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‘Ndrangheta in Valle (d’Aosta)

La ‘ndrangheta è arrivata anche in Valle d’Aosta. Anzi, ci vive da decenni. Ai piedi del Monte Bianco uomini legati ai clan calabresi gestiscono traffici internazionali di stupefacenti, ospitano latitanti illustri e riciclano montagne di denaro sporco lontano dai riflettori dei grandi media. Oggi, per la prima volta, un dossier rivela questa realtà pressoché sconosciuta. Il testo si intitola “L’altra Valle d’Aosta. ‘Ndrangheta, negazionismo e casi irrisolti ai piedi delle Alpi”, è stato realizzato da Libera Valle d’Aosta con la partecipazione di altre associazioni locali ed è pubblicato da Edizioni Gruppo Abele.

La Valle d’Aosta è stata rifugio sicuro per diversi ricercati per mafia sin a partire dai primi anni Novanta. Ha ospitato latitanti di rango come Carmelo Iamonte, boss di Melito di Porto Salvo, e Luigi Facchinieri, della Piana di Gioia Tauro, che qua hanno trovato riparo grazie all’aiuto di parenti e fiancheggiatori. Una tradizione che la regione ha mantenuto fino ai nostri giorni ospitando, a cavallo della strage di Duisburg, anche qualcuno della famiglia Strangio. Non è infatti un caso se le notizie circa gli omicidi della terribile faida di San Luca abbiano viaggiato anche su utenze telefoniche valdostane. La piccola regione del nord Italia è unita alla Calabria malavitosa da un legame più forte di quel che si riesce ad immaginare.

Uno dei primi ad accorgersene è stato Mario Vaudano, Procuratore di Aosta dal 1990 al 1994. Il magistrato, famoso per aver condotto alla fine degli anni ’70 la maxi inchiesta sullo scandalo petroli che fece da apripista a Tangentopoli, denunciò già nel 1994 la presenza nella regione di una “mafia di montagna”. “Già in quegli anni ebbi modo di riscontrare la presenza di persone e condotte che non potevano che fornire consistenti indizi di infiltrazione mafiosa, soprattutto di origine calabrese” scrive oggi il magistrato nell’introduzione al dossier. Per Vaudano il ripetersi nei cantieri di incidenti o danneggiamenti, il traffico di armi clandestine dalla Svizzera, la massiccia e costante presenza di pregiudicati che gravitavano attorno al Casinò di Saint Vincent e prima ancora, nel 1982, l’attentato dinamitardo contro il pretore Giovanni Selis che indagava proprio sul Casinò, costituivano indizi, allora come oggi, della presenza nella Valle di una criminalità non più di provincia”.

In Valle la ‘ndrangheta e i suoi presunti sodali sono, come sempre, insospettabili. Hanno il volto di Franco Di Donato, operaio della Cogne Acciai Speciali e allenatore della squadra giovanile di calcio del Saint-Christophe, comune limitrofo ad Aosta. Di Donato è stato condannato ad otto anni di reclusione, in primo grado, perché coinvolto in un gigantesco traffico di stupefacenti. È stato arrestato nel giugno 2009 insieme a Giuseppe e Domenico Nirta, anch’essi residenti in Valle e a loro volta condannati a 15 anni di carcere. A inchiodarli due partite di cocaina sequestrate dai Carabinieri e di cui nelle intercettazioni si parlava come di “una casa di 1.200 metri quadrati a 25 euro al metro quadrato”, ovvero 1.200 chili di cocaina a 25 mila euro al chilo.

Il quadro si complica quando gli amici degli amici hanno il volto di Giuseppe Tropiano, presidente del Comitato Festeggiamenti Santi Giorgio e Giacomo, la festa dei calabresi della Valle, la più importante ricorrenza dell’intera regione. Una kermesse di grande richiamo per la quale il comune di Aosta e la Regione stanziano ogni anno decine di migliaia di euro di fondi pubblici. Fondi che non sono mancati neppure nel 2012, quando il comitato organizzatore della Festa ha percepito i suoi quasi 40mila euro nonostante il suo presidente, Tropiano, fosse indagato per favoreggiamento nei confronti della ‘ndrangheta. Poco dopo, nel gennaio 2013, lo avrebbero condannato ad un anno di reclusione.

Tropiano, imprenditore, è stato coinvolto nell’inchiesta Tempus Venit, nata a seguito di una serie di incendi e danneggiamenti nei cantieri aostani. Alla sua conclusione, lo scorso gennaio, sette imputati sono stati condannati a pene complessive per trent’anni di carcere, con accuse che vanno dalla tentata estorsione aggravata da metodi mafiosi al favoreggiamento.

