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Si sveglia Staino: «Renzi, mi hai profondamente deluso»

Il direttore dell’Unità, Sergio Staino, rende pubblica la mail che ha scritto venti giorni fa al segretario del Pd Matteo Renzi e da cui emerge la delusione per come il Pd sta affrontando la questione relativa alla sorte del quotidiano e di chi vi lavora. In un passaggio della mail Staino ricorda quando Renzi gli disse ‘Voglio un giornale bello, di tante pagine e non preoccuparti per i soldi… quelli ci sono!’, aggiungendo: “Dirti quindi che sono profondamente deluso, e in prima fila deluso da te, è dir poco. Pensavo che il giornale ti servisse per ravvivare quella base che nel territorio si sta disperdendo nell’astensionismo o, peggio ancora, nel grillismo”.

In un comunicato che accompagna la divulgazione del contenuto della mail, Staino scrive: “Io ti ho sempre apprezzato per quel tuo continuo ripetere ‘ci metto la faccia’, è possibile che questo non valga per l’Unità?”. Staino spiega anche che, se oggi il giornale fosse stato in edicola (non è uscito per lo sciopero dei giornalisti, ndr), il suo editoriale sarebbe stato appunto quella lettera indirizzata al segretario del Pd il 23 dicembre, lettera che “mi sembra rileggendola adesso, mantenga tutta la sua attualità. Due giorni fa – prosegue il comunicato del direttore – la situazione di agitazione al mio giornale è esplosa per una comunicazione a ciel sereno da parte dell’amministratore delegato in cui si annunciava la fine delle trattative su una revisione nei ruoli dei giornalisti e dei rispettivi emolumenti, passando di fatto a una riduzione di personale non specificando né in che numero né in che modo. Questa notizia, di per sé molto spiacevole, è stata però superata ieri 12 gennaio, dall’assemblea dei soci proprietari de l’Unità che ha di fatto rinviato al primo febbraio la dichiarazione di liquidazione della stessa società”.

In particolare – prosegue Staino – il socio di minoranza, cioè il PD, ha proposto una ricapitalizzazione dell’azienda di 5 milioni di euro, 1 milione il PD e 4 milioni la Pessina, socio di maggioranza. Quest’ultimo “ha dichiarato la propria disponibilità a ricapitalizzare a patto che il PD cedesse la golden share de l’Unità che appartiene totalmente al socio di minoranza alla stessa Pessina. Tutto questo perché la Pessina imputa al PD una gestione deleteria dello stesso giornale causata soprattutto da uno straordinario assenteismo nei confronti della presenza del giornale nel partito, nella società e nel territorio. In effetti, come ben sappiamo, anche se storicamente il padrone è sempre e comunque una carogna e quindi anche in questo caso la Pessina non può dichiarare la sua totale innocenza nella crisi gestionale ed economica de l’Unità, è ben vero che il problema principale rimane un problema politico. La lettera che qui riproduco evidenzia in modo molto chiaro quali sono le problematiche più gravi di questa gestione”.

E a Renzi il direttore dell’Unità aveva scritto “perchè credo di essere ormai giunto alla fine delle mie forze. Dopo tre mesi di esperienza alla direzione de l’Unità puoi bene immaginare dove sia finito tutto l’entusiasmo che avevo messo nel fare questo lavoro. Ero abbastanza impaurito perchè immaginavo la quantità di problemi in cui mi sarei ritrovato anche se, devo dirti con sincerità, che mai immaginavo che la quantità fosse così enorme e pesante”.

E quindi l’elenco delle difficoltà. A cominciare da quelle umane:

“Parlare e trattare con il tesoriere del PD Bonifazi e con l’amministratore delegato Stefanelli, ti assicuro è esperienza che non augurerei a peggior nemico. Meglio assai con Massimo Pessina e Chicco Testa che sono persone se non altro trasparenti e razionali. Non parliamo dell’aspetto economico che mi immaginavo grave ma non tale da bloccare ogni pur minima iniziativa di rilancio del giornale. E poi il personale umano e l’isolamento del giornale. Questo è l’aspetto che mi addolora di più: mi sono reso conto – scriveva Staino a Renzi – che non c’è nessuno nel partito che sia interessato a questo foglio. Ho un bel rapporto con i compagni di base più vecchi, ho un buon rapporto con un pò di giovani che si sono avvicinati, ho un buon rapporto con quel che resta dei ‘Giovani Turchi’ e ho un buon rapporto di confronto con alcuni compagni a te non troppo vicini, da Macaluso a Reichlin, a Cancrini, a Cuperlo, Veltroni, Fassino e tanti altri, che lo seguono, lo commentano, mi aiutano. Ma tu e i tuoi? Zero”.

