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“Una stampa che frequenta troppo i palazzi e poco il popolo”: parla De Bortoli

(intervista di Silvia Truzzi per Il Fatto Quotidiano)

A Milano, la città del Sì, parliamo della vittoria del No con Ferruccio de Bortoli, che alla riforma si era pubblicamente opposto. È il giorno dell’incarico a Gentiloni: “È stato un buon ministro degli Esteri”, spiega l’ex direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore. “Dovrà però dimostrare di essere autonomo da Renzi, il leader che lo ‘tolse dal frigorifero’ mandandolo alla Farnesina. Da lui ci si aspetta subito qualche gesto di discontinuità, anche nella composizione del governo, che rafforzi il suo profilo istituzionale, la sua credibilità anche all’estero. Vedremo, per esempio, se Luca Lotti resterà sottosegretario”.

Perché è così importante se resta o no?
Ai renziani preme molto gestire la prossima tornata di nomine delle imprese pubbliche. Accelerarono la caduta di Letta, nel 2014, anche per questa ragione. Due piani paralleli di governo, con quello ombra gestito dal segretario del Pd, sarebbero dannosi per il Paese. Avremmo il cerchio magico con il suo potere intatto e il governo ridotto a un cerchio inutile. Ma penso che Gentiloni ci stupirà in positivo. E Mattarella gli darà sicuramente una mano preziosa.

Veniamo al referendum. Come legge l’esito del voto?
Dalle urne esce un solo perdente. E nessun vincitore. Il centrodestra ha ricevuto un balsamo che gli consentirà di lenire i propri mali e che coprirà per un certo periodo l’assoluta inconcludenza di idee e programmi. Il vero perdente è Renzi che ha voluto caricare questa consultazione di significati impropri, trasformando il referendum in un voto politico. L’alta affluenza ci dice che questo Paese tiene molto alla partecipazione democratica: è stata una grande lezione civica. Il 40% non appartiene a Renzi come il 60 non appartiene all’opposizione”.

Così non sembra pensare il segretario del Pd.
Questo dimostra che il referendum, nel suo modo di pensare, aveva valenze che andavano al di là del merito. Era uno strumento per affermare il proprio potere, ottenere un viatico popolare, fare un bottino pieno e poi andare a incassare il premio alle elezioni. Renzi ha sbagliato la campagna elettorale, piegando la legge di bilancio a una serie di consensi da comprare per categorie. Chi votava No era contro la stabilità perché avrebbe esposto il Paese a conseguenze sui mercati che non ci sono state. Chi votava No era per l’immobilismo e rifiutava le riforme: possiamo dire che il 60 per cento di coloro che hanno votato – 33 milioni di italiani – rifiuta le riforme? No, possiamo dire che vuole riforme diverse da questa. Perché, bisogna dirlo, era scritta e pensata male. La grande partecipazione è anche il grido di un’Italia che vuole scegliere i propri rappresentanti e crede nella democrazia.

Renzi ha fatto, da premier, una campagna tutta incentrata sull’antipolitica: una clamorosa contraddizione.
Non si è reso conto che dopo quasi tre anni di governo era lui il potere: non doveva usare i toni anticasta di Beppe Grillo. Così come ora non si può mettere nella stessa posizione del Movimento Cinque stelle e dire “si vada al voto subito”. È una dimostrazione di scarsa responsabilità istituzionale. Ha pagato l’abbraccio soffocante dell’establishment che trasmetteva agli altri – in particolare agli esclusi – l’idea che questa fosse l’ultima spiaggia e che con la vittoria del No saremmo scivolati nel Medioevo. Si è sottovalutato il fatto che la democrazia è cara agli italiani e la riforma, con l’Italicum, indeboliva la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Sono favorevole a una democrazia decidente, ma i contrappesi nella riforma erano soltanto promessi. È stato un errore non approvare prima la riforma dell’articolo 49 della Costituzione. Il messaggio sarebbe stato: il partito che chiede agli elettori di cambiare le regole che li riguardano prima cambia le proprie, diventando più democratico e trasparente.

