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Antimafia

Si combatte. Grazie Roberto.

Ho avuto il privilegio di dividere qualche iniziativa di Libera con Roberto Morrione, di pranzare insieme a lui discutendo di televisione, informazione, mafie e politica. So quanto Libera Informazione sua figlia sua (e quanto Lorenzo e gli altri porteranno avanti il suo lavoro con la stessa schiena dritta) e quanto abbia combattuto il suo male. Mi piace ricordarlo nello scritto del collega e amico Santo della Volpe, mandadogli idealmente un abbraccio.

di Santo della Volpe – 20 maggio 2011

L’ultimo SMS me lo ha mandato giovedì sera, 19 maggio. Gli avevo chiesto (sempre con un messaggino per non disturbarlo) come stava, se c’era qualche sintomo di miglioramento: ”Si combatte.Grazie.Roberto” è stata la sua ultima risposta.
Ed in quel messaggio c’era tutto Roberto Morrione; sino alla fine Roberto, l’amico di una vita, si è battuto senza risparmiarsi in tante battaglie per la Libera Informazione, in Rai, nel sindacato, in Libera. Ma è stato anche l’amico di tante feste,tanti entusiasmi, serate passate insieme a celebrare qualche buon risultato o buon incontro; o semplicemente i vini buoni, le grappe,la buona musica, soprattutto quei chansonnier francesi che tanto amava, Brassens, Moustaki, e poi Yves Montand, Edith Piaf e soprattutto Serge Reggiani.

C’era sempre un motivo per stare insieme, per fare gruppo, per “combattere” quelle battaglie: se si perdeva, un motivo per ricominciare, ma sempre stando in piedi, a schiena dritta, con la forza dell’intelligenza e della cultura, del giornalismo. Grande lavoratore da sempre; da quando Enzo Biagi lo assunse in Rai, al TG unico di allora, dalle inchiesta per TV7 al TG1, alla sua redazione Cronaca degli anni ‘80, la migliore di quegli anni :con Nuccio Fava direttore, quella delle inchieste sulla P2, la mafia, gli intrecci torbidi tra Marcinkus e Calvi, dello scoop di Ennio Remondino che anticipò Gladio e la Cia nella strategia della tensione italiana, ma che fece infuriare Cossiga (allora presidente della Repubblica).

Costò a Fava il posto da direttore tg1, a Morrione il posto di Capo Cronista, a Remondino un bel po’ di esilio redazionale. Ma quello fu anche un esempio di vera cronaca e vera informazione libera, impensabile in questi mesi al TG1 … Quante volte ne abbiamo parlato: non che i tempi allora fossero più facili! Basti pensare che un grande cronista come Morrione fu relegato in uno stanzino dell’ala più lontana dalla redazione del palazzo TG1 di Saxa Rubra! Una indecenza: ogni giorno lo andavo a trovare,quando ero a Roma, per discutere di tutto, informazione e sindacato soprattutto, le sue passioni.

Curzi lo volle al TG3,inaugurando una delle stagioni più ricche del panorama giornalistico italiano. Era l’inizio degli anni ’90: le sue “copertine” del TG3 (veri e propri editoriali televisivi) hanno fatto storia; ma anche le inchieste di mafia,sugli appalti per la ricostruzione del dopo terremoto in Irpinia,sino all’esplosione delle bombe di Capaci e Via D’Amelio. Roberto aveva anticipato quei pericoli con quelle inchieste che un gruppo di noi, da lui guidato, faceva nel TG3, in parallelo con Michele Santoro su Samarcanda.

E la battaglia contro Cosa Nostra è stata la più lunga di Roberto Morrione, quasi quanto quella contro i misteri d’Italia, i complotti antidemocratici, dai più nascosti segreti del bandito Giuliano, sino all’assassinio di Ilaria Alpi, quella giovane giornalista che aveva visto arrivare tra di noi, al TG3, aveva visto partire per la Somalia e tornare avvolta in un feretro perché aveva voluto fare giornalismo, smascherare i traffici di rifiuti e di armi, come lui aveva insegnato e voluto far fare a noi anni prima.

In fondo la considerava un’altra voce del gruppo di cronisti della sua squadra, anche se conosciuta da poco e per questo aveva accettato con entusiasmo di far parte della giuria del Premio Giornalistico Ilaria Alpi, senza mai mancare ad una sola edizione. Quel “filo rosso” del giornalismo per la verità e l’indipendenza giornalistica, era stato alla base anche del secondo periodo della sua vita: quando dopo un breve passaggio di un anno come vicedirettore del TG2, con Garimberti direttore,(era la bella stagione dei cosiddetti “professori” ai vertici RAI), Morrione investì tutta la sua forza di costruttore di squadre comunicative prima curando la campagna elettorale dell’Ulivo nel 1996, per Prodi e Veltroni; poi tornando in RAI, per rilanciare Televideo e la quasi abbandonata RAI International, trasformandola in una rete mondiale, la più ascoltata rete RAI, facendo in modo che fosse vista in Sud America, in Asia, in Nord America ed in Australia, portando agli italiani all’estero la musica e la tradizione Italiana, dal Teatro di Pirandello ad Enzo Arbore, dal Cinema italiano sino, suo grande gioiello, al Calcio in diretta televisiva con quella “Giostra dei Gol” che fu la prima cronaca sportiva televisiva minuto per minuto nella storia della televisione italiana.

