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L’Italia che resiste: la lotta di Francesco contro il pizzo

PALERMO — Si sono organizzati come se dovessero assaltare il caveau di una banca. In sette, armati e incappucciati. Facendo irruzione al Bar Massaro, un famoso e popolare bar a due passi dal mercato Ballarò. Terrorizzando camerieri e turisti. Pronti a martellare una vetrata blindata e a zompare sulla cassa per arraffare appena cinquecento euro e venti stecche di sigarette. Un bottino da niente rispetto alla messa in scena dell’incursione. E cosi tutti pensano a un segnale dei boss che a Palermo tornano a pretendere il pizzo. Quello che ha deciso di non pagare il proprietario del bar, Francesco Massaro, Ciccio per gli amici, un quarantenne che ha dovuto cambiare improvvisamente lavoro. Fino a due anni fa stava in cronaca al Giornale di Sicilia, esperto di nera, schiena dritta, deciso a mollare il mestiere del padre, storico titolare di quei banconi dove si servono cannoli e arancine da primato.

Le rapine

«Non era la mia vita. Ma la vita viene a prenderti», commenta rivedendo il giro di boa al quale fu costretto quando una sera un infarto portò via il padre. E Ciccio dovette fare la scelta, «pensando anche ai 35 dipendenti che lavorano con noi». Ma, lasciando il giornale e tante cronache sul racket, una cosa giurò a se stesso: «Che non avrei mai pagato il pizzo». E per questo, subito dopo, cominciarono le rapine. Quasi una al mese. Con il giovane Massaro determinato, allora come oggi: «Potrei farmi un giro e chiedere. Quanto volete per non avere scassata la m…? Potrei domandarlo, ma non lo faccio. Qualcuno in buona fede me lo consiglia. Quello che facevano padri e nonni, che non erano mafiosi, ma soggiacevano, oggi non si può più fare, non si deve fare».

L’assalto dell’altra sera

Ed è così che, dopo una lunga pausa, si arriva all’assalto dell’altra sera: «Mi inquietano le modalità di questi novelli magnifici sette. Per attaccare il convoglio blindato di Butch Cassidy erano in quattro, compresi Robert Redford e Paul Newman. Sapevano che avrebbero racimolato poco perché i soldi vanno automaticamente in cassaforte». Ne parla mentre al telefono rassicura la moglie con la bimba di 16 mesi a casa, mentre nel bar rimbalza la solidarietà di Nello Musumeci, il governatore, e il sindaco Leoluca Orlando promette di costituirsi parte civile. Poi arrivano amici e colleghi, anche il presidente dell’Ordine dei giornalisti e il suo predecessore, Giulio Francese e Riccardo Arena.

«Non mi spezzo»

A 27 anni dall’omicidio di Libero Grassi, Palermo rischia un passo indietro, come sanno quanti si lamentano di non essere stati tutelati dopo le denunce, da Alessandro Marsicano con un bar nella vicina via Basile a Vincenzo Conticello, un tempo titolare dell’Antica Focacceria. Dopo i rilievi della Scientifica e i controlli della Squadra Mobile, Massaro è fiducioso, e si scrolla il ruolo di paladino: «Sono un palermitano normale. Non punto il dito contro chi paga il pizzo, so che è difficile resistere. Ma non riusciremo a fare crescere bene i nostri figli continuando a piegarci». Un velo di mestizia trapela infine da un quesito affidato a una cronaca a sua firma, sul Giornale di Sicilia: «Non mi spezzo, dicevo tra me e me mentre sparecchiavo i tavoli, facevo accomodare i clienti, grazie e prego. Non mi spezzo. Ma guardiamoci in faccia: sono davvero in grado, intimamente dico, di mantenere fede all’impegno? Di amare, onorare e rispettare il bar finché morte, mia o sua, non ci separi?». E questa sembra una richiesta di aiuto.

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Mafia, operazione “Reset 2”: chiesti 150 anni di condanne per i gestori del pizzo a Bagheria

Quasi un secolo e mezzo di carcere è stato chiesto per 17 imputati, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsioni, favoreggiamento. Si tratta degli arrestati nel corso dell’operazione “Reset 2”, condotta dai carabinieri a Bagheria nel 2015.

