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matteo renzi

Ma cosa voleva dire Renzi?

(AGI) – Roma, 10 nov. – «Ringraziamo i magistrati che hanno avuto sensibilità nel rispetto rigoroso delle leggi». Lo ha affermato il premier Matteo Renzi, ringraziando oggi durante l’incontro a Milano tutti gli attori che hanno giocato un ruolo nell’Expo 2015, dai presidenti del Consiglio che si sono succeduti alle autorità locali e anche alla magistratura.

Ma cosa significa? Ma che frase sfortunata…

E Marino, finalmente

Si arrabbia. Esce dal personaggio (pessimo) che si è cucito addosso e dice le cose come stanno:

“Occorre invece ristabilire la verità: Renzi voleva Roma sotto il suo diretto controllo e se l’è presa, utilizzando il suo doppio ruolo: come segretario del partito ha voluto che i 19 consiglieri del PD si dimettessero, come Presidente del Consiglio ha sostituito il sindaco, legittimamente eletto, con un prefetto, certamente persona degnissima, che farà capo come dice la legge allo stesso Presidente del Consiglio.
Assistiamo a una pericolosa bulimia da potere, che elimina gli anticorpi democratici. Il messaggio è chiaro: chi non si allinea, chi non ripete a pappagallo i suoi slogan viene allontanato o addirittura bandito”.

Ha scritto così l’ex Sindaco della capitale e, in una democrazia allenata, questa accusa muoverebbe almeno una discussione politica e invece vedrete che anche questa passerà come uno sfogo personale, e tutti gufi quelli che ne scrivono.

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Il PD a sua immagine e somiglianza: un partito bullo

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Io vorrei che per un attimo dimenticassimo gli attori in scena, un processo di anonimato per entrare nel senso delle cose che accadono in queste ore a Roma: un partito politico x candida un proprio esponente (fondatore del partito, tra l’altro) alla guida della capitale del Paese. Facciamo anche che non sia Roma e non sia in Italia, non è importante. Questo nostro signor Nessuno diventa sindaco e, poco dopo, si ritrova nel bel mezzo di un verminaio in cui escono anni di corrotti e corruttori, tra cui anche autorevoli membri del suo partito x. Ad un certo punto (succede nei Paesi in cui la politica crede che la stampa sia l’opinione pubblica) la situazione precipita e il partito x per non perdere la faccia chiede al sindaco di dimettersi per alcune sue leggerezze che stanno al sistema criminale tutto intorno come la particella di sodio nella bottiglia d’acqua. Il sindaco Nessuno chiede al partito x: “esattamente mi dite perché mi dovrei dimettere?”. E cosa fa il (suo) partito? Studia il modo per portarsi via il pallone chiedendo ai suoi consiglieri comunali di dimettersi e, siccome non bastano, racimolandone altri in giro.

Ecco: se gli interpreti fossero Berlusconi o Forza Italia ci sarebbero girotondi scodinzolanti che urlerebbero al “colpo di stato”, se fossero Grillo e Casaleggio con un Pizzarotti qualsiasi suonerebbero le trombe degli editorialisti sempre pronti a sentire puzza di fascismo (degli altri) e invece succede ai democraticissimi del Partito Democratico e allora tutti allineati a gridare allo scandalo del sindaco che non mantiene la parola e intanto ovviamente non rispondono alla domanda. Ma perché si sono spente le antenne critiche dei processi politici?

(continua qui)

A che punto sono le primarie a Milano

Sempre meglio. O peggio, si potrebbe dire. Ne scrive Marina Terragni:

milano_ventoLo stato di salute della coalizione è pessimo.

I civici di sinistra divisi e delusi: la promessa di partecipazione è stata tradita.

Prc si è già chiamata fuori.

Sel continua a cambiare idea sull’eventuale candidatura di Giuseppe Sala, commissario di Expo: dal “parliamone” al “no” nel giro di una settimana.

Pippo Civati, fondatore di Possibile, ha parlato senza mezzi termini di fine del modello Milano. E il sindaco Pisapia lo ha ricambiato con un sostanziale “tu non esisti”.

E’ il Pd a tenere saldamente il mazzo, dettando modi e tempi, lo sguardo puntato sul business miliardario palazzinaro del dopo Expo, vero punto programmatico: il nuovo sindaco di Milano non potrà non dirsi renziano.

Non che a Milano manchino possibili ottimi candidati civici, come Ferruccio De Bortoli, molto inviso a Renzi –che l’ha già bocciato come presidente Rai- per le sue ferme prese di posizione. Perfino piddini renziani come Stefano Boeri sostengono che “non ci sono le condizioni” per candidarsi.

