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Politica

Elena e Deborah spose. Pensa te.

Castel San Pietro, provincia di Bologna: Debora Piccinini ed Elena Vanni si sono sposate. Deborah è ragioniera mentre Elena si occupa di informatica. È la prima unione civile in Italia, a poche ore dal decreto attuativo della legge Cirinnà.

In pratica ieri è successo ciò che Adinolfi, Formigoni, Giovanardi e compagnia bella temevano mostruosamente: Deborah e Elena si sono sposate e infatti già oggi probabilmente il prodotto interno lordo nazionale ha avuto un crollo verticale, le casse dello Stato si avviano ad essere prosciugate per pagare medicine e visite oculistiche, le famiglie tradizionali vivono oggi un brivido per il rischio di essere sradicate da queste due coniugi, migliaia di bambini si sono risvegliati deviati e traumatizzati e dio provocherà l’innalzamento dei mari e un turbine di tifoni.

L’apocalisse è nel momento di quelle due che hanno avuto lo stomaco di baciarsi davanti al sindaco. La notizia rimbalzerà sulle televisioni di tutto il mondo, ferirà centinaia di madri di famiglia, provocherà ripetuti conati di vomito in affaticati lavoratori, procurerà un mezzo coccoloni a papa Francesco, provocherà il crollo delle borse internazionali, ringalluzzirà orde di pervertiti, scioccherà i miei bambini, ferirà mia madre, partorirà una lunga fase di instabilità politica e inciderà mostruosamente sul pericolo di attentati.

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Perché votare No (secondo un iscritto al PD)

Marco Cucchini lavora presso le Università degli Studi di Trieste e di Udine, insegnando Scienze Giuridiche ed è un iscritto al PD. Ecco il suo intervento:

“Per la prima volta mi presento con un intervento scritto, ma quanto devo dire mi è fonte di particolare sofferenza, dato che – in oltre 20 anni di militanza – sempre forte è stato in me il richiamo all’unità del partito, alla lealtà verso le nostre scelte, così come la voglia di far prevalere le ragioni del sentirmi parte, dello stare insieme, anche quando l’istinto o la pulsione del momento avrebbero indotto scelte diverse.

Ci è chiesto impegno in vista del referendum d’autunno e io impegno lo sto garantendo, ma a malincuore a favore del NO e ne spiego in estrema sintesi le ragioni. Non mi soffermerò su aspetti di natura giuridica, per questi rimando al documento firmato – tra gli altri – da ben 11 ex presidenti di Corte Costituzionale. Preferisco in questi pochi minuti sottolineare le ragioni essenzialmente politiche, interne ed esterne al partito.

Innanzitutto, perché sento i valori della Costituzione come prevalenti sulle strategie di un partito o sul bisogno di sopravvivenza di una classe dirigente, ma soprattutto perché i contenuti di questa riforma non sono mai stati discussi con la cittadinanza o tra noi… Non erano previsti nel programma elettorale 2013 e neppure nella scarna mozione congressuale di Matteo Renzi. Una riforma uscita dal cilindro che avrebbe potuto comunque diventare patrimonio unitario se solo si fosse voluto sanare il gap di democraticità, partendo da noi e rafforzando la condivisione dei contenuti e dei fini attraverso il ricorso a forme di consultazione tra gli iscritti – come pure previsto dallo Statuto – ma non si è mai, neppure in minima parte, ritenuto di attenuare la verticalità dell’intero processo. Lo stesso vale per il contesto regionale. La Costituzione viene cambiata anche in parti che potrebbero alterare la nostra autonomia eppure neanche una volta in 2 anni, la Direzione o l’Assemblea sono state chiamate per esprimere un parere o dare una qualche indicazione ai nostri parlamentari.

E dunque, per quale altra ragione che non sia il mero spirito di fazione dovrei sentire “mia” una riforma della quale non condivido il percorso, lo spirito, le finalità e nella quale – come cittadino e iscritto al partito – non sono mai stato coinvolto in nessun momento?

Conosco perfettamente tutta la retorica del SI – o del SignorSI – sull’ineluttabilità della riforma, sul contesto, sui rischi della non approvazione e tutto il corollario allarmistico e strumentale messo in piedi – spesso con caotici taglia-incolla di citazioni di statisti morti, mancando la fantasia per crearne di nuove – ma non riesco a convincermi… Bisognava fare di più per ascoltare le voci del dissenso nella nostra comunità e per quanto possibile farsene carico. Molti di noi – io per primo – non chiedevano di meglio che un gancio, anche piccolo per dire SI e riconciliare coscienza e appartenenza. Non lo si è voluto fare, si è preferita l’ostentazione muscolare e ora se ne paghi il prezzo.