Un successo enorme, mondiale appunto, che continua ancora oggi. Per Roberto quel periodo fu di grande soddisfazione ed ancora recentemente ne parlava, anche con una certa nostalgia, riprendendo i viaggi con Alberto Sordi e Monica Vitti, gli incontri con i grandi Network mondiali ed il rispetto conquistato ,per la Rai, ovviamente ovunque nel pianeta. Perché Roberto Morrione era ed è ancora oggi il simbolo del “Servizio Pubblico” e dello “specifico televisivo”, quel particolare modo di fare informazione che si dedica alla ricerca della verità, dell’obiettività e della notizia non fine a se stessa, ma in nome del pubblico, degli spettatori intesi come persone che hanno dei diritti, anche davanti alla Tv, e non sono mai da intendersi come consumatori passivi.

E’ con questo spirito che Morrione ha accettato di costruire dal nulla RAINEWS24, la prima rete di informazione 24ore su 24 del nostro sistema televisivo. Con tecnologie allora nuove e sperimentali (e che tali sono restate dopo più di 10 anni…!) e l’idea di dare al pubblico una rete satellitare che sull’esempio della CNN e delle Cable TV di tutto il mondo, aggiornasse costantemente e continuativamente lo spettatore. Creatura difficile da far nascere ed allevare; ma anche in questa avventura l’impronta di Morrione fu determinante. Gli scoop sulla guerra in Iraq e le armi all’Uranio Impoverito, arrivarono dopo aver trovato e messo in onda l’ultima intervista di Borsellino che parlava di rapporti tra la Mafia e una certa imprenditoria milanese, con il nome di Berlusconi che ,per la prima volta ,compariva sulla bocca degli intervistatori francesi e su quella del giudice ucciso subito dopo quel dialogo, nel lontano 1992: nonostante le interrogazioni parlamentari ed i tentativi farisaici, anche dentro l’azienda RAI, di stoppare l’intervista, andò tutto in onda (eravamo nel 2002-2003).

Morrione garantì autenticità e si assunse oneri (tanti) ed onori (pochi) di una scoop che , come il vero giornalismo insegna, fece tremare i palazzi, perchè intriso di verità. Quando andò in pensione , 5 anni fa, non pensò al riposo: noi salutammo questa scadenza con una festa ad Articolo21, piena di amici e buona musica. Ma lui avvertì subito: inizia un’altra vita.

E così fu, quando decise di creare Libera Informazione, dall’Associazione Libera di Don Ciotti; prese l’impegno di far crescere una rete di informazione sulla mafia e l’antimafia che partisse dai territori, dai giovani, dalle vittime della oppressione mafiosa. Un lavoro massacrante ed instancabile, nel quale volle unire associazioni ed enti locali, singole persone (compreso chi scrive,nel suo piccolo) e personalità delle istituzioni, per far parlare con l’arma del giornalismo chi voce non l’aveva mai avuta, trasformando in informazione le grida di dolore, di indignazione, di ripulsa e di voglia di giustizia che saliva dalle terre abbrutite da Cosa Nostra, Camorra, ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita ed altre organizzazioni criminali. E non solo al Sud, ma anche a Milano, Modena,Imperia, Firenze, Orvieto,Treviso o Trieste.

Anche qui Morrione mise in campo una grande capacità organizzativa, creò una vera squadra, che ancora oggi lavora e costruisce resistenza e denuncia,fornendo materiali importanti alle indagini con le inchieste di giovani e nuovi giornalisti che hanno ora la consapevolezza della propria forza e della rete che oggi li unisce, dentro Libera. Una creatura che non muore, anzi…Continuerà a lavorare in nome di Morrione.

L’ultima battaglia, Roberto l’ha combattuta dentro un male che cresceva dentro di sé; scoperto 4 anni fa e combattuto con la sua solita determinazione: a viso aperto. Roberto sapeva tutto e si è battuto sino all’ultimo, con cure e nuovi protocolli di cure, ma sempre, sempre, portando avanti le sue iniziative e le sue battaglie antimafia, senza mai abbandonare il lavoro a Libera, anzi. ..mettendo in campo una pressione ulteriore per dare solidità e impalcature durature alla sua creatura, perché la squadra continuasse a lavorare.

Pochi giorni prima di lasciarci, con un ultimo filo di voce dal letto dell’Ospedale, tra una considerazione sulla Rai, una sulle elezioni amministrative (almeno ha visto che l’Italia si sta risvegliando, ha fatto in tempo a vedere i risultati di Milano, Torino, Bologna…!), Roberto mi ha ricordato il Consiglio di amministrazione di Libera Informazione, che si dovrebbe convocare tra poco. “Beh, aspettiamo che tu stia meglio”avevo risposto. E nello sguardo di Roberto si era accesa una scintilla, subito piegata da una flessione della testa come faceva spesso per sottolineare con ironia ,”sotto i baffi”, qualcosa che riteneva difficile da realizzare, ma che sperava ancora di poter fare.

