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Matteo Salvini

No, cari, nessuno lascia la propria casa. A meno che…

«Quindi mi domando come un padre o una madre possa mettere a rischio la vita di un figlio sperando in non si sa che cosa» ha detto Salvini sui migranti che attraversano il mediterraneo. La risposta è una poesia:

nessuno lascia la propria casa a meno che
casa sua non siano le mandibole di uno squalo
verso il confine ci corri solo
quando vedi tutta la città correre
i tuoi vicini che corrono più veloci di te
il fiato insanguinato nelle loro gole
il tuo ex-compagno di classe
che ti ha baciato fino a farti girare la testa dietro alla fabbrica di lattine
ora tiene nella mano una pistola più grande del suo corpo
lasci casa tua
quando è proprio lei a non permetterti più di starci.
nessuno lascia casa sua a meno che non sia proprio lei a scacciarlo
fuoco sotto ai piedi
sangue che ti bolle nella pancia
non avresti mai pensato di farlo
fin quando la lama non ti marchia di minacce incandescenti
il collo
e  nonostante tutto continui a portare l’inno nazionale
sotto il respiro
soltanto dopo aver strappato il passaporto nei bagni di un aeroporto
singhiozzando ad ogni boccone di carta
ti è risultato chiaro il fatto che non ci saresti più tornata.
dovete capire
che nessuno mette i suoi figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra
nessuno va a bruciarsi i palmi
sotto ai treni
sotto i vagoni
nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion
nutrendosi di giornali a meno che le miglia percorse
non significhino più di un qualsiasi viaggio.
nessuno striscia sotto ai recinti
nessuno vuole essere picchiato
commiserato
nessuno se li sceglie i campi profughi
o le perquisizioni a nudo che ti lasciano
il corpo pieno di dolori
o il carcere,
perché il carcere è più sicuro
di una città che arde
e un secondino
nella notte
è meglio di un carico
di uomini che assomigliano a tuo padre
nessuno ce la può fare
nessuno lo può sopportare
nessuna pelle può resistere a tanto
Il
Andatevene a casa neri
rifugiati
sporchi immigrati
richiedenti asilo
che prosciugano il nostro paese
negri con le mani aperte
hanno un odore strano
selvaggio
hanno distrutto il loro paese e ora vogliono
distruggere il nostro
le parole
gli sguardi storti
come fai a scrollarteli di dosso?
forse perché il colpo è meno duro
che  un arto divelto
o le parole sono più tenere
che quattordici uomini tra
le cosce
o gli insulti sono più facili
da mandare giù
che le macerie
che le ossa
che il corpo di tuo figlio
fatto a pezzi.
a casa ci voglio tornare,
ma casa mia sono le mandibole di uno squalo
casa mia è la canna di un fucile
e a nessuno verrebbe di lasciare la propria casa
a meno che non sia stata lei a inseguirti fino all’ultima sponda
a meno che casa tua non ti abbia detto
affretta il passo
lasciati i panni dietro
striscia nel deserto
sguazza negli oceani
annega
salvati
fatti fame
chiedi l’elemosina
dimentica la tua dignità
la tua sopravvivenza è più importante
Nessuno lascia casa sua se non quando essa diventa una voce sudaticcia
Che ti mormora nell’orecchio
Vattene,
scappatene da me adesso
non so cosa io sia diventata
ma so che qualsiasi altro posto
è  più sicuro che qui.
Casa (di Warsan Shire, Traduzione di Pina Piccolo, fonte)

Così la Lega di Salvini cerca voti al sud

Giuseppe Pipitone scrive un articolo che spiega nel dettaglio l’indagine che vede coinvolti esponenti leghisti in Sicilia ed è un desolante siparietto:

Il fratello conosciuto, quello con i voti, non si poteva candidare a causa di una condanna passata in giudicato. Il suo partito, però, quel bottino di preferenze non voleva perderlo. Un bel problema se fai il leader della Lega e sei chiamato a dimostrare per la prima volta che anche il più nordico dei movimenti può prendere voti in Sicilia. Come fare, dunque, per superare quell’ostacolo insormontabile? Con un trucco degno di Luigi Pirandello: lo scambio di persona. Candidi l’altro fratello, quello sconosciuto e senza voti ma con lo stesso cognome del politico. Lo tieni nascosto, stampi volantini senza foto e senza nome di battesimo e in giro a fare campagna elettorale va quell’altro, quello che i voti li ha. E alla fine li prende, seppur con l’inganno.

Il trucco alla Pirandello e i leader della Lega – C’è una storia paradossale al centro dell’inchiesta per voto di scambio della procura di Termini Imerese. Una vicenda che sembra scritta proprio dall’autore di Uno, nessuno e centomila e che ha portato i pm a contestare ad alcuni indacati anche l’ipotesi dell’attentato ai diritti politici del cittadino. Nella carte dell’indagine gli inquirenti parlano di “una campagna elettorale fatta di menzogne, inganni e promesse di utilità di diverso tipo che ha fortemente alternato il gioco politico”. Ai domiciliari sono finiti i fratelli Salvino e Mario Caputo. Il primo è un ex consigliere regionale del Pdl, noto per essere stato il primo politico decaduto a causa delle legge Severino a causa di una condanna in via definitiva a un anno e cinque mesi per tentato abuso d’ufficio. Da sindaco di Monreale, infatti, aveva cercato di far cancellare alcune multe al vescovo della zona. Poi fulminato dal verbo di Alberto da Giussano, Salvino Caputo è diventato coordinatore in provincia di Palermo del movimento Noi con Salvini, cioè la costola siciliana della Lega, che alle ultime elezioni regionali ha candidato – senza eleggerlo – suo fratello Mario. L’inchiesta siciliana, dunque, è una bella tegola per il partito di Matteo Salvini, fresco di espansione al sud del suo partito. Soprattutto perché coinvolge direttamente anche i due luogotenenti isolani dell’aspirante premier: Alessandro Pagano e Angelo Attaguile. Entrambi ex deputati del Pdl, hanno poi aderito al Carroccio che li ha ricandidati alle politiche con alterne fortune: Pagano è stato rieletto a Montecitorio, Attaguile, invece, è rimasto fuori. Oggi sono entrambi indagati a piede libero. Il gip li definisce “istigatori nei confronti dei quali si procede separatamente”.