Ma sono contrario alla riforma anche per profonde ragioni politiche. Innanzi tutto, l’idea di democrazia. Se leggiamo il testo emerge infatti che:

(1) il Senato non sarà più eletto dai cittadini ma nominato dai partiti nei consigli regionali; (2) il monopolio dell’indirizzo politico apparterrà a una Camera eletta con legge fortemente distorsiva del rapporto voti espressi/seggi ottenuti; (3) le firme necessarie per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare vengono triplicate; (4) dal 7° scrutinio il presidente della Repubblica potrà essere eletto da una minoranza dei membri del Parlamento; (5) viene abolito il CNEL che – per quanto inadeguato – rappresentava il principio di un maggiore coinvolgimento dei corpi intermedi nelle scelte di carattere economico; (6) vengono abolite le Province, organo a legittimazione popolare diretta presenti nel nostro ordinamento dal 1848; (7) vengono ridotte le materie di competenza legislativa regionale in favore del centralismo statale; (8) le materie residue possono essere sottratte alle regioni su richiesta del governo e voto favorevole della Camera dei Deputati, senza neppure un parere dell’effimero Senato delle Regioni.

Nulla di questo, preso singolarmente, è totalmente errato. Ma lo è l’impianto complessivo, la lettura “ideologica” che emerge: ogni volta che ci si è trovati al bivio tra valorizzazione del pluralismo e della partecipazione da un lato e il rafforzamento del decisionismo verticistico dall’altro, si è scelta questa seconda strada. La visione politica che si cela dietro la riforma è claustrofobica. Si sostituisce un modello di democrazia certo più lento, più complicato, ma più plurale, legato alla partecipazione e alla vitalità dei corpi intermedi con un’altra idea, meramente elettorale, più scarna, poco esigente.

La sovranità continua ad appartenere al popolo, ma è esercitata una sola volta ogni cinque anni per eleggere un Capo. E’ la resa culturale e politica a una idea di società tutta verticista, a un tempo pigra e elitaria. Si finge di essere moderni, ma è solo un ritorno alle prassi del liberalismo censitario dell’800.

La seconda ragione politica del mio NO nasce dalla consapevolezza che le Costituzioni non sono solo testi giuridici, ma “patti politici” tra diversi e solo se altamente consensuali sono pienamente vitali sul lungo periodo. Da almeno 15 anni – invece – ogni maggioranza politica ha imposto la propria idea di Costituzione. Nel 2001 fu il Centrosinistra a approvare con ristretto margine la riforma del Titolo V che oggi si vuole smontare. Nel 2006 fu il Centrodestra e grazie alla saggezza del popolo italiano quella riforma fu bocciata. Oggi siamo noi, che presentiamo agli elettori non un testo nobile e condiviso, ma un pasticcio approvato a furia di trucchi procedurali, risse e ricatti, in un clima in cui tutti – governo e opposizione – hanno dato il peggio di sé.

Il testo che si vuole approvare non sarà vitale perché non è condiviso. E spero che il referendum fallisca perché con esso – forse – fallirà definitivamente l’idea che la Costituzione sia solo una delle tante leggi a disposizione del leaderino di turno. Così come la scuola e l’università, stravolte a ogni giro di valzer ministeriale; le norme sul lavoro, cambiate da cima a fondo almeno 4 volte in 20 anni; il sistema pensionistico, costantemente sotto stress dai tempi del governo Dini… Un continuo riformismo nevrotico, senza implementazione, valutazione, stabilità, continuità.

E risparmiamo la cantilena de “la I Parte non è toccata”. Sarà toccata domani, quando chi governerà saprà di non essere più il Custode, ma un padrone e la Costituzione avrà perso ogni parvenza di sacralità. E quindi, davvero al Paese serve una Costituzione – per citare il presidente Scalfaro – “costantemente tenuta in bilico sul cestino della carta straccia”?

Chiudo sottolineando come la mia contrarietà nasca anche da questioni interne alla nostra comunità. Dietro la riforma c’è infatti – rivendicata varie volte – la volontà di far nascere un nuovo partito, più in linea con il pensiero dominante. Un partito privo di legami non solo ideologici, ma ideali con le grandi tradizioni culturali e politiche novecentesche che hanno dato vita al PD. Un partito di Vassalli, Valvassori e Valvassini.

