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matteo renzi

Il laboratorio Liguria: c’è vita fuori dal PD

(Il mio pezzo scritto per LEFT)

20150420_Luca_Pastorino-800x500Prima c’erano i gufi: Matteo Renzi aveva liquidato così, con un nomignolo e un tweet, i dissidenti interni di un Pd che esibisce tronfio uno strabismo a destra, spacciato come chissà che rivoluzione.

Ora, mentre in Liguria la sinistra si coagula intorno alla figura del sindaco di Bogliasco e deputato Luca Pastorino, fresco di divorzio da questo Pd, il Premier alza il tiro: i gufi sono diventati tafazzi e con un’intervista a Repubblica il Premier li accusa con stonata ineleganza infantile di dividere «per fare vincere la destra». Una candidatura, quella di Pastorino, che ufficializzando con Sel, Rifondazione e comitati civici, esplicita la propria distanze dal renzismo.

Facciamo notare che Renzi non aveva perso le staffe nemmeno mentre Sergio Cofferati abbandonava il partito dei dem, accusandolo di avere avvallato delle primarie più che sospette in cui la candidata vincente Raffaella Paita aveva racimolato «dubbi voti organizzati» dal centrodestra e (per qualcuno) anche da “chiaccherate” famiglie calabresi. Ma di fronte al «piccolo sindaco di un piccolo comune» (come si autodefinisce Luca Pastorino) sembra perdere la solita equilibrata spocchia pubblicitaria per tracimare nel gne-gne.

Lui, Pastorino, risponde al telefono mentre è in riunione con la ragioniera dell’Ufficio tecnico del suo Comune. Sta studiando una soluzione possibile per fare quadrare i conti senza imporre la Tasi ai propri cittadini: «Sono i liguri a essere stufi di fare i tafazzi. Trovo particolare che Renzi si preoccupi di un sindaco di un paese (che nei sondaggi è già quasi al 20 per cento, ndr). Il disagio l’abbiamo espresso in mille modi e ora non ha più senso. Avevo già detto che le primarie liguri erano state liquidate con un tweet in spregio al militante e all’elettore. Hanno banalizzato episodi di mafie, hanno finto di non vedere personaggi di centrodestra dal passato poco chiaro. Non si fa così – dice scaldandosi -. I liguri sono molto più preoccupati di capire quale sarà il voto utile».

A proposito di utilità, qual era stata la strategia del Pd in Liguria?

Vengono indette le primarie, in campo Raffaella Paita (già dirigente del partito a La Spezia e appoggiata da molti scajolani della prima ora) e lo storico sindacalista e deputato europeo Sergio Cofferati. La sinistra (Sel in testa) resta alla finestra dando un bisbigliato “appoggio esterno” a Cofferati che comunque ne esce sconfitto: «Le primarie? Inquinate da voti strani, da cordate, voto organizzato. Cofferati non ha voluto insistere dopo avere avviato già degli esposti in Procura», dichiara infatti Nicola Di Benedetto, membro della segreteria regionale di Sel. Quindi Cofferati decide di uscire dal Pd, le sinistre cercano di riorganizzarsi pensando dapprima all’ex sindaco di La Spezia Giorgio Pagano, per poi alla fine convergere su Pastorino. «Pastorino, uscendo ufficialmente dal Pd ci ha messo nelle condizioni di poterlo candidare. C’è da costruire una nuova forma intermedia tra la liquidità dei Cinquestelle e una doverosa ricollocazione del ceto politico. Così si torna a far politica», aggiunge Di Benedetto.

Liguria come laboratorio nazionale di una sinistra che finalmente prende le distanze, sancisce le proprie posizioni e forse proprio per questo innervosisce i vertici del Partito democratico. Ne è convinto anche Pippo Ci- vati, gufo ad honorem della dissidenza interna e amico di Pastorino: «Una rappresentazione della situazione politica ligure che non sta né in cielo né in terra – ci dice – oltre a una serie di problemi nazionali, Renzi ancora una volta dimostra di sottovalutare il clima di disagio a sinistra». Attenzione, ammonisce l’esponente della minoranza dem: «La Ligura non rimane un caso isolato, in Sicilia sta succedendo la stessa cosa: in generale la gente di sinistra il Pd non lo vota più. Minimizzare il problema guardando solo la torta dalla fetta più grossa e considerando briciole tutto il resto non è un atteggiamento responsabile.Quelli che votano Pastorino, la Paita non l’avrebbero mai votata. E lo stesso succederà a livello nazionale ». Il punto è: «Interessa l’argomento o siamo tutti gufi e Tafazzi? Se è così allora ciao e l’ultimo spenga la luce. Qui chi pone il problema viene brutalizzato, rovesciato. La Liguria darà dei segnali. Non penso che per colpa di Pastorino vincerà la destra: magari vincerà la sinistra».

