Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 119

Politica

Il Vangelo secondo Matteo e l’avviso di Grillo

grillo-renzi

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti, e gli slogan sono le tangenziali delle parole buttate lì con la leggerezza di chi sa che funzionano e che nessuno si prenderà la briga di smontarle. Così mentre la Chiesa viene rimandata a cuccia da una (bella) frase di Matteo Renzi tutt’intorno viene facile giovanardare come un Adinolfi qualsiasi: se c’è un buon motivo per essere felici della fresca (mezza) legge sulle unioni civili è la sconnessa reazione dei pretini, l’abbattimento degli jihadisti episcopali e le mendaci contrizioni dei puttanieri censori delle famiglie degli altri. Perché, diciamocelo, il rumore della tradizione che scricchiola nel sarcofago a forma di fede è in queste ore uno strisciare di unghie. E allora ben venga un rinculo di laicità, benché sotto forma di slogan, e lo dico io che con Renzi e renzini non sono mai stato troppo tenero. Con un solo piccolo però: spergiurare sulla Costituzione, quello sì, sarebbe un peccato mortale. Politicamente, s’intende.

Sempre per la rubrica delle “parole che sono importanti” c’è anche l’avviso di garanzia, in senso grillino.

(il mio buongiorno per #Left continua qui)

‘Ndrangheta, Reggio Calabria: avvocati, professionisti e imprenditori, politici e anche un magistrato in pensione.

inchiestafatamorgana

Un pezzo da leggere di Lucio Musolino:

«Avvocati, professionisti e imprenditori, politici e anche un magistrato in pensione. Tutti iscritti nel registro degli indagati della Procura di Reggio Calabria. E alcuni anche in manette. La Guardia di finanza ha eseguito sette fermi su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. In carcere è finito l’avvocato Paolo Romeo, ex parlamentare già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa nel processo “Olimpia”. L’accusa per lui è estorsione e intestazione fittizia di beni. Con lui sono finiti in carcere l’avvocato Antonio Marra, gli imprenditori Emilio Frascati, Giuseppe Chirico, Natale Saraceno, Antonio Idone e Domenico Marcianò.

Sono questi i nomi della rete di professionisti che, secondo i pm Giuseppe Lombardo, Stefano Musolino, Rosario Ferracane e Luca Miceli, condizionava l’economia di Reggio Calabria. Nell’ambito dell’inchiesta, denominata “Fata Morgana”, le Fiamme gialle ha sequestrato anche dodici società per un valore di circa 34 milioni di euro.

Sono state eseguite, inoltre, numerose perquisizioni. Tra gli indagati c’è anche il presidente della Provincia Giuseppe Raffa, il consigliere provinciale Demetrio Cara, il cancelliere capo della Corte d’Appello Aldo Inuso, l’ex magistrato Giuseppe Tuccio, l’avvocato Rocco Zoccali, l’ex presidente della Reggina Calcio Pino Benedetto, ma anche l’ex assessore comunale Amedeo Canale, Andrea Scordo, Domenico Pietropaolo, Gaetano Tortorella, Saverio Genovese Zerbi, Michele Serra, don Pino Strangio, Domenico Arcò e Giovanni Pontari.

L’indagine, però, ruota attorno alla figura di Paolo Romeo, ritenuto dagli inquirenti la mente della ‘ndrangheta reggina: “Esponente dell’estrema destra sin dagli anni ’70, allorché militava in Avanguardia Nazionale, anello di congiunzione tra la mafia reggina e la politica, massone, ritenuto anche legato a settori dei servizi segreti”. Lontano dai riflettori dopo la condanna per mafia, uscito dal carcere Paolo Romeo ha mantenuto il basso profilo negli ultimi anni. Per gli inquirenti, però, era sempre lui che tirava le fila.

Scrivono infatti i magistrati: “Trascorrono gli anni, mutano gli scenari politici, i dirigenti della pubblica amministrazione, gli imprenditori, si rinnova anagraficamente la classe dirigente, ma è disarmante constatare come Paolo Romeo mantenga (imperterrito ed immarcescibile) il suo ruolo baricentrico nel governo “reale” delle dinamiche cittadine. Seppure la sagacia criminale dell’uomo lo abbia portato a progressive sofisticazioni, volte a rendere meno “ingombrante” ed “imbarazzante” la sua presenza in siffatte dinamiche, occultandola sotto la veste di rappresentante di “improbabili” associazioni ovvero dietro incarichi di consulenza che celavano vere e proprie cessioni di sovranità da parte di chi gli conferiva il mandato”.