In quel partito non può esserci spazio per gli spiriti liberi come me. E – per quanto io non sia particolarmente intelligente – lo sono abbastanza da non giocare a fare il capretto (o il caprone) che bussa alla porta del cuoco per ricordargli che Pasqua sta arrivando…”

Marckuck, 14 Luglio 2016

(*) Marco Cucchini lavora presso le Università degli Studi di Trieste e di Udine, insegnando Scienze Giuridiche.

Ma perché il nostro ambasciatore è ancora in Turchia?

Ma cosa altro deve succedere perché l’Italia abbia un sussulto in politica esterache non sia la firma paciosa di Renzi che brancola in qualche lingua semicomprensibile? Abbiamo avuto un timido vagito nel caso di Giulio Regeni (effimero, uno starnuto) e poi per il resto l’Italia è una Paese che ha limitato la politica estera all’imbarazzante elemosina di uno sguardo fugace dall’Europa.

Mentre la Turchia annega nella melma di Erdogan e del colpo di Stato più utile del West qui ormai sembra che la difesa dei diritti sia stata definitivamente appaltata a associazioni, Ong e qualche lurido buonista. Il governo? Il governo no, il governo, questo governo, ha scambiato la politica per l’annuncio, la dichiarazione per l’unica azione possibile per non disturbare gli equilibri esistenti: probabilmente dalle parti del Consiglio dei Ministri considerano il nostro ambasciatore ad Ankara il menù fisso per fingere cortesia.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Renzi che si infila nel lettone di Berlusconi

Sarebbe bello potersi stupire del fatto che questo Senato di servili servitori abbia deciso di salvare Silvio Berlusconi negando l’autorizzazione alla Procura di Milano per l’utilizzo di alcune intercettazioni. Sarebbe facile perché significherebbe essere riusciti a bersi la storia che il patto del Nazareno sia solo un’invenzione giornalistica mentre il Pdl (o Forza Italia o come volete chiamare i berluschini) si è dissolta perché non ha nemmeno bisogno di esistere per garantire a Silvio le indispensabili garanzie.

Questo Senato ieri ha salvato Berlusconi perché semplicemente è berlusconiana (per storia, per convergenza, per affezione o per semplice predisposizione alla prostituzione) la maggioranza trasversale di questo Governo che vorrebbe apparire nuovo e invece si tiene in pancia tutti i germi degli ultimi vent’anni.

Il Senato salva Berlusconi perché questa è la sua matrice politica: centrodestrista e dedito all’autopresarvazione. E la scenetta del dopo voto è ancora peggio: bambini dell’asilo Mariuccia che si rimbalzano la colpa. La politica che diventa poltiglia da cortile mentre tutto intorno avanzano stragi, si sbriciolano i diritti, muoiono battaglieri della morte degna e L’Europa affoga.

Il Senato. Il Senato che vogliono rifondare. Il Senato che mette mano alla Costituzione.

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Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Una bella morale, non c’è che dire.

Vale la pena leggere il post di Pippo, stamattina:

«Si è preso un risultato elettorale, quello del 2013, e lo si è rovesciato. Si sono scelti argomenti tipici del populismo tanto quanto quelli che si intendevano, a parole, superare. Si è scelto un tono trionfale mentre si attraversavano le macerie. Si è cercato di risolvere tutto con la dialettica nuovo e vecchio, quando sono sempre i vecchi a dettare il nuovo. Si è pensato che fosse sufficiente la comunicazione, in termini prima quantitativi che qualitativi, per risolvere un gigantesco problema politico. Si è associato il progetto politico al percorso delle riforme, con non poche contraddizioni e la sensazione, sempre più diffusa, che in causa fosse solo il potere e chi lo rappresenta.

Si è spiegato che si vogliono ridurre i politici (che di per sé è già un messaggio equivoco e demagogico e populistico quant’altri mai) e in realtà si riduce la politica e la fiducia che dovrebbe sempre ispirare il rapporto – anzi, la relazione – tra elettori ed eletti. Si è formato un unico grande centro, dimentico di destra e sinistra ma che ovviamente preferisce la prima, pensando che con un unico centro di gravità tutti ne sarebbero stati attratti.