E se è evidente che Civati è “pastoriniano,” il contrario vale ancora?

«Io civatiano? La mia esperienza è legata al territorio – risponde il candidato ligure -. Vivo il momento con umiltà  ma con responsabilità. Ci vuole qualcuno che recuperi il senso delle cose». Un candidato che lavori contro «un’idea di progresso che ormai ha fallito, lontano dall’ansia di costruire a ogni costo in una regione in cui si è costruito troppo e male». Pastorino vuole ripartire, che già di per sé non sarebbe male, per la sinistra. In ogni caso, vuole ripartire «dalla trasparenza e dal sostegno al reddito» e occuparsi «delle tante piccole grandi opere che servono qui».

Quindi, c’è vita fuori dal Pd?

Non riesco a trattenermi e gli chiedo come si sta da fuoriusciti, lì dove molti sembrano avere paura di andare e Pastorino non si scompone: «Bene – mi spiega -. Spiace per come sono andate le cose e per l’evoluzione che ha avuto il partito in questo ultimo anno. Molti mi hanno chiesto di non andare via, ma di battaglie da dentro ne abbiamo fatte tante. Renzi ha paura  ra che vinciamo noi e che emerga un modello diverso da quello che propone». E come rispondere al Segretario che accusa Pastorino e i dissidenti di dimenticare che lo stesso Pd a Venezia appoggerà comunque Casson, pur appartenendo all’opposizione interna? «Casson ha vinto primarie pulite e regolari – puntualizza Civati – in Liguria invece hanno minimizzato i brogli e i condizionamenti del centrodestra. Hanno vissuto l’uscita di Cofferati facendo spallucce chiedendogli di dimettersi mentre Gennaro Migliore che da Sel è passato al Pd è stato incensato. La candidatura e l’uscita è stata studiata per due mesi e nessuno ha mai chiamato Pastorino».

In Liguria, certo, si apre un possibile orizzonte e per questo sarà Renzi in persona a metterci la faccia per una campagna che si preannuncia molto muscolare. Anche perché il premier ama giocare in tutti i ruoli, solo lui. Senza mai passare la palla. E prima o poi, come succede a quei ragazzini delle partitelle all’oratorio, rimarrà da solo con il suo pallone in mano.

Finalmente Pisapia l’ha detto

203716938-72c8f183-ed0c-45c9-a85f-cef3a98ed167Domandano a Giuliano Pisapia: “Qualcuno sta cercando di distruggere l’esperienza milanese?”. E il sindaco, che quel centrosinistra in salsa ambrosiana – Pd e sinistra radicale – lo incarna, risponde così: “Più che un dubbio è una certezza, qualcuno a Roma crede che la realtà milanese sia un percorso da sconfiggere e non da replicare. Dico qualcuno, non tutti, dentro il Pd”.

Ma in ogni caso bisogna reagire: “Non possiamo lasciare che Milano venga fagocitata a livello nazionale, perché questa città è sempre stata un modello, è sempre stata avanti”. Niente di più, niente di meno, ma è abbastanza per mettere un po’ di pepe al dibattito che si è già aperto per il dopo Pisapia in vista delle elezioni comunali dell’anno prossimo.

Il pezzo su Repubblica finalmente dice quello che sembrava non si potesse nemmeno dire.

