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Matteo Alampi e le sue discariche

Dalle prime ore di questa mattina i Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria stanno eseguendo in Calabria, Veneto e Francia, un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del Tribunale reggino su richiesta della Dda, nei confronti di 24 persone accusate di associazione mafiosa, turbata libertà degli incanti, intestazione fittizia di beni e sottrazione di cose sottoposte a sequestro, con l’aggravante delle finalità mafiose. Al centro dell’operazione gli interessi della `ndrangheta nella gestione di alcune discariche in Calabria.

Le indagini del Ros hanno consentito di fare luce sulle infiltrazioni della `ndrangheta nel settore degli appalti ecologici, nel cui ambito, riferiscono i carabinieri, sono stati accertati gli accordi tra le cosche reggine per la spartizione degli enormi profitti derivanti dalla gestione fraudolenta delle discariche regionali. È stato documentato anche il controllo da parte degli indagati di imprese già sequestrate alla cosca, mediante la complicità di un amministratore giudiziario, anch’egli destinatario di un provvedimento restrittivo.

La polizia giudiziaria di Nizza e il Ros hanno rintracciato Matteo Alampi, notificandogli il mandato di arresto europeo emesso dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, per associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Alampi è ritenuto la mente imprenditoriale dell’organizzazione criminale, già capeggiata dal padre Giovanni Alampi, quest’ultimo arrestato nel 2010 nel corso dell’operazione «Il Crimine», che ne aveva delineato il ruolo di capo del «locale» di Trunca, attivo nell’omonima frazione del capoluogo reggino. Matteo Alampi, definito dagli investigatori «imprenditore `ndranghetista” è stato arrestato, insieme alla moglie, mentre si trovava in Francia, in Costa Azzurra, dal servizio regionale della polizia giudiziaria di Nizza e dal Ros dei carabinieri, grazie al servizio di cooperazione interpol. Alampi, dopo la scarcerazione, avvenuta nel marzo scorso, al termine di un periodo di detenzione per associazione mafiosa, si era trasferito a Villefranche Sur Mer, per sottrarsi alla notifica della sorveglianza speciale.

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Non bisogna avere paura della verità

L’intervento in via d’Amelio di Nino Di Matteo

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Prendere oggi la parola, in questo luogo e nella stessa ora della strage di ventidue anni fa, è per me un grande onore ed una grande responsabilità alla quale non ho voluto sottrarmi con la precisa consapevolezza che le commemorazioni di oggi avranno un senso solo se sostenute dall’impegno, dalla passione civile, dal coraggio che dobbiamo dimostrare da domani.
Non ho voluto sottrarmi alla profonda emozione che vivo in questo momento perché innanzitutto sento il bisogno di ringraziare, da cittadino, quei cittadini che, come tanti di voi, continuano a dare quotidiana testimonianza di essere innamorati della Giustizia, della Democrazia, della Costituzione, del nostro Paese. Per questo, riconoscendo in Paolo Borsellino l’incarnazione di quei sentimenti di amore e libertà, cercano di conservarne e tramandarne la memoria. Per questo si pongono a scudo di quei sacrosanti valori contro i tanti che anche oggi, anche nelle Istituzioni e nella Politica, continuano a calpestarli ed offenderli con l’arroganza dei prepotenti e degli impuniti.
Voglio ringraziare i tanti cittadini che, nella semplicità e spontaneità delle loro espressioni di solidarietà, hanno saputo riconoscere coloro i quali ancora si battono per la verità, dimostrando di volerli proteggere non solo dalle insidie della violenza mafiosa ma ancor prima dal muro di gomma della indifferenza istituzionale, dal pericolo di quel tipo di delegittimazione ed isolamento che si nutre, oggi come ieri, di silenzi colpevoli, insinuazioni meschine, ostacoli e tranelli costantemente ed abilmente predisposti per arginare  quell’ansia di verità che è rimasta patrimonio di pochi. Quei pochi che ancora non sono annegati nella palude del conformismo, del quieto vivere, dell’opportunismo più bieco sempre più spesso mascherato dalla  invocata  opportunità politica.