Più che un’isola felice la Valle d’Aosta si mostra come una terra complessa dove un diffuso clientelismo tende a nascondere i problemi sotto il tappeto. Dove l’evasione fiscale raggiunge cifre record e colloca la regione agli ultimi posti della classifica nazionale, vicina a quelle del sud. Per dirla con le parole della referente di Libera Valle d’Aosta Marika Demaria, “incendi, attrezzi edili combusti, negozi che chiudono per riaprire il giorno successivo o che mantengono la loro attività nonostante siano sempre deserti, evasione fiscale sono la spia di una società permeabile (quando non addirittura permeata) alle mafie, che non si manifestano più con la coppola e la lupara”. Un mondo che resta ancora in gran parte da scoprire e che neppure ad Antonio Ingroia, se davvero si trasferisse alle pendici del Monte Bianco, lascerebbe certo il tempo d’annoiarsi.

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Le riunioni della droga a Milano sotto le mutande dei Papalia

Un luogo: l’Ortomercato di Milano. Un’ipotesi: atti estorsivi, minacce, recupero crediti. La vittima è un grossista, forse campano. Il mandante delle violenze è invece calabrese. La notizia arriva sul tavolo della Guardia di Finanza di Milano nella primavera del 2012. Partono le intercettazioni. Nella rete finisce un personaggio di Reggio Calabria che non ha interessi nella struttura di via Lombroso. Gestisce, invece, una sala di slot-machine a Corsico. E lo fa per conto di uno degli eredi della cosca Papalia. La storia così cambia faccia. L’Ortomercato esce di scena. Si parla di ‘ndrangheta, di droga, di giovani boss e di un clamoroso summit registrato nell’ordinanza d’arresto emessa il 28 maggio 2013 dal gip Simone Luerti a carico di sette persone (l’ottava è ai domiciliari) accusate di traffico di droga.

Ecco allora i fotogrammi di un incontro che ricorda lo storico vertice del 1981, quando ai tavolini del bar Lyons di Buccinasco si accomodarono i maggiori rappresentanti delle cosche di Platì, Africo e San Luca. Il gotha della ‘ndrangheta. Sono le sette di sera del 6 settembre 2012. Davanti al ristorante La Romantica di Buccinasco arriva una Fiat Croma. A bordo c’è Antonio Papalia classe ’75 (attualmente solo indagato). Non uno qualsiasi, ma il nipote dei fratelli Papalia (Antonio, Rocco e Domenico) che per tutti gli anni Ottanta dai bar di Buccinasco hanno comandato gli affari della ‘ndrangheta in tutto il nord-Italia. Storia di sangue e sequestri chiusa con l’inchiesta Nord-sud. Nel 1997, i tre fratelli saranno sommersi da anni di carcere. Allora Antonio Papalia non ha ancora 18 anni. E nonostante la giovane età si mette in pista assieme ad altri due compari per uccidere l’allora sostituto procuratore dell’antimafia milanese Alberto Nobili. Tra i calabresi di Buccinasco le cose sono chiare. I vecchi boss istruiscono i giovani picciotti: “Ve lo prendete questo qui (Nobili, ndr) ve lo prendete altrimenti ce la canta”. Le “bocche di fuoco” della ‘ndrangheta vengono bloccate dagli arresti. E’ il 1993. Antonio Papalia finisce in carcere. Per ricomparire, quasi vent’anni dopo, davanti al ristorante di Buccinasco. Qui ha appuntamento con altri personaggi di peso. Nell’ordine arriveranno il nipote di Diego Rechichi, storico braccio destro del super boss Rocco Papalia, il latitante Antonino Costa, legato alla cosca Bellocco, il suo fiancheggiatore Francesco Romeo e Vincenzo Galimi, imprenditore di Palmi legato alla potente cosca Gallico. In quel settembre Galimi è latitante. Lo cerca la procura di Reggio Calabria per l’inchiesta Cosa mia sulla spartizione degli appalti di un tratto dell’A3. Galimi, ricostruisce l’accusa, attraverso le sue società e per conto della ‘ndrangheta, negli anni ha ottenuto diversi appalti pubblici anche da contractor importanti come Impregilo. Questi i protagonisti. Tutti rappresentanti di alcune tra le più influenti cosche della ‘ndrangheta. Perché si sono dati appuntamento? Cosa dovevano discutere? Omissis.

L’Ortomercato questa volta non c’entra. Qui a far girare l’indagine è la cocaina. Se ne parla il giorno dopo il summit. Davanti al Mc Donald’s di piazza Argentina. C’è il duo Romeo-Costa arrivato per vendere la roba agli emissari dei Papalia. Una settimana dopo, Antonino Costa sarà arrestato dai Baschi Verdi. I militari lo trovano davanti alla stazione di Lambrate in compagnia di Romeo. Per mesi, il giovane picciotto dei Bellocco ha vissuto in un appartamento di via Padova al civico 70. Finirà in carcere un altro protagonista del summit al ristorante La Romantica. Vincenzo Galimi viene bloccato ad Arezzo l’11 novembre 2012.

Gli arresti, però, sono solo inconvenienti del mestiere. Il traffico continua. Anche l’indagine. In carcere finisce Massimo Aveta “titolare di fatto” del ristorante Kitchen story in via Pier della Francesca 2, frequentatissima strada della movida milanese. Aveta, secondo il gip, acquista e spaccia cocaina nel suo locale. Locali e bar sono luoghi decisivi di questa storia. In via Inama ne spunta un altro, il cui titolare (non arrestato) fa da intermediario tra i Papalia e acquirenti liguri.