Nel 2006 abbiamo votato una riforma costituzionale che in comune con questa aveva molti tratti ed è stata sonoramente bocciata. Perché a distanza di dieci anni si è voluto ignorare quel risultato? Smetteranno di usare la Carta come grimaldello?
Bisogna sempre parlare della qualità delle riforme, chiedersi se rispondono a un progetto coerente ed equilibrato. Quel che non si può fare è piegare le regole comuni e le dinamiche istituzionali agli interessi di parte. C’è stata un’eccessiva confusione tra governo e Parlamento. La nostra storia politica dimostra – penso all’atteggiamento dei democristiani durante la Prima Repubblica – che quando si trattava di regole condivise il governo, saggiamente, faceva un passo indietro. Renzi si è impossessato totalmente della proposta di revisione costituzionale: agli occhi degli italiani la riforma è diventata la sua proposta. Perché la maggioranza ha chiesto il referendum, raccogliendo anche le firme? Poteva non farlo. Sarebbe utile che adesso arrivasse un’autocritica su tutti i comportamenti che abbiamo elencato. Invece no: assistiamo ad atteggiamenti indispettiti, “Fatele voi del 60 per cento le riforme”. Ma attenzione: in quel 60 per cento ci sono anche elettori del Pd e certamente elettori di una sinistra più larga. Renzi nella sua bulimia, in quella visione tolemaica del potere per cui tutto ruota attorno a lui, ha preso in ostaggio la riforma che avrebbe dovuto consacrarlo e quindi le istituzioni che doveva servire. E’ stata inferta una ferita inutile al Paese che però si è dimostrato più saggio della propria classe dirigente. Criminalizzare il No come fosse una posizione irresponsabile si è rivelato un autogol. Abbiamo perso tempo, ma non è stato a causa del no.

La logica sembra essere: avete vinto voi, ora sono fatti vostri.
È troppo comodo così… Andiamo con ordine: questa sconfitta può fare bene a Renzi, cui si devono riconoscere delle qualità. È un grande comunicatore, un politico di razza, un innovatore. Gli vanno riconosciuti anche successi: l’attenzione ai diritti civili, il Jobs act, con un dubbio legittimo sui costi, la per ora solo annunciata riforma del terzo settore, le politiche per la povertà. Per Renzi questa è l’occasione di guardarsi allo specchio, riconoscere i propri errori, essere sincero. Può dimostrare di essere – se lo è – uno statista. Può farlo stando in seconda fila, anche favorendo la nascita di un governo che per forza deve avere un mandato pieno e una fiducia non a scadenza. Senza la tentazione di dirigerlo nei fatti, con una playstation dal Nazareno. Nel ’95, dopo l’abbandono di Bossi, Berlusconi favorì il governo tecnico di Lamberto Dini, che era stato il suo ministro del Tesoro, mostrando senso di responsabilità istituzionale. Lo ebbe Berlusconi, perché non dovrebbe averlo Renzi? Deve capire che ora non è al centro della scena: ha guidato un’auto – quella italiana che magari ha le gomme sgonfie, ma non il motore inceppato – ed è uscito di strada. Ora non può dire “me ne vado, è colpa vostra”. La colpa è sua, lui ha fatto sbandare l’auto. Ora si deve dar da fare per rimettere a posto le cose, anche perché è il segretario del Pd. Il nuovo governo dovrà essere sostenuto dal partito, che dovrà essere leale al contrario di ciò che fu fatto ai tempi dell’esecutivo Letta a causa di un disegno completamente personale.

Ha perso anche il Presidente emerito Napolitano?
Napolitano creduto alla promessa fatta da Renzi al momento dell’incarico. Aveva accettato il secondo mandato chiedendo a gran voce che il progetto di riforma procedesse. Negli ultimi tempi credo fosse indispettito dall’atteggiamento di Renzi, soprattutto dalla polemica sterile e costosa nei confronti dell’Europa, quello sventolare veti poche settimane dopo Ventotene. Una sceneggiata estiva.

Perché sterile?
Sui migranti il premier aveva ragione. L’Europa si è dimostrata miope ed egoista. Ma sulla finanza pubblica io credo che invece abbia sbagliato. La flessibilità è stata usata male, guardando al consenso più che alla crescita. Sono scese solo le spese per gli interessi, le altre sono aumentate. La regola del debito è stata dimenticata. Ne parlano gli stranieri, noi la ignoriamo. Lodevoli le scelte sul super ammortamento, su industria 4.0, la riduzione al 24 per cento delle tassazione delle imprese. Ma abbiamo messo in pericolo i conti pubblici per una crescita che, al netto degli aiuti della Bce, è modesta: questa è una verità che bisogna affermare con chiarezza. C’è stato un dibattito opaco e insufficiente sulla funzionalità delle misure economiche prese. Solo nell’ultima legge di bilancio c’è stata attenzione agli investimenti che hanno toccato il minimo storico rispetto al Pil. Il guaio è che gli investimenti, a differenza dei bonus, non danno risultati immediati in termini di consenso perché dispiegano il loro effetto in tempi lunghi.

