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L’Armadillo Furioso su ‘L’amico degli eroi’

(l’articolo originale è qui)

12094875_1034918613214574_2466169856072221968_oL’amico degli eroi – Parole, opere e omissioni di Marcello Dell’Utri è il titolo dell’ultima opera scritta, diretta e interpretata da Giulio Cavalli, con musiche di Cisco Bellotti, andato in scena nella splendida cornice del Nuovo Teatro Sanità di Napoli sabato 10 e domenica 11 Ottobre 2015, in occasione dell’apertura della sua terza stagione, sotto la direzione artistica di Mario Gelardi.
Fin dai tempi di “(Re) Carlo (non) torna dalla battaglia di Poitiers” e “Linate 8 ottobre 2001: la strage” Cavalli ha mantenuto fede alla sua linea stilistica e di denuncia civile, presentando ora al pubblico uno spettacolo che affonda le unghie nelle vicende giudiziarie di Marcello Dell’Utri e scava a piene mani nei suoi rapporti con Vittorio Mangano, Silvio Berlusconi ed il complesso sistema di satelliti mafiosi che vi gira intorno. L’intreccio delle vite narrate in questo intenso monologo tesse un fil rouge tra imprenditoria milanese e mafia siciliana, ripercorrendo le vicende del suo spregiudicato protagonista fino alla condanna per concorso esterno in associazione mafiosa.

La vicenda è suddivisa in capitoli, ognuno dedicato al protagonista o ad uno dei suoi comprimari, alternando i diversi monologhi ad inserti video di repertorio. Giulio Cavalli salta da un personaggio all’altro con disinvoltura, intrattiene il pubblico ritagliando piccoli spaccati dalle loro vite tessendo monologhi e dialoghi realistici non privi di umorismo ben dosato, in cui anche la scelta di una cravatta per un’importante serata in società diventa la metafora di una vita, dove l’importante è apparire, far credere di essere “amico di”, in una parola: contare. Ad intervallare le scene recitate subentrano proiezioni di video d’epoca, per lo più interviste a collaboratori di giustizia, magistrati e boss latitanti, oltre che ai diretti protagonisti della vicenda, che fanno da contrappunto storiografico alla fantasiosa ma non troppo rappresentazione teatrale. L’intera opera risulta compatta e riesce a condensare in poco meno di un’ora e mezza quasi 30 anni di storia d’Italia, utilizzando sia doverosi salti temporali che spezzano la narrazione, sia risoluzioni che descrivono l’odierna cronaca ma che riportano suo malgrado lo spettatore alla dimensione del reale.

Librerie.it su ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

(l’articolo originale è qui)

Schermata 2015-10-16 alle 09.57.58“Mio padre in una scatola di scarpe”: Giulio Cavalli racconta una storia vera di un uomo coraggioso e che non deve essere dimenticata

Il grande impegno dal punto di vista sociale e civile di Giulio Cavalli è tutto raccontato nelle opere teatrali e nelle sue pubblicazioni editoriali.

“Mio padre in una scatola di scarpe” vede al centro la storia di Michele Landa, metronotte di Mondragone ucciso nel 2006 nei pressi di Pescopagano e che non ha mai ricevuto giustizia.

Michele Landa

Chi è Michele? E’ semplicemente un uomo onesto, un uomo che vuole vivere in modo tranquillo. Lavora come metronotte, al suo fianco ha Rosalba – la donna con cui ha condiviso tutto la sua vita – e i suoi figli.

Michele, però, vive in un luogo del nostro Paese dove il senso stesso della vita sembra aver perduto valore, dove tutto è dominato solo dalla corruzione, dal degrado e, soprattutto, dove tutti abbassano la testa e restano in silenzio di fronte ai soprusi, perché in un luogo del genere è questo e non altro il modo di affrontare il quotidiano.

Una storia che non va dimenticata

Michele viene aggredito e ucciso in una notte del settembre 2006. I suoi aggressori, mai identificati, ne bruceranno il corpo e i suoi resti verranno consegnati alla famiglia dopo essere stati sistemati in una scatola di scarpe.

Giulio Cavalli ha preso la penna per far conoscere la storia di un uomo dignitoso, di un uomo onesto, di un uomo che per tutta la sua vita si è sacrificato lavorando per la famiglia e che avrebbe dovuto andare in pensione solo un mese dopo il suo omicidio.