Sono qui per dirvi che voi avete il sacrosanto diritto di continuare a chiedere tutta la verità sulla strage di via D’Amelio e noi magistrati  il dovere etico e morale di continuare a cercarla anche nei momenti in cui, come questo che stiamo vivendo,  ci rendiamo conto  di quanto quel cammino costi, sempre più, lacrime e sangue a chi non ha paura di percorrerlo anche quando finisce per incrociare il labirinto del potere.
Per continuare a ricercare la verità è però innanzitutto necessario, con  grande onestà intellettuale, rispettare la verità e non avere mai paura a declamarla anche quando ciò può apparire impopolare o sconveniente.
Paolo Borsellino ci ha insegnato a non avere mai paura della verità. Non dobbiamo avere allora paura  a ricordare  che  affermano il falso i tanti che per ignoranza, superficialità o strumentale interesse ripetono che i processi celebratisi a Caltanissetta sulla strage di via D’Amelio hanno portato ad un nulla di fatto. Ignorano o fingono di ignorare che ventidue persone sono state definitivamente condannate per concorso in strage; ignorano, o fingono di ignorare che proprio quel lavoro di tanti magistrati ha consentito che venissero già allora  alla luce i tanti e concreti elementi che oggi ci portano a ritenere  che quella di via D’Amelio non fu soltanto una strage di mafia e che il movente non era certamente esclusivamente legato ad una vendetta mafiosa nei confronti del Giudice.
Dobbiamo imparare il rispetto della verità ed il coraggio della sua affermazione ad ogni costo.
Non è vero ciò che tutti indistintamente affermano, e falsamente rivendicano, sulla volontà di fare piena luce sulle stragi. La realtà è un’altra. Questo intendimento è rimasto patrimonio di pochi, spesso isolati e malvisti, servitori dello Stato.
Dal progredire delle nostre indagini sappiamo che in molti, anche all’interno delle istituzioni, sanno  ma continuano a preferire il silenzio, certi che quel silenzio, quella vera e propria omertà di Stato, continuerà, esattamente come è avvenuto fino ad ora, a  pagare ,con l’evoluzione di splendide carriere e con posizioni di sempre maggior potere acquisite proprio per il merito di aver taciuto, quando non anche sullo squallido ricatto di chi sa  e utilizza il suo sapere per piegare le Istituzioni alle proprie esigenze.
Dobbiamo sempre avere il coraggio di rispettare la verità e gridare la nostra rabbia perché ancora nel nostro Paese il cammino di liberazione dalla Mafia è rimasto a metà del guado. Incisivo, efficace, giustamente rigoroso nel contrasto ai livelli operativi più bassi (quelli della manovalanza mafiosa); timoroso, incerto, con le armi spuntate nei confronti di quei fenomeni, sempre più gravi e diffusi, di penetrazione mafiosa delle Istituzioni, della Politica e della Economia. Verso quel pericolosissimo dilagare della mentalità mafiosa che inevitabilmente si intreccia con una corruzione diffusa che, solo a parole, si dice di voler combattere, mentre ancora, nei fatti si assicura ai ladri, ai corrotti, agli affamatori del popolo la sostanziale impunità.
Non si può ricordare Paolo Borsellino e restare silenti a fronte di ciò che sta accadendo nel nostro Paese  e che rappresenta l’ennesima mortificazione di quei valori per tutelare i quali il Giudice Borsellino è andato  serenamente incontro al suo destino con la fierezza e la dignità di un uomo dalla schiena dritta. Non si può ricordare Paolo Borsellino ed assistere in silenzio ai tanti tentativi in atto  (dalla riforma già attuata dell’Ordinamento Giudiziario a quelle in cantiere sulla responsabilità civile dei giudici, alla gerarchizzazione delle Procure anche attraverso  sempre più numerose e discutibili prese di posizione del C.S.M.) finalizzate a ridurre l’indipendenza