Vai al contenuto
Home » mafia » Pagina 76

mafia

Cosca Bellocco e sindaco, vicesindaco incluso

Rilascio di licenze e autorizzazioni per negozi nella disponibilità della cosca Bellocco. Con l’accusa di concorso esterno alla ‘Ndrangheta è finito agli arresti domiciliari il sindaco di San Ferdinando (Reggio Calabria) Domenico Madafferi, che due anni fa aveva aderito al Pd. I carabinieri, su ordine della Dda, hanno fermato anche il vice sindaco Santo Celi, espressione di una lista civica, ed un consigliere comunale di minoranza, Giovanni Pantano della lista civica Futuro migliore e tra i fondatori del meet up del Movimento 5 Stelle di San Ferdinando.

Lo scorso anno i carabinieri avevano arrestato il comandante ed un agente della polizia municipale di San Ferdinando perché avrebbero agevolato la cosca Bellocco nell’intestazione fittizia di un bar. Ventisei i decreti di fermo emessi dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria a carico di appartenenti alla cosca di ‘ndrangheta dei Bellocco operativa a San Ferdinando, centro sulla costa tirrenica reggina. Le accuse, a vario titolo, sono associazione mafiosa, traffico di droga, estorsioni, danneggiamenti, intimidazioni. Sequestrate anche aziende tra le quali ristoranti, negozi e attività imprenditoriali.

Madafferi è l’amministratore che nei mesi scorsi si era reso molto attivo nella protesta contro l’arrivo delle armi chimiche siriane al porto di Gioia Tauro. Aveva organizzato incontri sul territorio, insieme agli altri amministratori locali e ai cittadini, lamentando lo scarso coinvolgimento delle amministrazioni nelle operazioni di trasbordo avvenute a luglio sulla banchina del porto che ricade nel suo comune. Madafferi è stato molto attivo anche nell’ambito delle politiche favorevoli ai migranti impegnati nella stagione della raccolta di agrumi, proprio questa mattina è previsto lo smantellamento della tendopoli allestita a San Ferdinando in un’attività coordinata dalla Prefettura di Reggio Calabria.

(fonte)

La grigie “white lists” a Catania

Tutto si può dire di Claudio Fava tranne che sia timido a denunciare con nomi e cognomi.

Una gestione ‘distratta e leggera’ quella della white list a Catania. Non usa mezzi termini Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia alla Camera dei Deputati che con il collega Davide Mattiello componente della Commissione hanno illustrato, in conferenza stampa, le ‘criticità’ della gestione della ‘white list’.

Nell’interrogazione presentata alla Camera Fava si chiede come sia stato possibile inserire due società legate a famiglie che da 30 anni a questa parte gestiscono gli affari a Catania.

“Esprimo molti dubbi e una forte preoccupazione per quello che sta accadendo a Catania perché il tema della gestione dei beni confiscati – ha detto Fava – soprattutto in una terra avara di lavoro come la Sicilia e in questa provincia, la gestione della white list è un tema di estrema e dovuta sensibilità. La prima ragione di preoccupazione è che noi pensiamo che ci sia una gestione un po’ distratta, un po’ disinvolta della white list in questa città e lo dico affiancando a questo il mio apprezzamento per quello che sta facendo la Procura della Repubblica che per al prima volta a Catania ha posto un tema che per noi è fondamentale preservare i posti di lavoro nelle aziende confiscate. E’ un tema a cui sta dedicando tempo, lavoro, passione e se si arriverà ad un risultato positivo ad esempio con l’azienda Riela lo dovremo al modo in cui anche la Procura di Catania ha saputo intestarsi questa battaglia di buonsenso più che di civiltà giuridica”.

LA JUDICA ALLA FINE ESCLUSA DALLA WHITE LIST – “I casi Basilotta ed Ercolano sono casi che raccontano una città forse non del tutto perlustrata, non del tutto conosciuta. La vicenda Basilotta che adesso si conclude in modo positivo dal nostro punto di vista con il fatto che la Prefettura sia tornata sulle sue decisioni e abbia deciso di escludere dalla white list la Judica, la ditta intestata a Luigi Basilotta. Ci preoccupa per molte ragioni, Vincenzo Basilotta, condannato in appello per concorso in associazione mafiosa, giudizio poi cancellato dalla cassazione, rappresenta un punto di incontro importante e significativo tra diversi livelli affaristici e criminali. Basilotta che è rappresentante manifesto, nelle intercettazioni che sono state raccolte nel clan La Rocca: che vuol dire le famiglie Ercolano e Santapaola. Vincenzo Basilotta è tutto questo: e nel 2010 Basilotta decide di liberarsi di tutte le proprietà, le quote che possedeva cedendole ai fratelli che sono stati considerati, riteniamo anche giustamente, in questi anni dalla Procura della Repubblica e dal tribunale, dei prestanome. In questo modo si è arrivati alla confisca del 66% della Incoter e del 30% della Judica. A noi sembra abbastanza paradossale che la judica che ha formalmente come ad Luigi Basilotta, fratello di Vincenzo che risulta avere avuto la funzione di prestanome del fratello, possa iscrivere serenamente nella white list la propria azienda, un terzo della quale è confiscata, una quota non sufficiente per nominare un amministratore giudiziario, ragione per cui amministratore di questa azienda ha continuato ad essere dal 31 luglio dell’anno scorso Luigi Basilotta. Ci sembra una cosa grave anche per la giustificazione che noi abbiamo letto nelle dichiarazioni del portavoce della Prefettura che hanno parlato di un ‘rapporto parentale irrilevante’. Ora, se è irrilevante il rapporto parentale tra due fratelli, uno dei quali è di fatto, prestanome dell’altro fratello che è condannato per associazione mafiosa e che rappresenta nell’inchiesta in corso uno snodo fondamentale degli equilibri e delle geografie mafiose in questa provincia, questa giustificazione a noi preoccupa perché rivela un preoccupante eccesso di formalismo”.

