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21 marzo, la memoria, Libera e noi

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Domani è il 21 marzo e in Italia si ricordano un po’ dappertutto le vittime di mafia. Io sarò con il cuore a Messina (qui il programma) e con la mia voce, me e il palco a Treviglio (vi aspetto, eh, qui trovate tutte le informazioni). Il 21 marzo sta diventando finalmente una giornata nazionale per davvero: ne parlano in televisione, sui giornali, nelle scuole. Non è più una commemorazione “per pochi” come quando anni fa, Don Ciotti e Libera, riuscivano a raccogliere i famigliari delle vittime di mafia e poco più. E non si può non esserne soddisfatti.

La Giornata della Memoria e dell’Impegno è una delle tante azioni di Libera diventate leggi e tradizioni. «Buone pratiche» si sarebbe scritto qualche tempo fa. Idee coraggiose che sono riuscite a diventare virali, collettive, forti. In questo anno non facilissimo per Libera (e anche a me capita spesso di essere molto critico pur considerando Luigi e Gian Carlo Caselli due miei “numi tutelari” fin dai miei momenti più difficili) sarebbe il caso comunque di riconoscere i meriti di una giornata arrivata alla sua ventunesima edizione e cavalcata ormai un po’ da tutti ma costruita poco a poco, con passione artigianale, da Libera e i suoi. Perché se si perdono le giuste misure dei meriti e delle critiche si rischia di buttare all’aria tutto, con anche il tanto che c’è di buono.

E allora a me viene da dire grazie, a Libera, per avere visto il 21 marzo quando ancora non riusciva a immaginarselo nessuno. Tutto qui.

Mafia: si consegna Tommy Parisi, il mafioso neomelodico

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Si è consegnato nel pomeriggio all’autorità giudiziaria Tommy Parisi, figlio del boss del quartiere Japigia, Savinuccio. Il 33enne cantante neomelodico era ricercato dal 15 marzo, quando la maxioperazione antimafia “Do ut des” ha smantellato l’impero del clan più importante di Bari, svelando un pericoloso intreccio fra imprenditoria e criminalità organizzata. Restano ancora latitanti il fratello di Savino, Giuseppe Parisi detto “Mamès”, vero reggente del clan quando Savinuccio è detenuto, e il cognato Battista Lovreglio, anche lui ritenuto uomo di fiducia del capo.

In mattinata durante perquisizioni e appostamenti, gli uomini della squadra mobile della questuradi Bari avevano arrestato un altro ricercato, Donato Catinelli, 44 anni, considerato il referente dell’organizzazione mafiosa sulla zona di Polignano a Mare. Compare nelle indagini anche come l’istigatore di un violento pestaggio, commesso da Michele Parisi e da un altro uomo ai danni del cognato di Catinelli, perché convincesse sua sorella (ex moglie di Catinelli) a lasciare la casa popolare, già occupata abusivamente, e alla quale secondo loro non aveva più diritto dopo la separazione.

Gli investigatori della squadra mobile e i colleghi del Servizio centrale operativo hanno eseguito anche le misure patrimoniali disposte dal gip Alessandra Piliego con un decreto di sequestro preventivo. Sotto sigillo tre pizzerie, tre bar, due rivendite di frutta, pesce e carne, due imprese edili, tre immobili, sette auto, quattro moto, sei conti correnti bancari con un saldo attivo di 43mila euro, oltre a 3mila euro in contanti. E ancora: sette orologi di valore, oggetti d’oro (alcuni con particolare valore simbolico) per un peso di tre chili e pietre preziose. Il sequestro, operato fra Bari e Bitonto, è stato stimato per un valore di 5 milioni di euro.

 (fonte)

Se l’imprenditore si inginocchia davanti al boss

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“In memoria di mio padre mi metto in ginocchio, ci siamo sempre voluti bene”. Così l’imprenditore parla al boss e lascia alla storia una scena che è simbolo di un’epoca. Ah, l’inginocchiato è anche consigliere comunale a Monreale: Romeo Albano, imprenditore di 65 anni eletto in quota Forza Italia.

La storia (triste) è qui:

«È la scena simbolo del blitz. Un imprenditore, all’epoca pure consigliere comunale a Monreale,pronto a inginocchiarsi davanti al capomafia. È la scena che fa invocare al procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, la necessità di un intervento normativo per punire in maniera più severa il perverso intreccio fra Cosa nostra e il mondo dell’imprenditoria.