Quel gesto della testa era il suo grido di battaglia, modesto, signorile, concreto, duraturo come una promessa; l’incipit soprattutto di una battaglia da fare….”Mi raccomando”, gli dissi salutandolo,”non molliamo, mai”. Mi strinse la mano forte, con amicizia, ma in silenzio.

Giovedì 19 maggio 2011, alle 18,14, il suo SMS, “Ciao, si combatte. Grazie”. Ha combattuto. Il male lo ha stroncato in un’alba del 20 maggio, il giorno dopo…”morire di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio”, diceva il nostro De Andrè…Roberto ha combattuto fino alla fine, per la vita e per quegli ideali che ha sempre dimostrato in vita con coerenza, signorilità e fermezza. Giustizia, verità, solidarietà, democrazia. Un uomo giusto. Ora tocca a noi continuare.

Un grande abbraccio alla moglie Mara, ai suoi figli e a tutta la sua famiglia. Grazie Roberto, amico di una vita.

Tratto da: articolo21.org


 

Nel lodigiano i rifiuti li raccoglie la mafia

Una storia che si è sussurrata, bisbigliata. Una storia che mi è capitato di urlare in giro per la provincia. Negli occhi mi rimane la timidezza di chi, seduto al fianco durante una serata qualsiasi, si dissociava (millimmetricamente) con gli occhi di chi si trova dove si esagera.

ITALIA 90, la società che si occupa della raccolta di rifiuti in molti comuni del lodigiano, del cremonese e in alcuni comuni liguri è il braccio imprenditoriale di Cosa Nostra sull’immondizia lombarda. ITALIA 90 con il suo capannone a forma di tranquillo capannone lombardo a Ospedaletto Lodigiano (Lodi) è mafia. Con tutti i contorni della mafia: le minacce, le intimidazioni (come i dipendenti della ditta concorrente “buttati giù dai camion” come si diceva dei dipendenti della Meco Srl a San’Angelo Lodigiano), e i soldi. Una montagna di soldi. 22 milioni di euro di beni sequestrati tra Palermo e Lodi con quel filo sottile che molti si ostinano a non voler vedere. E chi vede si ostina a non volerne parlare.

Luigi Abbate (per gli amici degli amici “Gino u mitra”, vista la sua abilità con le armi) è uomo d’onore del mandamento mafioso di “Porta Nuova” a Palermo, impegnato in una fitta rete di società cooperative nel settore di raccolta e smaltimento rifiuti: una delle tante storie del “sud” che si leggono nei giornali “su al nord”. Abbate, del resto, è uomo conosciuto dalle forze dell’ordine: per due volte sottoposto a misure di prevenzione (nel lontano 1978 e poi nel 1996, con obbligo di soggiorno) viene arrestato il 23 settembre 2000 per concorso esterno in estorsione aggravata ed associazione a delinquere di stampo mafioso, poi nel 2005 in carcere per traffico di stupefacenti e cinque anni fa per il reato di estorsione aggravata, fino ad arrivare al 14 giugno 2006 alla condanna definitiva per il reato di cui all’articolo 416 bis. Luigi Abbate è un mafioso. Un mafioso con un reddito dichiarato da umile operaio.

Nelle storie di mafia si sa che arriva sempre l’investimento che non ti aspetti, con i soldi che non si riconoscono e che si nascondono sotto falsi nomi. Una di queste società è ITALIA 90 SRL costituita nel 1999 con la ragione sociale di “ITALIA 90 di Truddaiu Roberto e C. S.a.s. Con sede a Palermo in via dello Spasimo 62 e con alle spalle la solita ombra del Luigi Abbate e con sede operativa prima a Sant’Angelo Lodigiano (LO) e, dal 2008, nel Comune di Ospedaletto Lodigiano. E qui il filo arriva a noi. E diventa tutto dal sapore locale.

Dopo un giro di passaggi societari ITALIA 90 diventa di Claudio Demma, marito di Maria Abbate figlia di “Gino u mitra”. Amministratore unico Susanna Ingargiola. Tutti residenti nel profondo lodigiano: Sant’Angelo Lodigiano. Claudio Demma con i suoi pittoreschi modi da boss(ettino) in trasferta non mancava di raccontare la propria parentela con il temibile e temuto Gino ‘u mitra.

Claudio Demma difende con le unghie l’onorabilità del padrone occulto Abbate come un figlio con il proprio padre, come un cane con il proprio padrone: il 23 novembre del 2008 telefona a Nino Aiutino (un nome, un programma) riprendendolo per una brutta frase detta dal padre di Nino. Dice Demma di avere sentito urlare “Abbate me li sbatto nella minchia, Ginu u mitra ma suca”, e questo non è modo di parlare riferendosi al boss.