Addirittura Scalfari, sulla legge elettorale

 Eugenio Scalfari, non propriamente un ‘gufo’, commenta così la riforma elettorale:

Le conseguenze di queste decisioni che stanno per essere approvate tra pochi giorni sono di fatto l’abolizione della democrazia parlamentare.
Un Parlamento di “nominati” in un sistema monocamerale è una “dependance” del potere esecutivo che fa e disfà senza più alcun controllo salvo quello della magistratura se dovesse trovare un reato contemplato dal codice penale.
Resta naturalmente la Corte costituzionale ma anch’essa può finire con l’essere una Corte nominata dall’esecutivo se desse troppa noia all’autoritarismo d’un governo a sua volta sottomesso alla decisione d’un autocrate e del suo cerchio magico. Gli interessati si sono assai doluti perché avevamo usato il termine di democratura per descrivere l’essenza di quanto rischia di accadere. Ma quale altra parola lo descriverebbe in modo più appropriato?

Forse sarebbe il caso da parte del Governo di aprire una discussione. Lasciando perdere la demonizzazione di chi non è d’accordo. A meno che anche Scalfari non sia un demone. Hai visto mai.

Ha telefonato ad Emiliano

123112714-abd5d4a1-0790-420b-b894-1ef067225529Matteo Renzi ha telefonato a Michele Emiliano (candidato Presidente della Regione Puglia) per chiedergli di sostituire Lupi ormai sempre meno credibile dopo l’uscita delle intercettazioni dell’inchiesta della Procura di Firenze. Renzi ha telefonato ad Emiliano e Emliano l’ha sputtanato. L’ha detto a tutti. Rifiutando. Intanto Delrio è un disco rotto che cambia idea ogni ad ogni mestruazione del premier: ieri diceva che era troppo presto per tirare conclusioni, oggi dice che bisogna riflettere e domani dirà che si fa tardi. Paninari. Neopaninari al governo. Certo, con una narrazione (all’inizio) golosissima.

La narrazione dell’ottimismo e intanto le solite cricche.

Il ministro delle Infrastrutture visita il cantiere MoseHa un bel dire il Sottosegretario Delrio che “è troppo presto per esprimere giudizi sulle intercettazioni” che stanno nell’ordinanza di arresto dell’onnipresente Ercole Incalza, colui che ha attraversato in questi ultimi anni tutte le “Grandi Opere” e tutti i governi e i loro contrari. Ha un gran fegato anche Matteo Renzi che, dopo averci abbindolato con la narrazione ottimistica di un Expo che sarà pronto in tempo e che ha tenuto lontano il malaffare (ha detto proprio così, andate a riascoltarvi la conferenza stampa) oggi riserva all’indagine (e agli arresti) qualche battuta scanzonata. E giuro che se fosse stato Berlusconi ad avere fortemente voluto come Ministro un ciellino dichiarato come Maurizio Lupi e se fosse stato Berlusconi a sorridere alle telecamere dicendo “basta scoop, per oggi” avremmo avuto lenzuolate di sdegno editoriale di tutti i pensatori politici prima così antiberlusconiani e oggi improvvisamente illuminati sulla strada del renzismo.

Eppure, caro Renzi e caro Delrio, gli arresti di oggi sono un fatto politico perché è un fatto politico che un dirigente di così lungo corso (e ombre) fosse ancora saldo in quel posto di responsabilità nonostante il gran parlare di rottamazione, è un fatto politico che il Ministro Lupi comunque non sia per natura compatibile con il “nuovismo” raccontato dal renzismo ed è un fatto fortissimamente politico che la reazione d’istinto di questo Governo sia la stessa, identica, triste e desolante di quegli altri chiedendo subito di avere pazienza e delegando alla magistratura i giudizi politici (sempre pronti poi a sputtanarla nel caso di una sentenza sfavorevole).

La vera mancanza di cambiamento “di verso” sta proprio tutta qui, nella stanca ripetizione degli stessi vizi comportamentali e nella stessa lurida codardia sotto le mentite spoglie del garantismo: questo è il fallimento, oggi. Perché possiamo certamente discutere sulle diverse visioni delle riforme (e questo Paese ha bisogno di forze realmente riformiste), possiamo certificare che questo Governo è dalla parte di alcuni e insindacabilmente non protegge i diritti di altri (anche questo ci è costato, sia chiaro, con le macerie di una sinistra piallata) ma il perseverare di certi atteggiamenti che si ostinano a puntare sulla “cricca” come modello di comando è la ferita più profonda; Renzi lo sa, sicuro, tra le sue molteplici “antenne” del proprio gradimento elettorale. E leggendo anche semplicemente il “modo” in cui si parlano al telefono le punte più alte della classe dirigente di questo Paese (quelle che gestiscono milioni di euro come se fosse propri e non pubblici) non si può non pensare a Renzi che critica i pessimisti su Expo così tanto simile al Formigoni che tranquillizzava tutti su Don Verzè e il San Raffaele: non c’è differenza, entrambi a sostenere l’insostenibile semplicemente dall’alto della propria posizione (precaria, eh).