C’è la cocaina, ma non solo. Parallelamente gli investigatori ricostruiscono i nuovi assetti della cosca Papalia. Emerge la figura di Diego Rechichi (arrestato). Non uno qualsiasi, ma lo storico factototum di un boss di peso come Rocco Papalia. Finirà in carcere negli anni Novanta. Condannato a 30 anni, era tornato a vivere in via Marconi 20 a Gudo Gambaredo. Da qui e con sporadici viaggi in Calabria, gestiva gli affari della droga. Business che, invece, il giovanissimo Francesco Barbaro (arrestato) gestiva dai domiciliari. Nato a Locri nel 1986 è il nipote di Antonio Papalia. Nel 2007 finisce dentro perché si porta in giro oltre 4 chili di cocaina pura al 90%. Un vero tesoro che, tagliato all’ingrosso, avrebbe prodotto qualche milione di euro. Il giovane Barbaro è già un boss e come tale si comporta soprattutto quando qualcuno non paga il dovuto. Ad esempio 5mila euro per una fornitura di marijuana. Chi non paga è Antonio Finis, anche lui arrestato oggi. Con il calabrese si giustifica. Dice: “Non ho ancora niente, appena ho vi vengo a trovare”. Parole che non attaccano con il piccolo principe della ‘ndrangheta: “Voi – scrive Barbaro in un sms – avete preso l’impegno a me non riguarda, comunque passate così vi spiego cosa non avete capito”.

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Ma pensa

I protocolli antimafia servono solo se vengono rispettati e fatti rispettare oltre che essere presentati in conferenza stampa. I controlli di EXPO stanno nella lingua molto lunga di una politica che è oratoria pura e sparisce nei fatti. La chiusura degli uffici della DIA di Malpensa è uno schiaffo in faccia all’antimafia e EXPO e gli incendi dell’ultimo anno non hanno bisogno di professionisti per risultare allarmanti.

L’abbiamo ripetuto per mesi dappertutto. Ora lo scrivono anche i “saggi” della Commissione Antimafia del Comune di Milano. E vale la pena ripeterlo.

 

Cosa si costituisce con il boss Giuseppe Pesce

'Ndrangheta: si e' costituito il capocosca Giuseppe PesceLa notizia viene data con tutti i (giusti) clamori del caso e un po’ di romanticismo:

Sul Corriere scrivono che “Giuseppe Pesce, figlio di Antonino e fratello di Francesco, detto “Ciccio Testuni”, potrebbe aver deciso di costituirsi dopo l’arresto della moglie, Ilenia Bellocco, finita ai domiciliari lo scorso 6 maggio perché avrebbe aiutato il marito latitante. Per i magistrati della dda di Reggio Calabria la Bellocco avrebbe tenuto, infatti, i contatti con Giuseppe Pesce attraverso un altro affiliato alla cosca, Domenico Sibio, uomo di fiducia dei Pesce. La donna figlia di Umberto Bellocco, capo storico della ‘ndrina di Rosarno, aveva assunto – secondo i magistrati – un ruolo di primo piano nell’organizzazione della famiglia. Il suo matrimonio con Giuseppe Pesce, aveva in qualche modo sancito una sorta di tregua tra le due famiglie di ‘ndrangheta riuscendo a cementare un rapporto che prima di quel matrimonio si era incrinato per ragioni di monopolio territoriale”.

Il fatto certo è che si è costituito ai Carabinieri di Rosarno il latitante Giuseppe Pesce. Ed è vero che è ritenuto il reggente dell’omonima cosca della ‘ndrangheta. Il 32enne era latitante dal 2010. E’ destinatario di due ordinanze di custodia cautelare, emesse nel maggio 2010 e nell’aprile 2012. Coinvolto nell’indagine della Dda di Reggio Calabria ‘All Inside’, viene ritenuto responsabile dei reati di associazione per delinquere di tipo mafioso in qualità di organizzatore, capo e promotore.

Ma è importante ricordarsi che anche dalla latitanza, in questi tre anni, Giuseppe Pesce ha dettato le regole e impartito ordini. La carica di reggente gli è stata impartita direttamente dal fratello Ciccio, proprio dal carcere di Palmi, attraverso un pizzino, poi sequestrato dagli agenti di custodia, aveva tentato di far arrivare al proprio fratello ordini da eseguire durante la sua detenzione. Nel foglietto sequestrato c’erano scritti i nomi d’imprenditori costretti a pagare la mazzetta e le indicazioni con le nuove cariche da dare ai picciotti di famiglia.

Visto con un po’ di senno il suo consegnarsi ai carabinieri è frutto di un’organizzazione territoriale collaudata che sopravvive al suo arresto. Non c’è molto da festeggiare.