Poi Demma e soci sentono puzza di bruciato e cercano di salvare almeno il salvabile. Il 7 ottobre 2008 la famigliola Demma-Abbate discute allegramente sui prestanome da scovare in giro. Alla fine la scelta cade sulla dipendente di ITALIA 90 Francesca Castellese per la costituzione della società AZIMUT in cui nascondere i beni cercando di salvarsi.

Eppure ITALIA 90 è una storia che puzza da un pezzo. Nel 2003 Giannantonio Tealdi titolare della cooperativa “La Luna” aveva sporto querela contro Demma, ritenuto autore di danneggiamenti ai mezzi della cooperativa. In quella querela stava scritto a chiare lettere che su ITALIA 90 decideva solo e solamente Luigi Abbate, direttamente da Palermo.

ITALIA 90 ha monopolizzato, inquinato e calpestato il mercato dei rifiuti nelle provincie di Lodi e Cremona. Un mercato che per anni non è stato un mercato legale ma un campo dopato da gente con la voce grossa e (forse) concorrenti con la paura in tasca. Mentre si sparla di commissioni antimafia, di nuove leggi e di impegni chiaccherati e sbandierati in Questura ci dicono che il primo sospetto è nato perché un piccolo comune (Zelo Buon Persico) aveva deciso di approfondire le carte su questa “ombrosa” società fino ad annullarne l’appalto. Zelo Buon Persico ha meno di 7000 abitanti e un municipio grande come l’ingresso di grandi e potenti istituzioni. Zelo Buon Persico usando e osando le leggi a disposizione ha detto no a ITALIA 90 e i suoi amichetti. Ci è cascato invece Sant’Angelo Lodigiano e (udite, udite) il comune di Maleo dove siede la poltrona di Sindaco il Presidente della Provincia di Lodi, il leghista Pietro Foroni. Lo stesso che ha annunciato soddisfatto la nuova Commissione Antimafia della Provincia.

Come può il territorio non alzare la voce? Non scendere in piazza? Non allarmarsi almeno tanto quanto il pericolo scippi o la fobia dei rom?

La domanda sorge spontanea: sono eroi e illuminati i funzionari di Zelo Buon Persico o troppo timidi tutti gli altri?

Altrimenti trasferiamo quel funzionario del paesino all’interno del Palazzo Provinciale e avremo bella e pronta l’unica commissione antimafia che per ora ha funzionato in provincia.

I video


Lodigiano: la terra dei fuochi

Confesso che ho sempre avuto un rapporto difficile con Lodi e il lodigiano. Per una catena di “convergenze” (come le chiamerebbe Nando Dalla Chiesa) che mi si sono infilate a forma di lama. Dal 2006 a oggi. Eppure non riesco a non amare Lodi e i lodigiani con l’amore (anche rancoroso, nelle sue curve peggiori) che si ha per la città in cui camminano i propri figli.

Ho seguito da lontano questi ultimi mesi di fuochi, riunioni, esperti dell’ultim’ora e balletti istituzionali: corse da una stanza all’altra come un adolescente che deve sistemare casa prima del rientro dei genitori. A nascondere le tracce e, come sempre, tutti poi a minimizzarle al bar. Ma non è delle contromosse difensive che voglio scrivere (pur apprezzando lo spirito e l’impegno di Prefettura e di alcuni consiglieri provinciali sul tema con, intorno,  l’assordante silenzio dei soliti noti): il giudizio sulla “battaglia” ho deciso da un pezzo di lasciarlo ai nostri figli.

Mi tocca piuttosto questa terra ferita e bruciata come una donna lasciata sul marciapiede tra i cartoni, mi tocca la coltre intorno ai tanti giovani che continuano a scriverne e riunirsi e parlarne e alla fine rimbalzano, mi tocca la penna dei giornalisti e direttori che ne scrivono ma rimangono solo opinioni, mi tocca l’impegno di (troppo pochi) politici che vengono additati come esibizionisti e mi tocca la solitudine delle forze dell’ordine.

Mi tocca, più di tutto, una terra incapace di trasformare un allarme in un comune sentire.

L’anno scorso venni invitato, a Napoli, a parlare della “terra di fuochi”: un’isola tra Qualiano, Villaricca e Giugliano che brucia rifiuti come un fumento quotidiano di pneumatici, rottami e veleni. Una signora anziana mi disse che dalle città normali dovrebbero alzarsi i palloncini mica i fumi. Me lo disse con un dolore che non si riesce a scrivere.

