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Politica

Al lupo al lupo: chi vota “no” favorisce il fascismo

Lo dice Bonaccini, ne scrive Repubblica:

«Il presidente dell’Emilia-Romagna e della conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini, renziano di ferro, lancia l’allarme sul dopo-referendum. Se vincerà il “No” e il fronte della riforma costituzionale verrà battuto, il rischio è anche quello di un’escalation dell’estrema destra. “Temo possa accadere ciò che accadde negli anni ’30, quando dopo la più grande crisi economica della storia, ma questa è addirittura peggiore, avanzarono il fascismo e poi il nazismo. Non voglio spaventare nessuno, ma se guardo le leggi che vengono approvate in alcuni paesi e l’ascesa di certe forze io mi preoccupo. Se non mettiamo mano a regole più semplici e a una politica meno costosa non vorrei che qualcuno cavalcasse questi temi per fare altro”.

Bonaccini ne ha parlato a un convegno organizzato oggi dalla Cisl a Bologna. Mettendo anche l’accento sul capitolo costi della politica, visto che oggi “abbiamo il Parlamento più numeroso e costoso del mondo”. Inoltre, “tra i presidenti di Regione sono quello che ha l’indennità più bassa, ma sto bene lo stesso. Se passa la questa riforma anche gli altri dovranno adeguarsi”.»

Sempre peggio.

Il diritto al nome

«C’è una piccola frase, apparentemente alquanto banale, in “La sera del dì di festa” di Giacomo Leopardi che dice «tutto al mondo passa e quasi orma non lascia». Desidero richiamare l’attenzione su quel “quasi”. Certo, la vita e le nostre opere sono effimere, ma non del tutto. C’è un residuo, il “quasi”, che resta, che si accumula e che forma ciò che chiamiamo umanità, un termine che può tradursi in cultura: il deposito delle esperienze che vengono da lontano e preparano il futuro, un deposito al quale tutti noi, in misura più o meno grande, partecipiamo. O, meglio: dobbiamo poter partecipare. Altrimenti, siamo fuori della umanità. Per questo, troviamo qui il primo, il primordiale diritto, che condiziona tutti gli altri. La violazione di questo diritto equivale all’annientamento del valore della persona, alla sua riduzione a zero, a insignificanza.

Eppure, viviamo in un mondo nel quale non è nemmeno possibile stabilire con precisione quanti sono gli esseri umani che non conoscono questo elementare diritto che possiamo chiamare “diritto al segno” o, leopardianamente, “diritto all’ orma”. Si misurano a milioni, cioè a numeri approssimativi, senza che – ovviamente – a questi numeri possano associarsi nomi. Milioni di anonimi, che giungono a noi come fantasmi, mentre le loro sono esistenze concrete, anche se durano spesso lo spazio d’ un mattino o di pochi mattini, consumandosi in fretta in condizioni disudigmane, in luoghi dove la lotta per la mera sopravvivenza materiale sopravanza qualunque possibilità di relazioni, dove i neonati vengono al mondo sotto la maledizione di leggi statistiche che li condannano alla sparizione entro pochi giorni o settimane di vita.
Ciò che ci interpella inderogabilmente è che non possiamo dire, come forse si sarebbe potuto un tempo, nel mondo diviso per aree, storie, politiche separate e indipendenti le une dalle altre: sono fatti loro, loro è la responsabilità, il nostro mondo non è il loro, ognuno pensi per sé alle proprie tragedie. Non possiamo dirlo, perché il mondo, come ci ripetiamo tutti i momenti, è diventato uno solo, grande, globale. Noi, in un tale mondo, osiamo parlare kantianamente, senza arrossire, di “dignità” come universale diritto al rispetto. Il “diritto all’ orma” detto sopra è legato a tutti gli altri diritti come loro premessa e condizione: è davvero quello che è stato definito da Hannah Arendt, con una formula che ha avuto successo (Rodotà), il “diritto di avere diritti”.
C’è un diritto che potremmo dire essere un altro modo d’ indicare il diritto di avere diritti, ed è il diritto al nome: un diritto al quale i trattati di diritto costituzionale, se non l’ ignorano, dedicano poche righe. La nostra Costituzione, all’ art. 22, tra i diritti umani fondamentali stabilisce che nessuno può essere privato del suo nome perché i Costituenti sapevano il valore di quel che dicevano. “Nominando” si specifica, si riconosce, si creano le premesse per creare un rapporto.»
(Gustavo Zagrebelsky, qui)

La scheda (e lo stile) di Renzi: un piccolo confronto.