Le intercettazioni: “Non possiamo perdere 7mila voti” – A inguaiarli, come spesso accade, è il telefono. Non il loro, però, visto che sono parlamentari. A essere intercettato è invece il cellulare di Salvino Caputo, che nel settembre del 2017 sta preparando la sua ricandidatura all’Assemblea regionale siciliana. C’è un problema, però: quella condanna definitiva. E soprattutto il fatto che si è visto rigettare l’istanza di riabilitazione. Per questo motivo chiama Pagano. È il 29 settembre del 2017, la vigilia delle elezioni in cui la Lega avrebbe eletto il suo primo consigliere in Sicilia e il deputato del Carroccio non vuole perdere i voti di Caputo.  “Senti tu mi devi fare una cortesia. Noi non possiamo perdere settemila voti, seimila voti, non meno di questo, e buttarli al macero. Se oggi salta questo, noi perdiamo in termini di credibilità. Non esiste: scusami lo abbiamo costruito in sei mesi e ora sul traguardo…Male che va tu candidi tuo figlio“, suggerisce Pagano a Caputo per poi spiegare meglio la sua strategia. “Io so già la soluzione qual è: Caputo senza fotografie, e Gianluca – come si chiama tuo figlio – detto Salvino. Punto e basta. Funziona così”. In pratica basta che Caputo candidi suo figlio, faccia stampare manifesti senza fotografie e il gioco è fatto.

“Candida tuo figlio col tuo nome” – Un escamotage che sarebbe stato benedetto anche da Attaguile. “Io ho parlato con Alessandro – dice al telefono il coordinatore della Lega in Sicilia orientale – La soluzione che ha posto lui è ottima. Candidare tuo figlio mettendoci il nome Salvino”. Alla fine, in realtà Caputo candiderà il fratello Mario, inserito in lista con una postilla: sostiene di essere conosciuto anche con l’appellativo di Salvino, cioè quello che in realtà è il nome del fratello. “Tieni conto che molti sapranno che sono io il candidato, perché non è che tutti sono raggiungibili o tutti sanno che io non mi candido: si gioca sull’equivoco”, dice il politico incandidabile in un’altra intercettazione. “All’esterno chi non lo sa? Lì c’è scritto Caputo. Non è che c’è la foto. La gente fuori non lo deve sapere. Non glielo dobbiamo spiegare”, dicono invece alcuni dei suoi portatori di voti. In pratica gli elettori andranno a votare Mario Caputo convinti di sostenere invece il fratello Salvino. Il quale a sua volta avrà mantenuto in famiglia il seggio a Palazzo dei Normanni.

Il candidato che non doveva incontrare gli elettori – E in effetti il trucco funziona. “In numerosi comuni della provincia di Palermo – dicono i pm  – Salvatore Caputo si presentava al corpo elettorale come se fosse lui e non il meno conosciuto fratello Mario, il reale candidato. Pertanto lo scorso 5 novembre gli elettori si sarebbero recati alle urne convinti di avere espresso la propria preferenza per Salvatore Caputo”. Il segreto è tenere quanto più possibile nascosto Mario Caputo, il vero candidato. Come quando a Termini Imerese è fissato un grosso incontro elettorale con più di 200 persone. “Alla domanda del fratello se occorresse la sua presenza- annotano gli investigatori – Caputo rispondeva che non era necessario”. Il candidato non doveva incontrare i suoi elettori, che altrimenti avrebbero potuto capire tutto. “Detto Salvino è un modo per non perdere voti. Ci sono nei paesi persone che non sanno che non sono io il candidato, sono convinti che sono io. E quindi vanno a scrivere Salvino Caputo, che faccio ci perdo voti?”, dice ancora al telefono l’ex consigliere regionale. “Giocando sull’equivoco scaturito dal cognome Caputo e dall’appellativo Salvino, sul fatto che nei piccoli centri la gente fosse poco informatae fosse dotata di minori strumenti, gli odierni indagati hanno posto in essere condotte fortemente censurabili non solo dal punto di vista etico, ma anche dal punto di vista penale avendo, avendo tratto d’inganno i cittadini chiamati ad esercitare i propri diritti politici”, spiegano gli inquirenti. Tutto questo, però, non è bastato per conquistare uno scranno a Palazzo dei Normanni: a Mario Caputo detto Salvino, infatti, andarono meno di 2.500 voti. Troppo pochi per essere eletti. Abbastanza, invece, per reclutare nuove seguaci della Lega in Sicilia.  ““L’unica strada – diceva un sostenitore di Caputo –  è Salvino, Salvini a livello nazionale e Salvino a regionale”. E poco c’è mancato che dopo aver candidato il fratello utilizzando il suo nome, Caputo non lanciasse un nuovo partito: Noi con Salvino.