Da qualche anno il Lodigiano ha smesso di liberare palloncini e ha cominciato ad annusare roghi. Numeri disarmanti, falò come un rito tribale per parlarsi con il fumo, «una strategia per alzare la tensione nel settore e per riprendersi fette di mercato, da parte di qualcuno, che sono state perse: una sorta di concorrenza scorretta ricorrendo a condotte di carattere criminale» dice il sostituto procuratore Paolo Filippini. Quindici incendi in impianti per lo stoccaggio o il trattamento dei rifiuti a partire dal 2003. Ben otto a partire dall’ottobre scorso. A gennaio si mette ad indagare anche l’antimafia. Impianti diversi dove si rincorrono gli stessi cognomi, come in un film dell’orrore con una trama annunciata. L’ultimo incendio, invece, è un incendio che lascia macerie a forma di macerie. Di quelle che ti rimangono nel naso per anni. Ne scrive Fabio Abati in questo articolo, ne avevo parlato qui (meritandomi una telefonata in cui mi si diceva che era “roba da cui stare attento”, come nei film western). Una storia con troppe ombre in cui galleggia una cooperativa all’interno di una cartiera con una donna alla presidenza. Una donna che qualche mese fa sparisce, viene messa sotto protezione, come nelle storie che stentiamo a credere: è la moglie di Giovanni Costa, nativo di Gela, poi camionista a Caserta, poi residente a Lodivecchio prima di sposarsi con la presidente della cooperativa e trasferirsi a Sant’Angelo Lodigiano. Giovanni Costa viene arrestato nel maggio 2010 nell’ambito di un’inchiesta dellaDda di Napoli sul “cartello” del crimine organizzato per il mercato ortofrutticolo nel centro-sud. Lui si professa innocente per bocca del suo avvocato ma qualche “vecchio amico” si convince che stia parlando troppo. Così scatta il programma di protezione.

Nicola Piacente, il procuratore antimafia che sta seguendo le indagini, lascia un frase sul marmo: “se le indagini stanno procedendo con queste tempistiche – si lascia sfuggire Piacente – e ancora nessuna risposta possiamo dare alla gente che si preoccupa di quello che gli accade sotto casa, è perché forse ci aspettavamo maggiore collaborazione da parte di chi quegli incendi li ha subiti”. Come nella terra dei fuochi.

La paura mangia l’integrità dell’uomo, diceva Karekin I, e la sonnolenza lo stordisce. C’è un pezzo di terra da difendere con i denti. Diceva Giuseppe Gatì: questa è la mia terra e io la difendo, e tu?

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/26/lodigiano-la-terra-dei-fuochi/107151/

 

‘ndrangheta/ Cavalli: a Brescia la mafia non esiste, ma i Fortugno sì

‘ndrangheta/ Cavalli (IDV): a Brescia la mafia non esiste, ma i Fortugno sì

A margine della sua partecipazione alla manifestazione davanti al Tribunale di Brescia il consigliere regionale di Idv Giulio Cavalli afferma che  le condanne di primo grado a 10, 6 e 4 anni di reclusione dicono che chi ha additato i fratelli Fortugno come inquinatori organizzati del vivere civile imprenditoriale bresciano non può più essere definito visionario.

“Marcello, Rocco e Gaetano Fortugno si contrappongono – continua Cavalli – a quella società civile che dopo la manifestazione di oggi (e con le condanne inflitte) vuole dire ad alta voce che per loro, così come per le altre famiglie che inquinano le nostre zone, a causa dei loro metodi di fare business non c’è più posto e non saranno più tollerati”.

Dice il consigliere Cavalli che “questa sentenza è l’apertura di un percorso che deve obbligare i cittadini ad essere più consapevoli e a prendere una posizione netta di fronte a reati dal retrogusto mafioso”.

“Del resto, aggiunge Cavalli, nonostante la desolante esibizione di uno dei fratelli Fortugno che, come nelle peggiori commedie ha dichiarato che a Brescia la mafia non esiste, oggi a Brescia sappiamo che esistono i Fortugno”.

“La sentenza di primo grado proietta l’immagine di un intreccio di malaffare e criminalità diffuso sul territorio bresciano che, però, è già accaduto. E’ necessario arginare ciò che sta accadendo ora e che le carte giudiziarie non possono dirci”.

 

 

Formigoni patetico antimafioso da urlo

Facciamo un patto. Un patto sociale antimafioso, un contratto con gli italiani come lo chiamava lui. Ma firmiamolo subito, con urgenza. A destra, a sinistra, sopra e sotto mettiamoci d’accordo per un limite alla decenza, alla legalità e soprattutto all’opportunità. Decidiamo tutti insieme (se lo facciamo con una richiesta di voto segreto, in Consigliosi richiede con almeno cinque consiglieri e allora ci mettiamo le 900 vittime di mafia di questo Paese). Possiamo discutere, litigare e avere diverse visioni sulle responsabilità sparse per la Lombardia. Possiamo vedere sfrenati allarmisti o attendisti fin troppo tiepidi, possiamo anche sopportare i polituncoli che si dicono “io ne ho uno ma voi ne avete due”. Ma non possiamo sopportare, non dobbiamo sopportare che Roberto Formigoni affronti impunito l’argomento. Peggio ancora se perde le staffe come uno scolaretto con le mani nella marmellata. Dobbiamo impedirgli di parlare di lotta alla criminalità organizzata con quella faccia sulfurea da intoccabile, e dobbiamo ricordargli che non ha nemmeno il diritto di scomporsi.

Ci dia risposte su Massimo Ponzoni.

Dia un segno di vita su Carlo Chiriaco, Pino Neri e i loro presunti rapporti con Giancarlo Abelli.