Renzi ha 42 anni: non è paradossale la sua assenza di prospettiva? Dovrebbe avere uno sguardo lungo e costruttivo proprio in virtù della sua giovinezza.
Qui rileva la visione del potere: quella di Renzi è esclusiva ed escludente, come ha sostenuto Prodi. Di cui vorrei dire, per inciso: il suo Sì è stato il più forte No a Renzi. Giustificato in tal modo da mettere a nudo i limiti di una gestione vecchia del potere. Penso al cerchio magico, ai fedelissimi, a quella che chiamerò “consorteria toscana”, per citare Ernesto Galli Della Loggia. Al premier ho sempre contestato non le idee, ma il modo di gestire il potere a tratti perfino gretto. La vicenda delle banche è emblematica. Prendiamo Mps: arriviamo ora a un intervento di salvataggio dello Stato, che poteva essere fatto mesi fa, escluso solo per ragioni di calcolo politico. La saggezza e il senso delle istituzioni avrebbero dovuto suggerire di agire ben prima. Ora se le banche vengono salvate, giustamente, con soldi pubblici, possiamo chiedere la lista dei loro principali debitori, per esempio del Monte Paschi?

La frattura è anche dentro il Pd: tira un’aria da redde rationem.
L’Italia ha pagato negli anni, non solo in quest’ultima era renziana, un prezzo altissimo prima alla composizione del Pd e poi alle sue numerose fratture. Il Pd è un grande partito di massa, guida il Paese ma deve riscoprire quella responsabilità che i partiti classici avevano. Il partito è stato considerato una struttura ancillare del governo: ora deve recuperare autonomia. C’è un problema di disciplina della minoranza rispetto alla maggioranza, ma c’è anche un problema di rispetto della maggioranza verso la minoranza.

Ma si può invocare la disciplina di partito sulla Costituzione?
Il Pd non può essere un luogo di ostracismi ed esclusione. Sennò andiamo verso una balcanizzazione della società. Continuando a dividere il Paese, come ha fatto Renzi, dopo un po’ si diventa antipatici, specie quando si occupa la televisione in questo modo militare e ossessivo. Una cosa così non si era mai vista, nemmeno con Berlusconi che pure le televisioni le possedeva. Se il Pd si dovesse spaccare sarebbe un danno per l’intero Paese: il Pd ritrovi la virtù di un confronto democratico aperto. Soprattutto il Pd deve essere in grado di trovare un’indipendenza rispetto alla vita dell’esecutivo: Renzi quando conquistò il partito democratico lo fece vivere di una vita propria rispetto al governo Letta, che poi affossò. Si riparta da lì.

L’informazione è rimasta spiazzata dal risultato.
Interroghiamoci sul perché tutti, negli ultimi giorni prima del voto, eravamo convinti che il Sì stesse recuperando posizioni. Forse questo segnala un’eccessiva vicinanza dei media al potere che spaccia – non in modiche quantità – informazioni avariate, spiffera retroscena ad arte, come l’idea che Renzi volesse prendersi un sabbatico e lasciare la politica. Forse non abbiamo più i ricettori giusti, forse chi fa informazione non sa raccontare il Paese perché frequenta troppo i palazzi e poco il popolo. E’ un’autocritica che dobbiamo fare, che devo fare anch’io. Siamo nell’era della post verità, ma sono state abbonate troppe vaghe promesse e troppe bufale. Bisogna riconoscere ciò che di giusto c’è nell’eredità renziana. Ed essere un po’ indulgenti: Renzi ha perso, ma ci si deve augurare che il perdente non ricatti le istituzioni scaricando la propria rabbia e frustrazione su altri. La responsabilità di ricucire il Paese è anche delle forze politiche che hanno votato No. Siamo reduci da una violenta campagna elettorale, è il momento della distensione. Questo Paese si mostra più solido e pacato di molte persone che lo governano. O tentano di governarlo.

Quindi la sera leoni e al mattino Gentiloni

(scritto per i Quaderni di Possibile qui)

Alla fine è Gentiloni il nuovo Presidente del Consiglio. L’ex ministro è stato designato dal Presidente della Repubblica Mattarella come traghettatore verso una nuova legge elettorale (magari non incostituzionale, questa volta, se vi riesce, grazie) e poi le prossime elezioni politiche. Una designazione figlia delle consultazioni del Capo dello Stato con tutti i gruppi parlamentari e, parallelamente, con le inusuali consultazioni di un Renzi dimissionario eppur ciondolante nei suoi molteplici ruoli. Attenzione: il segretario del PD (che è Renzi) ha tutto il dovere e il diritto di trovare una soluzione condivisa con il partito che guida, peccato che del coinvolgimento del suo partito non s’è vista traccia (rimbomba ancora il monologo spacciato per direzione nazionale) e che la scelta di Palazzo Chigi piuttosto che il Nazareno come sede dei suoi incontri non sia stata un grande idea (lo scrivevano ieri anche insospettabili renziani, per dire).

