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Nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, con parole d’umiltà formo la santa società …

“Buon vespero e santa sera ai santisti! Giustappunto in questa santa sera, nel silenzio della notte e sotto la luce delle stelle e lo splendore della luna, formo la catena! Nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, con parole d’umiltà formo la santa società …”. E’ il boss che parla. Gli altri affiliati, riuniti in cerchio, ascoltano in silenzio. La sacralità del rito ricorda una messa, invece si tratta della cerimonia di conferimento della Santa, il più alto grado di affiliazione ‘ndranghetista. Che va in scena non in Calabria, ma nella Lombardia di Expo. Finora, solo i pentiti (pochi) lo avevano raccontato. Adesso, le telecamere nascoste del Ros dei carabinieri di Milano lo mostrano per la prima volta nella sua interezza. Fermi immagine definiti storici dagli inquirenti che questa mattina hanno arrestato 40 persone nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia milanese. Un altro duro colpo alla ‘ndrangheta del nord inferto dai carabinieri guidati dal tenente colonnello Giovanni Sozzo. Che arriva a pochi giorni di distanza da un’altra operazione che ha smascherato gli appetiti dei mammasantissima attorno ai subappalti dell’Esposizione universale.

L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata firmata dal gip Simone Luerti. Le accuse a vario titolo contro i 40 indagati sono associazione di tipo mafioso, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi. Al centro dell’operazione “Insubria“, nata dalla storica inchiesta “Infinito“, la prima a riconoscere il radicamento al nord italia delle cosche calabresi, tre sodalizi della ‘ndrangheta radicati nel comasco e nel lecchese, con diffuse infiltrazioni nel tessuto locale e saldi collegamenti con le famiglie di origine. Oltre alla Lombardia (Milano, Como, Lecco, Monza-Brianza, Bergamo), gli arresti sono avvenuti anche in provincia di Verona e Caltanissetta. L’inchiesta della Dda, coordinata dai pm Ilda Boccassini, Paolo Storari e Francesca Celle, ha riguardato in particolare le cosche dei comuni brianzoli di Calolziocorte, di Cermenate e di Fino Mornasco, tutte facenti parte della nuova ‘Ndrangheta del Nord Italia, chiamata “La Lombardia”.

Dopo due anni di intercettazioni ambientali e filmati, sono stati documentati, in particolare, i rituali mafiosi per il conferimento delle cariche interne e le modalità di affiliazione. È la prima volta che viene ripresa la cerimonia di conferimento della Santa. I filmati, che riprendono i boss durante le cosiddette “mangiate“, mostrano l’uso di un linguaggio in codice, in cui il capo della locale viene chiamato Garibaldi, il contabile Mazzini, mentre il Mastro di giornata, tra le più alte cariche dell’associazione, viene chiamato La Marmora. Un altro filmato mostra tutta la violenza delle ‘ndrine: i giuramenti vengono fatti davanti con una pistola e una pastiglia di cianuro, che servono come monito al nuovo affiliato sulla sua sorte in caso di tradimento o “grave trascuranza”. Quanti colpi ha in canna, ne dovete riservare sempre uno!”, spiegano i boss, intercettati, altrimenti c’è sempre “una pastiglia di cianuro” oppure “vi buttate dalla montagna”.

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Marcello Dell’Utri il “coglionazzo”

Berlu-cappellone-800-800x540-680x365Prosegue nell’aula bunker l’interrogatorio di Angelo Siino:

Ha mai conosciuto Aldo Ercolano?
Si, era figlio del cognato di Santapaola, lo conoscevo nell’ambito della zona industriale di Catania. Eravamo abbastanza confidenti tra noi così come con altri personaggi della mafia catanese.
Lei ha conosciuto Salvo Andò?
No, me ne parlò l’Ercolano quando mi disse che era venuto nella zona industriale a raccomandare la questione socialista che era in atto allora: la questione dei voti che dovevano andare ai socialisti (votazioni ’87), era già successo in una votazione precedente. Si doveva votare per un personaggio che non contava, Tony Barba, ma era un segnale da dare ai politici per dire noi votiamo socialisti. Si trattava di elezioni regionali.
Lei ha mai sentito parlare da Ercolano o da altri di un progetto di uccidere Salvo Andò?
Non ricordo bene, poi l’Ercolano mi aveva detto che suo padre che allora reggeva il mandamento di Catania che era contrario a fare iniziative contro Andò.
Il pm gli contesta una sua dichiarazione del 24 novembre 1999 al processo di appello Capaci. In quella occasione Siino diceva che Ercolano gli aveva detto che Andò prima si era preso i voti e poi si diceva che era amico del dott. Falcone e quindi doveva essere eliminato.
Si ricordo, la mia esitazione era che i due periodi erano diversi. Di questo progetto se ne parlava dopo l’uccisione di Falcone, Salvo Andò si professava amico di Falcone ed era molto critico nei confronti dell’omicidio perpetrato a Capaci. In quella occasione Ercolano diceva che si doveva ammazzarlo così come Martelli perché si erano fottuti i voti e poi tiravano i calci come gli asini.
Da chi ebbe queste informazioni?
Io ero codetenuto con Francesco Mangion vice rappresentante della famiglia di Catania che, riferendosi a Ercolano mi diceva: ma questo manco lo conosce Salvo Andò, che va dicendo? Sono tutte fesserie. Io lo ascoltavo senza interesse.
Lima con lei ebbe mai a commentare l’incarico a ministero della Giustizia che Martelli conferì a Falcone.
Me lo commentò in parecchie circostanze, quando io mi lamentavo dei detenuti liberati e poi subito riarrestati lui mi diceva: ma tu hai capito quello che hanno combinato gli amici tuoi? Vedi quello che sta succedendo, pensavate che ‘u preside, che era Andreotti, non lo capiva questa situazione? Si sarebbe vendicato… quel cane rognoso, così chiamava Falcone, ora è diventato primo dirigente del ministero della giustizia.
Lima le esplicitò a quale situazione si riferisse?
Si era la questione del decreto che aveva riportato i miei amici mafiosi in galera, quelli che avevano creato l’accordo con Martelli per farlo votare.
Nino chiede con riferimento alla strage di via D’Amelio, lei nel periodo successivo ebbe a commentare o ascoltare commenti da esponenti di uomini di Cosa Nostra.
Si, avvenne in più occasioni, furono soprattutto Pippo Calò e Bernardo Brusca a lamentarsi dicendo chi fu quella bella mente che gli venne in mente di fare questa cosa? Io non sapevo nulla. Sia Brusca che il Calò si lamentavano che loro non avevano saputo niente ed era stato il personaggio che si era preso questa responsabilità. Io dicevo: non lo so non sono alla mia altezza, non so chi possa avere dato questo input.
Brusca e Calò si lamentavano di qualcosa in particolare?
Si non capivano chi e perché aveva deciso una cosa del genere.  Ho avuto modo di parlarne a Termini Imerese, lì ho incontrato Brusca, Calò e Montalto che mi dissero che non sapevano chi fosse stato il personaggio che aveva deciso di uccidere Borsellino, c’erano dei problemi che avevano portato all’accelerazione dell’uccisione di Borsellino. Confermo questa mia dichiarazione, c’era un sacco di gente che diceva che le cose dopo l’uccisione di Falcone si erano quietate e quindi perché avevano fatto quest’altra cosa che aveva portato al 41bis a tante persone? Questo me lo aveva detto Bernardo Brusca e Pippo Calò.
Ci furono altri commenti?
Non ricordo.
Lei ha conosciuto Marcello Dell’Utri?
Si l’ho conosciuto per una circostanza casuale, i fratelli Dell’Utri erano 3, uno di questi era compagno mio di scuola media, gli altri due erano liceali. Erano delle persone che sapevano giocare bene a calcio. Ho avuto modo di conoscerli. Con il fratello piccolo, che poi morì, ero compagno di scuola e avevo più confidenza.
Lei ha mai incontrato a Milano Marcello Dell’Utri?
Si una volta che andai a Milano usciva da un edificio di costruzione del periodo fascista insieme ad altri personaggi che sapevo essere residenti a Milano, o vicini o membri di Cosa Nostra. Io ero andato a Milano e successivamente in Svizzera con Stefano Bontate, siamo nel periodo antecedente agli anni’80, nel periodo in cui c’era Sindona a Palermo.
Quando vide scendere Marcello Dell’Utri riesce a indicare quella scena?
La scena la potrei dipingere, ma non ricordo con chi era, mi pare con personaggi di Cosa Nostra palermitana ma non ricordo chi fossero.
Lei il 15 settembre del ’97 ha riferito: in genere io attendevo in macchina il Bontade, vidi scendere il Bontate, un fratello Martello, forse Alessandro, Mimmo Teresi e uno dei fratelli Dell’Utri che mi fu presentato come Marcello.
Confermo.
Lei ha mai saputo se Marcello Dell’Utri avesse avuto rapporti finanziari con Vito Ciancimino?
Si c’è stato un momento che l’hanno avuti ma Ciancimino lo definiva un coglionazzo, mi venne detto anche da Stefano Bontate. Io dicevo: questo si è comprato la Venchi Unica, poi la Bresciana costruzioni, aveva fatto degli affari con Vito Ciancimino che era legato a un personaggio di Villabate, un consigliere comunale di Palermo della sua corrente. Questo me lo disse Vito Ciancimino e si riferiva ad affari avuti precedentemente a quel momento (fine anni ’70) li aveva avuto nella prima metà degli anni ’70. Anche Stefano Bontate mi parlò di questi rapporti tra Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri. Eravamo in una via famosa di Milano.
Lei nel verbale del ’97 disse: Stefano Bontate mi aveva detto di affari tra Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri nell’edilizia.
Si, la Bresciana costruzioni.
Lei quando era detenuto in relazione alle elezioni del 1994 ha avuto modo di parlare con mafiosi di rango così da avere notizie sulle indicazioni di Cosa Nostra?
Ho avuto modo di avere parecchi contatti all’interno del carcere di Termini Imerese, quando usciva il primo turno d’ora d’aria passava dalle celle e io ero soddisfatto perché tutti gli uomini di alto rango di Cosa Nostra passavano da me per avere consigli da me su questioni politiche ed altro. Io ero stato presentato da un certo Guarneri di Canicattì come uomo d’onore. In quelle occasioni mi venivano chieste indicazioni o mi dicevano quello che dovevano fare. Avevano detto a mia moglie che io dovevo far votare Forza Italia. Io avevo cercato di sminuire la cosa perché non volevo che mia moglie si occupasse di quella cosa. Io sempre con i limiti del 41bis ho avuto modo di sentire altre persone e di fare rinioni e quindi dissi a tutti che si doveva votare per Forza Italia. Anche all’aula bunker di Caltanissetta all’udienza preliminare Leopardo con Piddu Madonia mi disse: Angelo per chi dobbiamo votare? Io dissi forte Forza Italia, ma anche per Violante, per sviare l’attenzione.

