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Politica

Nel merito. La risposta a chi dice che il NO è conservatore. Di Carlo Smuraglia.

Non solo non lo sono, ma sono veri conservatori, invece, quelli che vogliono “conservare” il peggio della politica, lasciando da parte i problemi di fondo; ad esempio: l’attuazione della Costituzione, la garanzia di un lavoro dignitoso, libero e sicuro, la messa in sicurezza del territorio, la custodia e lavalorizzazione dell’immenso patrimonio artistico e naturale di cui può vantarsi il nostro Paese?

La risposta sarebbe facile; ma poiché molti insistono nel sostenere che il sistema prospettato con la riforma è il migliore possibile e che d’altronde non abbiamo indicato nessuna soluzione alternativa, perché siamo solo capaci di criticare, senza riuscire a proporre nulla di serio, tornerò ad una data insospettabile, assai prima della campagna referendaria e riprodurrò qui il testo di una parte del discorso che ho tenuto al Teatro Eliseo, il 29 aprile 2014, quando si stava cominciando a parlare – appunto – della riforma del Senato e l’ANPI decise di entrare in campo, ponendo una questione, essenzialmente, di democrazia

A fronte del progetto di eliminare il “bicameralismo perfetto”, come se fosse il male peggiore del mondo, osservavo che una correzione si poteva certamente fare, differenziando anche il lavoro delle due Camere, ma ad alcune imprescindibili condizioni, che riproduco testualmente qui di seguito, proseguendo poi col ragionamento conclusivo che ritenevo di svolgere e che trovo, oggi più che mai, valido.

Dunque, le condizioni fondamentali erano cinque:

a) che si mantenga il sistema elettivo

b) che si colga l’occasione per trasformare il Senato in una vera camera Alta, per la rappresentatività, per la qualità dei componenti, per il tipo di funzioni

c) che contemporaneamente si faccia una legge elettorale conforme alle indicazioni della Corte Costituzionale, sì da ridare possibilità di scelta ai cittadini, consentendo forme effettive di rappresentanza (senza esclusioni eccessive); limitando il premio di maggioranza a misure ragionevoli.

d) che si indichino forme adeguate per qualificare (nel senso di migliorare, per qualità e competenza) la composizione del Senato (autonomia, competenza culturale e scientifica, non interessi corporativi).

e) che si riservino ai regolamenti parlamentari la disciplina dei tempi ed i casi di priorità, ponendo fine al sistema per cui sono i Governi che dettano tutto, perfino i tempi della discussione, sempre in nome della governabilità.

Quanto ai modelli, la scelta è molto ampia, fra i modelli studiati e quelli sperimentati. Va notato, peraltro:

1. Al di là della conta numerica, che non ha significato, il dato è che tutti i Paesi del G8 sono bicamerali; quindici Paesi del G20 sono bicamerali; quattro miliardi di persone su 5,5 (esclusa la Cina, che fa parte a sè) sono rappresentati da sistemi bicamerali: tutte le grandi democrazie adottano il modello bicamerale (un vero modello bicamerale, nel senso che le due Camere hanno pari rilievo e pari autorevolezza), particolarmente diffuso quanto più il Paese è caratterizzato da complessità;

2. I Senati, in genere, rappresentano uno strumento di equilibrio e di riflessione nei confronti della Camera bassa, espressione della maggioranza di Governo;

3. Un bicameralismo vero (ancorché differenziato) garantisce, secondo la diffusa opinione degli esperti e studiosi, una migliore qualità della legislazione e una maggiore stabilità dell’ordinamento giuridico;

4. Sui metodi di elezione, esistono due grandi criteri: Senatori eletti direttamente e Senatori eletti in secondo grado, a cui si aggiunge il gruppo dei Senatori eletti con sistema misto. L’elezione di secondo grado non è mai occasionale, ma è sempre diretta allo scopo specifico di comporre il Senato con persone elette specificamente per quella funzione. Non è concepibile, in nessuno dei Paesi europei, un Senato di serie B, composto di “volontari” elettiper fare altre cose.

5. Il Senato, come strumento di governo delle complessità, si esprime particolarmente attraverso:- la funzione di Camera di riflessione nel procedimento legislativo (salvo alcune materie di rilievo sulle quali si esprime in forma di compartecipazione).

– la funzione di controllo dell’attività di Governo rispetto alla possibilità di “dittatura della maggioranza”; e di trasparente monitoraggio sull’azione dell’esecutivo, sulle nomine, sugli enti pubblici, ecc.;

– la funzione di raccordo ed espressione delle entità e realtà territoriali che costituiscono lo Stato.

6. I processi di riforma del Senato nell’ultimo ventennio, nei Paesi di maggior rilievo, presentano queste caratteristiche comuni:

a) differenziazione tra i due rami del Parlamento

b) specializzazione “alta” delle funzioni del Senato

c) tendenza ad incrementare la democraticità complessiva

d) garanzia di maggiore efficacia nel rappresentare i territori, nei rapporti

di carattere internazionale e nei diritti fondamentali dei cittadini;

e) esigenza di razionalizzazione nei rapporti con l’esecutivo

f) rafforzamento dell’equilibrio dei poteri

g) esaltazione della funzione di raccordo con le realtà territoriali e istituzionali.

In conclusione, i modelli possono essere diversi, ma hanno molte caratteristiche comuni, tra cui il rafforzamento (con funzioni differenziate) di una Camera che deve essere “ALTA” per qualificazioni e per competenze, deve avere funzioni di equilibrio di poteri, deve consentire una piena rappresentatività dei cittadini.

Tendenze che rendono ancora più evidenti le linee da perseguire nel nostro caso, anziché pensare ad una legge elettorale antidemocratica e anticostituzionale; perché il mix di questi fattori (Senato declassato e legge elettorale che dà un potere quasi esclusivo ad una maggioranza di governo) può essere addirittura disastroso, per gli effetti e gli squilibri che può produrre.