(fonte)

Ebbene sì: anche Salvini e Maroni hanno usato i soldi rubati da Bossi

(un pezzo da leggere con attenzione e ritagliare di Giovanni Tizian e Stefano Vergine per l’Espresso)

 

Cinque anni fa, quando tutto ebbe inizio, Umberto Bossi usò un’immagine biblica per spiegare il suo intento. «Ho fatto come Salomone: non ho voluto tagliare a metà il bambino», disse mentre si apprestava a lasciare le redini del partito a Roberto Maroni.

Erano i giorni in cui i giornali pubblicavano le prime notizie sullo scandalo dei rimborsi elettorali leghisti, quelli incassati gonfiando i bilanci e usati per pagare le spese personali del Capo e della sua famiglia, come la laurea in Albania del figlio Renzo o le multe del primogenito Riccardo.

Il senso della metafora bossiana era chiaro: piuttosto di dividere la Lega tra chi sta con me e chi contro di me, il Senatùr si diceva pronto a lasciare pacificamente il potere al suo storico rivale. Da allora in poi l’intento di chi è succeduto a Bossi, prima Maroni e oggi Salvini, è sempre stato quello di differenziarsi, di creare compartimenti stagni tra il partito dell’Umberto e quello di oggi, tanto che all’ultimo raduno di Pontida al fondatore non è stato nemmeno concesso il tradizionale discorso dal palco.

Gli immigrati al posto dei meridionali, il nazionalismo in sostituzione del secessionismo. Pure un nuovo marchio, Noi con Salvini, dotato di satelliti sparsi dal Centro al Sud e rappresentato da personaggi della destra, come in Calabria, o vecchi democristiani votati all’autonomia, come in Sicilia. Nuovi volti (per modo di dire) e nuovi ideali sostenuti con forza proporzionale all’incedere delle inchieste giudiziarie sui fondi elettorali.

Se è vero che negli ultimi anni molto è in effetti cambiato all’interno del Carroccio, c’è qualcosa che è rimasto segretamente invariato. Roberto Maroni preferisce non dirlo, Matteo Salvini lo nega categoricamente. Insomma, gli eredi del Senatùr sostengono di non aver visto un euro di quegli oltre 48 milioni rubati da Bossi e Belsito. «Sono soldi che non ho mai visto», ha scandito di recente l’attuale segretario federale commentando la decisione del Tribunale di Genova di sequestrare i conti correnti del partito dopo la condanna per truffa di Bossi.

I documenti ottenuti da L’Espresso dimostrano però che esiste un filo diretto tra la truffa firmata dal fondatore e i suoi successori. Tra la fine del 2011 e il 2014, infatti, prima Maroni e poi Salvini hanno incassato e usato i rimborsi elettorali frutto del reato commesso dal loro predecessore. E lo hanno fatto quando ormai era chiaro a tutti che quei denari rischiavano di essere sequestrati.

Per scoprire i retroscena di questo intrigo padano bisogna tornare al 5 aprile del 2012. E tenere a mente le date. Quel giorno, a poche ore dalla perquisizione della Guardia di Finanza nella sede di via Bellerio, a Milano, Bossi si dimette da segretario del partito. È la prima scossa del terremoto che sconvolgerà gli equilibri interni alla Lega.

A metà maggio diversi giornali scrivono che a essere indagato non è solo il tesoriere Francesco Belsito, ma anche il Senatùr. Il reato ipotizzato è quello di truffa ai danni dello Stato in relazione ai rimborsi elettorali. Il primo di luglio Maroni viene eletto nuovo segretario del partito. E quattro mesi dopo, il 31 ottobre, passa per la prima volta alla cassa. Come certifica un documento inviato dalla ragioneria del Senato alla Procura di Genova, quel giorno l’attuale governatore della Lombardia riceve 1,8 milioni di euro. È il rimborso che spetta alla Lega per le elezioni politiche del 2008, quelle vinte da Berlusconi contro Veltroni. Il primo di una lunga serie. Da qui in poi a Maroni verranno intestati parecchi bonifici provenienti dal Parlamento.

A fine 2013, cioè al termine del mandato di segretario, Bobo avrà così ricevuto 12,9 milioni di euro. Tutti rimborsi relativi a elezioni comprese tra il 2008 e il 2010, quando a capo del partito c’era Bossi e a gestire la cassa era Belsito. Insomma, proprio i denari frutto della truffa ai danni dello Stato.

Che cosa cambia quando Salvini subentra a Maroni? Niente, se non le cifre. A metà dicembre del 2013 Matteo viene eletto segretario del partito. L’inchiesta sui rimborsi elettorali intanto va avanti, e a giugno del 2014 arrivano le richieste di rinvio a giudizio: i magistrati chiedono il processo per Bossi. Un mese e mezzo dopo, il 31 luglio, Salvini incassa 820mila euro di rimborsi per le elezioni regionali del 2010. Perché allora il segretario della Lega e aspirante candidato premier per il centro-destra continua a sostenere che lui quei soldi non li ha mai visti? E se li ha visti, come poteva non sapere che erano frutto di truffa?