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E’ arrivato il tritolo

Schermata 2014-11-12 alle 23.28.55Ancora allarmi per il magistrato Nino Di Matteo, pubblico ministero del processo trattativa Stato-mafia. Secondo quanto scrive Repubblica, una fonte considerata “molto attendibile” dagli inquirenti ha rivelato che il tritolo per organizzare un attentato a Di Matteo si troverebbe già a Palermo, situato in diversi punti. Raccolto da diversi mesi, ormai, dalle famiglie mafiose palermitane. Le dichiarazioni della fonte in questione sono però poste sotto un rigido segreto investigativo.
È stato Leonardo Agueci, procuratore facente funzioni a Palermo, a comunicare l’emergenza sicurezza al Viminale. Nella mattinata di ieri ha avuto luogo un vertice con la presenza dei magistrati, delle forze dell’ordine, dei Gis dei carabinieri e dei Nocs della polizia, per potenziare le condizioni di sicurezza del pubblico ministero di Palermo.

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Un sano ostracismo

Un importante articolo de IlSole24Ore:

Repressione e partecipazione. Sono i due pilastri su cui si regge la possibilità di ridurre i fenomeni di criminalità che inquinano il Paese. Ma mentre la repressione, affidata allo Stato, ha via via affinato strumenti e capacità offensive, sul lato della società civile, le cose non vanno bene.

Ce lo ricordano alcuni volti seduti in Parlamento a legiferare, nonostante disavventure giudiziarie di ogni tipo; ce lo ricordano professionisti colti con le mani nella gelatina di favoreggiamenti, false attestazioni, perizie compiacenti, ma che nessuno cancella dagli albi; ce lo ricordano dipendenti pubblici che rubano, truccano carte e timbri, passano informazioni in cambio di denaro e restano al loro posto; ce lo ricordano gli imprenditori che invece di correre in Procura, si accordano in silenzio e alimentano il malaffare negli appalti. Fino a episodi che hanno dell’incredibile. E non ci riferiamo tanto agli inchini dei santi davanti alla casa dei boss o ai fuochi d’artificio e i caroselli di auto di un quartiere di Reggio Calabria, in onore di don Nuccio Cannizzaro, il prete “salvato” dalla prescrizione dopo aver testimoniato a favore di un criminale. Sono episodi antropologicamente misteriosi di un’Italia misconosciuta e confusiva. Ben più delle processioni ad personam, deve allarmare l’accoglienza riservata – e siamo a Roma, nell’estate 2012 – a un notissimo commercialista appena scarcerato dopo una retata di evasori fiscali.

Riportano le cronache locali, che mentre «al processo affiorano ulteriori elementi sul rapporto tra Carlo Mazzieri e Cesare Pambianchi »(già patron di Confcommercio e neopresidente di Assonautica) imputati di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale, la Procura chiude una nuova tranche dell’inchiesta dalla quale, un anno prima, «erano scaturiti arresti eccellenti e sequestri milionari, con 703 aziende coinvolte». In quei mesi, Pambianchi aveva mantenuto la presidenza di Confcommercio Lazio e, successivamente, era anche stato nominato al vertice di Assonautica. Ed ecco che il cronista annota: «Cesare Pambianchi, Cesarone per gli amici, è tornato. È arrivato quasi in incognito e ha preso posto in platea: qualche abbraccio, qualche saluto ai presenti. E, dopo il convegno, la pausa pranzo: in piedi, al buffet, per un piatto di pasta e quattro chiacchiere insieme a un amico. Imbarazzo? Nessuno.

Ma, tra gli addetti ai lavori, la sua presenza non è passata inosservata». E c’è da crederci: nonostante sia finito in carcere e poi ai domiciliari, “Cesarone” non ha mollato la poltrona di Confcommercio Lazio. «Niente elezioni e, soprattutto, niente passo indietro volontario». Un episodio talmente sconcertante e significativo, da essere ricordato poche settimane fa a un convegno milanese dal Procuratore di Roma.
Ci sono voluti decenni e stragi terribili perché nelle coscienze maturasse una sana intolleranza per la mafia, ed ecco che ritroviamo i medesimi strabismi, gli stessi interessati silenzi, le stesse ambiguità e gli speciosi distinguo, nei confronti della corruzione e dei suoi longevi protagonisti. Non basta né serve arrestare un criminale, se questi viene poi reinserito senza pagare pegno negli stessi ambienti professionali da cui ci si aspetterebbe, invece, un sano ostracismo.