Le pene più pesanti sono state chieste per Pietro Liga e Giacinto Di Salvo per cui il pm Francesca Mazzocco ha chiesto venti anni. Chiesti anche 6 anni per Andrea Fortunato Carbone e Francesco Centineo, 7 per Nicolò Eucaliptus, 6 per Silvestre Girgenti e Umberto Gagliardo, 4 per Salvatore Lauricella, 12 per Francesco Lombardo, 6 per Francesco Mineo, 8 per Gioacchino Mineo, 6 per Onofrio Morreale, 12 per Giuseppe Scaduto, 6 per Giovanni Trapani, Gioacchino Tutino, Paolo Liga e Giovanni Mezzatesta. Nel processo si sono costituiti parte civile i Comuni di Bagheria, Altavilla Milicia, Ficarazzi, Santa Flavia, il centro studi Pio La Torre, Confindustria di Palermo, Addiopizzo, Confcommercio e Confesercenti, assistiti – tra gli altri – da Francesco Cutraro e Ettore Barcellona.

Mafia, gestivano il pizzo a Bagheria: chieste condanne per 17 boss e gregari
„Con l’operazione “Reset 2” gli inquirenti avevano evidenziato la “soffocante pressione estorsiva esercitata dai boss che, dal 2003 al 2013, si sono succeduti ai vertici del clan”. Una cinquantina le estorsioni documentate grazie alla dettagliata ricostruzione fornita da 36 imprenditori locali che hanno trovato il coraggio, dopo decenni di silenzio, di ribellarsi al giogo del “pizzo”.

(LE INTERCETTAZIONI: VIDEO).

(fonte)

 

Chissà come sorriderebbe oggi Libero Grassi, dopo i vespri di Bagheria

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Chissà che sorriso avrebbe Libero Grassi stamattina, sfogliando i giornali che raccontano della rivoluzione dolce avvenuta a Bagheria, dove gli imprenditori (trentasei imprenditori trentasei) hanno capito il trucco per essere forti contro quella mafia che spesse volte è sembrata invincibile, irrefrenabile oppure troppo comoda; hanno capito di dovere essere “insieme”. Chissà cosa direbbe Libero Grassi nell’accorgersi che la sua lezione, quella di un uomo lasciato solo, è stata scritta non solo sui libri di storia o citata nelle manifestazioni per la legalità ma oggi è diventata un uso concreto, un sentiero percorribile e percorso mica dagli esegeti dell’antimafia o i paladini di polistirolo: oggi hanno denunciato imprenditori, gente di giacche, fatture e fornitori, gente straordinariamente quotidiana. Oggi più che un’alba è il suono della sirena di inizio turno ma senza il fischio fastidioso del dovere; la sirena stamattina ha suonato con dentro tutto il clangore dei diritti, del dovere di applicare i propri diritti che è un lusso irrinunciabile appena lo si assaggia.

Se avete mai avuto la fortuna di ascoltare le parole di quella minuta e fortissima donna che è Pina Maisano, la vedova Grassi, vi sarà capitato di cadere nel crepaccio peloso della solitudine in cui è stato bollito Libero Grassi prima di essere ucciso. Qui da noi capita che gli eroi diventino eroi per la vigliaccheria di tutti quelli intorno e nessuno come la Mafia sa bene quanto sia facile disinnescare qualcuno rimasto isolato. E ci si isola mica solo per paura ma spesso anche per la sensazione di non avere nessuno a cui porgere la mano, in uno Stato che troppe volte è stato una melma ghiacciante piuttosto che un buon rifugio. Gli imprenditori siciliani che oggi hanno stanato il “Porco” (Pietro Giuseppe Flamia) signorotto incontrastato (e invece contrastabile) del pizzo là intorno a Bagheria hanno semplicemente deciso di stare “insieme”: di fare “rete”, di diventare associazione di tre o più persone dedite alla denuncia dell’illegalità. Un’associazione a denunciare. Che è una frase bellissima anche da scrivere. Eppure questa profumo siciliano ha nelle gambe anche tutti questi anni di cittadinanza attiva, di ostinata pratica reale sul territorio, di speranza che non si è mai fatta disperata rimanendo sempre in piedi nonostante le mafie e nonostante lo stato dello Stato.

(continua qui)

Pizzo: dopo vent’anni, basta.

È una bella storia quella che ci racconta su Repubblica Giuseppe Baldessarro: un imprenditore del basso jonio cataranzese decide di dire basta al pizzo, dopo averlo pagato regolarmente per vent’anni.