Il 7 marzo 2013 l’anziano boss di Santa Maria di Gesù, Mario Marchese,riceve a casa Romeo Albano, imprenditore di 65 anni eletto in quota Forza Italia. Le microspie dei carabinieri del Ros registrano. Il tono è confidenziale: “Come mai da queste parti? perché ti devo parlare”. L’imprenditore, assieme al fratello, ha un problema da risolvere: “Sono 27 unità abitative… di 80,90 e 100 metri quadrati”. In ballo c’è una lottizzazione a Villaciambra. I fratelli Albano si erano accordati con un costruttore, al quale però “subentrano i Di Carlo”, che hanno metodi bruschi: “… qua il lavoro è nostro ce lo dobbiamo fare noi”, gli avrebbero detto.

Eccolo il problema da risolvere: gli Albano, insoddisfatti per la qualità e i tempi di di realizzazione di alcune opere preliminari, chiedono l’intervento di Marchese “perché non ho più niente a che dividere con questo che mi ha rubato per altri 11 mesi… ed un altro anno e mezzo i signori… io non posso rischiare Mariano… di perdere il progetto… quello che io ti chiedo… con il cuore in mano… chiamiamo a Ignazio Di Carlo… lui l’importante è che si ritira”. Poi, la frase choc: “Vuoi che mi metto in ginocchio?… in in memoria di mio padre mi metto in ginocchio ti ho sempre stimato e ci siamo sempre voluti bene”.

Al capomandamento viene data carta bianca per scegliere un costruttore capace di assumersi l’onere economico per portare avanti il progetto: “… poi se tu… tramite lui… tramite un altro… conosci a qualcuno che ha soldi… che ha soldi da potere coprire tutte cose … qua un investimento sicuro è”. Marchese ha le idee chiare su chi coinvolgere: il genero Cosimo Vernengo e suo fratello Ruggero, soci occulti dell’imprenditore Filippo Lorenzo Lucchese. Vernengo, altro cognome storico nella storia della Cosa nostra palermitana.»

Parisi: il clan “edile” della mafia barese

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Sono 23 ordinanze di custodia cautelare eseguite dalla polizia a Bari. Nel blitz antimafia sono stati impegnati oltre 350 uomini con l’ausilio di unità cinofile e degli elicotteri.

I soggetti fanno parte del clan che fa capo al boss “Savinuccio” Parisi, anche lui tra i destinatari del provvedimento. L’ordinanza è emessa dal gip del Tribunale di Bari su richiesta della Dda. Le indagini che hanno portato agli arresti odierni sono iniziate nel 2011 dalla squadra mobile e sono state coordinate dal sostituto procuratore antimafia Patrizia Rautiis. Gli investigatori si sono concentrati sulle attività del clan mafioso dei Parisi e hanno dimostrato come fosse capace di gestire il controllo del ‘sistema costruzioni’ in almeno 24 casi e altrettante sono le imprese coinvolte nel sistema.

Un’altra fase delle indagini ha riguardato il fenomeno dell’occupazione abusiva delle case popolari gestite dal clan facendo favori a parenti e amici e trasformandole in un altro sistema di controllo del territorio. Le accuse contestate a vario titolo dal gip sono tra le altre, associazione mafiosa ed estorsione.

“Ancora una volta Bari dice no alla criminalità organizzata.  e delle forze dell’ordine che questa mattina ci hanno dimostrato che la luminosità del rispetto della legge e delle regole batte qualsiasi spettacolo di fuochi pirotecnici organizzato dai clan criminali. Nel cielo di Bari oggi brilla una sola luce ed è quella della legalità”. Lo afferma in una nota il sindaco di Bari.

L’idiozia dei notabili. Secondo Tocci.

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Vale sempre la pena leggere Walter Tocci:
«Chi ha ordinato di gonfiare i dati delle primarie non può passarla liscia. Ha danneggiato il partito nel modo più stupido che si possa immaginare, e ha prodotto nuovo sconcerto tra gli elettori. Il risultato non è inficiato e, tutto sommato, la partecipazione non è stata neppure bassa rispetto alla povertà di contenuti nel confronto tra i candidati. Certo, se il Pd avesse promosso una lista civica di centrosinistra aperta alle competenze più innovative, alle forze sociali e alla cittadinanza attiva, avrebbe ottenuto una partecipazione al voto superiore alla soglia dei centomila. Sarebbe stata una festa democratica, avrebbe dato al candidato lo slancio decisivo per vincere le elezioni.
Era l’occasione per far vedere un vero partito democratico, e invece ha vinto la miopia del ceto politico. Quando prevale il piccolo cabotaggio, non ci sono più strumenti politici per innalzare la partecipazione e restano solo i trucchi contabili. Nulla accade per caso; anche uno stupido episodio come questo è il sintomo di una malattia. E far finta di niente, ridimensionare, sopire e sperare che passi non è la terapia giusta. Anzi, la patologia si aggrava se i responsabili restano ignoti, se chi sbaglia rimane ai posti di comando. Mi aspetto che gli organi di garanzia prendano provvedimenti senza guardare in faccia a nessuno.
I “notabili” hanno portato alla crisi del partito romano, prima con Mafia capitale, poi con le firme dal notaio, e da tempo con la palese impreparazione nel programma di governo. Ora sappiamo che possono far male al Pd non solo per arroganza ma anche per idiozia.»
Il resto è qui.