Ci racconti dei rapporti che spuntano dalle indagini di questi anni tra esponenti di Comunione e Liberazione e uomini di mafie.

Ci racconti cosa lo costringe a difendere ad oltranza (imbarazzando i suoi alleati) Pietrogino Pezzano.

Ci racconti perché le associazioni di categoria stringono patti etici fotografandosi con lui e in questi anni non hanno mai espulso un loro iscritto.

Ci racconti e ci spieghi chi sono, secondo lui, gli “indifferenti” di cui parlano puntualmente ad ogni conferenza stampa i magistrati lombardi.

Ci racconti chi in questi anni ha sottovalutato il fenomeno mafioso essendo al potere illegittimamente da un ventennio.

Noi, in cambio, promettiamo che ascolteremo cosa ha da dirci sull’argomento.

 

 

Non facciamo spegnere Mauro Rostagno

In questi giorni si tiene un processo che nessun cittadino eticamente e costituzionalmente vivo può permettersi di non ascoltare e seguire. Mauro Rostagno è stato ucciso a 46 anni per mano di mafia. Seguo il processo cercando briciole in giro per la rete e studiando le poche carte che sono riuscito a recuperare. Mauro Rostagno è una noce di impegno e rifiuto del compromesso nella nebbia trapanese. Ogni volta che leggo le parole e i fatti sento il peso insopportabile e pluriomicida di un’antimafia che dimentica per comodo o sottovaluta il dovere di esercizio della memoria. Mauro Rostagno è una favola che addolcisce, e appena si comincerà seriamente a raccontarla avremo la colpa di essere in ritardo.

Le parole di Maddalena (sua figlia) sono il ritratto di un dolore che non si spegne sotto la brace. Mi sono commosso a leggerla. Sono le parole che sanguinano di una storia ancora viva, come un’aragosta. Con un lamento quasi impercettibile. Seguiamo il processo Rostagno: cerchiamolo nei blog, parliamone al bar, agli amici, chiediamoci tutte le mattine come andrà a finire. Teniamo acceso questo fuoco.

di Maddalena Rostagno – Nei giorni della camera ardente io stavo fuori dalla porta, senza entrare, a guardare i volti delle persone che entravano a salutarti. Ti ho salutato per ultima, all’ultimo, da sola. Al funerale non sono venuta. Ti ho salutato da sola, al cimitero, scavalcando il muretto. I nostri saluti sono una cosa nostra, intima, privata. Se ogni tanto diventano cosa pubblica è solo per avere lo spazio per farti ricordare.

Il tuo funerale. Due giorni fa ero in aula di tribunale mentre il generale Nazareno Montanti, capo del reparto operativo dei carabinieri che si occupò delle indagini, fin da subito. Ha detto che lui non guardava la televisione, che sapeva dai suoi sottoposti che avevi uno spazio a RTC, che forse ti occupavi di temi sociali e non di denuncia. E che comunque non eri molto seguito. Ringrazio Enza Rando, legale di Libera, costituitasi parte civile nel processo, per il suo intervento. Per aver dato voce al mio dolore e soprattutto al falso storico. Il tuo funerale l’ho visto pochi giorni dopo, da sola, lo custodisco e mi è capitato in questi quasi 23 anni di riguardarlo. Al tuo funerale non c’erano solo i tuoi familiari, in prima fila vicino a Chicca, un’anziana signora che avrebbe potuto essere tua mamma. Non c’erano solo i numerosi tuoi amici arrivati dal Nord. Al tuo funerale c’era la città di Trapani, o almeno una consistente parte di essa. La chiesa era stracolma durante la bellissima omelia di monsignor Adragna. Quando hanno preso la tua bara e sei uscito dalla chiesa c’erano tantissime persone, le strade piene, a darti un’ultima carezza. Arrivati in piazza, stracolma di gente, loro, le persone hanno fischiato e/o applaudito gli interventi. E dopo sono stati intervistati tanti giovani, che avevano la mia età, che ti ascoltavano. Che ti avevano scelto come punto di riferimento.

Se è stato concesso al Generale di dire questo nell’aula, senza che l’avvocato della comunità Saman, anch’essa costituitasi parte civile nel processo, abbia sentito il dovere ed il bisogno di controbattere. Spero venga accolta la mia preghiera, nella prossima udienza, di acquisire agli atti il girato del tuo funerale. Ma questo è molto sentimento.

Mi chiedo dove siano i tanti giornalisti che si definiscono tali e d’inchiesta. In molti ti ignorano, altri -pochi-scrivono di te senza essere mai andati al tribunale, a leggere i 35 faldoni e più delle carte che ti riguardano. Certo, ci vuole tempo e passione. E‘ più facile fare copia e incolla da articoli di colleghi, rischiando di riportare, ancora e ancora, come vere falsità. Un piccolo esempio la frase di Renato Curcio e di un colloquio con Mariano Agate avvenuto nel carcere di Favignana. Dove a domanda di Renato gli viene risposto che è cosa vostra, cosa nostra non c’entra. Falso. io ho letto il verbale, ma forse sono l’unica ad averlo fatto. Curcio smentisce tale circostanza davanti al pm. Ma siccome qualcuno lo ha scritto una volta, altri copia e incolla continuano a riportarlo come fatto vero, effettivo, accaduto. E così si continua a mascariare il Contesto, a gettare fango e rendere sempre più lontana e impossibile la verità

Io non sono una giornalista. Ma le fonti, le fonti primarie?

