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Confine tra Bielorussia e Polonia: ora si contano i morti

I membri occidentali del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno fermamente condannato la Bielorussia per l’escalation della crisi sui migranti bloccati al confine con la Polonia, accusando Lukashenko di utilizzare i migranti per destabilizzare il confine orientale dell’Unione europea. Aleksandr Lukashenko, com’era prevedibile, alza il tiro minacciando di bloccare il gas russo verso l’Europa (tra l’altro già alle prese con il caro energia): «Forniamo calore all’Europa e loro minacciano di chiudere la frontiera. E se interrompiamo l’erogazione di gas naturale lì?», ha detto con tono di sfida, riferendosi al gasdotto Yamal-Europe che porta il combustibile in Polonia e Germania. La crisi intanto si allarga. Mentre il commissario all’Economia Ue Paolo Gentiloni avvisa che l’Europa non si farà intimidire la leader dell’opposizione bielorussa Svetlana Tikhanovskaya ripete che il premier bielorusso «bluffa» perché «interrompere la fornitura di gas sarebbe più dannoso per lui che per l’Ue».

Al fianco del regime di Minsk c’è sempre Vladimir Putin che negli ultimi due giorni ha avuto già due telefonate con la cancelliera tedesca Merkel invitando l’Ue a ristabilire i contatti con la Bielorussa mettendo fine all’isolamento. Gli Usa da canto loro segnalano un aumento sospetto di truppe russe al confine con l’Ucraina e temono una replica dell’invasione della Crimea nel 2014, sfruttando il caos generale.

Di certo con i soldati che isolano la zona di confine dai media e dagli operatori umanitari è sempre più difficile ottenere notizie certe sulle reali condizioni dei migranti. Di sicuro c’è che le temperature durante la notte scendono sotto le zero e ci sono vittime, causate soprattutto dall’ipotermia. La Bbc scrive che nelle ultime settimane sarebbero “almeno 7” le persone morte nei pressi dl filo spinato. Il giornale polacco Oko.press racconta di avere ricevuto notizie da una loro fonte irachena presente lì sul posto di un ragazzo di 14 anni curdo morto congelato vicino al valico di Kuznica e prelevato dai servizi bielorussi. La notizia sarebbe stata confermata anche da altri migranti presenti ma le condizioni difficili dei migranti (e le power bank con cui ricaricare i telefoni che si stanno scaricando) rendono difficile la verifica.

Di «diverse tragiche morti registrate nell’area di confine nelle ultime settimane» parla anche un comunicato congiunto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che «ricordano agli Stati l’imperativo di prevenire ulteriori perdite di vite umane e garantire il trattamento umano di migranti e rifugiati come priorità assoluta». Le due organizzazioni hanno dichiarato pubblicamente in diverse occasioni che la strumentalizzazione di migranti e rifugiati per raggiungere fini politici è deplorevole e deve cessare. «Approfittare della disperazione e della vulnerabilità di migranti e rifugiati offrendo loro promesse irrealistiche e fuorvianti è inaccettabile e ha gravi conseguenze umane», scrivono nella loro dichiarazione congiunta. Crystal van Leeuwen, responsabile delle emergenze mediche di Medici Senza Frontiere (Msf), ha chiesto che le Ong ottengano urgentemente l’accesso a una zona militarizzata sicura dalla parte polacca e che le richieste di protezione internazionale dei migranti siano rispettate. «Il freddo è la più grande preoccupazione fisica e la mancanza di cibo e acqua», ha detto van Leeuwen. Ma molti dei migranti hanno anche problemi di salute mentale significativi dopo aver trascorso a volte diverse settimane a essere deviati avanti e indietro attraverso il confine. «Queste persone hanno bisogno di riparo, cibo, acqua e assistenza medica», ha detto. «Le loro vite hanno bisogno di protezione e devono essere trattate secondo il diritto dell’Ue e internazionale. Non sono armi, sono esseri umani».

Gli inviati del Guardian nei giorni scorsi raccontano di avere incontrato un gruppo di sette curdi iracheni ai margini della foresta di Białowieża – che attraversa il confine tra la Polonia sud-orientale e la Bielorussia – con una bambina di otto mesi e un bambino di due anni mentre raggiungevano il villaggio polacco di Grodzsik. Chi prova ad arrivare in Polonia dalle foreste racconta di avere visto cadaveri sdraiati a faccia in giù nelle paludi. Molti sono attirati in Bielorussia da agenzie di viaggio che organizzano gli aerei per Minsk. Nelle immagini dall’aeroporto si vedono gruppi di profughi in maglietta e pantaloncini, assolutamente inconsapevoli delle temperature che si ritroveranno ad affrontare. Scesi dall’aereo vengono accolti temporaneamente in hotel gestiti dal regime e poi caricati su autobus e taxi che li trasferiscono al confine polacco e lituano. Le guardie bielorusse poi li spingono oltre alla recinzione. «Alcuni migranti che abbiamo soccorso si sono tagliati la faccia con il filo spinato», racconta l’operatrice volontaria Katarzyna Wappa. I soldati polacchi da canto loro rimangono a presidiare il confine con i fucili puntati e non rispondono alle richieste di acqua, di cibo e di cure delle famiglie assiepate al confine, schiacciate dai soldati bielorussi da una parte e dalle milizie polacche dall’altra. Anche i malati che hanno la fortuna di essere recuperati da un’ambulanza rimangono in ospedale solo il tempo che serve per le prime cure e poi vengono riportate all’addiaccio. All’ospedale Mantiuk di Hajnówka, un ragazzo della Somalia racconta di avere visto i suoi due fratelli morire assiderati. I bambini, raccontano i volontari, stanno avendo reazioni al freddo simili agli attacchi epilettici. Cecilia Rinaldini, inviata per Rai Radio al confine tra Polonia e Bielorussia ha raccolto la testimonianza di una madre che ha partorito nel limbo maledetto e per tre giorni non è stata soccorsa da nessuno. Il neonato non è sopravvissuto.

