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La mafia dell’antimafia e i meriti di Telejato e Pino Maniaci

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A Palermo sta succedendo un bordello. Quando tra gli indagati c’è un presidente di una sezione del tribunale (in questo caso Silvana Saguto che si occupa di misure di prevenzione) significa che qualcosa di odioso sta accadendo: arricchirsi sui beni confiscati è un tradimento triplo: alla legge, all’etica e a Pio La Torre.

Eppure questa storia che riempi i giornali è stata raccontata per la prima volta da Pino Maniaci e la sua piccola Telejato. E non ho potuto non ricordarlo in questo articolo:

Eppure ricordo benissimo i sorrisini che accompagnavano le denunce di Pino Maniaci come se in fondo un giornalista così poco pettinato, così puzzolente di sigarette e fuori dall’antimafia borghese avesse una credibilità tutta da dimostrare. Non bastano le minacce, non bastano le inchieste: nel salotto buono dell’antimafia ci entri solo se hai imparato le buone maniere, le cortesie istituzionali e la moderazione. Mica per niente uno come Peppino Impastato ci avrebbe pisciato sopra all’antimafia di maniera che va forte in questi anni. E anche Pino Maniaci, certamente. Ora che l’indagine è in corso (ed è “terribilmente seria” come ci dice qualcuno dagli uffici appena perquisiti nel Tribunale di Palermo) partirà la solita litania dei contriti che piangeranno lacrime di polistirolo.

Il resto è qui.

La mafia di Ostia che si bulla su facebook

Schermata del 2015-09-11 21:21:54

Il capostipite della famiglia Spada, che secondo la DDA insieme ai Fasciani (e imparentata con i Casamonica) controlla le attività illegali di Ostia su facebook sfoggia la propria prepotenza contro le istituzioni e i giornalisti che scrivono di lui. La violenza dei vicoli oggi si srotola anche sui social network e vedrete che fra qualche anno qualche “professore” ci dirà che non ce ne siamo accorti. Noi.

Ne ho scritto qui.

Ignazio Cutrò, il testimone di giustizia fallito per colpa dello Stato, mica per la mafia.

dsc_58941-300x225Il Servizio Centrale di Protezione alcuni mesi fa ha proposto una modifica di legge che permetterebbe ai testimoni di giustizia che decidono di non “scappare” in località protetta di continuare a vivere nel proprio luogo di origine, sostenuti alle stesse condizioni degli altri. “Sarebbe un segnale fortissimo” ci dice Ignazio Cutrò, che oltre che testimone di giustizia è anche presidente dell’associazione che li rappresenta. “E invece io sono alla fame e i miei figli hanno dovuto interrompere gli studi”. Altro che lotta alla mafia.

Ne ho scritto qui.

La nuova SCU secondo il pentito Greco

Gioele GrecoLa nuova Scu dopo il pentimento di Gioele Greco. Acquisti di ingenti partite di droga grazie ad alleanze strette con organizzazioni mafiose attive nel brindisino, nel milanese e nel napoletano. E poi l’utilizzo di corrieri insospettabili come l’avvocato leccese attualmente sospeso dall’Ordine per altri fatti. Ma la Scu 2.0, che ha ereditato il comando dopo l’eclissi del boss Nisi, avrebbe stretto accordi anche con rappresentanti del campo rom “Panareo”per il rifornimento di armi.

Le dichiarazioni dell’ultimo collaboratore della criminalità leccese hanno messo le ali ad una nuova inchiesta antimafia. Se da un lato, infatti, i verbali dell’ultimo collaboratore di giustizia hanno arricchito e irrobustito le ipotesi di reato contenute nell’operazione “Eclissi” dall’altro hanno consentito agli inquirenti di aprire un nuovo fascicolo d’inchiesta.

