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La prima nata a Genova dimostra che non c’è solo il Covid da combattere nel 2021, ma anche (e ancora) il razzismo

Il 32 dicembre in molti speravano che fosse il primo gennaio, che l’anno nuovo si fosse portato via mica solo il Covid-19 da combattere ora con un vaccino finalmente disponibile ma anche le croste di quelle brutture che hanno insozzato un anno già difficile, pesante, inquinato da un cattivismo (in tutte le sue forme: razzismo, disprezzo per i poveri, bastoni sui disperati) che ha reso l’aria ancora più tossica e pestifera.

Il 32 dicembre il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti ha pubblicato sul proprio profilo Facebook la foto di una mamma che tiene in braccio la figlia appena nata. La bambina si chiama Graeter ed è la prima nata a Genova. Graeter è figlia di Joy, una donna nata in Nigeria, come il papà della bimba. “Siete la nostra speranza, il nostro futuro, la forza per non mollare in questo nuovo anno che è appena iniziato. Benvenuti al mondo piccoli e auguri alle vostre famiglie a nome mio e di tutta la Liguria”, scrive Toti.

E il 32 dicembre inizia lì dov’era finito, con una tormenta di commenti a sfondo razzista: “Dopo il vaccino obbligatorio, lo ius soli? Renzi La aspetta a braccia aperte!”, “Nata in Liguria, ma somala o africana a prescindere…”, “Questo non è vero. Come non è vero che chi nasce in Italia è italiano. Cosa hanno di ligure questi signori? Ma cosa sta dicendo?”, “Stupido e iprocrita pietismo”, “Imbarazzanti lo siete voi…se io fossi nata al polo sud di certo non ero per diritto di nascita un pinguino!”. E così via.

Ovviamente a rimestare nella melma si butta anche la Lega che con il deputato Edoardo Riki si butta a capofitto a chiarire che “quella bambina non è ligure” e che addirittura si spreca in moralismo spiccio: “Niente contro di lei, ma devo dire che poi non apprezzo il fatto che si mettano in mezzo bambini appena nati e si utilizzino per commenti politici”. Alla fine perfino Toti, sconsolato da tanta bassa bruttezza, è costretto a intervenire sulla sua bacheca cercando di abbassare i toni.

E così il 32 dicembre del 2020 che molti hanno scambiato per il primo giorno del 2021 l’Italia fa ancora i conti con quello che è: una livorosa accozzaglia di diritti ostinatamente da negare e di una realtà ostinatamente taciuta e nascosta. Ne ha fatto le spese Graeter ma in fondo è stato il risveglio anche per noi: l’anno nuovo inizia quando iniziano nuovi comportamenti, quando si evolvono i pensieri e i modi, quando la realtà riesce a fare risultare “passato” quello che era. E invece niente di tutto questo. È un anno lunghissimo questo decennio.

Leggi anche: Liguria, Toti pubblica la foto della prima nata a Genova: insulti razzisti e scontro con la Lega

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Ingiusti perfino nel vaccino

Nove persone su dieci non riusciranno a vaccinarsi entro il prossimo anno contro il Covid-19 in almeno 67 Paesi a basso reddito, denuncia People’s vaccine alliance

Ne dovevamo uscire migliori ne usciremo probabilmente vaccinati. Noi. Noi saremo vaccinati perché il caso ha voluto che nascessimo in quella parte di mondo che se lo può permettere, eppure proprio durante la pandemia (che è stata e che continua a essere globale) abbiamo scritto, ascoltato e discusso centinaia di volte sull’esigenza di garantire una copertura vaccinale che fosse solidale e non seguisse solo secondo le logiche di mercato. I dati, per ora, dicono tutt’altro.

I numeri ce li dà People’s vaccine alliance, l’organizzazione formata da Amnesty international, Frontline aids, Global justice now e Oxfam: secondo le loro stime nove persone su dieci non riusciranno a vaccinarsi entro il prossimo anno contro il Covid-19 in almeno 67 Paesi a basso reddito.

Il ruolo del razziatore, manco a dirlo, spetta ovviamente all’Occidente che è riuscito ad accaparrarsi in tempo tutte le dosi che servono. I Paesi ricchi con appena il 14% della popolazione mondiale si sono già assicurati il 53% dei vaccini più promettenti: il Canada addirittura è riuscito a ottenere dosi in tale quantità da poter vaccinare ogni cittadino cinque volte, mentre l’Unione europea 2,3 volte.