Ieri manifestanti di estrema destra polacchi hanno invitato i loro militari a sparare agli “invasori”. Ora le temperature continueranno a scendere, l’ecatombe è appena iniziata.

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Strage nelle carceri, da gennaio 109 detenuti morti nel silenzio: 3 suicidi nell’ultima settimana

Eppure la storia ci insegna che il giornalismo funzionerebbe così, ogni volta che accade qualcosa e che poi si ripete diventa tutto una fanfara che mitraglia notizie simili per creare una sensazione (spesso un sensazionalismo) che induca a vendere copie e a collezionare clic. Siamo il Paese che all’improvviso si appassiona agli incidenti di treni per un mese, da quello che è stato una strage agli incidenti sui binari fuorivia di qualche sconosciuto paesello in cui non si è fatto male nemmeno un bullone: siamo il Paese in cui non può accadere nulla di più goloso di un evento che si ripete il giorno dopo. In fondo, pensandoci bene, non è nemmeno un male: la perseverante ripetizione è un elemento fondamentale per esercitare pressione su chi governa e su chi deve intervenire.

Eppure il carcere no, il carcere non riesce mai a diventare “mainstream” come si usa dire in questi tempi, non riesce mai ad appassionare i politici, non infiamma il dibattito, non merita nemmeno una manciata di minuti in qualche trasmissione popolare pomeridiana. Peccato, perché negli ultimi 7 giorni in carcere si sono suicidate 3 persone e 3 morti in 7 giorni nei luoghi in cui la gente viene affidata alla tutela e alla vigilanza dello Stato sono un pilotto che fa accapponare la pelle. Il 25 ottobre scorso un detenuto italiano di 36 anni si è tolto la vita nella Casa Circondariale di Pavia. Il 30 ottobre si è suicidato un internato nella Casa di Reclusione di Isili e il 31 ottobre un detenuto nella Casa Circondariale di Monza. Non perdete nemmeno tempo a cercare la notizia sui giornali perché nessuno si è preso la briga di riportarlo. Si sa, i detenuti sono periferie sociali che al massimo vengono pianti da qualche parente, se ne hanno qualcuno in giro, e rientrano nelle statistiche dei garanti che provano ad alzare la voce con pochissimo successo.

Anche perché i 3 detenuti suicidi sono solo una briciola dei 47 finora dall’inizio dell’anno, gente che aveva in media 40 anni (l’età che si definisce “ma dai, ma così giovane” per quelli qui fuori) e che sono parte dei 109 del totale delle persone recluse decedute per suicidio, malattia o “cause da accertare” (età media 46 anni). La rivista Ristretti Orizzonti (che di carcere si occupa dalla nascita) ha cominciato a tenere conto dei morti in carcere fin dall’anno 2000 con il dossier “Morire di carcere” e da allora ha registrato 3.288 morti (età media delle vittime 45 anni), delle quali 1.215 sono ascrivibili a suicidio (età media delle vittime 41 anni). Per dare un’idea delle proporzioni i decessi causati dal virus Covid-19 sono stati 21 (con un’età media di 65 anni) mentre sono 13 (di 40 anni d’età media) i morti solo durante le rivolte scoppiate tra il 9 e il 10 marzo dell’anno scorso.

Scorrendo i numeri si scopre che tra il 26 e il 27 settembre scorso si sono suicidati Alexandro Riccio nel carcere di Ivrea, Emanuele Impellizzeri a Verona e Mirko Palombo a Benevento. Tutto nel giro di due giorni. Oppure si scopre che Alberto Pastore, che di anni ne aveva solo 24, il 14 maggio di quest’anno si è suicidato nel carcere di Novara. Come scrivono giustamente quelli di Ristretti Orizzonti (che sono anch’essi detenuti) «questa catena di cifre ricorda tanto le cronache di guerra, con le dimensioni degli eserciti, dei “corpi speciali” di combattenti e, infine, con il bilancio di morti e di feriti. La propaganda bellica si cura di far apparire i nemici come semplici quantità numeriche e, allo stesso tempo, di umanizzare i propri soldati, riprendendo la loro partenza – tra abbracci, baci e lacrime -, magari mostrandoli mentre soccorrono gente bisognosa, mentre pregano o giocano a carte».

Infine viene da chiedersi perché i molti cultori di “verità e giustizia” (quelli leali e quelli presunti) non balzino sulla sedia vedendo le decine di casi di morti per motivi “da accertare” che rimangono impolverati negli anni a venire, come se in fondo il carcerato suicida rientri nella normalità delle cose, nell’inevitabile danno collaterale della detenzione come sistema. L’Organizzazione mondiale della sanità (così in voga in questi anni di pandemia) ha ripetuto decine di volte che i detenuti «rappresentano un gruppo ad alto rischio suicidiario» e noi continuiamo a non riuscire ad affrontare il rischio: «anche se molte volte – scrive l’OMS – non ci è dato di prevedere con precisione se e quando un detenuto tenterà il suicidio o lo porterà a termine, gli agenti di custodia, gli operatori sanitari e il personale psichiatrico possono essere messi in grado di identificare detenuti in crisi suicidaria, stimare il loro rischio e trattare eventuali gesti suicidari». Ma noi continuiamo a non farcela.