#unafirmaperBray

«Roma non ha bisogno di un altro candidato: Roma ha bisogno di un diverso respiro, di ricominciare ad emozionarsi per le sue bellezze e intelligenze, di chiudere con i tatticismi e le zuffe di partito, di svoltare dal mafiacapitalismo per riportare la città e la politica lì all’altezza della cultura che contiene.

Queste prossime elezioni amministrative possono (e devono) essere una svolta culturale e noi riteniamo che Massimo Bray possa essere la scintilla di questo cambiamento collettivo. Per questo gli chiediamo di considerare l’entusiasmo del progetto che è pronto ad accendersi con lui.»

Inizia così l’appello lanciato per convincere Massimo Bray ad ascoltare le molte voci che lo vorrebbero candidato. Io l’ho firmato. Si può leggere e firmare qui.

Quel consigliere imbecille che finge (ma davvero?) di avere conosciuto Matteo Messina Denaro

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Ogni tanto la realtà si fa sceneggiatura spinta più di quanto sarebbe lecito inventarsi. Così succede che il consigliere comunale del comune di Castelvetrano (patria della primula rossa di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro) Calogero Giambalvo ora neghi di avere conosciuto il boss. Il suo interrogatorio è un pezzo da fotoromanzo:

“Ha mai incontrato Matteo Messina Denaro?”, gli chiese il pubblico ministero Maurizio Agnello. Risposta: “Mai l’ho incontrato”. Quindi millantava? “Sì”. Il giudice Nicola Aiello andò al cuore della questione senza giri di parole: “Scusi ma lei quando parla allora parla così tanto per dire. Secondo lei, a meno che non è pazzo, uno non si mette a dire che conosce Messina Denaro?”. Risposta: “Ha ragione, ha ragione. Io cercavo di vantarmene, ha ragione, perché quel periodo era un periodo brutto”. “Quindi era un motivo di orgoglio conoscere Messina Denaro?”, “Non è un orgoglio, guardi che io ho fatto anche uno statuto contro la mafia”; “A maggior ragione, mi scusi ma se io faccio una attività antimafia, se lei dice io faccio uno statuto contro la mafia, non dico che conosco Messina Denaro”. “Me ne vantavo, mai visto”.

Febbre da stadio. Per Cosa Nostra.

Italia 90 e mafia lodigiana: ecco le condanne.

Ne avevamo parlato molto tempo fa (ad esempio qui) e oggi arrivano le condanne:

img_9973--676x433Dieci condanne per un totale di oltre 17 anni di reclusione sono state inflitte stamane dal Tribunale di Lodi per la vicenda Italia 90, l’azienda di Palermo che nel 2009 subentrò nell’appalto quinquennale da cinque milioni di euro per la raccolta della spazzatura, secondo la Procura e i carabinieri del Noe facendo pressioni sia sull’ ufficio tecnico sia sull’ altra azienda, anche essa di Palermo, che aveva vinto la gara con un ribasso più alto. Per gli inquirenti qualcuno usò metodi «paramafiosi» ed emersero dalle indagini anche irregolarità attribuibili all’azienda in occasione di appalti a Mulazzano, Zelo Buon Persico e Maleo. Alcuni capi d’accusa sono però già caduti in prescrizione. La pena più alta, 8 anni di carcere, è stata inflitta all’allora socio unico di Italia 90 Claudio Demma, assieme all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Oltre due anni per turbativa d’appalto anche a due ex componenti dell’ufficio tecnico del Comune di Sant’Angelo Lodigiano. Il municipio si è costituito parte civile e si è visto riconoscere una provvisionale immediatamente esecutiva di 173mila euro. (fonte)

A Seregno “vogliono bene” alla mafia?

tripodi-2Succede a Seregno. Il bar “Tripodi” viene chiuso dalla Prefettura. Il proprietario è la stessa persona che casualmente aveva un box pieno d’armi a disposizione delle famiglia di ‘ndrangheta del posto. Non è difficile pensare che i collegamenti tra bar “Tripodi” e mafia siano consistenti. In un paese normale un bar che puzza di mafia dovrebbe finire deserto, osteggiato, pisciato. In un paese normale. A Seregno invece hanno pensato di appenderci fuori un lenzuolo con scritto “vi vogliamo bene” e tanto di cuore da adolescenti graffiati molesti. Apologia di mafia. Una cosa così. E allora forse c’è qualcun altro da estirpare in fretta oltre al bar.