Ben 67 Paesi a reddito medio-basso e basso rischiano di essere lasciati indietro sebbene 5 – Kenya, Myanmar, Nigeria, Pakistan e Ucraina – abbiano registrato quasi 1,5 milioni di contagi. «A nessuno dovrebbe essere impedito di ottenere un vaccino salvavita a causa del Paese in cui vive o della quantità di denaro che possiede», dice Sara Albiani di Oxfam Italia: «Senza un’inversione di marcia, miliardi di persone in tutto il mondo non riceveranno un vaccino sicuro ed efficace contro il Covid-19 negli anni a venire».

E a proposito di vaccini ha ragione Heidi Chow, di Global Justice Now quando dice che «tutte le case farmaceutiche e gli istituti di ricerca che stanno lavorando allo sviluppo di un vaccino devono condividere i dati, il know-how tecnologico e i diritti di proprietà intellettuale in modo che sia prodotto un numero sufficiente di dosi sicure ed efficaci per tutti. I governi devono anche garantire che l’industria farmaceutica anteponga la vita delle persone al profitto».

Non è una questione da poco: sull’equità della distribuzione del vaccino si gioca la credibilità mondiale e lo spirito di solidarietà mondiale. Quello che qualcuno diceva che sarebbe arrivato e invece, non è una sorpresa, non c’è. Oppure quello che gli altri dicono che non sia importante, sempre per quella vecchia storia di essere nati dalla parte giusta del mondo.

Notate: un argomento così enorme viene discusso pochissimo, proprio nel momento in cui tutti discutono delle loro piccole facezie. Tutto così gretto, tutto così basso, tutto così ingiusto.

Buon giovedì.

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“A Beirut, come a Damasco, è morta la speranza”: parla lo scrittore siriano Shady Hamadi

Shady Hamadi è uno scrittore di origine siriana e da sempre è un attento osservatore del Medio Oriente. Esilio dalla Siria. Una lotta contro lindifferenza”, edito da Add Editore è il suo ultimo libro.

Lesplosione a Beirut ha acceso le voci di solidarietà falsi cortesi degli esponenti politici con strafalcioni come quello di Manlio Di Stefano. Che sensazione ti provoca la superficialità della politica italiana sul Medio Oriente?
Mi provoca delusione perché l’Italia ha, geograficamente e storicamente, un ruolo di primo piano nei rapporti con il Medio Oriente. Geograficamente perché siamo la porta verso l’Europa; storicamente a causa della presenza araba, durata secoli, nel sud Italia. Gli sbagli eclatanti, come quello di Di Stefano, stanno diventando una prassi (a destra e a sinistra) che non solleva neanche più l’indignazione. Ricordo gli elogi di Renzi al suo “amico”Al Sisi, poco prima della morte di Regeni. O, ancora prima, nel 2011 Franco Frattini che elogiava la Siria per la sua stabilità durante l’ondata delle primavere arabe. Il risultato è davanti a tutti noi.

Come valuti la politica estera del governo italiano?
Sclerotica perché c’è incoerenza nelle azioni della Farnesina a causa della nostra instabilità politica. Prendiamo l’Egitto. Con Renzi, prima dell’uccisione di Regeni, i rapporti erano idilliaci. Ucciso il ricercatore, abbiamo virato completamente. Salvo poi rimandare l’ambasciatore al Cairo. Oggi che cosa rimane del nostro approccio verso l’Egitto, la questione della tutela dei diritti umani? Nulla, a parte la vicenda di Patrick Zaki che non cade nel dimenticatoio grazie all’attenzione di alcuni movimenti di sinistra e Amnesty.

Come valuti lattenzione della politica occidentale sul Medio Oriente?
Dovevamo accompagnare i paesi arabi verso una transizione, sostenendo quel corpo sociale che si chiama società civile ma non lo abbiamo fatto. Preferiamo ancora oggi sostenere militari che con la forza riportano lo status quo antecedente. Guardiamo alla Libia. Parte della comunità internazionale sostiene Haftar; altri Sarraj. All’interno dell’Unione Europea ci sono Stati che, seguendo il proprio interesse nazionale, sostengono gruppi differenti.