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Morti, feriti e famiglie divise: continua il pogrom di Tripoli

In Libia ieri è stato un altro giorno di disperazione e intanto dall’Italia e dall’Europa non si leva nemmeno un sussulto di indignazione. Del resto prendersela con il sicario che sta facendo il gioco sporco (un pogrom ben accetto dalla comunità internazionale contro i richiedenti asilo) sarebbe fastidioso e inopportuno. Mentre il ministero libico continua la sua ingente opera di rastrellamento nel Paese in nome di una non meglio precisata “operazione contro i criminali e i trafficanti di droga” (senza nemmeno preoccuparsi di sventolare un narcotrafficante che sia uno) molte persone si sono accampate all’esterno della sede dell’Unhcr di Tripoli (l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati che fornisce loro protezione internazionale ed assistenza materiale) in cerca di aiuto.

Testimonianze sul posto parlano di circa 800 persone accampate all’esterno dell’ingresso dell’agenzia da giorni, spogliate di qualsiasi cosa e affamate. Sono le stesse persone che nei giorni scorsi sono state cacciate dalle proprie abitazioni dai padroni di casa che si sono appropriati dei loro mobili e dei loro averi lasciati durante la fuga per sfuggire ai controlli di polizia. «Ho addosso i vestiti che indossavo giovedì scorso. – racconta uno dei ragazzi in attesa sul marciapiede a Francesca Napoli, avvocata esperta in diritto dell’immigrazione – Ho lasciato tutti i miei vestiti nella mia stanza. Molte auto dei rifugiati sono state saccheggiate dalla polizia insieme ai soldi e ai telefoni». L’unica speranza per loro è essere registrati quanto prima dall’Unhcr per poter risultare come richiedenti asilo e ottenere protezione.

Nella giornata di ieri si sono sollevate alcune tensioni tra le persone in attesa. In diversi presenti sul posto raccontano di non avere ricevuto cibo per giorni (solo lunedì l’Unhcr aveva distribuito delle merendine ai più fragili e alle famiglie) e in molti hanno protestato. Nel pomeriggio di ieri alcuni funzionari dell’Onu hanno distribuito tonno, fagioli e biscotti per fare fronte all’emergenza. Le immagini mostrano una fiumana di persone per strada che dipendono da un pezzo di carta. Ma qui nell’inferno libico anche i documenti sembrano contare poco: sembra che nel centro di detenzione di Al-Mabani ci siano 66 persone richiedenti asilo che non sono state registrate dall’Unhcr e che quindi rischiano di essere rimpatriati senza poter fare valere i proprio diritti. Dal canto suo intanto il governo libico sta costruendo un database dei migranti: «sulla base delle direttive del Capo dell’Autorità Anti-Immigrazione Illegale, il Dipartimento Informazione e Documentazione dell’Agenzia procede all’inventario e alla registrazione degli immigrati irregolari, per creare una banca dati degli immigrati clandestini che include tutti i loro record in preparazione all’avvio delle procedure di espulsione», recita una nota del ministero dell’Interno.

Sempre ieri diversi migranti (qualcuno dice addirittura 2.000) sarebbero scappati dal centro di Garian per raggiungere Tripoli e la polizia ha aperto il fuoco. In 4 (2 sudanesi, un somalo e un nigeriano) sarebbero rimasti uccisi. Medici Senza Frontiere (che fornisce cure mediche in tre centri della capitale libica) denuncia che il numero di migranti e rifugiati trattenuti nei centri di detenzione a Tripoli è drammaticamente più che triplicato negli ultimi cinque giorni. «Stiamo vedendo le forze di sicurezza adottare misure estreme per detenere arbitrariamente più persone vulnerabili all’interno di strutture gravemente sovraffollate e dalle condizioni disumane» afferma Ellen van der Velden, responsabile delle operazioni di MSF in Libia. «Intere famiglie che vivono a Tripoli sono state fermate, ammanettate e trasportate in diversi centri di detenzione. C’è chi è stato ferito e chi persino ha perso la vita, mentre diverse famiglie sono state divise e le loro case ridotte in cumuli di macerie».

L’insicurezza causata dai raid non ha permesso a MSF di operare con le cliniche mobili che settimanalmente offrono cure mediche ai migranti e rifugiati vulnerabili in città. I raid hanno anche avuto un impatto sulla capacità delle persone di muoversi liberamente e cercare assistenza medica, anche perché chi è sfuggito all’arresto ha paura di uscire di casa. Negli ultimi due giorni, le équipe di MSF sono riuscite a visitare due centri di detenzione dove sono trattenute le persone arrestate nei recenti raid: Shara Zawiya e Al-Mabani (Ghout Sha’al). Nel centro di detenzione di Shara Zawiya, che normalmente trattiene 200-250 persone, i team di MSF ne hanno viste più di 550, tra cui donne in gravidanza e bambini appena nati rinchiusi nelle celle. Circa 120 persone erano costrette a dividersi lo stesso bagno, fuori dalle loro celle c’erano secchi pieni di urina. Al momento della distribuzione dei pasti, è scoppiata una grande agitazione, le donne hanno protestato contro le condizioni in cui sono trattenute all’interno del centro. Nel centro di detenzione di Al-Mabani, i team di MSF hanno visto le celle così sovraffollate che le persone all’interno erano costrette a stare in piedi. Centinaia di donne e bambini sono trattenuti all’aperto, senza zone d’ombra o ripari.

Un membro del team di MSF ha raccolto la testimonianza di alcuni uomini che hanno detto di non mangiare da tre giorni, mentre diverse donne hanno raccontato di ricevere al giorno un unico pasto composto da un pezzo di pane e formaggio. Molti uomini erano in stato di incoscienza e in necessità di ricevere cure mediche urgenti. «Ora più che mai, migranti e rifugiati vivono in una situazione di pericolo e sono intrappolati in Libia senza alternative per fuggire, dato che per la seconda volta quest’anno i voli umanitari sono stati sospesi senza motivo», afferma Van der Velden di MSF.