Così abbiamo ucciso Lea: la versione di Venturino

carmine-venturinoI ragazzi di Stampo Antimafioso stanno seguendo con certosina diligenza il processo d’appello sulla morte di Lea Garofalo. E andrebbero ringraziati cento volte per quello che stanno facendo: sono le “vedette” che che regalano occhi e orecchie ad una città (Milano) che negli anni è diventata professionista del non vedere e non sentire. La ricostruzione di Carmine Venturino (che, va ricordato, si professa “innamorato” della figlia di Denise, la figlia di Lea) squarcia una velo sul massacro organizzato. E parla (ancora una volta) di quella parola che aleggia fin dall’inizio del processo: ‘ndrangheta:

Separato da un paravento bianco da coloro che «per tre anni sono stati – così come li ha definiti – la mia famiglia», Carmine Venturino, collaboratore di giustizia dal 31 luglio 2012, si è trovato nel secondo giorno di udienza del processo di secondo grado per la morte di Lea Garofalo a dover confermare le dichiarazioni fatte nei mesi scorsi al pubblico ministero e ad autoaccusarsi del concorso all’omicidio della madre della ragazza che lui stesso dice di amare.

Lo scorso 10 aprile dichiara dunque questo davanti alla corte d’Assise del Tribunale di Milano: «È     una scelta d’amore per Denise perché deve sapere come sono andate le cose sull’omicidio di sua madre». Con queste parole Carmine Venturino, nato a Crotone nel 1987 da una famiglia di incensurati, inizia la ricostruzione di tutte le fasi di organizzazione dell’omicidio di Lea Garofalo; dal progetto sventato a Campobasso nel maggio del 2009 fino al giorno, il 24 novembre 2009, in cui la donna viene rapita, torturata e uccisa. Strangolata con un nastro floreale delle tende dell’appartamento di Via Fioravanti, il cadavere messo in uno scatolone e alla fine trasportata in un garage. Lì l’ordine di Carlo Cosco: «La dovete carbonizzare».

Poche parole quelle dell’ex compagno della donna ma soprattutto poche domande, afferma Venturino: «Non si fanno domande nella ‘ndrangheta, significherebbe poca serietà; l’unico commento di Carlo Cosco è stato ‘la bastarda se n’era accorta’». Il collaboratore poi prosegue il suo agghiacciante racconto sulla distruzione del cadavere di Lea Garofalo: «Apriamo lo scatolone e rovesciamo il corpo a testa in giù nella benzina; si intravedevano solo le scarpe. Poi abbiamo buttato la benzina ma il cadavere bruciava lentamente, così mentre il corpo bruciava venivano spaccate le ossa con un badile. Ciò che rimaneva l’abbiamo messo in una borsa e coperto da una lamiera».

Continua poi la sua ricostruzione, raccontando alla corte il recupero degli abiti sporchi di sangue di Carlo Cosco, nascosti vicino al cimitero monumentale e recuperati da Rosario Curcio perché “erano firmati”. Dettagli che, sommati alle altre dichiarazioni, lasciano intravedere lo scenario ‘ndranghetista dentro il quale si è consumato il terribile omicidio: «Lui doveva ammazzare la compagna per le regole della ‘ndrangheta; io non sono un affiliato, sono un contrasto onorato, ho preso parte a questo disegno criminoso perché facevo parte della famiglia, in quanto spacciavo per loro e quindi dovevo loro dei soldi; non potevo dire di no; a Pagliarelle non si muove una foglia che i Cosco non voglia».

E sulla dichiarazione spontanea rilasciata da Carlo Cosco il 9 aprile, alla fine della prima udienza, Carmine Venturino dichiara: «Secondo Carlo Cosco si doveva dovevano uccidere anche Denise; nel processo di primo grado c’è stato un episodio in cui l’avvocato ha mostrato delle fotografie rimaste appoggiate sul banco della difesa e Carlo Cosco quando le ha viste ha detto, ‘ancora davanti a me la metti questa puttana’». (l’articolo è qui)

Ah, ovviamente Carlo Cosco nega.

E adesso, Bobo?

Dunque Francesco Belsito, l’uomo della Lega Nord che avrebbe tenuto i rapporti con la ‘ndrangheta e gli affari, è stato arrestato. Roberto Maroni, l’uomo che voleva sconfiggere la mafia, se l’è ritrovata in casa e mentre ci racconta di avere arrestato i più pericolosi latitanti negli ultimi anni si è lasciato sfuggire il latitante in casa come un aspirante Babbo Natale che non si accorge di avere lasciato una renna incastrata nel camino della cucina.

L’accusa è di  truffa e associazione a delinquere. Lo stesso Belsito che nelle ipotesi dei magistrati avrebbe avuto un ruolo nella gestione di alcuni appalti della sanità lombarda. Nello sfondo c’è una società, la SIRAM che si occupa di efficienza energetica) che avrebbe vinto 15 settembre 2010 un appalto da 4.278.839,01 euro per tutti gli spazi non istituzionali della piazza della nuova regione Lombardia.