Ed eccoci qui, a leggere editoriali di banchieri poco informati, di industriali che quantificano il valore delle riforme senza alcun fondamento scientifico, a politici che confondono argomenti che non c’entrano proprio nulla, a dirigenti sindacali che ci si chiede se abbiano mai parlato con quelli che dovrebbero rappresentare, per nascondere l’irragionevolezza dei contenuti che hanno prodotto e dei metodi che hanno seguito, illustrandoci una ‘riforma’ fatta per il Paese che il Paese divide almeno a metà, se non di più.

Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Una bella morale, non c’è che dire.»

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Caro Borsellino, la favola s’è rotta

Caro Paolo,

anche oggi è il 19 luglio e un anno ancora è via d’Amelio, la bomba, la scorta, il dolore e i vostri tronchi anneriti per terra. Una commemorazione sciancata, qui da noi, il 19 luglio: ricordiamo tutti gli anni una storia che nessuno s’è preso la briga di raccontarci. Abbiamo i buoni, morti, e ci mancano i cattivi. Abbiamo un processo che si è riaperto dopo vent’anni come le ossa che sono state saldate male dopo una frattura e vanno spezzate di nuovo per sperare di guarirle, siamo pieni di gente che commemora anche se nessuno sa.

Caro Paolo,

quella menti raffinatissime si sono fatte Stato e i coglioncelli mafiosi al loro servizio sono stati beffati. Alla fine lo Stato s’è infiltrato nella mafia, mica il contrario, e ogni boss che muore è un’assicurazione sulla vita di quelli che rimangano.

Non sparano più, caro Paolo: un decreto costa meno del tritolo e fa pure meno rumore. La mafia è sparita dall’agenda della politica e un senatore arrestato sembra al massimo un inciampo che può capitare.

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L’Ur-Fascismo: il fascismo eterno secondo Umberto Eco

Umberto Eco – L’Ur-Fascismo (Il Fascismo Eterno)
Tratto da “Cinque scritti morali“, Bompiani (1997)
1) La prima caratteristica di un Ur-Fascismo e’ il culto della tradizione.

Il tradizionalismo e’ piu’ vecchio del fascismo. Non fu solo tipico del pensiero controrivoluzionario cattolico dopo la Rivoluzione Francese, ma nacque nella tarda eta’ ellenistica come una reazione al razionalismo greco classico.

Nel bacino del Mediterraneo, i popoli di religioni diverse (tutte accettate con indulgenza dal Pantheon romano) cominciarono a sognare una rivelazione ricevuta all’alba della storia umana. Questa rivelazione era rimasta a lungo nascosta sotto il velo di lingue ormai dimenticate. Era affidata ai geroglifici egiziani, alle rune dei celti, ai testi sacri, ancora sconosciuti, delle religioni asiatiche. Questa nuova cultura doveva essere sincretistica. “Sincretismo” non e’ solo, come indicano i dizionari, la combinazione di forme diverse di credenze o pratiche. Una simile combinazione deve tollerare le contraddizioni. Tutti i messaggi originali contengono un germe di saggezza e quando sembrano dire cose diverse o incompatibili e’ solo perche’ tutti alludono, allegoricamente, a qualche verita’ primitiva. Come conseguenza, non ci puo’ essere avanzamento del sapere. La verita’ e’ stata gia’ annunciata una volta per tutte, e noi possiamo solo continuare a interpretare il suo oscuro messaggio. E sufficiente guardare il sillabo di ogni movimento fascista per trovare i principali pensatori tradizionalisti. La gnosi nazista si nutriva di elementi tradizionalisti, sincretistici, occulti.

La piu’ importante fonte teoretica della nuova destra italiana, Julius Evola, mescolava il Graal con i Protocolli dei Savi di Sion, l’alchimia con il Sacro Romano Impero. Il fatto stesso che per mostrare la sua apertura mentale una parte della destra italiana abbia recentemente ampliato il suo sillabo mettendo insieme De Maistre, Guenon e Gramsci e’ una prova lampante di sincretismo. Se curiosate tra gli scaffali che nelle librerie americane portano l’indicazione “New Age”, troverete persino Sant’Agostino, il quale, per quanto ne sappia, non era fascista. Ma il fatto stesso di mettere insieme Sant’Agostino e Stonehenge, questo e’ un sintomo di Ur-Fascismo.

2) Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo.