Insomma, sui modelli si può discutere, ma sulle linee di fondo no, perché le stesse tendenze in atto dimostrano che in tutto il mondo avanza l’esigenza di rappresentanza e di democrazia, anche per contrapporsi alle tendenze e spinte di una destra autoritaria e populista.

Su questo dobbiamo attestarci, per avere una riforma del Senato non finalizzata al risparmio, ma ad esigenze di funzionalità e di democrazia.

Abbiamo parlato di una “questione democratica” anche e soprattutto per questo. In tutta Europa avanzano tendenze autoritarie e rigurgiti fascisti o neofascisti; c’è una forte tendenza, in diversi Paesi, a restringere le libertà anziché a renderle effettive. Ebbene, questo è il momento di rafforzare la democrazia, in ogni Paese, non di indebolirla; questo è il momento di assicurare più partecipazione e più diritti ai cittadini, perché facciano sentire non solo la loro voce, ma la forte esigenza di rappresentanza e di sovranità.

Questo era il discorso di due anni fa; l’ho riportato almeno nella parte essenziale, perché costituisce – ancora oggi – la ferma risposta a quanti si vantano di essere innovatori e ci accusano di conservatorismo e di incapacità

Nel frattempo, peraltro, nel corso delle audizioni in Parlamento, durante il cammino della riforma, sono stati ascoltati illustri costituzionalisti, che hanno formulato proposte e fornito indicazioni, ma senza essere ascoltati e presi in considerazione.

Il professor Zagrebelsky mandò una lettera, il 4 maggio 2014, alla Ministra Boschi, col suo parere; e non ebbe -come riferisce in un suo recente libro- alcuna risposta, anche solo in ordine alle proposte alternative che venivano avanzate.

Tutto questo non solo smentisce certe accuse, ma la dice lunga circa le reali intenzioni dei promotori della riforma del Senato.

Carlo Smuraglia, Anpinews – n. 222 – 8/15 novembre 2016

Due tre cose che non so sulle elezioni americane, col cuore in mano.

Stamattina ho pensato che con questa figura di merda colossale degli analisti, degli editorialisti, dei sondaggisti e dei millemilioni di esperti di elezioni americane almeno ci saremmo risparmiati per qualche ora il profluvio di analisi. E mi sbagliavo. E in fondo ho anche ringraziato la mia buona stella di avere colleghi nelle redazioni in cui lavoro che si sono dovuti prendere la patata bollente della sfida americana lasciando a me la sola incombenza di scrivere su questo mio personalissimo blog che Trump non mi piace. E anch’io, del resto, sono in minoranza e me ne farò una ragione.

Ma alcuni pensieri sparsi oggi li vorrei appoggiare qui perché ancora una volta ho la sensazione che ci sia da parte di una certa classe giornalistica (e di intellettuali, anche se solo a scriverlo mi si anchilosano le dita) una supponenza che nemmeno il tonfo Trump abbia messo in discussione: la gente la pensa diversamente dalla gran parte dei cosiddetti influencer. In sostanza chi è pagato per scrivere opinioni sul mondo ne è piuttosto scollegato. E questa è un prima notizia. Non buonissima.

Poi c’è la democrazia ad personam: una nuova formula politica per cui l’ideale sarebbe vivere in un Paese in cui abbia diritto di voto solo chi la pensa come noi altrimenti il “suffragio universale” è uno schifo (oggi l’hanno detto diversi autorevoli esponenti). Gli analisti fallimentari al posto di chiedere scusa per avere sbagliato l’analisi sui candidati spostano le proprie energie sull’analisi degli elettori. Peccato che mettere in dubbio la dignità di voto sia la peggior riforma costituzionale che si possa provare a iniettare nel dibattito pubblico. Molto peggio della pessima riforma a cui ci stiamo opponendo in questi giorni: contestiamo l’autoritarismo degli altri e poi ci lanciamo in pareri che sono l’esplosione del nostro ego. Anche questa non mi pare una buona notizia, sinceramente.

Francesco Piccinini, direttore di Fanpage, nel suo articolo lo scrive chiaro e tondo:

«Trump è stato eletto perché ha parlato – anche – a quella “massa silenziosa” che non risponde ai sondaggi, a quelle “legioni di imbecilli” che Eco non riusciva a comprendere. Quel popolo di Jersey Shore al quale l’intellighenzia democratica non ama più parlare. Perché le “legioni di imbecilli” non sono i commentatori da tastiera ma i giornalisti, gli scrittori, i politici che restano chiusi nelle proprie stanze. Legioni di imbecilli che credono di essere migliori dei propri lettori, dei propri elettori. Così tanto “migliori” da non riuscire a trovare le parole per parlargli. Le legioni di imbecilli non si nascondono dietro Facebook ma siedono ogni giorno dentro le redazioni dei giornali, nelle sedi di partito, nei salotti che fanno tanto ‘900 ma che nulla hanno a che vedere con la modernità. Quelli che sanno solo ripetere “l’America di 8 anni fa non avrebbe mai votato Trump”. Come se la modernità dovesse chiedere permesso. Come se la modernità non fosse davvero qualcosa che “non si ferma davvero davanti a un portone”.»

Poi c’è questo partito democratico USA che assomiglia terribilmente agli smunti democratici de’ noantri: «Non deve spaccare il partito» dicevano a Sanders. La voce che circolava tra i maggiorenti democratici era che la candidatura di Sanders fosse contro il “bene del partito” oltre che contro la Clinton. Vi ricorda qualcosa? Bene, forse sarebbe il caso appuntarsi che dello stato di salute dei partiti non se ne preoccupano in molti. Un candidato non ha il compito di preservare l’apparato politico che lo sostiene: i risultati politici in giro per il mondo premiano chi alza la voce contro le disfunzioni e i loro responsabili. Il Partito Democratico non è riuscito a proporre un candidato migliore di un Segretario di Stato da tempo sulla scena politica. Ha funzionato? A voi il giudizio. Su questo ne ho scritto stamattina, proprio per Fanpage, qui.