Comunque alla fine è il giorno di Gentiloni: l’ex rutelliano sale al Quirinale con un curriculum che comprende, solo negli ultimi anni, un terzo posto alle primarie per scegliere il candidato sindaco del PD su Roma (terzo su tre, eh) e un coinvolgimento mai chiarito su uno smercio d’armi italiane verso l’Arabia Saudita che altrove avrebbe fatto gridare allo scandalo. Ma Gentiloni, sia chiaro, ha in questo momento la qualità indispensabile per poter ambire al ruolo di Presidente del Consiglio poiché non fa ombra a Renzi eppure lo rappresenta. Ieri ho letto (non so dove e me ne scuso) che Gentiloni Presidente del Consiglio è un po’ come quando l’allenatore viene espulso e rimane il secondo in panchina filocollegato con la tribuna.
Il governo ombra (che non fa ombra) di chi aveva promesso (nel suo discorso in Senato già il 20 gennaio di quest’anno) di abbandonare la politica è l’ennesimo errore di Renzi che sembra non voler capire che i trucchetti non funzionano più e ormai si scorgono in fretta. Avrebbe potuto starne fuori e poi provare a ricominciare (che è un suo diritto, eh, ricominciare ma al netto delle promesse non mantenute) e invece è più forte di lui: a Gentiloni l’improbo compito di smentirci.

Da grande voglio essere Jim Messina

(Avvertenza: questo articolo è ironico. Satira, quella cosa lì. Non vi torna utile per sviluppare acredine di primo mattino mentre bevete il caffè e nemmeno per fare da colonna sonora alla Liberazione di qualche bilioso dalla parte opposta. Ecco. Detto questo iniziamo.)

Io giuro che vorrei avere l’occasione di bere un caffè con Jim Messina, il super pagato e iper celebrato spin doctor di Matteo Renzi in questa campagna referendaria. L’unica persona che io conosca e che ne abbia avuto mai notizia che è riuscito a farsi dare qualcosa come 400.000 euro (la cifra non è mai stata confermata) per coniare slogan meravigliosi come il “se votate No vi tenete quello che c’è” (dimenticando che c’erano loro, c’era lui, Renzi, appunto) oppure il “se volete meno politici basta un sì” (stampato in un manifesto sei metri per tre pagato dal gruppo parlamentare, eh) o ancora “siamo in grande rimonta, sul filo di lana” sponsorizzato su tutti i social network possibili immaginari quando ormai gli scrutini erano quasi finiti.

Giuro io vorrei stringergli la mano a uno così perché è la fotografia di come sia andata a fottersi la politica in questo Paese, tutta ritrita da slogan masticati pagati come se fossero vangeli. Nel 2016 Jim Messina ha fatto da consulente per arginare la Brexit (poi avvenuta), sostenere la Clinton (poi sconfitta) e sostenere Renzi e la battaglia per il Sì (che sappiamo com’è andata): Jim Messina è il rigore sbagliato nella finale di un campionato del Mondo che si ripete tutte le mattine, tutti i giorni, tutto il giorno.

Ma ve lo immaginate, dico? Renzi che gli chiede cosa debba fare per sostenere il sì e lui che gli propone di aprire la porta finestra sul balcone e uscire in accappatoio a gridare “accozzaglia!”. La Clinton che gli domanda cosa dire su Trump per neutralizzarlo e lui che le propone di dare del coglione a chi ha intenzione di votarlo (che poi qui dovrebbe anche pagare i diritti d’autore a un altro genio, ma si farebbe lunga…). Oppure David Cameron che ascolta il suggerimento di Messina nel ripetere all’infinito che l’Europa è la città più bella dopo Venezia in giro per il mondo.

Grande Jim, davvero. Finché esistono guru così in queso mondo ci sarà sempre un posto libero per il Rondolino di turno. Davvero.

Buon mercoledì.

(questo è il mio buongiorno che ogni mattina, dal lunedì al venerdì, scrivo per Left qui. Fossi in voi lo seguirei.)