Mio padre in una scatola di scarpe

Il titolo del romanzo fa riferimento ad una frase realmente pronunciata da uno dei figli di Michele e tutto quello che viene narrato, sia pure in modo romanzato, fa riferimento ad una realtà che deve essere conosciuta, portata alla luce, denunciata.

La storia di Michele deve essere ricordata, perché, al contrario si tende a dimenticarla. E perché è proprio l’omertà, la paura, la passività, che regnano sovrane in alcuni luoghi del nostro Paese, a generare e a dare forza a quella mostruosità che possiamo chiamare in tanti modi diversi, mafia, camorra, ma che deve essere combattuta con coraggio e con quella dignità che Landa ha pagato con la vita.

Cocò: quando un bimbo è solo uno scudo umano

Il pezzo di Niccolò Zancan per La Stampa:

nicola-campolongo-coco-660x400Cocò non era lì per caso. Cocò stava lavorando anche se non lo sapeva. Cocò era stato arruolato da suo nonno. Doveva fare semplicemente se stesso: il bambino. Il nonno spacciava, lui stava al suo fianco. Vorranno mica ammazzare un bambino di 3 anni? Cocò è stato ucciso nella guerra fra due clan rivali in terra di ’ndrangheta, per il predominio nella zona della Sibaritide, in provincia di Cosenza. Era lo scudo umano di suo nonno. Gli hanno sparato in testa. E adesso, dopo un’indagine durata un anno e mezzo, i carabinieri e la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sono sicuri di aver individuato i responsabili. Sono due rivali in affari.

Sono due piccoli trafficanti emergenti. Si chiamano Cosimo Donato detto Topo e Faustino Campilongo detto Panzetta: «Due spacciatori di stupefacenti operativi fin dal 2003. Essi si rifornivano di stupefacente da Iannicelli, il quale, a sua volta, lo prelevava dagli zingari di Cassano allo Ionio». Le 289 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmate dal gip di Catanzaro fanno paura. Perché per capire quello che è successo la notte fra il 16 e il 17 gennaio 2014 bisogna partire da lui, da Nicolas Junior Campolongo dettò Cocò.

Giuseppe Iannicelli era sua nonno. Uscito da poco dal carcere, era tornato a trafficare cocaina ed eroina ma aveva bisogno di incrementare gli affari. Molti parenti erano ancora in cella, tutti dipendevano da lui. «Giuseppe Iannicelli era dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti, dapprima in seno alla consorteria ’ndranghetistica degli zingari, quindi avvicinandosi al sodalizio storicamente contrapposto dei Forastefano».

Cambiando alleanze criminali, cercando di allargare il suo giro, sapeva di essere in pericolo. Ecco perché quando andava a consegnare la droga in conto vendita alla sua rete di pusher e quando tornava ad esigere i crediti, portava sempre con sè la compagna Ibtissam Touss e il piccolo Cocò. Li caricava in auto.

Erano la sua assicurazione sulla vita. «Cocò era utilizzato da Iannicelli al fine di scongiurare agguati», hanno dichiarato a verbale due testimoni e un pentito. Così ha spiegato il figlio stesso di Iannicelli: «Si accompagnava a Cocò e alla marocchina perché era convinto che in loro presenza nessuno avrebbe potuto fargli del male». Molti sapevano. Sapevano che il bambino era stato arruolato. Sapevano che gli equilibri criminali della zona si erano rotti.

È una storia di ‘ndrangheta, di boss e manovalanza. Di capannoni incendiati per ritorsione. Di pestaggi esemplari davanti ai bar del paese. Pistole e minacce. Matrimoni combinati a pagamento. Soldi da spartire. Famiglie intrecciate e segreti. E in quel contesto che Giuseppe Iannicelli si scontra con «Topo» e «Panzetta». Loro sono i suoi spacciatori tra Firmo, Lungro ed Acquaformosa. Ma mentre lui cambia alleanze, loro restano legati al clan degli zingari. Chi comanda?

Iannicelli è sempre più solo. Fino a rendere Cosimo Donato e Faustino Campilongo preoccupati che si possa pentire, che incominci a collaborare. Forse è quello il momento in cui prendono la decisione. Ma prima chiedono protezione al boss di Altomonte, Saverio Donato.