“Non ce la faccio più, ma non ho deciso di collaborare per me. Lo faccio per i miei figli. Non voglio che nel loro futuro ci sia la sofferenza che io ho passato per vent’anni” ha dichiarato l’imprenditore.

Esistono dei “basta” che sono importantissimi. Anche dopo vent’anni.

Il pizzo è in crisi, Cosa Nostra si sposta sulla droga

Mafia: Vincenzo Giudice  © Copyright ANSA
Mafia: Vincenzo Giudice
© Copyright ANSA

I carabinieri del Comando provinciale di Palermo hanno eseguito 39 misure cautelari, disposti dal gip, nei confronti di esponenti del clan mafioso di Pagliarelli, accusati di associazione mafiosa, traffico di droga, estorsione e corruzione. Nel corso dell’indagine sono stati sequestrati centinaia di chili di droga. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, ha disarticolato i vertici dei clan di Pagliarelli, Corso Calatafimi e Villaggio Santa Rosalia.

La crisi economica che attanaglia i commercianti palermitani spinge i boss a tornare al traffico degli stupefacenti, business attualmente privilegiato rispetto al racket delle estorsioni che, negli ultimi anni, ha rimpinguato le casse dei clan e sostentato le famiglie dei ‘picciotti’ detenuti. Nel corso dell’inchiesta, coordinata dalla Dda, i carabinieri hanno sequestrato oltre 250 chili di droga. Scoperte, comunque, diverse estorsioni: i commercianti continuano a pagare anche se qualcuno trova il coraggio di denunciare. Un imprenditore, che stava effettuando lavori di ristrutturazione al Policlinico, si sarebbe rivolto agli inquirenti raccontando loro di avere ricevuto una richiesta di pizzo di 500 mila euro. Tra gli altri, in cella, sono finiti i tre nuovi capi del mandamento di Pagliarelli, una sorta di triumvirato che, dopo le decine di arresti degli ultimi anni, tentata di riorganizzare il clan.

La cosca sarebbe stata guidata da un triumvirato composto da Alessandro Alessi, Vincenzo Giudice e Massimiliano Perrone. Questi gli arrestati nell’ambito del blitz dei carabinieri che ha disarticolato il clan a Pagliarelli: Alessandro Alessi, Giuseppe Perrone, Vincenzo Giudice, Michele Armanno, Giovan Battista Barone, Salvatore Sansone, Tommaso Nicolicchia, Andrea Calandra, Giosuè Cadtrofilippo, Giovanni Giardina, Alessandro Anello, Carlo Grasso, Antonino Spinelli, Matteo Di Liberto, Rosario Di Stefano, Aleandro Romano, Stefano Giaconia, Giuseppe Giaconia, Concetta Celano, Giuseppe Castronovo. Ai domiciliari sono finiti Vincenzo Bucchieri, Paolo Castrofilippo, Daniele Giaconia, Giovanni Correnti, Antonino Calvaruso, Gaetano Vivirito, Luigi Parolisi, Carmelo Migliaccio, Salvatore Ciancio, Domenico Nicolicchia, Giuseppe Bruno, Pietro Abbate e Antonino Abbate. Per Mauro Zampardi, Angelo Milazzo, Cosimo Di Fazio, Giovanni Catalano, Giuseppe Di Paola e Francesco Ficarotta e’ stato disposto l’obbligo di dimora.

(fonte)

#paesechecambia A Corleone un imprenditore ammette il pizzo: quattro boss in manette

Ciro Badami
Ciro Badami

Quattro persone sono finite in manette a Corleone anche grazie alle dichiarazioni di un imprenditore, stanco di pagare 500 euro al mese per poter lavorare. Si chiama “Grande passo 2″ l’operazione dei Carabinieri della compagnia di Monreale ed è la seconda tranche di quella già messo in atto a settembre dai militari dell’Arma, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Sergio Demontis e Caterina Malagoli.

Già in quell’occasione, Cosa nostra subì un brutto colpo, vedendo i suoi vertici azzerati in diversi paesi dell’hinterland, fra cui Corleone, Misilmeri, Belmonte Mezzagno e Palazzo Adriano.