Da leggere oggi Alessandro Gilioli:

All’ultimo referendum confermativo di una modifica costituzionale, quello del 2006, la scheda era così:

scheda

A quello precedente, nel 2001, era così:

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A questo giro, ha fatto sapere Renzi su Twitter, sarà invece così:

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Non so, vedete voi la differenza: a me pare che, per la prima volta, si abbandoni la neutralità burocratica per inserire nella scheda alcuni connotati politici.

Peccato che siano solo i connotati su cui argomenta una della due parti in causa: il superamento del bicameralismo, la riduzione dei parlamentari, il contenimento dei costi, la soppressione del Cnel.

Tutti veri, per carità, ma allo stesso modo (essendo ugualmente vero) si sarebbe potuto scrivere:

Approvate il testo della legge costituzionale concernente
“Creazione di un nuovo Senato non eletto dai cittadini
Doppio incarico di senatori e consiglieri regionali
Creazione di nuovi procedimenti tra Camera e Senato fino un massimo di dieci per l’approvazione delle leggi
Riduzione dell’autonomia delle regioni
Triplicazione del numero delle firme necessarie per le proposte di legge di iniziativa popolare?”

In altre parole, in questa scheda la domanda contiene in sé (solo) argomentazioni a favore di una delle due risposte. Tra l’altro proprio quelle argomentazioni di più facile impatto “anti-casta”: meno parlamentari, riduzione dei costi della politica.

Non sono sicuro che questa sia la modalità più fair e neutrale per porre un referendum.

(fonte)

Continua la saga Lorenzin

Ormai è una saga. Dopo “Narcos” tutti sono concentrati nella nuova serie tv “Torna a casa Lorenzin”: una serie di episodi (di cui non si vede la fine come accade per tutte le serie di successo) che riprendono l’epopea di una ministra per caso che si ritrova ad avere fastidiosi impicci come il dovere avere un’opinione, gestire le sue deleghe e comunicare eventuali campagne ministeriali; lei invece preferirebbe fare altro (come calendarizzare l’ovulazione degli altri oppure scolpire su pietra le dieci buone abitudini comandate) e vive questo dissidio interiore come una castrazione intellettuale.

L’ultima puntata, quella di oggi, è un capolavoro di sceneggiatura, roba da rimanere incollati allo schermo: dopo avere partorito (tanto per rimanere in tema) la campagna di comunicazione più fallimentare della nostra storia repubblicana oggi ha proposto la peggiore arrampicata sugli specchi dati tempi di Houdini. Secondo la ministra la fotografia usata per lanciare il fertility day (che puntava tutta sulla differenza tra felici bianchi dai denti sbiancati contro negri brutti, sporchi e cattivi) non sarebbe stata quella “visionata e vidimata dal Gabinetto”. In pratica la ministra a sua insaputa ha subito una campagna di comunicazione a sua insaputa. Un insaputismo al quadrato, una cosa del genere, che di questi tempi potrebbe presto proiettarla evidentemente alla Presidenza del Consiglio, visti i tempi.

Quindi, nell’ordine: un ministero che dovrebbe essere guida politica e amministrativa di un Paese intero riesce a inanellare prima un’orrida comunicazione verbale (l’infertilità rivenduta come malattia, qualche settimana fa) poi cerca di rattoppare con un’immagine razzista (tra l’altro le foto sono robetta da stock, come scrivere una tesi di laurea con un copia e incolla su google) e oggi la ministra si scusa dicendo di non avere verificato il modo in cui questa campagna avrebbe dovuto rimediare la magra figura precedente. Una brutta figura al quadrato, insomma, anche lei. Anzi, addirittura, la Lorenzin grida al complotto annunciando urbi et orbi (come piace a lei) di avere “attivato il procedimento di revoca per la responsabile della comunicazione della direzione generale del suo ministero”. In pratica alla fine il salvatore è sempre il capro espiatorio, non c’è fede che tenga.