Cosa bisognerebbe avere il coraggio di dire/fare?
Abbiamo sbagliato. L’ammissione di colpa dovrebbe arrivare da chi si è seduto in parlamento in Italia come nella Ue. Hanno sbagliato nel guardare al Medio Oriente con i soliti preconcetti: se non c’è un dittatore c’è il fondamentalismo. Come se questi arabi non fossero capaci di emanciparsi da questi due mali, creando una terza via che li conduca verso la democrazia. Il male assoluto, secondo questa vulgata alla Magdi Allam, sarebbe l’Islam. Semplicisticamente sarebbe la religione a bloccare ogni trasformazione.

Da scrittore, con la tua storia, come valuti questo momento internazionale?
É una restaurazione. A Beirut come a Damasco manca la speranza. Sto parlando proprio del sentimento. Sperare di cambiare, di migliorare vita… la gioventù vive nel pessimismo. Questo stato di cose ha prodotto un aumento vertiginoso dei suicidi. Decine di giovani si tolgono la vita esausti non solo di vivere nella miseria ma di non vedere mai un cambiamento. Di chi è la responsabilità di queste morti?

Che ne pensi del rifinanziamento italiano alla Libia?
Abbiamo Salvini che grida contro gli sbarchi. Vuole che si fermino ma lui ed altri hanno firmato per il rifinanziamento della guardia costiera libica da più parti accusata di gestire il traffico di migranti con le mafie locali. Diamo soldi ai trafficanti. Ho idea che chi grida alla chiusura dei porti voglia il contrario. I migranti servono come merce di scambio elettorale, in barba alla sofferenza di quei nei lager.

In Italia haisentito” razzismo?
Personalmente no. Mi definisco da sempre sirio-brianzolo anche se ultimamente mi sento solo brianzolo. Penso che gli italiani non siano razzisti. Credo esista molta ignoranza. Molti politici la sfruttano perché viviamo in una epoca di slogan e non di discorsi culturali. Vede, oggi non vogliamo prenderci la briga di capire perché un nigeriano scappa da Lagos o un siriano da Aleppo. Vogliamo tutto subito, anche le spiegazioni. Il politico improvvisato che ormai dilaga nei talk show e nelle aule un tempo frequentate da Berlinguer, regala slogan. È un ignorante, che non sa che i libici abitano in Libia e che Pinochet non era il dittatore del Venezuela. Non è umile. Infatti non chiede scusa. Dobbiamo ripartire dalla cultura.

Leggi anche: 1. Libano: devastante esplosione al porto di Beirut. Le impressionanti immagini della deflagrazione / 2. Libano, ferito un militare italiano in un’esplosione al porto di Beirut / 3. Libano, esplosione al porto di Beirut: incidente o attentato? Tutte le ipotesi

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Le macerie della pandemia nel mondo sono i bambini

Scusate se mi permetto di non seguire la polemica di qualche presidentessa di regione che cerca di lucrare su qualche decina di migranti, mi pare davvero troppo spendere qualche riga per una regione con un sistema sanitario completamente devastato dalla politica che si preoccupa di degli arrivi via mare mentre invoca a piene mani e senza controlli quelli via terra, ma ieri è uscito un rapporto di Save The Children che merita attenzione perché parla di un argomento che sfugge da qualsiasi discussione dei cosiddetti grandi del mondo e che rende perfettamente l’impatto della pandemia nel futuro un po’ più largo della visione del nostro semplice quartiere.

Dice il rapporto ‘Save our education – Salvate la nostra educazione’ che a oggi nel mondo sono 1,2 miliardi gli studenti colpiti dalla chiusura delle scuole e che la crisi provocata dal Covid-19 potrebbe costringere almeno 9,7 milioni di bambini a lasciare la scuola per sempre entro la fine di quest’anno, mentre milioni di altri bambini avranno gravi ritardi nell’apprendimento.