Pietro Paolo Masaracchia
Pietro Paolo Masaracchia

E anche stavolta, le indagini, sviluppate attraverso attività tecniche e servizi di osservazione e pedinamento, ma anche grazie alla collaborazione di vittime di estorsioni, hanno  permesso di ricostruire e delineare ancor meglio l’intero assetto della famiglia mafiosa di Palazzo Adriano, di quella di Corleone e i rapporti del mandamento con quelli limitrofi, nel dettaglio con la famiglia mafiosa di Villafrati.

Nello specifico, grazie alla ricostruzione di ruoli e compiti degli associati alle varie famiglie mafiose, la maggior parte dei quali non ancora individuati con la precedente operazione di servizio, sono stati arrestati: Pietro Paolo Masaracchia, 65 anni, e Antonino Lo Bosco, 75 anni entrambi diPalazzo Adriano; Francesco Paolo Scianni, 54 anni, di Corleone e Ciro Badami (detto Franco),69 anni di Villafrati.

Antonino Lo Bosco
Antonino Lo Bosco

Badami, era stato già tratto in arresto nell’ambito di un’altra operazione antimafia con la quale si intercettò il complesso circuito che consentiva lo scambio di comunicazioni e direttive tra l’allora capo dei capi di cosa nostraBernardo Provenzano e i rappresentanti delle famiglie mafiose di Bagheria, Baucina, Belmonte Mezzagno, Casteldaccia, Ciminna, Villabate e Villafrati.

Scianni è ritenuto dagli investigatori un uomo di fiducia e fiancheggiatore di Antonino Di Marco, già arrestato nell’ambito dell’operazione Grande Passo del 2014 e utilizzato da questi per mantenere i contatti per la riscossione delle estorsioni e come anello di congiunzione con un’altra famiglia mafiosa.

Si trovava già in cella perché coinvolto pure lui nell’operazione “Grande Passo”, Masaracchia, ritenuto il capo della famiglia mafiosa di Palazzo Adriano. Il quarto arrestato, Antonino Lo Bosco, è ritenuto dagli inquirenti in contrapposizione proprio con Masaracchia

Le estorsioni
Francesco Paolo Scianni
Francesco Paolo Scianni

Nel corso delle indagini sono stati ricostruiti quattro nuovi casi di estorsione, ai danni di imprenditori impegnati nel settore dell’edilizia e del commercio, sia nelle fasi dell’apertura che della gestione degli esercizi commerciali.

Per la prima volta è stata constatata la preziosa collaborazione delle vittime che hanno offerto il loro contributo: “Ero stanco di pagare 500 euro al mese – ha detto uno degli imprenditori vessati – e alla fine sono stato anche costretto a chiudere la mia attività”. Non si tratta, però, di una denuncia, perché all’inizio era stato lo stesso imprenditore ad andare dai boss per chiedere uno sconto sul pizzo da versare alle cosche.

Il muro di omertà degli imprenditori e dei commercianti ha ceduto di fronte all’operato repressivo svolto negli ultimi tempi e le vittime  hanno così deciso di raccontare senza alcun riserbo il meccanismo di pagamento del “pizzo”. Le indagini hanno messo in luce un singolare radicamento delle competenze a esigere il “pizzo”: l’imprenditore o il commerciante è chiamato a versare le somme estorte sia alle famiglie mafiose presenti nel proprio paese di origine sia a quelle operative nelle aree ove l’attività economica si svolge.

Inoltre, mentre con l’operazione  Grande Passo era stato possibile documentare come le vittime privilegiate dei boss fossero quegli imprenditori impegnati nell’esecuzione di appalti pubblici, ora è stato appurato come il metodo estorsivo possa essere applicato anche ai singoli esercizi commerciali o per l’esecuzione di lavori di edilizia privata.

Peraltro, un imprenditore era stato costretto a pagare per due volte il pizzo relativo allo stesso lavoro rispettivamente a due esponenti mafiosi  in contrapposizione tra loro. Ancora una volta è stato accertato come uno dei principali canali di sostentamento delle consorterie mafiose è rappresentato proprio dalle estorsioni, commesse ora anche nei confronti di attività economiche di privati.