I numeri sui beni confiscati

Un articolo di Danilo Rota:

Alla direzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata si sono finora succeduti quattro prefetti: Alberto Di Pace (da febbraio ad aprile 2010), Mario Morcone (da aprile 2010 a giugno 2011), Giuseppe Caruso (da giugno 2011 a giugno 2014) e Umberto Postiglione (da giugno 2014).
Eppure nessuno di loro ha redatto nei tempi stabiliti il resoconto sull’attività svolta dall’Agenzia.
Infatti, nonostante sia l’art. 3, c. 1 del decreto-legge n. 4/2010 (poi convertito dalla legge n. 50/2010), sia l’art. 112, c. 1 del decreto legislativo n. 159/2011 (Codice antimafia) impongano al Direttore di presentare la relazione ogni 6 mesi, essa ha sempre avuto cadenza annuale.
L’ultima disponibile è stata resa nota all’inizio del 2013 e si riferisce all’anno 2012 (quella per il 2013 avrebbe dovuto essere pubblicata tra il gennaio e il marzo scorsi, ma ad oggi resta un mistero).
Leggendola si scopre che al 31 dicembre 2012 i beni confiscati alle mafie in via definitiva sono 12.946: 11.238 immobili e 1.708 aziende.
Degli 11.238 immobili:
 
– il 52,14% (5.859 immobili) è stato destinato e consegnato a comuni (5.010), forze dell’ordine, vigili del fuoco e capitanerie di porto (646), ministeri (104), province e regioni (89), altri enti (10);
– il 35,55% (3.995 immobili) è in gestione: per 1.668 immobili lo stato di manutenzione è ignoto, per 873 è valutato “soddisfacente”, per 686 “mediocre”, per 664 “buono” e per 104 “inagibile”.
Inoltre:
2.819 sono gravati da una o più criticità (come ipoteche e procedure giudiziarie in corso);
1.556 hanno gravami ipotecari certi. Su 1.065 pesa un’ipoteca volontaria, su 343 un’ipoteca giudiziale, su 76 un pignoramento, su 59 un’ipoteca legale, su 13 altro;
– l’8,07% (907 immobili) è stato destinato, ma non consegnato: 377 immobili sono gravati da ipoteca;
– il 4,24% (477 immobili) è uscito dalla gestione. I motivi principali sono la revoca della confisca e le esecuzioni immobiliari.
Delle 1.708 aziende:
– il 70,90% (1.211 aziende) è in gestione (ma tante aziende non hanno dipendenti e stanno per uscire dalla gestione): per 393 imprese non è ancora stata trovata una destinazione, mentre le destinazioni disposte alle rimanenti 818 sono le seguenti:
342 liquidazione;
237 gestione sospesa;
189 chiesta la cancellazione dal registro delle imprese e/o dall’Anagrafe Tributaria;
44 vendita;
6 affitto;
– il 29,10% (497 aziende) è uscito dalla gestione perchè la confisca è stata revocata (14) e le aziende sono state:
cancellate dal registro delle imprese e dal repertorio delle notizie economiche e amministrative (285);
liquidate (153);
vendute (45).
Ma quanto tempo impiega lo Stato italiano per destinare i beni confiscati ai mafiosi?
Per saperlo, è necessario leggere la relazione annuale 2009 del Commissario straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati ad organizzazioni criminali (Antonio Maruccia), pubblicata nel novembre 2009 (il commissario ha cessato le proprie attività con l’istituzione dell’Agenzia nazionale nel 2010).
Alla data del 30 giugno 2009:
– i tempi impiegati dallo Stato per destinare gli immobili confiscati alle mafie (totale immobili destinati: 5.407) sono i seguenti:
entro 4 mesi dalla confisca definitiva (limite previsto dalla normativa vigente): lo 0,06% degli immobili (3);
dopo 4-12 mesi: il 2,44% degli immobili (132);
dopo 1-2 anni: il 15,44% degli immobili (835);
dopo 2-5 anni: il 37,43% degli immobili (2.024);
dopo 5-10 anni: il 32% degli immobili (1.730);
dopo oltre 10 anni: il 12,63% degli immobili (683).
Tempi medi per la destinazione: 5 anni e mezzo (5,55);
– i tempi da cui è attesa la destinazione degli immobili confiscati alle mafie (totale immobili ancora da destinare: 3.213) sono i seguenti:
0-4 mesi: lo 0,62% degli immobili (20);
4-12 mesi: il 3,52% degli immobili (113);
1-2 anni: il 18,30% degli immobili (588);
2-5 anni: il 24,31% degli immobili (781);
5-10 anni: il 40,68% degli immobili (1.307);
oltre 10 anni: il 12,57% degli immobili (404).
Tempi medi di attesa: poco più di 6 anni (6,22).
– i tempi impiegati dallo Stato per destinare le aziende dopo la confisca definitiva (totale aziende confiscate in via definitiva alle mafie e poi destinate: 642) sono i seguenti:
entro 4 mesi: l’1,75% delle aziende (17);
dopo 4-12 mesi: il 5,57% delle aziende (54);
dopo 1-2 anni: il 15,69% delle aziende (152);
dopo 2-5 anni: il 20,64% delle aziende (200);
dopo 5-10 anni: il 15,38% delle aziende (149);
dopo oltre 10 anni: il 7,22% delle aziende (70).
Tempi medi per giungere alla destinazione delle aziende destinate dopo la confisca definitiva: 4 anni e mezzo (4,58).
– i tempi da cui è attesa la destinazione delle aziende confiscate alle mafie (totale aziende ancora da destinare: 216) sono i seguenti:
0-4 mesi: lo 0,93% delle aziende (2);
da 4-12 mesi: il 10,19% delle aziende (22);
da 1-2 anni: il 31,48% delle aziende (68);
da 2-5 anni: il 33,33% delle aziende (72);
da 5-10 anni: il 13,89% delle aziende (30);
da oltre 10 anni: il 10,19% delle aziende (22).
Tempi medi di attesa: quasi 4 anni (3,78).
Chissà perchè da 5 anni a questa parte i dati statistici sui tempi non sono più rendicontati e resi noti dall’Agenzia nazionale…

Come abbiamo visto, secondo il rapporto dell’Agenzia per l’anno 2012, la stragrande maggioranza degli immobili confiscati, destinati e consegnati passa dalla proprietà statale a quella comunale (l’85,51%).

Ma i comuni come utilizzano questi beni?
Dobbiamo nuovamente ricorrere alle informazioni contenute nella relazione del 2009 presentata dal Commissario straordinario.
Sono stati interpellati tutti i 480 comuni assegnatari dei 3.796 immobili complessivamente consegnati dallo Stato centrale. Il 75,42% dei comuni (ovvero 362) ha risposto, per un corrispettivo di 3.141 immobili. Tutte le amministrazioni comunali interpellate dell’Italia settentrionale e centrale, della Basilicata e della Sardegna hanno fornito una risposta, mentre per il Sud Italia continentale (Campania, Calabria, Puglia e la stessa Basilicata) lo ha fatto il 72,86% dei comuni interpellati (145 su 199). Inquietante il dato siciliano: solo il 42,86% dei comuni interpellati ha voluto rispondere (48 su 112).
Dei 3.141 immobili consegnati ai comuni e di cui sono pervenute informazioni tra l’aprile e il novembre del 2009, soltanto il 47,41% viene utilizzato (1.489 immobili). I comuni del Nord utilizzano il 62,80% di tutti gli immobili a loro consegnati (319 su 508), quelli del Centro il 53,17% (109 immobili su 205), quelli del Sud continentale – ovvero Campania, Calabria, Puglia e Basilicata – il 35,29% (512 immobili su 1.451), infine quelli siciliani il 55,95% (522 immobili su 933). La regione più virtuosa è la Basilicata, dove sono stati utilizzati tutti gli immobili (7 su 7), mentre quella più inefficiente sono le Marche, dove non viene utilizzato neppure l’unico immobile consegnato.
Perchè 1.652 immobili confiscati ai mafiosi sono stati consegnati ai comuni e questi ultimi non li hanno utilizzati (secondo le informazioni pervenute tra l’aprile e il novembre del 2009)?
Il 29,24% degli immobili (483) non viene utilizzato perchè le procedure per l’utilizzo sono state avviate, ma non concluse;
il 18,40% degli immobili (304) perchè mancano le risorse finanziarie;
il 14,83% degli immobili (245) perchè sono in attesa dei finanziamenti;
il 5,99% degli immobili (99) perchè si tratta di beni inagibili;
il 2,78% degli immobili (46) perchè si tratta di beni in quota indivisa;
l’1,94% degli immobili (32) perchè si tratta di beni occupati dal prevenuto e/o dai suoi familiari;
l’1,88% degli immobili (31) perchè si tratta di beni occupati da terzi senza titolo;
l’1,69% degli immobili (28) perchè si tratta di beni occupati da terzi con titolo;
lo 0,73% degli immobili (12) perchè si tratta di beni gravati da procedura giudiziaria in corso;
lo 0,30% degli immobili (5) perchè si tratta di beni gravati da ipoteca;
il 22,22% degli immobili (367) perchè sussistono altri motivi.