Bisogna ammettere però che la “squadra di governo” della ministra Lorenzin appare alla luce degli ultimi fatti sempre di più un grande parco dei divertimenti: ci si immagina stagisti sottopagati che stanno tutto il giorno davanti ai pc mentre qualcuno gli urla nelle orecchie «finché non mi trovate almeno un negro che fuma con la faccia incattivita mentre guarda con disprezzo un’indifesa e soggiogata donna bianca all’interno di una casa disordinata con sullo sfondo una banda di sbandati alcolisti che frusta una vecchietta sola in un parcheggio buio oggi non andate a casa!». Deve essere una vita d’inferno fare il googlatore per il ministero della salute. Ma ancora peggio deve essere per i correttori di bozze: me li vedo tutti stremati dal dovere spremere almeno millecinquecento-duemila battute senza avere nemmeno un mezza fetta di concetto. Tutto il giorno inchiodati alla macchinetta del caffè aspettando la notizia di un decesso per cannabis. Oppure immaginate il comitato scientifico: il fior fiore di scienziati impegnati a trovare il collegamento tra lo spritz e l’infertilità, proni a testare gli effetti malefici degli spettinati sulla salute pubblica e sempre intenti a trovare una molecola velenosa nel luppolo. Roba da Nobel per l’abuso di fantasia scientifica.

(il mio pezzo per Fanpage continua qui)

Toglieteci la Lorenzin

Basta. Davvero, basta. Abbiamo sopportato la castrazione mentale della ministra nelle sue perverse idee della famiglia tradizionale, l’abbiamo sopportata mentre lei (a capo del Ministero della Salute) diffondeva notizie false sulla cannabis, abbiamo subito l’orripilante campagna sul fertility day con la donna erta a utero fecondo e poi l’abbiamo sentita frignare scuse patetiche e ora ci ritroviamo di fronte all’ennesimo stereotipo del negro sporco brutto e cattivo: c’è un momento in cui si ha il dovere di dire basta. Basta. Questa grottesca signora a capo di un ministero è indegna, incapace e inopportuna.

Il punto, attenzione, non è nei contenuti politici che possono essere più o meno condivisibili: qui si tratta di estirpare un luogocomunismo che ridicolizza l’Italia agli occhi del mondo e lo Stato agli occhi dei cittadini. Beatrice Lorenzin è la testimonial perfetta dell’antipolitica più becera che si nutre delle inettitudini della classe dirigente e lei, la ministra, è il viagra perfetto per spargere rabbia e indignazione.

Non si tratta nemmeno di una linea politica che ha ben poco da vedere con un presunto e pretestuoso governo di centrocentrocentrocentrosinistra: se è vero che Renzi da tempo ci dice che questa è oggi l’unica maggioranza possibile (e qui se ne potrebbe scrivere per ore) è altresì innegabile che la Lorenzin non sarebbe potabile nemmeno se avesse pensieri condivisibili. Qui parliamo di una leggerezza (o una malafede) da sacrestano di uno sperduto paesello di fine ottocento. La Lorenzin svolge il proprio ruolo di ministra con la banalità di una chiacchierata da bar. La Lorenzin, insomma, è la peggior cattiva abitudine a cui rischiamo di abituarci.

Renzi ci spieghi, ma davvero, come sia possibile che nel cesto del NCD non si riesca a trovare qualcuno più preparato e attento. Se è una questione di poltrone assegnate per accontentare gli alleati allora scambiamo la Lorenzin con dodici sottosegretari, regaliamo agli alfaniani un giudice costituzionale o qualsiasi altra cosa che possa risarcire Angelino per un ministro in meno e che possa risarcire noi dall’aver avuto una tale ministra. Anche un ministero vacante riuscirebbe a fare meglio.

(continua qui)

La gentilezza è rivoluzionaria

È successo una decina di giorni fa: a San Giorgio Liri, paese frusinate tra i monti Aurunci, stavamo tenendo la piazza per un incontro sul prossimo referendum costituzionale. Una della tante serate di politica che si ripetono in questi giorni negli spiazzi ancora temperati d’estate: un tavolo, microfoni, qualche bottiglietta d’acqua naturale, la bandiera di un partito o di un comitato intovagliata cadendo di fronte al pubblico e un angolo che diventa palco lì dove c’è più luce. Bene o male questo referendum ha moltiplicato le riunioni all’aperto che coltivano il fare comunità: bene o male questo referendum ha sbriciolato il rarefatto talk show nel più nobile “parlarne insieme”.

Una serata che si svolgeva come spesso succede tra lo snocciolare i nodi critici, i dubbi e le proposte. A vederla fino a qui sarebbe sembrato tutto normale. Fin qui.