Sia i fascisti che i nazisti adoravano la tecnologia, mentre i pensatori tradizionalisti di solito rifiutano la tecnologia come negazione dei valori spirituali tradizionali. Tuttavia, sebbene il nazismo fosse fiero dei suoi successi industriali, la sua lode della modernita’ era solo l’aspetto superficiale di una ideologia basata sul “sangue” e la “terra” (Blut und Boden). Il rifiuto del mondo moderno era camuffato come condanna del modo di vita capitalistico, ma riguardava principalmente il rigetto dello spirito del 1789 (o del 1776, ovviamente). L’illuminismo, l’eta’ della Ragione vengono visti come l’inizio della depravazione moderna. In questo senso, l’Ur-Fascismo puo’ venire definito come “irrazionalismo”.

3) L’irrazionalismo dipende anche dal culto dell azione per l’azione.

L’azione e’ bella di per se’, e dunque deve essere attuata prima di e senza una qualunque riflessione. Pensare e’ una forma di evirazione. Percio’ la cultura e’ sospetta nella misura in cui viene identificata con atteggiamenti critici. Dalla dichiarazione attribuita a Goebbels (“Quando sento parlare di cultura, estraggo la mia pistola”) all’uso frequente di espressioni quali “Porci intellettuali”, “Teste d’uovo”, “Snob radicali”, “Le universita’ sono un covo di comunisti”, il sospetto verso il mondo intellettuale e’ sempre stato un sintomo di Ur-Fascismo. Gli intellettuali fascisti ufficiali erano principalmente impegnati nell’accusare la cultura moderna e l’intellighenzia liberale di aver abbandonato i valori tradizionali.

4) Nessuna forma di sincretismo puo’ accettare la critica.

Lo spirito critico opera distinzioni, e distinguere e’ un segno di modernita’. Nella cultura moderna, la comunita’ scientifica intende il disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo e’ tradimento.

5) Il disaccordo e’ inoltre un segno di diversita’.

L’Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista e’ contro gli intrusi. L’Ur-Fascismo e’ dunque razzista per definizione.

6) L’Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale.

Il che spiega perche’ una delle caratteristiche tipiche dei fascismi storici e’ stato l’appello alle classi medie frustrate, a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. Nel nostro tempo, in cui i vecchi “proletari” stanno diventando piccola borghesia (e i Lumpen si autoescludono dalla scena politica), il fascismo trovera’ in questa nuova maggioranza il suo uditorio.

7) A coloro che sono privi di una qualunque identita’ sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio e’ il piu’ comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese.

E questa l’origine del nazionalismo: Inoltre, gli unici che possono fornire una identita’ alla nazione sono i nemici. Cosi’, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi e’ l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati. Il modo piu’ facile per far emergere un complotto e’ quello di fare appello alla xenofobia. Ma il complotto deve venire anche dall’interno: gli ebrei sono di solito l’obiettivo migliore, in quanto presentano il vantaggio di essere al tempo stesso dentro e fuori. In America, ultimo esempio dell’ossessione del complotto e’ rappresentato dal libro The New World Order di Pat Robertson.

8) I seguaci debbono sentirsi umiliati dalla ricchezza ostentata e dalla forza dei nemici.

Quando ero bambino mi insegnavano che gli inglesi erano il “popolo dei cinque pasti”: mangiavano piu’ spesso degli italiani, poveri ma sobri. Gli ebrei sono ricchi e si aiutano l’un l’altro grazie a una rete segreta di mutua assistenza. I seguaci debbono tuttavia essere convinti di poter sconfiggere i nemici. Cosi’, grazie a un continuo spostamento di registro retorico, i nemici sono al tempo stesso troppo forti e troppo deboli. I fascismi sono condannati a perdere le loro guerre, perche’ sono costituzionalmente incapaci di valutare con obiettivita’ la forza del nemico.

9) Per l’Ur-Fascismo non c’e’ lotta per la vita, ma piuttosto “vita per la lotta”.

Il pacifismo e’ allora collusione col nemico; il pacifismo e’ cattivo perche’ la vita e’ una guerra permanente. Questo tuttavia porta con se’ un complesso di Armageddon: dal momento che i nemici debbono e possono essere sconfitti, ci dovra’ essere una battaglia finale, a seguito della quale il movimento avra’ il controllo del mondo. Una simile soluzione finale implica una successiva era di pace, un’eta’ dell’Oro che contraddice il principio della guerra permanente. Nessun leader fascista e’ mai riuscito a risolvere questa contraddizione.

10) L’elitismo e’ un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico.

Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici hanno implicato il disprezzo per i deboli. L’Ur-Fascismo non puo’ fare a meno di predicare un “elitismo popolare”. Ogni cittadino appartiene al popolo migliore del mondo, i membri del partito sono i cittadini migliori, ogni cittadino puo’ (o dovrebbe) diventare un membro del partito. Ma non possono esserci patrizi senza plebei. Il leader, che sa bene come il suo potere non sia stato ottenuto per delega, ma conquistato con la forza, sa anche che la sua forza si basa sulla debolezza delle masse, cosi’ deboli da aver bisogno e da meritare un “dominatore”. Dal momento che il gruppo e’ organizzato gerarchicamente (secondo un modello militare), ogni leader subordinato disprezza i suoi subalterni, e ognuno di loro disprezza i suoi sottoposti. Tutto cio’ rinforza il senso di un elitismo di massa.

11) In questa prospettiva, ciascuno e’ educato per diventare un eroe.

In ogni mitologia l'”eroe” e’ un essere eccezionale, ma nell’ideologia Ur-Fascista l’eroismo e’ la norma. Questo culto dell’eroismo e’ strettamente legato al culto della morte: non a caso il motto dei falangisti era: “Viva la muerte”. Alla gente normale si dice che la morte e’ spiacevole ma bisogna affrontarla con dignita’; ai credenti si dice che e’ un modo doloroso per raggiungere una felicita’ soprannaturale. L’eroe Ur-Fascista, invece, aspira alla morte, annunciata come la migliore ricompensa per una vita eroica. L’eroe Ur-Fascista e’ impaziente di morire. Nella sua impazienza, va detto in nota, gli riesce piu’ di frequente far morire gli altri.

12) Dal momento che sia la guerra permanente sia l’eroismo sono giochi difficili da giocare, l’Ur-Fascista trasferisce la sua volonta’ di potenza su questioni sessuali.

È questa l’origine delmachismo (che implica disdegno per le donne e una condanna intollerante per abitudini sessuali non conformiste, dalla castita’ all’omosessualita’). Dal momento che anche il sesso e’ un gioco difficile da giocare, l’eroe Ur-Fascista gioca con armi, che sono il suo Ersatz fallico: i suoi giochi di guerra sono dovuti a una invidia penis permanente.

13) L’Ur-Fascismo si basa su un “populismo qualitativo” : In una democrazia i cittadini godono di diritti individuali, ma l’insieme dei cittadini e’ dotato di un impatto politico solo dal punto di vista quantitativo (si seguono le decisioni della maggioranza).

Per l’Ur-Fascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il “popolo” e’ concepito come una qualita’, un’entita’ monolitica che esprime la “volonta’ comune”. Dal momento che nessuna quantita’ di esseri umani puo’ possedere una volonta’ comune, il leader pretende di essere il loro interprete. Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars pro toto, a giocare il ruolo del popolo. Il popolo e’ cosi’ solo una finzione teatrale. Per avere un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo piu’ bisogno di Piazza Venezia o dello stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini puo’ venire presentata e accettata come la “voce del popolo”. A ragione del suo populismo qualitativo, l’Ur-Fascismo deve opporsi ai “putridi” governi parlamentari. Una delle prime frasi pronunciate da Mussolini nel parlamento italiano fu: “Avrei potuto trasformare quest’aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli.” Di fatto, trovo’ immediatamente un alloggio migliore per i suoi manipoli, ma poco dopo liquido’ il parlamento. Ogni qual volta un politico getta dubbi sulla legittimita’ del parlamento perche’ non rappresenta piu’ la “voce del popolo”, possiamo sentire l’odore di Ur-Fascismo.

14) L’Ur-Fascismo parla la “neolingua”.

La “neolingua” venne inventata da Orwell in 1984, come la lingua ufficiale dell’Ingsoc, il Socialismo Inglese, ma elementi di Ur-Fascismo sono comuni a forme diverse di dittatura. Tutti i testi scolastici nazisti o fascisti si basavano su un lessico povero e su una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico. Ma dobbiamo essere pronti a identificare altre forme di neolingua, anche quando prendono la forma innocente di un popolare talkshow.

(grazie a punk4free.org)

Come sopravvivere alla propaganda: un manuale per il prossimo referendum

Ieri su è chiuso il Politicamp e me ne torno a casa con la sensazione di avere ritrovato vecchi amici dopo un lungo periodo di sospensione. Che piaccia o no in questo Paese sono tantissime le persone che prendono la politica terribilmente sul serio e che decidono di spendersi. Al di là di tutto. Penso a Loris Mazzetti, penso a Omar Pedrini, a Alessandro Gilioli e i tanti che sono stati con noi.