Quindi aggiungeva: “Credo che anche tu sia fra quelli che neanche scorre la prima pagina del giornale”. E ancora: “Pensavo ti servisse uno strumento per ricucire queste forze, per rimetterle in circolo, per far sì che dalla base ti arrivasse quell’ondata di rinnovamento che caratterizzò la tua prima uscita, quella del rottamatore, e che ti avrebbe aiutato a riporre il partito alla centralità del nostro lavoro politico. Per questo ero pronto a fare molti sacrifici, ero pronto a fare un bellissimo giornale mantenendo il livello di spesa dell’attuale o addirittura riducendolo, riducendo il personale (che è un sacrificio politico terribile), riducendo il formato e puntando su un giornale piccolo, brutto e cattivo ma pieno di grande intelligenza e di cose che non si trovano negli altri giornali. Di cose che sono strumenti, conoscenza, elementi di lavoro per chi giorno per giorno nei territori e nelle amministrazioni e nelle aggregazioni culturali e sociali porta avanti il lavoro del partito. Purtroppo non è così. In nessun momento il partito ha dato un segnale nei confronti miei e del giornale”.

Staino scriveva inoltre “speravo che tu mi avresti fatto parlare in piazza del Popolo, almeno due minuti per presentare il rilancio del giornale e dire che il giornale era al tuo fianco ed era lì in piazza a testimoniare la voglia di rinascita. Speravo che tu mi avresti presentato alla Leopolda come nuovo direttore da ascoltare e soprattutto aiutare in questo grosso lavoro. Al contrario, ai diffusori del nostro giornale non è stata neanche data l’autorizzazione per entrare alla Leopolda (nonostante fuori piovesse a diluvio). All’ultima assemblea nessuno ha accennato alla presenza del giornale e a un suo possibile ruolo nel rilancio del partito, al contrario, l’unica volta che è stata nominata l’Unità è stato perché un rappresentante della minoranza ci ha accusati di averli riempiti di vituperi ed offese. E poi adesso. La necessità di un incontro per sapere dove andiamo a finire rinviata di settimana in settimana, sempre cose più importanti de l’Unità, sempre cose più urgenti. È naturale che mi venga una gran voglia di togliere il disturbo”. L’occasione – annunciava Staino – proprio il Cda fissato per oggi (e che c’è stato, ndr) “in cui si sanzionerà l’ennesimo fallimento e l’ennesima chiusura. Cosa ne guadagni questo lo sa solo Dio. Cosa ne guadagni tu, cosa ne guadagna il partito, cosa ne guadagna la sinistra e l’intera società”.

(fonte)

Quindi la sera leoni e al mattino Gentiloni

(scritto per i Quaderni di Possibile qui)

Alla fine è Gentiloni il nuovo Presidente del Consiglio. L’ex ministro è stato designato dal Presidente della Repubblica Mattarella come traghettatore verso una nuova legge elettorale (magari non incostituzionale, questa volta, se vi riesce, grazie) e poi le prossime elezioni politiche. Una designazione figlia delle consultazioni del Capo dello Stato con tutti i gruppi parlamentari e, parallelamente, con le inusuali consultazioni di un Renzi dimissionario eppur ciondolante nei suoi molteplici ruoli. Attenzione: il segretario del PD (che è Renzi) ha tutto il dovere e il diritto di trovare una soluzione condivisa con il partito che guida, peccato che del coinvolgimento del suo partito non s’è vista traccia (rimbomba ancora il monologo spacciato per direzione nazionale) e che la scelta di Palazzo Chigi piuttosto che il Nazareno come sede dei suoi incontri non sia stata un grande idea (lo scrivevano ieri anche insospettabili renziani, per dire).