Poi all’improvviso un anziano signore con passo lento benché sicuro si è avvicinato con una scatola in mano e il viso gentile. Portava caramelle all’anice e uno a uno ha preso a offrirle a tutti. Tutti: scivolando tra le file come il cestino delle offerte in chiesa ha guardato tutti diritti negli occhi. «Caramella?». Solo questo diceva. Si è avvicinato anche al tavolo dei relatori: cosa volete che gliene freghi dei palchi e dei confini immaginari a chi s’è preso la briga di scendere così tardi da casa per sapere se qualcuno volesse una caramella.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Pisapia e il partito del “ni”

Avrebbero dovuto essere il fiore della sinistra che doveva cambiare il Paese: l’onda arancione, ci dicevano, sarebbe stata la marea positiva che si sarebbe portata via il vecchio e avrebbe concimato il nuovo. Dico, ma ve la ricordate la speranza su Zedda, Pisapia, Doria e De Magistris (quest’ultimo, tra l’altro sempre sbertucciato dagli altri in nome di una diversità antropologica che forse con il senno di poi non è mica tanto sbagliata). Arancione vivo che poi negli anni è diventato rosso stinto.

Andiamo con ordine: ieri Giuliano Pisapia rilascia un’intervista in cui ci dice di non avere ancora deciso cosa votare al referendum sulla riforma costituzionale. Un’intervista che segna una svolta nella comunicazione politica: la dichiarazione di cosa non si pensa spiattellata su un quotidiano nazionale. Pisapia, insomma, ci insegna cosa NON è vero. E si accoda a Bersani (che si sta lasciando andare a riti vodoo in attesa di decidere cosa deve decidere), a Speranza (che dice che oggi voterebbe no ma chissà come si sveglierebbe domani) e poi agli altri non pervenuti come Zedda e Doria.

Stupisce? No, per niente. Per caso qualcuno ha avuto modo di sapere cosa ne pensino gli “arancioni” di jobs act, buona scuola e tutte le ultime riforme? Dati non disponibili, come nelle stazioni meteo più sperdute che sembra non interessino a nessuno.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

La riforma più urgente? Allenare la curiosità.

Se dovessi augurarmi una riforma urgente per questo Paese opterei per l’educazione obbligatoria alla curiosità. Sarebbe probabilmente osteggiata da gran parte del blocco dirigente di questo Paese, non verrebbe ben vista dall’establishment finanziario, non andrebbe molto giù alle lobby in generale ma sarebbe il miglior parco giochi da augurare ai propri figli.

Insegnare curiosità, quindi? No, per niente, figurarsi: i professori emeriti della curiosità, del vedere oltre e dell’infilare la faccia dentro tutto ciò che non ci è completamente chiaro sono i nostri figli. I bambini del resto finiscono per perderla, la curiosità, logorati dalla fissità di visioni e dalla idolatria dei pregiudizi. Non bisogna mica insegnarla la curiosità: serve preservarla, evitarne la sclerotizzazione e concimarla con etica, coraggio e fantasia.

Molte delle scelte peggiori delle classe dirigenti in questi ultimi anni sono “passate” grazie alla disattenzione, la curiosità impolverata e la stanchezza dei cittadini. Un popolo curioso è ostico alle decisioni che non perseguono il bene comune; un popolo poco curioso è burro per gli interessi personali.

Allenare il muscolo della curiosità quindi significa promettersi che il muscolo rimanga sempre tonico e allungato. Allenare il muscolo della curiosità significa imporsi di fare politica oltre che ascoltarla. Allenare il muscolo della curiosità significa imparare a scardinare gli slogan, rifiutare i demagoghi e riconoscere meglio i truffatori.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Artisti e intellettuali. Ma timidi.

Va di moda la timidezza politica fuori dalla politica. Soprattutto tra attori, scrittori, intellettuali di ogni sorta, cantanti e tutti quelli che appaiono probi e coraggiosi quando non si tratta di prendere una posizione politica.

D’altra parte in mezzo a tutti questi timidi c’è anche chi usa il proprio mestiere (o arte, ma mestiere mi sembra già una parola talmente poetica da non doverne cercare un sinonimo) per entrare nel merito di quello che succede. Questa sera con noi c’era Maurizio de Giovanni che ha parlato senza sconti miscelando Costituzione, referendum, scrittura, narrazione della violenza e memoria.

