nella stessa indagine sono stati acquisiti elementi, tuttora all’esame degli inquirenti, anche nei confronti dei detenuti Natale Giuseppe Gambino, 58 anni, sottocapo della cosca di Santa Maria di Gesù, Salvatore Profeta, 71 anni, al vertice del clan, entrambi già colpiti dai provvedimenti restrittivi eseguiti dal Ros nel dicembre 2015 nell’ambito dell’operazione “Torre Dei diavoli” e, come Cosimo Vernengo, scarcerati a seguito della richiesta di revisione del processo per la strage Borsellino.

Le indagini già avviate sulla famiglia di Santa Maria di Gesù, di cui è stato accertato il processo di riorganizzazione interna e la capacità militare culminata il 3 ottobre scorso nell’omicidio di Salvatore Sciacchitano, hanno consentito di documentare l’estorsione ai titolari della sala bingo, sia durante la precedente gestione, terminata nel luglio 2015, sia al subentro della nuova proprietà. In particolare, oltre ad avere gestito la messa a posto con la precedente amministrazione del bingo, Profeta e Gambino avevano manifestato l’intenzione di imporre ancora le richieste estorsive alla società acquirente.

I successivi approfondimenti investigativi hanno permesso di appurare che gli indagati avevano preteso un pagamento illecito di 50 mila euro, di cui oltre 6 mila già corrisposti, per lasciare il bar interno alla struttura che illegittimamente rivendicavano come proprio. Le somme di denaro estorte erano consegnate dalle vittime a Paola Durante, in precedenza responsabile per conto dei Vernengo della gestione del bar interno al bingo, a fronte della presentazione di fatture emesse da due società per forniture e servizi mai effettuati. Per questa ragione sono al vaglio dell’autorità giudiziaria le posizioni dei due legali rappresentanti delle società che hanno emesso le fatture. Cosimo Vernengo è anche accusato di aver costretto i responsabili della società ad assumere la nipote di Profeta.

 

(fonte)

La cannabis, i miti da sfatare e quello che ne pensa la Direzione Antimafia

Prepariamoci perché tra qualche giorno comincia il bailamme sulla legalizzazione delle droghe leggere. E vedrete che (voluta) confusione tra legalizzazione e liberalizzazione, sentirete gli allarmi di quelli che poi tacciono su tabacco e alcool e osserverete cocainomani (di nascosto) demonizzare una canna.

Non sarà divertente, no. Intanto se avete voglia e tempo potete leggere qui cosa ne pensa la Direzione Nazionale Antimafia. Almeno per provare a costruirsi un’idea su basi reali. Almeno.

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Ernesto Fazzalari, preso.

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Buone notizie. Un bel regalo per il mio compleanno.

«Nelle prime ore di oggi 26 giugno 2016, in Molochio (RC) frazione Monte Trepitò, i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Reggio Calabria, collaborati da operatori del Gruppo Intervento Speciale e dello Squadrone Cacciatori Calabria, a conclusione di articolata attività d’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria – Direzione Distrettuale Antimafia, hanno tratto in arresto, in esecuzione di ordine di carcerazione a seguito di condanna all’ergastolo, FAZZALARI Ernesto, 46 anni, per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio, porto e detenzione illegale di armi ed altro. Lo stesso è il secondo dei ricercati per importanza e pericolosità dopo Matteo MESSINA DENARO.

Prevenuto, latitante di massima pericolosità inserito nel programma speciale di ricerca, irreperibile dal giugno 1996 allorquando si sottraeva all’arresto nell’ambito dell’operazione convenzionalmente denominata “TAURUS”, veniva individuato all’interno di un’abitazione in complesso di caseggiati a ridosso di impervia area aspromontana.  Il FAZZALARI, ritenuto elemento di vertice dell’articolazione territoriale della ‘ndrangheta operante prevalentemente in Taurianova, Amato e San Martino di Taurianova e con ramificazioni in tutta la provincia ed in altre in ambito nazionale, sorpreso nel cuore della notte, non ha opposto resistenza e, subito dopo l’irruzione degli operatori del GIS, forniva le proprie generalità lasciandosi ammanettare.
Nel corso della successiva perquisizione veniva rinvenuta una pistola con il relativo munizionamento, nonché altro materiale ritenuto di interesse e suscettibile di ulteriori approfondimenti investigativi. All’interno dell’abitazione, al momento dell’irruzione, era presente anche una donna, di anni 41, che è stata tratta in arresto per i reati di procurata inosservanza di pena, concorso in detenzione di arma comune da sparo e ricettazione.