della Magistratura a vuota enunciazione formale con lo scopo di comprimere ed annullare l’autonomia del singolo Pubblico Ministero ed il concetto di potere diffuso  in capo a tutti i rappresentanti di quell’Ufficio. Non si può assistere in silenzio all’ormai evidente tentativo di trasformare il Magistrato Inquirente in un semplice burocrate inesorabilmente sottoposto alla volontà, quando non anche all’arbitrio, del proprio capo; di quei Dirigenti degli Uffici sempre più spesso nominati da un C.S.M. che rischia di essere schiacciato e condizionato nelle sue scelte di autogoverno dalle pretese correntizie e politiche e da indicazioni sempre più stringenti del suo Presidente.
Non si può fingere di commemorare Paolo Borsellino quando nei fatti si sta tradendo il suo pensiero e il suo sentimento; il suo concetto, alto e nobile, dell’autonomia del Magistrato  come garanzia di libertà ed eguaglianza per tutti. Poco prima di essere ucciso il Giudice Borsellino, intervenendo ad un incontro con gli studenti sull’annoso problema dei rapporti mafia-politica, stigmatizzava l’inveterata prassi del ceto politico di ripararsi, per giustificare la mancata attivazione dei necessari meccanismi di responsabilità politica, dietro il comodo paravento dell’attesa  della definitività dell’accertamento giudiziario, nell’attesa quindi del passaggio in giudicato delle sentenze penali.
Oggi, a distanza di ventidue anni da quelle amare riflessioni di Paolo Borsellino, qualcosa è cambiato, ma non certamente in meglio. In una sentenza definitiva della Corte di Cassazione è accertato che un partito politico, divenuto forza di Governo nel 1994, ha poco prima annoverato tra i suoi ideatori e fondatori un soggetto  da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra e che da molti anni fungeva da intermediario consapevole dei loro rapporti con l’imprenditore milanese che di quel partito politico divenne, fin da subito, esponente apicale. Oggi questo esponente politico (dopo essere stato a sua volta definitivamente condannato per altri gravi reati) discute, con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge Elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo suo respiro. E’ necessario non perdere la capacità di indignarsi e trovare, ciascuno nel suo ruolo  e sempre nell’osservanza delle regole, la forza di reagire. Tutti  abbiamo il dovere di evitare che anche da morto Paolo Borsellino debba subire l’onta di veder calpestato il suo sogno di Giustizia. Quel meraviglioso ideale che condivideva con Giovanni Falcone, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina , Claudio Traina, e tanti altri giusti. Quei giusti la cui memoria non merita inganni, infingimenti, atteggiamenti di pavidità mascherati da prudenza istituzionale. Sono morti perché noi allora non fummo abbastanza vivi, non vigilammo, non ci scandalizzammo all’ingiustizia,ci accontentammo dell’ipocrisia civile, subimmo quel giogo delle mediazioni e degli accomodamenti che anche oggi ammorba l’aria del nostro Paese ed ostacola il lavoro di chi vuole tutta la verità. Noi continueremo a batterci, con umiltà ma altrettanta tenacia e determinazione. Lo faremo nelle aule di Giustizia e, per ciò che ci è consentito, intervenendo nel dibattito pubblico per denunciare i gravi e concreti rischi che incombono sulla indipendenza della Magistratura e, quindi, sul principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Lo faremo mantenendo sempre nel cuore l’esempio dei nostri morti, guidati esclusivamente dalla volontà di applicare i principi della nostra Costituzione e con lo sguardo fisso alla meta della verità, consapevoli che solo la ricerca della verità può legittimarci a commemorare chi è morto dopo aver combattuto la giusta battaglia.