Le indagini sono state condotte dagli agenti della Sezione della Criminalità Organizzata della Squadra mobile e nell’informativa confluita sul tavolo del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Guglielmo Cataldi compaiono i nomi di 15 persone: Manuel Prinari, 29 anni, di Lecce; Luca Mita, 29, di Lecce; Alex Bianco, 30, di Milano; Francesco Lamantea, 30, di Bareggio in provincia di Milano; l’avvocato, attualmente sospeso, Gianluca Starace, 44, di Lecce; Francesco Mele, 40 anni, di Napoli; Ciro Della Noce, 38, di Napoli; Gennaro Hajdari, detto “Toni”, 32, residente presso il campo rom “Panareo”; Salvatore Pezzuto, 28 anni, di Frigole; Davide Verbena, 27, di Seclì; Diego Rizzo, 31 anni, originario di Lecce ma residente in provincia di Treviso; Ivan Spedicati, detto “Spedorso”, 25, di Surbo; Antonio Vitale, 33, di Trepuzzi; Valentino Nobile, 25, di Surbo e Ckerki Fahir, 54, di origini marocchine ma residente a Modena. Le accuse, a vario titolo, contestate ai 15 indagati sono quelle di associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e detenzione e spaccio.

Le dichiarazioni del giovane leccese hanno così consentito di delineare l’evoluzione della Scu negli ultimi anni con particolare riferimento alla frangia capeggiata da Roberto Nisi attiva su Lecce e Surbo e poi ramificatasi nei comuni di Cavallino, Castromediano, Lizzanello, Merine, Vernole, Melendugno, Caprarica e Calimera. Nuove dinamiche, organigrammi aggiornati, con indicazione dei vari affiliati e i loro rispettivi gradi, estromissione del ruolo di capo di Roberto Nisi e l’affermazione del sodalizio capeggiato da Pasquale Briganti. E poi ancora i contrasti con la frangia retta da Andrea Leo.

Non solo. Gioele Greco ha anche svelato i contatti del clan con il campo nomadi “Panareo” sulla via per Campi. In particolare con Gennaro Hajdari per l’acquisto di armi in cambio di partite di droga. Racconta il pentito leccese il 22 maggio scorso: “Tutte le armi che io e … avevamo a disposizione ce le forniva tale Gennaro, detto “Tony”…Lo scambio armi/droga avveniva all’interno del campo nomadi. Il “Toni” incaricava alcuni ragazzini che vivono all’interno del campo i quali si recavano in una vicina discarica dove prelevavano le stesse. Il “Toni” mi riferì che quelle armi le faceva giungere dal Montenegro occultate all’interno del serbatoio di combustibile delle macchine”.   

(fonte)

Il caporalato come la mafia. Cioè?

maurizio-martina-ot-300x225Martina: “Combattere il caporalato come la mafia. Expo? Ne siamo orgogliosi”
“Il caporalato? Entro 15 giorni un piano per risolvere l’emergenza”. “Lo spreco alimentare? Abbiamo già risultati importanti”. “Expo? Numeri e risultati importanti”. “Milano? Ci sono le energie per lavorare bene”. La mia intervista al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina è qui.

Quella bomba ad Altamura, la morte di ‘Zidane’ e l’antimafia un po’ strabica

1469758_1033163253368866_4823456023248112268_n-300x225Ad Altamura qualche mese fa, forse ve lo ricorderete, è scoppiata una bomba in una sala giochi. Un attentato mafioso in piena regola. Qualche settimana fa il ferito più grave è morto. Lo chiamavano Zidane, perché aveva il numero 10 sulle spalle e i piedi di fata. Mafia, morte e calcio: negli USA ci farebbero un film e qui non ce ne siamo nemmeno accorti. E invece è una storia che annega il cuore. Ne ho scritto qui.