A proposito di sinistra: ma davvero c’è ancora qualcuno che crede che travestire da sinistra un liberismo turbospinto da lobby finanziarie funzioni? Ma davvero non è chiaro che la gente si sia frantumata le palle, un po’ dappertutto in giro per il mondo, dell’establishment in tutte le sue forme? Come scrive Pippo Civati qui:

«A un certo punto bisogna decidere cosa costa di più, se rinunciare ai grandi finanziatori o rischiare di perdere le elezioni perché si passa per essere al loro servizio. Penso, da anni, che il problema della disuguaglianza e dell’arroccamento del sistema sia il pericolo più grande. E, se siamo tutti d’accordo sull’analisi e sul quel malessere, il messaggio non può essere che non c’è alternativa: si può fare di meglio. Temo invece che, come spesso accade, negli stessi di cui sopra scatterà l’irresistibile tentazione non della ricerca di un’alternativa, cosa molto difficile, ma all’imitazione, che è decisamente più semplice. Così al prossimo giro vincerà un candidato che farà apparire Trump moderato, e così via all’infinito.»

Poi ci sono tutte le ricadute: quelli che strumentalizzano la vittoria di Trump per il prossimo referendum sulla riforma costituzionale (da entrambe le parti), quelli che “oddio adesso gli USA bombarderanno il mondo” (come se finora avessero esportato pace per davvero) e quelli del mal comune mezzo gaudio che siccome ci prendevano in giro per Berlusconi ora li perculiamo noi per Trump.

Ah, e poi c’è la Clinton che è sparita senza riconoscere pubblicamente la sconfitta. Proprio quello che gli analisti ci hanno detto che avrebbe fatto Trump.

E se semplicemente non ci avessimo capito un cazzo?

C’è tempo oggi per le analisi. E c’è tempo per scriverne. Però la domanda è questa, davvero: se non ci avessimo capito un cazzo? E forse vale la pena rileggere un articolo, addirittura di luglio, di Michael Moore.

Ecco i cinque motivi per cui Trump vincerà (di M. Moore):

1. La “matematica” del Midwest. Ovvero, benvenuti nella Brexit della Rust Belt. Credo che Trump concentrerà buona parte della sua attenzione sui quattro stati blu della cosiddetta “Rust Belt” a nord dei Grandi Laghi: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Quattro stati tradizionalmente democratici che hanno eletto governatori repubblicani dal 2010 (solo la Pessylvania, adesso, ha finalmente eletto un democratico). In Michigan, alle primarie di Marzo, sono stati di più i voti per i Repubblicani (1,32 milioni), rispetto a quelli riservati ai Democratici (1,19 milioni). Trump è avanti ad Hillary negli ultimi sondaggi in Pennsylvania mentre ha pareggiato in Ohio. Pareggiato? Come può la corsa essere così ravvicinata dopo tutto quello che Trump ha detto e fatto? Be’ forse perché ha detto (correttamente) che il sostegno dei Clinton al NAFTA ha contribuito a distruggere gli stati industriali dell’Upper Midwest.

Trump colpirà Clinton su questo punto e sul supporto che Hillary ha accordato al TPP e ad altre politiche commerciali che hanno sontuosamente fottuto gli abitanti di questi 4 stati. Durante le primarie in Michigan Trump, all’ombra di una fabbrica Ford, ha minacciato l’azienda che se, avesse portato avanti il piano di chiudere la fabbrica e trasferirla in Messico, lui avrebbe applicato una tariffa del 35% su ogni vettura fabbricata in Messico e rispedita agli Stati Uniti. È stata musica per le orecchie degli operai del Michigan. Inoltre, quando Trump ha minacciato i vertici della Apple che li avrebbe costretti a fermare la produzione di iPhone in China, per trasferirla esclusivamente in America, be’ i cuori sono andati in estasi e Donald ne è uscito trionfante, una vittoria che sarebbe dovuta andare al governatore vicino, John Kasich.

Da Green Bay a Pittsburgh, questa America, amici miei , è come il centro dell’Inghilterra: al verde, depresso, in difficoltà, le ciminiere che punteggiano la campagna con la carcassa di quella che chiamiamo Middle Class. Lavoratori arrabbiati, amareggiati, ingannati dall’effetto a cascata di Reagan ed abbandonati dai Democratici che ancora cercano di predicare bene ma, in realtà, non vedono l’ora di flirtare con un lobbista della Goldman Sachs che firmerà un gran bell’assegno prima di uscire dalla stanza. Quello che è successo nel Regno Unito con la Brexit succederà anche qui. Elmer Gantry rivive nelle vesti di Boris Johnson e dice qualunque cazzata riesca ad inventarsi per convincere le masse che questa è loro occasione! L’occasione per opporsi a tutti loro, quelli che hanno distrutto il loro Sogno Americano! E ora l’Outsider, Donald Trump, è arrivato a dare una ripulita. Non dovete essere d’accordo con lui! Non deve nemmeno piacervi! È la vostra Molotov personale da lanciare ai bastardi che vi hanno fatto questo! Mandate un messaggio ! TRUMP è il vostro messaggero!

Ed ecco che arriva la matematica. Nel 2012, Mitt Romney è stato sconfitto per 64 voti. Sommate i voti espressi da Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Fa 64. Tutto quello che Trump deve fare per vincere è conquistare il supporto degli stati tradizionalmente rossi dall’Idaho alla Georgia (che non voteranno mai per la Clinton), poi avrà soltanto bisogno dei quattro stati della Rust Belt. Non ha bisogno della Florida, non ha bisogno del Colorado o della Virginia. Solo Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. E questo lo farà arrivare in cima. Ecco cosa succederà a Novembre.