Nino Di Matteo

Chi può ne parli: Michele Albanese

di Roberto Rossi /// Due agenti di scorta e un’auto blindata per ogni spostamento. Questo significa, concretamente,  avere una tutela di terzo livello, la disposizione di sicurezza personale che da ieri sera è stata assegnata a Michele Albanese, giornalista, corrispondente da Polistena per il “Quotidiano del Sud”. Stava seguendo l’omicidio di ‘ndrangheta avvenuto a Sinopoli, ieri, quando è stato convocato in Questura a Reggio: un’intercettazione ambientale dice che il giornalista è a rischio. Michele è stato minacciato di morte tante volte, in più modi. Telefonate, biglietti, lettere un’intrusione a casa; anni fa gli venne recapitata una foto che ritraeva sua moglie e la primogenita.

Difficile dire quali articoli hanno dato fastidio, ora come allora: le sue inchieste sul Porto di Gioia Tauro, dalle quali emerge quanto e quale sia il livello di inquinamento mafioso delle attività economiche dell’hub transhipment più grande del Mediterraneo; gli sviluppi sulle faide tra famiglie del calibro dei Piromalli e dei Molè, i rapporti che questi clan hanno intessuto per decenni con la politica locale e nazionale; e poi i Pesce e i Bellocco di Rosarno, dove l’intreccio tra schiavitù e mafia alimenta da anni una tensione sempre pronta ad esplodere violentemente; gli articoli sui rifiuti pericolosi, quelli sul clan Alvaro in Aspromonte. Recentemente, è stato lui il primo a dare la notizia dell’inchino di Oppido Mamertina, un fatto che ha riportato per qualche giorno la Calabria nel primo sfoglio di tutti i giornali. E Michele, memoria storica della Piana, come sempre in questi casi, ha fatto da sherpa per tutti i blasonati colleghi piovuti per qualche ora a raccontare i vizi di una civiltà abbandonata a se stessa, consegnata al volere di pochi.

Al telefono, oggi, Michele, marito e padre, è di poche parole. Non si parla di lavoro – continuare o meno a scrivere di ‘ndrangheta – non ha senso nemmeno accennare a discorsi del genere; il pensiero è per il dramma vissuto dai familiari. Ancora una volta, un’intera famiglia, non solo il giornalista, sente il gelo di quella condizione di accerchiati vissuta da chi sfida la ‘ndrangheta nei piccoli centri della Calabria: «Sanno chi sei, che lavoro fai –raccontava alcuni anni fa – conoscono i tuoi spostamenti e quelli dei tuoi cari. Li incontri al bar la mattina, o quando scendi per andare a comprare il giornale». Fu lui, il giorno in cui l’abbiamo conosciuto, a spiegarci il significato del termine ‘mpamu, infame, raccontandoci di quella volta che fu sua figlia a chiederne il significato perché un compagno delle elementari le aveva negato il saluto essendo lei figlia di ‘mpamu.

Il condizionamento dell’informazione in Italia è a livelli altissimi, basta fare dare un’occhiata al sito di Ossigeno per l’informazione per rendersi conto dei numeri e della qualità delle minacce subite dai giornalisti con cadenza ormai quasi quotidiana. Il problema è enorme considerando il valore della posta in gioco, il diritto all’informazione di ogni cittadino, il senso stesso della democrazia. Michele Albanese vive con convinzione questi valori, consapevole com’è che il binomio mafia e libertà sia quanto di più antitetico possa esistere. La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile, Michele ha fatto un quadro di questa celebre citazione di Corrado Alvaro.

Sta sulla scrivania, appena sotto il monitor del suo computer.

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La mafia e i cavalli di Mangano. Ancora.

La Direzione distrettuale antimafia di Milano colpisce la mafia in ciò che le sta più a cuore: il denaro. E lo fa con il maxi sequestro di 124 immobili, tre società e 81 conti correnti gestiti, per l’accusa, da due professionisti: i fratelli Rocco e Domenico Cristodaro, 47 e 43 anni, di origine calabrese, che gli investigatori ritengono i ‘contabili’ della famiglia Mangano.

L’operazione, condotta da guardia di Finanza, squadra mobile e carabinieri, è la diretta conseguenza di quella che nel settembre scorso portò all’arresto del genero e della figlia di Vittorio Mangano e all’iscrizione dei due professionisti per associazione a delinquere di stampo mafioso. Così gli investigatori hanno eseguito un sequestro a fini di confisca di appartamenti, denaro, ma anche orti, appezzamenti di terreno, frutteti, maneggi e un’azienda agricola a Crema, la ‘Fazenda Rocco’. Qui, i finanzieri, oltre a scoprire ampi uffici arredati in modo lussuoso con stile spagnolo, hanno trovato una sorta di zoo: cammelli, zebre, lama, antilopi, oltre ad animali comuni che erano tenuti nella massima cura. E, in un locale, alcune magnifiche carrozze antiche.