Perché nessuno di loro si è mai posto alcune domande. Perchè la necessità di denigrare ed escludere la pista mafiosa sin dal “rapporto preliminare”? Per quale ragione “alcuni” non diedero mai impulso al compimento di atti di indagine finalizzati ad appurare la veridicità delle circostanze poste a fondamento delle valutazioni contenute nel rapporto preliminare, specie di quelle a fondamento della esclusione della pista mafiosa? E’ ammissibile che ciò sia avvenuto in assoluta autonomia? E perché nessuno è interessato ad un esposto che è stato fatto contro Montanti & co?

Più facile scrivere della teoria del “pompino divino”. Pensa Mauro, c’hai avuto la sfortuna di infrattarti con una moglie di un generale in un campo e guarda caso di vedere un aereo atterrare e il verificarsi di strani scambi. E casualità, tornandoci un’altra volta, questa seconda fornito di telecamera, hai avuto la stessa sfacciata fortuna – o sfortuna- di riassistere allo stesso episodio. Il “pompino divino” e non, mi pare più verosimile, una soffiata o una collaborazione ed indagine con terzi. Ma si sa, certe cose tirano di più.

Radio radicale sul sito propone l’audio integrale di tutte le udienze. Noi familiari, credo tutti, siamo disponibili ad aiutare eventuali giornalisti pronti e volenterosi, necessariamente forniti di un po’ di tempo ed umiltà per leggersi alcune cosuzze, prima di scrivere, e contribuire al mascariamento.

 

Consiglio Regionale: sì bipartisan a mozione PDL per scorta Cavalli

ANSA- La scorta al consigliere regionale Idv e attore “anti-mafia” Giulio Cavalli deve essere garantita. Lo chiede l’aula lombarda che questo pomeriggio ha approvato all’unanimita’ una mozione del Pdl presentata dal consigliere Giorgio Puricelli e poi sottoscritta da altri gruppi, con la quale si invita il presidente del consiglio regionale Davide Boni “a sensibilizzare la Prefettura di Lodi attraverso il Ministero dell’Interno, affinche’ siano ulteriormente approfondite le condizioni inerenti alla sicurezza del consigliere”. “Un’iniziativa – ha spiegato Puricelli – che non e’ in alcun modo una critica nei confronti delle nostre forze dell’ordine e del Ministero, ma che vuole permettere al nostro collega di continuare la sua attivita’ politica in sicurezza. Il Consiglio regionale deve far vedere di essere a sostegno di chi si espone per la lotta alla mafia”. “Prendo questa mozione come un atto di cui non posso che essere grato – ha detto Cavalli – ma non e’ un’apertura di credito verso nessuno”. Il consigliere Idv ha poi sottolineato di “continuare a credere nelle istituzioni” ma di “non avere assolutamente fiducia nella figura del prefetto di Lodi”.


Legge legalità: una promessa mantenuta. Nonostante tutto.

In campagna elettorale ci era capitato spesso di parlare dell’importanza di una legge che legittimasse il lavoro dei tanti che da anni nelle scuole portano i propri progetti di educazione alla legalità e alla Costituzione. Avevo promesso (e, soprattutto mi ero promesso) di portare avanti il progetto che nella scorsa Legislatura già Marco Cipriano aveva provato a trasformare in Legge. Per questo il PDL sull’educazione alla legalità è stato uno dei primi atti che ho depositato appena arrivato in Regione (praticamente in contemporanea con Chiara Cremonesi di SEL). Il lavoro in Commissione è stato (come sempre) un lavoro di mediazione che ha comunque mantenuto i punti cardine del progetto: la giornata del 21 marzo organizzata da Libera in ricordo delle vittime di mafia e l’importanza di seminare lo spirito di legalità partendo dalle scuole (come da anni associazioni sul territorio nazionale continuano a fare). Certo questo “annacquamento” tra bullismo e altro mi lascia un po’ perplesso, ma questo è il primo passo (obbligatorio) per costruire altro: oggi in un’Istituzione lombarda si riconosce il bisogno di combattere le mafie del territorio.

Dispiace un po’ come sia andata in Aula (l’Assessore La Russa ha proposto e poi ritirato un emendamento che chiedeva di estromettere dai progetti associazioni politicizzate e ha citato Libera come esempio di associazionismo di propaganda elettorale) e dispiace tutto questo superficiale e ignorante tran tran che sui giornali parla di legge – Bossi jr. I disegni di legge sono di IDV e SEL, tutti i partiti hanno lavorato per migliorarlo secondo i propri modi e Renzo Bossi è stato il relatore (scelto dalla maggioranza) che ha seguito il cammino della legge e l’ha portata in aula.