Confindustria

“Per la prima volta nell’ex regno dei boss Riina e Provenzano, gli imprenditori hanno avuto la forza di rompere il muro di omertà e dire basta, denunciando i propri estortori. Un segnale di enorme valore e un grandissimo cambiamento culturale che conferma come il seme della ribellione continui a dare i suoi frutti”. Questo, il commento di Antonello Montante, delegato nazionale per la legalità e presidente di Confindustria Sicilia: “Un plauso particolare va alla Dda di Palermo che ha coordinato l’indagine, al procuratore aggiunto Agueci, ai sostituti Demontis e Malagoli, e al comando provinciale dei Carabinieri. Questa è la dimostrazione che il fenomeno delle estorsioni è ancora in atto. Tanto è stato fatto da magistratura e forze dell’Ordine, ma tanto c’è ancora da fare”.

[…]

Sono quattro le estorsioni finite nelle maglie dell’inchiesta “Grande Passo 2”, con la quale i carabinieri hanno ricostruito il giro del pizzo nei territori di BolognettaMisilmeriVillafrati Palazzo Adriano, appartenenti al mandamento mafioso di Corleone.

I taglieggiati sono titolari di concessionarie d’auto e imprenditori nel settore dell’edilizia. Quel che emerge dall’attività d’indagine dei militari dell’Arma è che nel territorio di Palazzo Adriano, ad esempio, avrebbero operato due boss rivali: Pietro Paolo Masaracchia, già coinvolto nell’operazione “Grande Passo” dello scorso anno, e Antonino Lo Bosco. Entrambi si sarebbero dedicati alla raccolta del pizzo e così, in un caso, dalle intercettazioni emerge che per “mettersi a posto” uno stesso imprenditore avrebbe versato 4 mila euro a Masaracchia e un’uguale somma anche a Lo Bosco.

In un’altra occasione, un imprenditore di Bolognetta, per aprire una concessionaria di autovetture avrebbe dovuto versare ai boss un importo iniziale e successivamente un “canone” mensile di 600 euro. I proventi di questa imposizione, così come confermato sia dall’imprenditore che dalle indagini, sarebbero stati incassati da Ciro Badami, già coinvolto nell’operazione “Grande Mandamento” del 2005 e appartenente alla famiglia mafiosa di Villafrati.

I metodi usati dagli esattori del pizzo verso gli imprenditori taglieggiati erano di natura “amicale”, e confidenziale. Quel che emerge, inoltre, è che non si tratta di imprenditori che hanno denunciato, ma che hanno parlato solo successivamente, una volta esser stati messi davanti al fatto compiuto dagli investigatori. In un’occasione, poi, uno degli arrestati avrebbe detto all’imprenditore preso di mira che sarebbe bastato versare cifre modeste e quest’ultimo avrebbe anche provato a farsi fare un ulteriore “sconto” sulle somme da versare:

“Per metterti in regola, non stiamo parlando di cifre aite ah! Tu ti devi calcolare mensilmente 500 euro….”

A quel punto, l’imprenditore, risponde: “La condivido (l’estorsione) da un punto di vista proprio morale, no da un punto di vista di speculazione…”, spiegando di non essere contrario al pagamento, ma solo all’importo, da lui ritenuto eccessivo, chiedendo appunto di poter avere l’agognato “sconto” sull’importo da devolvere alla famiglia mafiosa:

IMPRENDITORE “Non la possiamo gestire almeno un po’ meno, di questo importo?”.

Una richiesta rispetto alla quale, l’emissario dei boss rimane fermo sul quantum e argomenta le sue “ragioni”, elencando una serie di imprenditori che già pagavano puntualmente cifre molto più onerose.

ESATTORE: “S.L. paga 1200 euro, C.S. invece paga 1000 euro al mese, mentre P. versa 700 euro al mese, e un altro ancora 800 euro mensili”.

Il mafioso sottolinea, quindi, che il trattamento che la famiglia mafiosa sta riservando a lui (500 euro) è molto favorevole:

“Non è che sono bugie, quindi questa cifra, è una cifra vergognosa (irrisoria) per quello ché. l’hai capito il discorso?”

La conversazione poi prosegue sulle modalità di pagamento, l’imprenditore, infatti, non sapendo ancora che volume di affari riuscirà ad ottenere con la sua attività, richiede di adeguare la cifra in base ai guadagli o quantomeno di poter avere una dilazione del pagamenti in due rate all’anno di 2.500 euro ciascuna, ma il mafioso ribadisce che non è possibile e che l’impegno è da considerarsi a scadenza “mensile”.