Due mesi dopo aver incassato gli oltre 800 mila euro, Salvini e la Lega si costituiscono infatti parte civile contro i compagni di partito. Si sentono vittime di un imbroglio, di una truffa che ha sfregiato il vessillo padano. E vogliono essere risarciti. La nuova dirigenza è dunque consapevole della provenienza illecita del denaro accumulato sotto la gestione di Bossi. Ma il 27 ottobre, solo venti giorni dopo l’annuncio di costituirsi parte civile, Salvini fa qualcosa che appare in netta contraddizione con quella scelta: ritira altri soldi. Questa volta la somma è piccola, poco meno di 500 euro: l’ultima tranche di rimborso per le elezioni regionali del 2010.

La sostanza però non cambia. Sono denari ottenuti con la rendicontazione gonfiata firmata da Belsito. Fatto di cui a quel punto è dichiaratamente convinto anche Salvini. Il quale, due giorni dopo l’ultimo prelievo, riceve persino una lettera dallo storico avvocato di Bossi, Matteo Brigandì. «Ti diffido dallo spendere quanto da te dichiarato corpo del reato», si legge nella missiva con la quale la vecchia guardia lancia un messaggio chiaro al nuovo gruppo dirigente: voi ci accusate di aver rubato quattrini, allora sappiate che i soldi che avete in cassa sono il profitto della truffa, e usarli vuol dire diventare complici del reato.

Il denaro, più che l’ideologia, è dunque il collante tra l’epoca di Bossi, l’interregno di Maroni e il presente firmato Salvini. Le tre età del partito della Padania intrecciate attorno a una vicenda che tutti vogliono dimenticare in fretta. Talmente in fretta da ritirare persino la costituzione di parte civile davanti al giudice.

Già, perché solo un mese dopo essersi dichiarato vittima della truffa targata Bossi-Belsito, Salvini fa marcia indietro. Come a dire: chiudiamola qua, scordiamoci il passato e andiamo avanti. Una scelta travagliata, non da tutti condivisa. All’interno della Lega, infatti, nei primi mesi del 2014, c’era chi voleva mostrare pubblicamente la rottura col passato. Altri, invece, parteggiavano per la politica della rimozione. In questo contesto matura l’accordo di conciliazione”con l’avvocato di Bossi, nel quale la Lega rinuncia a costituirsi parte civile. A un patto però: il legale di fiducia del Senatùr avrebbe dovuto accantonare ogni pretesa di denaro che il partito gli doveva, circa 6 milioni di euro. Infine, a Bossi sarebbe andato un lauto vitalizio.

Tutto risolto, dunque? Macché. Salvini e Maroni vengono meno al patto. E danno mandato all’avvocato Domenico Aiello, legale del governatore lombardo, di procedere con la costituzione di parte civile. Uno smacco al vecchio amico Bossi, a cui poco dopo segue un altro colpo di scena. A novembre durante l’udienza preliminare contro B&B, Aiello ritira l’atto di costituzione. In pratica la Lega non chiede più i danni per la truffa. Un’idea di Salvini, motivazione ufficiale: «Non abbiamo né tempo né soldi per cercare di recuperare soldi che certa gente non ha», spiegò l’europarlamentare appena eletto segretario del Carroccio. Una mossa che sorprese persino il governatore della Lombardia, Maroni, che con Aiello aveva fatto il possibile per chiedere i danni agli imputati leghisti.

La sensazione di chi il partito lo frequenta da venti e passa anni è che sia stata una ritirata strategica, per rappacificare le opposte fazioni ed evitare rivelazioni scomode. Soprattutto in merito ai soldi lasciati in cassa da Bossi, quelli finiti al centro delle inchieste di tre procure.

I bilanci della Lega raccontano, infatti, meglio di qualsiasi dichiarazione politica che cosa è successo in questi anni ai soldi dei Lumbard, o meglio di tutti i contribuenti italiani. Il primo dato evidente è che le cose andavano molto meglio, almeno dal punto di vista finanziario, quando sulla plancia di comando c’era Bossi. Con lui al vertice i bilanci degli ultimi anni si sono infatti chiusi sempre in positivo. Le cose cambiano nel 2012, quando arriva Maroni: per la prima volta la Lega chiude i conti in rosso, con una perdita di 10,7 milioni di euro. L’anno seguente, il primo interamente firmato da Bobo, le cose vanno persino peggio: il bilancio evidenzia una perdita di 14,4 milioni. Colpa della diminuzione dei rimborsi elettorali e del calo delle donazioni private, si legge nei resoconti padani. Ma non è solo questo.

Nonostante i dipendenti diminuiscano, i costi sostenuti dalla Lega aumentano. In particolare alcune voci, come quella denominata “spese legali”, per cui il partito arriva a sborsare oltre 4,3 milioni di euro tra il 2012 e il 2014. Un bella somma, oltretutto senza neppure essersi costituita parte civile nel processo contro Bossi e Belsito.

Com’è possibile allora aver speso tutti quei soldi in avvocati? I bilanci non lo spiegano, ma un documento ottenuto da L’Espresso aiuta a capire meglio come sono andate le cose. È un contratto datato 18 aprile 2012. Bossi si è dimesso da due settimane e il Carroccio è retto dal triumvirato Maroni-Dal Lago-Calderoli. Sono loro ad affidare la consulenza legale allo studio Ab di Domenico Aiello, già avvocato personale di Maroni e in ottimi rapporti con il magistrato milanese che sta seguendo l’inchiesta, Alfredo Robledo. Nel contratto si specifica che la consulenza riguarderà proprio i procedimenti penali che coinvolgono Bossi e i rimborsi truccati. Si tratta delle indagini in corso a Milano, Napoli, Genova e Reggio Calabria, ciascuna segnalata con il relativo numero di fascicolo.