Intanto, se avete e voglia e tempo, vi appoggio qui il video del nostro panel su propaganda, comunicazione e sull’occasione che ci aspetta nei prossimi mesi. L’ho condotto ma ho imparato, più di tutto. Spero vi piaccia:

Quel «corpo riservato» della ‘ndrangheta che siamo curiosi di conoscere

È un’operazione importante quella che il sostituto procuratore della DDA Giuseppe Lombardo ero ha portato alla richiesta del senatore Antonio Caridi (GAL). Quel “corpo riservato” che è dormiente ma sempre a disposizione della ‘ndrangheta alle bisogna è lo stadio successivo rispetto alle indagini strettamente criminali. Oggi c’è Caridi ma lì tra i politici ci sono anche forze dell’ordine, uomini delle istituzioni e molto altro. È lo stesso corpo riservato che agisce in Lombardia dove (ne stanno parlando di versi pentiti) non bisogna ammazzare nessuno ma delegittimarlo grazie al lavoro dei dormienti. Sono quelli che interessano a me. Sono quelli che mi hanno condizionato la vita più della mafia stessa. E ci arriviamo, prima o poi. Anche dalle mie parti.

Qui c’è il pezzo di Lucio Musolino:

“Senza di noi è inutile che ti metti”. È racchiusa tutta in queste poche parole il rapporto tra ‘ndrangheta e politica. Un rapporto diverso da quello emerso fino a oggi dalle varie indagini. Con l’operazione “Mamma Santissima”, il sostituto procuratore della Dda Giuseppe Lombardo ha fatto luce sulla struttura segreta di vertice della ‘ndrangheta, quel direttorio che crea i politici, li cresce per farli diventare strumento per le sue finalità economiche e politiche. L’operazione “Mamma santissima”, che ha portato alla richiesta di arresto per il senatore Antonio Caridi (Gal) sul quale si pronuncerà la Giunta per le autorizzazioni, rischia di riscrivere la storia delle cosche calabresi.

L’inchiesta è la naturale prosecuzione dell’operazione “Meta” che nel 2010 ha portato all’arresto dell’ala militare e imprenditoriale della ‘ndrangheta. Incrociando quelle carte con i verbali di alcuni pentiti, lasciati per troppi anni negli archivi della Procura, e i brogliacci di numerose intercettazioni, il pm Lombardo e il maggiore Leandro Piccoli sono riusciti a dimostrare l’esistenza di una struttura direttiva occulta di cui neanche gli affiliati alla ‘ndrangheta erano a conoscenza se non i vertici delle varie famiglie.

I destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Domenico Santoro, infatti, sono i cosiddetti “invisibili”: l’avvocato Paolo Romeo (già in carcere da alcune settimane perché arresto nell’operazione “Fata Morgana”), l’avvocato Giorgio De Stefano (già detenuto perché coinvolto nell’operazione “Sistema Reggio”), l’ex dipendente della Regione Francesco Chirico (cognato del boss Orazio De Stefano), l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra e il senatore Antonio Caridi. Rappresentavano, secondo l’accusa, la struttura occulta che si serve di soggetti “segreti” o “riservati” e che opera in sinergia con l’organo collegiale di vertice denominato “Provincia”.

“Una sorta di mutazione della ‘ndrangheta – il gip riprende nell’ordinanza le considerazione del pm Lombardo – che, certo, resta realtà criminale, ma, proprio per rafforzarsi, per crescere, per aumentare la sua potenza, si evolve, tentando di creare prima e di sfruttare poi circuiti relazionali sempre più estesi e, correlativamente, sempre più riservati”.

I due burattinai erano sempre loro: Paolo Romeo e Giorgio De Stefano che già nel 2012 il colonnello Valerio Giardina aveva definito le vere “menti della ‘ndrangheta” a Reggio Calabria. Stando alle risultanze investigative del Ros, infatti, a partire dal 2002 Paolo Romeo e Giorgio De Stefano hanno avuto un ruolo determinante per la elezione di Giuseppe Scopelliti e Pietro Fudarispettivamente a sindaco di Reggio e presidente della Provincia.