Comunque alla fine è il giorno di Gentiloni: l’ex rutelliano sale al Quirinale con un curriculum che comprende, solo negli ultimi anni, un terzo posto alle primarie per scegliere il candidato sindaco del PD su Roma (terzo su tre, eh) e un coinvolgimento mai chiarito su uno smercio d’armi italiane verso l’Arabia Saudita che altrove avrebbe fatto gridare allo scandalo. Ma Gentiloni, sia chiaro, ha in questo momento la qualità indispensabile per poter ambire al ruolo di Presidente del Consiglio poiché non fa ombra a Renzi eppure lo rappresenta. Ieri ho letto (non so dove e me ne scuso) che Gentiloni Presidente del Consiglio è un po’ come quando l’allenatore viene espulso e rimane il secondo in panchina filocollegato con la tribuna.
Il governo ombra (che non fa ombra) di chi aveva promesso (nel suo discorso in Senato già il 20 gennaio di quest’anno) di abbandonare la politica è l’ennesimo errore di Renzi che sembra non voler capire che i trucchetti non funzionano più e ormai si scorgono in fretta. Avrebbe potuto starne fuori e poi provare a ricominciare (che è un suo diritto, eh, ricominciare ma al netto delle promesse non mantenute) e invece è più forte di lui: a Gentiloni l’improbo compito di smentirci.

Non c’è che dire: un successone il ritorno in campo di Pisapia, eh.

Ne scrive Nicola Corda per Huffington Post:

“Io voglio bene a Giuliano ma quest’operazione non ha prospettive”. Tutti formalmente stimano l’ex sindaco di Milano Pisapia ma il rilancio di un rassemblement della sinistra in dialogo con il Pd di Matteo Renzi non riscuote troppi entusiasmi. Solo i sindaci chiamati in causa (già coinvolti nelle prossime iniziative) come il bolognese Virginio Merola e il cagliaritano Massimo Zedda, mettono il segno positivo al progetto di rimettere insieme i pezzi di un centrosinistra che attraversa una fase delicata e contempla il futuro di più partiti.

“D’accordo sulla necessità di ricostruire un campo progressista partendo dai giovani ed è importante che Giuliano abbia deciso di spendersi in prima persona” dice Zedda. Il Sì al referendum li unisce, ma paradossalmente, è il vero macigno che fa bocciare il progetto da tutti coloro che sono chiamati in causa: da Sel fino a alla sinistra del Pd che specialmente in questa fase di estrema fibrillazione non intende mettere in discussione la permanenza nel partito. La sinistra “la voglio fare dentro il Pd, Pisapia è fuori” dice il bersaniano Nico Stumpo, che non dà molto credito all’ex sindaco di Milano. “Tutto questo casino per restare nel Pd e fare la nostra battaglia dentro, e poi ce ne andiamo?” commenta chi sta molto vicino a Bersani e Speranza.

Il dente avvelenato contro il traditore Pisapia, si coglie subito nelle parole di Sinistra Italiana, da Loredana de Petris che gli chiede con una punta di sarcasmo di “tornare a fare l’avvocato” al capogruppo alla Camera Arturo Scotto che dichiara “amicizia e affetto” ma gli ricorda che “non si può ricostruire il centrosinistra con il killer Matteo Renzi che lo ha distrutto spargendo macerie”. La possibile alternativa ad Alfano e Verdini non funziona: “sembra un’operazione furba e anche un po’ politicista”, lo specchietto che non toglie di mezzo il principale ostacolo che è il segretario del Pd. Che la sinistra arancione possa rinascere con questi interlocutori sembra difficile, almeno a sentire le reazioni, alcune rispettose, altre molto meno come quella di Pippo Civati che addebita a Pisapia la colpa di “mitragliare parole in libertà su una sinistra astratta” e lo accusa di mettere in piedi un piano da “soccorso arancio” a cui non credere come alle favole dei bambini.