2. L’ultimo baluardo del furioso uomo bianco. La nostra era patriarcale, durata 240 anni, sta arrivando alla fine. Una donna sta per prendere il sopravvento! Com’è successo? Sotto i nostri occhi. Ci sono stati segnali d’allarme, ma li abbiamo ignorati. Nixon, il traditore, che ci ha imposto il Titolo IX, legge che stabilisce pari opportunità nei programmi scolastici sportivi. Poi hanno lasciato che le donne guidassero jet commerciali. Prima che ce ne rendissimo conto, Beyoncé prendeva d’assalto il campo del Super Bowl (il nostro gioco) con un esercito di Donne nere, col pugno alzato, a dichiarare che la nostra supremazia è finita. Ah, l’umanità.

Questa era una rapida sbirciatina nella mente dell’Uomo Bianco, specie in via di estinzione. C’è la sensazione che il potere gli sia scivolato dalle mani, che il suo modus agendi non sia più seguito. Questo mostro, la “Feminazi”, quella che Trump ha definito una “cosa debordante sangue dagli occhi e non solo” ci ha sconfitti. Ed ora dopo aver sopportato per otto anni un uomo nero che ci diceva cosa fare, dovremmo rilassarci e prepararci ad accogliere i prossimi otto anni con una donna a farla da padrone? Dopodiché, per i successivi otto anni ci sarà un gay alla Casa Bianca! Poi toccherà ai transgender! Vedete che piega abbiamo preso. Finiremo col riconoscere i diritti umani anche agli animali ed un fottuto criceto guiderà il paese. Tutto questo deve finire.

3. Il problema Hillary. Possiamo parlare onestamente, almeno tra noi? E prima di farlo, lasciate che lo dica, mi piace davvero Hillary e credo che le sia stata attribuita una cattiva reputazione che non merita. Ma dopo il voto per la guerra in Iraq, ho promesso che non avrei mai votato per lei un’alra volta. Fino ad oggi, non sono venuto meno alla promessa. Ma, per impedire ad un protofascista di diventare il nostro “comandante supremo” infrangerò la promessa. Putroppo, credo che la Clinton troverà il modo di coinvolgerci in una qualche azione militare. È un falco, alla destra di Obama. Ma il dito da psicopatico di Trump è pronto a premere Il Bottone. Questo è quanto.

Accettiamo la realtà dei fatti: il nostro problema principale non è Trump, è Hillary. È incredibilmente impopolare: quasi il 70% degli eletteori pensa che sia disonesta e inaffidabile. Rappresentante della vecchia politica, che non crede a niente se non alle cose utili a farsi eleggere. Ecco perché il momento prima si oppone al matrimonio gay e quello dopo ne celebra uno. Tra i suoi principali detrattori ci sono le giovani donne: questo deve far male condiderando i sacrifici e le battaglie che Hillary, e altre donne della sua generazione, hanno sopportato per far sì che le esponenti di questa nuova generazione non fossero più costrette a sentire le Barbara Bush del mondo dire loro di chiudere il becco e andare a sfornare biscotti. Ma i ragazzi non la amano, e non passa giorno senza che un millennial non mi dica che non voterà per lei. Nessun democratico, e di certo nessun indipendente, si sveglierà l’8 Novembre e vorrà precipitarsi a votare per Hillary, come invece hanno fatto il giorno dell’elelezione di Obama o quando Bernie ha corso per le primarie. Non c’è entusiasmo. Dal momento che questa elezione si riduce ad una cosa sola (chi tira più persone fuori di casa e le conduce ai seggi), Trump adesso è in testa.

4. “Il voto depresso” degli elettori di Sanders. Smettetela di preoccuparvi che i sostenitori di Bernie non voteranno per la Clinton. Voteremo per lei. I sondaggi già mostrano che ci saranno più elettori di Sanders pronti a votare Clinton quest’anno, rispetto al numero degli elettori di Hillary alle primarie del 2008, che allora votarono per Obama. Non è questo il problema. L’allarme dovrebbe scattare perché quando il sostenitore medio di Bernie si recherà alle urne quel giorno per votare, seppur con riluttanza, per Hillary, esprimerà il cosiddetto “voto depresso”: significa che l’elettore non porta con sé a votare altre 5 persone. Non svolge attività di volontariato nel mese precedente alle elezioni. Non parla in toni entusiastici quando gli/le chiedono perché voterà per Hillary. Un elettore depresso. Perché, quando sei giovane, la tua tollerenza verso gli ipocriti e le stronzate è pari a zero. Ritornando all’era Clinton/Bush, per loro è come dover improvvisamente pagare per la musica, o usare MySpace o portarsi in giro uno di quei cellulari giganteschi.

Non voteranno per Trump, qualcuno voterà il terzo partito, molti se ne staranno a casa. Hillary Clinton dovrà fare qualcosa per fornire loro una valida ragione per sostenerela: e scegliere un ragazzo bianco, moderato, insipido e centrista come candidato alla vicepresidenza non è proprio la mossa vincente per dire ai millennial che il loro voto è importate. Avere due donne come candidate, quella sarebbe stata un’idea entusiasmante. Ma Hillary ha avuto paura e ha deciso di andare sul sicuro. E questo è solo uno degli esempi del modo in cui si sta alienando il favore dei più giovani.

5. L’effetto Jesse Ventura. Per non ignorare la capacità dell’elettorato di essere malizioso e non sottovalutare il fatto che milioni di elettori si considerano “ribelli segreti” una volta chiusa la tenda e rimasti soli nella cabina elettorale. È uno dei pochi luoghi della società dove non ci sono telecamere di sicurezza, nessun registratore, non ci sono coniugi, bambini, capi, poliziotti, non c’è neanche un limite di tempo. Puoi prenderti tutto il tempo che vuoi lì dentro e nessuno può farti nulla. Puoi premere il bottone e votare una linea di partito, oppure scrivere Mickey Mouse e Donald Duck. Non ci sono regole. E per questo, e per la rabbia che molti sentono verso un sistema politico corrotto, milioni di persone voteranno per Trump: non perché siano d’accordo con lui, non perché ne adorino il fanatismo e l’ego, ma solo perché possono farlo.