Un lavoro ben pagato: per Aiello la tariffa sarà di 450 euro all’ora, costo che sale a oltre 650 euro se si aggiungono – come da prassi – spese generali, contributi previdenziali e imposte. Insomma non male per l’avvocato calabrese che, qualche anno dopo, Maroni piazzerà nel consiglio d’amministrazione di Expo, mentre la moglie, Anna Tavano, finirà per un periodo in Infrastrutture Lombarde, società controllata direttamente dalla Regione.

Va detto che Aiello, così come la moglie, ha un curriculum di tutto rispetto. Tra i suoi clienti più celebri, oltre a Bobo Maroni spicca l’ex presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua. Poi ci sono gli incarichi negli organismi di vigilanza: Consip, Siemens, Conbipel, Veolia e la Sparkasse di Bolzano. In quest’ultima banca il presidente del Consiglio di amministrazione si chiama Gerhard Brandstätter. Brillante avvocato del Sudtirolo, che con Aiello, nel 2011, ha fondato lo studio associato AB, lo stesso scelto dalla Lega.

Con Maroni traghettatore, le camice verdi apriranno anche un conto “easy business” e un conto deposito presso la banca altoatesina, depositando in totale qualche milioncino. È il periodo in cui si tentava di mettere al sicuro il patrimonio del partito, dalle cordate bossiane e forse anche dai giudici. Matura così l’idea, poi tramontata, di creare un trust in Sparkasse per blindare quasi 20 milioni.

I bilanci non confermano solo questo. Spiegano anche perché oggi i conti del partito sono a secco. E quale la strategia scelta per evitare il sequestro effettivo dei soldi. Nel 2015, quando è Salvini a comandare, la ricchezza della Lega cala, infatti, vistosamente. Il patrimonio netto passa da 13,1 milioni dell’anno precedente a 6,7 milioni. Il motivo è spiegato chiaramente nella relazione sulla gestione finanziaria: i soldi del partito sono stati trasferiti alle sezioni locali, 13 in tutto, dotate nel frattempo di codici fiscali autonomi.

È così ad esempio che due giorni prima di Natale la sezione Lombardia, fino ad allora sprovvista di risorse finanziarie, diventa titolare di un patrimonio da 2,9 milioni di euro. Custoditi per lo più su conti correnti bancari e postali. Una partita di giro, insomma. Il risultato? Al termine del 2016 la Lega aveva una disponibilità liquida di soli 165mila euro, mentre le sue 13 sezioni locali messe insieme registravano somme per 4,3 milioni. La nuova architettura finanziaria non ha però impedito ai magistrati di sequestrare le ricchezze del Carroccio. Come ha dichiarato lo stesso Salvini, al momento non è stato bloccato il conto corrente della Lega nazionale, ma quelli delle sezioni locali. «Un punto su cui daremo battaglia in sede legale», assicura una fonte del Carroccio che non vuole essere nominata.

C’è però ancora una questione da risolvere. Il tribunale di Genova, nei giorni scorsi, ha deciso di bloccare il sequestro. I giudici hanno annunciato di aver congelato poco meno di 2 milioni. Eppure, come detto, alla fine dell’anno scorso sui conti della Lega c’erano 4,3 milioni. Mancano dunque all’appello oltre 2 milioni. Possibile che la Lega li abbia spesi in questo 2017. O anche che siano stati trasferiti su altri conti. Un’ipotesi, questa, impossibile da verificare. Perché “Noi con Salvini”, il movimento creato tre anni fa dal nuovo leader del Carroccio per conquistare il Centro-Sud, non ha mai pubblicato un bilancio.

Dubbi e interrogativi sollevati dai nemici interni del leader in felpa. Salvini potrà dire che a lui certe questioni “politichesi” non interessano e che preferisce parlare di immigrazione, euro, lavoro. Ma all’interno del suo partito i bossiani non dimenticano. E i mal di pancia iniziano a diventare veri e propri tumulti silenziosi. Pare che siano persino pronti a muoversi autonomamente per le prossime elezioni politiche. Una forza che ruberebbe al Capitano il 2-3 per cento.

Del resto non è facile disfarsi del Senatur, fu il primo a dare avvio a una tipica usanza leghista: scaricare i compagni di partito che osavano mettere in dubbio la sua autorità. Bossi fece così con l’ideologo della secessione Gianfranco Miglio. Con la stessa moneta lo hanno ripagato Maroni e Salvini. E ora sotto a chi tocca.

“Roma ladrona” e la Lega intanto mangiava: condannati Bossi (padre e figlio) e Belsito.

Ora vedrete che Salvini (il moralizzatore su tutto) qui rimarrà zitto zitto come un pesce. Perché il segreto del “nuovissimo” è proprio questo: fingere di non essere stati ciò che si è stati (o forse si è ancora). Ecco l’articolo di Repubblica:

 

Umberto Bossi, il figlio Renzo e l’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito condannati a Milano per appropriazione indebita per aver usato i fondi del partito per spese personali. Il Senatur fondatore della Lega, è stato condannato a 2 anni e 3 mesi, un anno e 6 mesi per ‘il Trota’, 2 anni e 6 mesi per l’ex tesoriere. L’altro figlio di Bossi, Riccardo, era già stato condannato in abbreviato a un anno e otto mesi (per circa 158 mila euro di spese personali).