Come scrivevano già a gennaio Alessandro Da Rold e Luca Rinaldi:

Il pm calabrese Giuseppe Lombardo ha ben chiaro il polso della situazione del proprio filone d’indagine, cioè i possibili rapporti tra l’ex tesoriere Belsito e la ‘ndragnheta, in particolare con la cosca De Stefano. Nadia Dagrada, la segretaria del Carroccio che ha fatto esplodere il caso Lega, nel corso dell’interrogatorio dello scorso aprile dise di ignorare e conoscere i rapporti dello stesso Belsito, poi cacciato dal neo segretario Roberto Maroni, con personaggi legati alle cosche. Spiegò che il nome De Stefano non le ricorda nulla «a parte il tenore».

Chissà cosa avrà pensato il pm Giuseppe Lombardo che al momento sta portando avanti nelle aule reggine il processo forse più importante alla triade delle famiglie che governa Reggio (Condello, De Stefano e Tegano), in quel guazzabuglio di politica, affari, logge più o meno coperte e mafia. La stessa Dagrada riferisce di sapere poco e niente su quello studio di via Durini 14 a Milano dove ha sede la MGM di quell’avvocato che avvocato non era (non risulta iscritto a nessun ordine), Bruno Mafrici, diventato consulente di Belsito quando questi si occupava del sottosegretariato del ministero alla semplificazione normativa.

Stando al verbale, Belsito, avrebbe elargito per alcuni mesi un fisso di 2.500 euro allo stesso Mafrici, che l’ex tesoriere presentava come un suo avvocato. Belsito in quello studio aveva un proprio ufficio e pagava Mafrici, a quanto sostiene Dagrada con soldi del partito per un totale tra parcelle e rimborsi che teneva anche per sè di circa novemila euro al mese.

Uno studio quello di via Durini a Milano che ricorre nelle carte degli inquirenti reggini e perfino nella relazione della commissione di accesso al comune di Reggio Calabria, che ne sancirà poi lo scioglimento per infiltrazioni della criminalità organizzata. A stimolare la curiosità del pm Lombardo durante l’interrogatorio però è anche una questione che trova sullo sfondo appunto la sanità. Il magistrato la butta lì mentre cerca di capire cosa Dagrada sia in grado di rivelare sugli investimenti leciti o meno del Carroccio dell’era Belsito.

Chiede se ci siano stati investimenti in case di cura. Dagrada nega, ma a verbale ci finisce un teatrino e si trascrive anche una risata dello stesso pubblico ministero che evidentemente nota una espressione della segretaria e chiede «perché le case di cura l’hanno colpita così tanto?».

E se poi nel corso dell’interrogatorio si vira verso altri lidi, andando a rivedere alcuni affari che avrebbero riguardato da vicino proprio stesso Mafrici e un altro faccendiere legato a doppio filo con Belsito e i De Stefano, cioè quel Romolo Girardelli  detto “l’ammiraglio”, la curiosità del pubblico ministero non sembra campata in aria.

Sullo sfondo c’è la Siram, che a Milano per sei anni, dal 2004 al 2010 ha gestito gli impianti produttori di calore al Pio Albergo Trivulzio per 7milioni di euro. Dal filone reggino dell’indagine emergerebbe infatti il contatto tra la stessa Siram e “l’ammiraglio” Girardelli, uomo vicino a Paolo Martino, factotum milanese della cosca De Stefano finito agli arresti nell’ambito dell’inchiesta ‘Caposaldo’ della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano nel 2001.

Non è però finita perché sempre nel filone delle indagini aperto dalla procura di Reggio Calabria ci finisce un altro appalto, quello tra Siram e Carbotermo spa presso l’ospedale San Matteo di Pavia. Un appalto milionario già oggetto di conversazioni tra lo stesso Martino e l’ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia Carlo Chiriaco, recentemente condannato a Milano per concorso esterno in associazione mafiosa.

Scriveva il Corriere della Calabria quando esplose l’affaire Belsito, “Siram incassa un’importante fetta dei propri introiti proprio dagli appalti pubblici. Non ultimo, proprio a Milano, dalla fondazione che gestisce gli ospedali del Policlinico ha ottenuto il lavoro per la costruzione di un modernissimo impianto «di trigenerazione», capace di produrre contemporaneamente energia elettrica, termica e refrigerante.

Un progetto che Infrastrutture Lombarde, la società in house della Regione Lombardia, ritiene particolarmente vantaggioso e soprattutto non realizzabile da nessun’altra impresa. Ragione per la quale non è possibile sottoporlo a gara d’appalto visto che solo Siram ha i brevetti necessari per la sua realizzazione. Insomma, un progetto da esportare, magari anche in Calabria dove Infrastrutture Lombarde ha avuto il contestatissimo incarico di sovrintendere alla realizzazione dei quattro nuovi ospedali previsti nel nuovo piano sanitario regionale. Anche di questo si discuteva nelle ovattate stanze di via Durini 14”.