Solo perché manderebbe tutto all’aria e farebbe arrabbiare mamma e papà. Un po’ come quando osservi le cascate del Niagara e ti chiedi, per un attimo, come sarebbe oltrepassare quel limite. A tantissime persone piacerebbe interpretare il ruolo del burattinaio e “gettarsi nel vuoto” per Trump, solo per vedere cosa potrebbe succedere. Ricordate quando, negli anni ’90, gli abitanti del Minnesota hanno eletto come governatore un wrestler professionista? Non l’hanno fatto perché sono stupidi, né perché pensavano che Jesse Ventura fosse un grande statista o un fine intellettuale politico. Lo hanno fatto solo perché potevano.

Il Minnesota è uno degli stati più intelligenti del paese. È anche pieno di persone con un senso dell’umorismo un po’ tetro: votare per Ventura era il loro scherzo ad un sistema politico malato. La stessa cosa succederà con Trump.

Mentre tornavo in albergo, dopo aver partecipato allo speciale di Bill Maher sulla Convention repubblicana andata in onda sulla HBO, sono stato fermato da un uomo. “Mike”, ha detto. “Dobbiamo votare per Trump. Dobbiamo stravolgere un po’ le cose”. Ed è finita lì. Per lui quella motivazione era sufficiente. “Stravolgere le cose”. Il Presidente Trump lo farebbe sul serio. E ad una buona fetta dell’elettorato piacerebbe tanto sedere in tribuna e godersi il reality show.

Di Matteo e la risposta politica

Sul rifiuto di Nino Di Matteo alla proposta avanzata dal CSM di essere trasferito alla Procura Nazionale Antimafia per garantire una maggiore sicurezza pendono due questioni: una umana (ne ho scritto stamattina qui nel mio editoriale per Left) e una strettamente politica.

La scelta di Di Matteo è un segnale alla politica. L’ennesimo di un magistrato che da troppi anni si ritrova nel limbo in cui in Italia si è soliti mettere coloro che non accettano di piegarsi alla cortesia istituzionale che pretenderebbero in molti.

«Non sono disponibile al trasferimento d’ufficio – ha detto il magistrato -. Accettare un trasferimento con una procedura straordinaria connessa solo a ragioni di sicurezza costituirebbe a mio avviso un segnale di resa personale ed istituzionale che non intendo dare».

Un trasferimento d’ufficio come extrema ratio per garantire sicurezza a un magistrato è una sconfitta di Stato. Su questo, una volta per tutte, forse vale la pena essere chiari: è l’identico discorso che si applica ai testimoni di giustizia che pretendono, a buon ragione, di rimanere nella propria città pretendendo che sia la mafia a dover scappare e scomparire. Per questo sono inutili, patetiche e strumentali le polemiche di chi in queste ore sta sottolineando che lo stesso Di Matteo aveva già chiesto di essere trasferito alla DNA: un riconoscimento del proprio spessore professionale è cosa ben diversa da una fuga di Stato.

Anzi, rinunciare a una posizione gradita per amore della forma, non so voi, io lo trovo rassicurante da parte di qualcuno che si occupa del rispetto della legge. No? Del resto non era difficile prevedere le insidie del caso: il nostro comunicato del 12 ottobre è la prova dei nostri timori fin da tempi non sospetti.

Ne ho scritto sui quaderni di Possibile qui.

Di Matteo che resta

Nino Di Matteo ha rifiutato l’offerta del Consiglio superiore della magistratura di un trasferimento lontano da Palermo per motivi di sicurezza. Non andrà alla Direziona Nazionale Antimafia che gli è stata proposta per facilitare (secondo la discutibile decisione del Csm) la sua protezione.

«Non sono disponibile al trasferimento d’ufficio – ha detto il magistrato -. Accettare un trasferimento con una procedura straordinaria connessa solo a ragioni di sicurezza costituirebbe a mio avviso un segnale di resa personale ed istituzionale che non intendo dare».

Eppure Di Matteo aveva dalla sua parte parecchi buoni (e utili) motivi per accettare: la Direzione Nazionale Antimafia è il ruolo che ha cercato a lungo (una volta è stato bocciato e poi la sua domanda è stata respinta per un vizio di forma), il processo sulla trattativa continua a essere l’obiettivo degli strali di una parte politica folta e trasversale, i mascariatori professionisti lo accusano sottovoce di rischiare poco poiché non è ancora morto e la mafia si gode l’isolamento del magistrato che la rincorre.

Qui da noi funzioni solo se fai antimafia con le figurine dei boss da dare in pasto ai giornali e alla gente. Se solo provi a toccare la complessità di un fenomeno che (citando Gratteri) riesce a entrare nella politica con la stessa facilità di una lama nel burro allora diventi subito troppo intraprendente, antipatico, visionario o fissato. Chissà che ne dicono Falcone e Borsellino guardando un Paese che commemora senza memoria.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Nel merito. Zaccaria: «Ecco i numeri dell’invasione refendaria del governo nell’informazione»

(di Roberto Zaccaria, professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico nell’Università di Firenze, dove insegna Diritto costituzionale generale e Diritto dell’informazione)

Il presidente del Consiglio, che aveva dichiarato di voler spersonalizzare il referendum costituzionale da ogni collegamento con se stesso e di escludere ogni conseguenza sul governo legata al voto del 4 dicembre, non perde occasione per invadere la tv e di invaderla in prima persona. In questo segue perfettamente le orme del maestro Berlusconi.