Nessuna indulgenza, insomma, escludendo quei pochissimi che in Parlamento e dentro i partiti guardano con qualche interesse alla proposta di una seconda gamba di governo a sinistra ma fuori dal campo Dem. Uno di questi è Gennaro Migliore che individua la nota positiva “se la sinistra che ha votato sì, lavora a un progetto di governo che si propone di cambiare il paese”. Più critico Enrico Rossi, secondo cui Campo Progressista “sarebbe un’operazione nobile, che avrebbe un senso in un altro contesto”, perché “se non cambia il Pd e la sua leadership, l’operazione di Pisapia, di costruire un campo progressista a sinistra del partito, rischia di essere meramente ancillare e di servizio, di apparire come un soccorso a Renzi portato fuori tempo e fuori contesto”. Proprio quello stesso sospetto di un Pisapia “stampella di Renzi” che fa sì che la sinistra gli chiuda la porta in faccia.

La risposta a quelli che “votate come CasaPound”. Eccola qui.

di Wu Ming e Nicoletta Bourbaki * (fonte)

«Nel corpo sempre più virtuale del partito – che non ha più una teoria né una minimamente coerente visione del mondo oltre la mera difesa della propria funzione e dello stato delle cose – regnano la più assoluta spregiudicatezza, il peggior eclettismo e la schizofrenia. Se aggiungiamo che la scalata di Renzi ha attirato avventurieri da ogni dove, il risultato è che da dentro il PD giungono addirittura esternazioni chiaramente fasciste.»

Un’inchiesta collettiva portata avanti su Twitter e raccolta su Storify. Come il tentativo di costruire il Partito della Nazione sfondò ogni argine a destra e ancora più a destra.

Esempi dai territori: piddini che fanno iniziative con Casapound, fascisti ospitati in circoli del Pd, piddini e fascisti che si fanno i selfie assieme, Casapound che invita a votare Pd, dirigenti locali del Pd che si accusano a vicenda di avere pacchetti di voti neofascisti… Tutto vero!

C’è altro? Eccome se c’è! Leggere per credere.

Con una riflessione su cos’è (stato?) il renzismo, cosa ha cercato di essere il Pd, cosa ci rivelano simili «corrispondenze d’amorosi sensi».

→ Buona lettura.

* Nicoletta Bourbaki è il nome usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.

La battaglia di Cuperloo

Povero Cuperlo che si accontenta di un selfie con la Boschi. Tocca citare Alfonso Gianni nel suo post per l’Huffington Post:

Così stando le cose, se il referendum dovesse confermare – cosa che ovviamente non mi auguro nel modo più assoluto – il testo della legge Renzi-Boschi, per permettere ai cittadini di eleggere direttamente i senatori bisognerebbe modificarlo di nuovo con una apposita nuova legge costituzionale che dovrebbe seguire l’iter previsto dall’art. 138 Cost, ovvero la doppia lettura da parte delle due camere distanziata da un intervallo non inferiore ai tre mesi, con la maggioranza assoluta richiesta nella seconda votazione. Ma il lodo non fa la minima menzione di tutto ciò.

Quindi in ogni caso, anche per i suoi estensori, il senato resterebbe una camera che continua a esistere, seppure in forma ridotta, con compiti anche rilevantissimi – come intervenire sulle leggi costituzionali e su molto altro, come viene confusamente dettagliato nella modifica dell’articolo 70 Cost. – ma che è sottratta al voto diretto dei cittadini.

Evidentemente gli estensori del medesimo pensano semplicemente che eleggendo i consiglieri regionali e i sindaci i cittadini possano esprimere una preferenza su chi di loro può diventare senatore. Qui entrerebbe in scena la proposta di legge Fornaro-Chiti. Ma non è un caso che uno dei primi a prendere le distanze dal lodo sia stato proprio il senatore Fornaro.

Secondo questa proposta i cittadini riceverebbero due schede in occasione delle elezioni regionali. Con la prima procederebbero al rinnovo dei consigli regionali e del nuovo presidente della Regione, con la seconda indicherebbero chi deve diventare un “doppiolavorista”, ovvero un consigliere – senatore. Ma a questo punto si pongono altri problemi. Se, secondo la Renzi-Boschi nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a due, ma uno di questi deve essere un sindaco, e la ripartizione dei seggi tra le regioni “si effettua in proporzione alla loro popolazione”, va tenuto presente che ben 10 delle regioni eleggono un solo consigliere regionale.