Attraverso il Circolo Posidonia A.S.D., infatti, Paolo Romeo “interferisce nelle dinamiche cittadine e provinciali, esercitando l’arte della persuasione ricattatoria. Il Romeo è, agli occhi dei suoi interlocutori, uno dei maggiori rappresentanti del sistema di potere criminale che governa, di fatto, le dinamiche cittadine”. Gli interessi dei colletti bianchi arrestati hanno riguardato anche la grande distribuzione e in particolare il centro commerciale “La Perla dello Stretto”, a Villa San Giovanni, di cui Paolo Romeo era il “dirigente sostanziale del consorzio dei commercianti”.

Ma c’è di più: Paolo Romeo viene indicato dai magistrati come il vertice dell’associazione segreta strettamente collegata alla ‘ndrangheta. Un ruolo che Paolo Romeo ha gestito negli ultimi 20 anni in riva allo Stretto avendo rapporti con numerosi politici come i senatori Antonio Caridi e Giovanni Bilardi. Quest’ultimo, parlamentare del Nuovo Centrodestra e indagato nell’inchiesta “Rimborsopoli” alla Regione Calabria, – scrive la guardia di finanza – “ha presentato emendamenti relativi alle città metropolitane in linea con i pareri e i consigli del Romeo”.

Sempre attraverso Bilardi, inoltre, Romeo “avrebbe sollecitato alla Corte dei Conti la ratifica della nomina di Pietro Emilio a segretario generale del Comune di Reggio Calabria” oggi guidata dal Partito Democratico. Ma con l’avvocato arrestato aveva rapporti anche il senatore Domenico Scilipoti, eletto in Calabria con il Pdl. Scilipoti avrebbe presentato alcuni emendamenti sulle città metropolitane su richiesta di Romeo che personalmente avrebbe predisposto e redatto un’interrogazione parlamentare sulle problematiche del mercato agro-alimentare poi presentata dall’esponente di Forza Italia all’ex ministro Lupi.

“Con l’inchiesta ‘Fata Morgana’ – ha affermato il procuratoreFederico Cafiero de Raho (nella foto)– abbiamo colpito quella parte della ‘ndrangheta che l’ha resa forte anche dal punto di vista economico, che ha rapporti con la politica, con le amministrazioni locali, con dirigenti e funzionari pubblici. È una parte esponenziale della ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria”.

Non è un caso, secondo il capo della Dda che tra i fermati ci siano i “titolari di supermercati, quindi distribuzione alimentare di alto livello che dal punto di vista economico hanno portato avanti il centro commerciale ‘La Perla dello Stretto’, anche li muovendosi con un metodo sostanzialmente ‘ndranghetista imponendosi al consorzio di imprenditori che avevano aderito a quel gruppo. È una parte molto rilevante dell’economia di Reggio Calabria. I fermi sono stati disposti per il pericolo di fuga di alcune posizioni che abbiamo trattato e che erano strettamente connesse alle altre per le quali siamo dovuti intervenire. Qualcuno stava già traslocando e portando via tutto dalla città evidentemente aveva notizia di questo”.»

(fonte)

A Messina la mafia fa (anche) politica: arrestato un consigliere comunale

Paolo_David

La polizia ha eseguito a Messina 35 ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip Maria Teresa Arena su richiesta dei pm Liliana Todaro e Maria Pellegrino della Dda diretta da Guido Lo Forte: ventisei persone in carcere, nove ai domiciliari, sequestrate 4 società con le quali settori commerciali leciti concorrevano al mantenimento di attività illecite. I reati contestati vanno dall’associazione di tipo mafioso (colpiti dai provvedimenti vertici ed affiliati di tre storiche organizzazioni operanti nei quartieri di “Camaro – San Paolo” e di S. Lucia Sopra Contesse), finalizzata alla commissione di una serie di delitti contro la persona ed il patrimonio, tra cui estorsioni e spaccio di sostanze stupefacenti oltre che all’acquisizione della gestione o del controllo di attività economiche, di appalti e di servizi. In carcere anche Paolo David, consigliere comunale di Forza Italia (ex Pd), già indagato in Gettonopoli e accusato di voto di scambio.