Ieri ne abbiamo avuto una dimostrazione esemplare. Tutti i telegiornali, a partire dal mattino, per arrivare a quelli del pranzo e poi all’ora di cena, hanno aperto sull’intervento conclusivo di Renzi alla Leopolda.

Difficile classificare l’intervento nella categoria degli interventi istituzionali. Il taglio è stato piuttosto quello del capo partito, con accenti molto coloriti da super tifoso che non a caso ha definito la partita del referendum come il derby d’Italia. Un modo inconsueto per definire il referendum sulla costituzione, sulla nostra Carta fondamentale.

Pensiamo solo per un attimo se De Gasperi avrebbe potuto usare questa immagine per definire il referendum istituzionale tra monarchia e repubblica che molti evocano proprio in questi giorni. Non contento di questa super presenza, che certamente segnerà un record, nel panorama dei TG, il presidente è corso (uso l’espressione in forma letterale) negli studi de La7 per farsi intervistare (naturalmente da solo) nella nuova trasmissione di Giovanni Minoli, dal titolo Faccia a faccia, collocata alle 20.30 nello stesso spazio di Otto e mezzo di Lilli Gruber.

Forse, come scherzosamente si è detto, per utilizzarne il traino. L’ascolto comunque è stato discreto 4,1% pari a 1.105 mila spettatori. Sul livello del TG di Mentana. Sullo stesso livello della trasmissione della Gruber di sabato (4,2), ma decisamente più basso di Otto e mezzo di Venerdì che aveva raggiunto il 6,6 con 1.673 mila spettatori.

Naturalmente si è parlato molto, direi soprattutto, di referendum anche se Minoli ha provato a ingentilire il discorso con riferimenti famigliari o con spazi dedicati alle private virtù del Premier. Sarebbe interessante soffermarsi sul format che assomiglia alla Mezz’ora di Lucia Annunziata anche se qualcuno ricorderà anche Mixer dello stesso Minoli. A me è parso che non ci sia stato un vero contraddittorio e soprattutto non ricordo una nuova domanda di fronte a una risposta evasiva o sommaria.

Su due diverse questioni voglio però soffermarmi un momento. Entrambe riguardano il rispetto della par condicio in questa fase delicatissima della campagna elettorale. In una competizione che si svolge sul filo del rasoio, la presenza preponderante di una parte in tv può risultare decisiva. Lo sanno anche i ragazzi!
Abbiamo detto nei giorni scorsi che i “programmi dedicati” risultano in equilibrio tra Sì e No, ma che il presidente del Consiglio e il governo hanno una presenza debordante nei tg e negli spazi extra tg. Questo è grave per la par condicio perché Matteo Renzi è il principale testimonial del Sì e questo aiuta vistosamente (e scorrettamente) una delle due parti in gioco.

L’Agcom, cioè l’arbitro della partita, aveva detto il 19 ottobre che sia Rai che Sky avevano tempi eccessivi dedicati al governo e aveva richiamato le emittenti a un maggior equilibrio perché la legge impone agli organi istituzionali in campagna elettorale la maggior sobrietà possibile.

Nella riunione della settimana scorsa, nonostante i dati della Geca continuino a evidenziare un tempo di parola molto alto nelle edizioni principali dei tg Rai (42%) e anche delle altre emittenti, l’Agcom non ha fatto ulteriori richiami e forse si sarà limitata alla tradizionale moral suasion. Certo con il passare dei giorni ed il probabile persistere del fenomeno, un atteggiamento morbido sarebbe assolutamente ingiustificato.

La seconda considerazione riguarda sempre l’autorità della comunicazioni e l’emittente La7.
Questa tv, accusata dai sostenitori del Sì di essere più favorevole alle tesi del NO, non solo è stata richiamata per ben due volte dall’Agcom, ma è stata oggetto di un esplicito ricorso da parte del Comitato del SI, a causa delle sue presunte parzialità.

In questo contesto si inquadra dunque l’intervista a Renzi nel nuovo programma Faccia a faccia di Minoli andato in onda ieri sera. A prescindere da ogni altra considerazione, un bello spot a favore del SI.

Dopo tutto questo accanimento verso la tv, come si spiega tutto ciò? Visto che non mi sembra il caso di scomodare la sindrome di Stoccolma, non so se interpretare il comportamento come un indennizzo anticipato o semplicemente come una soluzione editoriale legata a pure logiche di mercato. Se così fosse sarei curioso di sapere quale altra personalità politica del NO verrà intervistata nei prossimi giorni.

(fonte: Huffington Post qui)

Beppe Sala e Letizia Moratti a cena con Renzi per finanziare il sì

A proposito di cattive compagnie e della differenza tra il “votare come” e il “governare con”:

Cena privata con interlocutori sceltissimi, a capotavola il presidente del Consiglio Matteo Renzi: i convitati hanno sborsato fino a 30mila euro a testa per partecipare e conversare con il premier a casa di Francesco Micheli, uomo di finanza e di cultura. Sabrina Cottone ricostruisce per Il Giornale come intorno al tavolo, tra gli altri, fossero seduti il noto commercialista Roberto Spada, molto vicino a Stefano Parisi in campagna elettorale. E poi Davide Campari e Luca Garavoglia, Paolo Basilico, gestore del gruppo finanziario Kairos. E ancora Ernesto Pellegrini, l’ex presidente dell’Inter adesso attivo nel catering sociale con il ristorante Ruben per i senzatetto.

La coppia brilliant è Letizia Moratti con il consorte Gianmarco. La garbata Letizia ha scambiato molte carinerie con il premier, che le ha fatto i complimenti non solo per Expo ma anche per Porta Nuova. Sorrisi anche con il successore Giuseppe Sala, anche lui ospite della tavolata, e d’altra parte il sindaco era capo di Gabinetto quando la sciura Moratti era a Palazzo Marino.