In parole povere è come complimentarsi con il cameriere per come ha cucinato bene il pollo, dimenticandosi del cuoco.

(la legge la trovate qui)

Il vergognoso segreto di Stato sul caso Agostino

Una firma costa poco. Ma qui vale tantissimo.

http://www.firmiamo.it/togliete-il-segreto-di-stato-sul-caso-agostino

La petizione si prefigge come obbiettivo la rimozione dell’assurdo segreto di stato posto nel 2005 sul caso AGOSTINO. ANTONINO AGOSTINO era un giovane poliziotto palermitano della squadra volanti , prestava servizio presso il commissariato san lorenzo. la sera del 5 agosto 1989 NINO si stava recando insieme alla moglie IDA CASTELLUCCIO (CHE ERA INCINTA) a villagrazia di Carini (PA) per festeggiare il compleanno della sorella, NINO era chiaramente fuori servizio e non aveva con se la pistola d’ordinanza. I due ragazzi si stavano accingendo ad aprire il portone quando un commando di killer li uccise davanti gli occhi della famiglia Agostino. Sono passati 21 anni da quel 5 agosto 1989 e ancora le rispettive famiglie non hanno ottenuto VERITA’ E GIUSTIZIA negli anni 90 Antonino Agostino e la moglie Ida sono stati riconosciuti VITTIME DI MAFIA, nel 2005 è stato apposto sul caso UN VERGOGNOSO SEGRETO DI STATO, LA FAMIGLIA , I PALERMITANI, GLI ITALIANI VOGLIONO CHE QUESTO SIGILLO DELLA VERGOGNA VENGA TOLTO!!! Sicuramente non è un caso illustre e celebre, come quello di Moro o Calabresi ma, l’omicidio dell’agente Agostino non è meno fitto di segreti di stato,loschi intrecci e collusioni oscure tra istituzioni,servizi segreti e mafia.Un altro delitto, avvolto nel mistero. Da allora la famiglia di nino si e’ battuta e lo sta ancora facendo, per cercare una verita’ che lo stato non vuole dare. Il signor VINCENZO AGOSTINO ha percorso ogni strada per far conoscere la storia del figlio , da quel tragico 5 agosto non si è più tagliato barba e capelli, e non lo farà fino a quando non arriverà la sacrosanta verità sulla morte del figlio della nuora e di quel bimbo mai nato. AIUTIAMOLI E FIRMIAMO TUTTI LA PETIZIONE !!!!!!!

Lettera a Mandalari. Preso.

Alla fine ti hanno preso Vincenzino. Ti hanno preso nonostante quella tua aurea da boss a cui, in fondo, nemmeno tra i tuoi di Bollate non ci ha mai creduto nessuno. Ti hanno preso tutto bello panciuto mentre latitavi a San Giuliano Milanese. Come un latitante co.co.pro., che deve rifugiarsi in periferia. Le carte dell’operazione INFINITO ci dicevano che a capo della “locale” di Bollate c’era il tuo sguardo da tipico italiano in vacanza mentre facevi finta di essere solo un imprenditore un po’ eccessivo nei modi a capo della tua IMES SRL: società (tanto per cambiare) di strade e costruzioni come tante altre qui da noi che fingono di fare imprenditoria concimandosi con il letame della vostra violenza ed arroganza. Ti hanno preso sul piazzale della stazione, come in noioso film francese in bianco e nero in cui la finta vedova si incontra nell’ombra. La tua finta vedova tutta risentita che ci ha sfidato con gli occhi mentre passava davanti alla tua casa bunker con quello sguardo bieco dei diritti e delle leggi diventati proprietà privata. Hai raccontato che sei scappato perché hai visto gli elicotteri. Poveretto. Vorresti essere un primula rossa e invece sei la fotografia esatta della ‘ndrangheta in mutande che perde nonostante tutto. Nonostante i mezzi che perdono i pezzi delle forze dell’ordine mentre ti inseguono e nonostante la tua storia e questa storia abbia fatto notizia per un paio di giorni. Poi è diventata strumentalizzazione politica, dicevano. Lo dicevano nel Consiglio comunale della tua città mentre ancora in molti sostenevano che comunque sei una brava persona.

Caro Vincenzino, sei finito come la fine del topo come nemmeno in una commedia di subordine. Hai fatto finta di fare il boss e invece eri un criceto sulla ruota. Chissà se adesso almeno non ti senti un po’ più al sicuro, almeno per quella tua bocca troppo larga che ha alzato il velo su questo letame sparso in Lombardia. Adesso sei al sicuro dai tuoi “amici” che non ti perdoneranno certo questa tua inclinazione a parlare troppo. Infami, li chiamate voi. Infami come la fine che ti ha aspettato nel piazzale.

Oggi la Lombardia è sulle spalle del lavoro sommerso e incessante del colonnello Giuseppe Spina che non ha mollato la presa. Oggi la Lombardia con il topo in gabbia sorride. Buona domenica, zio Enzo.