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matteo pascoletti

Chi semplicemente dissente, che mezzi usa?

Matteo Pascoletti per ValigiaBlu si supera sulle pacificazioni per forza (ne parlavamo a proposito di macchiavellismo cattolico):

Ora, in questo scenario, vorrei capire: come si attuano pacificazione e coesione? Gli operai avrebbero dovuto mettersi in ginocchio e chiedere ai camionisti di non spostare i macchinari? Avrebbero dovuto pregare chi ha deciso il trasferimento, affinché ci ripensasse? Avrebbero dovuto scrivere a Letta affinché, tra la fine di Ferragosto e l’inizio del meeting di Cl, dichiarasse che quanto prima avrebbe valutato una possibile soluzione in merito al problema venutosi recentemente a creare alla Firem? E le vittime dei terremoti che hanno colpito l’Aquila nel 2009 e l’Emilia nel 2012, con chi si devono pacificare, con le macerie? E chi non ha lavoro, esattamente, con chi si deve pacificare? E gli indigenti veri e propri, ossia coloro che vivono con più forza il peso dell’oppressione, tanto da esserne schiacciati, non sono forse lasciati completamente fuori da una simile retorica, alla stregua di paria? Forse si dà per scontato che erediteranno il Regno dei Cieli, dalle parti di Rimini. Evitare il conflitto in uno stato simile significa mantenere intatte le disuguaglianze. Oppure costringe le persone a pregare Papà Governo Buono perché risolva il problema del figlio che sta zitto e quieto: si precipiterebbe nel peggior paternalismo autoritario. La tradizione non-violenta (quella di Gandhi e Capitini, per intendersi) riconosce il valore del conflitto, in presenza dell’ingiustizia, ma ragiona sul fatto che i mezzi sono fini, quando si lotta contro di essa. Mezzi violenti portano alla violenza, e nessun fine, alla lunga, può giustificarli; ma di fronte all’oppressione, la presa di coscienza rende impensabile il retrocedere, o la «coesione». Allora l’inevitabile domanda per Letta e per tutti quelli che «bravo Letta!» è: questo Governo, nei confronti delle classi più disagiate o di chi semplicemente dissente, che mezzi usa?

(http://www.valigiablu.it/letta-professionisti-conflitto/ Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it)

Andreotti, prescrizione non è assoluzione (ValigiaBlu sul libro L’INNOCENZA DI GIULIO)

di Matteo Pascoletti (da ValigiaBlu)

@valigiablu – riproduzione consigliata
Prima di essere un libro incentrato sui rapporti tra Andreotti e la mafia, L’innocenza di Giulio (Chiarelettere, 2012), scritto da Giulio Cavalli, è stato (è) uno spettacolo teatrale, sempre a opera di Cavalli, in cui ha preso parte Gian Carlo Caselli, che del processo Andreotti è stato il pm. Che Italia è, viene da domandarsi, quella in cui un magistrato deve salire su un palco per spiegare che un sette volte Presidente del Consiglio, nonché senatore a vita, è stato «prescritto»? Cavalli, in un percorso che dal palcoscenico è arrivato fino agli scaffali delle librerie, risponde al quesito. Lo fa trasformando gli atti giudiziari in racconto, un’operazione necessaria perché la verità che le carte attestano cessi di essere un fatto tecnico, appannaggio di pochi, e diventi un fatto pubblico che riguarda tutti, piaccia o no: «voglio ripercorrere un’inchiesta il cui fuoco sembra essersi spento sotto la cenere dei dibattiti facili e delle chiacchiere da bar».Riguardo alla sentenza, scrive il giudice Gian Carlo Caselli nella prefazione:

… per un congruo periodo di tempo, il senatore Andreotti è stato colluso con Cosa nostra. Questa verità dovrebbe rimanere scolpita nella memoria del paese, specialmente se parliamo di una persona che per sette volte è stata presidente del Consiglio e per ventidue volte ministro. E invece no. Queste parole sono state sapientemente esorcizzate, stravolte, cancellate. Le sentenze (emesse in nome del popolo italiano) vanno motivate affinché il popolo possa sapere per quali motivi appunto si viene assolti o condannati, ma anche perché il popolo possa conoscere i fatti che stanno alla base dei motivi per cui una persona è chiamata a rispondere di determinate azioni fronte a un tribunale. Qui il popolo è stato truffato.