Intanto la delegazione della Mezzaluna Rossa libica dà notizie di 17 corpi di migranti che cercavano di raggiungere l’Europa sono stati rinvenuti sulle coste della Libia occidentale. Per un altro giorno l’inferno ha svolto la sua missione: governare l’orrore. La fabbrica della tortura libica è in piena produzione. I ministri italiani non hanno il tempo di spendere nemmeno una parola, loro così sempre prodighi di tweet. L’Europa promette che fisserà un incontro per decidere di occuparsene.

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Morti dimenticabili

Siamo a circa 700 incidenti mortali sul lavoro, solo in quest’anno. E quei morti dimenticabili continuiamo a dimenticarceli. Cosa dovrebbe accadere più di così perché sia un’emergenza? Cosa, peggio di così?

Il precipizio della responsabilità sociale si tocca ogni volta che una certa categoria di morti diventa arida come un capitolo di bilancio, aggiornato per le entrate e per le uscite e in attesa della fine dell’anno per poterci tirare una riga. Se dovessimo trovare il sintomo di una strage che non ha possibilità di arrestarsi probabilmente la velocità con cui dimentichiamo i morti sarebbe il più importante e il più significativo.

I personaggi televisivi morti no, non ce li dimentichiamo, ogni volta ci imbattiamo in qualche amarcord per celebrarne l’anniversario. I politici morti li leggiamo sui cartelli all’inizio delle strade o nei nomi delle piazze, ci si passa per andare al lavoro tutti i giorni. I grandi dell’arte e della cultura li studiamo a scuola. I calciatori morti stanno nei nomi delle curve, delle sale dello stadio, stampati sulle maglie che rimangono esposte sulle bancarelle. I morti sul lavoro invece durano un giorno, se hanno fortuna, stanno in un trafiletto di cronaca e poi evaporano e diventano numero. E quelli che si meritano una citazione sulla stampa sono perfino privilegiati perché molti non hanno nemmeno la soddisfazione di esistere, come non esistevano nemmeno da vivi nella loro funzione da lavoratori. Più i morti sono dimenticabili e più la strage si può svolgere senza disturbare troppo i manovratori: i morti dimenticabili sono solo vittime necessarie, inevitabili, collaterali.

L’altro ieri  è precipitato da una scala nell’officina di sua proprietà a Nichelino. Aveva 72 anni, 72. Jagdeep Singh, 42 anni, e Emanuele Zanin, 46 anni lavoravano per la ditta «Autotrasporti Pe» di Costa Volpino che lavora in subappalto per la monzese «Sol Group spa». L’altro ieri hanno perso la vita soffocati dall’azoto liquido durante un rifornimento della sostanza all’ospedale Humanitas di Pieve Emanuele in provincia di Milano. Sono morti congelati, congelati. Valeriano Bottero di 52 anni è morto precipitando da un’impalcatura mentre lavorava per la ditta «Lavor Metal» nella zona industriale di Loreggia in provincia di Padova. Giuseppe Costantino, 52 anni, aveva finito le operazioni di carico e scarico della merce a Capaci vicino a Palermo e il suo camion ha cominciato a spostarsi travolgendolo. Travolto dal suo camion forse per una disattenzione, scrivono, la stanchezza, stanchezza. Sempre l’altro ieri in serata un lavoratore agricolo di 54 anni è stato decapitato dalle lame di una trebbiatrice a Pontasserchio in provincia di Pisa. Ieri un operaio è volato giù da un’impalcatura in viale America, nel quartiere Eur di Roma. È precipitato per undici piani e per lui sono stati inutili i soccorsi. Aveva 47 anni. Un’ora prima era toccato a un muratore di 42 anni, deceduto mentre stata ristrutturando una palazzina a Mesagne, in provincia di Brindisi: è crollata una parte di solaio, un balcone e l’impalcatura. Così Benito Branca è morto schiacciato dalle macerie. I presenti hanno provato a scavare con le mani, con le mani. Niente da fare. Pietro Vittoria, addetto della ditta Edil San Felice di Nola, è stato investito da un mezzo pesante durante la fase di installazione di un cantiere lungo l’autostrada Bologna-Taranto, nel tratto tra Poggio Imperiale e San Severo in direzione di Bari ed è rimasto schiacciato tra il tir e il veicolo della sua ditta. Aveva 47 anni.

Il Presidente del Consiglio Draghi ieri ha definito la situazione drammatica: «Assume sempre più i contorni di una strage che continua ogni giorno», ha detto in conferenza stampa dopo il Cdm. Ha promesso un intervento in tempi rapidissimi per garantire «pene più severe e immediate» nei casi in cui non venissero rispettate le norme della sicurezza sui luoghi di lavoro. «Serve collaborazione in azienda – ha precisato – per individuare precocemente le debolezze sul tema». Draghi ha sottolineato «l’esigenza di prendere provvedimenti immediatamente», entro la settimana prossima, ha specificato, «e poi affronteremo i nodi irrisolti».

La pensa diversamente Bruno Giordano, nuovo direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che in un’intervista a Domani dice: «La prima strategia è quella della prevenzione, non quella della repressione», dice Giordano, contrario a un inasprimento delle pene. «Da penalista sono contrario. Spesso si parla di una nuova fattispecie di omicidio sul lavoro o di aumentare le pene per l’omicidio colposo, come avvenuto per l’omicidio stradale. Ma da quando c’è l’omicidio stradale le morti sulle strade non sono diminuite perché chi si mette alla guida di un’auto – o di un’impresa – non lo fa bene o male, tenendo in mente la sanzione penale, lo fa se sa fare il buon imprenditore, il buon datore di lavoro. La sanzione penale non ci restituisce né gli infortunati, né i morti sul lavoro».