“Anche perché – ha chiarito Fava – il decreto che prevede l’istituzione della white list che è cosa diversa dalla certificazione antimafia, prevede che la richiesta venga fatta dall’impresa, ma naturalmente è una scelta della Prefettura accettare nella white list un imprenditore che ne fa richiesta e il decreto parla della necessità di garantire l’assoluta impermeabilità di quell’azienda che ne ha chiesto l’inserimento. Che questo rapporto tra i due fratelli sia totalmente bonificato da qualsiasi rischio è una cosa della quale noi siamo assai poco convinti”.

LA SUD TRASPORTI DI ANGELO ERCOLANO – ”Un altro passaggio fondamentale è quello di revocare dalla white list la sud Trasporti di Angelo Ercolano. La famiglia Ercolano è l’autobiografia di questa città ed è un’autobiografia di cui in parte questa città ha ancora pudore o si vergogna o nasconde a se stessa cosa abbia rappresentato e cosa rappresenti ancora questa famiglia. Aldo Ercolano, all’ergastolo, rimesso nel circuito carcerario normale in modo inspiegabile, adesso affidato di nuovo al 41bis. Enzo Ercolano, al quale anche se era prestanome del padre Pippo, viene sequestrata la Geotrans qualche mese fa, che è tra coloro che hanno lavorato alla Coop collegato alla Pizzarotti come sub appalto per la realizzazione della Siracusa-Catania. La Pizzarotti chiese, presentando l’elenco dei propri sub appaltatari, informazioni alla Prefettura se i fornitori fossero tutti in regola. La Prefettura in quel caso arrivò con otto mesi di ritardo con la Coop che aveva ampiamente cominciato a lavorare. Successivamente Enzo Ercolano ha chiesto alla Prefettura se ci fossero elementi ostativi per continuare a lavorare negli appalti pubblici e la risposta è stato un nulla osta che è stato trasmesso nel maggio del 2008″.

“Angelo Ercolano subisce una confisca perché c’è un procedimento penale in corso per un’evasione fiscale di più di 5 milioni di euro. Siamo di fronte al cugino di Aldo Ercolano, nipote di Pippo Ercolano, dentro ad una famiglia che ha gestito in questi anni come core business della propria attività e in passato con la capacità di riciclaggio delle attività criminali, il settore dei trasporti. Angelo Ercolano, oggi sottoposto ad un procedimento penale per un reato particolarmente insidioso, con l’azienda sottoposta a confisca, si ritrova inserito ed accolto nella white list. Noi lo consideriamo un fatto grave, come consideriamo un fatto grave che non ci sia la possibilità anche da parte del circuito imprenditoriale sano di questa città di assumere l’urgenza di separare destini, livelli di responsabilità e di fare in modo che chi oggi lavora onestamente nel mercato degli appalti pubblici sai in condizioni di poterlo fare senza dovere subire la concorrenza di chi si trascina dietro l’ombra familiare e non solo di rapporti indicibili. A noi tutto questo sembra la testimonianza di una preoccupante leggerezza. Noi siamo qui perché su queste vicende ci sia un’ampia assunzione di responsabilità da parte di tutti i livelli istituzionali. Pensiamo che la ‘Sud Trasporti’ debba essere esclusa dalla white list e ci auguriamo che ci sia in questi mesi una vigilanza estrema su queste vicende che ci sia una linea di demarcazione chiara, netta e responsabile così come si sta costruendo ad esempio a Milano”.

(fonte)

Como, in provincia di ‘ndrangheta

Fino Mornasco, Como, Lombardia. Oggi parla la ‘ndrangheta: “Il passato bisogna ricordarlo compà! (…) Perché per imparare qualcosa devi ricordarti il passato, se no non impari mai”. La tradizione prima di tutto. Dopodiché gli affari: “Tu ancora devi pensare a domani, no a ieri. A ieri non ci devi pensare più (…) Quello che hai fatto ormai, di qua a la sei arrivato. Ti devi preoccupare da qui a li”. Passo dopo passo insomma. Come in Calabria anche qui nell’alta Brianza tra Fino, Appiano Gentile, Cadorago, Bulgorello e Cirimido, i boss seguono lo spartito criminale che impone un basso profilo per tutelare il business e intavolare rapporti con la politica locale, con le imprese, con la massoneria. Saggezza criminale da tramandare a figli e nipoti. Di nuovo in presa diretta. “Io dovevo essere destinato a prendere il suo posto, sicuramente a lavorare insieme a lui (…) e guarda che lui è uscito a luglio dell’anno scorso, è venuto e ha cominciato il discorso, ha preso il giro lungo: no perché sai, qua e là, tu hai il mio nome, tutto quanto, già la credibilità è diversa”.

POLITICA, MAFIA E PREFERENZE
“QUESTO CI PROCURA VOTI CERTI”
Questo il quadro di un territorio per nulla toccato dalle ultime grandi inchieste dell’antimafia milanese e che, negli anni, ha visto tornare in libertà boss di primissimo piano. L’istantanea emerge dalle carte di un’indagine della Dda su cui, però, pende una richiesta di archiviazione. E nonostante questo le intercettazioni e le annotazioni dei carabinieri di Como fotografano un territorio a tal punto infiltrato dalla ‘ndrangheta che un noto consigliere comunale di Fino Mornasco, già assessore nello stesso comune può permettersi di salutare un pregiudicato legato al clan locale con l’appellativo di “cumpà”. E sempre lo stesso, perorando la licenza commerciale di Luciano Nocera, pregiudicato, trafficante in stretti rapporti con i boss, parla così con un notissimo ex consigliere regionale del Pdl: “Guarda abbiamo fatto un affare perché se il problema glielo risolviamo questo qua è uno che mo smette di lavorare e va in giro e ci procura voti certi”.