E allora davvero sarebbe “cambiato verso” se oggi un Sottosegretario qualsiasi al posto di andare in televisione a tranquillizzare cittadini incazzati più che preoccupati avesse alzato la mano e avesse detto “oh no, sta capitando anche a noi e allora per dimostare le differenze reagiamo con durezza, esagerando piuttosto nell’eccesso di difesa di questo Governo piuttosto che degli indagati.

E invece niente. Niente. Ma questa costerà, c’è da crederci.

La rivoluzione della “Rai” secondo Renzi: fuori la politica, dentro solo lui.

Ne scrive (bene) Riccardo Bocca (qui):

renzi-raiMa lo sapete che ho scoperto di essere visceralmente renziano?

Proprio nell’animo, nella postura, nel modo di affrontare le questioni impellenti.

Per esempio:

anch’io, come il nostro adorato premier, penso che la scuola debba essere sempre più libera, ricca e carica di contenuti importanti.

E che dire delle sue esternazioni per la trasparenza, l’etica collettiva e la gestione candida della cosa pubblica?

O ancora:

come non osannare le parole spese da palazzo Chigi riguardo a casa Rai, che «ha raccontato e costruito l’identità culturale e sociale nel nostro Paese», anche se «con gli anni la morsa della burocrazia e dei partiti ha ridotto fortemente la sua capacità di competere, soprattutto a livello internazionale, indebolendo l’azienda»?

L’unica reazione, a caldo, sarebbe quella di urlare per le strade della Capitale uno straconvinto «Matteo! Matteo! Matteo!».

Solo che poi, purtroppo, c’ è l’odioso dovere di confrontare le teorie con i fatti;

e lì sempre parte, quando di mezzo c’è Superpremier, il valzer delle fratture tra dichiarazioni e realtà.

Basti pensare al caso di viale Mazzini, e ai miglioramenti che Renzi vorrebbe al più presto apportare (dato che la politica è un cappio infame, e strangola il cuore della tv pubblica).

L’idea, sulla carta, sarebbe quella di edificare (cito la cronaca de “la Repubblica”) «un consiglio di amministrazione composto da sette persone al posto delle nove di oggi, e nominato da più fonti:

tre membri -uno dei quali sarà l’amministratore delegato – saranno scelti dal ministero dell’Economia, di fatto l’azionista di viale Mazzini», altri «tre saranno eletti dalle Camere in seduta comune», mentre l’ultimo componente «dovrebbe essere il rappresentante dei dipendenti Rai».

Quanto alla Commissione di Vigilanza, «resterebbe in vita come organismo di controllo» pur senza «i poteri di nomina attuali».

Tutto chiaro?

Trattasi, con suadenti parole e nobili premesse, di rivoluzione autolesionista.

In pratica, infatti, non soltanto la politica resterebbe padrona, ma per giunta l’amministratore galattico sarebbe espresso dal governo Renzi, che non avrebbe troppi impicci a condizionare azioni e pensieri.

Per non parlare del rappresentante dei dipendenti Rai, riguardo al quale è veramente cosa buona e giusta non farsi prendere eccessivamente in giro, e pensare che possa imporre la propria visione.

Continuo dunque ad applaudire, e osannare, e condividere a pieno il passaggio del documento di palazzo Chigi in cui si giura di voler «riformare il servizio pubblico mettendo la Rai nelle condizioni migliori per informare, educare e divertire»;

come pure seguo, con interesse sincero, l’ipotesi di tre reti ben differenziate tra loro (una generalista, una per la sperimentazione e una culturale priva di pubblicità).

Ma resta il fatto che il potere, ancora una volta, spinge e scalcia per interesse proprio:

passatempo antico, ma pur sempre attuale.