(Il resto è qui)

Come state, ex civatiani, nel regno dei cieli?

pippo-civati-matteo-renziMatteo Pascoletti con il suo post di oggi:

Perché questo disprezzo mi sa di chi in passato, incontrando il dominus che guidava un altro carro, ne ha fiutato l’aroma di potere, e ha avuto come un’epifania: per guadagnare prossimità è importante stare dietro la scia del dominus, e il dominus è soprattutto un’opportunista di genio, abile a parlare e ad agire in funzione degli spazi che deve aprire a se stesso mentre corre verso la cima; per cui l’arte di stare nella scia del dominus diventa arte politica a tutti gli effetti, e nell’ebbrezza la si scambia per realismo. Perché un leader è una funzione sociale, e il carisma mediatico è un incantesimo collettivo: imparare a parteciparvi è sostanziale alla sopravvivenza politica, o a professioni che vi ruotano attorno. Per cui il dominus avrà sempre bisogno di essere seguito lungo la scia che traccia, prediligendo seguaci che si muovano rapidi e con perfetto sincretismo, magari anticipando i suoi desideri; meglio recidere che deviare o rallentare. Non può perdonare gli errori o le debolezze, se non come forma di magnanimità, ossia come un tiranno che si concede il piacevole lusso di graziare il condannato. Persino chi, con stoica virtù, non vuole sacrificare i princìpi (onestà intellettuale vuole si riconoscano le eccezioni), deve imparare i meccanismi dell’incantesimo, se non vuole restare travolto.

Ma non è quest’ultimo il caso di molti ex civatiani, la cui acredine strafottente verso chi credevano un potenziale dominus nasconde un terrore ben preciso: il ricordo di quando si è corso il rischio di restare a vita in cantina a bere vino acetato, ricordo che guasta in parte il sapore dello champagne che ora si sorseggia al piano di sopra, o che al limite si vede sorseggiare. Guardando al passato con gli occhi del presente, non possono che pensare a una propria debolezza intrinseca che, un giorno, potrebbe condurli fuori scia; un destino assimilabile alla morte politica. È dunque un bisogno intimo l’esorcizzare quella paura: proiettato pubblicamente, quel bisogno prende la forma dello stivale in faccia a chi sta dietro, mentre si sfoggia il sorriso da mejo fichi der bigonzo. Sarebbe quasi comico assistere, dalla propria beata irrilevanza a tasso zero di tessere, a questo sfoggio di petti in fuori e pance in dentro, ai vari “Pippo / Pippo / vieni a pescare con noi / ci manca il verme”, al narcisismo quasi patologico che computa le critiche e persino i “vaffanculo” alla voce “engagement”, se non fosse per l’appunto l’espressione di una volontà egemone che, evidentemente, ha studiato Weber all’università per meglio glossare gli slogan che un ghostwriter o uno spin doctor mettono in bocca al dominus.

 

Matteo Renzi e la sindrome de “il pallone è mio e ci gioco io”

Insomma: il problema principale di Renzi è che con un segretario di partito come lui non sarebbe mai diventato Renzi. Ora ci sono i renziani e gli antirenziani. Come alle partitelle dell’oratorio. Come quei mondi in cui conti in base non a chi sei ma a chi ti manda e a chi ti apparitene. Quei mondi da cui Renzi ci prometteva di liberarci. E poi ci ha messo il suo.

Ne ho scritto qui.

La ‘sfortuna’ dei nostri politici: hanno come amici sempre i migliori nel loro campo

A proposito di meritocrazia, che è diventato un “must” dell’ascesa renziana e che di tanto in tanto vacilla all’uscita di nuove notizie. Non so se sia vero che il padre di Matteo Renzi sia stato ‘aiutato’ dal padre del suo Sottosegretario Luca Lotti e non sappiamo se davvero questa coincidenza abbia aiutato la carriera di qualcuno. Non lo sappiamo e non vogliamo essere malpensanti.

Ma voi non siete stupiti del fatto che spesso il leader abbia avuto la fortuna di trovare i ‘meritevoli’ sempre tra le proprie amicizie personali? Forse ora in qualche bar stanno bevendo uno spritz dieci amici che diventeranno tutti classe dirigente. Pensa te, il caso. Da brividi, eh.

Il baldanzoso Gabrielli e tutti i turbopolitici con i voti degli altri

E niente: il Prefetto di Roma Gabrielli, che oggi ha presieduto la prima riunione per il prossimo “anno santo” (a poposito di priorità e laicità dello Stato, tra l’altro) non ce l’ha fatta a non cedere al machismo politico che di questi tempi va per la maggiore e davanti alle telecamere ha precisato che di sindaco ce n’è uno ma può cacciarlo quando vuole (banalizzando il “commissariamento” ad una questione di voglie del re) e ironizzando sulle vacanze di Marino (che, per carità, sono indifendibili). Così, in pratica, usando il cerino Marino ancora una volta si svilisce la politica facendo annusare un’oligarchia che (non in base a scelte democratiche) ci concede la democrazia solo perché si sente particolarmente in vena.

Il Prefetto nominato dal Governo (che non è uscito da nessuna urna) ci sta facendo il piacere di organizzare il piatto ricco degli appalti (sicuramente “urgenti” tra breve) lasciando in vita gli organi eletti.

Tutti turbopolitici con i voti degli altri.