I fratelli Cristodaro sono titolari di due studi di consulenza contabile a Milano e in provincia di Cremona e sono appunto sospettati di essere i reali proprietari e gestori del patrimonio accumulato nel corso degli anni grazie all’attività del clan dei Mangano.

Il provvedimento di sequestro è stato emesso dalla sezione delle misure di prevenzione del tribunale di Milano, su richiesta del procuratore aggiunto Ilda Boccassini, a capo della Dda, e dal pm Alessandra Dolci ed ha portato al sequestro di beni a Milano e in provincia di Biella per un ammontare di oltre cinque milioni di euro.

I due fratelli Cristodaro erano già finiti nel mirino di indagini condotte da varie forze di polizia, tra le quali i finanzieri della tenenza della guardia di Crema. I militari cremaschi aveva individuato un reticolo di società riconducibili ai due professionisti che erano state usate per una frode fiscale da 128 milioni di euro di base imponibile evasa e fatture false per oltre 94 milioni. Operazioni che, secondo gli investigatori, servivano per riciclare il denaro che proveniva dalle attività illegali e che poi era nuovamente messo a disposizione delle organizzazioni criminali.

Del resto, sottolineava il gip nell’ordinanza che portò in carcere Cinzia Mangano, la figlia del boss defunto, in Lombardia siamo di fronte a una “mafia imprenditoriale”. “L’associazione contestata corrisponde alla mafia imprenditoriale – scriveva il magistrato – cioè  a un’associazione che si avvale della forza dalla storia e dalla fama della realtà criminale a cui appartiene… non per realizzare in via esclusiva evidenti azioni illegali, bensì per entrare nel tessuto economico della zona d’appartenenza e trarne un beneficio economico”.

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Due parole su don Memè

Sull’inchino della madonna a Oppido Mamertina si continua a parlare troppo poco di quella sfacciata e desolante figura che è il parroco, Don Memè. Un articolo di Paolo Pollicchieni chiarisce il punto:

donmemèNoi non ci crediamo e soprattutto non crediamo alla sorpresa di monsignor Milito. Sa bene, il vescovo di Oppido, che in quella diocesi già altri e più gravi segnali si erano colti grazie all’operato di “don Memè”, storico parroco di Rosarno che non ha esitato a deporre in un tribunale della Repubblica in difesa di quei boss mafiosi che Papa Francesco ha inteso, invece, scomunicare.
Quando il caso scoppiò, monsignor Milito fece visita a don Memè e gli diede solidarietà. Davanti ai giudici, nel luglio dello scorso anno, il prete si era accomodato per dire: «Penso che Rosarno sia stato messo in una cattiva luce, non so da chi (…), è stato chiusa la sede scout per mafia, e siamo stati… siamo passati per razzisti, per cattivi contro i negri, c’è stata una serie di cose che hanno buttato fango su Rosarno e sui rosarnesi, e molti stanno pagando innocentemente penso».
Tra gli “innocenti” sotto processo don Memè colloca: «Francesco Pesce un mio amico, Domenico Varrà un gran gentiluomo e Franco Rao una brava persona». Tanto da indurre il presidente del Tribunale a chiedere: «Ma Rosarno quindi è un’isola felice ci sta facendo capire, don Ascone?».
Certo che è un’isola felice per don Memè che lì è parroco da ben trent’anni e in questi trent’anni ha visto piovere morti e dilagare corruzione. E che la Rosarno di don Memè sia un’ “isola felice” lo dimostra la devozione della famiglia Pesce che si è fatta carico di climatizzare la chiesa, probabilmente l’unica casa del Signore dove si può pregare senza sudare, grazie ai potenti condizionatori installati dagli “amici” della famiglia Pesce e della famiglia Rao.
È l’uomo che conosce la gratitudine il parroco di Rosarno, così dieci mesi dopo la sua deposizione in favore dei boss, torna a indignarsi per difendere i bravi ragazzi rosarnesi dal fango mediatico. Nel marzo scorso, infatti, la trasmissione televisiva “Le Iene” si occupa di Rosarno, dei Pesce, del porto di Gioia Tauro e della cocaina che vi transita. In questo contesto chiede il parere di don Memè. Eccolo: «Rosarno non è un paese mafioso (…) È tutto falso che il sindaco sia stato minacciato con una lettera arrivata dal carcere (…) Quello che mi tocca dire purtroppo è che quando ci sono dei sindaci di sinistra sono protetti dai giudici; quando ci sono sindaci di centrodestra non sono protetti dai giudici, anzi…».
Insomma colpa dei giornalisti e dei giudici, comunisti entrambi. Poco importa se nel frattempo l’amico Rocco Pesce incassa una condanna ad altri cinque anni per una lettera di minacce spedita dal carcere al sindaco Elisabetta Tripodi su carta intestata del Comune. Ma il meglio don Memè lo deve ancora dare, ed infatti davanti alle telecamere aggiunge: «Tanta gente a Rosarno si appoggia alla mafia per necessità. Io non ce l’ho con la mafia che purtroppo dà lavoro, ce l’ho con lo Stato che il lavoro non lo dà». Infine, riferendosi a don Ciotti, che ricordiamo è l’ispiratore e fondatore dell’associazione Libera che nella Piana di Rosarno è molto presente e si occupa di far lavorare giovani disoccupati nei terreni sequestrati ai mafiosi, don Memè afferma: «Non è un parroco, lavoro non ne ha, ha voluto prendere questa bandiera lotta alla mafia e questo lavoro. Per combattere la mafia basta essere preti, non delle guardie della polizia, questa è propaganda».
Non ci pare che questo argomentare sia in linea con l’insegnamento di Papa Francesco. Monsignor Milito però fin qui non ha battuto ciglio, probabilmente avrebbe potuto continuare a farlo anche dopo l’omaggio dei portatori della Madonna al boss Mazzagatti.
Solo che nel frattempo in quel di Cassano…

P.S. Per completezza di cronaca, va detto che don Memè con la sua testimonianza non ha portato grande giovamento agli “amici”: Francesco Pesce è stato condannato a 12 anni di reclusione; Franco Rao a 16 anni e altri 16 anni e quattro mesi sono stati inflitti a Domenico Varrà. Eppure in quel processo (“All Inside”) ben 21 imputati sono stati assolti, insomma questi giudici «comunisti»…

Un’intervista a Linkiesta (e qualche giorno fa parlavo appunto di parroci)

La mia intervista del 25 giugno:

Giulio-Cavalli-breaking1-470x157Giulio Cavalli, l’impavido giullare che sbeffeggia la mafia

L’antimafia è una cosa seria, per questo Giulio Cavalli, attore, scrittore, regista e politico, ha scelto di praticarla ricorrendo all’ironia. Attraverso una recitazione che lascia spazio ai sorrisi, il giovane paladino racconta quello che in molti non hanno il coraggio di dire utilizzando una buona dose di sarcasmo per schernire i potenti e i prepotenti. Con la consapevolezza di chi sa fare informazione e riesce a provocare il suo pubblico, domenica 22 giugno, Giulio Cavalli ha portato in scena anche a Lecce lo spettacolo “Nomi, cognomi e infami” in occasione della manifestazione “Lecce Bene Comune” che ha visto susseguirsi una serie di personaggi illustri impegnati in vari fronti.

Ricordando coloro che hanno affrontato a viso aperto la criminalità organizzata e soffermandosi su quelle figure politiche corrotte, l’attore descrive ciò che ruota dentro e intorno l’universo mafioso impiegando tecniche teatrali come interessanti giochi onomatopeici che supportati da ritmi e varie sonorità vocali, contribuiscono a catturare l’attenzione degli spettatori.