L’indice prende in considerazione in particolare tre parametri: il tasso di abbandono scolastico precedente all’emergenza, le diseguaglianze di genere e di reddito tra i bambini che lasciavano la scuola e il numero di anni di frequenza scolastica. L’analisi di questo indice mette in evidenza come in 12 paesi – Niger, Mali, Ciad, Liberia, Afghanistan, Guinea, Mauritania, Yemen, Nigeria, Pakistan, Senegal e Costa d’Avorio – il rischio di incremento di abbandono scolastico sia estremamente elevato. Anche in questo caso sono le donne quelle che rischiano di subire di più: sono 9 milioni le bambine in età di scuola primaria che rischiano di non mettere mai piede in una classe, a fronte di 3 milioni di bambini.

Ha detto Inger Ashing, ceo di Save the Children: «Circa 10 milioni di bambini potrebbero non tornare mai a scuola: si tratta di un’emergenza educativa senza precedenti. Proprio per questo i governi devono investire urgentemente nell’apprendimento, mentre al contrario siamo a rischio di impareggiabili tagli di bilancio, che vedranno esplodere le disparità esistenti tra ricchi e poveri e tra ragazzi e ragazze. Sappiamo che i bambini più poveri ed emarginati che erano già i più a rischio hanno il danno maggiore, senza accesso all’apprendimento a distanza o qualsiasi altro tipo di istruzione, per metà dell’anno accademico».

È qualcosa di spaventosamente mostruoso, una di quelle situazione di cui non ci occupiamo perché ci appare così grande rispetto ai nostri piccoli problemi locali e che poi invece torna qui, sulle nostre coste. No?

Buon martedì.

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Il Niger smutanda l’Italia guerresca

Ci sarebbe da ridere se non fosse che in un secondo frani ancora una volta la credibilità italiana e quella della sua ministra della guerra Pinotti e se ci dimenticassimo che in Niger i morti muoiono per davvero: la famosa missione “di pace” (ovviamente) dell’Italia in Niger (quella votata in fretta e furia mentre il Parlamento smobilitava in vista della campagna elettorale) non piace nemmeno al Niger che, proprio in questi giorni, ha educatamente declinato l’invito.

Il ministro degli Interni Mohamed Bazoum, dice il Corriere della Sera, ha detto di non sapere nulla della missione italiana che avrebbe appreso dai giornali (sembra una vicenda di gossip, ma ci sono di mezzo le armi e presumibilmente i possibili morti), e ha chiarito di essere contrario all’intervento italiano. Non solo: secondo le sue dichiarazioni non ci sarebbero stati nemmeno contatti tra i due governi. Avete capito bene: la missione “di fondamentale aiuto” non è gradita da quelli che dovrebbero essere aiutati.

470 militari, 130 mezzi terrestri, due velivoli C130, per una spesa totale di 130 milioni di euro. Buttati via. E allora sarebbe lecito chiedere perché c’è stata tanta fretta nel fare approvare la missione e soprattutto sarebbe da chiedere ai leader incoronati alle ultime elezioni (Di Maio e Salvini) se hanno intenzione di fare un po’ di chiarezza e magari aiutarci a capire. Perché, diciamocelo, dopo quello che accade in Libia e ora con questa notizia dal Niger appare sempre più oscuro come li aiutiamo “a casa loro”.

Buon mercoledì.

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Gli stregoni sul cadavere di Pamela

Avete letto dei terribili riti tribali che avrebbero straziato il corpo della giovane Pamela Mastropietro, uccisa a Macerata (sono tre le persone in carcere al momento)? Avete letto i “deliri” di Meluzzi e compagnia cantante (con il candidato di Fratelli d’Italia Guido Corsetto a dargli manforte) sul cuore asportato e il sangue bevuto perché “così fanno i nigeriani”? Vi siete gustati gli speciali di qualche giornalaccio sul “cannibalismo nigeriano”?

Bene. Tutto falso. Tutto. Come scrive l’Agi:

“Da giorni si rincorrono voci secondo cui alla ragazza sarebbe stato asportato il cuore o altro, e fatto sparire, come in un rito tribale o di affiliazione. Invece, a quanto pare, ciò non è avvenuto, come pure non è stato trovato nulla che rimandi a riti nella casa di cui è affittuario Innocent Oseghale in via Spalato, dove Pamela è morta e dove c’è stato il vilipendio del cadavere”.