In un’intervista del 27 dicembre 2012 rilasciata al giornalista Attilio Bolzoni per “la Repubblica”, don Luigi Ciotti – fondatore e presidente di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” – ha affermato:

“Dentro lo Stato ci sono stati anche uomini che si sono spesi e a volte anche strutture che hanno funzionato. Sono mancati gli strumenti giusti, è mancata in generale un’aggressione mirata alla questione dei beni confiscati. E poi ci sono state reti di complicità, ci sono stati ritardi, ci sono stati silenzi. E qualcuno che doveva metterci la testa su queste cose, la testa non ce l’ha messa. Per questo oggi è giusto dire che è una situazione che grida vendetta”.

D’altra parte, come giustamente ha ricordato Saverio Lodato, l’immagine dello Stato italiano contrapposto alle mafie è una “favoletta (…) che per un secolo e mezzo è stata propinata agli italiani come una dolciastra melassa”. In realtà “sono sempre esistiti, in Italia, lo Stato-Mafia e la Mafia-Stato. E mai, come in questo momento, le due entità sono diventate simbiotiche”(editoriale intitolato “40 anni di Stato-Mafia e Mafia-Stato”, pubblicato sul numero 71 – il primo del 2014 – della rivista “ANTIMAFIA Duemila”, uscito nel luglio scorso).

L’amico di Marcello e la mafia: Natale Sartori

Associazione a delinquere, false dichiarazioni di redditi per 31 milioni ed emissione di false fatture per 92 milioni. Con queste accuse è finito in carcere a Milano Natale Sartori, messinese, classe ‘58, legato alle figlie di Vittorio Mangano, nonché indagato (e poi prosciolto) per aver favorito la latitanza di Enrico Di Grusa, il genero dell’ex fattore di Arcore. Sartori, ha dimostrato un’indagine della Dia, fino ad almeno gli anni Novanta era in contatto diretto con Marcello Dell’Utri, l’uomo che portò Mangano ad Arcore, oggi condannato definitivo per concorso esterno in associazione mafiosa.

Il campo che unisce Sartori, le figlie dello “stalliere” e Di Grusa è quello delle cooperative di facchinaggio, pulizie, servizi. Nello scorso agosto Cinzia Mangano, una delle tre figlie di Vittorio, è stata condannata in primo grado a Milano a sei anni e quattro mesi per associazione a delinquere. L’inchiesta era partita da una rete di cooperative che, secondo l’accusa, riciclavano denaro sporco anche per aiutare i familiari degli arrestati e i latitanti. Una sorta di succursale della mafia siciliana a Milano, attiva già negli anni ’90. Sartori, inoltre, era stato fotografato nel 2010 dai carabinieri del Ros insieme a Paolo Martino, manager della ‘ndrangheta condannato in secondo grado.

Oltre a Sartori, ora detenuto a San Vittore, altre cinque persone sono finite ai domiciliari nell’indagine, coordinata dal colonnello Gabriele Procucci del nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza e dal pm Carlo Nocerino, che vede 21 indagati. Tra questi un funzionario di Bpm accusato di riciclaggio. L’inchiesta nasce da una segnalazione di Bankitalia su operazioni sospette. Segnalazione a sua volta ricevuta da vari istituti, tra cui Bpm, a proposito del suo dipendente.

Secondo gli investigatori, ci sarebbe stata “un’unica cabina di regia” dietro la frode a gestione ‘familiare’ da 31 milioni di euro che ha portato in carcere Sartori, titolare dell’Alma Group e amministratore di fatto di otto cooperative della “galassia” del gruppo. In cella anche Bruno Righetti, suo uomo di fiducia, mentre sono stati posti ai domiciliari la moglie separata, Provvidenza Giargiana, le loro due figlie Tiziana e Cristina Sartori, e i professionisti Roberto Notargiacomo e Andrea Gorgoglione. Il Consorzio Alma Group, specializzato in pulizie, trasporto merciper conto terzi e movimentazione di magazzino, si è aggiudicato decine di appalti privati, compresi quelli di alcune grandi catene di supermercati come Esselunga, Conad e Il Tirreno. Il gruppo operava ‘a due facce’, scrive il gip Vincenzo Tutinelli: verso i grandi committenti con normali logiche commerciali, ma”‘verso il basso il modus operandi trascende/sconfina nell’illegalità”, con le coop che di fatto diventavano “società a scopo di lucro”.

Secondo l’accusa, ad Alma Group facevano capo otto cooperative fittizie, le quali avrebbero emesso fatture per operazioni inesistenti per 92 milioni, Iva compresa ( e da loro mai versata), a favore di Alma Group consentendo a quest’ultimo di detrarre illegittimamente l’imposta. Si tratta di un sistema fraudolento di cui il “dominus”, si ipotizza, era Sartori.

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‘Ndrangheta: il fango a comando

Tavolo dei testimoni. Siede Federico Corniglia, ex riciclatore della ‘ndrangheta, ascoltatissimo dalla Procura di Palermo che fino al 2006, anche grazie alle sue indicazioni, ha dato la caccia a Bernardo Provenzano. Ieri ha parlato in un processo a Milano che vede imputato un poliziotto per favoreggiamento e rivelazione di atti coperti da segreto. Si chiama Carmine Gallo ed è considerato l’investigatore italiano più esperto in fatto di lotta alla ‘ndrangheta. Sempre ieri Gallo ha rinunciato alla prescrizione prevista per il 2016. Corniglia è testimone dell’accusa. Racconta del suo interrogatorio in Svizzera, 8 gennaio 2010. “In una pausa il maresciallo del Ros di Verona Mario Arabia e l’ispettore della polizia elvetica Gianluca Calà mi chiesero di fare dichiarazioni accusatorie contro Carmine Gallo e Alberto Nobili”. Pausa. Alberto Nobili, attuale procuratore aggiunto, è stato uno dei magistrati di punta dell’antimafia milanese e con Carmine Gallo, nel 1993, ha gestito le dichiarazioni del superpentito Saverio Morabito. Verbali che hanno dato fuoco alle polveri del maxi-blitz nord-sud su vent’anni di affari delle cosche al nord. Corniglia prosegue: “Mi dissero” che su Gallo e Nobili “avevano indicazioni di rapporti” dei due “con uomini dei clan a Milano”. Rapporti che, però, non emergono dalle carte dell’inchiesta. “Da quel momento in poi – prosegue Corniglia durante il controesame dell’avvocato Antonella Augimeri – ho fatto dichiarazioni accusatorie contro Gallo. In cambio promisero di spostarmi dal carcere svizzero dove stavo in isolamento all’infermeria del carcere di Padova”. La sua deposizione è considerata uno dei cardini dell’accusa che imputa al poliziotto di aver “spifferato” a Corniglia il nome di un’indagine del Ros di Padova e della procura di Venezia che nel 2008 ha portato in carcere una batteria di spacciatori composta da ex estremisti di destra e da reduci della mala del Brenta. In quell’inchiesta, oltre a Corniglia, viene indagato Gallo per droga. Accusa caduta in Cassazione e posizione stralciata a Milano dove il procuratore aggiunto Ilda Boccassini per lui ottiene il giudizio immediato. Dopo le “ritrattazioni” di ieri, i pm Paolo Storari e Francesca Celle hanno ipotizzato l’accusa di calunnia per Federico Corniglia.