Le indagini della Polizia avrebbero dimostrato che aderenti alle cosche mafiose, in relazione con personaggi del mondo politico locale, ostacolavano il libero esercizio del diritto di voto per le consultazioni elettorali regionali, politiche e comunali che vanno dall’ottobre 2012 al giugno 2013. Le misure cautelari sono state eseguite dalla Squadra Mobile di Messina. Ulteriori dettagli saranno resi noti che si terrà stamani, alle ore 11.00, alla Questura di Messina, nel corso di una conferenza stampa, cui prenderanno parte il Procuratore Capo Dr. Guido Lo Forte, i Sostituti Procuratori della DDA ed il Questore Giuseppe Cucchiara.

Il consigliere comunale Paolo David arrestato stamani dalla polizia a Messina nell’operazione ‘Matassa’ per voto di scambio è un fedelissimo del deputato nazionale di Forza Italia Francantonio Genovese (ex Pd), anche lui arrestato mesi fa per truffa perché coinvolto in un’indagine sugli enti di formazione finanziati dalla Regione siciliana. David è un bancario ed è già indagato nell’inchiesta cosiddetta Gettonopoli che coinvolge alcuni consiglieri comunali accusati di aver percepito illecitamente gettoni di presenza per le attività delle commissioni consiliari. Prima consigliere Pd, è transitato in Forza Italia in coincidenza con il passaggio di Genovese al partito di Berlusconi; ma attualmente il consiglio fa parte del gruppo Grande Sud, formazione politica fondata dall’ex ministro Gianfranco Micciché, da qualche mese diventato coordinatone di FI in Sicilia. David è uno dei promotori del massiccio transito dal Pd a FI di una quindicina di consiglieri comunali. Gli investigatori hanno appreso che, insieme ad altre persone, durante le consultazioni elettorali regionali, politiche e comunali – tra l’ottobre 2012 e il giugno 2013 – d’accordo con esponenti di alcune famiglie mafiose avrebbe cercato di “orientare il voto”.

Chi sono gli arrestati 

Le persone arrestate stamani dalla polizia a Messina e finite in carcere sono Carmelo Ventura, 55 anni; Andrea De Francesco, 45 anni; Lorenzo Guarnera, di 55; Salvatore Mangano, 37 anni; Albino Misiti, 54; Giovanni Moschitta, 57; Adelfio Perticari, 46; Domenico Trentin, 37; Giovanni Ventura, 35; Santi Ferrante, 61; Salvatore Pulio, 45; Fortunato Cirillo, 50; Gaetano Nostro, 47; Raimondo Messina, 43; Giuseppe Cambria Scimone, 52; Giovanni Celona, 46; Francesco Foti, 52; Francesco Giacoppo, 50; Angelo Pernicone, 35; Luca Siracusano, 40; Pietro Santapaola, 52; il consigliere comunale Paolo David, 59 anni; Pietro Costa, 27; Fortunato Magazzù, 27; Francesco Tamburella, 33. Ai domiciliari sono finiti Vincenza Celona, 44 anni; l’ex consigliere comunale Giuseppe Capurro, 61; Giuseppe Picarella, 61; Baldassarre Giunti, 57; Stefano Genovese, 62; Carmelo Catalano, 24; Carmelo Bombaci, 34; Massimiliano Milo, 37; Rocco Miloro, 40. Sottoposte a sequestro preventivo le società “La Piazzetta”, “Consorzio sociale siciliano”, “Ser.Ge.93 servizi Generali”, “Cooperariva sociale Angel”.

(ANSA)

Meglio di niente.

ilmenopeggio

Sono abbastanza petulanti le discussioni in cui si litiga del meno peggio, del meglio che niente o del si poteva fare di più. Richiedono un grado di attenzione ormai in disuso, quello sopito dalle televendite a forma di fiction e dalla politica emotiva: l’entusiasmo tutto in superficie è l’ultimo prodotto di una stagione politica e culturale che vive solo di nervi, senza nemmeno il bisogno di un briciolo di cuore e di cervello.