ONORE E SANGUE, L’OMICIDIO DEL CORRIERE
DELLA COCA E LA RUSPA IN CASA DEL SUPERBOSS
A volte, però, qualcosa s’inceppa. Perché nel mondo mafioso onore, rispetto, denaro sono pilastri attorno ai quali ruota tutto. Muore per questo Ernesto Albanese, 33enne di Polistena (Reggio Calabria), residente a Fino Mornasco. Muore con un colpo di pistola alla testa e finisce in una buca di tre metri dentro a un cantiere abbandonato a Guanzate. Il suo corpo viene ritrovato il 2 ottobre 2014 dalla squadra Mobile di Como. Gli investigatori ci arrivano seguendo le indicazioni di un nuovo collaboratore di giustizia il cui nome, ad ora, viene tenuto riservato. Il corpo di Albanese sarà poi identificato il giorno dopo. La scientifica che lavora sul posto si avvale anche di esperti di scavi archeologici. Si studiano le stratificazioni del terreno. Di più: i tecnici riescono a fare un calco in gesso della benna che ha scavato la buca. Un calco, che secondo fonti qualificate, corrisponde a una ruspa trovata ad Appiano Gentile nella villa di un noto pregiudicato della zona, coinvolto negli anni Novanta nell’operazione La notte dei fiori di San Vito. Si tratta della prima inchiesta che svelò la capillare presenze delle ‘ndrine in territorio lombardo. I pentiti dell’epoca raccontarono dei suoi traffici di droga. L’indagine lo descrisse come capo società di una locale di ‘ndrangheta in un comune del Comasco. Quando lo arrestarono gli investigatori trovarono nel suo appartamento diverse formule di affiliazione.

NARCOTRAFFICANTI E BOSS
COCAINA, PISTOLE, AFFARI 
E che l’omicidio di Ernesto Albanese, già arrestato nel 2008 perché trovato con un due chili di cocaina, sia di matrice mafiosa lo racconta la recente inchiesta del pm di Milano Marcello Musso che nel luglio 2014 ha chiuso l’operazione Pavone 4 su diversi gruppi di narcotrafficanti legati al crimine organizzato. Negli ordini di cattura, eseguiti dal Ros di Milano, c’era anche Ernesto Albanese descritto come un corriere della droga per conto di Luciano Nocera, quello dei “voti certi”, legato da un lato alla ‘ndrangheta di Fino Mornasco e dall’altro fornitore di cocaina per conto di un’altra cosca, già coinvolta nell’operazione Infinito del 2010.

Nel 2008 Albanese viene fermato proprio mentre sta portando un carico ai boss calabresi. Nell’estate 2014, però, la vittima sfugge agli arresti. Il Ros di Milano non lo trova. E del resto, secondo la ricostruzione della Mobile di Como, le tracce del “corriere della coca” si perdono nel giugno 2014, mese in cui presumibilmente viene ucciso. Nello stesso periodo qualcuno spara tre colpi di calibro 9 contro alcune case nel comune di Bulgorello. Finiscono nell’appartamento di due coniugi del tutto estranei alla vicenda. Il 9 ottobre 2014 per quel fatto viene fermato Francesco Virgato detto Frank, 44enne di Mariano Comense. Virgato, ad oggi, non è accusato dell’omicidio. Il suo nome però compare nelle annotazioni dei carabinieri di Como che hanno indagato sui traffici di droga di Nocera. I due, secondo i militari sono legati. Di più: Virgato più volte è stato visto entrare e uscire dalla casa del boss locale.

SCONTATA LA PENA I CAPI TORNANO LIBERI E SI RIPRENDONO
IL TERRITORIO: LA CONNECTION CON L’AMMINISTRAZIONE
Insomma, la vicenda di Ernesto Albanese, che poteva finire archiviata come un caso di lupara bianca, alza il velo su uno spaccato criminale che in questa zona mette insieme boss di ‘ndrangheta certificati da condanne definitive e ora tornati in libertà, insospettabili mai sfiorati dalle indagini e politici un po’ troppo spregiudicati nei loro rapporti. Una fotografia impietosa scattata dall’inchiesta Arcobaleno condotta dalla Dda di Milano e sulla quale pende una richiesta di archiviazione da parte del pubblico ministero Mario Venditti. Nelle carte dell’indagine, però, il ragionamento dei carabinieri di Como è chiaro. “Siamo in presenza – si legge – di un assalto finanziario all’intera area canturina (…). Sono ormai consolidate sul territorio lariano alcune presenze che costituiscono il terminale delle attività economico finanziarie delle ‘ndrine del Reggino”.

L’attenzione della magistratura così si fissa su un preciso gruppo criminale che dimostra di avere “influenza anche per quanto concerne l’infiltrazione nella pubblica amministrazione che riguarda i comuni di Cadorago, Appiano Gentile e Guanzate”. Ancora i carabinieri: “Esempio classico di tale capillare condizionamento è l’attivismo evidenziato per le elezioni regionali del marzo 2010, attraverso la promozione di un candidato tra politici, imprenditori e pregiudicati locali, convocati in appositi e segreti vertici per il controllo del voto elettorale finalizzato appunto alla vittoria del candidato amico”. Lo stesso candidato, rieletto al Pirellone nel 2010, che, a proposito del sostegno elettorale, ragiona in questo modo: “Preferisco sedermi col peggior delinquente di questo mondo ma di parola”.

