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Se questo è un commissario antimafia: Franco Mirabelli

Ne scrive Vincenzo Iurillo per Il Fatto Quotidiano:

C’è nel Pd di Caserta un commissario che non sa o non si informa. E’ sceso da Milano, ha tra le mani la patata bollente dei dem in terra di camorra, il suo ruolo gli imporrebbe di raccogliere carte, informazioni e in base a quelle orientare, trattare, decidere, per non scivolare nel rischio di collusioni e infiltrazioni. E’ la politica fatta con consapevolezza. E invece no. Franco Mirabelli (nella fotocon Matteo Orfini), commissario dei dem casertani, senatore lombardo e capogruppo Pd in commissione parlamentare antimafia, a “Il Velino” dichiara: “Non mi risulta che Marcello De Rosa e Filippo Fecondo siano indagati”. Liquidando così, nel nulla, le reazioni alla notizia della partecipazione del sindaco di Casapesenna e dell’ex sindaco di Marcianise all’iniziativa referendaria di Maria Elena Boschi, evidenziata da “Il Fatto Quotidiano”.

I due sono indagati di concorso esterno in associazione camorristica. Lo sanno i diretti interessati, lo sanno Il Fatto Quotidiano e le altre testate che hanno pubblicato queste notizie, lo sanno gli iscritti delle sezioni locali, lo sanno tutti su quel territorio. Non lo sa, o dice di non saperlo, Mirabelli. Con una doppia responsabilità. Non solo perché non legge le cronache locali – l’iscrizione di De Rosa sul registro degli indagati fu uno scoop de ‘Il Mattino’, il cui caporedattore centrale è Antonello Velardi, il sindaco Pd di Marcianise – ma perché da componente dell’Antimafia ha poteri e prerogative sconosciute ai giornalisti e ai cittadini comuni: può, ad esempio, sollecitare la presidente Rosy Bindi a scrivere alle Procure per acquisire documenti ostensibili, informative delle forze di polizia giudiziaria, atti di indagine. Tutto ciò che non è coperto da segreto investigativo è acquisibile dalla commissione Antimafia in pochissimi giorni.

Mirabelli potrebbe così ottenere copia il decreto di due pagine del pm Landolfi esibito agli uffici elettorali di Marcianise: ci sono scritti i nomi dei tre pentiti che accusano Fecondo, e da lì magari acquisire altri atti su questi tre collaboratori di giustizia, per valutarne l’attendibilità in altri processi. Oppure potrebbe acquisire copia delle trascrizioni delle intercettazioni tra l’ex sindaco di Casapesenna Fortunato Zagaria (Forza Italia), anche lui indagato per concorso esterno in associazione camorristica, e l’attuale sindaco De Rosa, dalle quali emergeva il sostegno elettorale del primo al secondo. Sono depositate in un processo, e magari qualche domanda politica sul perché un berlusconiano appoggiasse l’uomo del Pd andrebbe anche fatta, no? Un commissario provinciale del Pd dovrebbe porsi il quesito. Può anche non riconoscere le persone che partecipano alle iniziative politiche in cui è presente, ma non gli può “non risultare” quello che, in fatto di indagini per camorra, è di dominio pubblico.

Il senatore “dovrebbe conoscere sia le questioni di antimafia e soprattutto i sindaci Pd sotto indagine per concorso esterno in associazione camorristica”, affermano i parlamentari M5s della Commissione Antimafia. “Non possiamo che constatare – continuano – l’inadeguatezza di Mirabelli, uomo dell’antimafia di agenzie, bravo a blaterare di Movimento Cinque Stelle, mentre i suoi sindaci sono indagati e neanche si accorge della loro inopportuna presenza”.