Siamo a circa 700, intanto. E quei morti dimenticabili continuiamo a dimenticarceli. Cosa dovrebbe accadere più di così perché sia un’emergenza? Cosa, peggio di così?

Buon giovedì.

* In foto: Presidio regionale Cgil, Cisl e Uil dei lavoratori della filiera delle costruzioni per protestare contro gli infortuni mortali sul lavoro. Milano, 16 luglio 2018

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il leghista Borghi non ha imparato la lezione di Kabul: guerre e morti non fermano il delirio anti migranti

Tutte le guerre sono inutili, inutili e dannose per tutti, tranne che per i signori della guerra che con le guerre ci guadagnano moltissimo. Eppure in uno slancio di ottimismo (per quanto sia difficile coltivare ottimismo in queste settimane così buie) sarebbe stato quasi lecito pensare che le immagini che arrivano a quintali da Kabul potessero davvero smuovere le coscienze, spostare l’angolo di osservazione a chi chiama “emergenza” l’accoglienza senza avere il vocabolario della fuga, della guerra e della paura.

Forse, mi è venuto da pensare, forse quei bambini che vengono passati di mano in mano come fagotti da fare scivolare velocemente fuori dal recinto dell’orrore, avrebbero potuto aggiungere parole nuove ai bambini che arrivano nel Mediterraneo cotti dal mare e dal sole, forse adesso sarebbe stato più facile riconoscere che hanno la stessa forma di bambini di quelli che sulla rotta balcanica si spaccano i piedi al gelo o di quelli che a Lesbo si nutrono come ruderi con gli avanzi marci di cibo e i fucili puntati sugli occhi. Forse anche i talebani avrebbero potuto essere utili, questa smania dell’Occidente di raccontarli in tutte le loro più feroci e appuntite sfumature, questa inaspettata attenzione per gli scricchiolii dei diritti mentre si sgretolano e tutti li avevano ormai dati per scontati, forse queste persone che sanno già di essere sul libro nero dei nuovi padroni avrebbero potuto raccontare perché si scappa, ci si imbarca o ci si incammina su percorsi che spesso paventano la morte eppure sono l’unica soluzione possibile per non morire di pallottole o perfino non morire di paura.

La dittatura, anche quella, anche la dittatura mi sono detto forse ristabilisce le giuste proporzioni delle cose, magari ci insegna a usare con più cautela le parole ché sprecare parole troppo grandi per drammi molto piccoli rischia sempre di sminuire i drammi veri e invece nemmeno i talebani che uccidono i musicisti e i comici, nemmeno i talebani che piantonano con i fucili in pugno i giornalisti mentre conducono il telegiornale, nemmeno i talebani che obbligano le donne a nascondersi, nemmeno i talebani che usano le ragazze come carne da macello, nemmeno quelli sono riusciti ad accendere un po’ di imbarazzo tra gli agitatori che vedono dittature dappertutto, nelle mense e nei ristoranti. Niente, di niente, nemmeno i morti e le guerre funzionano.

Ieri il deputato leghista Claudio Borghi (uno di quelli che con il cattivismo salvinista è riuscito a ottenere un po’ di luce) ha pensato bene di condividere una foto dei migranti sbarcati con un barcone a Lampedusa aggiungendo la frase “Mi raccomando, in Sicilia zona gialla quindi non più di quattro al tavolo al ristorante e mascherine all’aperto”. Avete capito bene? Dice Borghi che è davvero una vergogna che questi dopo essere stati stuprati, derubati, pestati, imprigionati e torturati si permettano di rischiare la vita senza nemmeno la mascherina e per di più assembrandosi su un barcone mentre i poveri siciliani devono sorseggiare il loro spritz nei tavolini all’aperto. Sembra incredibile ma l’ha proprio scritto così. Esattamente come continuano a farneticare di dittatura sanitaria coloro che vogliono esercitare il diritto di non vaccinarsi eppure vorrebbero anche esercitare il diritto di deridere e infettare pure quelli vaccinati.

Mentre a Kabul una famiglia è stata devastata dai missili (di un drone degli USA che esportano democrazie e vittime collaterali in scioltezza) questi riescono a immaginare una “guerra” che si giocherebbe con aghi e siringhe. Le proporzioni, appunto: l’obbligo di usare la mascherina confrontato alla perdita di diritto di opinione, di parola e di identità che avviene in questi giorni in Afghanistan si sperava che risultasse talmente inopportuno da essere perfino immorale e invece è un mantra che continua senza nemmeno scalfirsi.

C’era da sperare che almeno il dolore avesse svolto un ruolo pedagogico, che avesse potuto insegnare (anche poco) il senso della misura nelle diverse disperazioni. E invece niente. Intanto nel 2021 più di mezzo milione di afghani ha lasciato il Paese ed è in giro per l’Europa. L’Europa si prepara a essere ancora fortezza e perfino le parole normalmente ragionevoli del Presidente Mattarella (che sottolinea la solidarietà nei comunicati stampa che non sfocia mai nei fatti) lo fanno apparire uno statista. Avremmo potuto trarre almeno un piccolo insegnamento dalla guerra ma anche quella battaglia ormai è già bell’e persa.

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La sinistra si scalda per i processi a Salvini e ignora i migranti: 500 morti in 4 mesi (+200%)

Il Mediterraneo continua ad essere un cimitero liquido e il campo di battaglia di emergenze che spuntano solo quando tornano comode alla sfida politica. L’ipocrisia dei partiti sta tutta in quei numeri che diventano roncole quando servono per attaccare l’avversario e poi scompaiono se richiedono senso di responsabilità. Fra qualche mese, sicuro, comincerà di nuovo la fanfara degli sbarchi incontrollati come accade ciclicamente tutte le estati (con il miglioramento delle condizioni atmosferiche e quest’anno anche con l’allentamento del virus) e intanto sembra impossibile riuscire a costruire una chiave di lettura collettiva su cui dibattere e da cui partire per proporre soluzioni.