Michele Emiliano: “Ho scritto in Procura per il miliardo di euro promesso da Renzi per Taranto. Quei soldi non ci sono”

(L’intervista a Michele Emiliano di Alessandro De Angelis per l’Huffington Post. Leggetela con attenzione perché in un Paese normale una situazione del genere sarebbe sulle prime pagine di tutti i giornali. Tutti.)

Presidente Michele Emiliano, il premier ha annunciato un miliardo di euro per Taranto. Ma quel miliardo c’è? 
Credo che il Premier abbia parlato solo per sentito dire… Magari dagli avvocati che stanno lavorando in questa direzione. Andiamo con ordine. La famiglia Riva è sotto processo per reati gravissimi, tra cui disastro ambientale per inquinamento dell’Ilva.

Il miliardo a cui si riferisce Renzi sarebbe frutto proprio della transazione con i Riva.
Mi lasci proseguire. Il processo sui Riva si svolge a Taranto e ora l’Ilva è sotto la gestione del governo e con il decreto del governo la fabbrica può continuare a funzionare nonostante sia nociva.

E questa è la premessa. 
Ecco, siamo al punto: fino a che il patteggiamento non viene accettato dalla Procura e poi ratificato dal Giudice terzo non esiste quel miliardo di cui parla Renzi. Se tali richieste fossero state già presentate nelle cancellerie dei giudici probabilmente ne avremmo già avuto notizia certa.

E’ uscita una nota che parla di accordo tra azienda e gruppo Riva che potrà essere stipulato entro febbraio.
Appunto, “potrà”. Quella nota conferma che le trattative sono in corso, ma le procure non hanno ricevuto i termini dell’accordo. Fino ad oggi si è parlato di cose che non esistono finché non saranno ratificate.

Sta dicendo che quella di Renzi è una trovata da campagna elettorale non supportata da dati di realtà?
Il premier è molto interessato, diciamo così, ai referendum e pensa che tutto quello che succede sia connesso al referendum. Ma non è così. Io invece sono interessato ai problemi della mia terra. E penso che annunciare quel miliardo come cosa fatta sia quantomento inopportuno e sgradevole soprattutto se in questo modo si vuole mettere una pezza ad una vicenda assurda ed inspiegabile come il mancato finanziamento della sanità tarantina con 50milioni di euro.

Appunto, propaganda, come le avevo chiesto.
Ciò detto, per fare chiarezza, ho appena inviato alle Procure di Taranto e Milano una richiesta per conoscere la verità. La Regione Puglia, in quanto persona offesa dai reati commessi dai Riva per i quali procede la Magistratura di Taranto, può legittimamente avanzare questa richiesta.

Aspetti presidente, mi faccia capire. Lei ha scritto alle procure per capire se c’è quel miliardo di cui parla il presidente del Consiglio? 
Ha capito benissimo.

E sono obbligate a risponderle? 
Non sono obbligate a farlo fino a che l’istanza non è formalmente presentata, ma perché il giudice ratifichi l’accordo di patteggiamento tutte le parti devono essere avvisate e possono partecipare all’udienza in camera di consiglio che lo definisce.

A che serve partecipare alla procedura di patteggiamento?
A controllare la legittimità di tutte le operazioni e soprattutto a trasmettere alla Procura ed ai Giudici l’aspettativa della Regione Puglia che il danaro sia utilizzato per decarbonizzare la fabbrica.

Decarbonizzare?
Sì decarbonizzare. Il dramma ambientale di Taranto non è l’acciaio, è il carbone che serve a produrlo almeno con gli impianti pericolosi ed obsoleti esistenti. La Puglia chiede che questi impianti siano sostituti da più moderni forni elettrici alimentati a gas (anche approfittando di 20miliardi di metri cubi che arriveranno in regione grazie al gasdotto Tap) attraverso una tecnologia denominata “preridotto” già realizzata altrove proprio da aziende italiane.

E il governo?
Vorrei ricordare al premier che la decarbonizzazione è il mantra di tutti i governi del mondo impegnati nella limitazione del riscaldamento terrestre. L’Italia sottoscrive protocolli internazionali per la eliminazione del carbone, e poi non li attua. È questo il momento di farlo, Renzi vincoli quei soldi per convertire a gas l’Ilva, l’acciaieria a carbone più grande e inquinante d’Europa.