Eppure per qualcuno è stato bellissimo calpestare il cadavere smembrato di Pamela (smembrandolo se possibile ancora un po’ di più) per aggiungere allo schifo anche un po’ di pittoresca paura per le fantasiose abitudini omicide di un’etnia. Descrivere i nigeriani come un’orda di stregoni è stato perfetto per alimentare ancora di più la xenofobia strisciante e rimpinzare i voti di qualche partituncolo impegnato a concimare il terrore con l’ignoranza.

E invece gli stregoni sono loro: gli italianissimi avvoltoi che hanno aggiunto orrore all’orrore.

Ah, tanto per chiarire: gli autori dell’omicidio (che saranno processati e giudicati) meritano tutta la giusta pena che gli verrà assegnata ma purtroppo non hanno inventato niente: ad agosto dell’anno scorso il sessantaduenne Maurizio Diotallevi a Roma ha strangolato la sorella prima di farla a pezzi e gettarla in diversi cassonetti. L’orrore omicida evidentemente ha tutti i colori e tutte le lingue del mondo.

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Quali sono i rischi della missione in Niger

Gianandrea Gaiani per Il Sole 24 Ore scrive un articolo interessante sulla missione in Niger (che ovviamente non ha trovato il tempo e il modo per passare in Parlamento e così diventa fondamentale provare a sviscerarle grazie alla stampa e per questo forse il giornalismo meriterebbe un po’ di rispetto). Ed è importante capire i rischi di una missione che nonostante si sia già meritata l’etichetta di missione “quasi umanitaria” ha una faccia un po’ diversa:

Le truppe italiane, pare incentrate su un battaglione di paracadutisti, avranno compiti di “contrasto” a jihadisti e trafficanti o solo di addestramento delle truppe nigerine?

In quest’ultimo caso sarà sufficiente schierare il contingente all’aeroporto di Niamey dove vi sono già le basi francese, statunitense e tedesca. Da più parti però si evidenzia che ai militari italiani verrà assegnato il pattugliamento del confine tra Niger e Libia, lungo i 600 chilometri e attraversati da piste che possono essere tenute sotto controllo schierando le truppe nell’avamposto di Madama.

La base francese negli anni ’30 ospitava un fortino della Legione Straniera ed è stata riaperta nel 2015 con la costruzione di una pista d’atterraggio per ospitare 200 soldati di Parigi e un centinaio di nigerini. Lo schieramento in questa base comporterà elevati costi logistici poiché mezzi, rifornimenti, truppe e materiali dovranno giungere per via aerea. Inoltre pattugliare quest’area desertica significa effettuare operazioni di contrasto a jihadisti e trafficanti che non possono escludere azioni di combattimento.

Anzi, la presenza di militari “infedeli” sul suolo islamico rischia di attirare i jihadisti che potrebbero colpire le forze italiane con attentati, attacchi con razzi e mortai alla base Madama e con mine e ordigni stradali disseminati sulle piste battute dai veicoli italiani.

In questo contesto per assicurare le necessarie autonomie al contingente occorrerebbero una decina di elicotteri da attacco e trasporto, almeno un paio di aerei cargo, mortai, forze speciali, radar controfuoco e un ospedale da campo: cioè quasi un migliaio di militari con un costo della missione superiore ai 150 milioni annui, compensato con il ritiro di due terzi dei 1.400 militari in Iraq (con aerei ed elicotteri) e la leggera riduzione dei 900 militari in Afghanistan.

Lo scopo dello schieramento a Madama è bloccare i flussi di immigrati illegali che da Agadez muovono verso la Libia ma in un’area così vasta non sarebbe difficile per i trafficanti aggirare il dispositivo italiano sconfinando in Algeria per entrare in Libia a Sud di Ghat.

Per bloccare i flussi migratori illeciti non c’è bisogno di schierare truppe in Niger: sarebbe sufficiente consegnare alla Guardia costiera libica (che l’Italia finanzia, addestra ed equipaggia) i migranti illegali soccorsi nel Mediterraneo dalle flotte italiane e Ue per affidarne il rimpatrio alle agenzie dell’Onu.

Sempre a proposito di rischi vale anche la pena leggere Joan O’Grady su The Atlantic che racconta di un’imboscata ai danni dei militari USA in Niger, nei pressi della cittadina di Tongo, lo scorso 4 ottobre. Ci sono voluti 12 giorni perché il presidente Trump riconoscesse la morte di quattro soldati USA (ne scrive il Washington Post qui) e ancora oggi quei quattro morti non sono bastati per avere trasparenza sulle operazioni militari in Niger.