Però nel Mediterraneo un’emergenza c’è già, innegabile, e sta tutta nello spaventoso numero di morti in questi primi mesi dell’anno: mentre nel 2020 furono 150 le vittime accertate nel Mediterraneo quest’anno ne contiamo già 500, con un aumento quasi del 200%. A lanciare l’allarme è stata Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, che ha partecipato al briefing con la stampa del Palais des Nations di Ginevra dal porto di Trapani in Sicilia, dove circa 450 persone stavano sbarcando in seguito al salvataggio da parte della nave della ONG Sea Watch: «Dalle prime ore di sabato 1 maggio – ha spiegato Sami – sono sbarcate in Italia circa 1.500 persone soccorse dalla Guardia Costiera italiana e dalla Guardia di Finanza o da Ong internazionali nel Mediterraneo centrale. La maggior parte delle persone arrivate è partita dalla Libia a bordo di imbarcazioni fragili e non sicure e ha lanciato ripetute richieste di soccorso».

Sami ha anche tracciato un primo quadro degli sbarchi nel 2021: «Mentre gli arrivi totali in Europa sono in calo dal 2015, – ha spiegato Sami – gli ultimi sbarchi portano il numero di arrivi via mare in Italia nel 2021 a oltre 10.400, un aumento di oltre il 170 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020. Ma siamo anche profondamente preoccupati per il bilancio delle vittime: finora nel 2021 almeno 500 persone hanno perso la vita cercando di compiere la pericolosa traversata in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale, rispetto alle 150 dello stesso periodo del 2020, un aumento di oltre il 200 per cento. Questa tragica perdita di vite umane sottolinea ancora una volta la necessità di ristabilire un sistema di operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale coordinato dagli Stati».

L’agenzia Onu «sta lavorando con i suoi partner e con il governo italiano nei porti di sbarco per aiutare ad identificare le vulnerabilità tra coloro che sono arrivati e per sostenere il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo» ma Sami sottolinea come continuino a mancare «percorsi legali come i corridoi umanitari, le evacuazioni, il reinsediamento e il ricongiungimento familiare devono essere ampliati» mentre «per le persone che non hanno bisogno di protezione internazionale, devono essere trovate soluzioni nel rispetto della loro dignità e dei diritti umani». L’incidente più grave finora è quello del 22 aprile, quando un naufragio ha causato la morte di 130 persone sollevando i prevedibili lamenti che ogni volta vengono spolverati per l’occasione. Solo una questione di qualche ora, come sempre, poi niente. La zona continua a essere completamente delegata alla cosiddetta Guardia costiera libica: «Nell’ultimo naufragio si parla di almeno 50 morti, noi abbiamo la certezza solo di 11 persone.  Quello che sappiamo è che erano in zona una nave mercantile e un’altra barca e che non sono intervenute, nonostante sia stato lanciato l’sos. E questo è molto grave: se c’è un natante in distress si deve intervenire, perché l’imbarcazione può affondare in qualsiasi momento. Ma ormai questa sembra essere una prassi consolidata: nessuno interviene in attesa che arrivi la Guardia costiera libica e riporti le persone indietro. Questo ci preoccupa molto», ha spiegato Carlotta Sami.

Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) siamo al 60% di persone che tentano la traversata in mare e che vengono sistematicamente riportate indietro: «Almeno una su due è matematicamente riportata in Libia – spiega Flavio Di Giacomo, portavoce Oim, a Redattore Sociale -. Dopo l’ultimo naufragio abbiamo lanciato un appello all’Ue perché si rafforzi il sistema di pattugliamento in mare e si evitino altre tragedie, ma è caduto nel vuoto. C’è un silenzio politico assordante su questo tema. Si parla solo genericamente di un aumento degli arrivi: ma attenzione a evitare narrazioni propagandistiche perché nonostante la crescita i numeri restano bassi. Non esiste un’emergenza in termini numerici ma solo un’emergenza umanitaria, di morti e dispersi in mare».

Sempre a proposito di proporzioni poi ci sarebbe da capire perché le eventuali (gravi) responsabilità penali di Salvini quando fu ministro e lasciò alla deriva le navi delle Ong debbano infiammare più di questo spaventoso numero di morti che sembra non avere responsabili. Forse anche il centrosinistra, se vuole davvero occuparsi di diritti umani e non solo di dialettica politica, dovrebbe avere il coraggio di ripartire da qui.

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Caro Conte, anche tu hai tenuto i porti chiusi

La Mezzaluna Rossa libica (l’equivalente più o meno della nostra Croce Rossa) ieri ha annunciato altri 50 morti in un naufragio al largo della Libia. Poco prima l’Oim, l’agenzia dell’Onu per le migrazioni, aveva riferito della morte di almeno 11 persone dopo che il gommone su cui viaggiavano era affondato. La Guardia Costiera libica come al solito dice di non esserne informata. Una cosa è certa: nel Mediterraneo si continua a morire ma la vicenda non sfiora la politica nazionale, merita qualche contrita pietà passeggera e poi scivola via.

L’importante, in fondo, è solo mantenere ognuno la propria narrazione: ci sono i “porti chiusi” di Salvini che rivendica di averlo fatto ma poi in tribunale frigna chiamando in causa anche i suoi ex compagni di governo, c’è il “blocco navale” evocato da Giorgia Meloni, c’è il PD che finge di avere dimenticato di essere il partito che con Minniti ha innescato l’onda narrativa e giuridica che ci ha portati fin qui e c’è il Movimento 5 Stelle che si barcamena tra una posizione e l’altra.