Jobs act, Italicum, responsabilità civile dei magistrati: Berlusconi lo diceva. Renzi lo fa. (Left in edicola da sabato, eh)

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Il numero che abbiamo preparato per le edicole di questa settimana (da sabato, eh). Ci abbiamo messo dentro il Presidente Narciso e molto altro. Tra le altre cose sono onorato  di avere avuto l’occasione di scrivere il monologo di carta di questa settimana con il partigiano (e Parlamentare Europeo) Emmanouil Glezos. Ecco l’indice:

IL CAVALIERE MATTEO

Jobs act, Italicum, responsabilità civile dei magistrati: ma se l’avesse fatto Berlusconi?
di Luca Sappino

Eccitato da Sergio
C’è grande feeling tra Renzi e Marchionne.
di Checchino Antonini

Lasciate lavorare il bullo
Arriva Renzi: il linguaggio diventa pop.
di Giulio Cavalli e Giorgia Furlan

l’intervista
In sella contro la mafia
Giuseppe Cimarosa, nipote di Messina Denaro: «Vivo di teatro».
di Giulio Cavalli

criminalità
La bufala è servita. Dai clan
La mozzarella fra truffe e camorra. Il punto sulle agromafie con Caselli.
di Francesco Maria Borrelli e Raffaele Lupoli

politica
Alternativa cercasi
I fuoriusciti 5Stelle in cerca di un partito.
di Ilaria Giupponi

inghilterra
Elezioni, dizionario sintetico
Guida pratica prima del voto di maggio.
di Massimo Paradiso

Il candidato che sfotte Farage
Il comico Al Murray sfida il leader Ukip.
di Virginia C.Grieco

l’analisi
Iran in fumo
Consumo record di droghe e pene severe.
di Maziyar Ghiabi

siria
Damasco ignorata
Parla il capo dei non jihadisti Khoja.
di Umberto De Giovannangeli

nigeria
Tratti di corruzione
La storia di Dotun Oloko, che denuncia i traffici illegali.
di Giacomo Zandonini e tavole di Claudia Giuliani

sessualità
Pillola libera tutti
Storia dell’inventore dell’anticoncezionale più famoso del mondo.
di Pietro Greco

Ribelli alla natura
I nuovi orizzonti della fecondazione assistita raccontati da Edoardo Boncinelli.
di Simona Maggiorelli

Il sesso delle millennial
Le serie tv che formano le ragazze.
di Giorgia Furlan

letteratura
A lezione da Pinocchio
I maestri irregolari da Collodi a Bergson.
di Filippo La Porta

musica
A tempo di libertà
Incontro con Jovica Jovic.
di Tiziana Barillà

Scuole paritarie: il chiodo fisso del (catto) PD

L’opinione pienamente condivisa della collega Donatella:

20150304_Scuole_Private-800x500Nonostante il dietrofront sul decreto legge della Buona scuola, le detrazioni fiscali per le famiglie che inviano i propri figli alle scuole paritarie saranno contenute nel disegno di legge che sarà presentato al Consiglio dei ministri del 10 marzo.

Insomma, il governo va avanti come un treno sui binari pro scuole private. Si illudeva chi aveva pensato che forse Renzi si era fermato per rispetto delle tante voci contrarie.  Del resto, è lo stesso Pd che si muove su questa linea.

Prima la lettera dei 44 parlamentari (quasi tutti del Pd) scritta a l’Avvenire, con i cattorenziani in prima linea (Fioroni in primis) poi ci ha pensato Luigi Berlinguer, ex ministro della Pubblica Istruzione, a parlare del ruolo centrale di questi istituti. Coerentemente, visto che era stato proprio lui a sdoganare le scuole private riconoscendole come paritarie e quindi  da trattare alla pari anche a livello economico.

Stupisce che di fronte alle scuole pubbliche che crollano, di fronte agli oltre centomila precari da stabilizzare, di fronte alla disuguaglianza tra Nord e Sud Italia, di fronte alle cifre record della dispersione scolastica, quello delle scuole private continua ad essere il nodo centrale per il governo Renzi.

Forse perché le paritarie sono quasi tutte nell’orbita della Chiesa cattolica.