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Le colpe a Ostia: non solo mafia.

Un importante articolo di Mauro Cifelli:

Un “sistema corruttivo” attuato con “metodo mafioso” finalizzato a pilotare la gestione dei pubblici appalti e la concessione di alcuni stabilimenti balneari di Ostia. A gestirlo esponenti di spicco del Clan Spada e l’ex direttore dell’Ufficio Tecnico dell’allora Municipio XIII (ora X) lidense l’ingegnere Aldo Papalini, con la connivenza di imprenditori del territorio. Questa la strategia criminale smascherata al termine di una complessa operazione cominciata dall’affidamento della gestione dello stabilimento ‘Orsa Maggiore’ che nell’estate del 2012 venne revocata al Cral dell’Ente Poste che lo gestiva, con l’asssegnazione alla società ‘Bluedream srl’ costituita ad hoc tre giorni prima della revoca della concessione.

BLITZ ALL’ALBA – Nei confronti dei promotori di questo ‘sistema’ è scattato alle prime ore di stamattina una operazione condotta in sinergia dalla Polizia di Stato, dall’Arma dei Carabinieri e dalla Guardia Costiera, coordinata dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia, nel corso della quale sono stati eseguiti nove provvedimenti restrittivi a carico di altrettanti indagati, tra esponenti della criminalità lidense, imprenditori e pubblici ufficiali che avevano messo in atto un ben oliato impianto corruttivo.

I REATI CONTESTATI – Le nove persone indagate sono ritenute a vario titolo resposanbili dei reati di “abuso di ufficio”, “turbata libertà degli incanti”, “falsità ideologica”, “concussione”, “corruzione” e “reati finanziari” con l’aggravante del “metodo mafioso” in quanto finalizzati ad agevolare il Clan Spada, federato ai Fasciani, ed egemone nel territorio di Ostia.

GLI INDAGATI – Nove gli indagati, tre destinatari della misura della custodia cautelare in carcere (Aldo Papalini, Armando Spada e Cosimo Appeso) e sei alla misura degli arresti domiciliari (Giovanni Recchia, Antonio Amore, Damiano Falcioni, Ferdinando Colloca, Matilde Magni e Angelo Salzano). In particolare le investigazioni della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Roma hanno avuto origine a partire dal 2012 e si sono focalizzate sulla figura dell’ingegner Aldo Papalini, all’epoca direttore dell’Ufficio Tecnico del Municipio Mare, intorno alla quale hanno ruotato tutte le ipotesi delittuose oggetto dell’indagine portata a conclusione quest’oggi.

PROVVEDIMENTI EMESSI – Oltre alle nove ordinanze di custodia cautelare sono state effettuate 26 perquisizioni ad Ostia, Fiumicino, Civitavecchia e Gaeta. I provvedimenti sono stati attuati su richiesta della DDA ed emessi dal Gip di Roma Alessandra Boffi. Come ha spiegato il procuratore aggiunto Michele Prestipino nel corso di una conferenza stampa di presentazione dei risultati delle investigazioni: “Al centro dell’inchiesta c’è l’illecito affidamento, proprio con metodi mafiosi, dello stabilimento balneare ‘Orsa Maggiore’, già in carico al Cral dell’Ente Poste, a una società denominata ‘Bludream Srl’ finita sotto il controllo”, secondo gli investigatori “di esponenti della famiglia Spada”.

STABILIMENTO ORSA MAGGIORE – Nello specifico, è stato monitorato dagli organi investigativi l’affidamento della gestione del Lido Orsa Maggiore, storico stabilimento balneare di Ostia, assegnato alla società “Bluedream srl” con “l’interessamento diretto del Clan Spada.

FALSE FATTURAZIONI – Secondo quanto constatato dalla Procura di Roma il metodo utilizzato da alcuni degli indagati raggiunti questa mattina da un ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Roma, per comprare i favori dell’ex dirigente dell’Ufficio Tecnico di Ostia, Aldo Papalini, avveniva mediante “un sistema di false fatturazioni verso una società con sede a Latina“. “Le mazzette”, con importi variabili dai 40mila ai 60mila euro, finivano sul conto corrente della società legata a Papalini e poi “ritirate” personalmente da un uomo di fiducia dello stesso dirigente, che non risulta indagato nell’inchiesta.

REVOCA DELL’APPALTO – In sintesi, violando le più elementari norme che conformano il procedimento amministrativo, in assenza di alcuna effettiva istruttoria e contradditorio, Aldo Papalini “aveva dapprima disposto la revoca e la decadenza delal concessione al Cral, per poi riaffidarla immediatamente ad un altro operatore attraverso una procedura ad asserita evidenza pubblica (consumatasi in un arco temporale di soli 5 giorni) alla società “Bluedream”, come detto, costituta ad hoc pochi giorni prima.

ASSEGNAZIONE A BLUEDREAM – Sempre secondo quanto appurato dalle indagini “tale assegnazione è stata condotta da Aldo Papalini in concorso con Damiano Facioni, Ferdinando Colloca (fratello dell’allora consigliere Salvatore Colloca) e Matilde Magni, questi ultimi nelle qualità di soci formali, nonché da Cosimo Appeso, Luogotenente della Marina Militare e Armando Spada, “soci di fatto” della “Bluedream” costituita appositamente per lo scopo”.

CONTESTO CRIMINALE – Una vicenda emblematica, poiché si inserisce in un più ampio contesto che vede il territorio lidense oggetto di appettiti criminali da parte delle “locali consorterie mafiose dedite specialmente all’accaparramento di aree demaniali e stabilimenti balneari ivi esistenti, con contestuale corruzione di pubblici ufficiali a favore di alcuni imprenditori che potevano giovarsi del nome degli Spada”.

OPERAZIONE NUOVA ALBA – Il clan Spada erà già finito sulle cronache locali nel maggio dello scorso anno quando Carmine Spada ed Emiliano Belletti furono arrestati in seguito ad un tentativo di estorsione di denaro nei confronti di un commerciante ripreso in un video che inchiodò i due esponenti del Clan lidense. “Il Clan Spada il cui prestigio criminale ha segnato una progressiva crescita proprio in forza dell’alleanza con il Clan Fasciani, capeggiato dal capostipite Carmine, tratto in arresto nel luglio del 2013 durante l’Operazione Nuova Alba“.

RISULTANZE INVESTIGATIVE – Le risultanza investigative della operaizone dell’estate del 2013 sono poi state recepite dal Gup che ha riconosciuto, con sentenza del 13 giugno 2014, “l’associazione a delinquere di stampo mafioso a carico dell’affiliato, che aveva optato per il rito abbreviato, mentre il procedimento principale col rito ordinario è in via di conclusione avendo l’Ufficio di Procura già rassegnato ler proprie conclusioni con la requisitoria finale”.