PAROLE IN LIBERTA’, IL VICESINDACO: “LE PISTOLE
LE TROVIAMO IN OGNI ANGOLO DEL MONDO”
E se l’obiettivo è quello di racimolare voti, ecco la posizione di un sindaco della zona: “Perché – si legge nel brogliaccio – c’è chi fa il lavoro sporco dietro (…) è andare poi casa per casa a raccogliere voti e in questo ti posso garantire che abbiamo un’organizzazione capillare…”. Prosegue l’ex vice sindaco: “Fa invidia ai migliori investigatori di tutto il mondo”. Aggiunge: “Perché tu sai qual è la mia provenienza? Le pistole le troviamo in ogni angolo del mondo”. E ancora: “Tu devi pensare che hai di fronte anche delle famiglie meridionali”.

Se il boss, visto le sue condanne definitive, sta dietro le quinte, i rapporti con impresa e politica vengono tenuti da suoi fiduciari che magari hanno condanne per droga ma non per mafia. Le intercettazioni fissano il punto. E’ il gennaio 2010 e, ricostruiscono i carabinieri, la ‘ndrangheta di Fino Mornasco lavora pancia a terra per sostenere il proprio candidato alle regionali. Ne parlano un ex assessore di Cadorago e un pregiudicato legato ai boss nonché presidente di una squadra di calcio locale. “Si evince – annotano gli investigatori – l’interessamento per la campagna elettorale in vista delle consultazioni elettorali regionali”. Dice l’uomo dei boss: “Non bisogna dormire”. Risponde l’assessore: “Io mi fido solo di te e del mio cane”. Quindi chiude la chiamata: “Va bene comunque dai ci troviamo e parliamo anche un attimino a voce che è meglio”.

Non c’è, poi, solo il comune, ma anche la provincia di Como. Emerge così la figura di un consigliere eletto nel 2009 grazie ai voti della malavita. Ancora le intercettazioni colgono l’oggettività delle conversazione tra il “collaboratore del boss” e il politico. Dice il secondo: “Ti faccio gli auguri di buon Natale, sono il consigliere provinciale, mi hai fatto la campagna elettorale, a Cadorago ho vinto per te”. Risposta: “Mi sono impegnato”.

L’UOMO D’AFFARI, L’ONOREVOLE DELL’UDC
E IL FRATELLO DI UN EX GOVERNATORE DEL SUD 
Boss, politici e uomini d’affari, rispettati, insospettabili, capaci di tessere rapporti ben oltre le amministrazioni locali. E’ il caso di un personaggio nato in Calabria ma residente a Cadorago “che – annotano i carabinieri – costituisce elemento di raccordo tra alti esponenti della ‘ndrangheta lombarda e alcuni esponenti politici di rilievo”. Dai tabulati e dai servizi di osservazione spunta anche un ex onorevole dell’Udc, nonché il fratello di un importante politico calabrese.

Questo il contesto che emerge dalle intercettazioni. Un contesto, va ricordato, che ad oggi resta estromesso dal campo penale. C’è la ‘ndrangheta , ma non c’è reato. Paradossale. Soprattutto se si rilegge la storia recente di questa zona. Storia fatta di attentati e di omicidi. Tanto per capire tra il settembre 2000 e il gennaio 2001 in questa zona si registrano sei attentati intimidatori. Per sei volte ignoti sparano contro le saracinesche di locali che gestiscono macchinette videopoker. Il far west, però, passa sotto traccia. Addirittura nella notte del 4 marzo 2001, vengono colpiti contemporaneamente quattro locali. In quello stesso periodo, fanno notare i carabinieri, il boss di Fino Mornasco, attraverso l’interfaccia della moglie, apre una società che, guarda caso, gestisce videopoker.

Nel 2008, poi, si spara e si uccide. Ecco un breve stralcio dell’annotazione dei carabinieri: “In data 8 Agosto 2008 alle ore 17.25 circa, in Cadorago (CO), frazione Bulgorello, presso il bar Arcobaleno in via Monte Rosa n. 8, veniva ucciso con tipiche modalità di agguato mafioso Franco Mancuso”. L’omicidio ad oggi resta irrisolto. La pista iniziale puntò dritta negli ambienti della ‘ndrangheta locale. Di più: una lettera anonima indicò nel mandante dell’omicidio un noto pregiudicato già condannato per mafia e indicato capo società di una ‘ndrina locale. Lo stesso che in casa teneva la ruspa utilizzata per seppellire Ernesto Albanese. Nulla si fece. Vinse l’omertà. La storia oggi rischia di ripetersi.

(link)

Con rispetto per Scampia

Qualche tempo fa, mentre ero ospite di una trasmissione televisiva, ricordo di avere raccolto una bella sporta di insulti da esponenti leghisti e qualche rimbrotto piddino per una mia frase: “Milano in alcune sue zone è come Scampia”. Se non ricordo male il tema della puntata era proprio la rappresentazione televisiva di quel territorio campano diventato metafora di un certo agire criminale. Con il tempo mi sono pentito di quella frase effettivamente non tanto per Milano (che mi disgusta quando si ingegna per apparire compita) quanto per Scampia che non merita di diventare termine assoluto di paragone ad uso di una situazione milanese molto più complessa e per molti versi peggiore. Ieri su Il Fatto Quotidiano Davide Milosa, giornalista puntuale poiché sganciato dall’orrido bon ton lombardo sui temi mafiosi, ha scritto un articolo che riporta con precisione la situazione criminale di alcuni quartieri milanesi in un articolo dal titolo “Milano come Scampia: mafie, racket e droga nelle case popolari” e mi ha riportato all’episodio della mia ospitata televisiva. Forse davvero dovremmo trovare linguaggi nuovi per esprimere l’allarme di un territorio che comunque ospita tra le proprie pieghe episodi che vengono colti con la solita insopportabile insufficienza. Almeno per rispetto per Scampia. Basta leggere il pezzo di Davide per rendersene conto:

Maglietta nera, jeans, capelli rasati sui lati. Guarda. È insistente. Un pit bull gli pascola attorno. Dice: “Cerchi qualcuno?”. Risposta abbozzata: “Sì, anzi no, facevo un giro”. Oltre a lui adesso sono in sei, cinque ragazzi e una ragazza. Tutti italiani. Altri passeggiano sul grande spiazzo di cemento chiuso tra quattro palazzi di sette piani. Questo è territorio off limits. “Tra noi qualcuno è di troppo”, dice lei. Ride ma mica tanto. Meglio andare. Camminata rapida verso il cancello bianco che ti sputa sullo stradone di traffico. Il passo accompagnato dai bassi di un stereo che manda ritmi tecno dalla finestra.

Benvenuti a Milano nel fortino tra viale Sarca e viale Fulvio Testi, periferia nord della città. Case popolari. Gestione Aler in capo alla Regione che fu di Roberto Formigoni e che ora è di Bobo Maroni. Impronta leghista, ma identico risultato. E mentre la politica apparecchia il banchetto dell’Expo, Milano assiste alla frantumazione del suo tessuto sociale. Perché quello degli appartamenti gestiti dall’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale è un fronte che monta ogni giorno. Con la cronaca che accatasta violenze, occupazioni abusive, voti comprati.

Dal Giambellino al Gallaratese, Aler si mostra impotente. L’azienda regionale, travolta dagli scandali, da sempre poltronificio per i partiti, in perenne rosso, controlla 72 mila alloggi. A Milano ha edificato 170 quartieri dove vivono 350 mila persone. Dal 1° dicembre, però, 28 mila alloggi torneranno sotto la gestione del Comune. “Ce ne assumiamo la responsabilità”, promette il sindaco Giuliano Pisapia. “Siamo pronti a vincere la sfida”.

Viale Sarca, comandano i clan e il voto costa 50 euro
“Il quartiere Sarca-Testi è il centro di tutto”, racconta un ex funzionario dell’Aler cacciato dall’amministrazione dopo che per qualche anno ha vigilato sui palazzoni, denunciando gli opachi rapporti tra i dirigenti pubblici e alcuni pregiudicati. Anche per questo si è fatto ben volere soprattutto dagli anziani. Non la pensa così l’azienda che gli ha fatto il vuoto attorno. “Qui rom e calabresi controllano tutto, dal racket allo spaccio”. Famiglie ben conosciute e con un pedigree criminale di tutto rispetto. Alcune di loro sono finite sotto la lente dell’antimafia.

“Qui anche i motorini dei postini vengono fatti a pezzi”, dice l’ex funzionario, “non succede la stessa cosa invece per certe fuoriserie”. In Sarca-Testi ci passa di tutto. “Anche gente di camorra legata al clan Gionta”. In questi palazzoni, poi, la politica viene spesso. “Nel 2010”, ricorda l’ex funzionario che chiede l’anonimato per timore di ritorsioni, “qui fece campagna elettorale un noto politico lombardo che entrò nella giunta Formigoni”. Non fa il nome, ma spiega: “Un voto vale 50 euro. Nel periodo pre-elettorale arrivano macchinoni e gente in giacca e cravatta. Gli accordi si prendono con i boss del clan Porcino e del clan Hudorovich. La mazzetta viene lasciata a una sola persona che ha poi l’incarico di distribuire il denaro ai vari inquilini”.

E se da un lato in questa enclave della mala politica incassa preferenze, dall’altro, funzionari Alervengono ricattati. “Qui si spaccia di giorno e di notte, e in certi casi i pusher hanno ripreso con i telefonini funzionari e impiegati dell’azienda mentre acquistano la droga, video che poi hanno utilizzato per ricattarli”. Come? “Per esempio per ottenere un cambio alloggio in tempi rapidissimi”. Il controllo del territorio è totale. “A tal punto”, spiega l’ex funzionario, “che nel 2010 qui trovò riparo un latitante, i carabinieri lo hanno cercato per settimane”. Quartieri sull’orlo di una crisi di nervi, e palazzi abbandonati. Anche questa è Aler.

E così da viale Sarca ci si sposta al civico 60 di via Adriano verso Crescenzago. Qui, qualche giorno fa, un marocchino di 30 anni, con precedenti per droga, è stato ammazzato. Lo hanno trovato su una montagnetta di rifiuti con la testa rotta. Precipitato dopo una rissa.

Guerra al Giambellino rom contro italiani
Abitava al terzo piano di uno stabile abbandonato. E come lui tanti altri disperati, gente che viene dal Nordafrica e dall’est Europa. Stabile Aler che, nei piani, doveva diventare una scuola. A testimoniarlo un cartello affisso al cancello. Si legge che “l’insegnante della prima ora deve fare l’appello e controllare le giustificazioni”. La data: 2008. Poi solo il degrado. Che si calpesta oggi metro dopo metro facendosi largo tra le erbacce e le montagne di immondizia. Ci sono finestre rotte, porte divelte e su per le scale si intravedono ombre. Dopo la morte del ragazzo nessuno parla. Si chiamava Moustafa.