Parlare di «prescrizione» o «assoluzione» riguardo al processo Andreotti significa perciò scegliere da che parte stare rispetto a una simile “truffa”. E questa parte non ha i colori di una maglia da tifoso, indossata mentre si grida, in faccia all’altra parte, «Prescritto! Prescritto!». Né coincide con un modo molto semplificato, e molto comodo, di guardare ai processi giudiziari, come se, per riprendere la metafora sportiva, “assoluzione”, “condanna” o “prescrizione” fossero un risultato da confrontare con ciò che si era precedentemente indicato sulla schedina. Questa parte, invece, considera necessario tradurre in verità storica una verità accertata in sede giudiziaria, cercando il più possibile di far sedimentare la verità storica nella memoria collettiva del paese.

Ossessione giustizialista? Niente affatto. In una puntata di Otto e mezzo andata in onda su LA7 lo scorso 17 febbraio, un serafico Maurizio Lupi parlava, a distanza di otto anni dalla sentenza definitiva, di Andreotti «assolto». Evidentemente o questo paese ha una memoria vaga e fallace, oppure di fronte a certi fatti preferisce anestetizzarsi con un potente narcotico: il negazionismo. Perché Andreotti, come ricorda nel libro Giulio Cavalli, è stato un uomo chiave di un sistema di potere politico che ha dialogato con la mafia arrivando all’intesa; arrivando al concorso esterno (accertato fino al 1980, nel caso di Andreotti), o persino alla subalternità, come nelle circostanze che hanno preceduto il delitto Mattarella, «la storica relazione che si rovescia: la mafia che usa la politica per correggere il tiro». Andreotti, «spericolato mediocre» dai «modi sottili», ha coltivato questo dialogo per proprio tornaconto, non facendo caso ai danni inflitti alla cosa pubblica, o ai morti disseminati lungo quella strada in cui il potere cerca interlocutori per accrescere se stesso e consolidarsi, diventando egoismo privato. La ferocia grigia con cui Andreotti ha commentato le uccisioni di servitori dello Stato come Ambrosoli e Dalla Chiesa non è stata una forma di umorismo cinico, o un cedimento al gusto per la boutade. È stata il modo con cui un certo tipo di potere, linguisticamente e culturalmente, ha negato in pubblico gli effetti più sanguinosi delle varie connivenze tra Stato e mafia. Un allontanamento necessario, perché la cultura della connivenza non può tollerare figure dalla schiena dritta che incarnano una testimonianza antitetica di cultura politica:

Subito dopo l’omicidio di Dalla Chiesa, Giampaolo Pansa gli chiede [ad Andreotti] perché non si sia presentato alle esequie del generale, e lui, con la solita voce grigia, proprio come l’anima, risponde: «Preferisco i battesimi ai funerali». 

«Perché venne ucciso Giorgio Ambrosoli?» ha chiesto a Giulio nel settembre del 2010 il giornalista Giovanni Minoli. «Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando».

Cavalli, spesso citando passaggi chiave del processo, usa la propria abilità di narratore per mostrare quante e quali verità oscene sono nascoste dalle menzogne pronunciate da Andreotti. Oscene proprio perché Andreotti, per giustificare il potere che ha esercitato negli anni, ha avuto bisogno di mentire, tenendo certe verità il più possibile lontane dall’opinione pubblica e, in ultimo, dalle aule di tribunale. «Mai conosciuto i cugini Salvo, ripete Giulio, mai»: è questo mantra a scandire il capitolo dedicato ai rapporti tra Andreotti e i cugini Salvo, e ogni ripetizione è un dito puntato contro gli incontri, le collusioni, gli interessi personali e la totale noncuranza per ciò che dovrebbe essere, in una democrazia, la politica.

L’innocenza di Giulio va letto complessivamente come un libro che si concentra su Andreotti per parlare dell’Italia, della storia politica e morale del paese. Merita attenzione l’ultimo capitolo, dedicato alle “innocenze di Giulio” che hanno costellato la storia italiana a partire da un lontano primo febbraio del 1893: è il giorno in cui la mafia uccide Emanuele Notarbartolo, direttore del Banco di Sicilia che ha denunciato al Ministro dell’Agricoltura le collusioni tra la mafia e alcuni membri del consiglio di amministrazione della banca; quasi un Ambrosoli ante litteram. I responsabili dell’omicidio, il capomafia Giuseppe Fontana e don Raffaele Palizzolo, sono assolti per insufficienza di prove nel 1903, dopo un’iniziale condanna. E la storia di un’Italia istituzionale che si professa innocente intanto che il sangue gli scorre sotto le suole, venendo a tempi più recenti, sembra ripetersi con Dell’Utri, secondo Cavalli. Il libro, infatti, è andato in stampa prima che la Cassazione assolvesse Dell’Utri per i reati contestati dopo il 1992, periodo chiave per capire l’eventuale ruolo della mafia nella nascita di Forza Italia; una sentenza che Cavalli presagisce con amara ironia: «ogni lustro avrà sempre la sua innocenza di Giulio».