RIMOZIONE INCARICO PAPALINI – Proprio l‘esecuzione delle 51 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di capi ed affiliati ai “sodalizi mafiosi Fasciani e Triassi, tra loro contrapposti, ed il conseguente clamore mediatico, hanno determinato l’Ente Roma Capitale all’adozione di una misura di autotutela amministrativa di rimozione dell’incarico ad Aldo Papalini, del quale emergevano gli stretti legami con gli Spada”.

AIUTO E CONTRIBUTO – Sempre secondo quanto appurato nel corso della complessa indagine “Prima di allora l’interessato “aiuto e contributo” del Papalini ha permesso ad alcuni imprenditori, tra gli altri Recchia, Amore e Salzano, di gestire i più lucrosi appalti pubblici sul territorio del litorale, per lavori di ogni tipo, grazie al ricorso di procedure negoziate ristrette senza pubblicazione del bando di gara in palese violazione della normativa ed in assenza di presupposti di legge”.

ORSA MAGGIORE ACQUISITA CON L’INTIMIDAZIONE – Un ‘sistema’ messo in atto anche nel caso dello stabilimento Orsa Maggiore, con l’acquisizione dello stesso attuata a “mezzo intimidazione e con la compiacenza di pubblici funzionari infedeli”, che trova “valenza paradigmatica dell’attività criminosa degli Spada, coerente con l’attività parallela dei Fasciani”.

Una donna fa tremare la mafia foggiana: i nomi

1418359_10202379466998455_870545816_n-e1415109744205È, di fatto, il primo pentimento nella storia della mafia foggiana. Sabrina Campaniello, 33 anni, ex moglie di Emiliano Francavilla, uno dei capi della “Società”, è testimone di giustizia da qualche mese. Questo emerge dopo che la Dda di Bari ha depositato il verbale delle dichiarazioni rese dalla donna. Al centro della questione c’è sempre l’operazione “Corona” del luglio 2013 nella quale sono stati arrestati 24 esponenti della malavita locale. La Campaniello ha cantato, si può dire, svelando parte dell’organigramma della “Società”. I capi, i soldati, gli uomini trasversali. Uomini e vicende narrati più volte sulle pagine online de l’Immediato. Come quando scrivemmo delle estorsioni a Lello Zammarano (leggi) e Matteo La Torre (leggi), quest’ultimo definito dagli inquirenti in “costante contatto con i malavitosi”. La Campaniello non avrebbe svelato i nomi degli imprenditori vittima di estorsioni. Ma c’è un’ordinanza monstre di quasi 700 pagine a raccontare storie molto dettagliate su come la mafia ha tessuto le sue trame di potere nel capoluogo dauno. Dai costruttori ai piccoli esercenti passando per la grande distribuzione, in molti si sono piegati al volere dei boss.

Organigramma della Società

Nello schema della “Società foggiana” tracciato dagli inquirenti in occasione dell’Operazione Corona, c’è un quadro dettagliato su capi e organizzatori dei clan. In cima ci sono Roberto Sinesi, Raffaele Tolonese, Antonello Francavilla, Emiliano Francavilla, unitamente a Rocco Moretti, Antonio Vincenzo Pellegrino, Federico Trisciuoglio e Michele Mansueto (deceduto). Tutti indagati in “Corona” perché dirigevano e coordinavano, anche quali componenti di vertice delle batterie di riferimento (Sinesi/Francavilla, Moretti/Pellegrino e Trisciuoglio/Mansueto/Tolonese), le attività delittuose programmate dal sodalizio. L’“Operazione Corona” ci ha regalato uno spaccato di vita, morte, sangue e denaro della Società. Caposaldo del business: il racket delle estorsioni. Il fenomeno ha colpito, nel corso degli anni, uomini più o meno noti del panorama imprenditoriale di Foggia. Soggetti che, sotto minaccia, hanno riempito le casse della Società e rifornito i garage dei boss di nuove e fiammanti automobili. Nello schema ricostruito dal Tribunale di Bari, emergono organizzatori, batterie ed elementi trasversali. In “Corona” si parla anche dei rapporti con la mafia garganica e del ruolo della Società nel proteggere la latitanza di Franco Li Bergolis (leggi). Alcuni dei nomi che leggerete, sono comparsi nel capitolo riguardante Matteo La Torre.

Organizzatori:Savino Ariostini, Francesco Sinesi e Pasquale Moretti gestivano (Sinesi per la batteria omonima, Ariostini e Moretti per il clan Moretti/Pellegrino) le attività delittuose come estorsioni, banconote false, rapine e contraffazione.

BATTERIA Trisciuoglio/Mansueto/Tolonese: Salvatore Buono (ricettazione e riciclaggio auto e commercio droga); Agostino Corvino (come Buono); Luigi De Stefano (estorsioni); Felice Direse (partecipe a sodalizio e mantenuto economicamente dallo stesso); Giovanni Pepe (estorsioni, deceduto); Salvatore Prencipe (come Direse); Giovanni Russo(estorsioni); Antonio Sabetta (armi); Rocco Soldo (commercio droga, estorsioni, ricettazione e riciclaggio auto, detenzione armi); Fabio Trisciuoglio (estorsioni); Giuseppe Trisciuoglio (estorsioni, gestione attività economiche e gestione cooperative sociali).

BATTERIA Sinesi/Francavilla:Nunzio Aprile (estorsioni); Carlo Borreca (estorsioni e armi); Pompeo Brattoli(estorsioni); Roberto Di Sibbio (estorsioni e omicidi); Alessandro Lanza (estorsioni e rapine); Mario Lanza (rapine); Antonio Pegna (gestione attività economiche e gioco d’azzardo); Ciro Stanchi (estorsioni e rapine).

BATTERIA Moretti/Pellegrino: Mimmo Falco (rapine e armi); Ernesto Gatta (estorsioni); Pietro Stramacchio (armi, rapine, estorsioni, contraffazione banconote false).

Elementi trasversali: Cesare Antoniello (per le infiltrazioni nel tessuto politico, economico e imprenditoriale); Luigi Carella (rapine e detenzione armi); Michele Carella (armi, estorsioni e ricettazione); Massimiliano Cassitti (estorsioni e banconote false); Mario Clemente (armi e rapine); Daniele De Cotiis (ricettazione e riciclaggio auto); Antonio De Sandi(rapine); Michele Ragno (ricettazione e riciclaggio auto); Giosuè Rizzi (deceduto, partecipe stabilmente al sodalizio dal quale percepiva mantenimento economico); Antonio Russo (ricettazione e riciclaggio auto); Michele Testa (ricettazione e riciclaggio auto); Giuseppe Zucchini (per le infiltrazioni nel tessuto politico, economico e imprenditoriale).

(fonte)

Quel “verminaio” a Barcellona Pozzo di Gotto

Un gran pezzo di Luciano Mirone:

Da circa mezzo secolo Antonio Franco Cassata è consi­derato un potente magistrato amico dei mafiosi che prima di tre anni fa non era mai stato sfiorato da un provvedimento giudiziario. Un intoccabile.

Nel 2011 la Procura di Reggio Calabria lo ha messo sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa, ma a tutt’oggi la notizia è coperta da una coltre di silenzio, cioè non sappiamo se il fasci­colo contro di lui è ancora aperto o se è stato chiuso, ed eventualmente perché.

Quel che è sicuro è che l’inchiesta è scat­tata: se è stata chiusa ce ne rallegria­mo, se è ancora in corso auguriamo all’ interessa­to di dimostrare la sua inno­cenza.

Intanto lo scorso anno Cassata ha ripor­tato una condanna in primo grado per dif­famazione (800 Euro di multa, più il risar­cimento alla famiglia) per essere stato ri­tenuto l’autore di un dossier anonimo pie­no di veleni contro Adolfo Parmaliana, il professore universitario che denunciava il verminaio di Barcellona Pozzo di Gotto e di Terme Vigliatore, suicidatosi per le ves­sazioni subite soprattutto “dal potere giu­diziario barcellonese e messinese che vor­rebbero mettermi alla gogna”, come lo stesso Parmaliana lasciò scritto.