Ma Aler oggi è anche corpo a corpo e lotta per la sopravvivenza. Una guerra tra poveri che infiamma il Giambellino. Succede tutto la notte del 1 ottobre scorso, quando al civico 58 arriva un camioncino. Quattro uomini entrano nel palazzo. Martellano, sfondano, occupano. Ci piazzano una ragazza con tre bimbi. I carabinieri arrivano ma non la cacciano. Il giorno dopo, in pieno pomeriggio, un gruppo di rom si presenta con sedie, tavoli, materassi. È la miccia che scatena la rivolta. “Arrivano gli zingari”, si sente urlare. La gente scende in cortile. Gli italiani fanno muro. Partono gli insulti. Si sfiora la rissa. Arrivano i carabinieri e i rom se ne vanno. “Qui non li vogliamo”.

Che fanno gli zingari? Si spostano di un chilometro verso via Odazio e piazza Tirana. Con donne, bambini e auto di lusso parcheggiate davanti al civico 4 di via Segneri. Sfilano davanti a una signora italiana con cagnolino al guinzaglio. Lei si sposta, loro tirano dritto, entrano nel cancello e scompaiono. “Ormai”, inizia la signora Rosa, “la piazza è roba loro”. Si avvicina un’altra donna. “Mi chiamo Carla e abito qua da 15 anni. Ogni giorno c’è un’aggressione, i furti sono aumentati, e poi ci sono le baby gang: ragazzi tra gli 11 e i 18 anni che fanno rapine ai passanti”.

Al Gallaratese le auto vanno a fuoco
In via Segneri la gente ha paura di protestare. Un dato comune anche in via Bolla 42, quartiere Gallaratese. Qui in una sola settimana la mafia del racket ha dato fuoco a tre macchine. Incendidolosi, non hanno dubbi gli investigatori. Ne sono certi gli inquilini che da anni protestano. Il ragionamento è questo: ora ti brucio la macchina e ti va bene così, la prossima volta, però, tocca alla tua famiglia. Da queste parti governano clan calabresi che non sfondano le porte ma i muri. “È più semplice”, dicono.

Dopodiché chi protesta, prima di essere minacciato, viene pagato. Dai 50 ai 100 euro. Tutto denaro che poi sarà recuperato con gli affitti abusivi. Succede in via Bolla come in via Asturie, non lontano da viale Sarca, dove il listino prezzi arriva fino a 3 mila euro per un appartamento di tre locali. Si occupa ovunque e Aler non pare in grado di bloccare quest’emergenza. Tanto che rispetto a cinque anni fa, gli sgomberi in flagranza sono calati del 60 per cento. In tutto questo succede anche che sulla giostra delle case popolari salgano abusivi e sbirri. Capita nei due palazzoni Aler di via San Dionigi 42 al confine con il quartiere Corvetto. Le occupazioni sono aumentate dopo la chiusura delcampo nomadi dietro via San Dionigi. La presenza di poliziotti, però, non è un deterrente. Gli abusivi non si fermano e occupano non solo gli appartamenti sfitti, ma anche quelli lasciati vuoti magari da un anziano che per qualche giorno si è ricoverato in ospedale. Il Comune di Milano, però, promette: “Sarà guerra agli abusivi e al racket”.

Da Il Fatto Quotidiano dell’8 ottobre 2014

I Casalesi a Trastevere

Non so quanto serva ma insisto:

Appartamenti a Trastevere, un immobile commerciale da 600mila euro a Formia, in provincia di Latina e più di una decina di società, tutte attive nel campo petrolifero e immobiliare. Il tesoro sequestrato dalla Guardia di Finanza di Latina – comandata dal colonnello Giovanni Reccia – all’imprenditore di Villa Literno M. P. S. mostra, ancora una volta, la capacità di espansione imprenditoriale e degli investimenti provenienti dal clan dei casalesi. Se il centro continua a rimanere saldamente radicato nella provincia di Caserta, le ramificazioni verso il Lazio appaiono sempre più salde. Una via utilizzata per ripulire i capitali, secondo gli investigatori, inondando i circuiti economici con milioni di euro.

Nell’ultima operazione della Guardia di finanza – condotta su delega della direzione distrettuale antimafia di Napoli, per un’inchiesta coordinata dall’aggiunto Giuseppe Borrelli e dal pm Giovanni Conzo – appare anche la conferma di una denuncia partita alcuni giorni fa dall’associazione Caponnetto: i clan campani stanno puntando all’acquisizione di aziende e immobili investendo nelle aste giudiziarie, approfittando dei tanti fallimenti nella zona del sud pontino. Tra gli immobili sequestrati a S. – ritenuto un imprenditore vicino al gruppo Bidognetti – c’è anche un immobile di Formia comprato qualche anno fa proprio in un’asta e oggi affittato ad un centro sanitario. L’associazione antimafia a fine settembre aveva segnalato alle forze dell’ordine la presenza di “possibili mani della camorra su alcune aziende dell’agro pontino cadute in gravi difficoltà economiche e perciò costrette a rivolgersi al sistema creditizio di banche o privati”. Operazioni che per la Caponnetto sarebbero condotte da “professionisti insospettabili che opererebbero in rete tra di essi nell’area bancaria e del recupero crediti e che svolgerebbero un’azione che tenderebbe a sottrarre ai proprietari le aziende in crisi”.