A Reggio Calabria la Siram aveva ottenuto il monopolio della manutenzione e della gestione degli impianti degli Ospedali Riuniti, secondo alcuni imprenditori concorrenti senza rispettare tutte le normative. Insomma, sanità, anzi, “Onorata Sanità”, come quel processo istruito a Reggio Calabria dove il cognato dell’ “avvocato” Mafrici si è ritrovato invischiato salvo poi uscirne assolto alla conclusione del primo grado di giudizio.

Rimane da vedere cosa ci dirà oggi Bobo Maroni. Bastano le scope di saggina a dare una spiegazione, eh?

Andarsene da qua (la mafia e l’imprenditoria in Lombardia)

Quante volte abbiamo sentito parlare di mafia e politica in Lombardia? Tante. Tantissime.
Quante volte abbiamo parlato di riciclaggio nelle attività lombarde? Tante. Tantissime. Quasi ogni giorno si legge di una confisca o qualcosa del genere.
Che pensiero diffuso abbiamo costruito? Se chiedete in giro vi diranno che le aziende (che siano bar, ristoranti, edilizia o centri commerciali) sono utilizzate per riciclare il denaro delle cosche. È la lettura che ne viene data anche in forbiti convegni con ottimi buffet.
Ma manca un pezzo, quello che conta di più ma viene raccontato meno. Niente di nuovo, per carità: qui al nord si racconta la mafia quando sta alla mafia, alla violenza o al sopruso e mai quando dentro alla storia ci sta invece un accordo con gli imprenditori lombardi che cedono al business facile e si scelgono la mafia come socia in affari. Funziona così: quando c’entrano nelle colpe le categorie che è sempre meglio raccontare come vittime allora la storia evapora, scompare oppure nel migliore dei casi rimane confusa con altisonanti i nomi dei boss e appena appena le iniziali degli altri. È facile, no?
La vicenda della Blue Call e della cosca dei Bellocco non ha “bucato” il sentimento dell’antimafia sociale. Ne avevamo parlato qui, se n’è letto sui quotidiani e sui siti per qualche giorno ma appena sono passati i tempi della cronaca è rientrata nei cassetti dei “fatti digeriti”.
Abbiamo provato a farne un grido nel nostro spettacolo D’uomo d’onore:

Immagina che cadano le regole del lavoro, come se quello che sai non sia davvero come lo sia.
Immagina che il tuo concorrente vincerà sempre. Immagina che i tuoi figli studieranno e coltiveranno il talento per avere fortuna in un lavoro in cui hanno già perso perché qualcuno farà lo stesso lavoro ma per spendere e non per guadagnare, con le loro regole senza le regole. Immagina tre o più persone che inseguono il proprio bene privato a discapito delle regole e del bene pubblico. Immagina l’articolo del codice penale, il 416 bis, qui, a Milano.
Controllare lavoro, gestire persone, stipendiare consenso con la paura: mafie imprenditoriali che con contratti a termine, terminati con le botte e il calcio di una pistola. Imprenditori sfiniti e imprese svuotate. La Lombardia che lavora gocciola sotto i colpi della propria spericolatezza esibita come una medaglia e oggi fragilità indifendibile.
“Assumendo persone e procurando lavoro la ‘ndrangheta acquista consenso, dimostrando di essere in grado di fare quello che lo Stato non sa fare”. Lo scrive il GIP Giuseppe Gennari a pagina 296 dell’ordinanza di custodia cautelare contro il giovane boss Umberto Bellocco che ha scalato la Blue Call, una società leader nel settore dei call center. L’obiettivo è chiaro: prendersi aziende in salute da utilizzare come strumento di potere. E non importa che gli assunti, poi, abbiano capacità professionali, ciò che conta è averli a disposizione quando servono. Loro e le loro famiglie. Emilio Fratto è un commercialista e consulente del lavoro (attualmente latitante). Sarà lui a portare Ruffino dai Bellocco. Dopodiché dalla cosca riceverà il compito di gestire la Blue call. Eppure, nonostante questa promozione sul campo, lo stesso Fratto si lamenta di come “con questa gente non si può mai costruire perché (…) pensano che loro sono in quattro e ti portano dieci persone”. Il senso è chiaro: “Se io tolgo le persone perché devo diminuire i costi, non è che posso aggiungere altri costi (…) Se io tolgo delle persone, è perché non mi servono”. La ‘ndrangheta fa il ragionamento opposto: aggiungere persone perché servono ad aumentare il potere sociale del clan.
Insomma, le aziende, in particolari quelle lombarde (come già fu la Perego strade), non servono per riciclare. Nella Blue call Longo e compagni non ci metteranno un euro. Il loro obiettivo è il potere. Un diamante in più da aggiungere alla loro corona di imperatori. Perché tali si comportano in Calabria, ma anche al nord. E l’ultimo capitolo della storia centenaria dei Bellocco racconta proprio di questo. Di una bella classe imprenditoriale lombarda “che – scrive Gennari – apre le porte alla mafia”. Con le cosche gli imprenditori “bauscia” all’inizio guadagnano, quindi si illudono di cacciare i calabresi con una buona uscita. Ma la ‘ndrangheta non vuole soldi, vuole potere per rinforzare il suo Stato.
C’è una frase che colpisce e scolpisce il senso degli affari di ‘ndrangheta in Lombardia. La pronuncia sdegnato e fiero Michele Bellocco, lo zio del potente, rampante e giovane Umberto, una frase secca: “Stavano facendo una legge – ragiona Michele Bellocco, zio del giovane Umberto – : o ci confiscate i beni, o ci date la galera! Decidete una cosa ce la prendiamo! Poi vuoi la libertà, ti vuoi prendere a libertà, prendetevi la libertà!”. Il boss parla nella casa di Giuseppe Pelle, il capo dei capi della ‘ndrangheta di San Luca. “Volete i beni, lasciateci liberi per farci gli altri” perché “la pagnotta la dobbiamo scippare o in una maniera o in un’altra, che dobbiamo fare!”.
Immagina l’imprenditoria lombarda tramortita e illusa. Immagina l’etica che scappa dalla porta di servizio prima che riaccendano le luci in sala e intanto scorrono i titoli di cosa. Immagina di sapere che quello che hai sempre pensato di avere saputo in fondo racconta una storia che è un’altra storia. Giù al nord. Cuore della Lombardia.