Tanto per capire dove ci stiamo andando a infilare.

Cosa ci va a fare l’Italia in Niger?

L’Italia dichiara guerra, ovviamente senza discussione in Parlamento, e la domanda nasce spontanea. Tra le risposte possibile vale la pena leggere quelle del blog Senza Soste:

L’Italia annuncia l’intervento dopo che, in molta stampa francofona africana, la situazione nel Niger è stata definita come vicina a un significativo punto di rottura. I motivi ufficiali dell’intervento sono due e c’è anche un terzo da non trascurare. Il primo è quello di contenere significativamente la guerriglia islamista nel Niger, e vedremo quale sarà il ruolo dei 400-450 italiani inviati in quel paese, il secondo è quello di respingere le migrazioni, lì causate dalla crisi dell’acqua, con il solito trucchetto retorico della lotta ai trafficanti di uomini (quelli, come in Libia, che non si sono trasformati in “manager” per campo di concentramento per migranti). Poi c’è il terzo, tenuto in discrezione: il Niger ha appena ottenuto un finanziamento, dalla conferenza parigina di donatori, della bella somma di 23 miliardi di dollari (http://afrique.lepoint.fr/economie/niger-23-milliards-de-dollars-pour-la-croissance-et-la-securite-21-12-2017-2181816_2258.php ). Un pacchetto di aiuti, come si dice in gergo, allo “sviluppo e alla sicurezza”, delle dimensioni che Renzi si sognerebbe la notte, i cui appalti sono destinati a imprese europee. Di sicuro vedremo quindi imprese italiane su quel campo. Per non parlare della fornitura di armi necessaria alla “stabilizzazione”. Certo, c’è da chiedersi quanto le infrastrutture progettate in quel paese risolvano o aggravino la grande crisi idrica, e quella sociale correlata. Ma è una domanda fuori portata per le forze politiche italiane che devono ancora vedere come capitalizzare elettoralmente -ovvero minimizzando o sparando propaganda contro qualcuno- tutta questa vicenda.

Insomma, ad essere cinici con 150 milioni annui, e qualche cerimonia militare, l’Italia si dovrebbe garantire un po’ di appalti, per una cifra magari 20 o 30 volte superiore, per le proprie imprese dal settore infrastrutture a quello della fornitura . Dal punto di vista strategico-militare, quello dei rapporti con la Francia e del contenimento dell’immigrazione, i problemi sembrano esserci. Come testimonia un analista, sicuramente di destra ma intellettualmente lucido: Gianandrea Gaiani di Analisi Difesa http://www.analisidifesa.it/2017/12/luci-e-ombre-sulla-missione-italiana-in-niger/

Dal punto di vista di Gaiani, nonostante lo sforzo italiano (per noi degno di miglior causa), non è nè garantito l’affrancamento dalla subalternità militare a Parigi, già evidenziatosi con la crisi libica del 2011, nè il processo di razionalizzazione dei flussi migratori. Pare garantito, aggiungiamo noi, il canale degli appalti in Niger dopo la conferenza dei donatori e, forse, quello è lo scopo che ha messo d’accordo tutti nel governo. Ora si tratta di capire quale sarà l’iter istituzionale della missione. Anche se, da tempo, l’invio di truppe, specie con le nuove leggi in materia, segue sempre meno la strada della discussione in parlamento. E le forze politiche?

(l’articolo completo è qui)

Il giornalismo che si fa letteratura

Io quando mi capita di leggere un reportage che ha tutte le parole a posto, con i sentimenti e i colori conficcati nella penna, senza retorica ma con una bella lingua, mi riprometto di tenere conto, di custodire la bellezza che si fa notizia. E per questo il pezzo di Domenico Quirico, inviato in Niger per la Stampa, lo considero tra gli articoli da ritagliare:

«Vedi! Siamo arrivati Migrante, finalmente: tu e io, insieme, ad Agadez, la città di tutti i traffici, il crocevia di ogni cosa, l’inizio della speranza, forse; il tuo golgota di sabbia, certamente. Sì. Siamo arrivati in tempo per il lunedì, il giorno del Grande Convoglio. È stato davvero un lungo viaggio, due giorni in bus per salire da Niamey. Tanto, troppo. Forse hai ragione, questa è la saggezza che cerchi, invano, di infonderci: la sofferenza ci fa vivere il tempo minuziosamente, un attimo dopo l’altro. So che per te esiste. Per gli altri, per quelli che non soffrono, scivola via e forse non vivono nel tempo, non ci sono mai vissuti. Siamo saliti insieme sul piccolo bus sgangherato, io e i tuoi giovani compagni. Silenziosi, esitanti, sì anche sospettosi l’uno degli altri.