Il titolo del libro può essere inteso come metafora di un potere, corrotto negli scopi e negli strumenti, dall’andamento ciclico. Andreotti ne è stato un interprete, e non un artefice. Questo particolare potere, ci fa capire Cavalli, di fronte al popolo sovrano avrà sempre bisogno di assolversi da quei crimini commessi proprio a danno del popolo sovrano, legittimando così l’illecito con leggi apposite o sentenze pilotate. Riuscirà sempre e comunque nell’intento, finché voltarsi dall’altra parte, invece di essere visto come un’omertosa complicità, nel senso comune sarà percepito come un’accettabile compromesso per partecipare al potere, o un prezzo ragionevole per il quieto vivere. Contro questa cultura la poetica di Cavalli usa la parola per dare vita alla memoria, rendendola finalmente cosa pubblica. Una legittima difesa della coscienza contro l’ipocrisia con cui ci si siede al tavolo del potere per barattare la propria libertà con qualche briciola di privilegio:

Ogni tanto ti aspetteresti, però, che la storia avesse un po’ di memoria. Se non la gente, almeno la storia, così da poter raccontare per costruire il futuro, e non solo per ricordare. E invece la storia sta sempre lì, seduta a guardarti, petulante e noiosa come una bimbetta antipatica, mentre la memoria buona finisce per essere commemorata e poco esercitata.

#nonmifermo La rivoluzione delle allodole

Lo scetticismo verso la “rivoluzione” è rivolto all’uso magico, irrazionale e, viene da dire, quasi feticistico di un concetto che, dogmatizzato, lastrica di presunti migliori intenti la strada verso l’inferno. La convinzione di essere nel “giusto”, o di essere il “buono”, quando è armata da un idealismo abbracciato alla stregua di una credenza pseudoreligiosa,  produce uno zelo che si alimenta di se stesso, o al limite dell’odio per un nemico, odio vissuto sotto il cielo di un postulato che suona così: “lui è il nemico, il nemico è empio; io avverso il nemico, quindi sono nel giusto”. E questo zelo è tanto più nichilista e distruttivo quanto più si ostina a essere cieco di fronte alla realtà che, quasi come un amico benevolo puntualmente frainteso, ne stressa i limiti o punta il dito contro le contraddizioni,  portando a galla quella complessità che lo zelo, semplificando irrazionalmente, nega e rimuove. Mi vengono in mente le parole di Milan Kundera in L’insostenibile leggerezza dell’essere: «i regimi criminali non furono creati da criminali ma da entusiasti, convinti di aver scoperto l’unica strada per il paradiso». Una riflessione da leggere di Matteo Pascoletti su #nonmifermo.

Perché mentre si usa la parola rivoluzione e se ne abusa, se ne svuota il senso.

La dittatura e le sue lezioni

Ho voluto fortemente che Matteo Pascoletti fosse dei nostri per Non Mi Fermo. Perché Matteo non ha analisi mediate: scrive e sputa, alla De André. Il suo pezzo di oggi su dittature e i suoi figli ne è un esempio. La stagione berlusconiana ha imposto nel paese un leaderismo allergico al confronto, e quindi debolissimo sul versante della democraticità. Un leaderismo che ha sdoganato, nella comunicazione pubblica, l’insulto, la denigrazione, l’oscenità sfoggiata, indebolendo dunque ulteriormente gli anticorpi offerti dalla logica e dal pensiero critico. Indebolendosi quest’ultimi, la tendenza a delegare di volta in volta al leader la soluzione a un problema percepito soprattutto sul piano emotivo, e la cui complessità non si è in grado di sviscerare, è diventata prassi sociale. Non è un caso, sospetto, che sia alta la fiducia a Monti e bassissima la sfiducia nei partiti, come se il dato non tenesse conto che il Presidente del Consiglio, per far passare i provvedimenti, deve passare proprio per quei partiti. Del resto, come si può vedere in questo articolo di la Repubblica, la maggior parte degli italiani non percepisce il Governo Monti come governo di centrodestra o di centrosinistra. Quindi l’opinione pubblica italiana è culturalmente predisposta a un leader forte, ed è portata dallo stato di crisi e dai valori trasmessi dalla politica di questi ultimi anni ad essere emotivamente indisposta verso dialogo e confronto, o quanto meno disabituata. Ma questo leader forte non può essere Monti, perché la dipendenza dagli attuali partiti segna, a mio avviso, il limite invalicabile e la natura temporanea della narrazione dei “tecnici estranei alla politica”. Il resto qui.