Ogni rappresentazione, frutto di un meticoloso lavoro d’inchiesta molto simile a quella che compie il giornalista, richiede impegno, ma soprattutto lealtà. Un’onestà che Giulio Cavalli sta pagando a caro prezzo. Da quando nel 2009 ha messo in scena il suo primo spettacolo “Do ut des” ha ricevuto una serie di minacce e intimidazioni tali da richiedere il supporto di una scorta.

Accompagnato dai poliziotti, Giulio ha raggiunto Lecce dove prima di andare in scena ha gentilmente risposto alle nostre domande:

L’arte teatrale e l’ironia sono alcuni degli strumenti che utilizzi nella tua lotta alla mafia. Una battaglia che si è rivelata fatale per la tua incolumità tanto da dover essere affiancato da una scorta. Malgrado le minacce e le intimidazioni hai però continuato a denunciare le ingiustizie criminali e allora vorrei chiederti se è stata la paura a generare il coraggio oppure è la voglia di riscatto per sé stessi e per un’intera società a consentirti di andare avanti nonostante tutto?

È proprio attraverso l’ironia e l’arte teatrale che chiediamo di non aver paura. Non dobbiamo e non possiamo avere paura. Chi come me propone un’arte ardita percepisce più di tutto la mancanza di solidarietà da parte dei colleghi. Bisogna continuare però con determinazione. 

Hai mai pensato di mettere in scena uno spettacolo ispirato agli atteggiamenti che assumono i mafiosi quando sono sorvegliati e devono comunicare qualcosa ricorrendo a una sorta di codice gestuale?

Il primo spettacolo portato in scena si soffermava su quei riti mafiosi che in qualche modo richiamano quella gestualità a cui hai fatto riferimento nella domanda. Bisogna non cadere nel rischio di enfatizzare questi personaggi, arricchendoli di fascino come accade nelle fiction. È importante non diventare artefici della fascinazione negativa. Dal punto di vista teatrale mi interessa raccontare quanto i boss siano simili a noi, l’empatia di un particolare boss si utilizza per distruggerlo altrimenti di rischia di innalzarlo ad eroe. 

Oggi, in Calabria, papa Bergoglio ha lanciato un monito contro i mafiosi che tanto ricorda l’anatema di Giovanni Paolo II pronunciato 21 anni fa in Sicilia, nella Valle dei Templi. Quale Dio credi salverà gli uomini di mafia?

Il Dio della Costituzione dello Stato. Quanto sta facendo papa Francesco è sicuramente importante ma spetta ai parroci di paesi e città rifiutarsi di celebrare messe nelle cappelle private dei boss o di dare la comunione agli affiliati. È opportuno agire altrimenti non cambierà nulla.

 Tratto da   http://www.salentoreport.it/intervista-a-giulio-cavalli-limpavido-giulla…

 

L’antimafia con i tribunali vuoti

Il caso Catanzaro , con solo sei giudici nella sezione indagini preliminari e soltanto cinque pm antimafia, non è degno di un Paese civile. A dirlo a “l’Espresso” è il magistrato Giuseppe Borrelli, arrivato a Napoli per ricoprire il ruolo di procuratore aggiunto dopo l’esperienza calabrese segnata da successi nella lotta ai clan.  Il periodo di Borrelli nella procura antimafia del capoluogo calabrese sarà infatti ricordato per i risultati ottenuti e le batoste inflitte alle cosche e a molti colletti bianchi.

La notizia è qui.

Giuliano nel Paese delle Meraviglie

Esce un’Ansa con alcune dichiarazioni di Giuliano Pisapia:

(ANSA) – MILANO, 2 LUG – Le imprese straniere sono ”ben accette” per partecipare all’Expo ed investire anche successivamente tuttavia ”non possono pensare di venire qui a comandare come talvolta hanno fatto in passato”. Lo ha detto il sindaco di Milano GIuliano Pisapia all’assemblea di Anie-Confindustria spiegando che ”l’obiettivo deve essere la crescita comune e non l’espropriazione del territorio”.
    Quanto invece ai rischi di infiltrazione mafiosa ”gli anticorpi che abbiamo costruito – ha assicurato – hanno consentito di respingere tentativi di ingresso”. Citando Giovanni Falcone Pisapia ha ricordato che ”là dove ci sono soldi e imprese arriva la mafia, ma in Expo non è riuscita ad inserirsi grazie alle indagini della magistratura, ai controlli della Dia e anche della Polizia Locale”.
    Per questo Pisapia, riferendosi ad Expo ha affermato: ”io ci credo e l’immagine negativa che si è data non corrisponde alla realtà”. (ANSA).