Così succede che la stessa legge “schifosa” in Senato diventi una polluzione alla Camera di cui non si potrebbe dire alcunché.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Caro Cacciari, perché voti una riforma costituzionale sulla quale sputi?

massimo-cacciari

La domanda che pone Roberta De Monticelli a Massimo Cacciari è forse una domanda che ci siamo fatti in tanti:

«Vengo alla questione che vorrei porti questa sera, 9 maggio, dopo averti ascoltato, ospite di “Otto e mezzo”, sviscerare – anzi, eviscerare, a rapidi colpi di spada, con espressività e vigore assolutamente eloquenti – l’“assurdità” e la sgangherata incongruenza della riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum. Quel ridicolo senato fatto di consiglieri regionali e sindaci non solo non risolverebbe il problema del bicameralismo perfetto, che tu ed altri, dicevi, avevate rivoltato in tutti i suoi aspetti (con ben altra attenzione e competenza, si evinceva dal contesto) prima che gli autori della riforma attuale “fossero al mondo”, ma complicherebbe a dismisura – lo hai ben chiarito – il più profondo errore di sistema della democrazia italiana, al quale tornerò fra poco.

Ecco la domanda: perché allora voterai “sì” al referendum, come hai detto? E’ una domanda sincera e smarrita. E se la faccio, è perché credo che molti se la facciano con il mio stesso smarrimento. Molti di quei non molti che della nostra vita civile si preoccupano, che credono o tentano di credere, con la loro fatica quotidiana, che la Repubblica siamo noi, e che se accettiamo una riforma “assurda”, incongrua, incoerente e inefficiente dei suoi fondamenti, della democrazia sfigurata e monca che ne risulterà noi saremo non passivi, ma attivi complici, dunque colpevoli. E quanti di quelli che ti hanno ascoltato continueranno a credere, come Socrate insegnava ai suoi concittadini, che sia doveroso chiedere ragione di ogni decisione che ci riguarda? Che abbia senso applicare la volontà di evidenza, la logica, il buon senso, alle cose che pure sommamente ci riguardano, della politica?

Se anche il più noto filosofo italiano scorna la logica e l’evidenza in politica, e getta il peso di tutto il suo prestigio nel dire sì a una riforma costituzionale sopra la quale sputa? Quanti che ancora non avevano del tutto perduto la voglia di partecipare, cioè di discutere e deliberare nello spazio delle ragioni, dove le parole hanno un senso e le decisioni una coerenza, perderanno la loro residua fiducia nella democrazia? Perché la democrazia non è solo una forma di governo. E’ una civiltà fondata in ragione, il che vuol dire, sulla fragile forza dei nostri interrogativi, sulla fatica dei buoni argomenti. Una Repubblica democratica è fondata su lavoro – sul nostro lavoro di cittadini, così faticoso, così disprezzato. Anche e soprattutto da chi, “nel paese di Machiavelli”, come hai detto, trova come te che si parli troppo di “questione morale”. Cioè di interesse pubblico!»

(la lettera a Cacciari completa è qui)

Una palestra estiva? Il referendum.

referendum

Ecco perché il referendum è un’occasione sana, gratuita e con risultati certi: perché se non si cade nella tentazione di farne una battaglia pro o contro Renzi (che è quello che Renzi vorrebbe) ci regala mesi per riflettere sui delicati equilibri che stanno tra la rappresentanza democratica e i meccanismi di governo; ci permette di discutere del peso reale dei poteri dell’esecutivo e del Parlamento; ci costringe a riflettere su un superamento del bicameralismo perfetto con la delicatezza però di chi vuole preservare i criteri democratici di selezione dei rappresentanti; ci propone l’occasione di una rilettura (o forse di una prima lettura, per molti) di una Costituzione che è figlia di un Paese in bilico tra mestieranti del consenso, imbonitori e appassionati costruttori di diritti; ripropone la bellezza di scorgere nelle leggi le opportunità per cui sono state pensate e scritte e soprattutto rischia di rendere terribilmente pop il tornare alla politica.

(il mio buongiorno per Left è qui)

La “questione morale” solo per uso personale

o-BERLINGUER-facebook

La paura fondamentalmente ci rende soli. E cattivi. Soli e cattivi come possono essere soli e cattivi tutti quelli che temono di non avere abbastanza energie per difendersi e allora cominciano a ridurre il recinto degli affetti: il potere dei prepotenti ama gli uomini isolati perché incapaci di organizzarsi. È una stagione confusa, con il freddo della superficialità, il ruvido della sicumera e questo misto di giovani rampanti e vecchi cacicchi che nessuno ci avrebbe scommesso di vederli andare così d’amore e così d’accordo.