La decisione del giudice Maria Luisa Balzarotti è arrivata nel processo The Famility, così ribattezzato per il nome scritto sulla cartella di documenti sequestrata allora a Belsito in cui comparivano quelle che sono state giudicate spese private della famiglia Bossi pagate però con i soldi del Carroccio. La tesi della procura è che per Bossi “sostenere i costi della sua famiglia” con il patrimonio della Lega è stato “un modo di agire consolidato e concordato”.

Stando alle indagini, tra il 2009 e il 2011, l’ex tesoriere della Lega si sarebbe appropriato di circa mezzo milione di euro, mentre l’ex leader del Carroccio avrebbe speso con i fondi del partito oltre 208mila euro. A Renzo sono stati addebitati, invece, più di 145mila euro, tra cui migliaia di euro in multe, tremila euro di assicurazione auto, 48mila euro per comprare una macchina (un’Audi A6) e 77mila euro per la “laurea albanese”. “Ho saputo della mia laurea in Albania solo dopo questa indagine”, aveva detto in aula il ragazzo lo scorso luglio testimoniando in aula.

Uno dei difensori di Bossi padre, Marcello Gallo, aveva chiesto al tribunale di sollevare davanti alla Consulta “la questione di legittimità costituzionale della disciplina dell’appropriazione indebita” perché, in sostanza la norma, violerebbe il principio di ragionevolezza in quanto punisce la condotta di “appropriazione di cose comuni” – come è stata da lui inquadrato l’operato degli imputati – mentre reati più gravi come l’appropriazione di oggetti smarriti o di beni avuti per errore sono stati depenalizzati.

Il pm Paolo Filippini aveva chiesto 2 anni e 3 mesi per l’ex leader della Lega, 1 anno e mezzo per Renzo e 2 anni e mezzo per Belsito.

Barzelletta Salvini: critica la legge sulla legittima difesa. Che ha scritto la Lega

Ma chi l’ha scritta quella legge buonista che fa tanto incazzare Salvini ormai in tour permanente a fare il pieno dal benzinaio che spara, a cenare dal ristoratore che spara e a innamorarsi di chiunque a cui per sbaglio parta un colpo sfortunatamente mirato alla perfezione? Loro. Lega Nord, Forza Italia, Udc e Alleanza Nazionale.

Era il 20 dicembre del 2002 e questi presunti “sceriffi” da cortile brogliavano una proposta di legge dal titolo “Modifica all’ articolo 52 del codice penale in materia di diritto all’ autotutela in un privato domicilio”, abbreviato in un marchettara “autodifesa” per renderla più golosa. In calce a quella proposta (che divenne legge il 13 febbraio del 2006) spiccano le firme di Calderoli, Brignone, Peruzzotti e Tirelli, tutti senatori del Gruppo Lega Padana (erano ancora i tempi in cui gli stranieri erano i terroni, prima di diventare filonapoletani per un pugno di voti e qualche schizzo in più di notorietà) e la Lega, udite udite, stava al Governo dove Salvini chiede di tornare per “risolvere i problemi di sicurezza in Italia”.

 

(continua su Left)

Salvini fa il leone, scatena i suoi, ma dopo essere stato denunciato corregge il suo post su Follonica. E torna agnello.

(Ne scrive, tra gli altri, Gli Stati Generali. Da parte mia tutta la vicinanza a Andrea Maestri che è un amico prima che un bravo parlamentare)

“Ma perché non vai a farti una sega al mare……. Io ti auguro che un ROM possa stuprarti la figlia così vediamo cosa fai!!!!!!!”.

Questo è uno dei commenti lasciati dai seguaci di Matteo Salvini all’indirizzo del parlamentare Andrea Maestri di Possibile, reo di aver presentato un esposto per istigazione all’odio razziale contro il leader leghista per un suo post a sostegno dei due dipendenti del supermercato Lidl di Follonica che avevano rinchiuso nella gabbia dei rifiuti e della merce fallata due donne di etnia Rom, per poi irriderle pubblicando il video online.

Salvini, che quotidianamente fomenta i bassi istinti delle sue “legioni di imbecilli” sui social network, prendendo di mira gli “immigrati invasori” e chiunque osi parlare di “integrazione” (una parolaccia utilizzata da finti “buonisti” razzisti contro gli italiani, per dirla con le colorite espressioni utilizzate dal capo del Carroccio), non aveva perso l’occasione per speculare sul fatto accaduto nella cittadina in provincia di Grosseto, difendendo i due impiegati della nota catena di distribuzione e attaccando le due ROM “FRUGATRICI”. A chiusura del post, si era lasciato andare a un commento ironico su una delle donne rinchiuse, menzionando l’ormai immancabile “ruspa”. Un eccesso – l’ennesimo – notato da Maestri (che di mestiere fa l’avvocato) che si è presentato al Tribunale di Ravenna con l’esposto.

Tempo qualche ora, ed è arrivata la reazione del leader della Lega, che pubblicando sulla sua pagina una foto del parlamentare di Possibile, gli ha aizzato contro la sua plebe con questo post: “ROBA DA MATTI! Signore e signori, ecco a voi il deputato sinistro Andrea Maestri. Ha presentato un esposto contro di me al Tribunale di Ravenna per aver offerto sostegno ai lavoratori della LIDL che avevano colto sul fatto le signore “frugatrici”, scrivendo che “il signor Salvini Matteo ha fatto pubblica apologia di un reato e ha istigato all’ODIO RAZZIALE”, citando anche la “persecuzione dei rom perpetrata dal regime NAZISTA”! Ma questo da che pianeta viene???”.