Roba da non credere, oggi. Eppure Maurizio l’ha fatto. E sarebbe così normale in un Paese che la smetta di accettare intellettuali politicamente frigidi. Sarebbe così normale in un Paese che finisca di tollerare l’apatia di chi sembra avere le idee chiare sul mondo ma non riesce a inimicarsi uno straccio di assessore.

Buona notte.

Perché parto per Salerno

A volte le grandi occasioni stanno nascoste nelle pieghe sottilissime di panni a cui non prestiamo più troppa attenzione: l’abitudine, si sa, è il miglior regalo che si possa concedere a un governante che anche da sgradito riesce a issarsi a bandiera del meno peggio. Funziona così: creare il deserto è chiamarlo pace, piallare tutto il resto e poi piangere per la troppa pianura oppure, ancora meglio, fare la parte del coltello in un momento in cui il burro è praticamente liquido.

A volte la politica, ma anche la cultura o la società o semplicemente l’ingegneria del vivere insieme, coccola le sensazioni peggiori per usarle come clave: la disperazione, per la politica, è l’arma più potente che sia mai riuscita ad inventare; ma mica la disperazione coscientemente disperata che porta le persone a scendere in piazza, no, quella no, troppo appuntita e rumorosa piuttosto la politica nostrana (ma in fondo la politica tutta) preferisce di gran lunga la disperazione che rimane un po’ fessa, basita e imbolsita, nella testa di chi crede che è tutto finito, che è tutto un incastrato immobile, che si vota per dire di non avere voglia di votare.

Ma cosa ci siamo messi in testa, un altro partito? Perché servirebbe un partito in un panorama strapieno di bande organizzate sotto diversi loghi, sigle e vessilli? La domanda circola, si ripete e rimbalza in ogni angolo mentre camminiamo per l’Italia a raccontare la nostra riforma costituzionale, il nostro NO che è un “SÌ, facciamola con misura e intelligenza”: un altro partito?, mi chiedono con l’esasperazione scambiata per stanchezza.

Possibile si debba mettere insieme Possibile? Mi dicono. Con Sinistra Italiana, il PD, la sinistra del PD, la destra di SEL, De Magistris e i sindaci, il M5S. E Bersani? E D’Alema? E Pizzarotti? Il sogno della disperazione sarebbe almeno mettere insieme gli avanzi per poter fingere un piatto ricco. Serve un altro partito? Non lo so. Serve, certo, rimanere fuori dalle beghe che imperversano nei partiti non ancora nati. Questo sì. Ci sia concesso almeno questo. Fateci credere che una volta, una volta almeno, se falliamo abbiamo fallito noi senza poter trovare scuse. Possibile (che a lungo molti hanno voluto dipingere come “Improbabile”) è un seme che non ha nemmeno lo spazio per le correnti: progetti, disegni, pensieri, politica. Possono piacere o no ma dentro possibile ci sono fluidi che scendono a valle. Nessun mulinello, nessuna masturbazione.

Perché serve Possibile? Perché ci stanno lavorando in molti. Ci stiamo lavorando. In molti. Discutendo di ciò che sarebbe da fare senza preoccuparci di fabbricare merce di scambio. Serve un altro partito, quindi? O beh, che ne servano milioni se la moltitudine garantisce meno preoccupazione per i giochi interni. Da queste parti si sogna un Paese in cui ogni cittadino si fa partito, pensa te. E poi, solo poi, costruire un luogo che è coalizione di obiettivi, pensieri lunghi e comunità di sensibili concordi. Ne servono milioni di partiti in un Paese che ha fatto dei partiti le mutande pubbliche di qualche signorotto. Sì. Credo di sì.

Perché il Politicamp di Salerno è importante? Perché la politica è una palestra umana e per restare umani serve anche restare insieme. Abbiamo milioni di cose da raccontarci: senza scendere nei patetici inferi dei complottismi c’è un pezzo di politica che ha cercato di cancellarci e non c’è riuscito. E ora tocca a noi, è la nostra mossa. Ora c’è da raccogliere le forze, le persone, la via e le energie. Ora c’è l’occasione di fare del nostro bancone da bar all’aperitivo il nostro comitato politico. Ora.

La politica si fa, non si dice. E a Salerno stringiamo il patto di rispettare le nostre storie. Praticandole. Insieme. Ecco perché è cruciale. O no?

(il programma della manifestazione è qui)

(come arrivare, come dormire, lo trovate qui)