Il ministro Calenda però dice che nessuna delle offerte di acquisto dell’Ilva comprende una totale decarbonizzazione?
Appunto, nella testa di gente come Calenda il problema non è la salute dei cittadini e soprattutto dei bambini di Taranto, ma quanto costa un sistema produttivo. Ovviamente un combustibile rozzo e pericoloso come il carbone costa meno del gas. Ma la ragione è semplice: chi vende carbone non paga i danni sociali e sanitari che questo provoca. Il sistema di produzione a gas azzera le emissioni nocive che provocano malattie e tumori e riduce ad un quarto in alcuni casi le emissioni di anidride carbonica, micidiale gas serra.

Ma se la fabbrica è fuori mercato come vuole che regga?
Abbiamo pensato anche a questo. La Puglia vuole che il governo vincoli il gas del Tap nella misura di 2miliardi di metri cubi su 20 ad un costo identico o di poco superiore a quello del carbone, per rendere competitivi i nuovi impianti tarantini. Lo sconto sul prezzo ci sembra una giusta compensazione ambientale per l’impatto del gasdotto sul nostro territorio.

Torniamo alla sua lettere alle procure? Anche questa può apparire una mossa politica verso il premier.
Nient’affatto. Non è affatto questa la mia intenzione e del resto le trattative riservate svelate dal premier sono effettivamente in corso, questo è evidente. Il problema è un altro. È mio dovere avvisare l’Autorità giudiziaria che il danaro dovuto da coloro che hanno provocato danni ambientali e sanitari devastanti deve essere utilizzato non solo per riambientalizzare la fabbrica – facendo un regalo incentivante a chi vuole comprarla – ma anche per i risarcimenti delle centinaia di parti civili del processo che hanno diritto di soddisfarsi su quelle somme al pari dello Stato e della Regione.

Ecco, la fabbrica se la comprano i privati, il miliardo e 3 è dello Stato e, quando sarà, viene investito nella fabbrica dei privati… E le parti civili restano col cerino in mano.
Tant’è. È chiaro che in questo caso ci opporremo al patteggiamento.

Ma allora dove prendere il danaro per fare i nuovi impianti che lei suggerisce nella sua proposta di decarbonizzazione?
Quel miliardo e 300milioni è utilissimo anche per la ricostruzione dello stabilimento e per la eliminazione dei parchi minerari ormai inutili se non si utilizzerà più il carbone. Ma ribadisco, se quel denaro dovesse essere utilizzato per ammodernare gli impianti esistenti lasciando intatta la alimentazione a carbone, dovremmo opporci per evitare che i reati già commessi siano proseguiti anche dopo il risarcimento dei danni da parte degli autori degli stessi.

E se non si decarbonizza la fabbrica? Sarebbe ancora a rischio di interventi da parte dei Magistrati?
Certamente, lo provano i dati epidemiologici. Con l’aggravante che avremo utilizzato i soldi che mettono definitivamente fuori dal processo i Riva per riattare impianti ancora pericolosissimi per la salute a causa del carbone.

In conclusione, Emiliano, abbiamo fatto una lunga conversazione. Ne ho ricavato l’impressione che sull’Ilva non si fida del governo. E che l’annuncio del premier ha stimolato il suo animus da magistrato.
In conclusione? Basta annunci.

Cronache d’impero: in onore del premier all’istituto Neruda in scena il balletto della “Buona scuola”

img_0017Nella palestra della scuola “Pablo Neruda” il balletto dei giovanissimi studenti in onore di Matteo Renzi (seduto in prima fila) è in corso da qualche minuto e la rappresentazione per qualche attimo resta sospesa a metà strada tra spontaneità e riverenza al capo del governo. Ma ad un certo punto l’equilibrio si rompe: sulle trascinanti note di “Viva la vida” dei Coldplay i ragazzini innalzano una scritta colorata, “La buona scuola”. Matteo Renzi, studenti, la ministra Stefania Giannini, maestri e professori applaudono la coreografia encomiastica, che rappresenta l’istantanea più curiosa – ma non l’unica – della cerimonia che si è svolta ieri mattina alla scuola elementare e media “Neruda” di Roma in occasione della firma da parte del governo di un protocollo di intesa con Banca europea degli investimenti, Cassa depositi e prestiti per investimenti nell’edilizia scolastica per un valore di 530 milioni di euro in occasione della Giornata per la sicurezza nelle scuole.