Come suini attratti dal mangime, i fedeli hater dell’europarlamentare assenteista hanno iniziato a commentare in massa, evocando stupri, sterilizzazioni e amenità di ogni tipo contro Maestri. Tutto come da copione, perché quella utilizzata da Salvini per colpire l’avversario politico è una pratica assai comune dalle parti di Lega e M5S, partiti che attingendo a un elettorato composto in parte da disagiati e analfabeti funzionali, si nutrono della loro rabbia sfruttando un vuoto legislativo e la complicità di Facebook e Twitter, che collaborano assai poco con le forze dell’ordine quando si tratta di perseguire penalmente chi insulta e minaccia utilizzando le loro piattaforme.

Ma siccome un esposto è una cosa seria (a differenza degli “standard della comunità” di Facebook), Matteo Salvini dopo qualche ora ha modificato il primo post su Follonica, cancellando il commento, la parola ROM e il riferimento alla “ruspa”. Una scelta probabilmente suggerita da un legale, ma comunque tardiva perché lo screenshot della prima versione del post era ormai di dominio pubblico e soprattutto (Facebook permettendo…) lo storico è recuperabile anche dopo mesi dalle autorità competenti.

L’ennesima vergognosa esibizione del leader della Lega e delle sue mandrie, ci ricorda quanto in Italia sia indispensabile una legge “hate speech”, ovvero una norma che possa contrastare il fenomeno dell’incitamento all’odio in rete. Un fenomeno che se ulteriormente sottovalutato potrebbe uscire dai confini del “mondo virtuale” con conseguenze drammatiche.

Fantastico Salvini: a Palermo nomina commissario di partito un ex berlusconiano condannato per tentato abuso d’ufficio

Condannato in via definitiva, decaduto da deputato regionale e quindi scelto dalla Lega come commissario della provincia di Palermo. Alle prossime amministrative, Matteo Salvini prova a raccogliere qualche voto anche al Sud. E per questo motivo, in questi giorni, Noi con Salvini – la costola meridionale della Lega Nord – sta cercando di riorganizzare i suoi quadri. Pochi giorni fa il leader del Carroccio ha fatto il nome del deputato Angelo Attaguile come possibile candidato governatore della Sicilia alle regionali dell’autunno prossimo. Democristiano di lungo corso, Attaguile era approdato alla Camera nel 2013, “nascosto” nella lista Pdl in Campania, ma in quota Mpa dell’amico Raffaele Lombardo. Sbarcato a Montecitorio, aveva subito aperto una linea di credito con la Lega: era infatti il ventesimo deputato che ha garantito al Carroccio di mantenere un gruppo autonomo alla Camera. Quando Salvini ha deciso di allargare la sua base elettorale, ecco quindi che proprio Attaguile è stato scelto come leader di Noi con Salvini, una versione agrodolce del Sole delle Alpi.

In vista delle comunali di maggio, dunque, la corrente sicula del Carroccio si è dotata di un nuovo commissario che dovrà coordinare la presentazione delle liste nelle 32 città della provincia di Palermo chiamate alle urne. Incarico per il quale è stato scelto Salvino Caputo,  per quattro legislature deputato regionale di Forza Italiaprima e del Pdl poi. Caputo è stato per anni un berlusconiano doc, talmente fedele che ancora oggi sulla sua pagina facebook svetta la bandiera di Forza Italiacome immagine di copertina. Nel giorno del suo passaggio ufficiale tra i leghisti di Trinacria, insomma, Caputo non ha ancora trovato il tempo di aggiornare i suoi profili social con i nuovi simboli. Poco importa, visto che il deputato Alessandro Pagano è entusiasta del nuovo acquisto: “Tutto il movimento – dice – si stringerà attorno a Caputo con grande impegno, al fine di portare avanti il nostro progetto insieme a Matteo Salvini in tutto il territorio siciliano. Nella provincia di Palermo  sarà il nostro punto di riferimento a livello organizzativo nei comuni che hanno imminenti scadenze elettorali”.

Più rilevante, invece, è il fatto che il neo commissario di Noi con Salvini è stato praticamente il primo politico siciliano colpito dalla legge Severino. Nel giugno del 2013 Caputo era infatti decaduto da parlamentare regionale. Il motivo? Una condanna definitiva a un anno e cinque mesi per tentato abuso d’ufficio. Da sindaco di Monreale, infatti, l’ex berlusconiano aveva tentato di cancellare alcune multe che i vigili urbani avevano contestato all’allora arcivescovo Salvatore Cassisa e ad alcuni suoi ex assessori. Inutile il ricorso in tribunale con il quale Caputo aveva cercato di rimanere all’Assemblea regionale siciliana contestando l’illegittima retroattività della norma. “Il principio di fondo è quello per cui si vuole che venga allontanato dall’esercizio di determinate funzioni pubbliche un soggetto riconosciuto ‘indegno’ in relazione a certi fatti accertati con sentenza passata in giudicato”, aveva scritto il tribunale civile di Palermo, obbligando il politico a separarsi dal suo scranno da onorevole. Adesso, però, Caputo torna in pista come salviniano. Prima, però, dovrà forse aggiornare i colori dei suoi canali social.