Sette posti di controllo

Sette posti di controllo c’erano su mille chilometri di strada: ricordi? I gendarmi sono venuti, gli occhi avidi, hanno guardato il mio passaporto italiano e me lo hanno reso con un gran sorriso: buon viaggio, turista. Ma per te, per voi, ah no, è stato diverso. Tutti fuori! controllo, controllo. È anche per questo che abbiamo impiegato due giorni, non solo per la strada che è uno strazio di buche: per chiudere un occhio sul fatto che siete migranti, volevano diecimila franchi Cfa, tredici euro, ad ogni posto di controllo. A te che hai detto che eri povero: vabbè, siamo fratelli, dammene cinquemila. Quante volte hai fatto quel gesto, hai visto quel ghigno, hai raschiato in fondo alle tasche partendo dal tuo paese laggiù, in fondo all’Africa? Suvvia basta! Adesso ci siamo: hai visto come è cambiato il paesaggio? Fino a Tahua c’erano luoghi dove gli animali, cavalli, cammelli, asini, mucche sono più numerosi degli uomini, dove questi non l’hanno ancora spuntata e si vedono bei campi di miglio e di sorgo verdi come la vita che cresce e pulsa e i giovani contadini affondano con lena la corta zappa nella terra. Li invidiavi vero? Tu che vieni da un paese assetato dove è inutile gettare la semente. Sai che quei ragazzi si affannano perché se il raccolto sarà buono potranno sposarsi. Forse anche tu quanto tornerai.

Questo invece è il deserto. Affondi i piedi in questa sabbia che non è pura ma venata di argilla secca e friabile, ultimo indizio del livello raggiunto dall’acqua in epoche lontane, senti un crocchiare come di una crosta di farina che si spezza. Guarda la polvere che si alza in nuvole fitte, ancora più impenetrabile per il riflesso del sole.

Il contatto col passeur

Siamo qui nella ressa della stazione dei bus, ora, aspettiamo. Tu il mediatore, è il numero di telefonino che ti è stato dato a Niamey, sai che verrà e ti metterà in contatto con il tuo passeur. Tutto funziona a puntino, tutti lavorano per te. Io sono più avanti, so già chi sarà il passeur che mi porterà nel deserto verso la frontiera libica a Sebah, privilegi di chi ha già pagato i 200 euro. Senti, non guardarmi in quel modo, io al passeur la domanda l’ho fatta: ma non senti rimorsi a accumular denaro sulla pelle di altri esseri umani, a diventar ricco sulla sofferenza? Sai che mi ha risposto con una sicurezza soffice e spaziosa da starci dentro supino ad occhi aperti? Guarda che è un uomo gentile, negli occhi ha una furbizia senza ironia e una parlata a strascico pieghevole e lunga, prima portava i turisti nel deserto in Libia, è rimasto senza lavoro, alla fame, e ha iniziato a trasportare voi: «All’inizio – ha detto – anche io avevo problemi morali, poi ho pensato che tanto questi ragazzi il viaggio lo vogliono fare, in un certo modo li aiuto, cerco di ridurre i rischi e la sofferenza. Due anni fa era diverso, c’erano i libici a trasportare, lasciavano la gente nel deserto con un inganno per farli crepare e guadagnar doppio. Ci siamo parlati, abbiamo deciso che non poteva andare avanti così e ora prima di partire i miei clienti li sfamo, fanno una doccia, do loro un telefonino perché chiamino casa. I miei mezzi hanno tutti il gps. Se c’è un guaio nel deserto vado ad aiutarli, nessuno più si perde e muore. E poi se non ci fossero loro, se non ci offrono altro, qui ad Agadez di cosa viviamo, come sfamiamo i figli?».

(continua qui)