L’idea alla base della serata era presentare persone importanti ma sconosciute a Renzi piuttosto che farlo trovare di fronte ai soliti noti.

Al posto delle critiche costruttive ha ricevuto qualcosa di altrettanto utile quando si tratta di far politica: cospicui finanziamenti.  Possono sembrare somme enormi e lo sono. Un po’ meno se si pensa al parterre di ospiti scelti per gustare il risotto con borlotti e verdure, principe del menù, e la conversazione a base di politica estera, molte elezioni americani e tante critiche all’Europa cattiva con l’Italia. Volano parole come «rovesciare il tavolo» dell’Ue, «non sopportarne più le angherie economiche».

 

(fonte)

Nel merito. Nadia Urbinati: «Ecco come la propaganda per il referendum fa leva sulla paura»

In una “Lettera aperta ai coordinatori dei circoli del Pd” del 13 ottobre scorso, i Democratici per il No argomentavano il loro dissenso con la dirigenza del loro partito affidandosi al “Manifesto dei valori del partito democratico” approvato il 16 febbraio 2008 (firmato tra gli altri, da Alfredo Reichlin, Giorgio Ruffolo, Pierluigi Castagnetti, Piero Terracina, Paola Gaiotti de Biase).

Questa l’idea centrale del Manifesto: “la sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difendere la stabilità, a mettere fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza”.

Parole che non hanno bisogno di commento e che ci convincono senza troppi giri di parole a votare No (anche se alcuni dei firmatari oggi sono schierati con il Sì). Ma più interessanti, e inquietanti, sono le parole con le quali la “Lettera aperta” si chiude: “Queste parole basterebbero per dare un giudizio sul metodo scelto per arrivare a una modifica così importante della Costituzione. Ma queste parole dovrebbero soprattutto servire a convincere della bontà, nelle settimane che ci separano dal voto, di favorire nei circoli che voi coordinate confronti tra le ragioni del Sì e le ragioni del No: del confronto tra le diverse posizioni e delle idee, in particolar modo sui temi costituzionali, non si deve e non si può avere paura.”

Sono molte le riflessioni che questa “Lettera aperta” suscita, anche in chi come la sottoscritta ha per anni sentito di appartenere idealmente a una formazione politica di sinistra, di condividere le ragioni del riformismo e della giustizia civile e sociale, di pensare che la cittadinanza democratica abbia nel voto un momento importantissimo benché non il solo. Quella che vorrei qui proporre è una riflessione centrata sulla lealtà al Partito – ovvero sul problema della scelta morale: fino a che punto il dovere di lealtà può imporsi al dovere di seguire con onestà la propria coscienza.

Ovviamente se un partito chiede di perseguire o sostenere atti illeciti il problema non si pone perché in questo caso la lealtà sarebbe omertà, propria dei gruppi criminali. Il problema si pone quando si tratta di opinioni, e di divergenze relative alle opinioni su questioni importanti. Quali?

Ora, se la divergenza riguarda l’interpretazione della dottrina politica che il partito abbraccia, allora il dissenso incontra un legittimo dubbio: se infatti una persona decide di iscriversi a un partito è perché ne accetta l’ideologia, per questo essere in dissenso significa far cadere la ragione stessa della propria adesione. In questo caso l’opposto della lealtà sarebbe l’uscita dal partito.

Altrettanto può dirsi della violazione dello statuto del partito – un atto che dà alla dirigenza del partito l’autorevole legittimità di intervenire. È vero che partiti dottrinari non ce ne sono più, e che gli stessi statuti sono (quello del PD in particolare) improntati al pluralismo: questo li rende molto meno severi nella richiesta di disciplina di partito.

Anche per questa ragione, la “Lettera aperta” sopra riportata è inquietante, perché dimostra che la richiesta di fedeltà agli iscritti del Pd sia più forte ora di quando c’era un partito fortemente ideologico come il PCI. Più forte, e soprattutto, con un’ombra di paura di emarginazione che traspare dalla chiusa della lettera laddove si invita a “non aver paura” a disobbedire al partito trattandosi di Costituzione.

Il dissenso sulla revisione della Costituzione è non solo legittimo ma sacrosanto, poiché la fedeltà alla Costituzione viene prima nella gerarchia delle fedeltà politiche di un cittadino democratico. E se un partito chiede la fedeltà al di sopra della Costituzione o lascia credere che la fedeltà al partito sia più importante, allora c’è da essere davvero preoccupati perché sembrerebbe che il bene perseguito con questa revisione non sia prima di tutto quello del paese e della sua democrazia, ma quello del partito che la vuole a ogni costo. La vittoria del partito viene prima e sopra tutto.

L’appello ai Democratici del No a “non aver paura” è un argomento fortissimo per stare dalla loro parte e votare NO. Il NO salva loro dalla “paura” di disobbedire e salva tutti gli Italiani da una riforma imposta non solo a colpi di maggioranze variabili in Parlamento, ma poi con il ricatto, anzi con vari ricatti a tutti noi: da quello ormai classico per cui se vincesse il NO l’Italia piomberebbe in una crisi al buio dagli esiti incerti (e perché mai, visto che le costituzioni contengono le procedure per risolvere crisi di governo?), a quello più recente per cui se vincesse il NO l’Italia si troverebbe ad affrontare una crisi peggiore della Gran Bretagna con Brexit.

La propaganda fa il proprio lavoro, e per vincere fa leva sulle passioni negative come la paura. Chi non vuole questa riforma fa leva sulle passioni positive e respinge al mittente il peso della paura.