(fonte)

Chiamare le cose con il proprio nome

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«A Ostia la mafia chiamiamola mafia» dice Virginia Raggi riferendosi al clan Fasciani. E in una politica disinfettata anche nelle parole per non disturbare troppo un sindaco di Roma che inquadra un problema chiamandolo per nome è un bel segnale. Al di là di tutto. Al di là del tifo.

Tutta colpa di Orfini

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Fantastico. Alla fine dicono la Madia e Giachetti che a Roma la sonora sconfitta del PD abbia un nome e cognome: Matteo Orfini. Sarebbe il già vecchio giovane turco l’uomo che ha portato i democratici nella palude e, dice la Madia, che con lui si sono perse le periferie, si sono persi voti e si è pagato lo scotto per Mafia Capitale.

Da quando la politica ha preso i tempi del turborenzismo, tutta presa dall’ansia del cambiamento e dall’ossessione della narrazione veloce, anche la memoria sembra essersi corrotta in mezzo alla fretta: la rimozione di Ignazio Marino, voluta e ordinata da Matteo Renzi (come lo stesso ex sindaco ha raccontato),  è stata l’inizio di un declino che non sarebbe stato difficile immaginare concludersi con un fallimento simile.

Credere che i cittadini romani possano ritenere affidabile un partito che rimuove il proprio sindaco, tra l’altro con un vigliacchetto appuntamento da un notaio senza passare dal Consiglio Comunale, significa avere perso non solo la connessione con i propri elettori ma addirittura con il buon senso.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Ora è sentenza: la ‘ndrangheta esiste

Struttura_ndrangheta

Ne scrive Attilio Bolzoni per Repubblica:

La mafia non ci sarà ad Ostia – come assicurano i giudici della Corte di Appello di Roma – però, in Calabria, sicuramente la ‘ndrangheta c’è. Detta così potrebbe sembrare anche una banalità, ma per la prima volta — ieri — la Cassazione ha messo il suo bollo sull’esistenza in vita di questa associazione criminale segreta. Una sentenza di ultimo grado attesta che la ‘ndrangheta non è un’invenzione letteraria o giornalistica, è una mafia con i suoi capi e le sue regole, è una mafia pericolosissima che per lungo tempo ha considerato la Calabria il cortile di casa propria.

Se lo ricorderanno i boss di Reggio, e quelli della Piana di Gioia Tauro e gli altri dell’Aspromonte, il 17 giugno del 2016 — un venerdì 17, sarà un caso? — data indimenticabile per la giustizia italiana e anche per loro, i capi di una consorteria di assassini che per decenni è rimasta al riparo, lontana dai riflettori, nascosta, impenetrabile.

La ‘ndrangheta c’è, è una e una sola («Ha una struttura unitaria»), ha un governo («È un vertice collegiale chiamato “la Provincia”») composto da rappresentanti delle «locali» («Le organizzazioni che comandano sul territorio ») di Reggio Calabria, della costa tirrenica e di quella jonica e che ha potere in tutti i luoghi — il mondo intero — dove si è diffusa e radicata. Questa sentenza della Suprema Corte ha un valore che non è eccessivo definire storico. Come quello della Cassazione del 30 gennaio del 1992 sul maxi processo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fino ad allora c’era una mafia dominante ma per la legge sempre presunta. Così oggi, come un quarto di secolo fa per Cosa Nostra, nel marmo della giurisprudenza viene scolpito il nome ‘ndrangheta.

È il gran finale di una battaglia portata avanti dallo Stato dopo anni di colpevole «dimenticanza» dell’aristocrazia criminale calabrese, un’associazione ritenuta a torto «minore» e che in virtù della scarsa considerazione che godeva negli apparati investigativi-giudiziari — ma anche perché aveva strategicamente scelto di non fare la guerra alle Istituzioni come la Cosa Nostra di Totò Riina in Sicilia — nel cono d’ombra è riuscita a conquistarsi spazio e ricchezza. E, stagione dopo stagione, fama di mafia più ricca e potente d’Europa con ambasciatori e alleati dall’Australia al Venezuela, dal Messico al Portogallo. Naturalmente con una capacità enorme di infiltrazione anche in Italia, soprattutto a Roma, a Milano, in Emilia, in Piemonte.