A proposito di M5S: il (prossimo) leader Conte è riuscito a dire in scioltezza “con me porti mai chiusi” provando a cancellare con un colpo di spugna quel suo sorriso tronfio mentre si faceva fotografare al fianco di Salvini con tanto di foglietto in mano per celebrare l’hashtag #decretosalvini e la dicitura “sicurezza e immigrazione”.

Conte che sembra avere improvvisamente dimenticato le sue stesse parole su Sea Watch e sulla comandante Carola Rackete: “è stato – disse Conte – un ricatto politico sulla pelle di 40 persone”. Insomma, non proprio le parole di chi vuole prendere le distanze dalla politica di Salvini.

Oltre le parole ci sono i fatti: l’ultimo atto del Parlamento prima della caduta del primo governo Conte nell’agosto 2019 è stato il “decreto sicurezza bis” che stringeva ancora più i lacci dell’immigrazione. Sempre ad agosto 2019, 159 migranti sulla nave Open Arms sono stati 19 giorni in mare senza la possibilità di attraccare nei porti italiani.

Insomma: partendo dal presupposto che i porti non si possano “chiudere” per il diritto internazionale è vero che Conte a braccetto con Salvini ha sposato l’idea dei “porti chiusi” nel senso più largo e più politico. Ed è pur vero che nessun governo, compreso questo, sembra avere nessun’altra idea politica che non sia quella di galleggiare tra dittature usate come rubinetto per frenare le migrazioni in un’Europa che galleggia appaltando i propri confini. Gli unici che non galleggiano sono i morti nel Mediterraneo.

Leggi anche: I poveri sono falliti e i ricchi sono radical chic: così Salvini non risponde mai nel merito a chi lo critica

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Il vero allarme sicurezza

Pensateci bene, non avete la sensazione che il problema degli omicidi sia il primo problema della sicurezza in Italia? Non vi è capitato ogni volta, tutte le volte, di vedere rilanciato, di sentire dibattuto un delitto qualsiasi soprattutto se torna utile alle esigenze televisive (quindi con qualche efferatezza di cui disquisire in studio) o se torna utile alle esigenze della propaganda (e qui lo straniero viene perfetto)?

Se dovessimo disegnare il Paese come esce raccontato dai giornali e dalla televisione verrebbe da dire che gli omicidi siano moltissimi. Pensate ai morti sul lavoro e ai morti di lavoro: da 24 ore si parla (e per fortuna) della morte di Luana D’Orazio risucchiata da un macchinario tessile a Prato. D’Orazio è perfetta per la narrazione perché era giovane (22 anni), mamma da appena un anno e bella.

Eppure si muore più di lavoro che di omicidio: l’anno scorso 1.270 persone hanno perso la vita sul lavoro e gli omicidi sono stati 271. Se le emergenze devono essere pesate con i numeri l’allarme sicurezza che dovrebbe far strepitare la classe politica e su cui si dovrebbero accapigliare dovrebbero essere questi morti. Attenzione, quest’anno sta andando tutto molto peggio: le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail entro il mese di marzo sono state 185, 19 in più rispetto alle 166 registrate nel primo trimestre del 2020 con un incremento dell’11,4%. Per capirsi: lo scorso 29 aprile una trave aveva ceduto nel deposito Amazon di Alessandria causando un morto e 5 feriti, a Taranto un gruista di 49 anni è morto precipitando sulla banchina e a Montebelluna (Treviso) un operaio di 23 anni era stato investito da un’impalcatura, morendo sul colpo. Tre morti in un giorno.

Parlare dei morti sul lavoro è molto meno redditizio dell’altra “sicurezza” di cui si ciancia un po’ dappertutto: c’è da mettere mano a una normativa che risale al 1965 e il Decreto 81 del 2008 che ha ampiamente superato i 10 anni non ha mai visto il completamento di alcuni articoli che attendono ancora la firma di una ventina di decreti attuativi che avrebbero dovuto renderli operativi.

E se qualcuno pensa che sia inaccettabile morire a 22 anni sul lavoro allora vale la pena rileggere la dichiarazione di ieri della madre di Luana D’Orazio: «Sul lavoro non devono morire né ventenni, né trentenni, né più anziani, sono tutte vite umane».

Buon mercoledì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Draghi, Lega, ddl Zan: il male non è fare politica al Primo Maggio ma i partiti che controllano la Rai

Le domande giuste e le domande sbagliate, a prima vista, sembrano sempre più o meno la stessa cosa. La differenza è che le domande sbagliate di solito vengono poste per non ottenere risposte, ma per aumentare la polvere e la schiuma e inevitabilmente per ottenere più coinvolgimento. Più dibattito confuso, più viralità, più clic, più introiti pubblicitari e più popolarità.

Le domande sbagliate sono quelle che oggi si attorciglieranno su Fedez, come in una guerra tra galli in cui si chiede di parteggiare per il cantante o per Salvini, con Fedez o con la Rai, e infatti già scivolano le battute sulla Lamborghini, sui soldi, perfino sulla pubblicità visibile del marchio del suo cappellino.


Le domande giuste, invece, sarebbero da porre alla politica tutta, a destra e a sinistra, su un sistema che ottunde, ammortizza, diluisce tutto quello che deve passare in televisione, sulla televisione pubblica italiana, non tanto per censura ma più per una sorta di autocensura che tiene in piedi il carrozzone dell’informazione italiana in cui il primo obiettivo è quello di non incrinare relazioni che valgono molto più delle competenze per la propria carriera in Rai.