Il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto il 3 settembre 2015 firma un’integrazione urgente all’inchiesta da sottoporre al gip. È un’intercettazione ambientale: «Dalla conversazione si evince che Cosimo Donato e Faustino Campilongo hanno ricevuto mandato, da parte di persona non menzionata, di rubare un’autovettura e assassinare una persona. L’incarico sarebbe stato accettato». Parlavano di Giuseppe Iannicelli. Lo avrebbero ammazzato, lui con il suo scudo umano.

Tutto è stato ricostruito. Così il collaboratore di giustizia Pasquale Perciaccante, dissociato dalla cosca Abruzzese: «Non si fidavano tanto di questo Iannicelli. Perché parlava sempre, tenìa la bocca troppo sporca, parlava sempre parlava». Giuseppe Iannicelli è stato attirato in una trappola con una scusa. Hanno sparato a lui, a Cocò e alla signora Ibtissam Touss, «la marocchina».

 

L’auto data alle fiamme, i cadaveri carbonizzati per eliminare le tracce. Erano trascorse poche ore, ma le famiglie criminali intercettate già parlavano di come verificare se si potessero recuperare 7 mila euro che doveva avere Iannicelli: «Impossibile, tutto bruciato». «Topo» e «Panzetta» erano in paese poche ore dopo il triplice omicidio.

Li ha visti persino Giuseppe Iannicelli Junior: «Le mani nere, unte. I loro vestiti puzzavano di benzina. Erano agitati, impauriti». Ma nessuno è andato a parlarne spontaneamente alle forze dell’ordine. I due killer guadagnavano bene. Cambiavano auto spesso. Si vantavano: «Hai visto che non siamo due poco di buono?».

#Left cosa ci abbiamo messo dentro

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COVER STORY

PROPAGANDA PERMANENTE


Informazione su misura

di Corradino Mineo

A Matteo Renzi serve che giornali e telegiornali suonino all’unisono la grancassa. Che vedano la ripresa, diffondano ottimismo, cancellino le minoranze. Cronaca di un circolo vizioso

 

Le parole sono proiettili

Ilaria Bonaccorsi intervista Giovanni Minoli

Oggi a Radio24, «Che nel 2012, quando vinsi l’Oscar per la divulgazione storica con La “Storia siamo noi” la Rai mi ha mandato via». I talk show perdono ascolti, la Rai non è più servizio pubblico. La televisione ha vinto e la politica ha perso. «Va raccontato il bicchiere mezzo pieno, così come la parte vuota. Questa è onestà intellettuale».

Matteo non vede non sente non parla

di Loris Mazzetti

Tutto merito di un buon suggeritore

di Luca Sappino

Più di un portavoce e più di un consigliere, Filippo Sensi, in arte @nonmfup è l’uomo chiave della comunicazione del premier. E’ Renzi, forse più dello stesso Renzi.

 

Società Left

 

droghe
Come si riducono danni (e morti)

di Alessandro De Pascale

Come lavorano gli operatori che si occupano di riduzione del danno in un rave in Val D’Orcia

politica
La Quercia che seppellì il Pci

di Stefano Santachiara

Nel 1989 un militante scrisse a Veltroni suggerendo di inserire nel simbolo una quercia che evocasse la rivoluzione francese. Questa è la sua versione

mafia
A undici anni sai che lavoro fa tuo padre

di Giulio Cavalli

Poco dopo l’arresto di Gregorio Malvaso, sua moglie decide di raccontare quello che sa ed entra con i figli nel programma di protezione

tennis
Se uno smash abbatte i pregiudizi

di Alessia Laudati

Ritratto di Althea Gibson che decenni prima delle sorelle Williams sfidava la segregazione razziale sui campi di terra rossa

 

Esteri, Left

 

Afghanistan
MSF si racconta: «Da 14 anni sotto le bombe»

di Umberto De Giovannangeli

Dopo la strage di Kunduz abbiamo sentito Loris De Filippi, presidente della sezione italiana

Serbia
Qui terra di nessuno, dall’altra parte l’Europa

di Michela AG Iaccarino

Sulle tracce dei rifugiati siriani lungo la frontiera serbo-croata

portogallo
Dopo la Grecia, ora la sinistra parla portoghese

di Tiziana Barillà

Dopo il voto nel Paese lusitano, parla Marisa Matias europarlamentare del Bloco de Esquerda

Spagna

Gitana e senatrice

di Ilaria Giupponi

Intervista con la senatrice andalusa Silvia Heredia Martin, gitana: «Non mi hanno votato perché sono o non sono gitana»