‘Ndrangheta, i De Stefano tornano a piede libero

di AMDuemila – 24 agosto 2015
de-stefano-giuseppe-collageCi sono Orazio, Giovanni e Paolo Rosario, tra meno di due anni toccherà anche a Carmine. Sono i membri della famiglia De Stefano (si legge sulle colonne de L’Espresso) che hanno scontato o sconteranno a breve le rispettive condanne. Giuseppe De Stefano, attualmente dietro le sbarre e figlio del noto capobastone, il defunto don Paolino De Stefano, è insieme ai suoi fratelli principale capo indiscusso della ‘ndrangheta. Ma gli altri pilastri di famiglia che torneranno in libertà non sono certo da meno: Carmine de Stefano, 47 anni e fratello maggiore di Giuseppe (in foto), è tornato in carcere lo scorso febbraio (a causa del ripristino di una precedente carcerazione per associazione mafiosa e traffico di sostanze stupefacenti) per alcuni delitti commessi tra la Calabria e Milano (tra la seconda metà degli anni Ottanta ed i primi anni Novanta) insieme a Giuseppe ed al suocero Franco Coco Trovato, referente della cosca in terra lombarda. La prima moglie di Carmine è Giusy Coco Trovato, figlia di Franco, che i due fratelli avevano condannato a un colpo in testa e una sepoltura nello Stretto per aver confessato di essere in realtà innamorata di Giuseppe, e non di Carmine De Stefano. Un segreto che divenne di dominio pubblico nel momento in cui la donna fece leggere il proprio diario a Vincenzino Zappia, uno dei luogotenenti del clan ‘ndranghetista. La condanna sfumò solo grazie all’intercessione di Coco Trovato, intervenuto in difesa della figlia.
Orazio De Stefano, zio di Giuseppe, latitante dal 1988 e catturato 16 anni dopo, dopo la morte del fratello Paolo (ucciso in un agguato nel 1985) si era messo a capo della cosca. Proprio l’assassinio di don Paolino aveva dato il via alla guerra di mafia che a Reggio Calabria aveva mietuto fino al ’91 centinaia di vittime tra i clan, compresi due fratelli De Stefano, Giorgio e Giovanni. Orazio era stato scoperto in un appartamento di lusso presso Parco Caserta, un complesso residenziale del capoluogo reggino. Nel momento del suo arresto, eseguito alla squadra mobile di Reggio Calabria, diretta da Salvatore Arena, il boss invece di opporre resistenza si era limitato a dire, stringendo la mano ad Arena: “Sono Orazio De Stefano, sono onorato di fare la vostra conoscenza. State tranquilli, non sono armato. Datemi il tempo di fare le valigie e sono a vostra completa disposizione. Oggi si chiude la lunga parentesi della mia latitanza”. Il boss che era entrato nella “top five” dei latitanti più pericolosi d’Italia è già nuovamente a piede libero. A ottobre, invece, sarà la volta di Paolo Rosario De Stefano, cugino di Giuseppe, arrestato nel 2009 nel suo rifugio di Sant’Alessio Siculo, una villetta vicino al mare a pochi chilometri da Taormina. Per Giuseppe De Stefano, 47 anni, c’è ancora una lunga condanna da scontare (nel 2003 è stato condannato a 18 anni per traffico di droga e a 30 per associazione mafiosa) ma la sua forza e il suo prestigio si stanno via via fortificando: proprio in carcere, a Reggio, il boss ha ricevuto il rango di “Crimine”, il vertice della ‘ndrangheta del quale fanno parte le più importanti famiglie ‘ndranghetiste tra cui, oltre a i De Stefano, i Condello, i Libri e i Tegano. Ma sono i primi, in particolare, ad aver fatto della ‘ndrangheta una vera e propria holding criminale con entrature nell’alta politica e finanza, oltre a vantare una forza economica senza eguali grazie soprattutto ai proventi del traffico di droga, di cui è la mafia calabrese a detenere la quasi totalità del monopolio nel mondo occidentale. Dagli anni della guerra di mafia, a quelli della strategia della tensione, al golpe Borghese, i De Stefano hanno curato canali privilegiati con gli ambienti della massoneria e dei servizi segreti, e tuttavia mantenendo quel basso profilo che ha consentito loro di accedere ai piani più alti.
Emblematici, in questo senso, i legami stabiliti a Milano, una sorta di associazione criminale segreta che avrebbe creato “rapporti criminogeni per milioni di euro creando utili sotto forma di crediti d’imposta per riciclare i soldi sporchi”. Tra le società coinvolte (secondo quanto era stato scoperto durante il blitz scattato nel 2013) la Ficantieri e la multinazionale Siam, la quale vantava contatti preferenziali ai vertici della regione lombarda, con Roberto Formigoni, con Giuseppe Scopelliti invece per la Calabria. Tra gli organizzatori ci sarebbe stato anche Bruno Mafrici, nominato consulente del ministero della Semplificazione da Belsito, che ne era sottosegretario, così da permettere di accedere a bandi e investimenti statali. Mafrici avrebbe curato anche i rapporti con i politici calabresi, tra cui proprio Scopelliti. Secondo il collaboratore di giustizia Nino Fiume, avrebbe inoltre frequentato casa De Stefano a metà degi anni ’90, stringendo legami anche con politici del Nord, come il leghista Francesco Belsito. Voti e consenso, ciò su cui hanno puntato i De Stefano, ma anche colossali investimenti, in Italia come all’estero, nei paradisi fiscali che sono vere e proprie lavatrici di denaro sporco, individuando soggetti esterni all’organizzazione criminale in grado di gestirne il patrimonio. Una linea che ha avuto inizio già dagli anni ’70 con gli storici capibastone, Paolo e Giorgio De Stefano, e che ha permesso alla ‘ndrangheta di avere numerose entrature negli ambienti politici, istituzionali ed economici a livello mondiale.