Qualcuno fa notare che non c’è stata censura poiché Fedez ha potuto comunque parlare [qui il testo integrale del suo discorso] ma si dimentica di osservare la cappa che sta sulla testa di quelli che, senza i mezzi e senza la potenza di fuoco, invece, non arrivano nemmeno allo scontro e si allineano.

Uscendo dalla diatriba tra Fedez e gli altri, allora, rimangono due punti fondamentali. Primo: che la televisione pubblica e la politica si siano adagiati su questa abitudine vigliacca di credere che i diritti vadano celebrati senza essere esercitati è la fotografia perfetta di un Paese senza coraggio.


Il Primo Maggio è la festa dei diritti ed è doveroso, ognuno secondo le proprie idee, esercitare e reclamare diritti. Altrimenti chiamatelo concerto e non ammantatelo di altri significati.

Secondo: che la politica ogni volta, ciclicamente, faccia finti di stupirsi di quel mostro che è la Rai, che la politica stessa ha creato, è un’ipocrisia intollerabile. Quello che accade a Fedez accade ai conduttori, ai giornalisti, ai collaboratori (ancora di più).

Un’azienda che ha dirigenti il cui merito è sempre quello di essere “diligenti” più che capaci è ovvio che vada a finire così e la responsabilità è tutta politica, è tutta della politica. Questa scena dei piromani che si disperano per l’incendio ce la potreste anche risparmiare, almeno per il gusto della verità e della dignità.

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Strage in mare: 130 naufragi in difficoltà da giorni, ma con le Ong lontane gli Stati hanno fatto finta di niente…

Il fatto è che ormai questi morti non pesano più, sono battute, qualche centinaio di battute che finiscono sulle pagine dei giornali, quando va bene in una notizia che è poco di più una semplice “breve”, oppure farciscono un lancio di agenzia. Perfino quelli che (giustamente) ogni giorno provano a sottolineare i quintali di carne morta per Covid non riescono ad avere la stessa attenzione per i morti nel Canale di Sicilia. Lì abbiamo deciso che “devono” morire, che “possono” morire, come se davvero nel 2021 potesse esistere una parte di mondo che preveda ineluttabile l’annegamento, va così, ci si dà di gomito, ci si intristisce di quel lutto passeggero che si dedica alle notizie di cronaca nera e quelli non esistono più, non erano nemmeno vivi prima di essere morti, quelli che attraversano il Mediterraneo esistono perfino di più quando sono cadaveri che galleggiano nel mare.

130 migranti morti, 3 barconi messi in mare dai trafficanti libici e tre navi commerciali (lì dove ci dovrebbero essere le autorità coordinate dall’Europa) a deviare dalle loro rotte per provare ad evitare il disastro che non è stato evitabile. “Gli Stati si sono opposti e si sono rifiutati di agire per salvare la vita di oltre 100 persone. Hanno supplicato e inviato richieste di soccorso per due giorni prima di annegare nel cimitero del Mediterraneo. È questa l’eredità dell’Europa?”, dice la portavoce dell’iim, l’organizzazione dell’Onu per i migranti, Safa Mshli ma anche le parole dell’Onu ormai pesano niente, sono una litania che si ripete regolarmente e che non scalfisce quest’Europa che riesce a passarla sempre liscia. Anche dal punto di vista giudiziario sorge qualche dubbio, pensateci bene: le Procure che rinviano a giudizio Salvini non si accorgono (o non si vogliono accorgere?) Delle responsabilità dell’Europa?

Perché questi non rimangono nemmeno sequestrati, questi muoiono, annegano, galleggiano sul mare e vengono recuperati senza nemmeno uno straccio di qualche fotografia di cronaca. Sopra a quei tre gommoni di gente viva che poi è morta sono perfino transitati perfino velivoli di Frontex eppure non è scappato nemmeno un messaggio di allerta alla cosiddetta Guardia costiera libica che ha pensato bene di non inviare nemmeno una delle motovedette (che le abbiamo regalato noi). Troppa fatica. Quando i morti cominciano a non valere più niente allora ci si può permettere di lasciare morire e forse un giorno ci interrogheremo sulla differenza tra lasciare morire e uccidere, forse un giorno decideremo, avremo il coraggio di riconoscere, che questa strage ha dei precisi mandanti e dei precisi esecutori.

“Quando sarà abbastanza? Povere persone. Quante speranze, quante paure. Destinate a schiantarsi contro tanta indifferenza”, dice Carlotta Sami, portavoce dell’alto commissariato per i rifugiati e il dubbio è che ormai non sarà più abbastanza perché quando si diventa impermeabili ai morti allora quelli aumenteranno, continueranno a morire ancora di più, continueranno a cadere e intorno non se ne accorgerà nessuno. Centotrenta persone annegate. Le autorità dell’Ue e Frontex sapevano della situazione di emergenza, ma hanno negato il soccorso. La Ocean Viking è arrivata sul posto solo per trovare dieci cadaveri: è un’epigrafe che fa spavento ma che non smuove niente.

Sono passate due settimane da quando il presidente del Consiglio Mario Draghi ha ringraziato la guardia costiera per i “salvataggi” e quando qualcuno si è permesso di ricordare che in Libia e in quel tratto di mare mancano completamente tutti i diritti fondamentali i sostenitori del governo si sono perfino risentiti. E la storia di questo annegamento, badate bene, non è nemmeno un incidente: comincia mercoledì alle ore 14.11 con il primo allarme e si è conclusa il giorno successivo alle 17.08 con una mail di Ocean Viking che comunicava di avere trovato “i resti di un naufragio e diversi corsi, senza alcun segno di sopravvissuti”. Nessuna motovedetta libica all’orizzonte. Lì sono annegati loro ma in fondo continuiamo ad annegare anche noi e la cosa mostruosa è che ci siamo abituati.

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