Il bluff di Giachetti: rifiuta soldi che non gli sono dovuti

La domanda la pone Emiliano Poli, a lungo dirigente del PD e persona seria e preparata:

«Giachetti rinuncia agli emolumenti di consigliere. L’art. 83 T.U.E.L. prevede che “I parlamentari nazionali non possono percepire i gettoni di presenza o altro emolumento derivante da incarico pubblico. Le indennità di funzione non sono cumulabili”. Chiedo a  Roberto Giachetti se ho interpretato correttamente la legge. Se così fosse, la sua lettera è solo propaganda, esattamente come quella di cui accusiamo (giustamente) il M5S. Chiedo anche se ha ottenuto dalla Direzione Nazionale la deroga perché lo Statuto del PD non prevede una doppia carica elettiva. Non è un’accusa ma una richiesta di spiegazioni.»

Ovviamente non gli ha risposto nessuno, finora.

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Questa brutta discussione sull’Italicum

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Come si svela una truffa? Appena cadono le cortesie di rito e si svelano i motivi reali che stanno dietro a una scelta. Così la discussione sull’Italicum (la legge elettorale sventolata come “grande riforma per il futuro dell’Italia” disse Matteo Renzi) mostra cos’è la politica italiana al momento: una partitella di cortile con in palio il potere, prendendo a calci la democrazia.

Così sembra quasi banale voler ricordare quanto la legge elettorale sia le fondamenta di una sana democrazia: rappresentanza, agibilità politica, l’attività parlamentare e la composizione stessa di un governo sono il risultato di un’elezione che trovi la giusta declinazione. La legge elettorale, se ci pensate, decide le dinamiche stesse della politica, ne suggerisce le alleanze e ne sancisce le modalità. Per questo bisognerebbe averne cura.

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Per fare l’albero ci vuole un fiore. Con il referendum la riforma.

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Ma dai, ma davvero? Quando l’ho visto ammetto di avere pensato ad uno scherzo e non tanto per il messaggio in sé (arrivano sms di qualsiasi tipo da qualsiasi azienda, non scandalizziamoci per così poco) ma soprattutto per la forma. Perché le parole contano. Le parole sono importanti e, come diceva spesso una delle mie direttrici preferite, chi scrive male pensa male. Non c’è che dire.

Così quando ho letto il messaggio che il Partito Democratico ha inviato a molti italiani (a proposito: costa poco, un’interrogazione scritta, per sapere in base a quale iscrizione e con quali autorizzazioni) mi sono soffermato sulla prosa. Soffermato, inchiodato. Gelato forse. Sì Meglio.

«Per fare la riforma ci vuole il referendum, per fare il referendum la tua firma conta. Se non l’hai ancora fatto, puoi andare nel tuo comune e firmare il modulo blu del comitato Basta un sì. Lorenzo Guerini.»

Secondo Lorenzo Guerini (o chi per lui, e se si tratta di un ghost writer mio dio licenziatelo in fretta) dalla nostra firma dipende la riforma Boschi. Altro che democrazia diretta; qui di direttissimo c’è un messaggio che arriva come una spada di Damocle. Già si immaginano le scenette famigliari: “amore scappo in comune perché sto facendo saltare la riforma costituzionale!”, oppure un “mi scusi per il ritardo ma avevo un fine settimana al mare in famiglia e non pensavo di rallentare le riforme”. E fa niente se in fondo il referendum si farà comunque al di là delle firme raccolte (che come scrive Guerini “contano” nel senso che sono un euro l’una per ogni voto poi preso come ricco montepremi elettorale), l’importante è entrare nella testa. Rimanere in mento. Essere un motivato che si ricorda facilmente.

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Un governo (italiano) cameriere delle banche

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Io se fossi in voi, questa mattina, mi prenderei del tempo per ascoltare anche distrattamente la discussione alla Camera del decreto-legge 3 maggio 2016, n. 59, recante disposizioni urgenti in materia di procedure esecutive e concorsuali, nonché a favore degli investitori in banche in liquidazione. Il decreto, a detta del governo, dovrebbe servire a tutelare gli investitori che in questi anni (e in questo ultimo anno) hanno visto evaporare i risparmi di una vita grazie ai consigli di qualche funzionario compiacente che, in nome della banca per cui lavora, ha pensato bene di rifilare spazzatura travestita da investimenti.