Cerimonia breve che in piccole dimensioni ha riproposto la quintessenza del “renzismo”: capacità operativa su tante questioni e al tempo stesso insopprimibile impulso a mettere in “scena” qualsiasi cosa e a farlo sempre e comunque nel segno dell’auto-elogio. Narrazione che, a giudicare da quasi tutti i risultati elettorali degli ultimi due anni e dai sondaggi, sembrerebbe segnare qualche smagliatura. Come conferma la vicenda di ieri. Avendo deciso di usare una scuola per l’annuncio dell’accordo, c’era un precedente che avrebbe dovuto pesare. Erano le prime settimane del governo Renzi e il 5 marzo 2014 l’ingresso del presidente del Consiglio nella scuola elementare Raiti di Siracusa fu salutato da una canzoncina encomiastica: «Facciamo un salto, battiam le mani/ ti salutiamo tutti insieme presidente Renzi». Qualcuno arrivò ad evocare nientedimeno che il duce, sta di fatto che da quel giorno fu vietato alle telecamere delle tv di accompagnare Renzi nelle sue visite sempre più sporadiche alle scuole, comunque sempre elementari e medie.

Ieri mattina il ritorno. Pretesto doppio: l’accordo con la Bei ma anche la prima giornata nazionale per la sicurezza nelle scuole.I preliminari prevedono una serie di balletti. Protagonisti una ventina di ragazzi. Ma diversi di loro hanno decisamente più di 14 anni e infatti si scoprirà più tardi che fanno parte della «organizzazione» del Ministero dell’istruzione, dell’Università e della ricerca. Poi interviene la ministra Giannini che, ricordando il valore concreto e simbolico della giornata, sostiene: «C’è un Paese che rivede l’orizzionte, la luce, la speranza». Poi tocca alla preside Brunella Martucci, protagonista della bella impresa di aver aperto dopo 30 anni una scuola in un quartiere periferico. Appena vede alcuni bambini che si allontanano dalla cerimonia, li riprende: «State qui! Sennò si porta la giustificazione! Non facciamo brutta figura». Poi parla il presidente del Consiglio. Simpaticamente e brevemente. In vista del momento più atteso: Renzi che, seduto ai banchi, firma il protocollo di intesa, attorniato da bambini sorridenti. Uscendo un papà ricorda una canzone di Giorgio Gaber: «Vedo bambini cantare, in fila li portano al mare, non sanno se ridere o piangere, batton le mani».

(da La Stampa)

Accozzaglia

Dice Pierfrancesco Majorino (assessore Pd a Milano): «grazie all’accozzaglia che abbiamo vinto le elezioni amministrative a Milano e in tante altre città (tante tra le non molte che hanno vinto)».

Basterebbe dare un’occhiata all’accozzaglia chiamata Assemblea Costituente che ha votato (all’80%) la Costituzione. Dentro c’erano:

Liste/Gruppi Voti  % Seggi
Democrazia Cristiana (DC) 8 101 004 35,21 207
Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) 4 758 129 20,68 115
Partito Comunista Italiano (PCI) 4 356 686 18,93 104
Unione Democratica Nazionale (UDN) 1 560 638 6,78 41
Fronte dell’Uomo Qualunque (UQ) 1 211 956 5,27 30
Partito Repubblicano Italiano (PRI) 1 003 007 4,36 23
Blocco Nazionale della Libertà (BNL) 637 328 2,77 16
Partito d’Azione (Pd’A) 334 748 1,45 7
Movimento Indipendentista Siciliano (MIS) 171 201 0,74 4
Concentrazione Democratica Repubblicana 97 690 0,42 2
Partito Sardo d’Azione 78 554 0,34 2
Partito dei Contadini d’Italia 102 393 0,44 1
Movimento Unionista Italiano 71 021 0,31 1
Partito Cristiano Sociale 51 088 0,22 1
Partito Democratico del Lavoro 40 633 0,18 1
Fronte Democratico Progressista Repubblicano 21 853 0,09 1
ALTRE LISTE 412 550 1,79 0
TOTALI VOTI VALIDI 23 010 479 100,00 556
SCHEDE NULLE 1 936 708
DI CUI BIANCHE 643 067
TOTALE VOTANTI 24 947 187

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“Che poi – come dice Pippo nel suo blog – anche tra i sostenitori del Sì si va da Briatore a Pisapia, da Benigni a Lorenzin, da Tosi a Finocchiaro, da Marchionne a Cuperlo. Per dire. Appaiono meno distanti tra loro di quanto non siano i sostenitori del No solo perché rappresentano un centro che guarda a destra, come succede appunto nella maggioranza e nel governo, da ormai quasi cinque anni, di cui tre con l’attuale premier. E ormai siamo abituati a pensare che il super centro politico elettorale sia un soggetto unico“.