New York

Open studios, a cena tra i quadri

di Maurita Cardone da New York

Gli studi degli artisti aperti in un’area della città che cambia

Cultura, Left

 

storia
Nasce il museo dell’arte in ostaggio

di Simona Maggiorelli

I capolavori rubati dai nazisti e mai più ritrovati: un museo alle porte di Milano ne tiene viva la memoria in 3D

graphic novel
Una macchietta coi baffetti

di Massimo Basili

Una biografia a fumetti racconta la storia del fuhrer. L’ha disegnata nel 1971 il giapponese Shigeru Mizuki

medicina
Premio Nobel, quella donna che salva i poveri con l’artemisia

di Pietro Greco

musica
Erica Mou, adesso io devo andare

di Giorgia Furlan

Giovanissima, da Sanremo al premio come “artista veramente indipendente”al MEI, la cantautrice pugliese si racconta

A Bari la mafia non è mafia: è passione

avere-le-cornaA Bari gli omicidi che hanno insanguinato la città nel 2013 sono stati derubricati a vendette per motivi passionali dalla sentenza del rito abbreviato. Non importano i clan, l’onore da lavare e l’esibizione della violenza. La parola mafia scompare. Come se fosse una brutta storia di decenni fa.

L’articolo è qui.

Ma guarda un po’: giudizio immediato per i “cronisti” del caso Crocetta-Borsellino

Io aspetto sempre quelli che “sapevano tutto”, quelli che urlavano “che schifo” e i cronisti sacerdoti dell’antimafia:

1438064658-0-intercettazione-crocetta-tutino-indagati-i-giornalisti-dell-espresso-dalla-procura(ANSA) Palermo. La procura di Palermo ha chiesto il giudizio immediato per Piero Messina e Maurizio Zoppi, i giornalisti dell’Espresso che, a luglio scorso, pubblicarono la notizia, poi rivelatasi falsa, di un’intercettazione in cui il medico Matteo Tutino (in foto) avrebbe detto al presidente della Regione Rosario Crocetta a proposito dell’ex assessore alla Salute, Lucia Borsellino, “questa va fatta saltare come suo padre”. I due cronisti sono accusati di calunnia e di diffusione di notizie false ed esagerate.

‘Mio padre in una scatola di scarpe’ è agghiacciante perché vero (di Rita Fortunato)

(l’articolo originale è qui)

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(Recensione di Rita Fortunato)

Una storia donata va sempre accolta. Questo è il pensiero che mi ha portata ad accettare la proposta di Barbara Reverberi di leggere Mio padre in una scatola di scarpe. Si tratta di un romanzo civile edito Rizzoli, scritto da Giulio Cavalli e comparso nelle librerie italiane il 17 settembre. Fresco fresco di stampa, insomma e che ho anche avuto la fortuna di incontrare sugli banconi per libri allestiti a #PordenoneLegge.

Barbara mi ha subito detto che è un romanzo bellissimo e che lei, personalmente, l’ha divorato.

Per quanto riguarda il verbo “divorare” aveva ragione ma, più che bellissimo, ho trovato l’opera agghiacciante. Ti spiego perché…

Mio padre in una scatola di scarpe è agghiacciante perché vero

Con agghiacciante non intendo dire che Mio padre in una scatola di scarpe non sia un buon libro. Fondamentalmente è un romanzo d’inchiesta tratto da una storia vera, fatta di mafia e omertà. Temi forti, dolorosi, di quelli che non si vorrebbe affrontare perché, quando te li trovi scritti neri su bianco, ti agghiacciano.

L’ho letto in due giorni e avrei voluto che finisse in maniera diversa, che non rimanesse in sospeso. Tuttavia uno scrittore non può accontentare sempre il lettore, soprattutto quando il suo obiettivo è quello di ricordare che ancora esiste una cultura dell’omertà.

Una cultura che sta stretta al personaggio principale e perno attorno al quale ruota tutto il racconto,  Michele. Per amore, il nonno cerca di inculcargli questa filosofia in tutti i modi:

“Qui le brave persone, per difendersi, diventano invisibili”.

È una persona normale, Michele. Vorrebbe solo vivere a casa sua, metter su famiglia e garantire un futuro a figli e nipoti. Assieme a lui, poche brave persone appaiono nella trama del romanzo. Massimiliano, considerato lo scemo del paese ma con un cuore d’oro, il nonno e le sue cene domenicali con il nipote e la dolcissima e coraggiosa Rosalba, detta la silenziosa.