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Antimafia di quartiere

CL176x300_9231Un progetto di Terre di Mezzo, agenzia Codici e il Consiglio di Zona 9 del Comune di Milano che prova “su strada” ad ascoltare e fare antimafia. Il federalismo dei curiosi “scassaminchia” in ogni quartiere è il federalismo che serve.

Un gruppo di giovani volontari scout, di Libera e del comitato di quartiere, sta battendo palmo a palmo le vie Farini, Thaon de Revel, Sassetti, De Castillia e Pepe per consegnare il questionario. Partner dell’iniziativa sono l’agenzia di ricerche sociali Codici, che ha curato la formazione dei volontari, e il Consiglio di zona 9, che ha dato un contributo di 2.500 euro. “Il nostro auspicio è di avere un quadro complessivo di quanto stia accadendo all’Isola e speriamo che questa fotografia non sia eccessivamente negativa. In ogni caso, siamo pronti ad affrontare qualunque risultato”, dichiara Beatrice Uguccioni, presidente del parlamentino di zona 9. In questi anni non sono mancate le segnalazioni al Consiglio di zona di episodi sospetti. “Confido che con l’iniziativa di Terre di mezzo, commercianti e cittadini si sentano affiancati. Bisogna tenere alta l’attenzione, promuovendo sempre più incontri e dibattiti sul tema mafia”, conclude Uguccioni.

“L’effetto positivo è che così si inizierà a parlare in quartiere della presenza e degli interessi mafiosi -aggiunge David Gentili, presidente della Commissione consigliare antimafia-. Mi aspetto inoltre che dai risultati del questionario si possa capire perché ci sono continui cambi di licenza e attentati incendiari”.

L’episodio più inquietante è avvenuto il 28 settembre 2011, quando è andato a fuoco lo Sugar Lounge di via Alserio 9, bar che compare nell’inchiesta Redux Caposaldo che sei mesi prima aveva portato in carcere Davide Flachi, figlio del boss della ‘ndrangheta Pepé Flachi. Nella stessa via, negli anni precedenti, avevano subito attentati incendiari anche una videoteca e un ristorante. “Ci sono persone che aprono nuovi locali e ti chiedi con quali soldi, data la crisi che c’è. So quanto serve per iniziare e non è poco”, ci ha detto un commerciante qualche settimana fa. Un altro dice di non aver mai sentito notizie di minacce, ma non si sbilancia. Si sa che tra i commercianti si tende a non toccare certi argomenti. Chissà se un questionario anonimo non faccia venir la voglia di parlare.

Per approfondire: un articolo pubblicato sul Corriere della sera (27 marzo 2013) racconta il progetto (leggi, qui).
Per dare il proprio contributo al progetto (segnalazioni, suggerimenti, contatti): redazione@terre.it 
Per seguire gli step: Twitter @terredimezzo #isolalamafia 

‘Ndrangheta a Milano, i Pelle, la coca e gli spari alle vetrine

saracinesca_internaLa notte tra venerdì e sabato 23 marzo 2013, le serrande del lounge bar Stardust sono state colpite da cinque proiettili. Due giorni dopo il locale doveva essere comprato da un imprenditore milanese. Ex titolare è Giovani Scipione legato alle cosche di San Luca.