Dall’indagine condotta dalla Finanza appare ora un primo riscontro, con il sequestro di un bene in un fallimento: “Da diversi mesi stavamo lavorando sul patrimonio di questo imprenditore – commentano fonti investigative – analizzando con cura l’acquisto dell’immobile di Formia in un’asta giudiziaria”. Il sequestro – firmato dal collegio per l’applicazione delle Misure di prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – ha riguardato undici società operanti tra Napoli e Caserta: la Ctp Petroli, la Ctp Immobiliare, l’ Immobiliare San Carlo di Caserta, la V. & G. Energy, la Full Petrol, la Auto Petrol, la Posillipo Petroli, la Marinara, la SA. MI. Trasporti e la Blue Energy. L’attività principale era nel settore del commercio all’ingrosso ed al dettaglio di prodotti petroliferi, la gestione di un deposito di carburanti e di tre impianti di distribuzione stradale. E’ stata infine sequestrata una società con sede a Malta, che si occupava di locazione di immobili. Complessivamente il patrimonio sottratto all’imprenditore campano ammonta a quaranta milioni di euro.

La mafia con il silicone

Spunti per uno spettacolo:

Una maschera in silicone per garantirsi la fuga. Antonino Messicati Vitale, il presunto boss di Villabate (Palermo), è stato fermato oggi dai carabinieri. Gli investigatori seguivano passo passo i movimenti dell’indagato, che ha sempre amato la bella vita e che i carabinieri bloccarono nel dicembre 2012 a Bali, in Indonesia, dove aveva trovato rifugio poco prima di essere colpito da un’ordinanza di custodia cautelare. Poi erano scaduti i termini e il presunto capomafia era tornato un uomo libero. Messicati Vitale aveva solo l’obbligo di dimora a Palermo, per il quale tra l’altro aveva fatto ricorso chiedendo il trasferimento a Portella di Mare, frazione di Misilmeri. Il provvedimento di fermo, disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, ipotizza i reati di associazione mafiosa ed estorsione.

Messicati Vitale si era dato alla latitanza qualche mese prima dell’aprile 2012, quando con l’operazione Sisma scattarono una serie di arresti nei confronti di appartenenti al mandamento mafioso di Misilmeri – Belmonte Mezzagno. Fu poi rintracciato il 7 dicembre 2012 in un villaggio turistico di Bali, grazie alla collaborazione dell’Interpol. Un anno dopo estradato in Italia e sottoposto all’obbligo di dimora nel comune di Ficarazzi (Palermo.

Il fermo è motivato dagli inquirenti dalla “sua perdurante appartenenza a Cosa nostra, quale reggente della famiglia mafiosa di Villabate, e al pericolo di fuga”. E per gli investigatori è responsabile di un tentativo di estorsione in danno di un commerciante di carni della zona. Per i pm lo spessore del presunto boss è confermato da alcuni collaboratori di giustizia come Stefano Lo Verso, ex autista di Bernardo Provenzano, e Sergio Flamia. Nel 2011 Lo Verso dichiarava: “Nel 2010 durante la detenzione con Comparetto, dallo stesso ho appreso che ‘a Villabate si muoveva Tonino Messicati che era uscito da poco dal carcere e Tonino è un tipo che per il quale andare ad uccidere una persona è come comprare un pacchetto di sigarette…”.  Successivamente Flamia, pentito del clan di Bagheria (alcun suoi verbali sono confluiti nell’inchiesta sul protocollo Farfalla, ndr), ha definito Messicati Vitale “il vero capo del mandamento di Bagheria, un uomo d’onore della famiglia di Villabate molto influente e potente, addirittura sovraordinato a Zarcone Antonino”. Dichiarazioni che, per gli inquirenti, trovano conferme in quanto dichiarato dall’ultimo pentito del clan di Bagheria, Antonino Zarcone: “È uomo d’onore di Villabate. Dopo l’arresto di Giovanni D’Agati ha preso in mano la direzione della locale famiglia e ha anche favorito la latitanza di Gianni Nicchi”, sostiene il pentito, che aggiunge: “Nel 2011 io sono stato affiliato nella famiglia di Villabate anche se dovevo fare parte della famiglia di Bagheria, alla presenza dei fratelli Messicati Vitale, Tonino e Fabio, e Lauricella. Io, Gino Di Salvo e Tonino Vitale avevamo un ruolo direttivo nel mandamento di Bagheria; Nicola Greco era all’oscuro della nostra affiliazione”.

(fonte)

Al Quirinale due chiacchere con i boss

7 OTT – La Procura di Palermo, in una memoria depositata alla Corte d’Assise, ha dato parere favorevole alla partecipazione dei boss Toto’ Riina e Leoluca Bagarella e dell’ex ministro Nicola mancino alla deposizione, al Quirinale, del Capo dello Stato al processo sulla trattativa Stato-Mafia.
I capimafia, qualora la Corte accogliesse la loro istanza di assistere alla deposizione, parteciperebbero in videoconferenza dal carcere, mentre Mancino potrebbe assistere dal Quirinale. Secondo i pm, infatti, la possibilita’ di partecipare all’udienza, seppure con le forme della videoconferenza, sarebbe prevista dalla norma richiamata dalla Corte d’Assise per lo svolgimento dell’udienza al Quirinale, cioe’ l’articolo che disciplina l’audizione del teste sentito a domicilio. Inoltre – per la Procura – alla luce dei principi generali che consentono all’imputato di partecipare al processo, un’eventuale esclusione, a fronte di una precisa istanza, potrebbe determinare una nullita’ processuale. Da qui il parere favorevole della Procura. (ANSA).

Io pagherei per sapere le domande che potrebbe porre l’avvocato di Riina, ad esempio.

Evviva evviva! Non interessa la trattativa!