I due avvocati erano riusciti a interferire nella formazione degli organi di governo locale seguendo un progetto di più ampio respiro che puntava alla creazione di politici che poi sarebbero serviti per infiltrare la Regione Calabria ma anche il Parlamento nazionale ed europeo. Tra i momenti chiave di questo connubio tra politica e ‘ndrangheta ci sono le comunali del 2002 con l’elezione di Giuseppe Scopelliti (ex An ed ex Ncd) a sindaco di Reggio che, dimettendosi dall’incarico di assessore regionale, consentì ad Alberto Sarra (primo dei non eletti alle regionali del 2000) di approdare a Palazzo Campanella. L’abitazione e l’ufficio di Scopelliti sono stati perquisiti oggi dal Ros e del Reparto operativo di Reggio, ma gli investigatori non hanno voluto chiarire se il politico, ex presidente della Regione, sia indagato o meno.

L’affermazione elettorale di Scopelliti, sull’altro candidato Demetrio Naccari Carlizzi, secondo gli inquirenti “va ricondotta, oltre che alla maggiore controllabilità del primo (da parte degli “invisibili”, ndr), agli specifici interessi della criminalità mafiosa anche nei settori dei lavori pubblici in generale, nella gestione dei fondi del Decreto Reggio e nella creazione delle società miste, progetto questo avviato a partire dal 2001”. Ma se Giorgio De Stefano e Paolo Romeo hanno svolto un ruolo di “direzione e coordinamento” della struttura segreta della ‘ndrangheta, il senatore Caridi e l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra non sono da meno.

Per i pm, infatti, sono stati “strumenti, – al pari di altri – che avrebbero permesso ai due (De Stefano e Romeo) di divenire il motore immobile del sistema criminale oggetto di contestazione per riuscire a dirigere le istituzioni locali anche di rilievo costituzionale”. In particolare Alberto Sarra si è avvalso, per sé ed in favore di altri candidati, del sostegno elettorale delle principali cosche di Reggio e della Provincia, argomentano gli inquirenti. Ha, inoltre, agevolato e rafforzato il sistema criminale mafioso gestendo un enorme bacino di voti della ‘ndrangheta da orientare al fine di perfezionare, in proiezione, il programma di Paolo Romeo e Giorgio De Stefano.

Anche il senatore Caridi, stando alla carte dell’inchiesta, è stato appoggiato dalle famiglie mafiose tra cui i Pelle di San Luca con i quali si è incontrato in occasione delle elezioni Regionali del 2010. «Questo lo dovete avvicinare – è un’intercettazione registrata a casa del boss Giuseppe Pelle, oggi latitante – perché questo è un … un assessorato importante per le banche e per tutto! … omissis … l’attività produttiva viene qua a Reggio. A coso … Caridi … Questo qua dovete avvicinare …».

Durante le varie campagne elettorali, Caridi si faceva accompagnare da Francesco Chirico (il cognato del boss Paolo De Stefano) ed era “perfettamente consapevole del fatto che rivolgersi a lui per conseguire aiuto elettorale voleva dire rivolgersi alla ‘ndrangheta di Archi“.

“Il legame di Caridi con la cosca De Stefano, – scrivono i magistrati – aveva fatto sì che il politico venisse appoggiato elettoralmente dalla citata articolazione territoriale della ‘ndrangheta sin dalla prima volta in cui si era candidato”.

Non sanno nemmeno raccogliere le firme

Ma questo referendum costituzionale esattamente cosa sta diventando? È la pallina anti stress di un’opposizione che blandamente si oppone? È l’esercizio retorico di noi che lavoriamo con le parole e partecipiamo al Circo Barnum girando per il Paese provando a iniettare un po’ di serotonina politica? È la scenetta di chi vorrebbe governare e poi non sa compilare i moduli? Andiamo con ordine.

I primi dati dicono che per il referendum sulla riforma Boschi di ottobre (o novembre, o dicembre o quando a Renzi parrà maturo) il Comitato del Sì (il Pd, per intendersi) ha raggiunto le 500.000 firme necessarie mentre il Comitato del No (il resto del mondo, per intendersi) si è fermato a 300.000 e consegnerà gli scatoloni, dicono, come “gesto simbolico”. Simbolico di cosa poi, se non di inettitudine, è tutto da capire.

In modi spicci si può dire che Renzi e il suo tribolatissimo partito sono riusciti a fare ciò che l’appuntitissimo Movimento 5 Stelle, la roboante Lega salviniana, l’archeologica sinistra italiana e destrorsi vari non riescono a raggiungere nemmeno sommandosi. 300.000 firme, per intendersi, sono meno di quanto Civati e Possibile (praticamente in solitaria) l’anno scorso sono riusciti a raccogliere sui quesiti referendari per Jobs Act, Italicum e Buona Scuola. Per dire.

(il mio buongiorno per Left continua qui)