Una scalata silenziosa fino all’assassinio a Locri nell’ottobre del 2005 del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno e fino alla strage di Duisburg dell’agosto del 2007, sei ragazzi di San Luca uccisi fuori da un ristorante sulle rive del Reno. Da quel momento anche la ‘ndrangheta è diventata un’«emergenza nazionale». Sono cominciate le indagini vere dopo gli anni del «dialogo» e della non belligeranza con le cosche, del quieto vivere. A Reggio è arrivata una squadra di primissima scelta di investigatori dell’Arma dei carabinieri, della polizia e della finanza con il nuovo procuratore Giuseppe Pignatone e il suo vice Michele Prestipino (a loro si sono affiancati nei vari gradi di giudizio i pubblici ministeri Giovanni Musarò e Antonio De Bernardo) che hanno portato in Calabria un «metodo» — collaudato nelle «campagne» di Palermo — che ha rivoluzionato le indagini. Così è nata nel 2008 l’inchiesta «Crimine» fra le procure distrettuali di Reggio Calabria e di Milano e così si è messa la parola fine, con la sentenza della Cassazione di ieri pomeriggio, alle incertezze più o meno interessate sull’esistenza di una ‘ndrangheta come mafia dotata di una sua classe dirigente e con un’ossatura capillare non solo nelle terre di origine ma con presenze significative anche in tutti e cinque i Continenti.

È appena sei anni fa — il 30 marzo del 2010 — che il legislatore ha aggiunto a «Cosa Nostra» e a «Camorra», la parola «’Ndrangheta» fra le pieghe dell’articolo 416 bis, l’associazione di tipo mafioso. È nel 2008 che sono partite le prime indagini che hanno scoperto la realtà di una mafia calabrese, non un insieme di bande slegate una dall’altra ma un’organizzazione unica. È nel luglio del 2010 che sono stati firmati 121 provvedimenti di custodia cautelare contro altrettanti personaggi. I capi di Rosarno e di Gioia Tauro, di Palmi, di Locri, di Platì, di Africo. In primo grado, l’8 marzo del 2012, ne sono stati condannati una novantina e, soprattutto, ha retto l’impianto accusatorio sull’«unitarietà » dell’organizzazione. In secondo grado, il 27 febbraio del 2014, condanne quasi

tutte confermate e tesi dei pm che hanno tenuto al vaglio dei giudici d’Appello. Adesso la Cassazione ha scritto l’ultimo capitolo su una mafia considerata in passato di serie B. E che invece, dopo le stragi siciliane del 1992, ha salvato con le sue trame il sistema criminale italiano.

L’antimafia gentile di Pina

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Era la “nonna” dei ragazzi di Addio Pizzo. Pina non è stata semplicemente la vedova di Libero Grassi (vittima di mafia e di uno Stato che non riesce troppo spesso a proteggere i suoi uomini) ma era la prosecuzione dello stesso impegno. Pina è Libero Grassi: lo stesso impegno contro il pizzo, lo stesso ostinato ottimismo e la stessa voglia costante di costruire (oltre che credere) a un Paese migliore.

La morte di Pina è una notizia che scuote perché noi avevamo bisogno di lei. Ne avevamo bisogno proprio ora che il movimento antimafia sembra essersi incastrato nelle sue mille invidie e incapace di riacquistare il sorriso. Ecco, il sorriso, di Pina, il sorriso che riusciva a mantenere mentre raccontava di suo marito lasciato solo dai colleghi, il sorriso di quel loro ribellarsi al pizzo per rispetto a sé stessi oltre che per passione delle regole, la gentilezza con cui ripercorreva le fasi di una tragedia diventata un racconto d’amore erano per molti l’antidoto all’imbruttimento è il lascito della famiglia Grassi.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

A Corleone il santo in processione si ferma sotto casa Riina

corleone

E ogni volta che si parla di religione e politica vale la pena leggere Salvo Ognibene:

«Mafia e chiesa. Ci risiamo. E questa volta accade in quel paese siciliano tanto conosciuto al mondo a causa dei vari Navarra, Leggio, Provenzano, Riina. Già, Riina. E forse non è un caso che dopo l’”inchino” della Rai e di Vespa al figlio del capo dei capi, ora leggiamo dell’”inchino” della statua di San Giovanni Evangelista davanti casa di Ninetta Bagarella. Maggiori dettagli li trovate qui e qui ma sappiamo che il commissario di polizia e il maresciallo dei carabinieri, che erano presenti, hanno subito lasciato la processione e inviato una relazione alla procura distrettuale antimafia.

La devotissima famiglia Riina ha sempre goduto di particolari privilegi da parte di alcuni uomini di chiesa. Dal matrimonio tra la Bagarella e il latitante “Totò” Riina, celebrato in gran segreto da tre parroci (tra cui Agostino Coppola), alla raccolta firme promossa da Catarinicchia, oggi vescovo emerito di Mazara del Vallo, per protestare contro il presunto accanimento giudiziario nei suoi confronti (la Bagarella era stata proposta per il soggiorno obbligato dopo essere stata licenziata dalla scuola in cui insegnava). A distanza di qualche anno il parroco è intervenuto dicendo: “mai e poi mai ho raccolto o promosso raccolte di firme”.»