Volente o nolente, il lettore non può fare a meno di affezionarsi a queste persone, ad augurar loro tutto il bene possibile. Ad essi va l’ammirazione dell’amico milanese Giulio:

“Quelli che cambiano il mondo sono quelli che non si fanno avvelenare dal mondo”.

Ma niente è ciò che appare. Mio padre in una scatola di scarpe parla di un’indifferenza che non è solo espressione di codardia o servilismo da parte delle persone semplici, ma anche l’unico comportamento da adottare per sopravvivere in una terra violenta comandata da violenti. Gradualmente (ed è qui che la cosa si fa particolarmente agghiacciante) ci si addentra in un contesto e in una storia dove la desensibilizzazione al dolore la fa da padrone perché, in fondo, ci si abitua a tutto, anche ai soprusi. Non c’è scelta.

Vi è un’educazione alla paura e alla sopravvivenza scambiata per coraggio in una vita quotidiana che impedisce agli abitanti di Mondragone, località dove si svolgono i fatti, di compiere il loro dovere civico e permettere che la giustizia faccia il suo corso.

“Michele, nella vita ci vuole coraggio a rinunciare. Anche a rinunciare ai principi, se serve”.

Nessuno sembra voler spezzare la catena che anno dopo anno stringe il paese in una morsa soffocante di incomprensioni, malelingue e indifferenza. Tutto ciò che accade, anche i gesti di umanità sono visti con sospetto e manipolati per mettere in cattiva luce le brave persone, distruggere la loro reputazione e creatività. La coscienza, in questo romanzo, sembra proprio non esistere. Al massimo vi è rabbia repressa e dolore raccolto e nascosto

Mio padre in una scatola di scarpe è un romanzo logorante e, sinceramente, andrebbe donato ai giornalisti che ricamano notizie prestando orecchio alle voci e non verificando le fonti, ai carabinieri che preferiscono screditare il cittadino medio pur di non perdere i ricavi e gli interessi che li legano a chi dovrebbero incarcerare, alle persone che sparlano e si fanno belli sulle miserie e i dolori altrui, convinti che andare a messa la domenica sia sufficiente per sciacquare la coscienza dalle loro ipocrisie e meschinità.

Non saprei bene cosa aggiungere sull’opera con la quale Giulio Cavalli esordisce in veste di scrittore se non che il libro andava scritto e che merita di essere letto. In mezzo a tanti testi fondamentalmente inutili, privi di messaggio, un romanzo civile come questo spicca dalla massa, per la sua agghiacciante veridicità.

Autore: Giulio Cavalli
Titolo: Mio padre in una scatola di scarpe
Casa Editrice: Rizzoli
Pagine: 288
Anno di pubblicazione: 17 settembre 2015
Prezzo di copertina: € 18

E quindi, il trattamento riservato al Prefetto Caruso?

marini-store-528x400A proposito di mafie, antimafia e beni confiscati vale la pena rileggere l’audizione in Commissione Antimafia dell’ex Prefetto Giuseppe Caruso, al tempo direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Caruso (era il 5 febbraio dell’anno scorso) disse che più di qualcosa non funzionava nella gestione dei beni confiscati e piuttosto che essere ascoltato s ritrovò addirittura a doversi difendere.

Ecco, mi piacerebbe sapere se qualcuno si prenderà la responsabilità politica di questo svarione che ha portato la Commissione a fare un buco nell’acqua.

Il verbale dell’audizione lo trovate qui.

Un’intervista con IODONNA. Su tutto.

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(Intervista di Raffaella Oliva, l’articolo originale è qui)

Era l’alba del 6 settembre 2006 quando Michele Landa fu ucciso a colpi di pistola e bruciato nella sua macchina. Era un metronotte di Mondragone, provincia di Caserta, un cittadino onesto cui era stato affidato il compito di piantonare un ripetitore per la telefonia mobile a pochi chilometri da casa, a Pescopagano. Gli hanno sparato durante un turno di lavoro, in quel periodo i clan della camorra avevano scoperto il redditizio furto delle apparecchiature telefoniche, forse Michele sapeva qualcosa, il suo sguardo indiscreto non era ben visto. Aveva 61 anni, il suo corpo carbonizzato sarebbe stato ritrovato in un fosso solo quattro giorni dopo: alla famiglia che aveva sporto denuncia per la sua scomparsa le forze dell’ordine avevano suggerito di non preoccuparsi, «sarà con l’amante».