La pensione anticipata
Malgrado questo, l’ex Procuratore ge­nerale della Corte d’Appello di Messina gode della rispettabilità che dalle nostre parti viene riservata solo ai potenti, sia nel capoluogo peloritano, dove ha svolto per tanti anni la sua carriera, sia a Barcellona Pozzo di Gotto (pochi chilometri da Mes­sina), dove risiede da sempre e da sempre esercita la sua influenza.

In realtà Cassata un potente lo è ancor oggi, malgrado la pensione anticipata alla quale – secondo le malelingue – sarebbe ricorso per evitare lo scandalo di un’inchiesta per mafia nell’esercizio delle sue funzioni, con un possibile coinvolgi­mento di un Consiglio superiore della ma­gistratura che – malgrado le interrogazio­ni parlamentari e le denunce giornalisti­che – nel 2008 lo ha promosso addirittura alla carica più alta della Procura messine­se.

Il libro scomodo di Parmaliana
Ma perché Cassata è così potente? Da dove deriva questa potenza? Qual è il suo ruolo in una città come Barcellona Pozzo di Gotto, dove l’alleanza tra mafia, mas­soneria e servizi segreti deviati è fortissi­mo?

Per capire il potere di cui dispone que­sto ex magistrato, basta recarsi alla “Cor­da fratres” – il circolo più in della città, esclusivo e “paramassonico” (secondo una definizione della Guardia di Finanza) che ha sistemato una caterva di rampolli dell’alta società barcellonese – di cui Cas­sata è da sempre animatore e leader, e par­lare di lui con i numerosi soci.

O magari aspettare l’uscita del prossimo libro di Melo Freni – giornalista barcello­nese dalla sfolgorante carriera in Rai, il quale, alla vigilia dell’uscita del volume di Alfio Caruso sulla morte di Adolfo Par­maliana, chiese all’autore di bloccare ad­dirittura la pubblicazione – per vedere “il giudice Cassata” al tavolo dei relatori as­sieme all’avvocato Franco Bertolone, suo intimo amico e noto legale dei boss più pericolosi di Barcellona.

Il viaggio con Bertolone e Chiofalo
Certo, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia da quando (1974) il magistrato fece uno strano viaggio in Mercedes dalla Sicilia a Milano assieme allo stesso Berto­lone e al giovanissimo boss Pino Chiofa­lo, che tempo dopo (all’inizio degli anni Novanta) avrebbe scatenato una cruenta guerra di mafia contro il clan Gullotti, mentre nel ’99, ormai pentitosi, sarebbe stato contattato – secondo la Procura di Palermo – da Marcello Dell’Utri per con­vincerlo a screditare i tre collaboratori di giustizia Francesco Di Carlo, Giuseppe Guglielmini e Francesco Onorato, che ac­cusavano il fondatore di Forza Italia di es­sere vicino a Cosa nostra.

Certo, all’epoca di quel singolare viag­gio a Milano, Chiofalo muoveva i primi passi nell’ambito di Cosa nostra, ma è singolare che un magistrato preposto al persegui­mento dei mafiosi, faccia un tragitto così lungo con un mafioso e col suo avvocato.

Che un episodio del genere non sia frut­to della superficialità del personaggio sarà dimostrato ampiamente negli anni succes­sivi.

Il paradigma Barcellona
Ma per capire meglio la figura di Anto­nio Franco Cassata, bisogna delineare il contesto di Barcellona Pozzo di Gotto. Che non è un posto come tanti. C’è il traf­fico di droga sì, ci sono gli omicidi (qua­rantacinque fra il ‘90 e il ‘92) e le estor­sioni, e c’è la mega discarica di Mazzarà Sant’Andrea, sulla quale stanno lucrando in tanti, ma ciò non basta a spiegare il pa­radigma Barcellona a livello nazionale.

Barcellona è il luogo dove è stato co­struito il telecomando della strage di Ca­paci, recapitato da Gullotti a Giovanni Brusca in quel di San Giuseppe Jato per far saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta.

E’ la città dove hanno tra­scorso parte della loro latitanza due boss come Nitto Santapaola e Bernardo Pro­venzano, pro­tetti per decenni da quello Stato attual­mente sotto accusa a Palermo nel proces­so Trattativa.

È la città che, as­sieme a Catania, Paler­mo e Corleone, è stata l’avamposto avan­zato dell’eversione stragista fra la fine della Prima Repubbli­ca e l’inizio della Se­conda.

Ed è proprio sul “contesto” che Antonio Franco Cassata – ottimo conoscitore di uomini e cose di quel territorio – potrebbe chiarire molte cose. Cosa?

Il boss Gullotti
Primo. Giuseppe Gullotti è il boss indi­scusso che secondo la sentenza della Cas­sazione è il mandante di tanti delitti, com­preso quello del giornalista Beppe Al­fano, ucciso perché “reo” di avere scoper­to il nascondiglio segreto di Barcellona dove Santapaola si nascondeva all’inizio degli anni Novanta (circostanza confer­mata dal­la recente testimonianza del pen­tito Carmelo D’Amico). Perché Gullotti è rimasto iscritto alla “Corda fratres” fino all’anno dell’omicidio Alfano (1993)? Cassata dice che fino a quel momento il boss era un insospettabile incensurato che veniva pure preso in giro all’interno del sodalizio.Ma è vero che negli uffici giu­diziari circolava da tempo un’informativa in cui si diceva che “l’avvocaticchio” (come veniva soprannominato) era diven­tato il referente di Santapaola a Barcello­na? Perché tempo dopo – mentre Gullotti è latitante – Cassata sente l’esigenza di mettersi a confabulare in piazza con la moglie del boss (figlia del vecchio capo­mafia Ciccio Rugolo e sorella del nuovo reggente Salvatore Rugolo), che è seguita dai Carabinieri, i quali stilano un rapporto sull’episodio? Perché Cassata al Csm di­chiara di essersi fermato per accarezzare il bambino nella carrozzella, quando i Cara­binieri, in quel rapporto, scrivono che non c’è alcun bambino né tantomeno una car­rozzella? Perché Cassata fa pressione per evitare che quel rapporto vada avanti? Ci sta che il Procuratore generale della Corte d’Appello si apparti con la moglie del boss, figlia del boss e sorella del boss?

I contratti ai mafiosi
Secondo. Da una interrogazione del se­natore Pd Beppe Lumia risulta come il fi­glio dell’ex procuratore generale, l’avvo­cato Nello Cassata, negli anni in cui è sta­to presidente dell’Ipab (Istituto di pubbli­ca assi­stenza e beneficienza) di Terme Vi­gliatore-Barcellona (1999-2001) abbia prorogato dei contratti di locazione a im­portanti mafiosi e a persone che con San­tapaola e Gullotti ci hanno avuto a che fare. Per esempio Aurelio Salvo, “al tem­po pregiudicato – scrive Lumia nell’inter­rogazione – per favoreggiamento aggrava­to nei confronti di Giuseppe Gullotti e di Nitto Santapaola”.

La “latitanza” di Santapaola
Costui infatti è il proprietario sia dell’appartamento dove ha trovato rifugio Gullotti quando si è dato alla macchia per l’omicidio Alfano, sia della villa di Terme Vigliatore dove ha trascorso un pezzo del­la sua latitanza proprio Santapaola

A un certo punto il Ros dei Carabinieri – grazie alle intercettazioni ambientali – scopre che don Nitto trascorre la sua latitanza nel piccolo centro tirrenico, e individua la vil­la di Aurelio Salvo come luogo “sensibile” per la cattura di uno dei boss più pericolosi del mondo. Basta organiz­zare un blitz per prendere Santapaola. Niente di tutto questo.