Io non so se Giuliano davvero pensi che Milano sia così stupida da credere ancora nella differenza “a piacimento” tra mafia e corruzione come se l’una sia peggiore dell’altra, completamente slegate e non so nemmeno se sia a conoscenza di tutti i rivoli delle ultime indagini della Procura che indicano chiaramente come i “servizi” legati ad Expo siano materia di trattative mafiose. Certo rimpiango la negazione perenne della Moratti: almeno lei era ignorante, lui no.

Forse vale anche la pena ascoltare Dalla Chiesa qui.

Dell’Utri e la mafia a Canale 5

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Poichè con Giulio Andreotti abbiamo commesso l’errore di tralasciare le motivazioni della sentenza di prescrizioni in cui si dichiarava a chiare lettere che fosse stato a disposizione dei mafiosi almeno fino alla primavera del 1980 e poichè ci siamo lamentati a lungo con la generazione che ci ha preceduto per la noncuranza con cui ha “scavalcato” la questione credo che sia opportuno leggere, rileggere, fare leggere e ripetere all’infinito le motivazioni che hanno portato in carcere Marcello Dell’Utri. L’iniezione di Cosa Nostra nella nostra quotidianità è molto più diffusa di quanto si sforzino di farci credere e alcune frasi della sentenza andrebbero stampate, piegate e tenute sempre nel taschino. Anche per questo crediamo che la nostra prossima produzione teatrale e editoriale L’amico degi eroi sia importante e se la pensate come noi vi chiediamo di darci una mano qui.

«Il diniego delle circostanze attenuanti generiche e il complessivo trattamento sanzionatorio sono stati giustificati con la qualità e la natura del reato commesso, espressivo di particolare pericolosità sociale» dell’ex senatore, si legge a pagina 73 delle motivazioni «con le modalità della condotta, protrattasi per un lasso di tempo assai lungo e idonea a ledere in maniera significativa» l’ordine pubblico «con la complessità e intensità del dolo tipico del concorrente esterno in associazione mafioso, espresso dai concreti comportamenti illeciti realizzati».

La Corte d’appello di Palermo che ha condannato Marcello Dell’Utri per concorso esterno ha posto l’accento sulla «sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro dall’imputato a Cinà, indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione al suddetto accordo, al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di ‘cosa nostra’, nella consapevolezza del rilievo che esso rivestiva per entrambe le parti: l’associazione mafiosa che da esso traeva un costante canale di significativo arricchimento», si legge a pagina 62 delle motivazioni.

«Il rilievo centrale, ai fini della proficua prosecuzione dell’accordo, della figura di Dell’Utri, le cui rimostranze circa il comportamento tenuto dai fratelli Pullarà, nella loro qualità di primari referenti del sodalizio mafioso subentrati nel patto di protezione dopo la scomparsa di Bontade e Teresi, determinavano la loro estromissione per ordine diretto di Salvatore Riina, capo indiscusso dell’organizzazione, che, nell’ottica della strategia complessiva perseguita, riteneva prevalente su ogni altra esigenza quella di una proficua prosecuzione del rapporto con Dell’Utri», si legge ancora.

«Il perdurante rapporto di Dell’Utri con l’associazione mafiosa, anche nel periodo in cui lavorava per Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell’amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall’incontro, avvenuto nei primi mesi dell’anno 1980, a Parigi, tra l’imputato, Bontade, Teresi, incontro nel corso del quale Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per ‘Canale 5’. Lo si legge a pagina 50 delle motivazioni della Cassazione che conferma la sentenza di condanna per Marcello Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.