C’è in giro questa biliosa soddisfazione per il deludente risultato di spettatori del film di Sabina Guzzanti “La trattativa”. Ne scrivono i giornalai di destra ma anche di sinistra tutti tronfi tra le comode scrivanie da saccenti minimizzatori della tranquillizzazione come linea editoriale. Verrebbe da dire che Sabina non si sia impegnata in tutti questi anni per essere simpatica a tutti, sempre infilata tre gli orrori più colpevoli e turpi della nostra classe dirigente che sbava pur di ottenere piuttosto una complice distrazione dalle proprie malefatte ma l’aspetto più preoccupante di questa generalizzata esultanza per il flop è la ripetizione dei soliti meccanismi che mirano (riuscendoci) a confinare i contatti tra Stato e mafia dagli anni ’90 ad oggi tra le visioni apocalittiche di pochi esagitati. Creare o coltivare il disinteresse verso i rapporti non convenzionali tra pezzi di Stato e la criminalità organizzata significa normalizzare la mafia così come progettato da Bernardo Provenzano qualche decennio fa oltre che calpestare la vivacità civile che è la garanzia migliore per la democrazia del nostro Stato. Non so perché anche molti intellettuali e notabili antimafiosi siano ultimamente molto tiepidi sui fatti (perché ci sono già i fatti, eh) che sono agli atti di un processo che al di là della verità giudiziaria possiede già tutti gli elementi per formulare una sentenza etica sulla storia degli ultimi vent’anni di questo Paese e non so davvero se a qualcuno sia bastato l’arresto di Dell’Utri come ceralacca per chiudere definitivamente quell’epoca.

Oggi il Governo sta preparando la riforma della giustizia con alcuni degli interpreti di quegli anni bui, ad esempio, e nonostante i propositi di “rottamazione” molti torbidi personaggi sono ancora saldi al loro posto. Continuando a ripeterlo e continuando a chiedere verità e giustizia qualcuno vorrebbe farci credere che siamo solo coristi di un trita litania ma poi verrà un giorno che gli immobili di oggi si fregeranno del titolo di salvatori della patria. E noi saremo qui a ricordarli tutti, i pavidamente timidi sulle trattativa. Ce li ricorderemo tutti.

Le colpe dell’antimafia

Un articolo condivisibile in toto e coraggioso dei ragazzi del Gruppo Antimafia Pio La Torre. Perché anche le riverenze antimafiose rischiano di essere un brutto ottundimento:

La vicenda legata alle dichiarazioni del sindaco di Brescello, contenute nell’ottima video-inchiesta realizzata da Cortocircuito, si può riassumere tutta qui: una comunità si mobilita a sostegno del sindaco – accusato di aver negato la presenza mafiosa nel territorio – con uno slogan dal sapore assolutorio, “Contro tutte le Mafie”appunto.

Una situazione che ha del paradossale, se si pensa allo stereotipo con cui vicende analoghe in altre parti d’Italia vengono commentate al “Nord”; in parole povere, sempre i “soliti” solidarizzano con il politico X accusato di essere connivente con un’organizzazione criminale, quelli che dipendono dalle sue sorti per favori e prebende clientelari. Quando accade lo stesso in Emilia-Romagna, invece, è la comunità che si mobilita a fianco dell’amato sindaco, infangato nella sua onorabilità per una piccola gaffe.

Se succedono fatti simili – in cui non si vuole mettere in gioco la malafede dei manifestanti, sia chiaro – non è solo colpa, però, degli stereotipi sulla comunità forte e sana, temprata da anni di convivenza pacifica e solidale, la quale si trova sorpresa e sgomenta davanti agli arresti di esponenti della criminalità organizzata. La colpa è anche e soprattutto dell’antimafia da corteo (fatta di taluni – non tutti per fortuna – politici e da sedicenti organizzazioni antimafia più o meno conosciute in ambito nazionale). Quella che si mobilita giustamente con forme di mutualismo nei confronti dei territori più in difficoltà, ma che poi a casa propria non sa trarre le conseguenze necessarie da comportamenti e dichiarazioni deprecabili. Non è la prima volta, peraltro, che incidenti simili accadono in Emilia Romagna; a Rimini, difatti, l’ormai ex-assessore regionale Melucci era inciampato sull’ennesima buccia di banana della presenza mafiosa in Riviera, in particolare della camorra nel settore alberghiero.

Da un lato questo tipo di antimafia sembra rifiutarsi di studiare il territorio, la storia delle infiltrazioni mafiose e il successivo radicamento in zone ben precise dell’Emilia-Romagna (sembra quasi superfluo ricordare che per la provincia di Reggio Emilia, il termine colonizzazione mafiosa è tutt’altro che esagerato e, anzi, riflette abbastanza fedelmente lo sviluppo di alcune ’ndrine nella zona). Dall’altro quel poco di analisi viene fatta spesso approssimativamente e attraverso ritagli di giornale, con articoli scritti da persone tutt’altro che preparate in materia e in cui il sensazionalismo dei titoli (“C’è la camorra”, “La Dia certifica: c’è la mafia” ecc …) è inversamente proporzionale alla assennatezza del contenuto.

Non solo EXPO, la ‘ndrangheta a Roma nei cantieri Metro C

Sarà che mi viene benissimo il ruolo dell’uccellaccio del malaugurio ma mi stranisce questo silenzio sulle infiltrazioni mafiose nei cantieri della Metropolitana C a Roma, la più grande opera pubblica italiana. Tra le innumerevoli interdettive antimafia spiccano i nomi de La Palma, che viene indicata dalla DIA come “azienda legata alla mafia tradizionale di Palma di Montechiaro” oppure la Tripodi Trasporti di quel Tripodi Giovanni vicino al clan di Melito Porto Salvo. Stiamo parlando di 5 miliardi di euro di cantieri (un bel pezzo di una manovra finanziaria, per intendersi)  e di un’attenzione che langue.

Poi, mi raccomando, fra qualche anno allarmiamoci tutti.