Una morte quasi ignorata, la sua, giusto qualche trafiletto nella cronaca locale. Una morte ingiusta che oggi Giulio Cavalli, scrittore, giornalista, attore e autore teatrale che per il suo impegno contro la mafia vive sotto scorta dal 2007, racconta in Mio padre in una scatola da scarpe, il suo primo romanzo dopo diversi libri d’inchiesta, in uscita il 17 settembre per Rizzoli. «Quella di Michele Landa è una storia profondamente umana, non una vicenda “banalmente” di mafia, bensì la vicenda di un amore e di una famiglia molto unita che si ritrova coinvolta per caso in un dramma più grande di lei», dice il milanese Cavalli, classe 1977. «A Mondragone Landa non era un eroe dell’antimafia; era, più semplicemente, una persona che non voleva avere a che fare con la camorra perché non voleva avere a che fare con l’illegalità in generale. Eppure è stato costretto a soccombere».

Nel romanzo questo aspetto è chiaro: Landa non era un militante, uno di quelli che fanno della lotta alla criminalità organizzata una missione di vita.
Esatto, voleva solo seguire le regole con la geniale semplicità che fu dei nostri nonni. Negli anni l’antimafia ha spesso agito in modo vile, guidata da un sentimento di vendetta, io stesso dopo quello che mi è successo mi ero imbruttito, incattivito (Cavalli ha iniziato a subire minacce di stampo mafioso nel 2006, dopo la messa in scena dello spettacolo Do Ut Des, sulla vita dell’immaginario aspirante boss Totò Nessuno ndr). Ho poi capito che a meritare ammirazione sono coloro che con la semplicità di cui sopra non perdono di vista i propri valori quando capita loro l’occasione di essere giusti, come recita la frase che ho voluto mettere in copertina.

Leggendo il libro viene da chiedersi quanto di vero e quanto di romanzato ci sia nel suo racconto.
Se dicessi che è tutto vero si diffonderebbe l’idea che Giulio Cavalli abbia scritto un’inchiesta sulla camorra. Mettiamola così: il tessuto umano e la vicenda sono reali, e lo sono nel senso che quando Angela Landa, la figlia di Michele, ha letto il libro mi ha confidato di aver ritrovato e riconosciuto, tra quelle pagine, la sua famiglia.

I vari personaggi sono descritti nei loro tic, nelle loro particolarità, nei loro tratti più invisibili, ma eloquenti; a tratti sembra di leggere una sceneggiatura cinematografica.
Forse proprio perché prima di scrivere ho incontrato più volte Angela. Per esempio, il pranzo di famiglia con cui si chiude il libro è autobiografico: io c’ero, ero lì, e in quell’occasione ho avuto modo di scorgere i tic di quelli che sarebbero diventati i personaggi del romanzo. Credo c’entri anche il fatto che nasco come teatrante, ma c’è un ulteriore aspetto da non dimenticare: quando, com’è accaduto alla famiglia Landa, ti ritrovi a vivere una vicenda così assurda, che non ti saresti mai aspettato, ecco, in quei casi sono gli stessi protagonisti della storia a raccontare quest’ultima quasi fossero osservatori esterni, sono i diretti interessati a darne una visione filmica, cinematografica. È un meccanismo di difesa, serve a non cadere nella disperazione. Dietro alle parole c’è sempre un’umanità tremolante e commovente.

Commovente perché distante dalla mera cronaca?
Commovente perché sentire Angela Landa dire “hanno ucciso mio padre, che era la persona che insegnava a mio figlio cos’è un orto” è diverso dal sentir parlare di mafia in televisione, per esempio, dove gli argomenti sono le modalità di azione delle organizzazioni criminali o le relazioni della DDA (direzione distrettuale antimafia ndr).

Che tipo di realtà ha trovato, lei, a Mondragone?
Per fortuna non ho problemi con la camorra, li ho con Cosa Nostra, i siciliani e i calabresi soprattutto, ma con la camorra no. Per me Mondragone è Angela, i nostri incontri, le nostre conversazioni. M’interessava la temperatura emotiva della città, più che il posizionamento della stessa sullo scacchiere criminale. In passato ci ero già stato, ma per degli spettacoli, non avevo avuto modo di assorbire il territorio anche perché è un po’ complicato per me, data la mia condizione.