In quel caso come potrà mai essere assicurato il criterio della proporzionalità? Inoltre vi è un altro pasticcio: gli statuti di regioni a statuto speciale prevedono l’incompatibilità tra la carica di consigliere e quello di parlamentare sia italiano che europeo.

E chi decide quali sono i sindaci a essere prescelti nel comporre il nuovo Senato? Qui i cittadini spariscono nuovamente, perché, se facciamo riferimento sempre alla proposta Fornaro-Chiti scopriamo che sarà il Consiglio Regionale a farlo pescando in una terna di nomi fornita dal Consiglio delle Autonomie Locali di ogni regione, un istituto introdotto dalla riforma del Titolo Quinto della Costituzione operata nel 2001.

Insomma il lodo non solo è scritto sulla sabbia, poiché non costituisce alcun atto ufficiale, ma appare come un pasticcio persino contradditorio con la revisione costituzionale voluta da Renzi. Quella che lo stesso Cuperlo si appresta a votare. Un poco di coerenza non guasterebbe.

A proposito del Pd che non c’entra con Mafia Capitale: per portare in tribunale l’ex capogurppo servono i carabinieri

Doveva testimoniare al processo di Mafia Capitale, ma non si è presentato. Per due volte. La prima volta dicendo di avere disturbi gastroinestinali, la seconda senza giustificazione. Così i carabinieri sono andati a prelevarlo, come si dice in gergo, e lo hanno portato a piazzale Clodio. Chi? Uno sgherro di Massimo Carminati? Un funzionario di secondo piano di una delle coop che facevano capo a Salvatore Buzzi? No, Fabrizio Panecaldo, ex capogruppo del Pd all’assemblea capitolina, il consiglio comunale di Roma.

A disporre l’accompagnamento coattivo dell’ex eletto del Partito democratico erano stati i giudici della X sezione penale del tribunale di Roma, presieduta da Rosanna Ianniello, che aveva avuto già i suoi problemi con la testimonianza di un’altra esponente del Pd, la deputata Micaela Campana, che aveva messo insieme in una sola testimonianza 39 “non ricordo”. Una decisione presa il 25 ottobre quando Panecaldo era stato citato come testimone ma non era comparso nell’aula bunker di Rebibbia. All’udienza precedente Panecaldo aveva invece disertato adducendo con un certificato problemi di salute (“sindrome parainfluenzale con disturbi gastrointestinali”, ricorda Il Messaggero). Panecaldo si è scusato con il tribunale e con le parti per non essersi presentato nelle due udienze precedenti. A volere la testimonianza di Panecaldo sono stati Valentina Panvini e Pier Gerardo Santoro, legali di due imputati, Giordano Tredicine (ex consigliere comunale del Pdl) e Salvatore Buzzi, guida della Coop 29 giugno e ritenuto capo dell’associazione finita a processo.

Era stato proprio Buzzi in una telefonata con la compagna, Alessandra Garrone, aveva definito Panecaldo una “mucca da mungere“. “Panecaldo – si sente nell’intercettazione – me faceva: ‘Ah a me non me dà niente?’ Allora gl’ho detto… ‘Lo sai il proverbio ‘La mucca tu la devi mungere ma gli devi da’ da mangia’. Tu solo la mungi’. Allora mi fa: ‘Tra un mese e mezzo glie damo da magna’ e tra un mese e mezzo la mungeremo”. Da qui nasce una domanda del pm Luca Tescaroli, cioè se per caso Panecaldo ha mai sollecitato utilità a suo vantaggio. L’ex capogruppo ha risposto di non aver “mai chiesto nulla. Neanche un finanziamento. Eppure sono stato eletto cinque volte in consiglio comunale”.