La questione morale non è politica: la questione morale è sociale, culturale. Si riflette nell’arroganza con cui dirigenti per eredità perculano i giovani a cui dovrebbero insegnare: direttori, responsabili, parlamentari e capi che si tengono stretti alle poltrone, con le mani di rughe e fallimenti condonati, sperando di durare il più a lungo possibile. La questione morale è (anche) in una classe dirigente che s’atteggia a maestro di vita ma non ha nemmeno lo spessore di insegnare un mestiere.

All’intestino dell’indignazione basta un arresto al giorno per masticare fino a sera. La questione morale è (anche) usare i pesci piccoli come vibratori per attaccare quelli che stanno in alto: e così finisce che la sindaca di Quarto, il sindaco di Lodi o il direttore della piccola emittente televisiva bastano per raggiungere l’orgasmo e fa niente la disuguaglianza, la corruzione sistemica, i diritti negati, i bisogni inascoltati, la finanza senza etica. Qui da noi la politica è una partita tra coglioni che si sfidano cercando di fare meno autogol possibili. E si esulta come se fosse calcio champagne.

(il mio #buongiorno per Left continua qui)

A proposito di referendum, Senato e demagogia

maxresdefault

Per chi volesse approfondire, dal Corriere, un passaggio dell’intervista a Ugo De Siervo, giudice costituzionale:

Il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, sostiene che il No è animato anche da voi professori «perfezionisti», incapaci di essere «d’accordo su come si sarebbe dovuta cambiare la Costituzione».
«Non siamo perfezionisti. Siamo realisti. E non possiamo farci prendere in giro da false promesse. Vari di noi sono stati giudici costituzionali abituati a valutare gli effetti, oggi non rappresentati all’opinione pubblica, derivanti dall’applicazione delle norme costituzionali».
Napolitano, sempre nell’intervista al «Corriere della Sera» di Aldo Cazzullo, sostiene che il No comporterebbe «la paralisi definitiva, la sepoltura della revisione della Costituzione». È così?
«Dal ‘48 a oggi la Costituzione è stata modificata 35 volte. Tutti i cambiamenti andati a buon fine erano leggeri, compatti, omogenei. Poi è arrivata la stagione degli interventi pesanti. Il Titolo V nel 2001, letteralmente disastroso nei suoi effetti, e la riforma proposta da Berlusconi nel 2005 poi bocciata al referendum. Due interventi fatti a maggioranza come questo proposto ora, eterogeneo, che modifica oltre 40 articoli della Costituzione».
È possibile uno spacchettamento del quesito referendario per separare i temi da sottoporre all’elettore?
«La materia non è disciplinata. L’articolo 138, che disegna il percorso della revisione costituzionale, funziona per le riforme medio piccole».
Cosa teme di più della riforma che cancella il Senato?
«Il caos che si cela dietro nove diversi procedimenti legislativi e il fatto che si riporta indietro, a prima degli anni 70, il livello di potestà legislativa delle Regioni».
Faccia un esempio di iter legislativo che finirà davanti alla Consulta.
«Mentre dobbiamo ancora chiarire bene a cosa servirà il nuovo Senato, la riforma prevede che la Camera si occupi di tutto tranne di quello che non è “espressamente” attribuito alla competenza dello Stato. Bene, tra le materie non disciplinate ci sono l’industria, l’agricoltura, l’artigianato, le miniere, la pesca. Cosa succederà se una Regione interverrà? Finirà che la Corte dovrà continuare a fare il vigile urbano».
Il premier Renzi farà la sua campagna sul contenimento dei costi della politica. Come farete a controbattere un tema così popolare?
«C’è molta demagogia sul punto. È vero che si risparmia in modo considerevole tagliando 200 senatori ma si poteva ottenere un risultato analogo decurtando del 10% l’indennità dei parlamentari. E poi bisogna spiegare agli italiani perché sono stati mantenuti i privilegi delle Regioni a statuto speciale. Restano spese enormi che potranno essere modificate solo con il consenso delle Regioni speciali interessate. Mentre le Regioni ordinarie sono ridotte a mega Province».