Mentre il capoma­fia se ne sta tranquillamente a casa, il ca­pitano “Ultimo” – forse depistato da qual­cuno – inizia un rocambolesco insegui­mento con un fuoristrada a bordo del qua­le non c’è Santapaola. Il boss catanese viene messo sull’avviso e lascia il covo. Ma invece di fuggire lontano, torna tran­quillamente a Barcellona (c’era stato poco prima) dove trascorrerà un altro pezzo della sua latitanza senza essere disturbato.

L’ex procuratore Cassata sapeva dei rap­porti fra Aurelio Salvo, Gullotti e Santa­paola? Sapeva dei rapporti fra suo figlio e Aurelio Salvo?

Lui afferma che Nello ha ereditato que­sta situazione dalla preceden­te gestione Ipab. Ma cosa ha fatto Nello Cassata per porre fine a questi rapporti? Ha mai preso le distanze da determinati personaggi? E lui, Antonio Franco Cassata, che posizio­ne ha assunto nei confronti del figlio? Non avrebbe dovuto chiedere l’immediato trasferimento per incompatibilità ambien­tale? Ma questa è solo la punta dell’ice­berg. Nei due anni di gestione dell’Ipab, Cassata junior ha continuato ad affittare gli immobili dell’Istituto al fior fiore della criminalità barcellonese e ad imprenditori incensurati molto vicini a Cosa nostra.

L’elenco è lungo. Un nome fra tutti: Do­menico Tramontana, boss di primissi­mo piano (secondo i Carabinieri), crivel­lato di colpi sulla sua auto sulla quale i Carabi­nieri hanno trovato una cinquantina di vo­lantini elettorali dell’ex sindaco di Terme Vigliatore, Bartolo Cipriano, per­sonaggio transitato con disinvoltura dal centrode­stra al centrosinistra, “molto vici­no – se­condo Biagio Parmaliana, fratello di Adolfo – allo stesso Nello Cassata, di­ventato consulente legale del Comune di Ter­me Vigliatore”.

Una truffa da 35 milioni
Terzo. Risulta al dott. Antonio Franco Cassata che, mentre occupava la poltrona più prestigiosa della Procura generale, il figlio sia stato uno degli organizzatori di una maxi truffa alle assicurazioni (ingenti i capitali ricavati: solo nel 2009, 35 milio­ni di Euro, al punto da spingere le compa­gnie a “scappare” da Barcellona) in cui, oltre ad essere coinvolti diversi professio­nisti (soprattutto medici e avvocati), c’è implicata la criminalità organizzata?

Niente ricorso contro i boss
Quarto. È vero che l’ex procuratore ge­nerale – come dice l’avvocato Fabio Repi­ci – non ha presentato ricorso in Cassazio­ne contro la sentenza d’Appello del pro­cesso “Mare nostrum droga”, in cui tutti gli imputati barcellonesi, dopo pesanti condanne in primo grado, sono stati assol­ti in secondo?

È vero che non lo ha fatto – per citare sempre Repici – “per una gretta interpre­tazione giuridica delle fonti di prova”?

Fra gli assolti c’era Ugo Manca
Quinto. Fra gli imputati assolti al pro­cesso “Mare nostrum droga” figura tale Ugo Manca, personaggio molto vicino alla mafia di Barcellona e condannato in primo grado a quasi dieci anni per traffico di droga. Ugo Manca è stato coinvolto (la sua posizione è stata archiviata lo scorso anno) nella morte del cugino Attilio Man­ca, urologo allora in servizio all’ospedale di Viterbo.

Secondo diversi indizi – fra cui le re­centi dichiarazioni del pentito di camorra Giuseppe Setola – Attilio Manca sarebbe stato ucciso perché avrebbe sco­perto la vera identità del boss latitante Bernardo Provenzano (allora nascosto sot­to il falso nome di Gaspare Troia), mentre lo avreb­be curato dal tumore alla prostata da cui era affetto.

È vero che esiste una intima amicizia fra l’ex procuratore e Ugo Manca? Fino a che punto?

Cattafi e la “Corda frates”
Sesto. A proposito di amicizie. È vero che il magistrato è intimo anche del boss Rosario Pio Cattafi (oggi al 416 bis per associazione mafiosa), definito “social­mente pericoloso” dal prefetto di Messina, al punto che è stato costretto all’obbligo di dimora per cinque anni a Barcellona?

Vicino ai servizi segreti deviati, ex ordi­novista assieme al boss di Mistretta Pietro Rampulla (artificiere della strage di Capa­ci), residente a Milano per molti anni, l’avvocato Rosario Pio Cattafi è ritenuto il riciclatore del denaro sporco del clan San­tapaola e – secondo recenti inchieste – uno dei mandanti dell’assassinio del giu­dice torinese Bruno Caccia, che negli anni Settanta indagava sui proventi sporchi provenienti dal casinò di St. Vincent.

Il boss restò nella “Corda frates”
Tor­nato a Barcellona dopo il coinvolgi­mento nell’affaire dell’autoparco milanese di via Salomone (in cui era implicato il Psi di Bettino Craxi), Cattafi fu ritenuto – assie­me a Silvio Berlusconi e a Marcello Dell’Utri – uno dei mandanti esterni della strage di Capaci.

La sua posizione, assie­me a quella dell’ex presidente del Consi­glio e del fon­datore di Forza Italia, venne successiva­mente archiviata.

È vero che malgrado un curriculum di queste dimen­sioni, il boss ha continuato a far parte del­la “Corda fratres”, senza che il dott. Cas­sata abbia sentito il dovere di chiederne l’espulsione?

L’“informativa Tsunami”
Settimo. È vero che l’ex procuratore Cassata, all’inizio del Duemila, cercò di bloccare un rapporto esplosivo dei Cara­binieri (“l’Informativa Tsunami”) che si soffermava, tra l’altro, sull’amicizia fra l’ex Pm di Barcellona Olindo Canali (tra­sferito dal Csm al Tribunale di Milano per “incompatibilità ambientale”) e Salvatore Rugolo, all’epoca ritenuto il nuovo reg­gente della cosca barcellonese?

Nel rap­porto si parla di almeno due tal­pe “molto vicine a Canali” che dalla Pro­cura barcel­lonese avrebbe passato le in­formazioni al boss. In quelle duecento pa­gine si parla anche di un intervento del Procuratore Cassata presso il sostituto procuratore An­drea De Feis, titolare dell’indagine su Ter­me Vigliatore, per bloccare il rapporto dell’Arma.

“Il grande protettore di Canali”
Ottavo. È vero – come dicono Sonia Al­fano e l’avvocato Fabio Repici – che “An­tonio Franco Cassata è stato il grande pro­tettore di Olindo Canali”? Se è vero, sa­rebbe interessante sapere se l’ex procura­tore generale ha saputo – magari dallo stesso collega – che il giornalista Beppe Alfano – poco prima di essere ucciso – si sarebbe recato da Canali per confidargli il segreto della latitanza di Santapaola.

Il magistrato monzese gli avrebbe rispo­sto: “Non me ne posso occupare” e alla fine, secondo Sonia Alfano, gli avrebbe detto: “Scrivi tutto quello che sai, chiudi la lette­ra in una busta gialla e spedisci il plico alla Dia di Catania. Avviserò un su­per po­liziotto di prenderlo personalmente”.

“Scrivi tutto quello che sai”
“Mio padre – prosegue l’ex europarla­mentare, che dice di essere stata presente al colloquio – eseguì alle lettera le istru­zioni di Canali, e poco tempo dopo Beppe Alfano fu ucciso”.

(Tratto da: isiciliani.it)