E’ sempre Buzzi che in un interrogatorio in carcere aveva detto ai magistrati: “Il Pd non lo avevamo mai finanziato così, era famelico. Panecaldo era insistente, mi chiedeva assunzioni”. E, racconta il Messaggero, proprio il capitolo “segnalazioni” è diventato il perno della testimonianza. L’ex consigliere del Pd ne ammette una, “poi basta”. Ma Santoro, l’avvocato di Buzzi, tira fuori un “pacchetto” di messaggini con nomi, numeri di telefono, attitudini: “Patente C e BK”, per esempio. Panecaldo ha risposto così: “Rivendico le mie segnalazioni, non me ne vergogno, non ritengo che siano motivo di biasimo o di reato. Segnalo soprattutto gente che a 50 o più anni si ritrovava senza futuro. E non ho mai chiesto nulla in cambio”. Anche qui, come in altre udienze, è servita una “spinta” della presidente del tribunale, Ianniello: “Prima aveva detto un solo segnalato, ora siamo già a tre. Come mai?”. Risposta: “Sempre senza risultato”.

(fonte)

«Tra politica e mafia non è cambiato nulla»: parla Rosaria Capacchione (PD)

In una intervista nella redazione di Fanpage, la senatrice del Partito Democratico, la giornalista Rosaria Capacchione, spiega la sua scelta di non ricandidarsi alle prossime elezioni: “Il mio impegno non serve, ero più utile quando facevo la giornalista. Non ho bisogno del vitalizio da parlamentare e probabilmente ero più utile prima – spiega la senatrice – Renzi ascolta solo chi ha grandi pacchetti di voti, non c’è malafede in questo: il problema è che semplicemente non capiscono certi temi”. Sull’impegno contro le mafie dice: “Io credo che le persone si siano stufate dell’antimafia, c’è un linguaggio vecchio e si pensa che l’antimafia serva solo per la carriera”. La Capacchione spiega come le mafie abbiano trasferito all’estero molte attività agevolandosi di legislazioni che non sono adeguate a combattere i fenomeni mafiosi e sul rapporto tra mafia e politica dice: “Non è cambiato nulla, è tutto uguale”.

 

«Ci battiamo per la stabilità della Costituzione e per mettere fine alle riforme a colpi di maggioranza»: lo scriveva il PD. Firmava anche Mattarella.

Quando qualcuno mi chiede perché io mi stia spendendo per il No al referendum di solito mi basta tirare fuori il Manifesto dei Valori del Partito Democratico. Esattamente all’articolo 3. Leggere per credere:

«La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercè della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i princìpi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006.»

Da wikipedia:

Romano Prodi in prima persona, nel corso del 2006, incaricò tredici personalità di spicco del mondo della cultura e della politica (Rita Borsellino, Liliana Cavani, Donata Gottardi, Roberto Gualtieri, Sergio Mattarella, Ermete Realacci, Virginio Rognoni, Michele Salvati, Pietro Scoppola, Giorgio Tonini, Salvatore Vassallo, Luciano Violante, più Giorgio Ruffolo che abbandonò in corso d’opera la stesura del testo per contrasti col resto del gruppo di lavoro) di redigere un Manifesto per il Partito Democratico, utile a enunciare i valori del nuovo soggetto politico, e possibile bozza e base provvisoria per un futuro manifesto di valori da redigere successivamente la nascita del partito.

«Pensioni basse? Ipotecate la casa» parola della deputata Morani (PD)

Ne scrive l’HP qui:

«Esiste uno strumento che conosciamo poco, che è fatto apposta per gli anziani proprietari di casa che percepiscono pensioni basse, che si chiama prestito vitalizio ipotecario”. Scatena l’ìinferno l’affermazione di Alessia Morani, vicecapogruppo del Pd alla Camera, che durante una puntata di Quinta Colonna, avrebbe trovato la soluzione per gli anziani che percepiscono pensioni basse e non riescono a sopravvivere.»

Dopo aver escogitato un prepensionamento finanziato con un mutuo (sostanzialmente un welfare a piccole comode rate) ora gli esponenti della maggioranza propongono agli anziani prossimi alla pensione di utilizzare la propria casa (solitamente frutto della fatica di una vita) come garanzia d’accesso alla pensione. Lo Stato Sociale di questo Paese è diventato lo zerbino di quattro arroganti al governo.

Dicono che sia morta la sinistra, dicono; sicuramente ha perso.

 

Com’era quella cosa del PD che non c’entra con Mafia Capitale?