Due tre cose, personali, su Simone Uggetti e su Lodi.

image

Lo scrivo qui dopo avere passato le ultime 24 ore a seguire, per lavoro, la vicenda dell’arresto di Simone Uggetti, sindaco di Lodi e a scriverne raccontandone tutti gli sconcertanti dettagli (qui e qui). Quindi ho espresso (più volte) la mia posizione. Però qui, sul mio blog, in questo spazio più mio e protetto voglio scriverne ancora. E lo scrivo perché penso sia giusto. Ecco. Sono cresciuto per un periodo della mia vita fianco a fianco con Simone. Anzi, Mone. Lui e Andrea (che a Lodi è assessore) mi sono stati vicini, anche in momenti difficili. Simone è uno di quelli che mi sono stati vicini. Poi le nostre strade hanno preso direzioni diverse e abbiamo avuto anche degli scontri duri. Politica. Lodi per me è una ferita aperta.

Detto questo leggere Salvini che sentenzia su Simone è una roba da matti: Uggetti dalle carte risulta palesemente colpevole ma non si è arricchito di un centesimo e anche il “ritorno elettorale” mi sembra piuttosto fumoso. Anche Mone, come molti altri, ha pensato che un un obiettivo condivisibile (che le associazioni lodigiane gestissero le piscine lodigiane) giustificasse forzature non legittime. Ma stiamo parlando di questo. Non c’è corruzione. Simone è uno di quelli che si è speso in politica, senza mai puntare al ritorno economico.

Ha sbagliato. Certo. Ed è giusto che paghi. Ma Simone ammanettato e portato a San Vittore, ecco, e lo scrivo con tutti i mille scazzi che abbiamo avuto, è un fragore che mi lascia perplesso. E mi ferisce umanamente. Perché c’è il politico (inopportuno, illegale ma non ladro) e poi c’è Mone (e Andrea e Matteo e tutti gli altri) che non posso non permettermi di ringraziare. Lasciamo le vendette agli altri. Meglio.

Dal processo riformatore in corso il popolo esce privo di voce, esce sconfitta la democrazia: parla Lorenza Carlassare

Microsoft Word - articolo.docx

(di Lorenza Carlassare)

Non è facile parlare di riforme senza essere ripetitivi, da troppo tempo ne discutiamo. Tuttavia è ancora utile ribadire le osservazioni critiche: il testo della legge costituzionale non è definitivamente stabilito e ai gravi punti di disaccordo ne corrispondono altri non meno essenziali sui quali l’accordo è sicuro. L’esigenza di modificare l’assetto del bicameralismo è generalmente condivisa, come pure l’idea di superare il bicameralismo paritario lasciando alla sola Camera i poteri politici – in primo luogo il potere di dare la fiducia al governo e di revocarla –, attribuendo al nuovo Senato la rappresentanza delle autonomie territoriali.

Già qui la compattezza s’incrina: come va costruito un Senato destinato a rappresentare al centro il punto di vista delle autonomie? Deve essere espressione dei cittadini o dei lorogoverni?

La risposta del testo governativo è netta, così come quella dei suoi sostenitori: il popolo delle Regioni non c’entra, il Senato rappresenta le ‘istituzioni’ territoriali, ed è questa in primo luogo la giustificazione della scelta di far eleggere i senatori dalle istituzioni regionali anziché dal popolo di ciascuna Regione. Una scelta comunque bizzarra per le modalità di tale elezione: i consiglieri regionali si eleggono fra di loro e così tutto resta all’interno di ciascun Consiglio, all’interno dell’attuale classe politica, con la sola aggiunta di qualche sindaco. Una complicazione, questa, per gli estensori del Progetto, ma inevitabile. Era difficile ignorare i Comuni considerato il loro antico radicamento nel Paese. Ma ancor più difficile sembra pensare che i Sindaci, come del resto i Consiglieri regionali, possano svolgere un doppio ruolo trovando il tempo per continuare ad esercitare seriamente le loro vecchie funzioni e quelle di senatore insieme.