“Dopo qualche giorno – ha poi raccontato l’imprenditore ai carabinieri – si presentarono da me all’autosalone di Bolognetta, Antonino Di Marco e Nicola Parrino, i quali mi dissero che per sistemare la messa a posto per l’apertura del mio locale, avrei dovuto prendere contatti e fissare un appuntamento con Franco Badami di Villafrati, che fino ad allora non conoscevo”.

E ancora, “Poco dopo aver aperto la mia attività, nel mese di dicembre, se non ricordo male, si presentò al mio concessionario un signore anziano con un foulard al collo. Questi, arrivato a bordo di una specie di motozappa, si presentò da me e si informò se avessi pagato la messa a posto alla locale famiglia mafiosa per l’apertura della mia attività, lo risposi di si, avendo ovviamente già preso accordi con i due per pagare la messa a posto a loro. L’uomo a nome zio Pietro, dal quale ho appreso in un secondo momento fosse di Bolognetta, ottantenne circa, mi chiese con chi mi fossi messo a posto ma io non glielo specificai”.

Conflitti fra boss, che si sarebbero tradotti in doppie imposizioni di pizzo ai medesimi imprenditori, i quali, per evitare di scontentare i vari esattori che si presentavano di volta in volta, pagavano due volte.

Nell’operazione, poi, viene anche fuori il ruolo di Francesco Paolo Scianni, incensurato dipendente provinciale. Dalle indagini emerge che avrebbe ricoperto un ruolo attivo nella consorteria mafiosa, partecipando a molteplici riunioni e trattando anche con esperienza diversi argomenti relativi alla gestione della stessa famiglia. Nello specifico, avrebbe partecipato anch’egli alla raccolta del pizzo,  ponendosi, in un caso, anche con un ruolo decisamente attivo nella mediazione con il capo famiglia di Villafrati Ciro Badami, perché legato a lui da un rapporto di parentela.

(clic)

La ‘ndrangheta che emette regolare fattura

l pizzo dagli imprenditori emettevano regolare fattura per operazioni inesistenti.

I soldi estorti poi andavano a sostegno delle famiglie degli affiliati della ‘ndrangheta arrestati nel luglio scorso, nell’ambito dell’operazione ‘San Michele’, che aveva condotto all’arresto nel torinese di diversi esponenti della Cosca Greco di San Mauro Marchesato (Crotone).

Agivano cosi’ due esponenti della criminalita’ organizzata operanti nell’hinterland torinese:Domenico Maida, 41 anni, abitante a Venaria, portavoce di importanti affiliati della ‘ndrangheta, e Maurizio Calamita, 49 anni, abitante a Moncalieri, assicuratore e incensurato.

I due sono stati arrestati dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Torino, dopo aver incassato un assegno da 20 mila euro da due imprenditori torinesi.

(clic)

Il pizzo sul set

A proposito anche del recente caso della fiction Gomorra andata in onda su Sky (ne scrivevo giusto qui) quello che mi lascia più perplesso sulla questione del pizzo dovuto mentre si girano film in alcune zone è (anche qui, come sempre) che ci si stupisca di un fenomeno negato ma frequente. Basterebbe ascoltare cosa dice il magistrato della DDA di Palermo Francesco Del Bene:

“Ci siamo veramente liberati del condizionamento del pizzo nel cinema? Da magistrato sono pessimista. Sarebbe opportuna una rivoluzione copernicana, denunciare ogni pressione e smettere di fare i sudditi”

Il magistrato ha ricostruito il racket sui set cinematografici, dall’imposizione di comparse e operai fino all’inchiesta che ha portato all’arresto di 41 affiliati al clan della Noce per aver chiesto il pizzo ai produttori di Magnolia fiction, durante le riprese a Palermo della serie televisiva “Il segreto dell’acqua”, con Riccardo Scamarcio. “Ho scoperto che prima dei casi più recenti come con la produzione Magnolia – ha aggiunto Del Bene – avevano chiesto il pizzo anche a Francis Ford Coppola durante le riprese de ‘Il padrino’, al punto da costringere la produzione a spostarsi da Palermo nel Messinese. Era tanto tempo fa, ma le cose non sono molto diverse oggi”. All’incontro erano presenti anche Pina Maisano Grassi e Pif, regista de “La mafia uccide solo d’estate”. “Spero che Pif sia il futuro – ha proseguito il magistrato Del Bene – ma credo anche che a Pif non abbiano chiesto il pizzo proprio perché è lui e se ne conosce l’orientamento, mi chiedo se a una società sconosciuta del Nord sarebbe successo lo stesso”.