Lucia Borsellino, una buona notizia

Partendo dal fatto che considero il falso scoop de L’Espresso (con tanto di sacerdote antimafia che invocava le dimissioni) uno dei momenti più bassi della politica, del giornalismo e tutto il resto e considerando che da queste parti non si lesinano le critiche, penso che la nomina di Lucia Borsellino all’agenzia per i servizi sanitari regionali per occuparsi di anticorruzione sia un’ottima notizia.

E non perché abbia un cognome importante o perché vada risarcita, no: perché ha dimostrato di avere la schiena diritta. E noi abbiamo tanto bisogno di persone con la schiena diritta in mezzo a quel magma che è la nostra classe dirigente.

Buon lavoro, Lucia.

Le parole (sante) di Gratteri: basta soldi alle associazioni antimafia

Non ha peli sulla lingua, Gratteri, e ogni volta che parla vale la pena tenere bene a mente ciò che dice:

Tabularasa-2014-Gratteri-5-360x240«Ai ragazzi nelle scuole faccio esempi, parlo della non convenienza a delinquere. Spiego cosa rischia un corriere della droga, cosa accade in carcere o cosa accade ai familiari. Ho scelto da tempo di andare negli istituti di pomeriggio e non di mattina perché le ore di lezione sono diminuite a causa dei progetti, in particolare quelli sulla legalità. Spesso si fa entrare nelle scuole gente improbabile, che nasce dal nulla inventandosi un profilo da persona che combatte la mafia, magari dopo aver fatto da maggiordomo a qualche magistrato, facendosi vedere con lui per un paio di mesi. Iniziando a girare per le scuole si intrufola, si inventa un mestiere e comincia a chiedere dei soldi. Da un po’ di anni dico: nelle scuole andiamo di pomeriggio. E ai politici, regionali, provinciali e comunali dico di non dare soldi alle associazioni antimafia: mettetevi in rete, create un fondo comune, fate dei protocolli con i provveditori agli studi e predisponete delle graduatorie degli insegnanti precari. Durante le ore pomeridiane fate in modo che si ricominci a parlare con i ragazzi, riaccompagnandoli nel mondo reale. Mi si dice che per far questo c’è bisogno di soldi. Ma i soldi ci sono, so di progetti costati 250.000 euro. Non è etico, non è morale, non è giusto. In nome di gente che è morta, che è stata uccisa, non è giusto che si spendano 250.000 euro per una manifestazione antimafia. Ogni cosa deve avere una proporzione, un limite, un senso. Immaginate con tali cifre quanti insegnanti precari avremmo potuto assumere. Dobbiamo cercare di essere più seri e più presenti e contestare queste cose. Personalmente mi sono rifiutato di partecipare a certi convegni e a certe manifestazioni antimafia perché avevo capito anni prima che c’era qualcosa che non andava. Mi piacerebbe che la gente interagisse di più con il potere politico. La vera lotta alla mafia passa dalla formazione dei ragazzini delle elementari e delle medie. La manifestazione antimafia va fatta, certo, ma deve essere spontanea e a costo zero: per camminare con una candela non mi servono 50.000 euro».

(fonte)