Un’altra questione incerta riguarda le funzioni da attribuire al Senato, anche perché la composizione dovrebbe essere in relazione alla natura delle funzioni ad esso attribuite: in una democrazia, esercitare le più alte funzioni costituzionali è consentito soltanto a chi sia dotato di legittimazione popolare. Nel testo governativo, invece, un Senato così malamente costruito partecipa addirittura alla funzione legislativa del più alto livello, la revisione della Costituzione, con i medesimi poteri della Camera elettiva, ed è chiamato pure ad eleggere due giudici della Corte costituzionale acquisendo così un potere ben più incisivo di quello del Senato attuale. Oggi, infatti, cinque dei quindici giudici costituzionali sono eletti dal Parlamento in seduta comune, all’interno del quale il minor numero dei senatori rispetto a quello dei deputati significa un loro minor peso. La riforma invece attribuisce l’elezione di tre giudici alla Camera (dove i deputati sono più di seicento) e di due giudici al nuovo Senato composto da sole cento persone. Il divario di potere tra le due Camere – e tra i loro componenti – è tanto evidente quanto ingiustificato: solo se il nuovo Senato fosse concepito quale organo di garanzia (com’era secondo alcune proposte) un simile potere potrebbe trovare giustificazione, ma è evidente che nella composizione stabilita dal progetto governativo è del tutto impensabile considerare i Senatori una ‘garanzia’. Il ruolo decisivo delle segreterie dei partiti sulla loro elezione (sostanzialmente una nomina) di certo non lo consente e la funzione loro attribuita non può che apparire un espediente per mettere le mani in modo indiretto sulla Corte costituzionale. Vale a dire sulla composizione dell’organo che ha l’alto compito di garantire il rispetto della nostra Carta! Due giudici, a disposizione dei politici, possono spostare i delicati equilibri della Corte.

In verità si tratta di una norma che la Camera aveva giustamente eliminato in un momento di lucida coscienza, in questi giorni ricomparsa al Senato come il terzo degli emendamenti proposti dal Governo per trovare l’accordo con la minoranza Pd. E questa, inspiegabilmente, ne sembra soddisfatta. È augurabile che una competenza dalle implicazioni tanto pericolose sparisca di nuovo quando il testo tornerà alla Camera.

Il nodo politico di fondo – la rappresentatività democratica del parlamento se non addirittura la sorte del ‘popolo sovrano’ – emerge più chiaro guardando al complesso delle riforme, in particolare guardando la riforma del Senato e la nuova legge elettorale insieme. Una legge approvata con forzature procedimentali evidenti e senza un reale confronto, che distorce la volontà degli elettori attraverso l’attribuzione di un ingente premio, e così alterando l’esito del voto, può consentire ad una minoranza esigua di impadronirsi di tutte le istituzioni, comprese quelle di garanzia. Parlo di una minoranza esigua perché la soglia del 40% richiesta per ottenere il premio è solo un ingannevole schermo; se nessun partito la raggiunge, non avviene come disponeva la ‘legge truffa’ del 1953, che nessuna ‘coalizione’ (altra essenziale differenza) goda del premio e ciascuno abbia i seggi corrispondenti ai voti ottenuti. Con la legge attuale i due partiti più votati partecipano comunque al ballottaggio, qualunque percentuale abbiano raggiunto; uno dei due necessariamente supererà l’altro ottenendo il premio in seggi e il dominio su tutti, pur avendo un consenso elettorale bassissimo.

Senza una soglia per partecipare al ballottaggio e senza possibilità di coalizzarsi, un solo partito prende tutto in nome della stabilità, della governabilità, della velocità del ‘decidere’: ma la stabilità prodotta artificialmente da meccanismi elettorali creati per tacitare il dissenso e nascondere le fratture sociali serve solo a portarci fuori dalla democrazia costituzionale. Si annullano le voci, non le fratture, mentre è il divario tra le persone e tra le fasce sociali a mettere a rischio la stabilità del sistema politico; ed è questo divario che si dovrebbe colmare, come la Costituzione esige, attraverso la ‘solidarietà’ se si vuole una stabilità che non sia fittizia.

Tirando le somme: i cittadini non eleggono più il Senato; nell’elezione della Camera la loro volontà viene distorta ed ha scarsissimo peso; nelle Province abolite, che in realtà sopravvivono, abolito è solo il Consiglio provinciale, vale a dire l’organo elettivo!

Dal processo riformatore in corso il popolo esce privo di voce, esce sconfitta la democrazia: nulla “giustifica la sostituzione della definizione di democrazia come governo del popolo con una definizione dalla quale il popolo, come potere attivo, sia eliminato o sia mantenuto soltanto come fattore passivo in quanto è richiesta da parte sua l’approvazione di un leader, comunque espressa”. Sono parole di Hans Kelsen, grande giurista democratico del secolo scorso. Da poco le ho ricordate in altra sede; mi sembra di doverle, ancora una volta, ricordare.

(Lorenza Carlassare, Professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università di Padova, fa parte del Consiglio di Presidenza di LeG, fonte)