Gomorra e il pizzo alla camorra

Il brand Gomorra sviscerato da Sky con una serie che voleva essere educativa lancia il messaggio peggiore. Lanciare messaggi di legalità con atteggiamenti non etici e, peggio ancora, illegali è lo sport del duemila:

img1024-700_dettaglio2_gomorra-la-serie-skyEstorsione aggravata dal metodo mafioso alla casa cinematografica Cattleya per la produzione televisiva ‘Gomorra la serie’: per questi motivi sono stati arrestati tre esponenti del clan Gallo-Pisielli. Si tratta di Francesco Gallo, attualmente detenuto e ritenuto uno dei capi del clan, e dei genitori Raffaele Gallo e Annunziata De Simone. Secondo gli inquirenti, i rappresentanti della società sarebbero stati costretti a versare una somma ulteriore rispetto a quella pattuita da contratto per girare alcune scene a Torre Annunziata (Napoli), in un’abitazione di proprietà di uno dei parenti del boss. Per le riprese avvenute lo scorso anno, infatti, la società di produzione Cattleya aveva individuato come location l’abitazione di Francesco Gallo a parco Penniniello a Torre Annunziata, usata come casa della ‘famiglia Savastano’, protagonista della serie. Cattleya aveva accettato di pagare 30mila euro in cinque rate, ma dopo il versamento della prima, a marzo 2013, il 4 aprile Francesco Gallo è stato arrestato per associazione camorristica e la sua abitazione, dove stavano per iniziare le riprese, è stata sequestrata e gestita dall’amministratore giudiziario. Nel corso diintercettazioni telefoniche e ambientali è emerso che i parenti di Gallo avevano ottenuto da alcuni addetti alla produzione il pagamento di un’altra rata, anche se il canone doveva essere versato solo all’amministratore giudiziario nominato dal giudice. Una parte dell’inchiesta, inoltre, riguarderebbe inoltre una talpa che avrebbe avvisato gli uomini del boss sulle indagini in corso.

Lo scorso 6 maggio Il Fatto Quotidiano, in un servizio a firma di Antonio Massari, aveva annunciato l’esistenza di un’indagine sulla serie Gomorra con le ipotesi di estorsione e favoreggiamento. E ancor prima, a metà settembre 2013, sempre il nostro giornale aveva dato notizia dell’affitto pagato da Cattleya alla famiglia del boss. In entrambe le circostanze, la casa di produzione aveva aveva scritto al Fatto: la prima volta (nel 2013) per spiegare la vicenda della pigione versata ai parenti del boss, la seconda (maggio 2014) per negare l’esistenza dell’indagine. Oggi, però, sono arrivati gli arresti.

Il pizzo nel DNA

La relazione della Direzione Investigativa Antimafia parla chiaro: “Il ricorso all’usura, unitamente alle pratiche estorsive, è da ritenersi un vero e proprio sistema tipico ed irrinunciabile, utilizzato da tutti i sodalizi per il controllo delittuoso del territorio e strumentale all’applicazione del potere mafioso dell’intimidazione. […] L’imposizione del cosiddetto “pizzo” rimane, dunque, una pratica diffusa, anche per via di una subcultura che valuta, in modo assolutamente acquiescente, la “convenienza a pagare”, rispetto alla minaccia paventata. Di conseguenza, il racket trova quasi quotidianamente nuova linfa, imponendosi come manifestazione radicata nel territorio e costituendo, per le organizzazioni mafiose, una pratica assolutamente remunerativa per l’ingente accumulazione finanziaria connessa”. L’analisi della Rete Antimafia della Provincia di Brescia (sempre attenta e precisa) non lascia dubbi. Come si evince da queste parole il pizzo resta ad oggi una pratica molto diffusa nel mondo criminale, assolutamente pericolosa in quanto in grado non solo di incrementare notevolmente il patrimonio economico dei malavitosi, ma anche di permettere un capillare controllo del territorio. Il fenomeno del racket è da sempre visto come una piaga lontana, un elemento tipico del sud, dove la mafia spadroneggia senza troppo disturbo. I dati dicono:anche in Lombardia.