Cinque colpi di pistola contro le serrande di un locale in piazza Bernini a Milano. L’ultimo capitolo dell’infiltrazione mafiosa nel cuore dell’ex capitale morale d’Italia riparte da qua. Dalle tre vetrine dello Stardust. E da quei fori di grosso calibro penetrati all’interno fino a mandare in frantumi le vetrate del bancone di questo lounge bar di lusso. Il locale è stato chiuso circa un anno fa, dopo che uno dei suoi titolari è inciampato in un’indagine su un massiccio traffico di droga coordinato da Angelo Antonio Pelle, originario di San Luca, legato alla famiglia Giorgi, a sua volta coinvolta nella strage di Duisburg del 15 agosto 2007. ‘Ndrangheta ai massimi livelli, che, stando alla ricostruzione fatta dalla squadra Mobile di Roma e dal Ros di Milano, sotto la Madonnina aveva la sua centrale della cocaina. Qui la polvere arrivava dal Sudamerica per poi scendere verso la Capitale.

L’indagine romana si chiude nel maggio del 2012 con 40 arresti. Parallelamente a Milano indaga il Nucleo operativo speciale all’epoca comandato dal colonnello Alessandro Sandulli. Obiettivo: fotografare gli interessi delle cosche di San Luca in riva al Naviglio. In questo modo i militari arrivano in piazza Bernini davanti allo Stardust. E non a caso. Visto che uno degli ex soci del locale con una quota del 20% è Giovanni Scipione, nato a Locri nel 1981, ma residente a Milano in via Andrea Costa. Scipione sarà arrestato dalla squadra Mobile di Roma perché organico al cartello dei narcos calabresi con un ruolo preciso: “Offrire rifugio e assistenza logistica ai latitanti, mettere a disposizione schede telefoniche e auto a noleggio, da usare per i trasporti”. E infine “curare la gestione della ricezione della cocaina e del successivo smistamento delle partite nel mercato illecito”. Capo d’imputazione sostanzialmente identico per il fratello Santo Rocco, anche lui residente in via Andrea Costa. I due risultano nipoti di Santo Scipione, alias papi, classe ’33 oggi latitante. L’anziano trafficante inoltre risulterà in costante contatto con Angelo Antonio Pelle. Per chiudere il quadro ecco le parole del giudice per le indagini preliminari Massimo Di Lauro. “Nel capoluogo lombardo, Angelo Pelle ha sfruttato la disponibilità dei due fratelli Scipione”.

E così mentre nella Capitale, la squadra Mobile comandata di Vittorio Rizzi scrive la mappa delle piazze di spaccio, al nord i carabinieri riannodano rapporti e contatti. Intercettazioni, tabulati telefonici e servizi di appostamento delimitano la zona della città, compresa tra via Padova, via Porpora e piazzale Loreto. Una fetta di Milano che in passato ha fatto da sfondo agli affari criminali del boss Giuseppe Onorato regolati ai tavolini dell’Ebony bar di via Ampere. Stessa strada dove abita il siciliano Giuseppe Bellinghieri, alias Pippo l’americano, il quale tiene i rapporti tra Pelle e i fratelli Scipione. Nel 1998 viene coinvolto in un traffico di auto di grossa cilindrata. All’epoca la squadra Mobile di Milano annota: “Giuseppe Bellinghieri, personaggio scaltro e intelligente, dalla spiccata proclività a delinquere, ritenuto appartenente ad un’associazione a delinquere di stampo mafioso per i suoi assidui contatti con Angelo Epaminonda”. E ancora: “Il 27 giugno 1991 personale del I Commissariato di Roma lo sottopose a controllo di Polizia unitamente al pregiudicato Salvatore Contorno, noto esponente della mafia siciliana”.

Via Ampere, via Andrea Costa, non distante piazza Bernini e lo Stardust. Questa la geografia delle potenti cosche di San Luca a Milano. Geografia ancora parziale visto che dopo gli arresti di Roma, anche il Ros sospende le proprie informative. Agli atti, però, restano i dialoghi catturati da una microspia piazzata nell’appartamento milanese degli Scipione. All’interno della casa, gli investigatori trovano il passaporto di Rocco Santo Scipione. Annotano: “Attraverso l’esame del timbro apposto dall’Ufficio Immigrazione, si rilevava che lo stesso era rientrato in Italia in data 29.05.2010, proveniente dalla Colombia”. Di più: al civico 33 di via Andrea Costa troverà alloggio Angelo Pelle, durante il periodo della sua latitanza, ma anche Luigi Martelli, luogotenente del boss incaricato di coordinare il traffico di droga tra Roma e la Calabria.

L’ultimo capitolo di questa storia (ancora tutta da scrivere) si chiude così tra la sera del 22 marzo e la mattina del 23 marzo 2013. Poco dopo le tre, la custode del palazzo di piazza Bernini viene svegliata da quelli che lei pensa siano petardi. Sono, invece, colpi di pistola. Cinque, tutti contro la serrande di sinistra dello Stardust. La scoperta sarà fatta solo il lunedì successivo, quando davanti al locale si presentano i due nuovi acquirenti, padre e figlio che vogliono rilevare il locale dal vecchio titolare, una donna sudamericana che dopo averlo preso non lo ha mai aperto. Impossibile, però, sapere perché. Certo le coincidenze degli spari due giorni prima dell’arrivo dei nuovi compratori insospettiscono e non poco la polizia che ben conosce il passato criminale dello Stardust.

(da Il Fatto Quotidiano)