Da quasi dieci anni vive sotto scorta e come saprà sulle scorte i commenti si sprecano, c’è chi le considera un capriccio: come risponde?
Rispondo che nella stragrande maggioranza dei casi è effettivamente così, viviamo in un Paese in cui si dà la scorta a un attore mentre si dice alla moglie di Michele Landa “non preoccuparti, tuo marito sarà fuori a ubriacarsi con qualche prostituta”. Ciò detto, trovo l’argomento “scorta o non scorta” poco interessante, mi preme di più parlare di quell’eccesso di difesa che in passato mi ha portato ad accettare un abbruttimento, un incattivimento cui credevo di avere diritto e che, invece, mi ha fatto solo perdere tempo.

Ha superato l’abbruttimento, ma la paura, quella si supera?
Dopo un po’ scompare, ci si abitua. Io non ho paura di certe famiglie calabresi, la mia paura è di vivere in un Paese che non dà risposte, ho paura della possibilità di delegittimazione, noncuranza e dimenticanza che è un po’ il senso di questo libro.

È per questo che nel 2010 è entrato in politica, diventando consigliere regionale della Lombardia prima con l’Idv, poi con Sel?
Sono entrato in politica perché sono convinto che i mandanti di certi crimini siano politici e penso che la politica sia un passaggio necessario per portare avanti la lotta alla mafia. Le famiglie appartenenti alla criminalità organizzata sono politicissime, conoscono a memoria leggi, emendamenti, piani di governo del territorio, molto meglio di tanti altri cittadini che magari si ritengono informati. Questo significa ch
e l’antipolitica è un favore che si fa a loro. Credevo di poter essere utile.

Poi cos’è successo?
È successo che quella parentesi politica mi è costata tanto dal punto di vista professionale, il sospetto era sempre quello che qualunque cosa facessi fuori dall’ambito politico nascondesse un interesse partitico. Per non parlare della legislatura pittoresca in cui mi sono ritrovato: il figlio di Bossi, la Minetti… Ce l’ho messa tutta, ma era troppo per me, l’ecologia intellettuale ha dei limiti.

La cosa che più l’ha stupita?
La giustificazione quotidiana di bassezze umane come elemento indispensabile per ottenere un buon risultato. Giustificazione vissuta come un aspetto positivo. E lì ho capito alcune cose: l’Italia non è un Paese che non si è accorto di Andreotti, è un Paese di aspiranti Andreotti. Poi, ovvio, anche in politica ci sono persone con una bella umanità, penso a Pippo Civati, a Maurizio Martina…

Alla fine, però, ha lasciato ed eccoci al suo primo romanzo.
È questo il mio lavoro: raccontare storie. Non raccontare storie per legittima difesa, non fare l’attore civile, non fare il minacciato o lo scortato, solo raccontare
storie. Purtroppo in passato ho sentito il bisogno di difendermi, ho dovuto spesso giustificare gli stereotipi che mi venivano appiccicati addosso, per cui da giovanissimo ero il nuovo Paolini. Poi, dato che ci avevo messo il sorriso, sono diventato il nuovo Dario Fo: insomma, sono stato sempre il modello sostitutivo di qualcosa che c’era già. Ora basta, questo è un libro libero, descrive ciò che sono ora.

Nel libro racconta l’omertà in modo estremamente schietto, come qualcosa di non riconducibile soltanto alla paura.
Certo, è anche un fattore culturale: per i nostri nonni l’omertà era sinonimo di tranquillità e quest’ultima era vissuta come un dovere da buon padre. Per loro assicurare tranquillità ai figli e non creare nevrosi in famiglia era fondamentale. Ora, partendo da questa consapevolezza, sta a noi non diventare vendicativi: non penso che si possa sconfiggere una prepotenza con una prepotenza organizzata più forte, è necessario un lavoro culturale. Ci ritroviamo di frequente a tuonare contro i collusi, quel che mi chiedo è: e se dentro questa forma di collusione ci fosse una struttura culturale che non abbiamo curato abbastanza bene? È questa la domanda che il libro vorrebbe mettere sul tavolo: il nonno di Michele, che gli dice di tacere e di farsi i fatti suoi, è un vigliacco? No, bisogna andare oltre, comprendere, sfruttare la memoria di quei nonni per curare. Non credo più nei paladini antimafia che si scagliano contro tutto e contro tutti.