Poi ci sarebbe la vecchia storia delle “accozzaglie” in occasione del referendum sull’acqua pubblica (e il PD era con Casa Pound) o contro la riforma costituzionale proposta dal governo Berlusconi (anche il PD stava con l’estrema destra) che dovrebbe suggerirci di smetterla di fingere di non sapere che i fronti di un referendum non sono fronti politici.

Poi c’è (lo scrive sempre Civati qui):

“Accozzaglia di argomenti per promuoverla, dalla difesa del sistema all’antipolitica, dal «ce lo chiede l’Europa» alla rivolta contro l’Europa dei burocrati, dalla riforma elettorale per eleggere direttamente il premier (anzi, il Capo, come lo definisce l’Italicum) alla rassicurazione che non cambia la forma di governo. La riforma dell’Ulivo e quella voluta dal Pdl. Tutto e il contrario di tutto. Una vera accozzaglia”.

È un accozzaglia il metodo del mettere insieme clientele come si può ascoltare dalla viva voce di De Luca qui, dove ci insegna “Una clientela organizzata, scientifica, razionale come Cristo comanda. Che cosa bella”, dice.

Io, da parte mia, pur essendo per il No devo dire che tra quelli che che compongono il fronte del sì ci ritrovo dentro molte persone che stimo con, inevitabilmente, gente che aborro. E le differenze le noto, altroché. Ed è facilissimo scorgere chi appoggia la riforma per servilismo o per convinzione. Eppure accozzaglia no. Proprio no.

Andrea Camilleri: «ecco perché voto no»

Novantantun anni, 102 libri, 26 milioni di copie solo in Italia: Andrea Camilleri è lo scrittore più importante che abbiamo. «Vorrei l’ eutanasia, quando sarà il momento. La morte non mi fa paura. Ma dopo non c’ è niente. E niente di me resterà: sarò dimenticato, come sono stati dimenticati scrittori molto più grandi. E quindi mi viene voglia di prendere il viagra, di ringiovanire, pur di vivere ancora qualche anno, e vedere come va a finire. Vedere che presidente sarà Trump: uno tsunami mondiale, un Berlusconi moltiplicato per diecimila. E vedere cosa sarà del mio Paese».

«A guardare l’ Italia ridotta così, mi sento in colpa. Avrei voluto fare di più, impegnarmi di più. Nel Dopoguerra ci siamo combattuti duramente, ma avevamo lo stesso scopo: rimettere in piedi il Paese. Oggi quello spirito è scomparso».

Renzi non è un buon presidente del Consiglio? 

«No. È un giocatore avventato e supponente. Mi fa paura quando racconta balle: ad esempio che il futuro dei nostri figli dipende dal referendum. Mi pare un gigantesco diversivo per realizzare un altro disegno».

Quale? 

«Mi sfugge, ma c’ è».

Al referendum andrà a votare?

«Pur di votare No mi sottoporrò a due visite oculistiche, obbligatorie per entrare nella cabina elettorale accompagnato. Io le riforme le voglio: il Senato deve controllare la Camera, non esserne il doppione. Ma questa riforma è pasticciata. E non ci consente di scegliere i nostri rappresentanti».

Spera nei Cinque Stelle?

«Non mi interessano. Non ci credo. Mi ricordano l’ Uomo Qualunque: Grillo è Guglielmo Giannini con Internet. Nascono dal discredito della politica, ma non hanno retto alla prova dei fatti: Pizzarotti è stato espulso dal movimento; la Raggi non mi pare stia facendo grandi cose».

Se vince il No cosa succede? 

«Entra in campo Mattarella. Che si comporterà bene; perché è un gran galantuomo».

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Intanto Renzi fa felice il Front National. Avanti così.

Lui si chiama Florian Philippot ed è il vicepresidente del Front National, partito di estrema destra francese tanto caro a Salvini e a tutti i piccoli salvinini razzisti che gironzolano in Europa. L’estrema destra francese ora scopre che l’Italia non è così lontana e quando si accorge che Matteo Renzi ha iniziato il suo percorso di trumpizzazione per racimolare voti a destra per il prossimo referendum del 4 dicembre togliendo la bandiera dell’Europa Philippot non riesce a trattenere un moto di gioia barzotta:

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Sono i balzi di chi ha deliberatamente deciso di snaturare un partito pur di garantirsi l’autopreservazione al potere. Non conta più nulla, non contano le sensibilità politiche, non contano le compagnie, non contano i populismi e non contano nemmeno gli applausi del fronte opposto: questo referendum è un maiale, non si butta via niente. E allora viene normale pensare che alla fine Trump, qui da noi, sia arrivato da un bel può anche da noi, semplicemente diluito.

(il mio buongiorno per Left è qui)