(Da Giornalettismo, qui)

È un’imbarazzante testimonianza quella resa al processo su Mafia Capitale da Micaela Campana, deputata Pd e componente della comissioni Giustizia, che si è seduta nell’aula bunker di Rebibbia come testimone per la difesa di Salvatore Buzzi. La parlamentare è stata più volte ripresa dalla giudice, infuriata per i numerosi «non ricordo». «Non dire la verità sotto giuramento è un reato», le ha ricordato la presidente della Corte Rossana Ianniello.

Essendo ex moglie dell’ex assessore in Campidoglio Daniele Ozzimo, imputato nello stesso procedimento, Campana avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma lei ha deciso comunque di rispondere alle domande (come a quella su un incontro organizzato per Buzzi con il viceministro agli Interni Filippo Bubbico), mostrandosi però poco credibile per i chiarimenti non forniti. La giudice Iannello le ha perfino chiesto a che titolo sia componente della commissione giustizia di Montecitorio se nemmeno riconosce le regole basilari del processo. Lo racconta oggi Federica Angeli su Repubblica:

Micaela Campana risponde sempre le stesse cose, anche a domande diverse. Ed è questo che agli occhi dell’aula, nel corso della 128esima udienza del maxi- processo Mafia capitale la rende poco credibile a fronte del mare di intercettazioni che, ora l’avvocato Santoro di Buzzi ora il pm Luca Tescaroli le leggono. «Per quale motivo fissò un incontro tra Bubbico e Buzzi?», «Fu lui a chiedermelo, ma non so di cosa dovessero parlare» replica la deputata.
«Mi faccia capire – chiede seccata la presidente – lei fissa un incontro col sottosegretario Bubbico a Buzzi solo perché lui glielo aveva chiesto, senza conoscere il motivo di tale richiesta?». «Non ricordo» dice l’esponente dem.

Campana non è stata convincente nemmeno quanto ha parlato dell’interrogazione parlamentare che Buzzi le chiese di presentare. La deputata ha dichiarato di non ricordare telefonate del ras delle cooperative per farle pressione. Continua Angeli su Repubblica:

Anche in questo caso però le sue parole sono smentite dalle intercettazioni: un suo collaboratore infatti spiegò a Buzzi che ancora una volta era stato Bubbico a dire di prendere tempo. «Quanto all’incontro organizzato al Viminale per far parlare Buzzi col prefetto Morcone?». «Andai anche io – risponde l’onorevole Campana – ma non ricordo di cosa, Buzzi parlò con il prefetto Manzzione (Morcone non si presentò, ndr). Di qualcosa sul centro di Castelnuovo di Porto, ma nello specifico non saprei».
La giudice Ianniello perde la pazienza: «Eppure lei è giovane: come mai questi continui vuoti di memoria? Lei assiste a un incontro, è presente in una stanza e non sa di cosa hanno parlato?».
Infine l’sms: «un bacio Grande Capo». «Come mai si rivolge così a Buzzi», chiede il pm Tescaroli? «Questione di rispetto nei confronti di una persona più grande di me».

Ma non è finita qua. Perché dal Messaggero emergono altri elementi, sempre più imbarazzante per l’esponente della segreteria del PD. Di cui a questo punto è lecito aspettarsi le dimissioni. La Campana ammette i finanziamenti “Chiesti e ricevuti” da Buzzi per la campagna elettorale “tutte legale” precisa. Scrive il Messaggero

Campana ha ammesso di aver chiesto e ricevuto dal ras delle coop diversi contributi elettorali. Soldi in favore dell’ex marito l’assessore Daniele Ozzimo, già indagato e condannato a due anni e due mesi per corruzione, e del partito nazionale. Contributi legittimi, ha spiegato. Per sé, quando si è candidata come consigliera municipale nel 2001(«di cui non ricordo se pervenuti perché la legge non prevedeva il rendiconto», ha specificato) e «ventimila» per la candidatura in Campidoglio dell’ex marito. Un finanziamento quest’ultimo, per sua stessa ammissione, arrivato a pochi mesi dalla separazione, tanto da suscitare la curiostà della presidente del collegio, Rosanna Ianniello: «Visto che all’epoca si era già lasciata con suo marito perché fu lei a fare da tramite?». «Perché lo ritenevo una persona valida per il Campidoglio», ha precisato la deputata.