(Nadia Urbinati, Presidente di Libertà e Giustizia)

L’Huffington Post, 3 novembre 2016

Muijica e l’apologia della sobrietà

Da leggere l’intervista a Muijica su Repubblica:

Lei è diventato un ideale politico nel mondo perché ha vissuto e vive come la parte più povera dei suoi concittadini e non come quella più ricca. Pensa di essere una eccezione nella politica di oggi?
“Sicuramente sono stato un’eccezione anche nel mio Paese. Però la mia è soprattutto una filosofia di vita. Il problema è che viviamo in un mondo nel quale si crede che colui che trionfa debba possedere tanto denaro, avere privilegi, una casa grande, maggiordomi, tanti servitori, vacanze extralusso. Mentre io penso che questo modello vincente sia solo un modo idiota di complicarsi la vita. Penso che chi passa la sua vita a accumulare ricchezza sia malato come un tossicodipende, andrebbe curato”.

Diventare sempre più ricchi è una malattia?
“Ho conosciuto dei multimilionari, anche molto anziani. E a molti ho chiesto per quale ragione continuassero a accumulare denaro se tanto poi alla fine avrebbero dovuto lasciarlo qua. La risposta è sempre stata che non potevano farne a meno, come una malattia”.

Si oppone alla globalizzazione?
“No, non è possibile. Sarebbe come essere contrari al fatto che agli uomini cresce la barba. Ma quella che abbiamo conosciuto finora è soltanto la globalizzazione dei mercati. Che ha come conseguenza la concentrazione di ricchezze sempre maggiori in pochissime mani. E questo è molto pericoloso. Genera una crisi di rappresentatività nelle nostre democrazie perché aumenta il numero degli esclusi. Se vivessimo in maniera saggia, i sette miliardi di persone nel mondo potrebbero avere tutto ciò di cui hanno bisogno. Il problema è che continuiamo a pensare come individui, o al massimo come Stati, e non come specie umana”.

Lei è ateo ma condivide molte idee con Papa Francesco, soprattutto la critica della società consumistica e del capitalismo selvaggio.
“La mia idea di felicità è soprattutto anticonsumistica. Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono a cambiare ogni cosa il prima possibile. Sembra che siamo nati solo per consumare e, se non possiamo più farlo, soffriamo la povertà. Ma nella vita è più importante il tempo che possiamo dedicare a ciò che ci piace, ai nostri affetti e alla nostra libertà. E non quello in cui siamo costretti a guadagnare sempre di più per consumare sempre di più. Non faccio nessuna apologia della povertà, ma soltanto della sobrietà”.

Nel merito. Gherardo Colombo: «Perché questa riforma è un pasticcio»

“Con il sistema disegnato dalla riforma costituzionale, i nuovi senatori risponderebbero ai partiti, non alle autonomie locali. E, questo, diminuirebbe lo spazio della democrazia”. Per Gherardo Colombo – ex membro del pool Mani pulite, saggista, credente della regole anti autoritarie, autore con Piercamillo Davigo di un libro-dialogo dal titolo “La tua giustizia non è la mia” (Longanesi, 176 pp., 12.90 euro) – l’architettura istituzionale immaginata da Matteo Renzi e compagni “è un pasticcio che non aiuterà a far funzionare utilmente il sistema italiano”. E nemmeno il livello del dibattito pubblico è all’altezza: “La discussione a cui stiamo assistendo – dice all’Huffington Post – è molto più prossima alla propaganda che all’analisi e all’informazione. I punti veri non vengono quasi mai toccati. Si enfatizza la riduzione dei costi della politica e la semplificazione legislativa, ma il primo aspetto è marginale, il secondo va contro la reale necessità dell’Italia: che avrebbe bisogno di meno leggi, non di più velocità nella loro approvazione”.

Definirebbe “populistico” questo confronto?
No, perché non voglio fare un torto al popolo.

Cosa non la convince del referendum?
Non si possono chiamare i cittadini a rispondere solo con un ‘sì’ o con un ‘no’ quando devono valutare argomenti così differenti: la composizione del senato, l’abolizione delle province e del Cnel, le regole per l’elezione del presidente della repubblica. Sono materie diverse. Sarebbe stato necessario formulare un quesito per ognuna di queste proposte.

Il problema maggiore che riscontra?
L’erosione delle autonomie regionali, peraltro solo delle regioni a statuto ordinario. Semmai, sarebbe giusto abolire quelle a statuto speciale. Mi chiedo, poi, come riusciranno i nuovi senatori a fare contemporaneamente i senatori e i sindaci.

C’è qualcosa che apprezza?
L’abolizione del Cnel e delle province.

Che cos’è la costituzione per lei?
È la legge fondamentale, che coincide al novantanove per cento con l’idea di giustizia.

Non rischia di sacralizzare la costituzione identificandola con la giustizia?
Intendo la mia idea di giustizia. Ma credo di no: la costituzione garantisce a ciascuno la libertà di esprimere la propria diversità, cioè di essere cattolico, protestante, ebreo, socialdemocratico, conservatore, estremista o moderato. Allo stesso tempo, però, impedisce che queste diversità diventino causa di discriminazione, stabilendo che tutti siano eguali di fronte alla legge e abbiano pari opportunità.

Nella costituzione italiana non c’è un riferimento al diritto di ricercare liberamente la felicità, presente invece nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America: la invidia?
Non la invidio perché la nostra costituzione esprime lo stesso concetto con parole diverse, enunciando all’articolo 3 che è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono la realizzazione delle persone.

Ma realizzazione e felicità sono due cose diverse.
Provi a immaginare una legge che imponga per diritto la felicità: sarebbe un controsenso.

La dichiarazione d’indipendenza statunitense però riconosce un diritto, non impone di essere felici.
Nel tempo in cui la costituzione è stata scritta, era difficile enunciare il diritto alla felicità in un paese cattolico come era il nostro. Oggi forse lo si potrebbe fare. Tuttavia, una legge si può mettere al servizio della felicità di tutti solo garantendo la libertà di chiunque. E questo la costituzione italiana lo fa.

(continua su Huffington Post qui)