(fonte)

“Salvini è il più grande assenteista di Bruxelles”. E per il tribunale di Milano non c’è diffamazione scrivendolo.

“Lei è il più grande assenteista di Bruxelles”. Salvini perde il processo per diffamazione contro il segretario generale della Fim, Marco Bentivogli, reo di aver dato dell’assenteista – il più grande – al leader del Carroccio. Il tribunale di Milano ha archiviato il procedimento avviato da Matteo Salvini dopo un acceso scambio di battute tra i due nel corso di un programma su La7 nel luglio del 2015. “Dire che Salvini è un assenteista non è diffamazione, perché è semplicemente la verità”, commenta più che soddisfatto Bentivogli.

“Non avevo dubbi che la querela sarebbe stata rigettata, anche perché i dati delle presenze dei parlamentari europei sono pubblici e scaricabili dal sito e, quindi, visibili a qualunque cittadino”, dice parlando di come Salvini “partecipi solo per il 18%” ai lavori della Commissione sul commercio internazionale di cui fa parte.

“Salvini
sentenzia su molti temi in televisione, ma poi non si prende il disturbo nemmeno di partecipare ai lavori di quella commissione – insiste Bentivogli – è un esempio di populismo irresponsabile che noi combattiamo, proprio per il rispetto della democrazia e della rappresentanza che abbiamo. Qualsiasi lavoratore, assente nel luogo di lavoro, viene licenziato. Salvini crede che le leggi si propongono, contrastano o approvano, stando giorno e notte in tv”.

(fonte)

Per quelli che «voto sì altrimenti arriva Salvini»

Ne scrive Leonardo sul suo blog, misurato come al solito. E vale la pena leggerlo:

«Invece molti sostenitori di Renzi sembrano sicuri che un successo del Sì proietterà il loro beniamino verso un trionfo elettorale – dopodiché, senza l’impiccio degli imbarazzanti alleati di centrodestra, dei riottosi rimasugli del vecchio Pd e di un senato eletto ancora dai cittadini, finalmente potrà gestire l’Italia come vuole e non potrà che gestirla bene. Ora, questo futuro luminoso è appena a un passo da noi, ma solo se votiamo Sì al referendum: altrimenti tenebre, caos, Bersani e Matteo Salvini. Come tutte le prospettive apocalittiche, anche questa sembra più la proiezione di un desiderio che un’analisi realistica della situazione. Nessuno sa cosa succederà il quattro dicembre: se Renzi perde, potrebbe abbandonare il governo? È possibile (ma non esistono ancora alternative serie a lui, soprattutto nel suo partito).

Se invece vince, continuerà a vincere anche alle prossime elezioni politiche, al più tardi nella primavera 2018? Chi lo pensa sembra sottovalutare il logoramento inevitabile di chi si trova al governo, in anni di crisi. La vittoria dei brexiters, quella di Trump, sembrano puntare in quella direzione. La figura di Renzi appare già abbastanza logorata, eppure chi lo sostiene sembra voler credere che basta fargli vincere un referendum ogni tanto per ringiovanirlo. Soprattutto non mostrano di capire quello che a me sembra un dato di fatto: più vince, meno Renzi è sopportabile. Magari tra un mese vince di nuovo, ma a quel punto a chi non gli vuole bene sembrerà ancora più arrogante. E non può vincere sempre.»

Mi rendo conto di essere, tra i sostenitori del No, un caso molto particolare: per molti si tratta solo di mandare a casa Renzi. Per me il contrario: forse è l’ultima occasione che ho per dare un segnale a Renzi senza mandarlo a casa. Molti sostenitori del Sì sanno benissimo che questa riforma contiene diverse magagne, ma se la fanno piacere perché, dopotutto, se si tratta di salvare Renzi si può anche vandalizzare qualche articolo di Costituzione. Ma rischiamo di ritrovarci nella situazione peggiore: costituzione vandalizzata e, due anni dopo, un Salvini o peggio al governo. Con maggioranza blindata per cinque anni. E un senato irrilevante. Questo per me è un altro grosso motivo per votare No.

(il post è qui)

Se-ces-sio-ne

Poi, all’improvviso, piovono perle e sembra di tornare indietro di vent’anni. Così.

Umberto Bossi rilancia la secessione dal palco di Pontida, la tradizionale festa del Carroccio. Ma è botta e risposta con Matteo Salvini . La Lega – scandisce il Senatur – “non potrà mai essere un partito nazionale”: e l’obiettivo deve rimanere la “secessione” della Padania. “Io ho ascoltato in questi tempi con molta attenzione la Lega – ha detto tra l’altro Bossi -. La Lega è in un momento di grande confusione, è stata né carne né pesce, ma la Padania resta nel cuore e nella testa”. Bossi ha sostenuto che “la Lega è stata fatta per la libertà del nord dall’oppressione del centralismo italiano, non per altri motivi”, e ha osservato che “troppo spesso si sente parlare di uscire dall’euro, ma i fatti dicono che l’Italia si porta via 100 miliardi di euro e l’Europa due: chi è dunque il nemico? State attenti a tirare le conclusioni così”. Bossi, senza fare nomi, si è infine rivolto ai leghisti radunati a Pontida nel ventennale della dichiarazione di indipendenza della Padania affermando che “a volte i dirigenti devono essere richiamati dai veri proprietari, i militanti”.

(fonte)