Descrive bene anche il ruolo complice di certe donne disposte a sposare degli uomini di mafia pur di essere mantenute e fare “la bella vita”.
Attenzione, però, a Milano accade lo stesso quando una donna si sposa con un funzionario corrotto. E anche di quelle donne va compresa una fragilità: mi fa paura il giustizialismo culturale in cui ogni tanto anch’io mi sono ritrovato imprigionato in passato. Amo le persone che non hanno bisogno di avere un nemico per restare salde sui propri obiettivi e sto imparando a essere anch’io così.
 
Si tratta di comprendere per combattere?
Si tratta di fare antimafia non usando la penna come spada ma, per esempio, raccontando una storia d’amore come ho fatto con questo romanzo. Dobbiamo ricominciare a innamorarci della legalità e ancor prima dei fragili e delle fragilità: la nostra attenzione dovrebbe essere rivolta verso chi ha paura, non verso chi ha le condizioni o la fortuna di poter non avere paura. La vera rivoluzione culturale e sociale avverrà quando comprenderemo che ognuno ha la propria battaglia personale da combattere, quindi va rispettato e trattato con gentilezza, come diceva Carlo Mazzacurati. Mio padre in una scatola da scarpe è un romanzo civile perché in un’epoca dominata dal cattivismo come quella attuale rilancia il buonismo non come debolezza, ma come senso di responsabilità sociale.

«La fragilità mi ha aiutato più delle scorte». Un’intervista.

DSC_7754__«Capita a tutti l’occasione di essere giusti». E’ ciò che racconta Giulio Cavalli nel suo romanzo Mio padre in una scatola da scarpe, edito da Rizzoli. Pagine scritte con impeto senza la consueta sete d’inchiesta, ma solo per narrare quello che accade a molti degli eroi dei giorni nostri tra umanità, omertà e bullismo.

Com’è nato quest’ultimo lavoro?
«E’ partito tutto quando ho conosciuto la figlia di Michele Landa la persona da cui nasce il racconto. Michele era un metronotte di Mondragone al quale è capitato di scontrarsi con una realtà come l’omertà che vale per il suo paese e per tutta Italia, contrariamente alla teoria che il buon padre di famiglia non deve infilarsi in situazioni pericolose. Michele è stato ritrovato ucciso nella sua auto, a pochi giorni dalla pensione. Lui è una vittima come ce ne sono tante altre, ma questa morte assume un significato simbolico enorme».

Quale?
«A tutti noi capita l’occasione di essere giusti nella vita. Lui ha scelto di essere giusto nella sua straordinaria normalità. Io penso che questo sia un paese che ha bisogno di innamorarsi dei fragili e bisogna ricominciare a capire che le persone hanno il diritto di avere paura».

Che cos’ha di diverso rispetto a tante storie che hai raccontato in passato?
«La differenza è che su questa non abbiamo scopi giornalistici, non ci interessa dire come sia stato ucciso o altro, questo è un romanzo, quello che avrei voluto e dovuto scrivere dieci anni fa. Invece ci sono state le minacce in una città come Milano e quindi io ho dovuto difendermi e nell’eccesso di difesa mi sono incattivito e adesso è come se avessi deciso di tornare al mio mestiere, non fare l’inchiesta ma prendere le temperature emotive della gente».

Il bavaglio andrebbe abolito fin dalla tenera età?
«Questo libro parla di mafia, ma anche di prevaricazione. Il fatto che ci siano ragazzi così giovani che sappiano, anche meglio di un pezzo di classe dirigente italiana, che le prevaricazioni sono quotidiane soprattutto nei luoghi dove si fa socialità, penso sia un motivo per essere ottimisti».

Quindi c’è speranza per il futuro?
«Da una parte c’è la cronaca abbastanza desolante, dall’altra penso che questo sia un Paese ricchissimo di valore umano. Dobbiamo uscire da questa cultura distorta degli ultimi dieci anni, di cui anch’io magari sono stato causa, uscire dalla logica che ogni battaglia abbia bisogno di paladini senza macchie. Alla fine abbiamo lasciato indietro le cose importanti. Io ho conosciuto fragilità meravigliose che in realtà mi hanno aiutato più delle scorte armate».

Manuela Sicuro (fonte)