Peccato che gli investitori siano cittadini in tutte le loro forme più fragili: pensionati, vedovi, ingenui, custodi dei guadagni di una vita, piccoli imprenditori previdenti, artigiani lungimiranti. Formiche. Formiche in un’epoca di cicaleccio. Aspiranti lungimiranti in un mondo invece di troppi furbi, troppo furbi. Le vittime delle banche, insomma, non sono strani tipi da decreto o editoriale ma siamo noi. Colpiti. Più o meno lontano. Più o meno direttamente.

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Tutta colpa di Orfini

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Fantastico. Alla fine dicono la Madia e Giachetti che a Roma la sonora sconfitta del PD abbia un nome e cognome: Matteo Orfini. Sarebbe il già vecchio giovane turco l’uomo che ha portato i democratici nella palude e, dice la Madia, che con lui si sono perse le periferie, si sono persi voti e si è pagato lo scotto per Mafia Capitale.

Da quando la politica ha preso i tempi del turborenzismo, tutta presa dall’ansia del cambiamento e dall’ossessione della narrazione veloce, anche la memoria sembra essersi corrotta in mezzo alla fretta: la rimozione di Ignazio Marino, voluta e ordinata da Matteo Renzi (come lo stesso ex sindaco ha raccontato),  è stata l’inizio di un declino che non sarebbe stato difficile immaginare concludersi con un fallimento simile.

Credere che i cittadini romani possano ritenere affidabile un partito che rimuove il proprio sindaco, tra l’altro con un vigliacchetto appuntamento da un notaio senza passare dal Consiglio Comunale, significa avere perso non solo la connessione con i propri elettori ma addirittura con il buon senso.

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I #ciaone non finiscono: fanno giri immensi e poi ritornano

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Dice Rondolino che il Pd ha vinto. Dice il senatore Esposito da Torino che per il Pd non è andata così male come qualcuno vorrebbe far credere. Peccato che quel “qualcuno” siano gli elettori. Ma vabbè. Dicono in molti che non è un voto politico sul governo Renzi. Certo che no: è contro il governo Renzi. E il dispiacere (da italiano) più grosso è che in fondo i renzini e i renziani siano riusciti ad esibire così tanta arroganza che alla fine diventa difficile discernere il risentimento dalla politica. Comunque:

A Milano Beppe Sala vince male. Certo una vittoria è una vittoria ma quello che doveva essere un calcio di rigore si è trasformato in un successo strappato con fatica ai supplementari. E non so se davvero ci sia molto da festeggiare tenendo conto del fatto che Beppe Sala fosse appoggiato da Pisapia (piuttosto sbiadito), Renzi (ultimamente con un po’ di titubanza) mentre dall’altra parte Parisi dovesse sopportare di avere sullo sfondo le macerie del centrodestra e la faccia di Salvini (e la Gelmini e La Russa per citarne un paio).

A Napoli vince De Magistris contro tutti. Ancora. 
Mentre ci dicevano che non sarebbe mai stato in grado di governare in realtà si è fatto rieleggere dopo 5 anni da sindaco. A Napoli. E chissà se Renzi non si sia reso conto che anche qui le sue parole contro il sindaco sono state un ottimo volano.

A Roma vince la Raggi. Ma anche qui straperde il PD. Giachetti (con faccia sollevatissima) ha promesso opposizione dura in consiglio comunale.
 Lui, da vicepresidente della Camera. Fantastico. Ah, tra le altre cose non solo non c’è stata rimonta ma il risultato è peggio delle peggiori previsioni. Pagherei per avere la drammaturgia dei pensieri notturni di Ignazio Marino.

Torino, beh, Torino […]

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A Milano non si deve far vincere a destra ma a Napoli sì

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«In vista del ballottaggio per il Comune di Napoli la segreteria regionale del Pd Campania non darà indicazioni di voto. Militanti e simpatizzanti saranno liberi di scegliere».

Questa l’indicazione di voto diffusa dal segretario regionale del Pd Campania, Assunta Tartaglione. Quindi sarebbe un dramma se a Milano vincesse la destra mentre non sarebbe affatto un problema se la destra dovesse vincere a Napoli? Ne scrive Pippo qui.